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Il 4 dicembre i gambiani tornano al voto: sceglieranno il presidente a suon di biglie

Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
2 dicembre 2021

Sabato prossimo i gambiani andranno alle urne per eleggere il nuovo presidente. Sorprende il sistema di voto assai singolare e unico al mondo con il quale gli elettori sceglieranno il proprio candidato.

Nella piccola enclave del Senegal che conta poco meno di 2,3 milioni di abitanti, si usano le biglie, invece delle solite schede elettorale. A ogni votante, dopo essere stato identificato e registrato, viene consegnata una biglia, che dovrà essere infilata in un fusto di metallo del colore del partito e con accanto la foto del candidato. I contenitori hanno un piccolo tubo nella parte superiore, dove i votanti devono infilare la piccola sfera di vetro.

Gambia: una biglia invece della scheda elettorale

Grazie al rumore della biglia mentre cade all’interno del bidoncino, i funzionari sono in grado di sentire se qualcuno cerca di votare più di una volta. Poi, alla chiusura dei seggi, le biglie vengono contate nello stesso modo delle tradizionali schede di carta.

Tutto sommato rappresenta un sistema economico e semplice, specie nelle aree rurali dove ancora oggi dilaga l’analfabetismo, che nel 2015 corrispondeva al 49,2 per cento della popolazione e è proprio per questo che è stato introdotto con l’indipendenza, nel 1965 e da allora non è mai stato cambiato.

Ovviamente ha anche i suoi svantaggi, in quanto molti gambiani residenti all’estero non potranno avvalersi del diritto di voto. Una proposta di passare alle schede, è stata respinta, almeno per ora, dalla Commissione elettorale del Gambia. Il prossimo presidente sarà ancora eletto a suon di biglie, poi si vedrà.

Tale procedimento rende quasi impossibile che un voto venga annullato per problemi tecnici, come per esempio le schede nulle, ma diventa un incubo per gli scrutatori se i candidati sono parecchi, come sta accadendo quest’anno.

Un tempo questo problema non si poneva, allora candidati erano al massimo tre. E dall’indipendenza a oggi, il Gambia ha avuto solamente 3 presidenti. Dawda Jawara, spodestato nel 1994 con un colpo di Stato da Yaya Jammeh. Poi  rieletto una prima volta nel 1996 grazie a “libere e democratiche elezioni”, chiaramente truccate. Si dice che battezzato dai genitori, si sia anche convertito all’islam, ma solo per ottenere più consensi, visto che la maggior parte della popolazione è musulmana. E infine, nel 2016, Barrow, che ha messo fine alla dittatura di Jammeh.

Le urne di un seggio elettorale in Gambia

Quest’anno i candidati in lizza per la poltrona più ambita del Gambia sono ben sei.

Il presidente uscente, Adama Barrow, che nella precedente tornata elettorale del 2016 ha vinto contro il dittatore Yaya Jammeh, che ha governato il Paese con pugno di ferro per 22 anni. Il suo regime è stato accusato di tutte le ignominie possibili: arresti illegali, morti sospette, accanimento contro i media, violazione dei diritti fondamentali dell’uomo e repressione verso i difensori di quei diritti per non parlare del suo odio atavico verso gay e lesbiche e a tutt’oggi le vittime attendono ancora giustizia.

Nel 2016 Barrow era candidato del United Democratic Party (UDP), raggruppamento politico che ha poi abbandonato due anni fa per fondare il National People Party (Npp), partito che dirige e con il quale partecipa a questa tornata elettorale.

Ousainou Darboe, avvocato e ex vicepresidente e ex ministro di due dicasteri del governo di Barrow, è uno dei favoriti di queste elezioni; è fondatore di UDP, ex partito del presidente uscente, del quale è considerato il mentore politico.

Abdoulie Jammeh è il candidato di National Union Party (NUP). E’ stato direttore dell’aviazione civile e gode ottima reputazione nell’ambito dell’amministrazione pubblica.

Mama Kandeh corre per il partito Gambia Democratic Congress (GDC). Alle scorse elezioni era arrivato terzo. E’ favorevole al ritorno del despota Jammeh, che dal suo esilio in Guinea Equatoriale ha chiesto ai suoi fedelissimi di votare Kandeh.

Halifa Sallah è il candidato della People’s Democratic Organisation for Independence and Socialism (PDOIS), il partito socialista radicale gambiano. Sallah è stato sempre uno dei più tenaci oppositori del dittatore e nel 2016 è stato uno dei fautori della coalizione di sette partiti dell’opposizione che avevano sostenuto Barrow come loro candidato preferito.

Essa Mbye Faal, invece, si presenta come indipendente. E’ un esperto di diritto internazionale e ex consulente della Corte Penale Internazionale. E’ stato il procuratore della Truth, Reconciliation and Reparations Commission, incaricata di accertare e perseguire i crimini del regime di Jammeh.

Alla fine di novembre è stata consegnata a Barrow  la stesura finale dell’inchiesta sulle presunte violazioni dei diritti umani commessi durante la dittatura di Jammeh. Il presidente ha ora un mese di tempo per studiare il fascicolo, poi dovrà consegnare una copia all’Assemblea nazionale, un’altra al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres e un riassunto del dossier dovrà essere reso pubblico.

Oltre 400 testimoni hanno raccontato di agghiaccianti torture, stupri e sparizioni forzate presumibilmente commessi dallo Stato.

Nel luglio del 2005 sono sparite nel nulla oltre cinquanta persone provenienti dall’estero e dirette verso l’Europa. Tra loro c’erano nigeriani, senegalesi, ivoriani e quarantaquattro ghanesi. Tutti quanti ammazzati in Gambia in circostanze poco chiare. L’ex dittatore dovrà rispondere anche di questi morti.

E i diritti umani sono stati proprio il tema centrale della campagna elettorale della maggior parte dei candidati.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Gambia, la difficile via verso lo Stato di diritto con la pesante eredità di Jammeh

Elezioni in Gambia: Jammeh vieta l’ingresso agli osservatori dell’Unione Europea

Attacco armato a un impianto dell’ENI in Nigeria: 4 morti, 7 i rapiti

Africa ExPress
1° dicembre 2021

Eni conferma: domenica sono state uccise alcune persone a Nembe, Bayelsa state, altre sono state ferite. Un portavoce della società ha sottolineato che in tutta la zona ci sono gravi problemi di sicurezza, che mettono in pericolo non solo il personale e i contrattisti, ma anche le comunità locali.

Solomon Ogbere, un portavoce di NSDC (Nigeria Security and Civil Defence Corps) ha riportato che due contrattisti, un autista e un loro agente addetto alla sicurezza sono stati ammazzati, mentre
altri due uomini di NSCDC sarebbero stati feriti, ora ricoverati in ospedale.

Miliziani armati nel Delta del Niger, Nigeria

Secondo alcuni giornali locali online, altre 6 persone sarebbero state rapite. I due contrattisti stavano riparando un oleodotto che porta olio e gas al terminal di Brass, di proprietà della filiale nigeriana del gigante petrolifero italiano Eni, la Nigerina Agip Oil Company (NAOC), quando sono stati sorpresi da un gruppo di uomini armati. L’attacco è avvenuto domenica mattina alle 06.00 e finora non è stata rivendicato.

Il Delta del Niger è una delle zone più ricche di greggio. Per anni è stato anche teatro di insurrezioni da parte di diverse sigle che protestano contro la devastazione sociale e quella ambientale causate dall’estrazione dell’oro nero. In passato i “Niger Delta Avengers” avevano effettuato parecchi sabotaggi agli impianti petroliferi, mettendo in serie difficoltà l’economia del Paese, basata principalmente sul petrolio. Nel 2016, durante un attacco, sono morti tre tecnici dell’ENI proprio nel Bayelsa state.

Non si esclude che i responsabili dell’attentato di domenica scorsa siano pirati del Golfo di Guinea, che da anni rendono insicuro quel tratto di mare. Secondo quanto riporta il Vanguard – un quotidiano online nigeriano – gli attentatori sarebbero arrivati con un piccolo natante. Lo scafista dell’imbarcazione, un uomo della comunità Okoroma, risulta tutt’ora disperso.

La fregata danese Esbern-Snare

Il 24 novembre la fregata danese Esbern Snare,  che sta pattugliando il Golfo di Guinea dall’inizio del mese, ha ucciso quattro pirati in uno scambio a fuoco, al largo della costa della Nigeria. Secondo quanto riportato dalle forze armate della Danimarca, non ci sarebbero feriti tra l’equipaggio della nave.

