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Sudan, l’opposizione non ci sta: “L’accordo Hamdok-Burhan legittima il golpe”

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
23 novembre 2021

All’indomani della firma dell’accordo tra il presidente del Consiglio sovrano, Abdel Fattah al-Burhan e Abdalla Hamdok, reintegrato come premier, 12 ministri e la rettrice dell’università di Khartoum, Fadwa Abdel Rahman, si sono dimessi.

Con il trattato di 14 punti, Burhan e Hamdok si sono impegnati formalmente di riprendere la via della transizione democratica, di tornare alla condivisione del potere civile-militare secondo l’accordo del 2019. Hamdok ha prospettato la formazione di un gabinetto di tecnocrati, d’altronde anche il precedente governo lo era. Anche lui stesso non è un politico, è un economista, un ex funzionario della Commissione Economica per l’Africa dell’ONU.

Firma accordo Hamdok e Burhan

I ministri dimissionari erano a capo dei seguenti dicasteri: Esteri, Irrigazione, Investimenti, Energia, Sanità, Istruzione Pubblica, Culto. Trasporti, Lavoro, Gioventù e Sport, Giustizia. Facevano parte del governo di transizione guidato da Hamdok, sciolto il 25 ottobre da Burhan, autore del colpo di Stato.

La rettrice dell’università di Khartoum ha dichiarato apertamente che le sue dimissioni sono una forma di protesta contro l’accordo politico siglato tra Burhan e Hamdok.

Alcuni dei ministri che hanno rinunciato alla poltrona facevano parte di Forces of Freedom and Change, coalizione civile, che comprende Sudanese Professional Association e partiti all’opposizione. Già domenica, sia FFC che SPA avevano annunciato di non accettare in alcun modo l’accordo tra i militari e Hamdok.

“Non è possibile tornare indietro. Accettare l’accordo di domenica, significa tollerare e accettare che i fautori del putsch restino nel Consiglio sovrano e questo sarebbe una battuta d’arresto che non possiamo approvare in alcun modo”, ha spiegato Gaffar Abbas, portavoce di FFC.

Anche El Watheg El Bereir, segretario generale del Partito Nazionale Umma (la ministra degli Esteri dimissionaria Mariam al-Sadiq al-Mahdi è una dei leader), ha sottolineato che il partito rifiuta qualsiasi accordo politico. Simili dichiarazioni sono state espresse anche dal Partito del Congresso Sudanese e dal raggruppamento politico Federal Gathering.

Subito dopo il colpo di Stato i sudanesi hanno manifestato in molte città del Paese. Le dimostrazioni di protesta pacifiche sono sempre state soppresse con la forza da parte dell’esercito, polizia e paramilitari RSF. Sono oltre 40 i manifestanti uccisi, centinaia i feriti. Anche ieri è morto un ragazzo di soli 16 anni, colpito da un proiettile.

La scorsa settimana il generale si è autonominato presidente del Consiglio sovrano, e ha riconfermato come vice-presidente Mohamed Hamdan Dagalo, alias Hemetti, a capo dei paramilitari Rapid Support Forces, in passato leader dei famigerati janjaweed, i tagliagole durante la guerra in Darfur.

Secondo alcuni osservatori, l’accordo di domenica permette comunque ai militari di mantenere gran parte del controllo nel Paese.

Se da un lato il mondo arabo (Lega Araba, Arabia Saudita, Egitto) ha accolto favorevolmente l’accordo siglato domenica a Khartoum, Anthony Blinken, segretatio di Stato di Washington, ha fatto sapere tramite il suo portavoce Ned Price che l’intesa rappresenta solamente un “primo passo” per ripristinare la transizione democratica del Sudan.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Sudan: i militari reinstallano il premier civile, ma il potere resta saldo in mano loro

 

Conferenza sulla Libia: belle parole sul ritiro immediato dei mercenari. Poi nulla

Speciale per Africa ExPress
Luciano Bertozzi
Novembre 2021

Sanzioni ONU per chi tenta di ostacolare il processo elettorale e la transizione politica in Libia, favorire il ritiro dei miliziani stranieri che alimentano il conflitto nell’ex colonia italiana e l’impegno delle fazioni ad accettare l’esito delle votazioni, previste per il 24 dicembre prossimo.

Sono i risultati della Conferenza di Parigi sulla Libia, voluta dal presidente francese Emmanuel Macron e copresieduta da Italia, Germania, Libia e l’ONU, rappresentate rispettivamente da Mario Draghi, Angela Merkel e Antonio Guterres, segretario generale del Palazzo di Vetro.

Conferenza Libia a Parigi

Alla riunione hanno preso parte anche la vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris, il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, il ministero degli esteri russo Lavrov, nonchè rappresentati di Tunisia, Niger e Ciad, i tre Paesi confinanti della Libia che risentono della crisi, per quanto concerne instabilità (traffico di armi e mercenari) e stanno subendo i maggiori contraccolpi della crisi libica, in termini di instabilità, traffico di armi e mercenari.

Per la Libia ha partecipato il presidente del Consiglio dei ministri del governo di unità nazionale, Abdul Hamid Mohammed Dbeibah e il presidente del Consiglio presidenziale, Mohamed Al Menfi. Anche Cina, Giordania, Svizzera, Algeria e Marocco erano rappresentati dai rispettivi capi della diplomazia, oltre a altri Paesi.

La dichiarazione finale recita: “Sottolineiamo l’importanza per tutte le parti interessate libiche di mobilitarsi risolutamente a favore dell’organizzazione per il 24 dicembre 2021 di elezioni presidenziali e legislative libere, eque, inclusive e credibili”. Va sottolineato che il documento enfatizza che le elezioni siano “inclusive”.

Le elezioni, del resto, sono un aspetto fondamentale per il processo di pace sostenuto dalle Nazioni Unite, ma suscitano molti dubbi a causa dei contrasti tra fazioni rivali e organi politici, sulle regole e su chi può candidarsi.

Ad esempio non si sa se lo stesso Dbeibah, che potrebbe essere favorito per la presidenza, possa essere autorizzato a registrarsi per poi candidarsi, dopo aver promesso di non partecipare. E c’è anche la posizione del capo dell’Alto consiglio di Stato libico, Khalid al-Mishri, che ha chiesto di non dal partecipare alle elezioni non candidandosi o non andando alle urne.

Al-Mishri sostiene che le leggi elettorali annunciate dall’Alta Commissione elettorale nazionale alla stampa pochi giorni fa sono imperfette. Un ulteriore esempio delle fratture fra le varie componenti libiche è data dalla ministra degli esteri di Tripoli, al-Mangoush, sospesa dal Consiglio presidenziale, per presunte violazioni amministrative, presente al consesso parigino nonostante il divieto di viaggiare, decretato il 6 novembre.

