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Potenza del denaro: tra Israele ed Emirati scoppia la pace nel nome del business

Insandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 17 dicembre 2021

Il premier israeliano Naftali Bennett e il principe ereditario emiratino Mohammed bin Zayed daranno ufficialmente il via agli affari. L’incontro è in agenda per domenica 19 dicembre ad Abu Dhabi. La visita del primo ministro Bennett è storica: è il primo incontro di un premier di Israele negli Emirati.

bin Zayed e Bennett
Il premier israeliano, Naftali Bennett e il principe ereditario emiratino, Mohamed bin Zayed

EAU terzo Paese arabo con contatti ufficiali con Israele

La notizia è stata confermata al New York Times da fonti provenienti da funzionari israeliani. Bennett, quindi, conferma i contatti dell’autunno scorso con gli Emirati del Golfo e li approfondisce. Gli Emirati Arabi Uniti diventano così, dopo Egitto (1979) e Giordania (1994), il terzo Paese arabo che ha stabilito relazioni ufficiali con Tel Aviv.

L’invito di bin Zayed arriva dopo la promessa di Israele di rinviare l’annessione di aree occupate della Cisgiordania. Promessa che offre ad Abu Dhabi l’occasione di apertura verso lo storico nemico del mondo arabo, unito per la causa palestinese.

Il meeting è però legato anche alla preoccupazione dell’Iran nuclearizzato che, secondo il NYT, agli Emirati desta maggior timore della soluzione del conflitto israelo-palestinese.

Un business bilaterale in crescita

Il pacchetto degli scambi commerciali tra Israele ed Emirati è sostanzioso ed è aumentato il volume d’affari. I due Paesi  hanno firmato accordi di partenariato che includono compagnie aeree, banche, università, aziende tecnologiche. Secondo l’autorevole quotidiano newyorkese nei primi sette mesi del 2021 il commercio bilaterale aveva un valore di 600 milioni di dollari. Un salto di 550 milioni di dollari in più rispetto all’anno 2020. Gli Emirati hanno messo sul piatto un fondo d’investimento per progetti in Israele. Valore: 10 miliardi di dollari.

bin Zayed Abu Dhabi
Skyline di Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi Uniti

Manovre militari congiunte per mostrare i muscoli all’Iran

Da non dimenticare anche che l’esercito israeliano, quello emiratino e il Baharain, lo scorso 10 novembre, hanno condotto esercitazioni congiunte per cinque giorni. I tre Paesi – e gli Stati Uniti – sono in allarme anche per gli attacchi alle navi del Mar Rosso e del Golfo Persico. Il maggiore degli indiziati  rimane l’Iran degli ayatollah.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Crediti immagini:
– Mohamed bin Zayed
Shealah CraigheadForeign Leader Visits
Pubblico dominio

-Prime Minister Naftali Bennett official portrait
Avi Ohayon / Government Press Office (Israel) CC BY-SA 3.0

– Abu Dhabi
Wadiia – Own work CC BY-SA 4.0

Joint-venture israelo-marocchina produrrà droni kamikaze nel regno africano

La caduta di Netanyahu potrebbe ridare fiato ai moderati arabi e israeliani

Il padre del programma nucleare di Teheran assassinato in un’imboscata in Iran

 

Luanda: dopo la pioggia passerella mobile a pagamento per non bagnarsi i piedi

Africa ExPress
17 dicembre 2021

Chi è stato in Africa sa che durante la stagione delle piogge ci sono temporali violentissimi e intensi con tuoni e fulmini. Uno spettacolo della natura che affascina e allo stesso tempo impaurisce. A Luanda, capitale dell’Angola, un temporale ha paralizzato la città e allagato vari quartieri e bairros. Le canalette di scolo non riescono a scaricare l’acqua e diventano dei torrenti. Alcuni giovani hanno pensato di piazzare una passarella per evitare che i passanti, per arrivare ai marciapiedi debbano infilare i piedi nell’acqua…previa offerta per l’utile servizio.

A causa dei cambiamenti climatici in tutta l’Africa australe sono aumentate le precipitazioni violente. Negli ultimi fotogrammi è possibile vedere la situazione a Maputo, capitale del Mozambico.

Africa ExPress
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Con la collaborazione di Matteo Angius

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L’assalto a Julian Assange è un assalto a tutti i giornalisti liberi e alla democrazia

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Speciale per Africa ExPress, Senza Bavaglio e Critica Liberale
Massimo A. Alberizzi
Milano, 16 dicembre 2021

Gli Stati Uniti sono stati dichiarati qualche giorno fa “il faro della democrazia”. Un complimento che mi è apparso fuori luogo, in un momento in cui il mondo sta diventando sempre più autoritario e le tentazioni accentratrici sono ogni giorno più frequenti.

Aprendo il summit per la democrazia una decina di giorni fa, il presidente Joe Biden ha esortato i suoi ospiti a “lottare per i valori che ci uniscono”, tra cui una stampa libera. Ha poi parlato della sua nuova iniziativa per il rinnovamento democratico, comprese le misure a sostegno dell’editoria che, ha detto, deve essere libera e indipendente, per continuare a essere il fondamento della democrazia.

Ha infine sottolineato come per la pubblica opinione sia essenziale essere correttamente informata ammonendo con inusitata serietà, che “in tutto il mondo, la libertà di stampa è minacciata”.

Una considerazione azzeccata che ben si sposa con i concetti espressi pochi secondi prima. Ma che ha poco a che fare con il comportamento americano diretto invece a colpire duramente chi, attraverso i media, cerca di portare a conoscenza della gente verità scomode, compresi crimini e insabbiamenti. Verità che l’establishment vorrebbe mantenere segrete e comunque nascoste al grande pubblico.

