23.9 C
Nairobi
venerdì, Aprile 3, 2026

Guerra in Congo-K: in palio il controllo di minerali strategici

Africa ExPress 2 aprile 2026 I primi di dicembre...

Trump nel pantano iraniano: l’economia alle corde e le pressioni sugli USA

Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli 1° aprile 2026 In...

Guerra dell’oro in Sud Sudan: trucidati 70 civili in una miniera

Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes 31 marzo...
Home Blog Page 170

Nonostante sia meno grave la variante omicron mette in ginocchio il Sudafrica

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
10 dicembre 2021.

Durante una conferenza stampa, tenutasi a New York una settimana fa, il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha manifestato disappunto per la chiusura delle frontiere, misura precauzionale messa in atto da molti governi per arginare la trasmissione di omicron, la nuova variante del temibile virus. “L’unico modo per ridurre il rischio di trasmissione pur consentendo i viaggi sono ripetuti test sui viaggiatori, insieme ad altre misure appropriate e veramente efficaci”

Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU

.
Secondo Guterres, le nuove restrizioni messe in atto da molti governi per arginare la nuova variante omicron sono inefficaci, oltre a essere ingiuste e punitive.

Anche il presidente della Commissione dell’Unione Africana, Moussa Faki Mahamat, ritiene che le restrizioni dei viaggi siano assolutamente ingiustificate.

Guterres è d’accordo con gli scienziati, bisogna insistere sulle vaccinazioni. Tutti devono avere la possibilità di immunizzarsi. Il virus si evolve rapidamente proprio perchè a livello mondiale la percentuale delle persone vaccinate è ancora bassa, tutti devono avere accesso alla prevenzione contro il covid. Un monito del capo dell’ONU, espresso già più volte in passato.

Omicron si è manifestato a novembre in Sudafrica, nella provincia di Gauten, dove si trovano la capitale amministrativa Pretoria e quella economica, Johannesburg.

Mercoledì scorso sono stati registrati ben 20 mila nuovi casi di covid-19 in Sudafrica e, in base al rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dalla scorsa settimana i contagi sono più che raddoppiati.

Tra il 14 novembre e l’8 dicembre sono stati ricoverati 1.633 pazienti affetti da coronavirus negli ospedali dell’area metropolitana di Pretoria, dove è stato segnalato il primo caso di omicron. Il 31 per cento dei malati sono in terapia intensiva, mentre durante la prima ondata di covid sono stati più del doppio, 67 per cento, mentre all’inizio della seconda il 66. Le morti accertate dall’inizio della scoperta della nuova variante sono “solamente “ 22.

Nell’ultimo rapporto pubblicato da National Institute for Communicable Diseases (NICD) non è stato ancora precisato se i pazienti in gravi condizioni siano stati vaccinati o meno.

Aeroporto di Cape Town, vuoto

Dai primi accertamenti sembra che omicron sia più trasmissibile delle precedenti varianti, con sintomi  meno gravi e dunque i livelli di ospedalizzazione sono inferiori, soprattutto nei pazienti vaccinati. Gli scienziati di NICD hanno sottolineato che lo studio sulla nuova variante sta andando avanti, ma necessita ancora di peer-review (nell’ambito scientifico, è la procedura di valutazione e di selezione degli articoli o dei progetti di ricerca effettuati da specialisti del settore per verificarne l’idoneità alla pubblicazione) e i casi più gravi potrebbero presentarsi solo nel pieno della quarta ondata.

Le nuove ripercussioni economiche sono devastanti per il Sudafrica. Ora il presidente, Cyril Ramaphosa è ancora indeciso se introdurre un nuovo look-down ridotto, eventuali provvedimenti saranno presi dopo la prossima riunione con il comitato scientifico sudafricano. E qualche giorno fa il capo di Stato ha lanciato un nuovo appello alla popolazione: “Il Sudafrica ha ora forniture sufficienti di vaccini, la vaccinazione è essenziale per la nostra ripresa economica”.

Gran parte dei Paesi del continente africano sono a corto di vaccini; solamente il 7,5 percento della popolazione ha completato il piano vaccinale. Ma in Nigeria sono state perse quasi un milione di dosi e, secondo una fonte interpellata da Reuters, sarebbero arrivate a quattro-sei settimane dalla scadenza e non sarebbe stato possibile procedere tempestivamente alle somministrazioni, nonostante gli sforzi delle autorità sanitarie nigeriane.

Eppure nello Stato più popoloso del continente, solamente al 4 per cento degli adulti sono stati sottoposti a  un ciclo vaccinale completo.

Vaccinazioni in Africa

Il gigante dell’Africa ha ricevuto quasi un milione dosi di AstraZeneca, provenienti dall’Europa e fornite tramite COVAX (ente creato e guidata dalla  Global Alliance for Vaccines and Immunization (GAVI), l’OMS, la Coalition for Epidemic Preparedness Innovation  (CEPI), il programma fa parte del progetto Access to COVID-19 Tools Accelerator, iniziativa avviata nell’aprile 2020 dall’OMS, dalla Commissione europea e dal governo francese in risposta alla pandemia).

A livello mondiale rappresenta la più grande partita andata persa. La breve durata di conservazione dei vaccini donati non aiuta le nazioni africane, che spesso hanno un sistema sanitario fragile e vulnerabile. Il personale sanitario è insufficiente, altrettanto i mezzi per conservare i vaccini – frigoriferi e generatori, in quanto manca spesso la corrente elettrica –  e non va assolutamente sottovalutato il problema del trasporto nelle zone remote e difficilmente accessibili.

Il mese scorso, alcuni Paesi, tra questi Sud Sudan e Repubblica Democratica del Congo (entrambi a corto di vaccini) hanno dovuto rimandare al mittente migliaia di dosi, perché non sono riusciti a distribuirli in tempo. E tutto ciò non aiuta a debellare il virus, anzi aumenta le disuguaglianze, l’apartheid dei vaccini.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Coronavirus: Mauritius rispedisce al mittente 40 turisti italiani

 

 

USA, Anas cronista ghanese sotto copertura premiato “Giornalista straniero dell’anno”

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress e Senza Bavaglio
Sandro Pintus
Firenze, 10 dicembre 2021

“Un giornalista coraggioso che ha rischiato la sua vita per scoprire la verità” è l’elogio di Barack Obama durante la visita in Ghana nel 2009. Anas Aremeyaw Anas, giornalista investigativo ghanese rischia la vita quotidianamente per questa ragione lavora sotto copertura. Nessuno conosce il suo volto e quando si presenta in pubblico il suo viso è coperto da una cortina di perline colorate africane.

