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Il calcio del Kenya è andato nel pallone: incarcerato presidente della Federazione

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
15 novembre 2021

 

Il presidente della Federazione Calcistica (FKF) Nicholas “Nick” Mwendwa, 42 anni, è finito in carcere per sottrazione di fondi pubblici. Ieri è stato comunque liberato.

I campionati e i tornei nazionali maschili e femminili della massima serie sono stati sospesi per due settimane a partire dal 12 novembre.

Nicholas “Nick” Mwendwa,presidente della Federazione calcio Kenya, arrestato

Il governo ha commissariato per 6 mesi il management dello sport più popolare e (pare) più corrotto del Paese

L’arresto di Nick è stata la più recente puntata – non è detto che sia l’ultima – della crisi drammatica che sta vivendo questo passatempo nazionale. L’ennesima scossa di un terremoto che sta segnando, rabbia, sconforto e disaffezione tra i tifosi.

E pensare che appena 1 anno fa, era il dicembre 2020, Nick Mwendwa, imprenditore tecnologico di successo, dichiarava: “Il calcio è per la vita. I kenyani si preparino a essere sotto la mia leadership per almeno due mandati. Quando fai una scelta, morirai con essa e per essa”.

Nick, con la sua faccia paffuta, rotonda, dall’espressione che emanava sicurezza, pensava di essere un samurai imbattibile.

Nell’Arena del Safaricom Stadium Kasarani della capitale, era stato appena rieletto per la seconda volta presidente della Federazione Calcio Kenya (FKF), l’organismo che governa il mondo del pallone a Nairobi. Nel febbraio di 4 anni prima era riuscito a detronizzare Sam Nyamweya, uomo d’affari e fondatore dell’ente calcistico, accusato a sua volta di appropriazione indebita.

Nick era il nuovo che avanzava. Era il portatore di vigore e carisma freschi. Era conosciuto per aver creato, diretto, lanciato fino alla massima seria, il Kariobangi sharks football club in uno dei più malfamati slum della capitale, Kariobangi, appunto. Qui i ragazzi, nel cortile della chiesa giocavano scalzi con palle di stracci e plastica, sperando di sfuggire alla miseria più profonda e al crimine dilagante. Nick, che abitava vicino alla chiesa, dette fondo ai suoi risparmi, comprò palloni veri e scarpe, si trasformò in manager e allenatore e presidente e si lancio nella politica calcistica. Dalle stalle alle stelle. E ora dalle stelle nel fango. “Ascesa e caduta di Nick”, ha titolato il quotidiano The Star.

L’altro giorno Nick Mwendwa è stato arrestato. Venerdì 12 novembre agenti della Directorate of Criminal Investigations (DCI), al termine di indagini condotte anche dalla National Intelligence Service (NIS) e dalla Ethics and Anti-Corruption Commission (EACC), lo hanno prelevato da un albergo di Nairobi e portato alla Gigiri police station (uno dei quartieri più prestigiosi della città, ospita anche la sede dell’Onu).

E’ indagato per sottrazione di fondi al governo e ad altri sponsor. O – per essere più corretti – per la mancata rendicontazione dei soldi avuto dallo Stato e dai privati.

Il 14 ottobre, il ministro dello Sport, Amina Mohamed (60 anni, di origine somala), aveva annunciato il commissariamento della FKF e la nomina di un comitato ad interim di 11 persone (http://sportsheritage.go.ke/the-preliminary-findings-of-the-football-kenya-federation-inspection-report) guidato da Aaron Gitonga Ringera, 71 anni, ex giudice. Del comitato, che dovrà gestire la Federazione per 6 mesi, fanno parte, fra l’altro, due revisori dei conti statali, due privati e rappresentanti del ministero

Questa decisione ha suscitato la reazione piccata della Fifa (la Federazione internazionale), che ha considerato indebita l’interferenza dello Stato nel settore calcistico. Anche la Federazione del Kenya ha cercato, a metà ottobre, di opporsi all’inchiesta facendo ricorso in tribunale, ma è stata sconfitta.

