Quarant’anni di Africa raccontati da Gianni Carrea in mostra a Genova

Speciale per Africa ExPress
Stefano Bigazzi
3 dicembre 2021

La sua Africa è pura visione. Il pittore Gianni Carrea ha superato il centinaio nei viaggi nel continente africano, nell’arco di quattro decenni, per documentare a sé e quindi al pubblico una geografia dell’anima sensibile e priva di orpelli ideologici e luoghi comuni antropologici.

Artista curioso e rigoroso, ha scelto di utilizzare cinepresa e fotocamera per raccontare un’Africa senza tempo né luogo (di conseguenza necessariamente contigua all’idea di Utopia): documentari, un archivio fotografico di alcune centinaia di migliaia di immagini e un repertorio di dipinti il cui significato è la ricostruzione in senso spirituale del luogo.

Lontano dall’idea di safari quale insensata e compulsiva pratica mortifera (l’uccisione dell’animale quale esaltazione del concetto i di potenza, tanto artificiale quanto banale), Carrea ha voluto incontrare un’Africa che gli permettesse di isolarsi dal mondo e nello stesso tempo compenetrare il mondo stesso: con il rispetto quasi in preghiera la consapevolezza spirituale della preghiera.

“Nella rappresentazione dei temi africani – traggo questo passaggio da un mio contributo per il catalogo di una recente mostra genovese – Carrea ha restituito a ogni soggetto dipinto una sorta di riscatto temporale.

Tanto la fotocamera ha ritratto con velocità e puntualità nell’apparente cristallizzazione dell’attimo e la videocamera ha realizzato importanti documentari sui luoghi e sugli abitanti quanto il pittore ha saputo e voluto ritrarre, con misurata lentezza, con certosina sacralità del gesto i medesimi soggetti nella scelta di comporre una trama il cui tessuto di figure e colori fosse esatto.

Quadri che sembrano fotografie e nei quali uomini e animali perdono qualsiasi fissità per apparire in qualche modo vivi, presenti alla visione dello spettatore, per questo capaci di procedere ben oltre l’evidente senso estetico.

Si tratta in questo caso di un’operazione che recupera più antiche poetiche concettuali e che si sviluppa attraverso alcuni passaggi che hanno nella natura un contesto centrale. L’iperrealismo di Carrea esclude tuttavia l’idea di figurazione meramente descrittiva (arte come “scimmia della natura”), per trovare una dimensione da un lato religiosa e dall’altro antropologica e politica, ma anche (forse in particolare) quella dello studioso di etologia, avendo (confermano Germano Beringheli e Gianfranco Bruno) quale ascendente culturale Konrad Lorenz.

Gli animali selvaggi che compongono una personale tassonomia cosí come i Masai che spesso e volentieri Carrea ritrae in una specie di album di famiglia nel quale ciascuno, tanto il pittore quanto il personaggio dipinto, è parte di un contesto particolare, di relazioni altrimenti impossibili, tutti sono in definitiva – tutti, appunto, bestie e umani, pittore e soggetti – abitanti dell’Eden… luogo di contraddizioni, date dal fascino della natura, appunto, in cui emergono la disgregazione sociale, lo sfruttamento delle risorse e delle persone, il sottosviluppo (relativamente a canoni più occidentali) e la povertà. Un luogo magnifico e terrificante, del quale gli animali sono guardiani.
E in questo luogo magnifico e terrificante l’osservatore che non desideri dedicarsi allo schiavismo, alla distruzione della flora e della fauna cacciando e disboscando, allo sfrenato divertimento nei siti dedicati agli occidentali tutti, che smettono la grisaglia per indossare la sahariana e giocare all’esploratore, ecco che costui può trovare uno specchio di sé, della sua umanità in un luogo fisico e mentale opposto al proprio”.
La scelta linguistica della rappresentazione iperrealistica – lunga e meditata – da qualche anno ha visto una svolta nel recupero di tensioni astratte e informali, affiancate agli stilemi precedenti.
Nel primo caso l’osservatore può stupirsi di fronte a un ritratto di puntuale adesione alla realtà (in un’esposizione di alcuni anni fa Carrea aveva contrapposto i propri dipinti africani alle fotografie con medesimo soggetto del fotografo Carmelo Calabria: i quadri sembravano fotografie, le foto sembravano dipinti), mentre gli ultimi lavori la ricerca dell’artista si esalta in una originale esuberanza cromatica.
Per vederne gli esiti, dal 4 al 16 gennaio 2022 Gianni Carrea esporrà in una personale al Palazzo del Commissario nella fortezza del Priamar, a Savona.
Stefano Bigazzi