A dispetto di quanto dichiarato da Biden una settimana fa la Corte suprema britannica, sotto pressione della CIA e dell’FBI, ha emesso una sentenza inquietante: ha deciso che Julian Assange può essere estradato negli Stati Uniti, dove potrebbe essere condannato a un massimo di 175 anni di carcere. Stupefacente: condannato per aver fornito al pubblico verità che secondo alcuni avrebbero dovuto restare segrete.

La decisione dei supremi giudici britannici non colpisce solo Julian Assange, la sua famiglia e in generale i suoi affetti,  che temono un crollo psicologico per cui non sopravvivrebbe al carcere. La sentenza colpisce tutti coloro che intendono proteggere la libertà di stampa e il diritto dei cittadini ad essere informati.

La sentenza – dal chiaro sapore politico – ribalta la decisione di gennaio di un tribunale distrettuale secondo cui il fondatore di WikiLeaks non poteva essere estradato a causa del rischio sostanziale che si suicidasse, data la sua salute mentale e le condizioni che avrebbe dovuto affrontare.

Le migliaia di documenti pubblicati da WikiLeaks hanno rivelato orribili abusi da parte degli Stati Uniti e di altri governi che altrimenti non sarebbero venuti alla luce. Un controllo mediatico sui comportamenti delle élite politiche, poco gradito da queste ultime.

Ma la cosa che stupisce e impressiona di più è che mentre si vuole punire con un inesuale accanimento processuale, Julian Assange perché ha portato a conoscenza del pubblico reati gravi come i crimini di guerra, chi ha commesso quei crimini non è neppure sfiorato, non solo dalla giustizia ma neppure dalla pubblica esecrazione. Al di là di ogni altra considerazione, l’assalto contro Julian Assange si può considererare un vero e proprio assalto alla libertà di stampa. E un assalto a tutti i giornalisti seri, liberi e indipendenti.

Perfetto quindi il commento di Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International: “Praticamente nessun responsabile dei presunti crimini di guerra statunitensi commessi nel corso delle guerre in Afghanistan e in Iraq è stato ritenuto responsabile, e tanto meno perseguito. Eppure un giornalista che ha denunciato quei crimini rischia potenzialmente l’ergastolo”.

Massimo A. Alberizzi
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I francesi via dal nord Mali, in arrivo i mercenari russi della Wagner

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
16 dicembre 2021

Il 14 dicembre la bandiera francese è stata ammainata dalla base di Tumbuctù e al suo posto è issata quella maliana. I militari francesi dell’Operazione Barkhane hanno abbandonato anche “La perla del deserto”, dopo Kidal e Tessalit.

Nel nord del Mali, Parigi ha lasciato tutte le sue basi, come preannunciato da Emmanuel Macron, presidente della Francia, il 10 giugno, poi confermato durante il G5 Sahel a luglio dell’anno in corso: “Ci avviciniamo alla fine dell’operazione Barkhane, una missione di sostegno, supporto e cooperazione agli eserciti dei Paesi della regione”, aveva precisato in tale occasione il capo di Stato francese.

Il comandante della base francese di Timbuctù consegna una chiave simbolica al suo omologo maliano

Il generale francese Etienne du Peyroux, capo dell’operazione Barkhane in Mali, ha scambiato una stretta di mano con il nuovo comandante maliano del campo e gli ha consegnato simbolicamente una grande chiave di legno mentre un aereo francese sorvolava il campo a bassa quota.

I primi soldati francesi sono arrivati in Mali nel 2013, con l’operazione operazione SERVAL, autorizzata con la risoluzione ONU 2085 nel dicembre 2012. L’intervento era stato richiesto dal governo maliano ad interim per contrastare i gruppi islamici armati e per sostenere le truppe governative.

Ed è proprio a Tumbuctù che il 2 febbraio 2013, l’allora presidente francese François Holland, ha annunciato l’arrivo dei suoi militari su suolo maliano. E in seguito la liberazione di Timbuktù è stata descritta dal capo di Stato di Parigi con parole di grande entusiasmo:  “Questo è il giorno più bello della mia vita politica”.

Il 1° agosto 2014 è poi subentrata l’Operazione Barkhane con un contingente di 5 mila uomini, presenti non solo in Mali, ma in tutto il Sahel, con base operativa a N’Djamena, la capitale del Ciad.

Ora i militari di Barkhane saranno attivi solamente nella zona delle tre frontiere (Mali, Burkina Faso, Niger), l’area più battuta dai terroristi del Sahel e dove i francesi mantengono ancora tre basi: Gao, Ménaka e Gossi. Il contingente di Parigi, che ora conta oltre 5 mila uomini, entro il 2023 sarà ridotto a 2.500, massimo 3.000 unità.

Se da un lato Opération Barkhane è praticamente terminata, la task force Sabre (forze speciali francesi) continuerà a dare la caccia ai terroristi. Per altro anche il nuovo contingente europeo Takuba, (“spada” in lingua tuareg), missione multinazionale interforze con il mandato ufficiale di addestrare e assistere le forze armate del Mali nella lotta contro i gruppi armati jihadisti attivi nel Sahel è già operativo.

Sotto comando franceseTakuba vede operare congiuntamente i militari di diversi Paesi europei (oltre alla Francia, Belgio, Danimarca, Estonia, Romania, Germania, Grecia, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Spagna, Svezia e Italia), in coordinamento con altri attori internazionali, in particolare US Africom, il comando delle forze armate statunitensi per il continente africano e MINUSMA, la missione delle Nazioni Unite di stabilizzazione del Mali.