Grande assente il Presidente turco Erdogan, in sua vece, un vice presidente. La sua non partecipazione rende difficili passi in avanti, verso il ritiro delle forze straniere e dei mercenari, un aspetto essenziale e molto controverso. La Turchia ha aiutato il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli, sostenuto dalla comunità internazionale, inviando truppe regolari, ufficialmente solo consiglieri. Sul terreno poi sono presenti miliziani siriani,

Conferenza Libia a Parigi

poi, soprattutto, in Cirenaica, mercenari russi della compagnia Wagner, schierati a fianco del generale Haftar, spalleggiato da Egitto ed Emirati Arabi Uniti.

Entrambe le forze e le milizie straniere non hanno mai smobilitato né si sono ritirate dal Paese, nonostante ciò fosse previsto dopo la firma del cessate il fuoco del 23 ottobre 2020 e l’approvazione di un percorso per porre termine alle ostilità e il ripristino di istituzioni democratiche.

A questo proposito Macron ha detto: “Il piano di ritiro dei mercenari deve essere assolutamente attuato quanto prima. Russia e Turchia devono richiamare i loro mercenari senza indugio”. Il presidente francese ha ottenuto già, poco prima della Conferenza, l’impegno di rimuovere 300 mercenari stranieri al servizio del generale Haftar, attraverso un processo concordato tra le parti in conflitto: ”Il piano del Comitato militare libico di ritirare i mercenari è in linea con le risoluzioni delle Nazioni Unite. Sosteniamo il piano d’azione globale per garantire l’allontanamento delle forze straniere e dei mercenari dalla Libia”.

Anche Draghi si è espresso in tal senso: “Il ritiro di alcuni mercenari stranieri prima delle elezioni aiuterebbe a rafforzare la fiducia fra le parti”. Successivamente alle votazioni sarà necessario riformare anche il sistema di sicurezza e il reintegro dei combattenti. “L’Italia è pronta – ha assicurato Draghi – a fornire il proprio sostegno”.

A ogni modo continuerà il lavoro di monitoraggio della missione Onu nel Paese (UNSMIL). Così come quello sull’embargo delle armi. Ankara, invece, a dimostrazione della complessità della situazione, ha espresso riserve sulla dichiarazione finale, sullo status di forze straniere, sottolineando la differenza tra la presenza delle proprie truppe in Libia invitate da un governo riconosciuto dall’Onu e quelle fatte arrivare da altre fazioni.

E’ stato confermato anche l’obbligo di garantire il rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani, incluso quello dei migranti e rifugiati e richiedenti asilo, cosa che fino ad ora non si è verificata. Tuttavia la dichiarazione “accogliamo con favore gli sforzi delle autorità provvisorie libiche per rispettare ed adempiere ai loro obblighi”, sembra composte da belle parole vuote, visto che i fatti dimostrano il contrario. Proprio in questi giorni sono state scoperte altre nuove fosse comuni.

Draghi si è espresso anche sugli aspetti economici: “La normalizzazione della Libia passa anche per un sistema economico in grado di rispondere ai bisogni della popolazione e favorire gli investimenti esteri e va a garantita, un’equa distribuzione delle risorse in ogni parte del Paese e rafforzato il percorso di riunificazione delle istituzioni economiche e finanziarie, a partire dalla Banca Centrale”.

Luciano Bertozzi
luciano.bertozzi@tiscali.it

Sudan: i militari reinstallano il premier civile, ma il potere resta saldo in mano loro

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
22 novembre 2021

Il primo ministro Abdallah Hamdok è stato reintegrato nelle sue funzioni di primo ministro del Sudan dal presidente del Consiglio Sovrano, Abdel Fattah al-Burhan, golpista del 25 ottobre scorso.

Hamdok, agli arresti domiciliari dal giorno del putsch, ha potuto lasciare la sua casa ancora strettamente sorvegliata, per recarsi al palazzo presidenziale per siglare l’accordo con Burhan.

Abdallah Hamdok, primo ministro sudanese

La breve cerimonia, durante la quale hanno preso la parola entrambi, è stata trasmessa in diretta TV sull’emittente di Stato. Hamdok e Burhan si sono impegnati formalmente di riprendere la via della transizione democratica, di tornare alla condivisione del potere civile-militare secondo l’accordo del 2019.

Oltre alla reintegrazione di Hamdok come primo ministro, il trattato odierno, che comprende 14 punti, prevede anche la liberazione di tutti politici arrestati in seguito al colpo di Stato.

I militari avevano preso tempo per (ri)nominare il primo ministro. Se fino a poche ore fa Burhan era rimasto inflessibile, ora ha dovuto cedere alle pressioni interne e internazionali.

La scorsa settimana il generale si è autonominato presidente del Consiglio sovrano, e ha riconfermato come vice-presidente Mohamed Hamdan Dagalo, alias Hemetti, a capo dei paramilitari Rapid Support Forces (RSF), in passato leader dei famigerati janjaweed, i tagliagole durante la guerra in Darfur.

Oltre a lui ha lasciato al loro posto anche gli altri militari e ha nominato diversi nuovi membri in rappresentanza delle regioni del Paese e ex leader di milizie armate, firmatarie dell’accordo di Juba dello scorso anno. Aveva però escluso le Forces of Freedom and Change (FFC), il gruppo della società civile che ha guidato le manifestazioni contro il vecchio dittatore Omar al-Bashir, poi spodestato proprio da al-Burhan nell’aprile 2019.

Secondo Cameron Hudson, ex funzionario del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e esperto del Sudan all’Atlantic Council’s Africa Center, ha detto che l’accordo odierno permette comunque ai militari di mantenere gran parte del controllo nel Paese.

La reintegrazione di Hamdok non ha calmato la folla. Parte della  popolazione non ha gradito che il premier abbia firmato assieme al generale golpista il documento che lo riabilita. Troppe condizioni con il potere che resta saldamente in mano ai militari. E’ quindi  scesa nuovamente in massa nelle strade di Khartoum, Omdurman, città gemella di Khartoum, situata sulla sponda occidentale del Nilo e Bahri, città a nord della capitale. I dimostranti hanno  gridato all’unisono: “I militari devono tornare nelle loro baracche”. E “Hamdok ha venduto la rivoluzione”.