Nick era sotto assedio da tempo, come ha scritto il sito Fan view. Il primo ad accendere un faro sul bilancio 2019 della Federazione del Kenya era stato Nancy Gathungu, responsabile (Auditor-General) della locale Corte dei Conti.

A sua volta il Dipartimento dello Stato per gli Sport aveva aperto un’inchiesta sul “vasto deterioramento del management calcistico in Kenya”.

In particolare: l’uso da parte della Federazione calcistica di 244.587.705 scellini– quasi 2 milioni di euro) per le partite di qualificazione della nazionale (gli Harambee Stars) alla Coppa africana delle nazioni (AFCON) del 2019 svoltasi in Egitto.

Il segretario generale del ministero Joe Okudo ha precisato che si deve accertare come il presidente Nick Mwendwa si sia appropriato, tra aprile e novembre 2019, di 11 milioni di scellini (circa 80 mila euro) dei 244,6 concessi dallo stato per la preparazione alla Coppa, senza le dovute autorizzazioni.

Non solo: nel mirino degli inquirenti sono anche 57 milioni di scellini (445 mila euro) spesi in Spagna e Francia in diarie e bonus a favore dei giocatori e accompagnatori della nazionale durante la preparazione alla Coppa d’Africa.

Altri 8 milioni di scellini (quasi 63 mila euro) sarebbero finiti sul suo conto tra marzo e aprile di quest’anno. Per non parlare di altri milioni e milioni di scellini non rendicontati – secondo l’accusa – anche negli anni precedenti. Insomma un fiume di danaro che ora sarà scrupolosamente passato al vaglio. Mwendwa – abbondantemente svillaneggiato sui social – ha, comunque, negato qualsiasi malversazione e ha assicurato che dimostrerà la sua innocenza.

Nazionale maschile calcio, Kenya

Nel frattempo, il 12 novembre, il comitato ha sospeso per 2 settimane le partite dei massimi tornei (Premier League – National Super League – Division One – Women’s Premier League -Women’s Division 1 League).

In tutta questa baraonda non manca un aspetto quasi inverosimile.

Martedì notte 9 novembre, il presidente Nick Mwendwa, parlando allo Sheraton Hotel di Nairobi si è lamentato per – a suo dire – il ritardo con cui il governo finanziava la nazionale in vista degli impegni internazionali.

Mwendwa ha tenuto il suo discorso davanti agli Harambee Stars (appunto i giocatori della nazionale) invitati alla cena di gala (sponsorizzata) prima della sfida contro l’Uganda, a Kampala (finita in parità 1-1). Nick nello specifico accusava il governo di non aver pagato il biglietto aereo dell’attaccante Michael Olunga, 27 anni, che gioca nell’Al Duhai Sports Club del Qatar. Michael Olunga, capitano, ha poi segnato il gol del momentaneo vantaggio del Kenya a Kampala.

E poteva ben aspettarli, quei soldi, il boss della Federazione calcistica del Kenya. Non sapeva che cosa stesse per piombargli addosso. Tre giorni dopo si sono presentati gli agenti della polizia criminale. E lo hanno portato in carcere.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Scandalo alla Fifa: gli USA negano il visto al vicepresidente malgascio

Madagascar, Ahmad Ahmad numero 1 del calcio africano arrestato e subito liberato

Grande abbuffata del pallone in Marocco

Partito da Genova cargo stipato di carri armati americani destinati ai sauditi

Speciale Per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
14 novembre 2021

Domenica 14 novembre, poco dopo mezzogiorno, è salpata da Genova la nave cargo “Bahri Abha” battente bandiera saudita con a bordo numerosi carri armati ed elicotteri d’assalto di produzione statunitense, destinati alle forze armate di Riyadh. L’imbarcazione è diretta a Alessandria d’Egitto dove dovrebbe approdare la mattina di giovedì 18, per proseguire poi il suo viaggio sino alla destinazione finale di Gedda.