Ma è anche la volta di Force G5 Sahel, contingente tutto africano composto da militari di Ciad, Niger, Mali, Mauritania e Burkina Faso, lanciato a Bamako durante un vertice dei 5 Paesi nel luglio 2017, a doversi concentrare nella lotta contro il terrorismo nel Sahel. Un compito arduo, in una vastissima regione desertica, qui completamente abbandonata dai poteri centrali. Infatti, molti osservatori ritengono che una armata interafricana così fatta non sia comunque in grado di affrontare da sola una tale sfida.

Intanto la situazione nel nord del Mali resta più che preoccupante e lontana da essere risolta. Secondo diversi analisti lo Stato centrale non ha i mezzi per investire in quella parte del Paese.

Ciononostante Riccardo Maia, capo a Timbuctù della missione delle Nazioni Unite in Mali (MINUSMA, presente nel Paese con oltre 13 mila uomini), ha precisato che in quell’area il numero di attacchi ai civili è al minimo dal 2015, quando sono stati firmati accordi di pace con i gruppi ribelli del nord. I rifugiati nomadi che erano fuggiti in Mauritania e Algeria ora sono tornati. Le scuole, chiuse sotto la pressione dei jihadisti, hanno potuto riaprire a certe condizioni. “C’è stato uno sviluppo complessivamente positivo”, ha aggiunto il funzionario dell’ONU.

Malgrado l’ottimismo di Maia, ancora oggi nessun occidentale può recarsi nella città se non accompagnato da una scorta. I servizi statali, presenti a Timbuctù e sostenuti dai casco blu, sono in gran parte assenti nelle campagne. La nebulosa jihadista, controlla di fatto gran parte del territorio. “Per casi di furto o altri conflitti, molti residenti preferiscono rivolgersi al cadi (giudice musulmano) piuttosto che al Tribunale”, ha fatto notare Houka Houka Ag Alhousseini, un notabile del luogo, il cui nome compare nella lista delle persone sanzionate dall’ONU (diniego di visto per viaggi e congelamento dei propri bene all’estero), poiché ha svolto il ruolo di giudice durante l’occupazione jihadista.

Le relazioni tra Parigi e Bamako si sono inasprite il 25 settembre in occasione dell’ assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, quando il primo ministro di transizione del Mali, Choguel Maïga, ha accusato la Francia di “abbandonare la sua missione a metà strada”. Queste critiche volevano giustificare il possibile utilizzo del gruppo di sicurezza privata russo Wagner, molto vicino al presidente Vladimir Putin, per compensare la riduzione di Barkhane.

Il 13 dicembre scorso il Consiglio Europeo ha adottato una serie di misure restrittive nei confronti dei contractor. Oltre alla società Wagner sono state sanzionate anche otto persone fisiche di cui tre legate all’agenzia russa e comprendono il divieto di viaggiare nell’UE e il congelamento dei beni in Europa.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Il G5 Sahel a Bamako, lancia un nuovo contingente africano contro i jihadisti

Il G5 Sahel a Bamako, lancia un nuovo contingente africano contro i jihadisti

 

 

Mozambico, centinaia di ragazze schiave vendute dall’ISIS a 1.600 euro

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 15 dicembre 2021

Rapite, diventate schiave del sesso e vendute o restituite dopo il pagamento di un riscatto milionario. È stata questa la sorte imposta dai jihadisti a centinaia di ragazzine mozambicane di Cabo Delgado, nell’estremo nord del Mozambico al confine con la Tanzania.

schiave - donne a Cabo Delgado
Donne e bambine a Cabo Delgado

L’indagine di Human Rights Watch

Un’indagine di Human Rights Watch (HRW), pubblicata il 7 dicembre, svela l’incubo, vissuto tra il 2018 e il 2021, di almeno 600 donne e ragazzine mozambicane. Responsabile di tutto ciò è il gruppo jihadista Al Sunnah wa-Jammà (ASWJ), chiamato dalla popolazione Al-Shabab o “mashababos”.

L’ong per i diritti umani, tra agosto 2019 e ottobre 2021, ha intervistato 37 persone. “Erano ex rapiti, loro parenti, fonti di sicurezza e funzionari governativi e ha monitorato i rapporti dei media sui rapimenti. I mashababos, durante gli attacchi in vari distretti di Cabo Delgado, hanno rapito donne e ragazze. I rapimenti sono avvenuti anche a Mocimboa da Praia, quartier generale jihadista, a marzo, giugno e agosto 2020, e Palma nel marzo 2021.

Le oltre duecento adolescenti sparite

Una funzionaria locale, sotto minaccia delle armi degli islamisti, è stata obbligata a mostrare le case dove c’erano ragazzine tra 12 e 17 anni. È successo a Diaca, cittadina a una sessantina di chilometri a sud-ovest di Mocimboa da Praia. La donna ha contato 203 ragazze. Un testimone ha riferito che le madri delle giovani imploravano di non prendere le figlie offrendosi al loro posto. “Uno dei mashabo ha detto che non volevano donne anziane con bambini e malattie”,  ha raccontato.

Ragazze schiave del sesso o vendute a stranieri per 1.600 euro

Secondo le informazioni raccolte da HRW, Al Sunnah wa-Jammà ha costretto le donne e le ragazze rapite più giovani a sposare i suoi combattenti. Sono le giovani dall’aspetto sano e con la pelle più chiara. Quelle con la pelle scura diventano schiave e vengono abusate sessualmente dai combattenti al ritorno da ogni attacco terroristico.