Sudanese Professional Association (SPA), tra gli organizzatori della marcia di protesta di odierna, hanno addirittura accusato Hamdok di tradimento. Testimoni oculari, nonchè lo stringer di Africa ExPress hanno confermato l’uso di gas lacrimogeni e di pallottole da parte delle forze dell’ordine e di sicurezza. Un ragazzino di appena 16 anni è morto, colpito da un proiettile. Il suo decesso è stata confermato dal Comitato centrale dei medici sudanesi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Repressione, parola d’ordine dei golpisti sudanesi: manifestazioni finite nei sangue

Sudan in fiamme: 14 morti tra i dimostranti che proclamano lotta continua

I tigrini si avvicinano ad Addis Abeba: se tagliano i rifornimenti il governo crolla

Africa ExPress
21 novembre 2021

I combattimenti continuano e i governativi stanno cercando di bloccare i combattenti del TDF (Tigray Defense Forces) che si avvicinano sempre di più ad Addis Ababa. Il tentativo è di bloccare la strada che collega il porto di Gibuti alla capitale. Se dovessero riuscire nell’impresa i tigrini non avrebbero neanche bisogno di arrivare nella città, che priva di rifornimenti cadrebbe da sola.

E’ difficile avere notizie certe sulla situazione sul campo. I collegamenti con il Tigray sono interrotti e da settimane internet e telefoni sono boccati. Fonti non autorevoli parlano di una continua avanzata verso sud dei tigrini che comunque devono guardarsi le spalle perché gli eritrei al confine settentrionale premono per correre in aiuto dell’esercito dei loro amici al governo in Etiopia.

Alcuni osservatori sentiti da Africa ExPress, sono meravigliati di questa assenza su terreno delle truppe di Asmara, anche se in molti ritengono che in numero non rilevante siano già penetrati nel Tigray. “probabilmente – sottolinea qualcuno di loro contattato a Nairobi – il presidente eritreo Isaias Afeworki non si fida della lealtà delle proprie truppe sfiancate da 30 anni di dittatura sanguinaria. Teme che invece di combattere i tigrini alla fine gli si rivoltino contro”.

 Per tentare una mediazione tra le parti, Olusegun Obasanjo, alto rappresentante dell’UA per la pace nel Corno d’Africa, ha avuto nuovi colloqui con il capo del Tigray People’s Liberation Front, Debretsion GebreMichael.

L’ex presidente nigeriano ha ricevuto il difficile incarico di convincere i due contendenti di deporre immediatamente le armi e di sedersi al tavolo delle trattative.

Prima di recarsi nel Tigray, Obasanjo ha incontrato rappresentanti del primo ministro etiopico e premio Nobel per la Pace 2019, Abiy Ahmed ad Addis Ababa.

Il primo ministro etiopico e Premio Nobel per la Pace 2019, Abiy Ahmed, a sinistra e il presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta

Finora nulla di fatto, nemmeno la breve visita del presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, nella capitale etiopica, dove ha incontrato nuovamente Abiy, non ha portato soluzioni sostanziali. Anche Kenyatta ha tentato di convincerlo a cominciare il dialogo. Ha anche chiesto con insistenza di permettere il transito di convogli con aiuti umanitari.

Intanto sono stati liberati 6 membri dello staff dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, e gli autisti di società esterne che lavorano per l’ONU.

Il ministero degli Esteri canadese ha consigliato ai propri cittadini di lasciare quanto prima l’Etiopia. Stessa cosa ha fatto la Francia. Mentre gli USA – il cui personale non strettamente necessario nella loro ambasciata di Addis Ababa è già stato evacuato giorni fa – hanno allertato i piloti riguardo i possibili attacchi contro l’aeroporto della capitale etiopica, uno dei più frequentati dell’Africa. La Federal Aviation Administration avvisa che la guerra si sta avvicinando alla capitale e dunque potrebbero verificarsi scontri anche nelle vicinanze dell’aerostazione e lanci di missili terra-aria che potrebbero colpire aerei civili. Inoltre invita tutti gli americani ancora nel Paese a partire  immediatamente, per evitare evacuazioni last minute come è successo recentemente in Afghanistan.

Da questa mattina sono in atto arresti di massa a Humera, nella regione Amhara: miliziani del gruppo nazionalista armato amhara FANO, già accusato  di massacri e pulizia etnica, sono andati di casa in casa e hanno rastrellato persone di origini tigrine, caricate su diversi camion e portate verso il fiume Gash-Setit, che in Etiopia prende il nome di Tekeze.

Un settore del corso d’acqua segna il confine naturale più occidentale tra Eritrea e Etiopia, mentre in un altro punto quello tra Etiopia e Sudan. Gli orrori commessi dai governativi lungo il fiume sono stati documentati da fotografia e filmati che mostravano masse di cadaveri trasportati dalla corrente. E’ necessario un intervento immediato per evitare un nuovi bagni di sangue.

L’ultimo rapporto di OCHA (Ufficio delle Nazioni Uniti per gli Affari Umanitari) pubblicato tre giorni fa parla chiaro: la situazione umanitaria nel nord del Paese resta catastrofica. Si suppone che entro la fine dell’anno 8 milioni di persone necessiteranno aiuti.

A causa dei continui combattimenti nelle regione Amhara, gli sfollati sono ora decine di migliaia. Nel Tigray, invece, sono stati sgomberati gli edifici scolastici, diventati rifugio per 16 mila persone dall’inizio della guerra. I convogli con gli aiuti umanitari sono bloccati da oltre un mese, mancano i contanti, gran parte dei servizi bancari sono interrotti da tempo. La regione non viene rifornita di carburante da agosto.

Venerdì il governo etiopico ha minacciato di ritirare le licenze alle maggiori testate straniere presenti nel Paese, Reuters, CNN, BBC e Associated Press (AP). I loro reportage, sostiene il governo, potrebbero nuocere agli interesse e alla convivenza pacifica dei Paesi del Corno d’Africa.

Aggiornamento:

Continuano gli arresti di massa nella capitale, tra loro anche due professori universitari. Assefa Fissiha e Mehari Redeai, entrambi insegnano diritto all’ateneo di Addis Ababa. Le autorità non hanno ancora confermato il loro fermo. Familiari e amici hanno, invece, sostengono che i due cattedratici sono stati portati via dalle forze di sicurezza con l’accusa di non aver rispettato lo stato di emergenza, imposto all’inizio del mese da Abiy, poi ratificato dal Parlamento.

Africa ExPress
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Etiopia: la diplomazia internazionale alla corsa contro il tempo per il cessate il fuoco

Etiopia: l’orrore continua, altri cadaveri con segni di tortura nel fiume

 

 

 

Mauritius: escalation esponenziale di covid-19, ma aperto ai turisti, anche italiani

Africa ExPress
20 novembre 2021

Da settimane la Repubblica di Mauritius, l’isola Stato nell’Oceano indiano, sta lottando contro una nuova recrudescenza della pandemia.