Bahri Abha

Dal sito vesselfinder.com che fornisce informazioni sulle rotte delle unità navali commerciali, la “Bahri Abha” proviene dagli Stati uniti d’America: è partita da Dundalk (Maryland) la sera del 27 ottobre dopo aver fatto sosta a Houston (Texas) il 14 ottobre, Pensacola (Florida) il 16, e Wilmington (North Carolina) venerdì 23 ottobre.

La “Bahri Abha” era giunta nel porto di Genova il 12 novembre; a denunciare la presenza nelle stive dell’imponente carico bellico è stato The Weapon Watch, l’Osservatorio sulle armi nei porti europei e del Mediterraneo a cui aderiscono lavoratori del porto, ricercatori e pubblicisti con lo scopo di monitorare la logistica per la difesa e in particolare il transito degli armamenti attraverso i porti italiani ed europei.

Qualche giorno di ritardo

“Con qualche giorno di ritardo sul previsto, la nave Bahri Abha era arrivata a Genova, accolta dal solito massiccio schieramento di polizia per scongiurare proteste violente che né qui né in altri porti italiani si sono mai verificate”, scrive The Weapon Watch. “La nave sta trasportando un gran numero di casse e contenitori di esplosivi, container di merci infiammabili e come abbiamo documentato fotograficamente, almeno una mezza dozzina di elicotteri Sikorsky UH-60M Black Hawk in dotazione alla Guardia nazionale saudita e dodici carri armati Abrams M1A2”.

Secondo l’Osservatorio genovese, ogni 2-3 settimane una delle navi di proprietà della compagnia saudita “Bahri” transita dal porto di Genova. “In questi anni abbiamo documentato il trasporto di tipologie diverse di armamenti. Si va dagli shelter e dai gruppi elettrogeni prodotti dalla società Teknel S.r.l. di Roma, ai cannoni CAESAR (Canons équipés d’un système d’artillerie) della francese Nexter, motorizzati Renault su telai Mercedes-Unimog. Abbiamo visto pure una parte degli oltre 700 blindati LAV (Light Armoured Vehicles) mod. 6.0 fabbricati da General Dynamics e il cui acquisto ha generato uno scandalo economico-finanziario in Canada. E sono passati da Genova anche i blindati Patria AMV 1 di produzione finlandese, i soli concorrenti sul mercato dei LAV di General Dynamics”. 

La denuncia di The Weapon Watch

“Notevoli i quantitativi di main battle tanks visti o documentati nelle stive, soprattutto gli Abrams M1A2 e probabilmente anche del modello SEPV 3, recente versione con importanti upgrade elettronici”, aggiunge The Weapon Watch. “E persino mezzi specializzati come gli Howitzer 109A6 ‘Paladin’ e i M88A2 Hercules. E, sempre, container e container di munizioni pesanti, missili, esplosivi, in particolare quelle prodotte dalle americane Raytheon e Lockheed Martin, dal gruppo tedesco Rheinmetall, dalla spagnole Defex e Maxam”.

I portuali genovesi e i ricercatori dell’Osservatorio ritengono che le soste nei porti italiani di queste unità cargo violino il Trattato internazionale sul commercio delle armi convenzionali e la legge n. 185/1990 che vieta esplicitamente l’esportazione ed il transito di materiali di armamento verso i Paesi in guerra e/o i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani. “Tutto ciò continua ad accadere nell’apparente inerzia delle autorità e del governo italiano”, aggiunge The Weapon Watch. “In realtà è palese il pieno sostegno governativo e su istigazione degli interessi economici coinvolti si è applicata la repressione di polizia a chi osa contestare il traffico di morte che continua a svolgersi sotto i nostri occhi”.