Altre sono vendute ai jihadisti stranieri a un prezzo compreso tra 530 e 1.600 euro. Per le donne e le ragazze rapite di origine indiana o pakistana viene chiesto un riscatto alle famiglie.

Le due ragazzine rilasciate per 13 mila euro

Le due figlie adolescenti di Fatimah sono tra quelle rapite di origine straniera. “Il padre delle ragazze ha ricevuto una telefonata da qualcuno che sosteneva di essere un leader di Al-Shabab. Ha chiesto un riscatto di 1 milione di meticais (13.300 euro) per rilasciare le sue due figlie”, si legge nell’indagine di HRW. Dopo aver pagato il riscatto, le ragazze sono state rilasciate e la famiglia è fuggita a Dar es Salaam, Tanzania. Fatimah a raccontato: “Le mie figlie sono profondamente traumatizzate. La più giovane non parla con gli uomini, nemmeno con suo padre. Ha incubi di notte e si rifiuta di andare a scuola”.

militari ruandesi
Militari ruandesi in Mozambico

La guerra si è spostata da Cabo Delgado al Niassa

“Negli ultimi quattro anni, ASWJ ha commesso più di mille attacchi contro obiettivi militari, governativi e contro la popolazione civile – sostiene il rapporto -. I distretti di Cabo Delgado Macomia, Mocimboa da Praia, Muidumbe, Nangade, Palma e Quissanga sono quelli assaltati dai jihadisti”.

Il gruppo Al Sunna wa-Jammà, era operativo a Cabo Delgado dall’ottobre 2017, nell’aprile 2018 ha giurato fedeltà allo Stato Islamico. Nell’agosto 2019 l’ISIS, attraverso la Provincia dell’Africa centrale dello Stato islamico (ISCAP), in Congo-K, l’ha riconosciuto come affiliato.

Sino ad oggi la guerra a Cabo Delgado ha causato oltre 3.100 morti e oltre 830 mila sfollati. La missione dei Paesi SADC e dei militari ruandesi – in totale circa 4.000 soldati – ha interrotto le violenze jihadiste. Ora gli attacchi degli insorti si sono spostati a ovest di Cabo Delgado, nella provincia del Niassa. Le forze militari mozambicane, ruandesi e della SADC hanno salvato alcune donne rapite, ma la maggior parte rimangono disperse.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

 

Mozambico, dopo Cabo Delgado la guerra contro jihadisti arriva in Niassa

 

Massacri e carneficine: così l’ISIS si espande in Africa Centrale e Mozambico

Ecco chi sono e cosa fanno i capi dei tagliagole nel nord Mozambico

Un gruppo di giornalisti investigativi svela i nomi dei capi jihadisti in Mozambico

Ancora un attacco jihadista in Mozambico: dodici morti, due bambini bruciati vivi

Ennesimo attacco jihadista in Mozambico pericolosamente vicino all’ENI: 11 morti

Mozambico, jihadisti occupano porto di Mocimboa vicino a giacimenti di gas

Mozambico, spasmodica attesa di marines sudafricani per liberare Palma dai jihadisti

 

 

Inquisita società svedese per complicità nei massacri in Sudan durante la guerra

Speciale per Africa ExPress
Luciano Bertozzi
14 dicembre 2021

Ian H. Lundin, presidente della società petrolifera svedese Lundin Energy e Alex Schneiter, direttore e consigliere di amministrazione della medesima società, sono stati incriminati a Stoccolma per favoreggiamento in crimini di guerra commessi nel periodo 1997- 2003 nella parte meridionale del Sudan, oggi Sud Sudan. Le accuse sono gravissime: complicità in attacchi intenzionali contro i civili, uso della fame come arma di guerra, stupri, torture e uso di bambini soldato, crimini commessi dall’esercito sudanese e dalle milizie alleate.

Ian Lundin, presidente della società petrolifera svedese Lundin Energy

I magistrati svedesi hanno richiesto alla società anche la confisca di 1,4 miliardi di corone svedesi (162 milioni di dollari), in quanto profitti derivanti dalla vendita dell’attività nel Paese africano, avvenuta nel 2003.

Ian H. Lundin, in seguito alla denuncia, ha scelto, secondo quanto comunicato della società, di non ricandidarsi come presidente del consiglio di amministrazione all’assemblea generale annuale della società nel 2022.Tutti entrambi hanno respinto fermamente le accuse e nel giudizio hanno ricevuto il pieno sostegno del Consiglio di amministrazione. Resteranno comunque nell’organo di gestione, ma non in posizione di comando.

“Fu il governo sudanese diretto allora da Omar al-Bashir – afferma Amnesty International in una nota – a rendersi responsabile di questi crimini efferati, ma l’indagine della Procura svedese vuole chiarire se quei crimini furono la conseguenza dell’accordo sottoscritto nel 1997 dalla Lundin Oil AB col regime africano. Se, in altre parole, vennero commessi per consentire all’azienda di operare nel territorio individuato per le sue attività. Almeno 12 mila persone morirono nelle ostilità per il possesso dell’area petrolifera data in concessione alla Lundin ed altre 200.000 furono costrette a lasciare la loro terra.”

L’indagine della magistratura svedese, fu avviata nel 2010, a seguito del rapporto Unpaid Debt, redatto dalla ONG olandese Pax for Peace per la Coalizione Europea sul Petrolio in Sudan (ECOS), che ha svolto una lunga campagna affinché fosse aperta l’inchiesta, sulla presenza di Lundin nel Sudan.