Il sistema sanitario è in ginocchio. Lo ha confermato lo stesso ministro della Sanità, Kailesh Jagutpal.  Dall’inizio della pandemia sono stati registrati 18.769 casi, su una popolazione di poco più di 1.26 milioni di abitanti. Il virus non rallenta la sua corsa, ieri sono stati rilevati 138 nuovi positivi, con 71 ricoveri. Eppure il 67 per cento della popolazione ha già ricevuto due dosi di vaccino. Jagutpal, in un suo intervento al Parlamento ha precisato che finora sono morte 240 persone, tra queste 61 sarebbero decedute in ospedale malgrado doppia vaccinazione.

Coronavirus variante delta

Ora mancano ossigeno e respiratori. Il governo di Port Louis ha chiesto aiuto alla vicina isola La Riunione – dipartimento francese nell’Oceano Indiano – che ha promesso di inviare 20 tonnellate di ossigeno, nonchè 10 respiratori, un medico rianimatore esperto e un’infermiera specializzata, per assistere e supportare i colleghi mauriziani.

Per arginare i contagi, dal 12 novembre scorso il governo ha imposto severe misure restrittive in vigore fino al 13 dicembre. Tutte le scuole, eccetto gli asili nido, sono state chiuse, le lezioni proseguono con la didattica a distanza. Vietata l’apertura di bar e discoteche; spettacoli, concerti e competizioni sportive sono stati sospesi. Il numero dei partecipanti a matrimoni e funerali è stato limitato, mentre le spiagge restano aperte.

Il 15 novembre Washington ha inviato un secondo lotto di vaccini alle Mauritius, raggiungendo così un totale di 183.690 Pfizer-BioNTech COVID-19 dosi.

Mauritius riaperte le frontiere il 1° ottobre 2021

Turisti e viaggiatori sono esenti dalle restrizioni. Le Mauritius hanno riaperto le frontiere il 1°ottobre di quest’anno dopo 18 mesi di chiusura. Questo lungo periodo ha pesantemente penalizzato l’economia del Paese, giacchè tra le maggiori entrate figurano turismo e servizi finanziari. L’isola è anche considerata uno dei più sicuri paradisi fiscali sia per le società sia i patrimoni individuali.

Gli alberghi sono esclusi dalle misure anti-covid imposte dal governo. I turisti possono godere di una vacanza sull’isola, purchè vaccinati e in possesso di un test molecolare negativo, eseguito al massimo 72 ore prima dello sbarco, aereo o navale. Dovranno sottoporsi poi a un secondo test due giorni dopo il loro arrivo e a un terzo al quinto giorno della loro permanenza alle Mauritius. Se risultano comunque negativi all’entrata nel Paese, potranno muoversi liberamente appena messo piede nel Paese.

Secondo quanto riportato dal governo, in poco più di un mese sono arrivati oltre 70 mila viaggiatori e solo 5 tra questi sono risultati positivi al covid, tutti asintomatici e vaccinati. Purtroppo, secondo il regolamento, sono stati costretti a passare il loro soggiorno in quarantena, nelle proprie camere d’albergo.


Malgrado l’escalation dei contagi, come spiega la nota qui sopra, finora la Farnesina non ha emesso restrizioni verso le Mauritius, purché si tratti di viaggi organizzati e gestiti da operatori turistici. A tutt’oggi nella pagina istituzionale del nostro ministero degli Esteri “Viaggiare sicuri”, secondo l’aggiornamento del 30 settembre 2021 da cui è ripreso il documento che vedete, l’isola Stato dell’Oceano indiano è tra i corridoi turistici Covid-free.

Africa ExPress
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Coronavirus: Mauritius rispedisce al mittente 40 turisti italiani

Defilé industria bellica italiana a Egypt Defence ExPo alla faccia di Regeni e Zaki

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
19 novembre 2021

L’escalation repressiva nella Repubblica Araba d’Egitto, le complicità e i depistaggi delle autorità di polizia nel barbaro omicidio di Giulio Regeni e l’ingiusta carcerazione di Patrick Zaki, studente dell’Università di Bologna, non preoccupano per nulla i manager della maggiori industrie belliche italiane.

Caccia, elicotteri, droni, missili, unità navali, cannoni, carri armati, blindati, radar e sistemi di telecomunicazione made in Italy faranno bella mostra di sé a Egypt Defence Expo – EDEX, l’esposizione internazionale delle industrie di guerra che si terrà al Cairo dal 29 novembre al 2 dicembre 2021 con il patrocinio del presidente Abdel Fattah Al-Sisi, del Ministero della difesa e del Comando Supremo delle forze armate egiziane.

Alla seconda edizione della Egypt Defense Expo è prevista la partecipazione di oltre 400 espositori internazionali, intenzionati a farsi una spietata concorrenza per presentare e piazzare i loro strumenti di morte ai visitatori che accorreranno alla kermesse: capi di stato e ministri del continente africano e del Medio oriente, generali e ammiragli, società contractor del settore sicurezza.

Principale sponsor della fiera d’armi egiziana sarà l’holding della cantieristica nazionale Fincantieri S.p.A., controllata per il 71,6% dallo Stato italiano tramite la Cassa Depositi e Prestiti. La società leader nella progettazione e realizzazione di unità navali da trasporto e da crociera, ha indirizzato la propria produzione al settore militare accrescendo contestualmente le esportazioni ai regimi nordafricani e mediorientali più autoritari. Tra i migliori (o più correttamente peggiori) clienti di Fincantieri c’è proprio l’Egitto del dittatore-generale Al-Sisi. Nell’ultimo biennio sono state consegnate alla Marina militare egiziana due fregate multimissione FREMM (classe Bergamini), ammodernate ed equipaggiate nel cantiere navale di Muggiano-La Spezia.

Per le due fregate l’Egitto ha sborsato poco meno di un miliardo di euro. Esse hanno un dislocamento a pieno carico di 6.500 tonnellate, una lunghezza di 144 metri e possono raggiungere una velocità di 27 nodi con un’autonomia di crociera massima di 6.800 miglia. Le unità sono armate “con i più moderni sistemi da combattimento globale e tecnologici”, come spiegano i manager di Fincantieri: cannoni Leonardo da 127/64 mm e Super Rapido da 76/62 mm, missili superficie-aria MBDA SAAM-ESD ed Aster, ecc.. Con la supersponsorizzazione di EDEX 2021, il gruppo cantieristico spera di chiudere in tempi brevi la trattativa per la fornitura agli egiziani di altre quattro fregate multi missione e di una ventina di pattugliatori d’altura.