Il Golfo di Guinea è uno dei tratti di mare più pericolosi del mondo. L’abbordaggio alle navi in transito per sequestrare i marinai a scopo di estorsione è diventata una vera e propria piaga. I pirati, sono estremamente ben equipaggiati, armati fino ai denti e rinomati per la loro aggressività e brutalità.

Da poco è anche attivo un nuovo gruppo armato nel Delta del Niger. Secondo i giornali locali, il 16 novembre gli uomini del Bayan-Men, hanno fatto saltare in aria un impianto petrolifero gestito da NAOC, a Ogba-Egbema-Andoni, Rivers state. La forte esplosione ha creato il panico tra i residenti, per fortuna nessuno è stato ferito.

General Agaba, leader dei Bayan-Men, ha rivendicato l’attacco e in un comunicato chiede giustizia per la gente Omoku (fanno parte popolo Ogba, uno dei sottogruppi Igbo nello stato dei fiumi del nord. Il regno di Ogba è formato da Egi, Igburu, clan Usomini e Omoku Urban). Secondo il documento l’ENI non avrebbe risposto a un suo ultimatum di 24 ore.

“Vogliamo che AGIP tratti direttamente con le 27 comunità di Omoku, non con singole persone. Siamo intellettuali, non vogliamo uccidere nessuno”, c’è scritto nel documento di  Agaba.

Il 24 novembre il gruppo ha rivendicato una seconda esplosione contro un altro impianto dell’ENI, situato a Ogba-Egbema-Ndoni, Rivers state.

Africa ExPress
@africexp
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Imboscata nel delta del Niger: uccisi due tecnici dell’Agip e il loro autista

Mercantile svizzero attaccato da pirati in Nigeria

Addestrata in Italia la guardia costiera libica accusata di crimini contro i migranti

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
29 novembre 2021

Non bastava addestrare in Italia gli equipaggi delle motovedette libiche che sparano sui migranti nel Mediterraneo o li catturano in mare (oltre 15.000 nei primi sette mesi del 2021) per poi deportarli e torturarli nei famigerati centri di detenzione / lager in Libia. Dalla scorsa estate è nella Scuola Nautica della Guardia di Finanza di Gaeta che si “formano” pure le componenti subacquee di nuova costituzione della Guardia Costiera e della General Administration for Coastal Security (GACS).

Addestramento Guardia costiera libica

La presenza a Gaeta delle unità d’élite della Libyan Coast Guard and Port Security (LCGPS) dipendente dal Ministero della Difesa e della GACS del Ministero dell’Interno è documentata dall’Ufficio Amministrazione – Sezione Acquisti della Guardia di Finanza.

Il 18 giugno 2021 l’ente ha autorizzato la spesa per un servizio di interpretariato in lingua araba a favore dei sommozzatori libici “partecipanti al corso di addestramento che inizierà il 21 giugno 2021 presso la Scuola Nautica nell’ambito della Missione bilaterale della Guardia di Finanza in Libia”. Nell’atto amministrativo non vengono fornite informazioni né sul numero degli allievi-sub libici né la durata del corso, il primo di questa tipologia effettuato in Italia.

Dal 29 agosto al 29 settembre del 2019 ne era stato promosso e finanziato uno simile a Spalato, in Croazia da EUNAVFOR MED (la forza navale europea per le operazioni anti-migranti nel Mediterraneo, meglio nota come Missione Irini).

Le attività sono state svolte in collaborazione con la Marina militare croate e riguardarono dodici sommozzatori della Guardia costiera e della Marina libica.

A fine ottobre 2020 un’altra attività addestrativa del personale subacqueo venne condotta in Libia da personale della Marina militare della Turchia, provocando molte gelosie in Italia e finanche le ire dell’(ex) ammiraglio Giuseppe De Giorgi, già comandante della Nato Response Force e Capo di Stato Maggiore della Marina Militare dal 2013 al 2016.

“In un tweet, la Marina turca riferisce che le operazioni rientrano a pieno nel novero di attività di supporto, consultazione e addestramento militare e di sicurezza incluse nell’accordo raggiunto nel novembre del 2019 tra il GNA tripolino e Ankara: non può sfuggire come questo avvenimento sia un ulteriore affondo turco a nostre spese e l’ennesimo spregio all’Italia”, scrisse l’ammiraglio De Giorgi su Difesaonline. “Nelle foto allegate al tweet, infatti, sono presenti le navi che proprio l’Italia nel 2018 aveva donato alla Libia in seguito all’accordo siglato con il primo memorandum che avrebbe previsto da parte nostra la presa in carico della collaborazione con la Guardia Costiera libica, non solo per tenere a bada il fenomeno migratorio in generale, ma soprattutto per dare un freno al vergognoso traffico di esseri umani. In particolare, si può vedere la motovedetta Ubari 660, gemella della Fezzan 658, entrambe della classe Corrubia”.

“Oltre al danno, anche la beffa di veder usare le nostre navi per un addestramento che condurrà un altro Stato, la Turchia”, concluse l’ex Capo di Stato della Marina. “Mentre Erdogan riporta la Tripolitania nella sfera d’influenza ottomana si conferma l’assenteismo italiano conseguenza di una leadership spaesata, impotente, priva di autorevolezza, inadeguata”.

Le durissime parole dell’ammiraglio De Giorgi hanno colpito in pieno il bersaglio; così dal cappello dell’esecutivo Draghi è uscito bello e pronto per i sommozzatori libici un corso d’addestramento estivo a Gaeta, viaggio, vitto e alloggio, tutto pagato.

Il personale dell’ultrachiacchierata Guardia costiera della Libia ha iniziato ad addestrarsi presso la Scuola Nautica della Guardia di Finanza nella primavera del 2017. Trentanove militari e tre turor giunsero in aereo nella base dell’aeronautica di Pratica di Mare (Roma) il 1° aprile e vennero poi addestrati a Gaeta per un mese. “A selezionarli sono stati i vertici della Marina libica tra i 93 militari che hanno superato il primo modulo formativo di 14 settimane, svolto nell’ambito della missione europea Eunavformed, a bordo della nave olandese Rotterdam e della nostra nave San Giorgio”, riportò la redazione di Latina del quotidiano Il Messaggero.

Nella scuola laziale i libici furono formati prevalentemente alla conduzione delle quattro motovedette della classe “Bigliani”, già di appartenenza della Guardia di Finanza, donate alla Libia tra il 2009 e il 2010 e successivamente riparate in Italia dopo i danneggiamenti ricevuti nel corso dei bombardamenti NATO del 2011. Le quattro unità, rinominate Ras al Jadar, Zuwarah, Sabratha e Zawia sono quelle poi impiegate per i pattugliamenti delle coste della Tripolitania e la spietata caccia ai natanti dei migranti in fuga dai conflitti e dalle carestie di Africa e Medio Oriente.

Per la cronaca, alla cerimonia di chiusura del primo corso di formazione degli equipaggi libici intervenne a Gaeta l’allora ministro dell’Interno Marco Minniti. Ai giornalisti, Minniti annunciò che entro la fine del mese di giugno 2017 il governo italiano avrebbe consegnato alla Libia una decina di motovedette. “Quando il programma di fornitura delle imbarcazioni sarà terminato la Marina libica sarà tra le strutture più importanti dell’Africa settentrionale”, dichiarò con enfasi Marco Minniti. “Lì si dovranno incrementare le azioni congiunte e coordinate per il controllo contro il terrorismo e i trafficanti di esseri umani: missioni cruciali per tutta la comunità internazionale”.

Un secondo corso di formazione per 19 ufficiali della Guardia costiera libica venne svolto nel giugno 2017 ancora un volta presso la Scuola Nautica della Guardia di Finanza di Gaeta. Nel corso del 2018, con fondi del Ministero dell’Interno vennero svolti invece due corsi della durata ognuno di tre settimane per 28 militari libici, costo giornaliero stimato 606 euro per allievo.

Nell’ambito del Sea Horse Mediterranean Project, il progetto UE di “cooperazione e scambio di informazioni nell’area mediterranea tra gli Stati membri dell’Unione di Spagna, Italia, Francia, Malta, Grecia, Cipro e Portogallo e i paesi nordafricani nel quadro di EUROSUR”, (valore complessivo di 7,1 milioni di euro), la Guardia di Finanza ha concluso uno specifico accordo con la Guardia Civil spagnola, capofila del programma, per erogare sempre nel 2018 un corso di conduzione di unità navali per 63 libici tra guardiacoste del Ministero della Difesa e personale degli Organi per la sicurezza del Ministero dell’Interno.

Istituzionalmente la Scuola Nautica della Guardia di Finanza di Gaeta provvede alla formazione tecnico-operativa degli allievi finanzieri destinati al contingente mare, nonché all’aggiornamento ed alla specializzazione di ufficiali impiegati nel servizio navale. In passato ha svolto attività di formazione a favore del personale militare e della polizia della Repubblica d’Albania e della Guardia Civil spagnola.