Il rapporto ECOS, UNPAID DEBT: The Legacy of Lundin, Petronas and OMV in Sudan, 1997-2003, afferma che l’inizio dell’esplorazione petrolifera nel Blocco 5A nel Sudan meridionale aveva innescato una spirale di violenza mentre il governo sudanese e le forze a loro fedeli avevano deciso di proteggere quei giacimenti petroliferi e di prenderne il possesso.

“E’ una grande vittoria per la giustizia e un risultato storico… è la prima volta da Norimberga che una società quotata in borsa viene chiamata a rispondere in tribunale per crimini di guerra”, ha dichiarato il portavoce di Pax for Paece, Egbert Wesselink.

Piattaforma offshore della società petrolifera svedese Lundin

“Il procedimento legale – afferma sempre Pax for Peace – darà alle vittime l’accesso alla giustizia e, si spera, l’opportunità di chiedere un risarcimento. Sarebbe anche la prima volta che qualcuno è ritenuto responsabile per presunti contributi a uno degli indicibili orrori delle guerre civili del Sudan. E infine, è un’occasione molto rara che una società multimiliardaria venga accusata di complicità in crimini internazionali. I precedenti legali che creerà potranno avere un significato globale.

“Il processo rappresenta, infatti, un caso esemplare nel diritto penale internazionale – continua il commento dell’organizzazione -. I giudici svedesi hanno giurisdizione universale per alcuni crimini internazionali, ma ovviamente non è semplice processare la Società, una delle più importanti imprese del Paese scandinavo, con interessi anche in numerosi altri settori economici, per chiedere conto del suo eventuale ruolo svolto nelle violazioni dei diritti umani”.

Il logo della Società svedese Lundin

“È comunque importante che questi gravi crimini non vengano dimenticati”, ha commentato il pubblico ministero svedese che ha diretto l’inchiesta, Henrik Attorps. “Un grande numero di civili è stato vittima dei crimini commessi dal regime sudanese di Al-Bashir, ai quali crediamo abbiano partecipato i sospettati. Molti dei sopravvissuti sono stati costretti a fuggire dalle loro case per non tornare mai più e ancora non sanno cosa sia successo ai loro parenti e amici, da cui sono stati separati”.

Il procedimento interesserà le numerosissime di vittime del conflitto che hanno diritto a vedersi riconosciuti i torti subiti e ad un indennizzo per ricostruirsi un futuro, dopo aver vissuto gli orrori della guerra per il petrolio. Tuttavia dal processo i superstiti  potranno trarre unicamente una soddisfazione morale. Il tribunale svedese può imporre agli indagati di ricompensare i testimoni, ma non può obbligare la società a risarcire le decine di migliaia di danneggiati.

Sull’argomento, il Consiglio delle Chiese del Sud Sudan. ha espresso pubblicamente il proprio sostegno a quanti, da tanti anni, chiedono che sia fatta piena giustizia.

Nei giorni scorsi, nonostante i problemi giudiziari, la società ha annunciato che è stata inclusa per la prima volta nell’indice S&P Global Dow Jones Sustainability Europe (DJSI che comprende i leader nell’Environmental, Social and Governance, cioè i tre fattori centrali nella misurazione della sostenibilità di un investimento) e si è classificata come una delle prime tre società in Europa nel suo settore, per il piano di decarbonizzazione.

Luciano Bertozzi
luciano.bertozzi@tiscali.it

Sudafrica: il presidente Ramaphosa positivo al Covid 19 ma presenta sintomi leggeri

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
13 dicembre 2021

In appena 24 ore in Sudafrica sono stati registrati 13.992 casi di covid. Tra gli infetti c’è anche il presidente, Cyril Ramaphosa, risultato positivo al virus, malgrado tre dosi di vaccino

Il capo di Stato presenta lievi sintomi, è in quarantena a Città del Capo e viene seguito dal una équipe del servizio sanitario militare. Ramaphosa ha avvertito i primi disturbi domenica scorsa dopo aver partecipato a una cerimonia commemorativa per Frederik Willem de Klerk, ultimo presidente dell’era apartheid, morto lo scorso 11 novembre.

Cyril Ramaphosa, presidente del Sudafrica

Ora le sorti del Paese sono in mano al vice presidente, David Mabuza, per una settimana. Il gabinetto del leader sudafricano non ha precisato il tipo di positività, dunque non si sa se Ramaphosa abbia contratto la nuova variante omicron o meno. Il suo ufficio ha sottolineato che la scorsa settimana lui e il suo staff sono stati sottoposti a diversi test perché hanno viaggiato in quattro Paesi africani.

Alcuni membri della delegazione presidenziale sono risultati positivi in Nigeria e sono ritornati immediatamente in Sudafrica. Durante il resto del viaggio tutti test effettuati al presidente e ai suoi accompagnatori sono stati negativi. La delegazione è rientrata a Johannesburg l’8 dicembre scorso.

Dalla residenza dove sta passando il periodo di quarantena Ramaphosa ha lanciato un appello a tutti sudafricani: “La mia infezione è servita a tutti i cittadini come monito sull’importanza di vaccinarsi e di rimanere vigili contro qualsiasi esposizione al virus”.

La quarta ondata corre e la Gran Bretagna ha annunciato la morte del primo paziente positivo alla variante omicron.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Coronavirus: Mauritius rispedisce al mittente 40 turisti italiani

 

 

Trovati cadaveri mutilati in Liberia: l’ONU sospetta sacrifici umani e omicidi rituali

Africa ExPress
12 dicembre 2021

Da mesi si parla di morti sospette in Liberia. Già a settembre il direttore della Commissione Nazionale per i Diritti Umani (INCHR), Dempster Brown, ha denunciato la misteriosa scomparsa di diverse persone, per lo più donne e bambini, e non esclude che possano essere state vittime di omicidi rituali.