Altro importante gruppo industriale-militare nazionale che sarà presente alla fiera della morte del Cairo è Leonardo S.p.A. (ex Finmeccanica), controllata per il 39% dal Ministero dell’economia e delle finanze. Nell’ultimo quinquennio Leonardo ha esportato al Ministero della difesa egiziano 32 elicotteri AgustaWestland, 24 di tipo AW149 multiruolo e 8 AW189, per un valore complessivo di 871,7 milioni di euro.

L’elicottero AW149 è stato progettato per svolgere numerose missioni militari, tra le quali il trasporto truppe, il rifornimento e il  trasporto carichi, l’intervento medico e l’evacuazione di feriti, le operazioni delle forze speciali e di ricerca e salvataggio (SAR); il supporto aereo e la scorta armata; il comando e controllo (C2), l’intelligence, la sorveglianza e il riconoscimento. Il velivolo può trasportare sino a 18 passeggeri o 12 soldati completamente equipaggiati e, in alternativa, carichi sino a 2.720 kg. Può essere armato con mitragliatrici da 7,62 mm o da 12,7 mm; pod esterni con cannoni da 20 mm; lanciarazzi o missili anticarro. La versione AW189 presenta le stesse qualità tecniche dell’AW149 e di norma viene utilizzata per il trasporto del personale VIP.

Anche i manager di Leonardo si presenteranno al Cairo con la speranza di concludere lucrosissimi affari con i militari egiziani: in ballo c’è la commessa per 24 cacciabombardieri Eurofighter “Typhoon” (prodotti dall’omonimo consorzio europeo di cui il gruppo italiano controlla il 21% delle quote sociali) e per 24 caccia da addestramento piloti e da combattimento Alenia Aermacchi M-346 “Master” (questi velivoli sono già in dotazione alle Aeronautiche militari di Italia e Israele).

EDEX 2021 Leonardo-Finmeccanica allestirà stand espositivi anche con due importanti società partecipate, Leonardo DRS (produttrice di sofisticate tecnologie militari e d’intelligence, con quartier generale a Parsippany, New Jersey) ed MBDA, il maggiore consorzio industriale missilistico europeo (in mano a Leonardo per il 25% e per la restante parte ad Airbus Group e BAE Systems). MBDA è platinum sponsor della fiera delle armi di Al-Sisi & C., accanto al colosso aerospaziale francese Dassault Aviation, altro fornitore strategico di sistemi bellici al regime egiziano.

Nei mesi scorsi il consorzio ha venduto al Paese nordafricano una partita di missili superficie-aria VL MICA NG che saranno utilizzati dalle corvette della classe “Gowind” in fase di realizzazione nei cantieri di Alessandria d’Egitto e dalle fregate della classe “MEKO A-200” ordinate dalla Marina egiziana in Germania. MBDA ha venduto all’Egitto pure una cinquantina di missili da crociera a lungo raggio “SCALP” per armare i cacciabombardieri Rafale ed Eurofighter “Typhoon” e i sistemi missilistici superficie-aria VL-MICA SAM ad uso navale.

Tra le industrie italiane che saranno presenti alla seconda edizione di EDEX compare Elettronica S.p.A., tra le maggiori produttrici al mondo di sistemi di difesa e attacco elettronici, cyber security, tecnologie elettro-ottiche e a infrarossi, apparecchiature di sorveglianza e intelligence, con applicazioni in ambito navale a terrestre. Fondata nel 1951, Elettronica S.p.A. ha esportato i propri prodotti a una trentina di paesi e ha sedi di rappresentanza in Europa, Medio Oriente e Asia. La società è reduce da un’altra importante esposizione di sistemi bellici, il Dubay Air Show tenutosi nella capitale negli Emirati Arabi Uniti a metà novembre.

“Elettronica Group vanta un forte rapporto con gli Emirati Arabi che risale ai primi anni ’90, quando l’azienda italiana iniziò a fornire prodotti alle forze armate inizialmente con sistemi di autoprotezione per aeromobili dell’Aeronautica estendendo poi negli anni 2000 la partnership alle unità navali della Marina”, riporta l’ufficio stampa del gruppo. “Grazie a questa collaborazione negli anni successivi gli EAU hanno sviluppato alcune delle più avanzate capacità di guerra elettronica nella regione.

Al salone emiratino Elettronica ha presentato in particolare il sistema anti-drone ARIAN, il Centro EW (electronic warfare) progettato per le operazioni di supporto elettromagnetico e i sistemi Stand-Off Jammer e Stand-In Jammer”. Saranno proprio questi i sistemi che Elettronica offrirà ai vertici delle forze armate egiziane nel corso di EDEX 2021.

Al Cairo sarà presente anche uno stand di Intermarine S.p.A., società con sede ufficiale a Sarzana (La Spezia) che progetta, costruisce ed equipaggia navi militari con requisiti operativi speciali (cacciamine, imbarcazioni d’assalto, pattugliatori veloci, ecc.) e navi logistiche e da trasporto. Intermarine ha già esportato 43 unità in diverse configurazioni alle Marine militari di Stati Uniti d’America, Australia, Finlandia, Malesia, Nigeria, Taiwan e Thailandia. Interamente controllata dal gruppo Immsi S.p.A.,  holding finanziaria-industriale italiana controllata dalla famiglia Colaninno, Intermarine ha assunto il controllo della Rodriquez Cantieri Navali S.p.A. di Messina, azienda produttrice di aliscafi a uso militare e civile e, in Brasile, di un cantiere navale a Rio de Janeiro.

Non poteva mancare alla kermesse dei mercanti d’armi IVECO Defence Vehicles S.p.A., società con sede principale a Bolzano e stabilimenti pure a Piacenza, Vittorio Veneto e Sete Lagoas in Brasile, produttrice di carri armati, veicoli blindati, motori, componentistica per automezzi da difesa, automezzi per le forze di sicurezza e la protezione civile. Tra i sistemi bellici più noti ci sono i carri “Ariete” e “Centauro”, i blindati “Puma” e “Lince”, i veicoli da combattimento della fanteria “Dardo” e diverse versioni di camion pesanti per il trasporto truppe e il supporto logistico alle unità. I mezzi di IVECO Defence Vehicles sono stati venduti alle forze armate di Italia, Germania, Tunisia, Argentina, Belgio, Brasile, Filippine, Francia, Germania, Giordania, Libano, Norvegia, Olanda, Romania, Russia, Spagna, Svizzera, Ucraina e USA. Dal 2013 la società di Bolzano è controllata dall’holding finanziaria italo-statunitense CNH Industrial N.V., a sua volta in mano a Exor N.V., la cassaforte della famiglia Agnelli con sede nei Paesi Bassi.