Anas l'annuncio della premiazionepremiazione
L’annuncio della premiazione spedito dalla NABJ al giornalista investigativo sotto copertura Anas Aremeyaw Anas

L’ ”Onoreficenza speciale” dagli USA

Giornalista pluripremiato (oltre 50 riconoscimenti in Africa e all’estero), l’ultimo alla sua carriera di giornalista investigativo è quello del 4 dicembre scorso. La National Association of Black Journalists (NABJ), Associazione USA dei giornalisti neri, lo ha insignito dell’ onorificenza speciale: “Miglior giornalista straniero dell’anno 2021”.

Il prestigioso premio è stato istituito in memoria di Percy Qoboza, famoso giornalista sudafricano anti-apartheid morto nel 1988. Il premio consegnato ad Anas Aremeyaw Anas è una ”Onorificenza” tra le più ambite. “Loda i risultati innovativi dei giornalisti neri e di coloro che sostengono la comunità nera nei media” – si legge nel sito NABJ .

Il giornalista che svela la corruzione

Anas, in Africa è considerato un eroe perché rende pubbliche le truffe dei potenti e li manda in prigione. Investiga in Ghana, suo paese di origine, ma anche altri Paesi dell’Africa sub-sahariana. Tra questi: Uganda, Sudafrica, Tanzania, Zimbabwe e Nigeria. La sua specializzazione è la produzione di video-documentari di denuncia contro le ingiustizie e contro la corruzione ma anche il mancato rispetto dei diritti umani.

Anas Aremeyaw Anas a Londra nel 2019
Anas Aremeyaw Anas alla conferenza “Defend media freedom” a Londra nel 2019

Oltre quaranta reportage d’inchiesta sotto copertura

Solo oltre la quarantina i suoi reportage realizzati anche con BBC e Al Jazeera. Tra i suoi documentari più famosi “Ghana in the Eyes of God” (Il Ghana agli occhi di Dio) del 2015. L’indagine di Anas sul sistema giudiziario del Ghana ha portato al licenziamento di 33 giudici e 19 cancellieri e interpreti.

Number 12 – Quando malaffare e avidità diventano norma è invece un documentario sulla corruzione nel calcio in Ghana e in alcuni Stati vicini. Il team di reporter di Anas ha incastrato vari pezzi da novanta del calcio africano. Sono stati colti sul fatto mentre intascavano mazzette milionarie per truccare le partite. Ha fatto saltare il piatto coinvolgendo perfino il presidente della repubblica .

In un’intervista rilasciata ad Africa ExPress gli abbiamo chiesto perché lavora sotto copertura. Ecco la sua risposta: “Per la semplice ragione che lavorare sotto copertura produce risultati. Si producono prove. Il vero nucleo del giornalismo è la prova. Se non hai prove non hai il caso. Sei suscettibile non solo di cause legali, ma a ritrattazioni, scuse e risse giudiziarie”. Un giornalismo che fa scuola.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Lotta alla corruzione: parla Anas, reporter ghanese elogiato da Barack Obama

Ghana, il giornalismo sotto copertura: “Anas sta guardando. Fai la cosa giusta”

Anas, il giornalista ghanese sotto copertura che manda in galera i corrotti africani

Ghana, il calcio e una indimenticabile lezione su come si combatte la corruzione

Assoluzioni in cambio di bustarelle, i video di un giornalista inchiodano 34 giudici in Ghana

Piovono i milioni per addestrare e armare la guardia costiera libica contro i migranti

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
8 dicembre 2021

Ma quanto ci costano le scorribande della Guardia costiera libica per deportare nei lager della Tripolitania i migranti illegalmente fermati in mare? Milioni, svariati milioni all’anno, solo per motori, pezzi di ricambio e la manutenzione delle unità veloci che i governi italiani dell’ultimo ventennio  hanno donato alla Marina militare della Libia.

Guardia costiera libica

Qualche settimana fa sul sito web della Guardia di Finanza è stato pubblicato un bando per individuare l’azienda che possa fornire “5 motori MAN potenza 478kw/650Cv e relativi ricambi necessari (20 kit di manutenzione 500 ore di moto; 5 fusti da 20 litri cadauno di liquido antigelo; 8 kit riparazione pompa acqua mare; 6 cinghie dentate)”. Destinatarie della commessa le unità navali classe P. 100 in dotazione al General Administration for Coastal Security (GACS), l’ente dipendente del Ministero dell’Interno libico, cui è affidato il controllo delle acque territoriali e della zona SAR (Search and Rescue), l’area marittima individuata a fine 2018 per le più che controverse ricerche e soccorso in mare delle persone in pericolo di vita.

Valore totale della fornitura: 354.500 euro

L’aggiudicazione della gara è stata affidata al Centro Navale della Guardia di Finanza di Formia (Latina) e il valore totale della fornitura è stimato in 354.500 euro. Le aziende hanno tempo per presentare la loro offerta sino al 22 dicembre, mentre l’aggiudicazione è prevista entro l’11 gennaio 2022.

Secondo quanto si legge nel bando della Guardia di Finanza, la fornitura dei motori per le imbarcazioni anti-migranti avverrà nell’ambito del Progetto Support to Integrated Border and Migration Management in Lybia – First Phase, il programma di “supporto alla gestione integrata del confine e delle migrazioni in Libia” finanziato dall’Unione Europea e che ha preso il via dopo la firma di un agreement, il 15 dicembre 2017, tra la Commissione Europea e la Direzione Centrale dell’Immigrazione e della Polizia di frontiera del Ministero dell’Interno italiano.

La prima fase del progetto pro-frontiere libiche vede la contribuzione diretta UE con 42.223.927 euro tramite il Fondo Fiduciario d’Emergenza per l’Africa istituito dalla Commissione Europea il 20 ottobre 2015 “per affrontare le cause profonde della migrazione illegale in Africa”. Al governo italiano spetta un cofinanziamento di 2.231.256 euro, l’implementazione delle attività e la gestione tecnica, logistica e amministrativa. Per la realizzazione delle iniziative, con specifica convenzione il Ministero dell’Interno ha affidato al Comando Generale della Guardia di Finanza le funzioni di stazione appaltate.