Liberia: morti sospette e sparizioni

A ottobre centinaia di donne sono scese nelle strade di Monrovia, la capitale della Liberia, per protestare contro un’ondata di presunti omicidi rituali, denunciati da mesi sui social network, alcune salme sarebbero ritrovate con parti del corpo mancanti. Si suppone che siano stati utilizzati per scopi occulti.

La polizia naturalmente nega sparizioni e omicidi, affermando che si tratta di dicerie senza fondamenta. E a ottobre ha arrestato un politico del partito all’opposizione, Alternative National Congress, con l’accusa di aver messo in giro queste strane voci per screditare il governo.

Durante le guerra civili, che hanno insanguinato il Paese dal 1989 al 2003, omicidi a scopo rituale erano all’ordine del giorno.

Sta di fatto che ora l’Organizzazione delle  Nazioni Unite vuole vederci chiaro, il relatore indipendente del Palazzo di Vetro, esperto in esecuzioni extragiudiziali, sommarie e arbitrarie, Morris Tidball-Binz, venerdì scorso ha chiesto al governo liberiano di indagare su questa oscura faccenda.

Tidball-Binz stima che quest’anno siano morte almeno 10 persone in circostanze misteriose e non esclude che alcune siano state ammazzate a scopo rituale. Secondo credenze locali, lo smembramento del corpo della vittima porta enormi benefici al suo carnefice.

La storia della Liberia rappresenta un caso unico nel panorama africano. Lo Stato nacque infatti per iniziativa di un gruppo di schiavi affrancati che tornarono in Africa dagli Stati Uniti d’America, finanziati nel loro avventuroso viaggio da un gruppo di aziende private. La capitale del Paese si chiama per questo motivo Monrovia, in onore del presidente James Monroe, che liberò moltissimi schiavi.  Anche la bandiera con una stella e a strisce bianche e rosse rievoca quella americana.

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Sacrifici umani: il racconto terrificante e orribile del marito di una vittima

in Liberia stupri emergenza nazionale, ma in realtà pochi fanno qualcosa

Travolto dal terrorismo senza tregua il governo del Burkina Faso si dimette

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
11 dicembre 2021

Ieri sera il capo di Stato del Burkina Faso, Roch Marc Christian Kaboré ha nominato il nuovo premier. Lassina Zerbo, geofisico e segretario esecutivo della Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty Organization dal 2013. Uomo poco conosciuto nel suo Paese, molto di più a livello internazionale per il suo impegno nel disarmo nucleare. Ora Zerbo dovrà affrontare una sfida non semplice: la lotta contro i terroristi, una piaga che il governo precedente non è riuscito a contrastare.

Lassina Zerbo, nuovo primo ministro del Burkina Faso

Mercoledì scorso il primo ministro del Burkina Faso, Christophe Marie Joseph Dabiré ha rassegnato le proprie dimissioni, accettate senza battere ciglio dal presidente Kaboré. Secondo la Costituzione del Paese, la rinuncia alla poltrona di Dabiré ,comporta lo scioglimento di tutto il governo.

Dabiré, è stato in carica dal 2019, riconfermato all’inizio di quest’anno dopo la rielezione di Kaboré e molto contestato dopo il sanguinoso attacco terrorista del 14 novembre scorso. L’aggressione è avvenuta a Inata, nella provincia di Soum, nella zona delle frontiere (Burkina Faso, Mali, Niger) contro la gendarmeria burkinabé. I jihadisti hanno fatto una vera e propria carneficina. Fonti del governo hanno confermato la morte di 57 persone, tra questi 52 gendarmi.

Due settimane prima del massacro, i gendarmi di Inata avevano avvertito il quartier generale della loro situazione precaria, della mancanza di cibo, costretti al bracconaggio per nutrirsi.

L’attacco di Inata è stato perpetrato da miliziani affiliati al Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani, raggruppamento terrorista composto dall’unione di cinque sigle, fondato nel 2017 e guidato da Iyad Ag Ghali, vecchia figura indipendentista tuareg, nato come contrabbandiere di sigarette e di cocaina, fondatore e capo del gruppo Ansar Dine, che in italiano vuol dire più o meno “Ausiliari della religione” (islamica).

L’ex primo ministro del Burkina Faso,Christophe Marie Joseph Dabiré, che si è dimesso

L’ira della popolazione contro l’incessante insicurezza si è scatenata contro un convoglio di militari francesi dell’Operazione Barkhane, composto da un centinaio di automezzi  proveniente dalla Costa d’Avorio e diretto in Mali, via Burkina Faso e Niger. I militari e i loro mezzi sono stati bloccati per giorni a Kaya, regione Centro-Nord del Burkina Faso, i manifestanti, per lo più giovani, hanno protestato contro la presenza dei soldati di Parigi nel Sahel.

Una volta ripartiti, dopo l’intervento del ministro degli esteri di Ouagadougou, Alpha Barry, lo stesso convoglio, scorato da gendarmi, è stato bloccato nuovamente in Niger, nella regione di Tillaberi. Scontri con i manifestanti hanno causato la morte di due persone e il ferimento di altre 18. Il ministro degli Interni nigerino ha aperto un’inchiesta per determinare le cause della tragedia.

Dopo l’ultimo grave attentato in Burkina Faso, migliaia di persone sono scese nelle strade e nelle piazze di Ouagadougou per protestare contro l’insicurezza e la conseguente grave crisi umanitaria che dal 2015 travolge il nord e l’est della ex colonia francese. Gruppi armati jihadisti, affiliati a al-Qaeda o all’organizzazione dello stato islamico, che prendono di mira civili e soldati, sono sempre più frequenti.