Armi per la guerra in Yemen

I portuali genovesi puntano il dito soprattutto sul cliente-destinatario finale di buona parte dei carichi bellici transitati dall’Italia, il Regno dell’Arabia saudita, a capo della coalizione che con i suoi bombardamenti ha prodotto devastazioni e morte in Yemen. “Nel 2021, dopo sei anni di guerra, quella yemenita è la maggiore crisi umanitaria in corso”, spiegano gli attivisti No Weapons. “Secondo Human Rights Watch sono stati sinora uccisi o feriti 18.400 civili e due terzi della popolazione – cioè circa 20 milioni di persone – richiedono assistenza alimentare e sono esposti alla crisi pandemica da COVID-19. Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti continuano le operazioni militari aeree congiunte, sebbene gli EAU abbiano ritirato le proprie truppe nel 2019. In particolare sono colpite le infrastrutture civili, comprese le scuole e gli ospedali. Nel paese mancano il carburante e i servizi di base, e spadroneggiano le milizie abusive locali”.

I lavoratori del porto di Genova hanno dato vita a una grande mobilitazione popolare contro il transito delle navi cargo-militari, con scioperi e azioni dirette di blocco delle operazioni di carico. Nel maggio 2019 i portuali riuscirono a impedire che i container presenti nelle banchine di Genova venissero caricati a bordo della nave “Bahri Yanbu” che ripartì senza i sistemi d’arma pesanti – tra cui i micidiali cannoni francesi CESAR – destinati alle forze armate saudite. 

Manifestazioni di protesta

A Genova le manifestazioni di protesta – con la presenza dei portuali e dei militanti delle forze politiche e delle associazioni No War, si sono susseguite anche di recente: l’ultima risale al 21 luglio, quando approdò in porto la “Bahri Jazan” proveniente da Baltimora (Usa) e diretta a Iskenderun, in Turchia.

Le navi cargo “Abha”, “Yanbu” e “Jazan”, insieme alle sorelle “Jeddah”, “Tabuk” e “Hofuf” appartengono tutte alla grande società di navigazione e logistica “Bahri”, istituita con decreto del sovrano d’Arabia nel 1978 e oggi di proprietà per il 22% del Fondo d’investimento statale, per il 20% della compagnia petrolifera saudita SADCO e per il restante 58% di azionisti privati.

Proteste dei portuali di Genova

A metà marzo, le abitazioni di alcuni militanti del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (CALP) sono state perquisite dagli agenti della DIGOS su mandato della Procura della Repubblica. Gli inquirenti genovesi hanno contestato un’incredibile serie di reati, tra cui l’associazione per delinquere, la resistenza a pubblico ufficiale, il lancio di oggetti pericolosi, l’attentato alla sicurezza pubblica dei trasporti, ecc… “Dallo sciopero indetto due anni fa per bloccare un carico destinato alla guerra in Yemen, a oggi, passando per la manifestazione di un anno fa contro il transito di esplosivi a bordo di un’altra Bahri diretti alla guerra siriana, gli armatori sauditi attraverso l’agenzia genovese Delta e il Terminal GMT avevano chiesto a più riprese alla Procura la testa dei portuali”, scrivono i militanti del CALP. “Per quale colpa? Per avere messo in pratica, con le associazioni e i movimenti contro la guerra e per i diritti civili ciò che il Parlamento ha approvato poco dopo lo sciopero nel porto di Genova: lo stop alla vendita di bombe e missili ad Arabia e Emirati”.

“La Procura sostiene che il CALP si è reso colpevole di avere strumentalizzato la protesta con dispositivi modificati in modo da renderli micidiali”, aggiungono i portuali. “I bengala e i fumogeni utilizzati per attirare l’attenzione sulle navi dalle stive e i ponti piene di armi e esplosivi diretti a fare stragi sarebbero micidiali, non le armi e gli esplosivi caricati sulle navi. In realtà il CALP ha usato un’arma micidiale, ossia lo sciopero. Questo ha fatto tremare gli armatori e i terminalisti”. 