Patrick Zaki, a sinistra e Giulio Regeni

Sarà presente in Egitto anche Polomarconi.it, società che opera nel mercato delle comunicazioni radio, specializzata nella progettazione e produzione di antenne mono & multi band (VHF/UHF/DMR/TETRA/WIFI/ WIMAX), sistemi elettronici avanzati, software, apparecchiature per il controllo del traffico aereo. “Polomarconi.it è entrata con successo nel settore delle comunicazioni navali per applicazioni militari, con una gamma di antenne e filtri che garantiscono i massimi livelli di performance e affidabilità nelle comunicazioni tra le basi militari e le navi, ma anche tra le navi e gli altri mezzi militari impegnati nell’area: truppe di terra, aerei e altre navi”, si legge nel sito web dell’azienda.

Il quartier generale di Polomarconi.it è a Verona ma un impianto produttivo e i laboratori di ricerca e sviluppo hanno sede a Bergamo. L’azienda ha stretto rapporti di collaborazione con importanti centri di ricerca pubblici e privati (Fondazione Bruno Kessler, Università di Trento, Politecnico di Torino, Università di Ferrara) ed esporta all’estero l’85% circa della produzione. “Nei prossimi due anni intendiamo rafforzare la nostra presenza diretta nei mercati internazionali”, spiegano i manager di Polomarconi.it. “Tale programma è già iniziato con la Turchia e prevede l’apertura di nuove local entity nei più importanti mercati del mondo”.

Tra le aziende italiane che parteciperanno a EDEX 2021 c’è infine Cristanini S.p.A., che offre prodotti nell’area militare, della sicurezza e della protezione civile e in particolare per ciò che riguarda la decontaminazione e detossificazione CBRN (chimica-biologica-radiologica-nucleare) “in caso di calamità naturali, disastri industriali, incidenti stradali, eventi bellici o atti terroristici”. Fondata nel 1972, Cristanini S.p.A. ha sede a Rivoli Veronese (Verona); la società conduce progetti di ricerca in collaborazione con alcuni istituti universitari, tra cui il Dipartimento di Ingegneria Chimica dell’Università di Padova e – come riportato nel proprio sito ufficiale – nei laboratori militari in tutto il mondo.

Una task force davvero esplosiva quella che l’Italia presenterà in Egitto. Al-Sisi sarà sicuramente contento: non saranno certo gli incidenti di Regeni e Zaki a turbare lo storico idillio bellico-affaristico tra Roma e il Cairo.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
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Al mercato delle armi: Leonardo consegna nuovi elicotteri e caccia alla Nigeria

Migranti egiziani rispediti con ponti aerei nell’inferno del dittatore Al Sisi

Altro favore al dittatore Al Sisi: record di rimpatri forzati verso l’Egitto

 

Migranti egiziani rispediti con ponti aerei nell’inferno del dittatore Al Sisi

Braccio di ferro mozambicano: ministro accusato di corruzione estradato in USA

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 18 novembre 2021

L’ex ministro delle Finanze mozambicano, Manuel Chang, sarà estradato negli Stati Uniti. Così ha deciso la giudice sudafricana, Margaret Ruth, dell’Alta Corte di Gauteng a Johannesburg. La sentenza è arrivata in seguito a un appello presentato dall’ong mozambicana Forum per il monitoraggio del bilancio (FMO).

debiti occulti Manuel Chang
L’ex ministro delle Finanze del Mozambico Manuel Chang

Altro ricorso contro l’estradizione di Chang in USA

L’ong, insieme di varie organizzazioni della società civile, sosteneva che se Chang fosse stato mandato in Mozambico, non sarebbe stato ritenuto responsabile dei suoi crimini. E pare che ce l’abbia fatta anche se non è facile estradarlo in USA perché Maputo rilancia. La procuratrice generale del Mozambico, Beatriz Buchili, ha presentato ricorso contro la sentenza di estradizione in USA.

André Thomashausen, specialista in diritto internazionale, ha dichiarato alla testata DW  che il ricorso “…serve solo a guadagnare tempo e a ritardare la testimonianza del signor Chang. Mancano tutti i requisiti di base. Il più basilare per l’estradizione è che solo una persona accusata di un crimine o processata può essere estradata. Un testimone, non può mai essere estradato. Una persona ricercata come sospettata non può essere estradata”.


Nella foto: l’ex presidente Armando Guebuza, aiuta Beatriz Buchili, procuratrice generale del Mozambico

La protesta sui social

Dopo quest’ultima sfida di Maputo scatta la reazione dei media mozambicani e dei social. Su Facebook, Justiça national accusa il governo di buttare il denaro: “Gli avvocati sudafricani hanno incassato un milione di dollari per occuparsi del ricorso. La procura della Repubblica (PGR ndr) sa in anticipo, che non vincerà mai questa causa. Il PGR ha paura di quello che Chang potrebbe rivelare negli Stati Uniti perché potrebbe essere grave. Impegnerà i boss di Beatriz Buchili”.

Manuel Chang è recluso in un carcere sudafricano da 35 mesi dopo essere arrestato su mandato internazionale USA nell’aeroporto di Johannesburg nel 2018. Quando gli Stati Uniti ne hanno chiesto l’estradizione, pochi giorni dopo è arrivata la richiesta di Maputo per estradarlo in Mozambico. Un braccio di ferro che va ancora avanti e che ora vede in vantaggio Washington.

Il documento che coinvolge il capo dello Stato

debiti occulti documento di Nyusi
Il documento firmato da Filipe Nyusi quando era ministro della Difesa

Lo scandalo dei “debiti occulti” da oltre 2mld di dollari (1,9mld di euro) risale al 2013-2015, durante la presidenza di Armando Guebuza. Vede coinvolte le più alte sfere della politica mozambicana e del Frelimo, il partito al potere dal 1975. All’epoca, l’attuale presidente mozambicano, Filipe Nyusi, era ministro della Difesa.

Qualche settimana fa, al processo in atto a Maputo sui “debiti occulti”, è apparso il documento firmato da Nyusi.  Si tratta di un documento di due pagine indirizzato all’allora ministro delle Finanze con Ref n°005 /GAB/MDN/2013 datato 14 gennaio 2013. Nel documento  il ministro della Difesa sollecita Chang a chiedere il prestito di 2mld di dollari al Credit Suisse.

