Etiopia: la diplomazia internazionale alla corsa contro il tempo per il cessate il fuoco

Continua la mancanza di cibo nel Tigray

 

Africa ExPress
Nairobi, 10 novembre 2021

Mentre i ribelli sono ormai a pochi chilometri dalla capitale Addis Abeba, lo stato d’emergenza su tutto il territorio nazionale ha dato il via libera a una pesante ondata di arresti arbitrari  nei confronti di chi è anche solo minimamente sospettato di avere contatti con i “ribelli” del TPLF e i loro alleati. Lo stato di emergenza per la durata di sei mesi, è stato proclamato dal primo ministro dell’Etiopia e premio Nobel per la Pace, Abiy Ahmed, il 2 novembre 2021, e ratificato qualche giorno dopo dal parlamento.

Le rappresaglie della polizia sono cominciate venerdì e proseguono tutt’ora. Tra le persone fermate a Addis Ababa, tutte o quasi di etnia tigrina, ci sono anche oltre 70 autisti di società esterne che lavorano per l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Già martedì l’ONU ha condannato la detenzione di 16 dei suoi dipendenti etiopi, senza però precisare la loro etnia.

Arrestati membri dello staff dell’ONU e autisti di società esterne

Nei giorni scorsi sono finiti in carcere anche preti e monaci ortodossi, nonché sacerdoti cattolici dell’ordine dei salesiani. I missionari europei o comunque non etiopici sono stati liberati subito, non così quelli di etnia tigrina, deportati in località sconosciuta. Non è chiaro se quelli eritrei sono stati rilasciati. Non tutti gli stranieri sono stati rilasciati. Un cooperante italiano del VIS (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo che si ispira al messaggio di San Giovanni Bosco), Alberto Livoni, è stato arrestato il 6 novembre e è ancora nelle galere etiopiche.
Secondo quanto riporta Repubblica, al nostro connazionale viene contestato la cessione di una valigetta con un milione di birr – una somma pari a circa 20mila dollari – con il sospetto che il denaro servisse ad aiutare la popolazione tigrina. La nostra ambasciata di Addisa Ababa è in contatto con le autorità etiopiche per risolvere la delicata questione.

Finora il governo non ha voluto rilasciare dichiarazioni sugli arresti. E intanto, dopo le ingenti spese affrontate per combattere la guerra nel nord del Paese, compresi gli acquisti di droni dalla Turchia, a settembre l’inflazione è salita del 35 per cento. I prezzi dei generi alimentari e del carburante sono alle stelle. L’Etiopia, fino allo scoppio della guerra nel novembre 2020, è stata la nazione con la maggiore crescita nel continente, ma ora sta subendo una forte battuta d’arresto.

Negli ultimi giorni diversi Paesi, anche africani, hanno cominciato l’evacuazione dei propri concittadini, fatto che non è visto di buon occhio dalle autorità di Addis Ababa, in quanto scredita il Paese e il suo governo.

Non è ancora tutto perduto, resta ancora uno spiraglio di speranza per mettere fine alla guerra in Etiopia, hanno affermato lunedì l’ex presidente della Nigeria, Olusegun Obasanjo, inviato dell’Unione Africana per il Corno d’Africa, e Rosemary Di Carlo, sottosegretario generale per gli Affari Politici e di Costruzione della pace di Washington.

Obasanjo è stato a Makallè domenica scorsa, dove ha incontrato i leader del Fronte di Liberazione del Tigray (TPLF). In questi giorni ha avuto colloqui con tutte le parti in causa del conflitto. E lunedì ha specificato al Consiglio di Sicurezza del Palazzo di Vetro, che a livello individuale i leader di tutte le fazioni sono convinti che le divergenze siano politiche e che debbano pertanto essere risolte con il dialogo. L’ex presidente ha infine aggiunto: “Le prospettive per raggiungere un cessate il fuoco sono minime, ma ci sono. Il tempo a disposizione però è poco”. Ora l’UA e gli USA tentano di giocare le ultime carte per far tacere le armi.

Olusegun Obasanjo, alto rappresentante dell’UA per la pace nel Corno d’Africa

Non è tutto perduto, certo, ma a volte è difficile sperare. L’ex ministro per le Donne, Bambini e i Giovani, Filsan Abdullahi Ahmed, ha fatto sapere ieri sul suo account twitter che i suoi genitori sono sati arrestati e interrogati dalle forze di sicurezza etiopiche a Jigijiga, capoluogo della regione somala.

E intanto le atrocità continuano, attacchi e bombardamenti con droni turchi si susseguono, ma non sono riusciti a bloccare i combattimenti che ormai sono arrivati a una manciata di chilometri dalla capitale.

In un anno di guerra sono morte migliaia di persone, gli sfollati sono oltre due milioni, senza contare gli oltre 60 mila che hanno cercato rifugio e protezione in Sudan. Nel nord dell’Etiopia la gente è allo stremo, più di 400 mila civili sono in condizioni di carestia, perchè gli aiuti umanitari stentano ad arrivare. E, secondo il rapporto, redatto dall’Ufficio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e da Ethiopian Human Rights Commission (EHRC), pubblicato il 3 novembre 2021, emerge che atrocità e abusi sono stati commessi da tutte le parti in causa.

In questi giorni il sottosegretario generale per gli affari umanitari e coordinatore degli aiuti di emergenza dell’ONU (OCHA), Martin Griffiths, è stato in Etiopia, dove ha incontrato Abiy e il ministro deglia Esteri, Demeke Mekonnen per fare il punto della situazione sugli aiuti umanitari. Griffiths ha avuto anche colloqui con Obasanjo e membri di ONG e agenzie non governative.

Griffiths ha avuto l’autorizzazione di raggiungere Makallè, capoluogo del Tigray, domenica scorsa. In un breve rapporto ha evidenziato che nel nord del Paese 7 milioni di persone sono direttamente colpite dal conflitto. In tutta l’Etiopia sono 20 milioni che dipendono dagli aiuti umanitari, in quanto anche siccità, inondazioni, epidemie e infestazioni di locuste hanno fatto la loro parte.

Continua la mancanza di cibo nel Tigray

Nel nord, le donne e i bambini sono quelli maggiormente colpiti dal conflitto, sono disperati, ha sottolineato il capo di OCHA. Le mamme temono per il futuro dei propri figli. E’ necessario che gli aiuti umanitari possano giungere a destinazione senza impedimenti. Anche Griffiths chiede un cessate il fuoco immediato per porre fine alle terribili sofferenze di cittadini innocenti.

Poche ore fa Global Compilance News (piattaforma di notizie USA che tratta per lo più l’applicazione di nuove leggi e/o sentenze che possono avere un impatto con le aziende) ha reso noto che le sanzioni emesse a fine settembre dal presidente Joe Biden nei confronti di leader di gruppi, compreso membri del governo dell’Etiopia, dell’Eritrea, quello regionale dell’Amhara e e del Tigray People’s Liberation Front, sono state inasprite ulteriormente. Le nuove regole comprendono il divieto di esportazione di articoli e servizi di difesa per “le forze armate, la polizia, l’intelligence o altre forze di sicurezza interna” verso l’Etiopia e l’Eritrea.

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