Durante le proteste a Ouagadougou di fine novembre, i manifestanti hanno denunciato l’incapacità del governo di contrastare i continui attacchi terroristi; organizzazioni della società civile hanno chiesto le dimissioni immediate del capo dello Stato. Come spesso accade, per disperdere i manifestanti, le forze dell’ordine hanno fatto eccesivo uso della forza, ferendo una ventina di persone, tra loro un ragazzino di 10 anni e due giornalisti.

Manifestazione a Ouagadougou, Burkina Faso

Visto il crescente malcontento della  popolazione, a fine novembre Kaboré ha espresso la necessità di formare una squadra governativa più ristretta e coesa e di voler lanciare “operazione mani pulite” volta a occuparsi di tutti i dossier di corruzione ancora pendenti.

E proprio ieri i governi di Niger e Burkina Faso hanno annunciato trionfalmente di aver ucciso almeno 100 terroristi tra il 25 novembre e il 9 dicembre, grazie a un’operazione congiunta nella zona frontaliera tra i due Paesi.

In un comunicato dei portavoce di Stato maggiore di entrambe le nazioni, è stato spiegato che durante l’operazione sono morti 4 militari burkinabè e 13 militari dei due Paesi sono stati feriti. Le due forze armate hanno dispiegato diverse unità terrestri, oltre a mezzi aerei di sorveglianza e di combattimento in appoggio alle truppe.

Cornelia I. Toelgyes
corneliact@hotmail.it
@cotoelgyes
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Il G5 Sahel a Bamako, lancia un nuovo contingente africano contro i jihadisti

Il G5 Sahel a Bamako, lancia un nuovo contingente africano contro i jihadisti

 

 

 

 

Per vendere armi Draghi rinuncia alla sovranità sui militari del Qatar in Italia

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
Dicembre 2021

L’Emiro del Qatar pretende la piena giurisdizione sul personale militare qatarino che si forma e addestra in Italia e il governo Draghi dice Okay pur di consolidare i legami di affari delle grandi industrie belliche nazionali. Vendere armi è prioritario, difendere i diritti umani secondario.

Su proposta del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e del collega alla difesa Lorenzo Guerini, il 5 ottobre 2020 il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge di ratifica dello Scambio di Note tra il Governo della Repubblica italiana e l’Emirato del Qatar che emenda l’Accordo di cooperazione militare tra i due paesi sottoscritto undici anni fa a Doha.

Il provvedimento è adesso al vaglio del Senato dopo che il 30 giugno 2021 si è concluso l’esame in Commissione Affari esteri della Camera dei deputati  (relatore è stato l’on. Gennaro Migliore, già Prc, poi Pd e adesso Italia Viva con Matteo Renzi).

Indisponibilità dell’emirato

“L’Accordo con il governo del Qatar sulla cooperazione nel settore della difesa è privo di una clausola sulla giurisdizione relativamente al personale in visita nei rispettivi territori esteri”, scrive l’esecutivo di Mario Draghi nella Relazione tecnica allegata al disegno di legge. “In considerazione dell’indisponibilità più volte manifestata dalla controparte a concedere una seppur parziale cessione di sovranità in ordine alla propria giurisdizione e considerato che con le autorità qatarine sono in fase di consolidamento e di avvio diverse iniziative nel campo del procurement, della formazione e dell’addestramento, con la possibilità di invio di personale nazionale in Qatar, si è ritenuta opportuna la firma di uno scambio di Note verbali emendativo contenente l’inserimento di una clausola sulla giurisdizione”.

Nello specifico, il 22 ottobre 2019 nel corso di un meeting intergovernativo, Italia e Qatar hanno deciso di introdurre nell’Accordo militare l’articolo 6a che pur riconoscendo la “giurisdizione dello Stato di soggiorno nei confronti del personale ospitato per i reati commessi nel proprio territorio e puniti secondo la propria legge”, consente allo Stato di origine di “conservare la giurisdizione in via prioritaria sul proprio personale militare e civile per i reati commessi contro la sua sicurezza o il suo patrimonio e per quelli commessi durante o in relazione al servizio”.

Nel caso di esercizio della giurisdizione da parte dello Stato ricevente, si prevede che la relativa sentenza sia eseguita a cura della parte inviante “in conformità all’ordinamento di quest’ultima e nei limiti da esso previsti, determinando, in questo modo, il diritto del personale militare e civile, eventualmente condannato nel territorio della Parte richiedente, a scontare la pena nel territorio della parte inviante”.

Informazioni classificate

Con lo Scambio di Note, il Governo della Repubblica italiana e dell’Emirato del Qatar hanno pure concordato di adeguare le previsioni relative alla reciproca protezione delle informazioni classificate, cioè quelle sottoposte a segretezza (di livello top secretsecretconfidential e restricted) e scambiate ai sensi dell’Accordo del 2010, “al regime previsto e concordato con la competente Autorità nazionale per la sicurezza, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza della Presidenza del Consiglio dei ministri”.

Un terzo emendamento è previsto per l’articolo 11 dell’Accordo di cooperazione militare Italia-Qatar: viene introdotto un sistema di rinnovo automatico quinquennale che de facto ne estende la durata a tempo indeterminato.

L’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani

“Tale documento negoziale costituisce un preciso impegno politico assunto dal Governo italiano con il Governo del Qatar in materia di cooperazione nel settore della difesa e della sicurezza, in un quadro di salvaguardia dei reciproci interessi al miglioramento delle capacità militari nel campo addestrativo, tecnologico e industriale”, spiega ancora il governo Draghi.