L’Istituto ha partecipato anche a due missioni internazionali: la prima sul fiume Danubio, nell’ambito dell’embargo introdotto nel maggio 1992 dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU contro l’allora esistente Repubblica Federale di Jugoslavia; poi, a fine anni ’90, a Valona (Albania) per fornire assistenza e consulenza ai locali organi polizia nella “lotta ai traffici illeciti”.

Adesso per la Scuola di Gaeta è scattata l’ora dell’addestramento dei reparti d’élite delle forze navali di Tripoli, sommozzatori in testa.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
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Libia: missioni UE e UN fallite e il ministro Guerini a Tripoli per l’accordo anti migranti

Mistero sul sequestro sotto gli occhi della polizia di un tigrino a Nairobi

Africa ExPress
29 novembre 2021

Venerdì 19 novembre 2021,verso le 17.45, è stato rapito da agenti della sicurezza del Kenya il cittadino etiopico, originario del Tigray, Samson Teklemichael, noto come Samy. Testimoni oculari hanno filmato la vicenda vicino alla rotonda di Kieleleshwa, che dista poco più di 5 chilometri dal centro di Nairobi, la capitale del Kenya.

Durante il sequestro è sopraggiunto anche un agente della polizia stradale, che ha osservato in religioso silenzio la scena, senza intervenire o chiamare rinforzi mentre, alcune persone in abiti civili hanno prelevato con la forza Samson dalla propria auto, una Bentley, e non ha mosso nemmeno un dito quando il tigrino veniva spinto con violenza dentro in una Subaru.

La vettura del sequestrato è rimasta per ore a bordo strada nel luogo del rapimento. Un amico, che l’ha vista parcheggiata, ha avvertito del fatto la moglie di Samson.

Dal momento del suo sequestro non si hanno più notizie del 39enne etiope, arrivato in Kenya nel 2009, dove negli anni si è costruito un impero. La sua società esporta gas in Etiopia e ha costruito una rete per la distribuzione.

Samson Teklemichael

Sua moglie, Milen Halefo, ha spiegato ai media kenioti: “Non sappiamo nulla, non siamo mai stati coinvolti in alcun crimine, non siamo mai stati indagati. Siamo qui legalmente da molti anni, i nostri figli sono nati qui. Ci occupiamo solamente di gas, quindi mi chiedo perché abbiano rapito mio marito”.

Il 24 novembre 2021, Babu Owino, membro dell’Assemblea Nazionale keniota, ha portato in Parlamento il drammatico rapimento, commesso sotto gli occhi dalla sicurezza keniota. Durante un question time, Owino ha sottoposto a Bonafred Matiang, segretario di gabinetto keniota agli Interni, nonché responsabile del coordinamento del governo nazionale, una serie di quesiti per conoscere la sorte del tigrino: “A che punto sono le indagini? ci sono persone arrestate?”, E poi: “Quali disposizioni sono state prese per proteggere keniani e cittadini stranieri dall’ondata di rapimenti che si sono verificati in Kenya?”.

Owino ha concluso l’interrogazione parlamentare, sottolineando l’urgenza della questione, visto che i lavori del Parlamento saranno sospesi dal 3 dicembre 2021 al 24 gennaio 2022 per le vacanze natalizie. Intanto il governo tace. Finora non è stata fornita alcuna risposta ai quesiti formulati dal deputato.

Momenti del sequestro di Samson

Il sequestro di Samson Teklemichael è solo l’ultimo di una lunga serie. Ecco i più eclatanti:

Il rapimento e la deportazione in Turchia di Selehaddin Gulen, nipote di Fetullah Gulen (predicatore e politologo turco, studioso dell’Islam e leader del movimento Gülen), accusato dal presidente Erdogan di essere uno dei cospiratori del tentato di colpo di Stato militare del 2016 in Turchia. Un tribunale keniota si era espresso contrario alla sua espulsione. Selehaddin Gulen, poi scomparso dalla sede della polizia del Kenya il 3 maggio 2021.

Nel gennaio 2017 si sono misteriosamente volatilizzati Dong Samuel Luak, importante avvocato e attivista dei diritti umani, rifugiato di nazionalità sud sudanese, registrato in Kenya dal 2013, e Aggrey Ezbon Idri, un membro dell’opposizione politica del Sud Sudan. Entrambi sono stati rapiti mentre percorrevano a piedi una via di Nairobi, rispettivamente il 23 e il 24 gennaio 2017.

Tutti e due sono poi stati uccisi in Sud Sudan. Su questi casi si è espresso anche Human Rights Watch: “La scomparsa dei due uomini è il risultato di una collusione tra il Sud Sudan e il Kenya, ma entrambi i governi hanno costantemente negato di avere i due in custodia e di non aver mai saputo dove si trovassero”. Il gruppo di esperti delle Nazioni Unite per il Sud Sudan ha poi scoperto che i due uomini sono stati sequestrati in Kenya dall’ Internal Security Bureau of South Sudan e poi trasferiti il 27 gennaio 2017 a Juba con un aereo commerciale.

Visti i precedenti rapimenti e relative deportazioni, il sequestro di Samson sembra un episodio della guerra civile in atto in Etiopia, dove migliaia di tigrini sono stati arrestati durante varie razzie anche nella capitale Addis Abeba.

Ora gli osservatori (compresi i media) si attendono chiarimenti da parte del governo di Nairobi. La moglie spera che si tratti di un semplice malinteso e che Samy ritorni quanto prima a casa, come è successo a Stella Wathiraa e Ahmed Galabi. La coppia, residente in Iran (erano venuti in Kenya per trovare i familiari di Stella), era stata fermata dagli agenti dell’antiterrorismo kenyota all’aeroporto internazionale di Nairobi il 24 settembre di quest’anno e poi rilasciata il 30 settembre.

Quattro giorni fa l’Alta Corte del Kenya ha ordinato all’Ufficio del procuratore generale di avviare immediatamente le indagini sulla scomparsa dell’uomo d’affari etiopico, rapito presumibilmente da agenti della pubblica sicurezza keniota. La Corte ha inoltre ordinato al direttore dell’Ufficio della procura di comparire in aula oggi, 29 novembre.

L’intervento dell’Alta Corte è stato chiesto dell’avvocato del rapito, Stanley Kang’ahi, che teme Samy possa essere trasferito in Etiopia.

Africa Express
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La variante omicron spaventa l’Africa, mezzo mondo impone restrizioni di viaggio

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
28 novembre 2021

Il gruppo consultivo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha classificato la nuova variante di COVID-19, rilevata per la prima volta in Sudafrica, nella provincia di Gauten, dove si trovano la capitale amministrativa Pretoria e quella economica, Johannesburg, come un virus altamente trasmissibile e preoccupante. Gli scienziati lo hanno denominato “Omicron” in base al sistema delle lettere greche.

Coronavirus

Finora non si conosce molto della nuova variante. Si sa che le proteine spikes (che decorano la superficie del virus formando delle protuberanze caratteristiche, facendolo sembrare una corona e da cui il nome coronavirus) di omicron presentano oltre 30 mutazioni. Ora bisogna capire in dettaglio cosa succede, si teme che omicron possa comportare maggiori rischi di delta, apparso per la prima volta in India.

Gli esperti stanno monitorando omicron, si suppone che ci siano maggiori rischi di potersi infettare nuovamente, ma ci vorranno settimane per capire se gli attuali vaccini siano sufficientemente efficaci.

Intanto molti Paesi hanno già preso misure precauzionali per arginare la trasmissione di omicron. I voli da e per gli Stati dell’Africa meridionale sono stati bloccati, malgrado le indicazioni di OMS e dei maggiori esperti scientifici in materia di virus, che hanno esitato ad evitare reazioni eccessive prima che la nuova variante sia stata studiata a fondo.

Il mondo ha paura, in poco meno di due anni la pandemia ha ucciso oltre 5 milioni di persone, dunque i governi corrono ai ripari per salvare economia e persone.

Ma il Sudafrica non ci sta. Il ministro della Sanità sudafricano, Joe Phaahla, ha apostrofato i provvedimenti come “ingiusti e controproducenti” e ha sottolineato: “Alcuni Paesi hanno avuto fino a 50mila di casi al giorno senza far nulla. Ora reagiscono in modo così draconiano”.

Intanto venerdì sono stati registrate quasi 3.000 infezioni nel Paese dell’Africa australe, fino a quindici giorni fa erano meno di 300 al giorno.