Per l’acquisto delle imbarcazioni, ufficialmente erano stati spesi 1,9 miliardi di euro. Ventiquattro battelli per la pesca al tonno, mai utilizzati e 15 motovedette per la Marina militare. La vendita è stata fatta dall’azienda francese Constructions Mécaniques in difficoltà finanziarie. Nel tragitto del denaro attraverso il mediatore Privinvest e le società mozambicane Proindicus, Ematum e MAM,  circa 700 mila euro erano svaniti nel nulla.

Chang potrebbe morire

“È molto probabile che Manuel Chang muoia prima ancora di essere giudicato (negli USA ndr) – scrive Justiça national -. Sembra che la strategia del PGR sia questa. Uccidere poco a poco Chang prima che apra la bocca”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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https://www.africa-express.info/2021/08/26/mozambico-sottratti-2-milioni-di-euro-figlio-di-ex-presidente-a-processo/

https://www.africa-express.info/2019/01/08/mozambico-arrestato-da-usa-ex-ministro-manuel-chang/

Ex ministro mozambicano (frode da 1,9mld): Sudafrica blocca estradizione a Maputo

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Frode da 1,9 mld: USA e Mozambico chiedono a Pretoria l’estradizione dell’ ex ministro mozambicano

Sudan in fiamme: 14 morti tra i dimostranti che proclamano lotta continua

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
17 novembre 2021

I sudanesi non si rassegnano. Uniti più che mai, sono scesi nuovamente nelle strade per esprimere la loro protesta contro il golpe del 25 ottobre. “No al potere militare” è lo slogan cantato e urlato dai manifestanti a Khartoum e in altre città del Paese.

Le forze di sicurezza e la polizia hanno bloccato i ponti che collegano Khartum a Omdurman, città gemella di Khartoum, situata sulla sponda occidentale del Nilo e Bahri, città a nord della capitale. Internet e i social network sono bloccati dal 25 ottobre, malgrado l’ordine della Corte Suprema di ripristinare i collegamenti in rete.

Manifestazione contro il golpe militare (Sudan, Khartoum)

Anche oggi la polizia e i militari hanno usato la forza per disperdere e reprimere i manifestanti. Testimoni oculari hanno confermato l’uso di gas lacrimogeni e pallottole vere. I dimostranti non si sono lasciati intimorire. Hanno continuato la loro protesta, hanno mostrato manifesti con le persone uccise in occasione di altre marce di dissenso e sventolato foto del primo ministro Abdalla Hamdok, agli arresti domiciliari dal giorno del golpe. Durante le dimostrazioni odierne sono morte 14 persone, decine i feriti. Il bilancio è tutt’ora provvisorio.

Secondo l’associazione dei medici durante le proteste di sabato sono morte otto persone, tra questi anche  adolescenti, come il 13enne Remaaz Hatim al-Atta, colpito da una pallottola alla testa davanti alla casa dei genitori a Khartoum, e Omar Adam, che si è accasciato a terra dopo essere stato trafitto da un proiettile alla schiena. Dal 25 ottobre a oggi sono almeno una trentina i manifestanti uccisi dai militari.

I gruppi pro-democratici hanno promesso di continuare le proteste finchè non sarà instaurato nuovamente il governo civile.

In un’intervista esclusiva con Africa ExPress, Albaqir al-Affif Mukhtar, attivista per i diritti umani, capo di the Horn of Africa Civil Society Forum, nonché direttore di KACE (Al Khatim Adlam Centre for Enlightenment), ha spiegato in che direzione sta andando il Sudan

1. Il generale Abdel Fattah al-Burhan ha annunciato la composizione del nuovo Consiglio di transizione, presieduto da lui stesso. Mohamed Hamdan Dagalo, alias Hemetti, rimarrà vicepresidente aggiunto. Le Forces Freedom and Change (FFC) sono state escluse nella formazione del nuovo Consiglio. Quali saranno i prossimi passi di Burhan?

Il suoi prossimi passi saranno quelli di nominare il primo ministro e il gabinetto dei ministri.

3. Burhan ha promesso elezioni libere per il 2023, ma cosa succederà nel frattempo?

Intanto lui adatterà tutte le istituzioni governative in modo che il governo che sarà eletto, sarà completamente a favore del vecchio regime.

4.La comunità internazionale ha condannato il colpo di stato del 25 ottobre, compresi l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, e ha chiesto il ritorno del governo civile guidato da Hamdok e l’immediato rilascio dell’ex primo ministro. Quali saranno le conseguenze internazionali delle scelte di Burhan?

Il Sudan tornerà al punto di partenza, sarà uno Stato isolato.

5. Secondo lei, quali sono i governi che sosteranno Burhan?

Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Israele, Russia e Cina.

6. E le relazioni con le nazioni vicine, in particolare con Etiopia, Paese con il quale ci sono molte questioni da risolvere: i confini di al-Fashaga e il GERD?

Le relazioni con l’Etiopia rimarranno tese e il conflitto continuerà.

7. Crede che le forze democratiche e i militari possano alla fine riaprire un dialogo e trovare una soluzione comune per la transizione?

Non c’è modo di trovare un terreno comune tra gli attuali leader dell’esercito e la FFC. Le proteste continueranno finché il Sudan non diventerà ingovernabile e non emergerà una nuova leadership dall’esercito.  A meno che Burhan non venga rimosso.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Sudan in piazza contro i militari: la polizia spara, morti e feriti

Proteste di massa in Sudan contro i militari: il regime reagisce con decine di arresti

Sudan in piazza contro i militari: la polizia spara, morti e feriti

 

Doppio attentato islamista a Kampala: sei morti e 33 feriti (5 gravi)

Africa ExPress
16 novembre 2021

La capitale dell’Uganda è sotto shock per l’esplosione di due bombe al centro di Kampala.

La prima è esplosa vicino a un centro commerciale non lontano della stazione centrale di polizia della capitale. La seconda è detonata a poca distanza dal Parlamento.

Secondo quanto riporta un’emittente locale, NTV Uganda, finora sarebbero due le vittime accertate, tra queste anche il sindaco della capitale, Salim Uhuru. Parecchi i feriti.

Due attentati bomba a Kampala, Uganda, questa mattina

L’edificio che ospita il Parlamento è stato evacuato immediatamente. I primi soccorritori, tra loro anche operatori della Croce rossa, hanno tentato di spegnere immediatamente le fiamme sulla Paliament Avenue.

Nelle ultime settimane l’Uganda è stata teatro di diversi attentati. L’8 ottobre una bomba è esplosa vicino al commissariato di polizia di Kawempe, quartiere nella periferia della capitale. Allora non ci sono state vittime. Una decina di giorni dopo un altro attentato in un ristorante nella periferia di Kampala ha fatto due morti. Alla fine del mese di ottobre un kamikaze che si è fatto saltare  su un pullman sull’autostrada Kampala-Masaka.