Bando per 5 motori

“Il Progetto Support to Integrated Border and Migration Management in Lybia punta a rafforzare le capacità delle maggiori autorità libiche nel controllo, sorveglianza e gestione dei confini, nel contrasto al traffico e alla tratta di persone, nella ricerca e salvataggio in mare e nel deserto”, si legge nella scheda predisposta dalla Commissione Europea. “Tra i suoi principali obiettivi ci sono il rafforzamento degli enti competenti libici nella sorveglianza marittima e delle operazioni SAR e nel contrasto dei transiti di frontiera irregolari; l’impostazioni delle infrastrutture di base grazie alle quali la guardia costiera libica organizzi meglio le sue attività di sorveglianza e controllo delle frontiere; l’assistenza nella definizione e dichiarazione della Regione SAR di competenza libica con adeguate procedure operative; lo sviluppo delle capacità nella sorveglianza e il controllo delle frontiere terrestri nel deserto, focalizzando l’attenzione nelle aree dei confini meridionali assai colpite dagli attraversamenti illegali”.

Il bando di gara per la fornitura dei cinque motori MAN più accessori non è il solo pubblicato in questi ultimi mesi dal Centro Navale della Guardia di Finanza di Formia. Il 24 agosto è stato reso noto l’esito di acquisto di due motori di modello differente “per le unità navali classe 800 in dotazione al General Administration for Coastal Security, cedute al governo libico nell’ambito del protocollo di collaborazione Italia-Libia”. Valore del contratto 250.000 euro.

Come ha documentato il direttore di AltreconomiaDuccio Facchini, le procedure di gara a favore della Guardia costiera e del GACS libici hanno seguito un ritmo frenetico per tutto il corso del 2020 e del 2021. Nel solo periodo compreso tra la fine di marzo e la fine di giugno di quest’anno, l’ammontare dei bandi ha sfiorato i 5,8 milioni di euro. In buona parte si è trattato di commesse per motori, gruppi elettrogeni e altri pezzi di ricambio  per le unità navali “in dotazione e/o da cedere alla Guardia costiera libica” o per la manutenzione “straordinaria” delle imbarcazioni della classe “Bigliani” e “Corrubia” che le autorità italiane hanno già consegnato alla Libia.

Attingendo ancora una volta dal Progetto UE, nel maggio 2021 la Guardia di Finanza ha affidato l’ammodernamento refitting dell’imbarcazione da 28 metri P201 ceduta alla GACS di Tripoli e “connesse forniture” con una spesa di 1,1 milioni di euro. Secondo quanto riportato nel bando, “la nave si troverebbe a Biserta, in Tunisia, ai fini della rimessa in efficienza e successiva restituzione allo Stato della Libia”.

Una spesa di 1,1 milioni di euro

Per rimettere in efficienza due motovedette da 35 metri (denominate P 300 e P 301) e la motovedetta da 28 metri P 201 “appartenenti all’Amministrazione Generale per la Sicurezza Costiera del Ministero dell’Interno libico e attualmente alati a secco presso il porto di Biserta”, la Direzione Centrale dell’Immigrazione aveva stipulato a fine dicembre 2017 un contratto con il Cantiere Navale Vittoria S.p.A. dell’importo di  2.059.140 euro. Nel corso del triennio 2018-20 sono però stati approvati quattro addendum che hanno comportato un aggravio dei costi di 550.000 euro.

Con un esposto presentato a fine 2020 alla Corte dei Conti europea da Global Legal Action Network, ASGI – Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione e ARCI, è stato denunciato l’uso errato dei fondi previsti dal progetto UE di Sostegno alla gestione integrata delle frontiere e della migrazione in Libia.

“Il linguaggio dei documenti sul finanziamento dell’UE, concentrato sulla gestione dei confini e sul salvare vite, si pone in forte contrasto con le violazioni dei diritti umani in Libia documentate dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani e da organizzazioni non governative indipendenti come Amnesty International e Human Rights Watch”, scrivono i ricorrenti. “C’è un rischio reale che i migranti salvati o catturati in mare e riportati in Libia vadano incontro a detenzione, con condizioni che si qualificano come tortura e trattamenti inumani e degradanti, violazioni dei diritti umani e della libertà personale e dell’integrità personale, o forme di schiavitù moderna (…) L’azione in Libia è illegittima nella sua forma attuale, poiché non rispetta i requisiti applicabili imposti dal Diritto dell’UE sul finanziamento per l’azione esterna ed è incompatibile con gli obiettivi per cui esso è giuridicamente permesso”.

Nessun problema invece per il ministero dell’Interno e il Comando Generale della Guardia di Finanza. E così piovono i bandi e piovono i milioni per addestrare e armare i libici contro i migranti e le migrazioni nel Mediterraneo centrale.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Libia: missioni UE e UN fallite e il ministro Guerini a Tripoli per l’accordo anti migranti

 

Burundi: 38 prigionieri morti durante un incendio in un carcere

Africa ExPress
8 dicembre 2021

Un terribile incendio nella prigione centrale della capitale del Burundi, ha causato la morte di 38 detenuti, altri 69 sono gravemente feriti. Lo ha fatto sapere il vice-presidente del Paese, Prosper Bazombanza.

La catastrofe si è consumata martedì nel penitenziario di Gitega, nel braccio maschile; infatti la maggior parte delle vittime sono uomini, le donne sono detenute in un altro padiglione della galera. Il vice presidente e quattro ministri  – i capi dei dicasteri della Giustizia, degli Interni, della Sanità e della Solidarietà – si sono precipitati sul luogo della sciagura, non appena appresa la notizia.

La più grande prigione del Burundi devastata da un incendio

Finora non sono note le cause che hanno provocato l’incendio, scoppiato alle 04.00 del mattino, sorprendendo i detenuti nel sonno. Alcuni prigionieri, raggiunti telefonicamente dai reporter della France Presse hanno riferito di aver visto bruciare parti dell’edificio della prigione. Uno di loro avrebbe riferito di aver temuto di morire arso vivo e alla sua richiesta di aprire le porte, i secondini avrebbero risposto: “No, non possiamo, sono gli ordini che abbiamo ricevuto”. Alcuni compagni di prigionia sono poi morti davanti ai suoi occhi.