Anche Tulio Oliveira, stimato virologo, che ha reso noto per primo la scoperta della nuova variante, ha criticato aspramente la sospensione dei voli. Durante una conferenza stampa ha sottolineato espressamente : “A volte si viene puniti per essere trasparenti”. Ha poi aggiunto di non essere convinto che i divieti di viaggio siano efficaci, citando gli Stati Uniti, prima Nazione ad aver bloccato i viaggi da e per la Cina all’inizio della pandemia, ma ha finito per ritrovarsi con il maggior numero di infezioni.

Ha poi ricordato che dal punto di vista scientifico queste precauzioni non hanno molto senso.

Gli scienziati insistono sulle vaccinazioni. Tutti devono avere la possibilità di vaccinarsi. Il virus si evolve rapidamente proprio perchè a livello mondiale la percentuale delle persone vaccinate è ancora bassa, tutti devono avere accesso alla prevenzione contro il covid. “Ecco perché parliamo del rischio di apartheid dei vaccini”, ha detto ai reporter di Reuters, Richard Lessells, un esperto di malattie infettive, che si occupa prevalentemente del rilevamento delle varianti.

Intanto alcuni casi di positivi Omicron sono stati registrati in diversi Paesi europei e i governi stanno prendendo le contro misure per arginare i contagi.

Primi provvedimenti: restrizioni di viaggi

L’Unione Europea ha bandito gli arrivi dal Sudafrica e dai Paesi limitrofi (eSwatini, Lesotho, Botswana, Namibia, Zambia e Malawi).

La Gran Bretagna ha inserito nella lista rossa, partire da oggi, oltre al Sudafrica, anche eSwatini, Lesotho, Botswana, Namibia, Zambia, Malawi, Angola, Zimbabwe e Mozambico. I viaggiatori residenti in Gran Bretagna e Irlanda dovranno restare in quarantena per 10 giorni in un albergo covid approvato dal governo. Ai non residenti, invece, non è concesso entrare nel Paese.

Anche gli Stati Uniti e il Canada hanno adottato restrizioni. Il Brasile ha chiuso le proprie frontiere a 6 Paesi della regione sudafricana, l’Australia con 9.

Con oggi anche le Mauritius hanno sospeso tutti voli da e per il Sudafrica. Ai passeggeri che sono stati in Sudafrica, Botswana, eSwatini, Lesotho, Namibia e Zimbabwe sarà vietato l’ingresso o il transito nello Stato insulare.

La Sud Corea ha annunciato che i visti per i passeggeri provenienti da 8 Paesi dell’Africa meridionale saranno molto limitati, mentre i residenti di ritorno dalla regione, dovranno stare in quarantena.

Qatar Airways non accetta passeggeri provenienti dal Sudafrica, Zimbabwe e Mozambico.

L’unica eccezione è l’India. Il primo ministro, Narendra Modi, pensa di riaprire i voli da e per i Paesi a rischio, ma impone maggiori controlli alle frontiere.

Anche il Giappone impone una quarantena di 10 giorni per tutti viaggiatori provenienti dall’Africa australe e maggiori controlli alle frontiere.

Lo Sri Lanka non accetta più persone provenienti dai Paesi dell’Africa australe a partire da lunedì. Già ieri sono stati bloccati diversi viaggiatori, e sono stati costretti a una quarantena di 14 giorni.

Con dicembre la Thailandia vieterà l’ingresso a tutte le persone provenienti da 8 Paesi africani. Mentre Israele ha chiuso i voli praticamente con tutto il continente, eccetto i Paesi del nord Africa.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Mauritius: escalation esponenziale di covid-19, ma aperto ai turisti, anche italiani

 

 

 

 

Regeni, Zaki? Ma chi sono? Meglio correre in Egitto a vendere armi

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo

28 novembre 2021

Capitani d’industrie e conduttori di aziende; veterani iperstellati e pluridecorati; marcanti di cannoni, piazzisti e bussatori porta-a-porta; accaparratori di commesse e dispensatori di bonus al cinque percento; profittatori, cortigiani e imbucati. A sgomitare per posare al cospetto dell’ultimo faraone d’Egitto.

Fincantieri tra gli sponsor dell’edizione EDEX 2021

Tutto e tutti pronti per Egypt Defence Expo – EDEX 2021, l’esposizione internazionale delle industrie di guerra che prenderà il via al Cairo lunedì 29 novembre per concludersi giovedì 2 dicembre. Una kermesse di sistemi di morte e distruzione voluta, promossa e patrocinata dal generale Abdel Fattah Al-Sisi, presidente e comandante supremo delle forze armate del paese nordafricano all’indice per crimini e violazioni dei diritti umani.

Opportunità unica

EDEX rappresenta un’opportunità unica per le industrie militari per mostrare gli ultimi ritrovati tecnologici, le apparecchiature e i sistemi d’armamento in ambito terrestre, marittimo ed aereo e scambiarsi le esperienze”, spiega con enfasi il ministro della Difesa Mohamed Ahmed Zaki, già comandante della Guardia repubblicana e delle forze paracadutiste egiziane. “EDEX punta all’apertura di nuovi orizzonti di cooperazione nell’industria bellica tra l’Egitto e tanti altri paesi al mondo. Siamo certi che l’esposizione di quest’anno crescerà ancora di più per dimensione e impatto rispetto alla prima tenutasi nel 2018”.

Secondo gli organizzatori ad Egypt Defence Expo 2021 parteciperanno più di 400 aziende d’armi provenienti da 42 paesi e sono attesi più di 30.000 visitatori. Alla cerimonia d’inaugurazione sono previste le presenze del presidente Al-Sisi e delle maggiori cariche politiche e militari della Repubblica Araba d’Egitto e di una autorevole rappresentanza di uomini di governo, generali e ammiragli stranieri. All’edizione 2018 per la foto ricordo accanto al dittatore egiziano posavano i ministri della difesa di Emirati Arabi Uniti, Oman, Sudan, Francia, Grecia, Cipro, Sud Sudan, Camerun, Corea del Sud e Somalia.

E in verità le premesse ci sono tutte per trasformare la fiera bellica egiziana in un’occasione di affari e provvigioni multimilionarie per il complesso militare-industriale. Tra gli espositori ci sono i grandi nomi del comparto aerospaziale, missilistico, navale e dei sistemi terrestri a livello mondiale: Boeing, Lockheed Martin, Dassault Aviation, Naval Group, Airbus, BAE Systems, General Dynamics, Motorola Solutions, Raytheon, Rheinmetall, Thales, ecc. ecc..

Stand delle ambasciate

E c’è pure un’infinità di aziende medie e piccole che hanno già piazzato armi leggere, colt, fucili e munizioni in tutti i più sanguinosi conflitti del pianeta.

Ad EDEX 2021 ci saranno pure gli stand di organi di stampa e riviste specializzate nel settore difesa e security, quelli delle Ambasciate al Cairo di Stati Uniti d’America, Gran Bretagna, Repubblica Ceca e Slovacchia, del Ministero della Difesa dell’India, di quello dell’Economia della Romania e finanche dello Stato del Mississippi.

Tra gli espositori di caccia e carri armati ci sarà anche l’International Committee of the Red Cross (ICRC), la Croce Rossa Internazionale, “organizzazione indipendente e neutrale che assicura la protezione e l’assistenza umanitaria alle vittime dei conflitti armati e in altre situazioni di violenza”, così come viene presentata nel catalogo-pamphlet della fiera di Al-Sisi & C..

Presente il Made in Italy

Egypt Defence Expo farà bella mostra di sé, ovviamente, il made in Italy. Numerose e agguerrite le industrie nazionali presenti, segno evidente che l’omicidio del ricercatore Giulio Regeni e le campagne di denuncia sulle repressioni di massa, le carcerazioni e le sparizioni forzate in Egitto non commuovono i signori della guerra di casa nostra. Nel settembre 2020 il ministro per la Produzione militare di fresca nomina, Mohamed Ahmed Morsi, aveva voluto incontrare l’ambasciatore italiano al Cairo, Giampaolo Cantini, “per favorire la cooperazione con le aziende italiane nel campo delle industrie militari e civili”.

“Nel corso dell’incontro – riportava la nota del governo egiziano – un invito è stato anche rivolto alle delegazioni tecniche delle aziende italiane a visitare le aziende di produzione militare egiziane per conoscere le capacità tecnologiche e umane e favorire la collaborazione per la produzione di attrezzature, software, ecc.”.

Presto detto, presto fatto. Così Headline Sponsor della kermesse delle armi è il gruppo leader nazionale – a capitale pubblico – della produzione di fregate, cacciatorpediniere e sottomarini, Fincantieri S.p.A., controllato per il 71,6% dalla Cassa Depositi e Prestiti e fornitore strategico della Marina di guerra egiziana.