“Attribuendo allo Stato inviante il diritto di giurisdizione in via prioritaria sul proprio personale per alcuni tipi di reati eventualmente commessi nel territorio dello Stato ospitante, nonché riconoscendo ai membri delle Forze armate e ai civili di entrambe le Parti, eventualmente condannati da un tribunale dello Stato ospitante, il diritto di scontare la loro pena nell’ambito del sistema penale dello Stato inviante, l’intervento normativo in esame integra l’ordinamento penale vigente”.

Condanne nel Paese d’origine

Roma e Doha hanno stabilito l’iter per consentire che le condanne del personale militare vengano eseguite nel paese d’origine. “A tal fine, l’autorità competente della Parte ricevente, nel termine di dieci giorni dalla definitività della sentenza, ne trasmetterà una copia autenticata alla parte inviante”, è riportato nel testo dell’art. 6a.

“L’autorità competente della parte ricevente provvederà subito dopo aver avuta notizia a curare il trasferimento della persona condannata nel territorio della Parte inviante. Quest’ultima darà corso all’esecuzione della sentenza, rispettando la natura e la durata della pena stabilita in quest’ultima (…) Tuttavia, se la natura o la durata della sanzione sono incompatibili con la legge della Parte inviante e se la sua legge lo esige, questa Parte può, a mezzo di una decisione giudiziaria, adattare la sanzione alla pena o alla durata previste dalla propria legge interna per lo stesso tipo di reato. La natura e la durata di tale pena devono corrispondere, per quanto possibile, a quelle inflitte con la condanna da eseguirsi e non possono essere più gravi di quelle inflitte nella medesima condanna, né eccedere il massimo previsto dalla legge della parte inviante”.

Il nuovo accordo tra il governo italiano e l’emirato del Qatar assicura la necessaria e completa protezione dei diritti umani, sia in sede processuale che di detenzione, al personale straniero che incorre in un procedimento penale (e in una condanna) nel corso della propria missione militare all’estero? Ma soprattutto sono sufficienti le garanzie previste dagli emendamenti per non subire trattamenti crudeli, inumani o degradanti? Più di un dubbio resta in verità nel leggere attentamente il testo dell’emendamento (può adattareper quanto possibile, ecc.).

Fucilazione o impiccagione

Ma nel fraterno partner diplomatico-militare dell’Italia è prevista pure la pena capitale che di solito è eseguita tramite fucilazione o impiccagione. Secondo Amnesty International, tra il 2013 e il 2016 in Qatar sono state emesse 25 condanne a morte e alla fine dell’anno erano almeno una decina le persone detenute nel braccio della morte.

Dopo quasi 15 anni consecutivi senza esecuzioni, nel maggio 2019 le autorità dell’emirato hanno eseguito una condanna a morte nei confronti di un lavoratore immigrato di origini nepalesi, accusato di avere assassinato un cittadino qatarino nel 2017. La fucilazione è stata eseguita dopo che la famiglia della vittima aveva rifiutato il risarcimento monetario in cambio della commutazione della pena capitale.

Qatar: esercitazione NASR 2021

“In Qatar sono reati capitali l’omicidio, il traffico di droga, i crimini contro lo stato e lo spionaggio o altre minacce contro la sicurezza nazionale; in base al codice penale, l’abuso sessuale è punito con 15 anni di carcere, ma se la vittima è un parente è prevista la pena di morte”, ricorda Nessuno tocchi Caino, la lega internazionale di cittadini e di parlamentari per l’abolizione della pena di morte nel mondo, promossa dal Partito Radicale Nonviolento Transnazionale. “Parallelamente ai codici civile e penale, in Qatar vige la Sharia, anche se si applica solo ai musulmani. Il reato di Zina rende punibile con la morte qualsiasi atto sessuale di una persona sposata al di fuori del matrimonio, mentre gli atti sessuali da parte di persone non sposate sono punibili con la fustigazione”.

Fustigazioni in piazza

Nell’emirato la propaganda pro-conversione dall’Islam è considerata apostasia ed anche questa è punita con la pena capitale, anche se non risultano esserci state esecuzioni negli ultimi 50 anni. “Nel febbraio 2004, il Qatar ha approvato la sua prima legge contro il terrorismo che prevede la pena di morte o l’ergastolo per chiunque crei, organizzi o diriga un gruppo o un’organizzazione allo scopo di commettere un’azione terroristica”, aggiunge Nessuno tocchi Caino.

Tra le pene più disumane e degradanti, in Qatar si annoverano le fustigazioni in piazza, previste per coloro che hanno fatto consumo di alcol o a seguito di rapporti sessuali “illeciti”. Secondo l’ultimo report annuale dell’Ufficio per la Democrazia e i Diritti umani del Dipartimento di Stato USA, nel corso del 2019 sono state eseguite nell’emirato 375 sentenze con fustigazione.

Altro che rinuncia alla giurisdizione. Il governo Draghi e i parlamentari dovrebbero solo vergognarsi ad annoverare tra i propri amici – e le industrie d’armi, tra i propri clienti – sua eccellenza Tamim bin Hamad Al Thani & company.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
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*Nel video la visita del presidente Sergio Mattarella in Qatar, nel gennaio 2020, pochi mesi prima della liberazione della volontaria italiana Silvia Romano, rapita in Kenya, detenuta in Somalia dove è stata liberata l’8 maggio di quell’anno grazie ai buoni uffici dell’emiro Tamim bin Hamad Al Thani, che giocò un ruolo centrale in quella oscura e misteriosa vicenda.