“Rivolgiamo un invito alla Procura: ad acquisire i documenti di carico e di destinazione delle merci trasportate dalle navi Bahri verso gli Stati del Medio Oriente, compresa la Turchia che, denunciata dalla stessa procura per la nave Bana in relazione all’embargo libico, impiega in Siria contro i civili le armi sbarcate a Iskenderun. E che sia segnalata alla Procura di Roma l’Agenzia Delta quale rappresentante delle navi Bahri che hanno trasportato dall’Italia le bombe della RWM Italia S.p.A. incriminate per la strage civile procurata in Yemen”.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
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Repressione, parola d’ordine dei golpisti sudanesi: manifestazioni finite nei sangue

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
14 novembre 2021

Già all’alba di ieri i paramilitari di Rapid Support Forces (RSF), il cui capo è il vicepresidente del Sudan, Mohammed Hamdan Dagalo, e le forze di sicurezza hanno occupato in massa i punti strategici, bloccando i ponti che collegano Khartoum con Omdurman, città gemella di Khartoum, situata sulla sponda occidentale del Nilo e tutte le strade principali per impedire gli spostamenti dei manifestanti da un quartiere all’altro.

Manifestazione a Khartoum, Sudan, contro i golpisti

I sudanesi non si sono lasciati intimorire nemmeno questa volta, in migliaia sono scesi nuovamente nelle strade in tutto il Paese, per contestare il colpo di Stato militare del 25 settembre, capeggiato da al-Bourhane, che due giorni fa ha nominato il nuovo Consiglio sovrano.

Gli uomini del vicepresidente e i militari non hanno esitato a usare gas lacrimogeno e a sparare contro la folla che manifestava pacificamente per chiedere il ritorno del governo civile, guidato dal primo ministro Abdallah Hamdok, a tutt’oggi agli arresti domiciliari.

Il bilancio provvisorio delle proteste odierne è di 5 morti e 19 feriti. A poco è servito l’appello lanciato da Michelle Bachelet, Alto Commissario dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, ai militari sudanesi, chiedendo di usare moderazione nei confronti dei manifestanti.

Durante le recenti dimostrazioni contro il golpe sono già morte 19 persone, oltre 300 i feriti, senza contare gli arresti arbitrari e le sparizioni forzate.

Hamdok, alcuni ministri e diversi alti funzionari sono stati arrestati. L’ondata dei fermi è ancora in atto, pare siano oltre cento, tra politici, attivisti e manifestanti finiti dietro dietro le sbarre. Giovedì mattina le forze di polizia si sono presentate anche a casa di Mohamed Nagi Alassam, medico, attivista pro-democrazia e ex portavoce di Sudanese Professionals Association. Qualche giorno fa aveva espresso il proprio disappunto sulla presa di potere dei militari.

Secondo quanto riferito da Comitato centrale dei medici sudanesi, i feriti hanno avuto difficoltà a raggiungere gli ospedali, perchè molte strade sono state bloccate. In serata hanno lanciato anche un appello alla popolazione di donare il sangue per le vittime.

Con il colpo di Stato del 25 ottobre, il generale ha imposto lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale e ha sciolto il governo di transizione e lo stesso Consiglio.

Il generale golpista Al-Bourhane ha nominato giovedì il nuovo Consiglio sovrano, ovviamente presieduto da lui stesso. Il suo vice è Dagalo, meglio noto come Hemetti, un ex leader dei tagliagole janjaweed. Forces of Freedom and Change (FFC) sono stati esclusi.  Avevano guidato le manifestazioni contro il vecchio dittatore Omar al-Bashir, poi spodestato proprio da al-Bourhane nell’aprile 2019. FFC hanno espresso il loro sostegno a Hamdok e si sono rifiutati categoricamente di trattare con i militari golpisti.

Mohammad Hamdan Dagalo, vice presidente del Consiglio sovrano sudanese ed ex capo delle milizie Janjaweed

Il nuovo Consiglio sovrano sarà composto da 14 membri; 13 sono già stati nominati, il quattordicesimo dovrebbe rappresentare l’est del Paese, dove recentemente simpatizzanti e aderenti al gruppo politico Beja Congress (fiancheggiatore dei militari) hanno bloccato i porti del Mar Rosso e le strade verso Khartoum.