Le prime aggressioni sono state rivendicate dall’ ISIL (Islamic State of Iraq and the Levant), un gruppo terrorista legato allo stato islamico. In sostanza dovrebbe trattarsi di miliziani di Allied Democratic Forces, un’organizzazione islamista ugandese, presente soprattutto nel Congo-K dal 1995 o di terroristi somali al-Shebab, ad Al Qaeda. I militari ugandesi sono presenti in Somalia con la missione dell’Unione Africana AMISOM, impegnata nella lotta contro i sanguinari al-Shebab E gli attentati suonano come una vendetta contro la presenza delle truppe ugandesi nell’ex colonia italiana,

L’ambasciata USA nel Paese aveva diramato un avviso il 26 ottobre scorso sulla possibilità che potrebbero verificarsi altri attacchi terroristi.

Aggiornamento:

Sale il numero dei morti e dei feriti degli attentati bomba di questa mattina.
Le vittime sono almeno 6, compresi i tre kamikaze. Il sindaco della capitale, come annunciato in un primo tempo da NTV Uganda, non è tra questi. I feriti sono 33, tra loro 5 sono in condizioni critiche.

Secondo quanto riportato dal portavoce della polizia, Fred Enanga, i kamikaze sarebbero arrivati in sella alle loro moto. Il primo attacco, vicino alla sede della polizia centrale, avrebbe ucciso due agenti, mentre il secondo, eseguito da due terroristi suicidi, ha fatto un’altra vittima.

Enanga ha poi sottolineato che un quarto attentatore è stato arrestato e il suo giubbotto carico di esplosivo è stato recuperato. “Crediamo che ci siano altri membri di queste cellule terroriste, in particolare della squadra di kamikaze creata dall’ADF”, ha aggiunto infine il portavoce

Africa ExPress
@africexp
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Uganda: attentato bomba a Kampala, 2 morti e 7 feriti

 

Muore prigioniera in Somalia la turista francese rapita dagli shebab in Kenya

In Kenya un caso Stefano Cucchi: 4 poliziotti condannati per l’omicidio di un giovane britannico

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 15 novembre 2021

La giustizia è lenta ma qualche volta arriva in tempo con la sia mannaia. E’ accaduto in Italia nel caso di Stefano Cucchi, dove depistaggi e comportamenti omertosi hanno rallentato la ricerca della verità e la condanna dei colpevoli. Ed è accaduta la stessa cosa in Kenya. Un caso che presenta impressionanti analogie con quello italiano: omertà, silenzi, depistaggi e false testimonianze.

Stefano Cucchi

Ma anche l’Alta Corte del Kenya alla fine ha messo in luce la verità e ha condannato a varie pene detentive quattro agenti che nel 2012 hanno ucciso Alexander Monson, il figlio di un aristocratico britannico trovato morto in una cella della polizia a Diani, città turistica a pochi chilometri a sud di Mombasa, sulla costa dell’Oceano Indiano.

Non è solo la polizia americana ad essere accusata di brutalità e uso eccessivo della forza, anche in Kenya la morte di Monson ha aperto un dibattito sulla impunità di cui godono le forze dell’ordine che spesso abusano dei loro poteri per taglieggiare la gente.

Alex Monson, ucciso in Kenya nel 2012

Non è raro, per esempio, che gli agenti addetti al controllo del traffico fermino auto e camion contestando violazioni inesistenti perché i conducenti paghino una piccola tangente ed evitino così di essere portati alla stazione di polizia con conseguente perdita di moltissimo tempo.

Il giudice Eric Ogola ha avuto un gran coraggio a emettere la sentenza di condanna perché l’opinione pubblica keniota si divisa tra colpevolisti e innocentisti.

Naftali Chege, Charles Wangombe Munyiri, Baraka Buluma e John Pamba, i quattro poliziotti condannati hanno chinato la testa dopo l’annuncio del verdetto; uno di loro si è messo a piangere in silenzio.

Chege è stato condannato a 15 anni di prigione, cinque dei quali sospesi. Munyiri è stato condannato a 12 anni, sei dei quali sospesi. A Buluma sono stati dati nove anni, cinque dei quali sospesi, e Pamba è stato condannato a 12 anni, sei dei quali sospesi.

Hilary Monson, la madre del giovane ucciso, cercando di trattenere le lacrime alla lettura della sentenza si è rivolta ai giornalisti: “La condanna invia un chiaro messaggio alle forze di polizia keniote: di avere rispetto per la vita umana. Ho aspettato la sentenza dieci anni. Le pene cui sono condannati gli imputati non sono sufficienti a consolare per una madre che ha perso il suo bambino in un modo così brutale”.

Alexander Monson aveva 28 anni quando è stato trovato morto dopo essere stato arrestato per aver fumato cannabis, secondo la polizia, durante una festa di giovani amici: “La droga è stata messa in tasca al ragazzo dopo la sua morte come copertura”, ha spiegato il giudice Ogola, aggiungendo che il giovane britannico era in perfetta salute prima di entrare nella stazione di polizia dove è stato “brutalmente torturato”.

“La morte del giovane è a stata causata da un’omissione illegale. Chi ha assistito al pestaggio non ha cercato le cure mediche in tempo utile”, ha commentato il magistrato.

Monson era il figlio di Nicholas, il 12° Barone Monson, ed erede di una tenuta di famiglia nel Lincolnshire, nell’Inghilterra orientale. Anche il padre era in aula e annuiva lentamente mentre venivano annunciati i verdetti. “Le condanne avrebbero potuto essere più pesanti, ma credo proprio che i colpevoli dovranno affrontare anche qualche punizione in prigione”, ha spiegato.

Due rapporti dei patologi del governo, visti dai giornalisti della Reuters all’epoca, conclusero che Monson era morto per un forte colpo alla testa. Un’inchiesta poi ha mostrato che ci sono stati vari tentativi di coprire l’incidente con depistaggi e minacce contro i testimoni.

Due dei poliziotti condannati per la morte di Monson

La polizia keniota è oggetto di frequenti accuse di brutalità e uccisioni extragiudiziali da parte di civili e gruppi per i diritti umani, ma gli agenti sono raramente accusati e quasi mai condannati.

L’Independent Policing Oversight Authority è stata istituita nel 2011 per indagare sulla cattiva condotta della polizia e ha ricevuto milioni di dollari di finanziamenti stranieri. Dalla sua creazione l’agenzia ha ricevuto migliaia di denunce ma solo in 13 casi c’è stata la condanna degli agenti.

Massimo A. Alberizzi
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