C’è anche Leonardo-Finmeccanica

E non poteva ovviamente mancare l’holding cugina del comparto aereo, terrestre, spaziale e delle telecomunicazioni militari, Leonardo S.p.A. (ex Finmeccanica), in mano per il 39% al Ministero dell’Economia e delle finanze, anch’essa partner di lunga data delle forze armate dello stato nordafricano. A EDEX 2021 Leonardo-Finmeccanica sarà presente anche tramite due importanti società partecipate, Leonardo DRS (produttrice di sofisticate tecnologie militari e d’intelligence, con quartier generale in New Jersey) ed MBDA, il maggiore consorzio industriale missilistico europeo (in mano a Leonardo per il 25% e per la restante parte ad Airbus Group e BAE Systems). Per la cronaca MBDA è platinum sponsor della fiera delle armi, insieme al colosso aerospaziale francese Dassault Aviation, altro fornitore chiave di sistemi bellici al regime Al Sisi.

Nell’elenco degli espositori di EDEX 2021 compare solo da una settimana la Federazione delle Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza (AIAD). Membro di Confindustria, AIAD riunisce la quasi totalità delle imprese nazionali che esercitano attività di progettazione, produzione, ricerca e servizi nei comparti aerospaziale, navale, terrestre e dei sistemi elettronici militari.

“La Federazione mantiene stretti e costanti rapporti con organi e istituzioni nazionali, università, centri di ricerca e in particolare con il Segretariato Generale della Difesa (l’ente che coordina la ricerca e lo sviluppo dei nuovi sistemi d’arma destinati alle forze armate, nda) e internazionali – tra cui la NATO – al fine di promuovere, rappresentare e garantire gli interessi dell’industria che essa rappresenta”, riporta lo statuto di AIAD.

Alessandro Profumo

Presidente onorario della federazione delle industrie belliche italiane è  Alessandro Profumo, amministratore delegato di Leonardo S.p.A. e pure presidente dell’ASD – Associazione europea delle Industrie dell’Aerospazio e della Difesa.

Presidente di AIAD è invece l’on. Guido Crosetto (già Dc, poi Forza Italia e infine cofondatore di Fratelli d’Italia), sottosegretario alla Difesa nel IV Governo Berlusconi e dall’aprile 2020 presidente di Orizzonti Sistemi Navali S.p.A., joint venture tra Fincantieri e Leonardo specializzata nella produzione di apparecchiature ad alta tecnologia per le navi militari e nella gestione integrata dei sistemi d’arma.

Di casa in Egitto da tempi remoti è un grande espositore nazionale privato,  IVECO Defence Vehicles S.p.A., con sede principale a Bolzano e stabilimenti pure a Piacenza, Vittorio Veneto e Sete Lagoas in Brasile. Produttore di carri armati, veicoli blindati, motori, componentistica per automezzi da difesa, automezzi per le forze di sicurezza e la protezione civile, IVECO Defence è controllata dall’holding finanziaria italo-statunitense CNH Industrial N.V., in mano a Exor N.V., la cassaforte della famiglia Agnelli.

In Egitto IVECO Defense può contare su un proprio agente di rappresentanza, l’azienda Engines interamente controllata da Shoura Group, importante gruppo finanziario-agroindustriale. Engines è uno dei maggiori fornitori del Ministero della Difesa e di quello dell’Interno specie per ciò che riguarda i veicoli anti-sommossa e per il trasporto truppe e detenuti.

La società di Bolzano torna ad EDEX dopo il successo ottenuto alla prima edizione quando aveva esibito i nuovi modelli di veicoli da trasporto militari e forze di polizia MUV (Utility Vehicle) e i blindati anfibi VBTP 6×6. Secondo alcune riviste specializzate, nel 2018 IVECO Defense riuscì a vendere agli egiziani alcuni MUV 4×2 “utilizzati principalmente per il trasporto di personale militare nella capitale”.

Repressione della polizia

Qualche mese prima della commessa, un rapporto di Amnesty International sulle armi francesi utilizzate dalla polizia di Al-Sisi per reprimere le manifestazioni aveva denunciato che nel violento intervento scatenato contro i lavoratori e gli studenti nei pressi dell’Al-Azhar University del Cairo, il 27 luglio 2013, insieme ai blindati Sherpa LSW venduti da Arquus (già Renault Trucks Defens), i reparti delle forze speciali egiziane avevano impiegato mezzi da trasporto e veicoli leggeri di produzione IVECO. L’uso di blindati dell’azienda italiana da parte delle unità di polizia è stato documentato dalla Lega francese per i Diritti Umani (LDH), dall’Observatoire des armements e dall’Istituto del Cairo di Studi sui Diritti Umani (CIHRS) pure per reprimere nel sangue le manifestazioni popolari del giugno 2018.

A seguito dell’ennesimo brutale intervento contro le pacifiche proteste anti-regime del 20 settembre 2019 (centinaia di manifestanti feriti e oltre .4.300 arresti arbitrari di cittadini – tra cui 161 donne e 177 minori – giornalisti, avvocati, attivisti e difensori dei diritti umani), gli europarlamentari del GUE/GNL hanno presentato una mozione a Strasburgo denunciando che le forze di polizia egiziane si erano avvalse “di automezzi e blindati di produzione francese e dell’italiana IVECO”.

“L’Unione Europea e i suoi Stati membri devono adottare una decisione che proibisca la vendita, la fornitura, il trasferimento o l’esportazione di ogni tipo di equipaggiamento e aiuto militare che possa essere utilizzato per la repressione interna in Egitto, incluse le tecnologie di sorveglianza e i sistemi di sicurezza che facilitino l’attacco contro i difensori dei diritti umani e la società civile”, avevano poi inutilmente chiesto gli europarlamentari.

Non poteva mancare ad EDEX 2021 lo stand di una delle maggiori produttrici al mondo di armi da fuoco leggere, la Fabbrica d’Armi Pietro Beretta S.p.A. di Gardone Val Trompia (Brescia).

Pistole Beretta

Controllata dalla Beretta Industrie S.p.A. che a sua volta fa parte del Gruppo Beretta Holding SA (678,3 milioni di euro di fatturato nel 2018), da decenni l’azienda rifornisce di pistole e fucili le forze armate e di polizia egiziane. Secondo l’Osservatorio permanente sulle armi leggere OPAL di Brescia, nel solo 2014 il governo italiano ha autorizzato la vendita al Cairo di oltre 30 mila pistole, soprattutto del modello “Beretta F92”.

“Per anni l’Italia è stato l’unico Paese dell’UE che, dalla presa del potere del generale Al-Sisi, ha inviato armi utilizzabili per la repressione interna”, ha commentato il ricercatore Giorgio Beretta di OPAL. In una foto pubblicata da Egypt Defense Review il 15 aprile 2018, alcuni appartenenti alle forze speciali egiziane sono stati ritratti armati di fucili Beretta GRX-160 in configurazione lanciagranate durante un’operazione in Sinai.

Secondo quanto riportato dal quotidiano Egypt Today, l’allora ministro della Produzione Militare Mohamed El Assar ha ricevuto il 6 aprile 2019 una delegazione ufficiale dalla Fabbrica d’Armi Pietro Beretta per discutere sulla possibilità di produrre le pistole modello M9 da 9mm in Egitto.

“Al meeting le due parti hanno concordato di stabilire un comitato per approfondire ulteriori opportunità di cooperazione e investimento in campi di comune interesse”, aggiungeva Egypt Today. “E’ stato deciso inoltre di accrescere le modalità di collaborazione e gli investimenti tra Beretta e AZSI – Abu Zaabal Company for Specialized Industries (gruppo industriale con sede ad Al Khanka, Qalyubia.  nda). Il Presidente della società italiana Franco Gussalli Beretta, da parte sua, ha affermato la necessità di una simile cooperazione dove l’Egitto fornisca risorse umane qualificate, unità tecnologiche e linee produttive in grado di competere nei mercati internazionali”.

Una pistola Beretta

L’ipotesi di produrre in Egitto pistole con brand Beretta è stata avanzata anche in occasione dell’incontro tra il ministro Morsi e l’ambasciatore Cantini nel settembre 2020, “anche in cooperazione con la società tedesca Rheinmetall” (la stessa che esercita il controllo su RWM Italia, l’azienda che produce in Sardegna e a Brescia le bombe impiegate dalle forze armate saudite in Yemen).

Oltre centomila carabine

La storica società della Val Trompia sarà presente alla kermesse bellica anche con uno stand della Benelli Armi S.p.A., azienda produttrice di fucili semiautomatici per uso militare (anti-guerriglia e anti-terrorismo), venatorio e sportivo, con sede a Urbino. Fondata nel 1967 dall’omonima famiglia di industriali produttori di motoveicoli, dal 1983 Benelli Armi è passata sotto il controllo di Beretta Holding. Oggi esporta in 78 paesi e tra i suoi maggiori clienti vanta il Corpo dei Marines USA.