I sopravvissuti sono tutti sotto shock, e secondo altri testimoni, i pompieri sarebbero arrivati solamente due ore dopo lo scoppio del devastante incendio. Alcune fonti hanno riferito, che diversi prigionieri sarebbero riusciti a scappare e sono tutt’ora ricercati.

Nell’agosto scorso si è verificato un altro incendio nella stessa prigione, allora non ci sono state vittime e allora il rogo è stato causato da un corto circuito. Sta di fatto che la casa circondariale è sovraffollata. E’ stata costruita per 400 galeotti, al momento della catastrofe ne ospitava 1.539.

Africa ExPress
@africexpress
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Gambia: Barrow conquista il secondo mandato con il 53 percento delle preferenze

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
6 dicembre 2021

Era già nell’aria appena iniziato lo spoglio, mentre i presidenti dei seggi contavano le biglie. Poi ieri sera la Commissione elettorale ha riconfermato Adama Barrow come capo dello Stato del Gambia. Il presidente uscente ha vinto la tornata elettorale con oltre il 53 per cento delle preferenze. Il tasso di partecipazione è stato piuttosto alto: l’89 percento degli aventi diritto al voto si sono recati alle urne.

Visibilmente commosso, ieri sera Barrow è salito sulla tribuna insieme alle sue due mogli, e, rivolgendosi ai suoi elettori ha detto: “La democrazia ha sposato la nostra causa, ci aiuterà a gestire e governare il Paese senza problemi per i prossimi cinque anni”. La piazza centrale di Banjul era gremita dei suoi sostenitori, soprattutto giovani, molti indossavano T-shirt con la foto del presidente.

Adama Barrow, presidente del Gambia

I candidati in lizza alle presidenziali erano sei. Tre di loro hanno contestato il risultato elettorale ancora prima che venisse ufficializzato dalla Commissione elettorale; tra questi anche Ousainou Darboe, avvocato e ex vicepresidente e ex ministro di due dicasteri del primo governo Barrow, e uno dei favoriti di queste elezioni; è fondatore di UDP, ex partito del presidente uscente, del quale è considerato il mentore politico.

Barrow è stato eletto per un primo mandato nel 2016, e, grazie a questa vittoria, dopo infinite trattative, il dittatore Yahya Jammeh, che aveva regnato con pugno di ferro il Gambia, piccola enclave nel Senegal, per 22 anni, ha dovuto consegnare lo scettro. Oggi Jammeh è in esilio in Guinea Equatoriale, dove è al potere il più anziano leader africano, Teodoro Obiang, sanguinario dittatore dal 1979.

Durante il suo secondo mandato Barrow dovrà affrontare diverse sfide, tra queste: innanzi tutto lo sviluppo economico del Gambia, terminare il progetto di nuova Costituzione, l’attuazione delle raccomandazioni della commissione Verità e Riconciliazione per le vittime dell’ex regime. Adama Barrow dovrà poi lavorare duramente sull’unità del Paese, profondamente diviso durante il passato regime con molte spaccature evidenti ancora oggi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Elezioni in Gambia: Jammeh vieta l’ingresso agli osservatori dell’Unione Europea

 

 

L’Etiopia si arma fino ai denti: droni e missili per la guerra in Tigray

Africa ExPress
6 dicembre 2021

Il Premio Nobel per la Pace 2019 ha speso miliardi di dollari per finanziare la guerra civile che insanguina il nord del Paese dai primi di novembre del 2020. In un suo articolo del 25 novembre scorso, al-Jazeera, ha rivelato che gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto un ponte aereo per fornire un ampio supporto militare al governo etiopico.

Tra settembre e novembre oltre 90 voli sono partiti da Abu Dhabi verso l’Etiopia, grazie alla collaborazione di due vettori privati, uno spagnolo, l’altro ucraino.

I giornalisti stranieri non hanno accesso alla zona di guerra, è pertanto impossibile ricevere notizie indipendenti, ma le immagini satellitari non mentono, mostrano anche un drone Wing Loone I UCAV di fabbricazione cinese, in una base etiopica e un aereo cargo russo Ilyushin, intento a scaricare materiale bellico.

Acquistati 50 missili cinesi

I missili TL-2 per armare il drone cinese sono arrivati  tramite l’Ethiopian Airlines all’inizio di novembre insieme ad altri armamenti. Fonti del governo etiopico hanno poi ammesso di aver acquistato 50 missili leggeri aria-superficie TL-2, adatti al Wing Loong I UCAV.

 


“Dobbiamo distruggere il nemico”
ha sentenziato Abiy Ahmed, primo ministro etiopico, poco prima di patire in visita al fronte.

Il premier considera pericolosi ribelli anche religiosi cattolici di origine tigrina, come le 6 suore e i due diaconi arrestati qualche giorno fa a Addis Ababa. Tra le religiose fermate, come riporta Agenzia Fides, c’è anche la quarantottenne Abrehet Teserma, appartenente all’ordine delle Orsoline di Gandino, un’insegnante della scuola materna di Shola, Addis Abeba, una delle due case nella capitale etiopica appartenenti alla congregazione.

E a proposito di scuole, il governo ha disposto la chiusura di tutte le scuole secondarie. Lo ha fatto sapere il ministro dell’educazione venerdì scorso, precisando: “I ragazzi devono impegnarsi nel raccolto, visto che gli altri giovani sono tutti al fronte per combattere i ribelli”.

Rastrellamenti di tigrini

Continuano i rastrellamenti di tigrini nella capitale, e chi non è ancora in stato di fermo è stato chiamato a manifestare contro il Fronte di Liberazione del Tigray (TPLF) ieri mattina.

La mediazione di Olusegun Obasanjo, ex golpista e ex presidente nigeriano, ora alto rappresentante dell’Unione Africana per la pace nel Corno d’Africa, è fallita e dunque guerra e fame non si arrestano nel nord del Paese. Recentemente le forze etiopiche hanno riconquistato alcune postazioni, come la città sacra di Lalibela, nell’Amhara, famosa per le sue chiese monolitiche scavate nella roccia. Lalibela è stata proclamata patrimonio dell’umanità nel 1978.

In un intervista concessa alla BBC, Bacha Debele, un comandante delle forze armate etiopiche (EDF), ha dichiarato che la guerra andrà avanti. “Non so se ci fermeremo una volta riconquistata Makallé, il capoluogo del Tigray” ha sottolineato Bacha.