Tra i tredici nominati, tre membri militari del precedente Consiglio sovrano sono stati mantenuti nel nuovo organo. Mentre tra i “new entry” c’è l’uomo d’affari Abou Al-Qassem Bortoum, in favore alla normalizzazione dei rapporti con Israele. Bortoum è stato deputato ai tempi di al-Bashir, mentre oggi gestisce compagnie di trasporto e agricole.

Sono stati inoltre nominati quattro nuovi membri in rappresentanza delle regioni del Sudan, altri tre sono leader di ex gruppi ribelli, firmatari dell’accordo di pace di Juba con il governo.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Proteste di massa in Sudan contro i militari: il regime reagisce con decine di arresti

Sudan in piazza contro i militari: la polizia spara, morti e feriti

 

 

Ruanda: al via ai moto-taxi elettrici, assemblati direttamente a Kigali

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Africa ExPress
13 novembre 2021

Per districarsi nel caotico traffico delle grandi città africane, il mezzo più veloce per arrivare in tempo a un appuntamento importante, come un’udienza in tribunale o quant’altro, gran parte delle persone utilizzano i boda-boda, i moto-taxi, mezzo ideale per le brevi distanze.

Anche a Kigali, la capitale del Ruanda, circolano su per giù 25mila boda-boda (denominazione locale dei moto-taxi), guidati da giovani autisti. Da poco transitano anche una sessantina di moto-taxi all’avanguardia: hanno un motore elettrico, volto a ridurre l’inquinamento.

Motociclette elettriche assemblate in Ruanda dalla Ampersand Rwanda Ltd

Un giovane autista di boda-boda ha raccontato che inizialmente ha trovato un po’ di difficoltà nella guida del mezzo elettrico. “Si fermava all’improvviso. Ora ho imparato come utilizzarlo e devo dire, che riesco a mettere da parte molti più soldi.”

Da diversi anni Ghana, Etiopia e Ruanda, hanno superano il limite di PM (acronimo per Particular matter, cioè le polveri sottili) stabilito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Il Ruanda corre ai ripari e per ridurre l’inquinamento dell’aria ha dato il via alla produzione di motociclette elettriche. Ampersand, una società statunitense, ha iniziato l’attività in Ruanda nel 2018 e ora 150 parti delle moto vengono assemblate nel Paese dalla Ampersand Rwanda Ltd, con sede a Kigali, dove hanno trovato occupazione 73 persone tra operai e impiegati. Dunque non è una semplice piattaforma tecnologica. La società gestisce ora 5 punti di ricarica e vende anche pezzi di ricambio.

Assemblaggio di una moto elettrica in Ruanda

Il governo ruandese svolge ovviamente un ruolo importante nel passaggio al trasporto elettrico. Pur tenendo conto di una perdita di entrate fiscali sul carburante, i benefici sono ben maggiori. Visto che le fonti di energia elettrica vengono prodotte localmente, verranno abbattuti notevolmente i costi di importazione del carburante e, giacché che i mezzi vengono assemblati nel Paese, saranno creati anche nuovo posti di lavoro.

Recentemente Ampersand ha ottenuto un prestito di 9 milioni di dollari dalla US International Development Finance Corporation (IDFC) per espandere le sue operazioni in Ruanda e anche in Kenya. L’accordo rappresenta il primo prestito dell’IDFC per la mobilità elettrica e ciò significa una crescente fiducia degli investitori nel settore in Africa.

Il direttore esecutivo di Ampersand, Josh Whale ha sottolineato che in Ruanda il carburante è caro. Il costo della benzina che si consuma in un anno è superiore al prezzo di una nuova motocicletta.

L’obiettivo della società è ambizioso: spera e sogna che nei prossimi 5 anni gran parte delle moto saranno elettriche. “In questa parte del mondo – ha concluso Whale – rappresentano il 50 per cento dei veicoli in circolazione”.