“Nel periodo compreso tra il gennaio e l’ottobre 2015, l’Italia ha esportato all’Egitto fucili e carabine per 1.364.738 euro; di questi, in buona parte sono stati prodotti dalle Benelli Armi di Urbino”, ha documentato ancora una volta l’Osservatorio permanente sulle armi leggere. “Non si tratta di armi da guerra destinate all’esercito (con quelle si sale a 3.723.888 euro), perché altrimenti non comparirebbero nel fatturato del commercio estero. Escludendo che all’ombra delle piramidi sia scoppiata una passione per il tiro sportivo o per l’attività venatoria, è probabile che il carico sia stato venduto alla polizia e alle forze di sicurezza egiziane”.

Tra le industrie italiane che saranno presenti alla seconda edizione di EDEX compaiono poi Intermarine S.p.A. (società con sede ufficiale a Sarzana, La Spezia, che progetta, costruisce ed equipaggia cacciamine, imbarcazioni d’assalto, pattugliatori veloci e navi logistiche e da trasporto) ed Elettronica S.p.A. (tra le maggiori produttrici internazionali di sistemi di difesa e attacco elettronici, cyber security, tecnologie elettro-ottiche e a infrarossi, apparecchiature di sorveglianza e intelligence).

Ci sono poi alcune imprese meno note al grande pubblico ma anch’esse con un ruolo rilevante nella produzione ed esportazione di sistemi militari:  Polomarconi.it (quartiere generale a Verona e centro di ricerca e stabilimento a Bergamo, specializzata in antenne radar, sistemi elettronici avanzati, software, apparecchiature per il controllo del traffico aereo); Cristanini S.p.A. di Rivoli Veronese (particolarmente attiva nei settori della decontaminazione e detossificazione CBRN, cioè chimica, batteriologica e nucleare).

Nella lista finale degli espositori italiani di EDEX c’è poi RI-Group, azienda che opera dal 1973 a Leverano (Lecce), di proprietà della famiglia Tafuro, con stabilimenti e sedi di rappresentanza in Italia, Kosovo, Libano, Gibuti ed Emirati Arabi e “attività consolidate” ad Haiti, Iraq e Afghanistan. In “sinergia con Governi e organismi Internazionali come ONU, Unione Europea e NATO”, RiGroup si gloria della produzione di SurBunker (strutture modulari blindate che “garantiscono la sopravvivenza del personale in siti e situazioni ostili”, trasportabili su camion, treno e navi), military compound, complessi abitativi e relativi servizi per le forze armate, officine per la manutenzione dei veicoli da guerra, shelter per il controllo delle persone, garitte, bunker, depositi munizioni, sistemi di videosorveglianza, torri telescopiche.

Mercati africani

Alla conquista dei mercati africani e mediorientali si lancia pure Explorer Cases, brand nella titolarità di GT Line S.r.l. di Bologna, azienda che progetta e costruisce valigie e contenitori per trasportare equipaggiamenti digitali, armi, munizioni e accessori per uso militare ed ordine pubblico. Dulcis in fundo a rappresentare il tricolore a EDEX 2021 ci sarà PIGO S.r.l. di Vicenza, azienda “specializzata nella costruzione di congelatori, liofilizzatori ed essiccatori e macchinari per la surgelazione e la lavorazione della frutta e verdura”. Ovvio che i militari mangino e non solo combattano, per cui meglio attrezzarsi in tempo.

Per la presenza delle industrie straniere nei padiglioni della fiera del Cairo, il ministero della difesa egiziano e gli altri organizzatori si sono affidati a differenti agenti internazionali. Per il Sistema Italia ci ha pensato Ediconsult Internazionale S.r.l., azienda di Genova la cui amministratrice delegata è Ida De Mari, “rappresentante esclusiva di oltre 50 pubblicazioni estere, prodotte da editori leader nei propri settori” e “una competenza specifica nel settore fieristico internazionale”. Prime fra tutte le fiere della Difesa e della Sicurezza: in India, Emirati Arabi, Qatar, Turchia, Israele, Russia, Polonia, Regno Unito, Francia, Bahrein, Thailandia, Colombia ed Egitto. Le tante guerre hanno bisogno di tante vetrine.

Antonio Mazzeo
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Altro favore al dittatore Al Sisi: record di rimpatri forzati verso l’Egitto

 

Ad Abu Dhabi per il caldo si corre all’alba: dilagano i maratoneti kenioti

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
27 novembre 2021

Partono al buio che trascolora nell’alba luminosa, corrono al caldo appena attenuato. E vincono sempre loro, i kenyani. Alla Abu Dhabi National Oil Company Marathon (ADNOC) non c’è posto per nessuno.

Nel 2018, alla prima edizione, l’ambito primo posto se lo aggiudicò Marius Kipserem, ora 33 anni. Nel 2019, fu la volta di Reuben Kiprop Kipiego, 25 anni. Nel 2020 vinse il Covid-19 e la corsa venne cancellata.

Titus Ekiru, keniota, oro maschile alla maratona di Abu Dhabi

La notte tra giovedì 25 e venerdì 26 novembre 2021, alla terza edizione, sulla spettacolare, iconica Corniche di Abu Dhabi è sfrecciato per primo il super favorito: Titus Ekiru, 29 anni.

Un successo prestigioso per il maratoneta più veloce del 2021, tornato in pista per la prima volta dopo il record stabilito a Milano il 16 maggio scorso in 2h02’57”. Questa terza manifestazione dei 42,195 metri, quest’anno, infatti, precede le celebrazioni da mille e una notte organizzate per i 50 anni della capitale degli Emirati Arabi Uniti e dell’omonimo emirato, dagli sbalorditivi (e allucinanti) grattacieli.

Da Titus, per la verità, ci si aspettava una prestazione eccezionale: ad esempio battere il primato del percorso (2h04’40”). Si è invece dovuto accontentare di 2h06’13” e quindi dei soli 50 mila dollari che vanno al vincitore, rinunciando al bonus di 30 mila aggiuntivi nel caso in cui si superasse il limite della corsa.

L’unica differenza rispetto al 2018 è stata che allora, fra le donne, dominò l’etiope Ababel Yeshaneh Brihane, 30 anni.

Stavolta anche in campo femminile (come nel 2019, con Vivian Kiplagat) a dominare è tornata una keniana, Judit Jeptum Korir, 26 anni, già vincitrice delle maratone di Belgrado, Venezia e Izmir. Anche per lei 50 mila dollari, ma, pure per lei, niente premio di 30 mila. E’ coperto la distanza in 2h 22’30” mentre il tempo da battere era di 2h21’01”.

A parte la doppietta nei primi posti, lo strapotere del Kenya risalta se si osserva l’ordine d’arrivo. Fra gli uomini, nei primi 8, solo il secondo – Alphonce Felix Simbu, 29 anni, – di Singida, città del centro Tanzania, non è targato Nairobi. Simbu, un corridore di valore ingiustamente sottovalutato, è stato uno dei tre atleti a rappresentare il suo Paese, di cui è l’alfiere, ai Giochi di Tokio. Nella sua giovane carriera è stato quinto alle Olimpiadi di Rio nel 2016, settimo a Tokio, terzo ai Mondiali del 2017

Il terzo è Kipiego, il trionfatore a sorpresa nel 2019. Seguono Abel Kirui, 39 anni, due volte campione del mondo, argento olimpico nel 2012 a Londra; Felix Kimutai, Philemon Rono Cherop, Cyrus Kipkemboi Mutai e Julius Tiwei. Tutti colorati di nero, rosso e verde!

Fra le donne, alle spalle della Korir, si è classificata Eunice Chebichii Chumba, 28 anni, registrata – su sollecitazione paterna – da 7 anni nel Bahrain, di cui è divenuta portabandiera, ma è nata – guarda caso – nella contea di Uasin Gishu nella Rift Valley, terra generatrice di top runner.

Chumba è al 13 posto nel ranking mondiale della mezza maratona, è giunta settima alla maratona delle ultime olimpiadi, a Tokio, e il 16 maggio terza nella competizione di Milano. Ad Abu Dhabi, però, non riesce a sfondare: anche nel 2018 si era classificata seconda dietro l’etiope Brihane.

La corsa di Abu Dhabi, come sempre, si è disputata nella notte italiana, con partenza alle 2,45, (5,45 locali) per evitare le ore più calde, anche se in realtà la temperatura è stata ugualmente elevata.