Fame senza fine

Mentre il TPLF ha dichiarato che si tratta di ritiri strategici da alcune aree, appunto quelle riconquistate dai militari di Addis Abeba.

E la fame è senza fine. Nella regione Amhara 3,7 milioni di persone necessitano urgentemente aiuti umanitari, nell’Afar mezzo milione e nel Tigray 5,2, dove oltre 400mila si trovano già da mesi in condizione di carestia.

Il premier etiopico al fronte nella regione Amhara

Secondo quanto riportato dal segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, tra il 24 e 30 novembre sono arrivati 4 convogli composti da 157 camion a Makallé, i primi aiuti giunti da metà ottobre. Le autocisterne con carburante sono ferme a Semera (Afar) dal 2 agosto, in attesa di autorizzazioni per poter procedere verso il Tigray.

Ripresi i voli dell’ONU

Il 24 novembre sono finalmente ripresi anche i voli bisettimanali di UNHAS (servizio aereo umanitario dell’ONU), da Addis Ababa verso Makallé, interrotto a fine ottobre. Finalmente l’ONU e i suoi partner umanitari sono nuovamente in grado di ruotare il proprio personale e di trasferire una quantità limitata di denaro, necessario per operazioni sul campo.

Altre aggressioni si sono verificate nella regione dell’Oromia, iniziate il 1° dicembre durante una cerimonia religiosa. Da un lato OLA (Oromo Liberation Army, che combattono con TDF, Tigray Defense Forces), accusa le forze governative di uccisioni e sequestri nella zona di  East Showa, mentre le autorità regionali puntano il dito su OLA.

Violenze sessuali

Quattordici esperti nominati dal Consiglio per i Diritti umani con base a Ginevra, hanno richiamato l’attenzione sulle violenze sessuali e di genere nei confronti delle donne nel nord dell’Etiopia. Il rapporto, reso pubblico il 3 dicembre scorso, si basa sul periodo da novembre 2020 a giugno 2021.

Responsabili di questi crimini disumani sono tutte le parti in causa: soldati dell’EDF, militari eritrei, i “ribelli” del TDF, nonché le forze dell’Amhara e tutti gli alleati.  E, secondo i consulenti dell’ONU, questi crimini rappresentano  le più gravi violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale.

Duemila testimonianze

Sono state raccolte oltre duemila testimonianze, la maggior parte delle vittime sono minorenni. Il numero delle violenze subite dalle donne sono sottostimate. Molte hanno paura di nuove ritorsioni, altre non sanno a chi rivolgersi, perché non possono raggiungere centri sanitari o strutture specializzate. In tante sono rimaste incinte dopo gli stupri. Abusi e le violenze avvengono ovunque, sia nelle zone rurali che in quelle urbane, nelle case delle vittime o nei luoghi dove hanno trovato rifugio. Le donne sfollate e le rifugiate eritree che vivono nella regione del Tigray, sono particolarmente esposte.

Oltre alle gravi conseguenze di questi terribili abusi, gran parte delle vittime ha dovuto affrontare altri indicibili dolori, come l’uccisione di uno o più familiari.

Africa ExPress
@africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

L’Etiopia del Nobel massacra i tigrini e riduce i quadri delle ambasciate

L’Etiopia del Nobel massacra i tigrini e riduce i quadri delle ambasciate

L’Etiopia del Nobel massacra i tigrini e riduce i quadri delle ambasciate

Crimini di guerra: “Non vendete armi ai sauditi”. Ma Leonardo continua i suoi affari di morte

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
5 dicembre 2021

Governi, ONG e giuristi internazionali invocano l’embargo sui trasferimenti di sistemi d’arma alle forze armate saudite per i crimini di guerra compiuti in Yemen. E allora cosa fa il gruppo italiano leader nella produzione di caccia, elicotteri, missili e cannoni? Invia la propria ultima invenzione a Riyad per rafforzare i legami culturali, tecnologici, scientifici e accademici con l’onnipotente famiglia dei sovrani d’Arabia.

Med-Or, nuova fondazione di Leonardo Holding S.p.A.

A fine novembre una folta delegazione della Fondazione Med-Or, istituzione creata la scorsa primavera dall’holding Leonardo S.p.A. per “promuovere gli scambi e i rapporti internazionali tra l’Italia e i Paesi dell’area del Mediterraneo allargato fino al Sahel, Corno d’Africa e Mar Rosso (Med) e del Medio ed Estremo Oriente (Or)”, si è recata in visita ufficiale in Arabia Saudita per incontrare ministri e rappresentanti di enti statali.

A guidare la pattuglia della fondazione “volto buono” della maggiore industria bellica italiana, il suo presidente, l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti. Momento clou il vertice con il ministro dell’Educazione del Regno, Hamad bin Mohammed Al Al-Sheikh, laurea e master in Economia alla Stanford University, California.

“Nel corso dell’incontro tra il ministro Al Al-Sheikh e la delegazione italiana, le due parti sono andate oltre la partnership tra le università saudite e il centro (Med-Or) in vista di un rafforzamento dei campi scientifici e di ricerca e delle rispettive opportunità di formazione e trasferimento internazionale di esperienze e sperimentazioni, oltre al rafforzamento delle borse di studio che il centro offre agli studenti di talento dell’Arabia Saudita per poter svolgere i master in Italia”, riporta la nota del Ministero dell’Educazione di Riyad.

Integrazione tra industria e ricerca

“Nel corso del meeting è stata anche discussa la possibilità di stabilire un istituto di studi arabi presso la Fondazione Med-Or, il primo di questo tipo in Italia dove esiste l’interesse a lanciare differenti iniziative di formazione e ricerca culturale e scientifica.

L’istituto potrebbe rappresentare un’entità nuova e unica e un ponte per idee, programmi e progetti che prosperino in cooperazione con le istituzioni accademiche, oltre a diventare una stazione per favorire la completa integrazione tra le industrie e i centri di ricerca”.

Obiettivi ambiziosi e complessi, maturati non certo in ambito politico-diplomatico e istituzionale tra Italia e Arabia Saudita, ma nell’alveo delle consolidate relazioni di affari tra il petroregime e il management di Leonardo e delle società di sistemi e tecnologie militari controllate.

Con tanto di tessitura dell’ex ministro della guerra ai migranti e alle migrazioni e la benedizione – a distanza – di noti accademici italiani.