Africa ExPress
@africexpress
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Gibuti: esercitazioni di USA, GB e Francia nei cieli del Corno d’Africa

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
12 novembre 2021

Stati Uniti d’America, Francia e Gran Bretagna proiettano la loro potenza nucleare nel Corno d’Africa. Giovedì 11 novembre i bombardieri strategici e i nuovi caccia multiruolo F-35 Lightning II in dotazione alle aeronautiche dei tre Paesi NATO hanno svolto un’esercitazione militare nei cieli di Gibuti, il piccolo stato-enclave tra Eritrea, Etiopia e Somalia con un ruolo chiave nel controllo del corridoio geostrategico tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden.

“Un paio di bombardieri B-1 Lancers del 9th Expeditionary Bomb Squadron di US Air Force, di stanza nella base aerea di Dyess, Texas, affiancati da sei caccia, hanno sorvolato a bassa quota la base di Camp Lemonnier a Gibuti”, riporta la nota emessa da USAfricom, il Comando delle forze armate USA destinate a operare nel continente africano con base a Stoccarda (Germania). Camp Lemonnier è l’unica base permanente dei reparti statunitensi in Africa (la Combined Joint Task Force-Horn of Africa) e sorge a fianco dell’aeroporto internazionale di Gibuti-Ambouli, a pochi chilometri dalla capitale.

bombardieri B-1 Lancers

“L’odierna missione della task force internazionale con i due bombardieri strategici è servita da rappresentazione visiva dell’impegno collettivo dei partecipanti a favore della stabilità e della sicurezza in Corno d’Africa”, ha dichiarato il generale Gregory Anderson, direttore delle operazioni di USAfricom. “Essa dimostra inoltre come Gibuti sia un partner guida per la difesa nella regione”.

La missione dei due bombardieri del 9th Expeditionary Bomb Squadron ha preso il via dalla base aerea britannica di Fairford, a circa 35 miglia a nord di Oxford. Dopo aver percorso in volo oltre 7.000 migli nautiche, i due velivoli hanno raggiunto Gibuti dove congiuntamente ai caccia delle forze aeree francesi e britanniche hanno simulato attacchi aerei nel grande poligono militare di Bara, per poi concludere l’esercitazione con un passaggio a bassa quota su Camp Lemonnier.

“Le operazioni hanno fornito un’ottima opportunità ai piloti dei B-1 per operare in diversi spazi aerei congiuntamente con le unità distaccate a bordo delle portaerei o assegnate a Camp Lemonnier”, aggiunge il Comando di USAfricom. Ai war games hanno avuto modo di partecipare due caccia multiruolo Dassault “Mirage 2000” dell’Aeronautica francese e quattro cacciabombardieri F-35 Lightning II decollati dalla portaerei britannica “HMS Queen Elizabeth” a capo della task force navale che Londra ha inviato da mesi nel Mediterraneo orientale e nel Golfo. Gli F-35 impiegati appartengono al Fighter Attack Squadron 211 del Corpo dei Marines USA e al 617th Squadron della Royal Air Force.

 

La breve missione in Corno d’Africa dei bombardieri B-1 Lancers ha coinciso  con l’Allied Appreciation Day, l’evento annuale che riunisce a Camp Lemonnier le forze armate internazionali che operano a Gibuti. “Celebrare insieme questo evento è il simbolo del nostro comune coinvolgimento a favore della pace in Corno d’Africa così come nell’intero continente africano, soprattutto in Sahel”, ha commentato il Comandante delle forze francesi a Gibuti, generale Stéphane Dupont. “La nostra azione in questo paese è fondamentale per la stabilità regionale e contribuisce a rafforzare la cooperazione con i nostri partner”.

A salutare a Camp Lemonnier le evoluzioni dei bombardieri strategici USA c’erano pure un centinaio di militari di Gran Bretagna, Spagna, Giappone e Italia. Il nostro Paese è presente a Gibuti dall’ottobre 2013 con una task force militare e una base operativa a Loyada, a pochi chilometri a sud della capitale e dal confine con la Somalia. La missione italiana dipende dal COI – Comando operativo di vertice interforze di Centocelle, Roma, ed è composta attualmente da 117 militari (in particolare i nuclei d’élite della Brigata San Marco), con 18 mezzi terrestri pesanti.