Partenza maratona di Abu Dhabi

I 919 corridori elite giunti al traguardo, ma anche quelli delle altre 4 categorie (12 mila in tutto) hanno sfiorato i luoghi e i simboli che hanno reso popolare Abu Dhabi (Emirates Heritage Village, Qasr Al Hosn..) per fermarsi alla Corniche.

Le condizioni climatiche e il ritiro prima del 15° km delle tre lepri, o detto più elegantemente, pacemaker, hanno impedito al dominatore Ekiru di segnare un tempo più prestigioso e ambito. “Non ho ottenuto il crono che volevo ma sono molto soddisfatto del risultato – ha infatti commentato Titus – È stata una buona gara e sono molto felice di questa vittoria. Il percorso era piatto e veloce come ci aspettavamo e il tempo è rimasto bello per tutta la gara. La vittoria era la cosa più importante. Questo era il piano quando ho discusso la strategia di gara con il mio manager (l’italiano Federico Rosa, ndr). Sono grato agli organizzatori per avermi invitato a un evento così straordinaria. Spero di tornare l’anno prossimo e poi vedremo se potrò fare meglio”.

Ugualmente soddisfatta la prima donna, Korir, anche se pure lei ha sofferto il caldo: “Ringrazio Abu Dhabi per avermi offerto la possibilità di una esperienza indimenticabile. Il percorso si è rivelato impegnativo per il caldo, eppure sono orgogliosa per aver stabilito il nuovo limite personale”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Parte da Kinshasa la campagna dell’Unione Africana contro la violenza sulle donne

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
26 novembre 2021

“Il ruolo positivo del maschio” è una nuova campagna lanciata dall’Unione Africana in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, che si è svolta ieri, 25 novembre 2021.

Ieri si è tenuto a Kinshasa il primo vertice sulla violenza di genere. Al meeting hanno partecipato, oltre al padrone di casa, Félix Tshisekedi, capo di Stato della Repubblica Democratica del Congo, nonché presidente di turno dell’UA e autore dell’iniziativa, i suoi omologhi Macky Sall (Senegal), Paul Kagame (Ruanda), Faure Gnassingbé (Togo), Nana Akufo-Addo (Ghana) e Denis Sassou Nguesso (Repubblica del Congo). Alla conferenza ha partecipato anche Ellen Johnson Sirleaf, ex presidente della Liberia.

Felix Tshisekedi, presidente del Congo-K

In una dichiarazione congiunta di 10 punti, i 6 leader africani hanno promesso di volersi adoperare affinché vengano messe in essere le politiche e le misure necessarie volte combattere la violenza sulle donne. “Innanzi tutto i governi devono cancellare ogni forma di impunità e tolleranza zero contro chi commette questi crimini sia durante che dopo i conflitti”, hanno espressamente sottolineato.

Per violenze contro le donne s’intendono non solo stupri in zone di conflitto, ma anche matrimoni, gravidanze precoci, mutilazioni genitali, accesso limitato alla terra.

Il presidente del Congo-K chiede con fermezza un maggiore rispetto per i diritti fondamentali della donna. Tutti i sei capi di Stato hanno inoltre dichiarato voler puntare sul fatto che l’UA adotti una convenzione volta a rappresentare la base di una normativa per porre fine ai crimini contro le donne in Africa.

Per portare avanti la loro campagna, i 6 presidenti africani chiederanno la collaborazione dei giovani, i capi tradizionali e religiosi, la società civile, il settore privato e naturalmente di tutti leader africani.

Un appello particolare va comunque agli uomini adulti, “Devono rappresentare un modello per i futuri leader maschi”, hanno specificato i leader africani presenti al meeting. Mentre l’ex presidente liberiana è stata chiamata al vertice per riportare il messaggio alle leadership femminili in tutti gli ambiti, politiche, sociali, culturali e economici e chiedere una loro partecipazione attiva nella campagna.

Il vertice per lanciare la nuova campagna non si è svolto certamente a caso nel Congo-K, dove la violenza sulle donne ha raggiunto percentuali esorbitanti. Ne è testimone il medico congolese Denis Mukwege, Premio Nobel per la Pace 2019. E’ stato insignito della prestigiosa onorificenza per la sua attività come medico-ginecologo nell’ospedale di Panzi, da lui fondato nel 1998. La clinica si trova a Bukavu, capoluogo della provincia del Sud-Kivu, dove ogni anno vengono curate migliaia di donne, vittime di violenze sessuali.

E che dire degli abusi perpetrati persino da operatori sanitari dell’Organizzazione mondiale della Sanità? Spesso le donne che hanno subito violenze, stupri, non denunciano per timore di rappresaglie. Ma ieri è andata diversamente. Un folto numero di signore provenienti da Uvira, Fizi e Mwenga, nel Sud-Kivu, è arrivata aKinshasa per chiedere giustizia.

La campagna contro la differenza di genere è stata lanciata ieri e terminerà fra due settimane, il 10 dicembre, giornata internazionale dei Diritti umani. A livello mondiale la maratona prende il via con lo slogan “Colora il mondo di arancione: mettere fine subito alle violenze sulle donne”, mentre in Congo-K il tema della campagna è: “Mi alzo e agisco oggi contro la violenza sulle donne, le giovani e le ragazze”.

Cornelia I. Toelgyes
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Il Nobel Denis Mukwege: “Creare fondo globale per vittime di violenza sessuale”

Coronavirus e recrudescenza di ebola, cocktail micidiale in Congo-K

La Turchia alla conquista del mercato delle armi in Africa: nuove commesse in Niger

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
25 novembre 2021

Le forze armate del Niger fanno incetta di droni killer, caccia e blindati e piovono affari plurimilionari per le industrie belliche “amiche” del presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan.

Dopo aver incontrato nei giorni scorsi il Presidente del Niger Mohamed Bazoum, Erdogan ha reso noto che la Turchia trasferirà al Paese africano una quantità imprecisata di aerei senza pilota d’attacco Bayraktar TB2, di caccia “addestratori” leggeri Hurkus e di veicoli blindati per le operazioni belliche in ambito terrestre. “Questi sistemi d’arma che sono fattricati da aziende turche, accresceranno le capacità operative delle forze armate e di sicurezza del Niger”, ha dichiarato Erdogan.

Mohamed Bazoum, presidente del Niger a destra e il suo omologo turco Recep Tayyp Erdogan

I Bayraktar TB2 sono droni tattici MALE (Medium Altitude Long Endurance), cioè volano a medie altitudini e per lungo tempo (sino a 7.300 metri d’altezza e per 27 ore consecutive). Possono raggiungere una velocità di crociera di 222 km/h e sono in grado di svolgere in totale autonomia i decolli e gli atterraggi e semi-autonomamente le missioni di intelligence, sorveglianza, riconoscimento ed attacco armato.

I velivoli hanno una capacità di carico sino a 150 kg: a secondo della missione, possono imbarcare sistemi di rilevamento radar, visori e telecamere oppure bombe a guida laser del tipo MAM e MAM-L e missili aria-superficie e anti-tank UMTAS. Ordigni e missili sono prodotti da Roketsan Roket Sanayii ve Ticaret A.S., la principale industria bellica turca controllata in buona parte dalle forze armate, mentre i droni sono progettati e realizzati dalla Baykar di Istanbul, azienda privata in mano alla potente famiglia Bayraktar il cui presidente del consiglio d’amministrazione è Selçuk Bayraktar, genero del presidente Erdogan avendone sposato la figlia Sümeyye.

Con l’acquisto dei micidiali droni killer, il Niger diviene il terzo cliente africano della società turca. Nei mesi scorsi i Bayraktar TB2 sono stati venduti ai militari del Marocco e dell’Etiopia per essere utilizzati, rispettivamente, contro i Saharawi e il Fronte Polisario e nella sanguinosa guerra in Tigray. Dal 2014 i velivoli senza pilota sono in dotazione alle forze armate, alla gendarmeria e alla polizia nazionale della Turchia e impiegati soprattutto contro la popolazione e le milizie kurde. I Bayraktar TB2 sono stati venduti anche a Qatar, Ucraina, Azerbaijan, Kyrgyzstan e Turkmenistan.

Drone turco Bayraktar TB2

Micidiali sistemi bellici anche i caccia Hürkuş-C prodotti dalle Turkish Aerospace Industries (TAI). “Si tratta di velivoli progettati per fornire supporto alle unità di terra dall’aria in combattimenti a bassa intensità o per missioni di contrasto della guerriglia”, scrive Analisi Difesa. Con un’autonomia di volo di circa 1.500 km e una velocità massima di 574 km/h, i caccia possono impiegare razzi CIRIT, missili UMTAS e bombe guidate KGK-SIHA-82 da 340 kg con raggio d’azione di 30 km. Sono armati inoltre con due mitragliatrici da 12,7 mm e un cannone da 20 mm. L’Hurkus-C è la variante armata dell’aereo da addestramento Hürkus-A, utilizzato anche in ambito civile.