Promozione sociale o vendita di morte?

Poco più di un mese fa a recarsi a Ryiad era stato l’amministratore delegato di Leonardo, nonché presidente onorario di AIAD, la Federazione delle aziende italiane del settore aerospaziale e militare, Alessandro Profumo. L’uomo che guida l’holding armiera, pure membro del comitato strategico della Fondazione Med-Or, ha partecipato come relatore al forum internazionale Invest in Humanity promosso dal Future Investment Initiative Institute, fondazione no profit di “promozione sociale” voluta dal principe Mohammad bin Salman al Saud, membro della famiglia reale e ministro della Difesa d’Arabia, e nel cui board fa bella mostra di sé l’ex primo ministro Matteo Renzi.

E proprio con Renzi l’on. Marco Minniti ha ricoperto l’incarico di sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con delega alla Sicurezza della Repubblica.

Al Al-Sheikh, ministro dell’Educazione saudita riceve la delegazione italiana

Occasione imperdibile, quella del forum per investire nell’umanità, per i vertici di Leonardo & C.. Dopo le miliardarie commesse dello scorso decennio (la fornitura all’Aeronautica militare saudita di 72 cacciabombardieri Eurofighter Typhoon prodotti dall’industria italiana e dai gruppi aerospaziali europei Eads e Bae Systems), in tempi più recenti Leonardo ha venduto all’Arabia Saudita sistemi avanzati elettro-ottici e per il controllo del traffico aereo fissi e trasportabili; sistemi di comunicazione e centri di controllo; velivoli a pilotaggio remoto; elicotteri da trasporto. E in dirittura d’arrivo, secondo alcuni analisti internazionali, ci sarebbero adesso i trasferimenti ai sauditi di elicotteri pesanti, sistemi missilistici (attraverso la partecipata MDBA), nuovi droni, convertiplani e caccia-addestratori.

Collaborazioni in campo militare

Con occhi più attenti, quello a cui punta la nuova creatura “culturale-scientifica” di Leonardo è di replicare in Italia un modello consolidato e di successo made in Israele: l’elaborazione e la condivisione di visioni strategiche e industriali-produttive da parte di attori politici, apparati militari e d’intelligence, industrie belliche, centri di ricerca scientifica e università, ovviamente in totale autonomia rispetto alle tradizionali sedi di decisione istituzionale.

“Leonardo Med-Or è nata per unire competenze e capacità dell’industria con il mondo accademico per lo sviluppo del partenariato geo-economico e socio-culturale”, si legge nello statuto della fondazione di Minniti e Profumo. Tra le attività in cantiere, oltre alle collaborazioni con alcuni paesi chiave in campo militare-industriale-accademico (vedi già Arabia Saudita e Marocco), Med-Or punta alla promozione di “programmi e formazione nei settori della safety e della security, dell’aerospazio e della difesa”, grazie soprattutto a “partenariati con le istituzioni accademiche e di ricerca nazionali”.

Un Comitato scientifico con grandi nomi

E non è certo un caso che pochi giorni dopo il vertice a Riyad con il ministro dell’Istruzione Hamad bin Mohammed Al Al-Sheikh, il 2 dicembre si è tenuta a Roma la riunione di insediamento del Comitato Scientifico della Fondazione Med-Or, presenti anche i componenti del Consiglio di amministrazione (Marco Minniti; l’ex direttore della Polizia criminale Enrico Savio; i dirigenti di Leonardo S.p.A. Alessandra Genco, Simonetta Iarlori e Filippo Maria Grasso; l’amministratore delegato della società di engineering saudita Arkad, Paolo Bigi; i docenti universitari Francesca Maria Corrao, Egidio Ivetic e Germano Dottori; lo scrittore siciliano Pietrangelo Buttafuoco; l’avvocato Alessandro Ruben, parlamentare del Popolo della Libertà dal 2008 al 2013).

I componenti del Comitato Scientifico della Fondazione di Leonardo sono rettori, docenti e ricercatori delle maggiori università italiane. Un vero peccato che un gruppo di fini intellettuali dalle alte qualità, si cimenti con affari che fomentano le guerre.  In ordine alfabetico compaiono i nomi di: Franco Anelli (rettore della Cattolica del Sacro Cuore di Milano); Gabriella Arrigo (direttrice affari internazionali dell’Agenzia Spaziale Italiana); Giorgio Barba Navaretti (ordinario di Economia politica all’Università di Milano); Giovanni Betta (già rettore dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale); Francesco Bonini (rettore della LUMSA di Roma); Stefano Bronzini (rettore a Bari); Raffaele Calabrò (rettore del Campus Bio-Medico di Roma); Lucio Caracciolo (direttore di Limes); Carlogiovanni Cereti (ordinario di Filologia); Francesco Cupertino (rettore del Politecnico di Bari); Melina Decaro (ordinaria di Diritto pubblico alla LUISS di Roma).

E poi ancora: Flavio Deflorian (rettore a Trento); Ersilia Francesca (associata di Storia dei Paesi islamici presso l’Orientale di Napoli); Vincenzo Loia (rettore a Salerno); Matteo Lorito (rettore della Federico II di Napoli); Alberto Lucarelli (ordinario di Diritto costituzionale alla Federico II); Paolo Mancarella (rettore a Pisa); Raffaele Marchetti (prorettore della LUISS); Alessia Melcangi (ricercatrice di Storia contemporanea alla Sapienza di Roma); Karim Meznan (professore di Studi mediorientali alla John Hopkins University); Antonello Miranda (ordinario di Diritto privato); Leopoldo Nuti (ordinario di Storia delle Relazioni Internazionali a Roma Tre); Maurizio Oliviero (rettore a Perugia); Paolo Passaglia (ordinario di Diritto pubblico a Pisa); Alessandra Petrucci (rettrice a Firenze); Luca Pietromarchi (rettore a Roma Tre); Antonella Polimeni (rettrice della Sapienza); Andrea Principe (rettore della LUISS); Riccardo Redaelli (ordinario di Geopolitica alla Cattolica).