In aprile il presidente di Turkish Aerospace, Temel Kotil, aveva comunicato la vendita a un paese straniero non meglio identificato di 12 caccia Hurkus-C; ancora Temel Kotil in una recentissima intervista al canale turco della CNN aveva aggiunto che la “prima consegna all’estero” dei velivoli sarebbe stata completata entro la metà del 2022. Dopo le dichiarazioni del presidente Erdogan è evidente che sarà proprio lo stato sub-sahariano il destinatario degli Hurkus.

Le autorità politiche e militari del Niger stanno perseguendo un dispendiosissimo programma di acquisizione di sistemi d’arma e di potenziamento delle forze armate. Nel febbraio 2020 l’esercito nigerino ha ricevuto due nuovi elicotteri da combattimento Mi-171Sh di produzione russa, con relative munizioni e parti di ricambio per il valore complessivo di 47 milioni di dollari. Dotati di razzi e cannoni di precisione da 23 mm e missili guidati anticarro 9M120 Ataka-V e 9K114 Šturm, gli elicotteri possono essere impiegati anche per il trasporto delle forze d’assalto (fino ad un massimo di 37 militari completamente equipaggiati) e di carichi ed equipaggiamenti.

Il 27 maggio 2020 la Direzione alla cooperazione di US Africom (il Comando che sovrintende alle operazione delle forze armate degli Stati Uniti d’America nel continente africano) ha consegnato alle forze armate del Niger 10 camion Mercedes “Atego” per il trasporto delle unità su ogni tipo di terreno, più un sistema per l’immagazzinamento e la logistica di automezzi e materiali, per il valore complessivo di un milione e mezzo di dollari.

Tre mesi più tardi ancora US Africom ha “donato” all’esercito nigerino 22 veicoli blindati Osprea MK7 “Mamba” di produzione statunitense-sudafricana, 15 in versione da combattimento e il resto in versione comando e ambulanza.

Le forze armate USA hanno messo a disposizione pure due ambulanze “Toyota Land Cruiser” e quattro set di attrezzi e ricambi meccanici per blindati. Il valore dei mezzi è stato stimato in 8 milioni di dollari. Nel 2019 Washington avevano consegnato al Niger altri 13 Osprea “Mamba” nell’ambito di un pacchetto di aiuti per 21 milioni di dollari che comprendeva pure sistemi radio, camion da trasporto, autocisterne, sistemi di navigazione GPS, tende militari e equipaggiamenti individuali per i soldati.

Anche la Germania ha fornito sistemi di guerra alle autorità di Niamey per rafforzarne le capacità d’intervento “contro il terrorismo” nel Sahel. Nel febbraio 2021 è stata resa nota la consegna di 15 veicoli blindati IAG “Guardian Xtreme” prodotti negli Emirati Arabi Uniti da International Armored Group. Con due configurazioni 4×4 e 6×6, i blindati sono impiegati principalmente in aree minate per trasportare sino a 12 militari; sono inoltre forniti di stazioni per il controllo remoto di sistemi d’arma, telecamere e apparecchiature di videosorveglianza, lanciatori di granate, ecc..

“Il Niger è un nostro partner strategico nella lotta al terrorismo, al crimine organizzato e alla migrazione illegale soprattutto nelle aree di confine nella regione di Agadez”, ha spiegato il ministero della difesa tedesco. Attualmente la Germania schiera in Sahel un migliaio di militari, accanto alle forze armate di Stati Uniti d’America, Francia e Italia.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
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Spese folli in armi: contro il Polisario, Marocco acquista droni dalla Turchia

L’Etiopia si arma fino ai denti e fa shopping di droni per combattere in Tigray

Sempre florido il business delle armi: il Kenya acquista blindati dalla Turchia

I tigrini a un passo da Addis Abeba: Abiy corre al fronte con le sue truppe

Africa ExPress
Nairobi, 24 novembre 2021

La guerra civile in Etiopia è arrivata a un punto critico: i tigrini del Tigray Defense Forces sono a pochi chilometri da Addis Abeba. Il primo ministro Abiy Ahmed, come aveva annunciato lunedì, è partito per il fronte. In sua assenza, Demeke Mekonnen Hassen, numero due del governo etiopico e ministro degli Esteri, ha assunto il ruolo di premier ad interim. Le ultime mosse dell’amministrazione mostrano con chiarezza che la situazione è drammatica.

Il premier etiopico, premio Nobel per la Pace 2019, Abiy Ahmed

Abiy Ahmed, aveva spiegato che intendeva raggiungere le sue truppe per partecipare ai combattimenti contro il TDF e i loro alleati, soprattutto l’OLA (Oromo Liberation Army). Gli oromo sono il maggiore gruppo etnico dell’Etiopia. Abiy, da vincitore del Premio Nobel per la Pace passa direttamente sul campo di battaglia. Le trattative per un cessate il fuoco immediato e una mediazione diplomatica volta a arginare la guerra sembrano ormai un miraggio.

Le Nazioni Unite hanno predisposto l’evacuazione delle famiglie dello staff internazionale per il 25 novembre. La Francia ha lanciato un nuovo appello ai propri connazionali perché lascino l’Etiopia immediatamente. Altrettanto hanno fatto Germania, Irlanda e Svizzera, mentre il Regno Unito ha diramato nuovamente l’invito ai britannici di andarsene quanto prima; la Banca Mondiale ha già trasferito il suo staff internazionale a Nairobi, in Kenya.

Qualche giorno fa il ministero degli Esteri etiopico ha informato la controparte irlandese che 4 diplomatici di Dublino sono stati dichiarati persona non grata e pertanto dovranno lasciare Addis Ababa entro una settimana. L’ambasciatore e un altro funzionario della missione diplomatica irlandese potranno restare. Il governo etiopico ha adottato tale misura nei confronti dell’Irlanda per la sua presa di posizione critica sul conflitto e sulla crisi umanitaria nel Paese espressa a livello internazionale, opinione ripetuta anche al Consiglio di Sicurezza del Palazzo di Vetro.

Se da un lato le autorità di Addis Ababa mandano a casa personale diplomatico, è quasi impossibile per etiopici con doppio passaporto, se nati nel Tigray uscire dal Paese. Africa Express è stata contattata da persone che si trovano in questa condizione. L’Australian Broadcasting Corporation ha denunciato qualche giorno fa l’arresto nella capitale di 20 australiani, originari del Tigray. Il motivo del loro fermo non è stato reso noto.

La CNN ha riportato che l’esercito degli Stati Uniti
ha messo in allerta le forze speciali a Gibuti. Sono pronte a fornire assistenza all’ambasciata americana di Addis Ababa, se la situazione dovesse peggiorare.

Già dal mese scorso le forze del Tigray e i loro alleati avevano minacciato di marciare verso Addis Abeba. Gli intensi combattimenti ancora in corso hanno l’obbiettivo strategico di tagliare la strada che collega Gibuti alla capitale etiopica per bloccare i rifornimenti. L’Etiopia non ha sbocchi al mare. L’arteria che collega Addis Abeba al mare è dunque vitale.

Mentre tutti gli occhi sono concentrati sul conflitto contro i “ribelli”, a est i terroristi somali al-shebab hanno notevolmente aumentato la loro attività al confine con l’Etiopia. I residenti hanno chiesto aiuto al governo centrale con l’invio di nuove truppe per difendere le frontiere e impedire ai terroristi di entrare nel Paese.

Abiy, durante il suo discorso di lunedì, ha ricordato gli imperatori etiopici del passato, che hanno combattuto insieme ai soldati.

I più sono morti sul fronte, non tutti però. Menelik II è morto nel suo palazzo di grave malattia. Mentre non è chiaro nemmeno ancora oggi quale sia stata la reale causa di morte dell’ultimo negus etiopico, Hailé Selassié, morto in circostanze misteriose nel 1975; la sua tomba è stata ritrovata solo nel 2018 sotto il pavimento di un ufficio del palazzo imperiale di Menelik. Mentre il dittatore Mènghistu Hailé Mariàm è dovuto fuggire e a tutt’oggi vive nello Zimbabwe.

Personaggi famosi etiopici, soprattutto atleti, come il leggendario Haile Gebrselassie, hanno dichiarato di voler raggiungere il premier e combattere al suo fianco al fronte, ma finora nessuna foto di Abiy è stata pubblicata mentre si prepara ad affrontare il nemico.

Africa ExPress
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