L’interminabile lista si chiude con: Ferruccio Resta (rettore del Politecnico di Milano); Flaminia Saccà (ordinaria di Sociologia dei fenomeni politici dell’Università della Tuscia); Ciro Sbailò (preside di Scienze politiche presso l’Università degli Studi Internazionali di Roma); Giancarlo Scalese (ordinario di Diritto internazionale a Cassino); Roberto Tottoli (rettore dell’Orientale di Napoli); Francesco Ubertini (ordinario di Scienza delle Costruzioni ed ex rettore a Bologna); Arturo Varvelli (direttore dell’Ufficio di Roma dell’European Council on Foreign Relations); Arianna Vedaschi (ordinaria di Diritto pubblico alla Bocconi di Milano); Lorenzo Vidino (direttore del Programma sull’estremismo della George Washington University); Ida Zilio Grandi (associata di Lingua e letteratura araba all’università Ca’ Foscari di Venezia); Santo Marcello Zimbone (rettore della Mediterranea di Reggio Calabria).

Così il cuore dell’accademia italiana potrà essere ancora più armato.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Affari delle armi in vista e l’AD di Leonardo vola in Arabia Saudita

Partito da Genova cargo stipato di carri armati americani destinati ai sauditi

Mozambico, dopo Cabo Delgado la guerra contro jihadisti arriva in Niassa

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 4 dicembre 2021

“La guerra a Cabo Delgado è ora indicata come ‘conflitto di Cabo Delgado e Niassa’ “. È la reale – e triste – constatazione di ACLED, ong che analizza i conflitti del pianeta. Il teatro di guerra, ora si è spostato anche nella grande provincia del Niassa, che ad ovest confina con quella di Cabo Delgado.

Dopo l’intervento dei militari ruandesi che, con Forze armate mozambicane (FADM), hanno liberato le aree di Palma e Mocimboa da Praia, la situazione è migliorata. Nelle due cittadine a nord di Cabo Delgado gli sfollati stanno tornando alle proprie abitazioni. Gli impianti di gas naturale (LNG-GNL) di Total nella penisola di Afungi, sono sgombri da attacchi terroristici ma i lavori sono sempre fermi.

Niassa militari ruandesi in Mozambico
Militari ruandesi a Cabo Delgado

Le operazioni dei militari del Ruanda e delle truppe della Comunità per lo sviluppo dell’Africa meridionale (SADC), secondo il presidente mozambicano, Filipe Nyusi sono state un successo. Lo scorso 4 ottobre, 29° anniversario della Riconciliazione nazionale aveva decretato la “Vittoria contro i terroristi”. Forse troppo presto perché ora la provincia del Niassa è diventata il nuovo territorio dei jihadisti. Il sito Cabo Ligado ha registrato attacchi di gruppi di terroristi alla frontiera con la Tanzania.

Anche il Niassa sotto attacco jihadista

Tra il 25 e il 27 novembre, in Niassa, ci sono stati degli assalti nel distretto di Mecula, vicino al confine tanzaniano. È successo a circa 250 km in linea d’aria a ovest da Mocimboa da Praia, ex quartier generale jihadista. Il 25 novembre uomini armati hanno attaccato un veicolo che trasportava gli stipendi dei dipendenti del Parco nazionale del Niassa. Sono stati uccisi quattro poliziotti della scorta al furgone e il mezzo è stato incendiato.

Mozambico, mappa con il luogo degli attacchi  in Niassa (Courtesy GoogleMaps)

Il 27 novembre, gli insorti hanno attaccato un posto di polizia del villaggio di Naulala, (distretto di Mecula) con uno scontro a fuoco. Poi hanno saccheggiato i farmaci di un centro sanitario e bruciato le case di due capi villaggio. Questo attacco è stato rivendicato dallo Stato islamico che ha affermato di aver ucciso due soldati mozambicani impossessandosi delle loro armi.

I civili di Naulala sono fuggiti e sono stati accolti dall’amministrazione del distretto e sistemati in una scuola. Notícias, giornale mozambicano filogovernativo, ha scritto che un centinaio di giovani sono stati rapiti nell’attacco ma non ci sono fonti che lo confermano. Nemmeno l’ISIS ne parla nella sua rivendicazione.

Continua la missione militare SADC

Il 25 novembre a Pretoria, Sudafrica, si è tenuta una riunione per discutere il lavoro della missione SAMIM, l’intervento militare dei Paesi SADC in Mozambico. La missione militare, iniziata lo scorso 15 giugno, dovrebbe essere estesa per tre mesi. Fino ad oggi il contingente SADC conta circa 2.800 militari. Il Sudafrica, che ha il contingente più numeroso con 1.500 soldati, ha intenzione di aumentarne il numero. Invece il Ruanda, Paese non SADC, attraverso un accordo bilaterale Kigali-Maputo, dal maggio scorso ha sul campo  mille soldati. Senza fine mandato.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Uccisi sceicco nero e leader jihadista: Mozambico decreta vittoria contro terroristi

A difesa della Total contro jihadisti arrivano nel nord Mozambico i soldati ruandesi

Contro il terrorismo jihadista arrivate truppe ruandesi nel nord Mozambico

Mozambico, 2.800 soldati di cinque Paesi africani contro i jihadisti di Cabo Delgado

Massacri e carneficine: così l’ISIS si espande in Africa Centrale e Mozambico

Mozambico, guerriglieri jihadisti abbattono elicottero MI-17 dell’esercito vicino a base della Total

Mozambico: intervento militare contro i jihadisti. Il Sudafrica insiste sulla SADC

Mozambico, decine ammazzati dai jihadisti Disperata corsa per salvare gli ostaggi

 

Non solo Sahel: i jihadisti terroristi ora attaccano anche in Benin

Africa ExPress
3 dicembre 2021

I jihadisti del Sahel non si arrestano. Questa settimana i terroristi hanno attaccato per ben due volte una pattuglia nella zona frontaliera tra il Benin e il Burkina Faso.

Un gruppo armato ha assalito uomini delle forze armate beninesi (FAB) nel dipartimento di Alibori martedì mattina. Durante lo scambio a fuoco i militari hanno ucciso un terrorista.

La seconda aggressione è avvenuta nella notte tra mercoledì e giovedì. Secondo quanto riferito dalle forze armate, sono morti due soldati e un terrorista, altri cinque militari sono stati feriti.  Finora i due attacchi non sono  stati rivendicati da nessun gruppo che opera nella zona.

Terrorismo nel Benin

Alla fine di ottobre sono stati arrestati 4 presunti jihadisti nella stessa area, tutti di nazionalità beninese. Le autorità competenti non hanno rilasciato dettagli sull’identità delle persone fermate a Kouaténa, a poco più di cento chilometri dal parco Pendjari. Nè si sa a quale gruppo armato appartengano. Le accuse nei loro confronti sono gravi: crimini economici e terrorismo.

La zona è battuta da tempo da fazioni terroriste. Nel 2019 furono rapiti due francesi nel parco nazionale Pendjari, non lontano dall’area degli ultimi scontri. I due turisti d’Oltralpe furono poi liberati dalle teste di cuoio francesi, in Burkina Faso, insieme ad altre due persone, una di nazionalità statunitense e l’altra sud-coreana.

Da allora i militari beninesi tengono sotto stretto controllo i territori al confine con il Burkina Faso, Paese flagellato da incursioni terroriste dal 2015.

Il parco nazionale Pendjari è situato nel Benin nord-occidentale, al confine con la riserva naturale di Arly nel vicino Burkina Faso. E’ uno dei santuari più interessanti dell’Africa occidentale;  le accidentate rupi e la savana boscosa dell’Atakora sono habitat di elefanti, leoni, ghepardi, leopardi, antilopi e molte specie di uccelli.

Si estende su 2755 chilometri quadrati e fa parte del complesso di oasi trasfrontaliere denominate WAP ((W–Arly-Pendjari), una vasta area protetta al confine tra Benin, Burkina Faso e Niger. Nel 2017 sia Pendjari che Arly sono state inserite nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO, come ampliamento del sito del Parco nazionale W del Niger.

Africa ExPress
@africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Benin: designato il nuovo sovrano del vodoo e del regno di Dahomey

Burkina Faso, blitz dei francesi (due morti) per liberare quattro ostaggi dei terroristi

 

 

Quarant’anni di Africa raccontati da Gianni Carrea in mostra a Genova

Speciale per Africa ExPress
Stefano Bigazzi
3 dicembre 2021

La sua Africa è pura visione. Il pittore Gianni Carrea ha superato il centinaio nei viaggi nel continente africano, nell’arco di quattro decenni, per documentare a sé e quindi al pubblico una geografia dell’anima sensibile e priva di orpelli ideologici e luoghi comuni antropologici.

Artista curioso e rigoroso, ha scelto di utilizzare cinepresa e fotocamera per raccontare un’Africa senza tempo né luogo (di conseguenza necessariamente contigua all’idea di Utopia): documentari, un archivio fotografico di alcune centinaia di migliaia di immagini e un repertorio di dipinti il cui significato è la ricostruzione in senso spirituale del luogo.

Lontano dall’idea di safari quale insensata e compulsiva pratica mortifera (l’uccisione dell’animale quale esaltazione del concetto i di potenza, tanto artificiale quanto banale), Carrea ha voluto incontrare un’Africa che gli permettesse di isolarsi dal mondo e nello stesso tempo compenetrare il mondo stesso: con il rispetto quasi in preghiera la consapevolezza spirituale della preghiera.

“Nella rappresentazione dei temi africani – traggo questo passaggio da un mio contributo per il catalogo di una recente mostra genovese – Carrea ha restituito a ogni soggetto dipinto una sorta di riscatto temporale.

Tanto la fotocamera ha ritratto con velocità e puntualità nell’apparente cristallizzazione dell’attimo e la videocamera ha realizzato importanti documentari sui luoghi e sugli abitanti quanto il pittore ha saputo e voluto ritrarre, con misurata lentezza, con certosina sacralità del gesto i medesimi soggetti nella scelta di comporre una trama il cui tessuto di figure e colori fosse esatto.

Quadri che sembrano fotografie e nei quali uomini e animali perdono qualsiasi fissità per apparire in qualche modo vivi, presenti alla visione dello spettatore, per questo capaci di procedere ben oltre l’evidente senso estetico.

Si tratta in questo caso di un’operazione che recupera più antiche poetiche concettuali e che si sviluppa attraverso alcuni passaggi che hanno nella natura un contesto centrale. L’iperrealismo di Carrea esclude tuttavia l’idea di figurazione meramente descrittiva (arte come “scimmia della natura”), per trovare una dimensione da un lato religiosa e dall’altro antropologica e politica, ma anche (forse in particolare) quella dello studioso di etologia, avendo (confermano Germano Beringheli e Gianfranco Bruno) quale ascendente culturale Konrad Lorenz.

Gli animali selvaggi che compongono una personale tassonomia cosí come i Masai che spesso e volentieri Carrea ritrae in una specie di album di famiglia nel quale ciascuno, tanto il pittore quanto il personaggio dipinto, è parte di un contesto particolare, di relazioni altrimenti impossibili, tutti sono in definitiva – tutti, appunto, bestie e umani, pittore e soggetti – abitanti dell’Eden… luogo di contraddizioni, date dal fascino della natura, appunto, in cui emergono la disgregazione sociale, lo sfruttamento delle risorse e delle persone, il sottosviluppo (relativamente a canoni più occidentali) e la povertà. Un luogo magnifico e terrificante, del quale gli animali sono guardiani.
E in questo luogo magnifico e terrificante l’osservatore che non desideri dedicarsi allo schiavismo, alla distruzione della flora e della fauna cacciando e disboscando, allo sfrenato divertimento nei siti dedicati agli occidentali tutti, che smettono la grisaglia per indossare la sahariana e giocare all’esploratore, ecco che costui può trovare uno specchio di sé, della sua umanità in un luogo fisico e mentale opposto al proprio”.
La scelta linguistica della rappresentazione iperrealistica – lunga e meditata – da qualche anno ha visto una svolta nel recupero di tensioni astratte e informali, affiancate agli stilemi precedenti.
Nel primo caso l’osservatore può stupirsi di fronte a un ritratto di puntuale adesione alla realtà (in un’esposizione di alcuni anni fa Carrea aveva contrapposto i propri dipinti africani alle fotografie con medesimo soggetto del fotografo Carmelo Calabria: i quadri sembravano fotografie, le foto sembravano dipinti), mentre gli ultimi lavori la ricerca dell’artista si esalta in una originale esuberanza cromatica.
Per vederne gli esiti, dal 4 al 16 gennaio 2022 Gianni Carrea esporrà in una personale al Palazzo del Commissario nella fortezza del Priamar, a Savona.
Stefano Bigazzi