La rilevanza della missione dei B-1 Lancers in Corno d’Africa è stata evidenziata dal sito specializzato statunitense Star and Stripes. “Gibuti e gli USA hanno una lunga storia di cooperazione su diverse questioni relative alla sicurezza in tutta l’Africa orientale e il volo sino a Camp Lemonnier dei bombardieri strategici sottolinea l’interesse e l’importanza che gli Stati Uniti riservano a questa partnership”, riporta la testata on line. “Washington vede il piccolo paese in Africa orientale come un alleato modello in una regione dove gli USA competono in influenza con Pechino e Mosca. Piccoli investimenti statunitensi nel continente potrebbero dare grandi dividendi più tardi”.

Ma è soprattutto la tipologia dei velivoli impiegati nell’esercitazione che evidenzia l’ennesimo salto qualitativo e strategico della penetrazione USA ed europea nel continente africano e che apre, altresì, inquietanti scenari di guerra globale – anche nucleare – a medio termine. Il B-1 Lancer, prodotto dall’holding industriale Rockwell, è infatti un bombardiere strategico supersonico per missioni di interdizione che ha un’autonomia di volo di 12.000 km. e la capacità di trasportare fino a 40 tonnellate di carico.

Nelle sue stive possono trovare alloggio missili cruise aria-superficie AGM-86 (con testate convenzionali, ma nei depositi USA ci sono ancora missili in versione nucleare con testate AGM-86B); bombe Mk.82 da 500 libbre; Mk.84 da 2000 libbre e penetratori BLU-109 con kit di guida JDAM (Joint Direct Attack Munition, i dispositivi che trasformano le bombe a caduta libera in bombe guidate). Il B-1 è stato però pensato e progettato soprattutto per svolgere missioni di strike nucleare, grazie all’impiego di bombe all’idrogeno B-61 (con potenza distruttiva variabile da 1 a 340 kilotoni) e bombe a caduta libera B-83 (1,2 megatoni di potenza).

Entrato ufficialmente in servizio con l’US Air Force il 1º ottobre 1986, il bombardiere è stato impiegato operativamente nel 1998 contro l’Iraq, nel 1999 in Jugoslavia, a partire del 2001 in Afghanistan e nel 2011 in Libia. Dopo il ritiro di alcuni esemplari obsoleti, le forze aeree statunitensi dispongono attualmente di 45 B-1.

Da evidenziare infine come anche i caccia multiruolo Dassault “Mirage 2000” dell’Aeronautica francese hanno un modello in grado di effettuare attacchi nucleari con l’impiego di missili aria-suolo ASMP e testate con potenza variabile da 100 a 300 kiloton.

Dassault Mirage 2000

Il 9 giugno scorso, per la prima volta nella storia, gli Stati Uniti hanno effettuato un’esercitazione sui cieli del continente africano con un altro bombardiere strategico a capacità nucleare, il B-52H “Stratofortress”. Il velivolo in forza al 2nd Bomb Wing di stanza a Barksdale, Louisiana, partito dalla base aerea spagnola di Morón de la Frontera, ha sorvolato prima il nord Africa e si è poi diretto verso il Golfo di Guinea per rientrare a fine missione in Spagna.

Con un’autonomia di volo sino a 16.000 km, il B-52H “Stratofortress” può trasportare e lanciare sino a 31.500 kg di bombe e i missili da crociera aria-superficie AGM-86 abilitati al trasporto di testate nucleari con una potenza variabile tra i 5 e i 150 kiloton.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Maratona intercontinentale Asia-Europa a Istanbul: trionfano Uganda e Kenya

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
12 novembre 2021

Dall’Asia all’Europa. Dall’Anatolia alla Tracia. Di corsa per km 42,195. Partendo dal “Ponte delle vittime del 15 luglio”, quel Ponte che unisce due continenti, due mondi, e che lo sport congiunge. Attraversando il Bosforo e il Corno d’Oro, sfiorando la maestosa Moschea Blu e la celebratissima Santa Sofia.

La maratona di Istanbul si svolge in uno dei più suggestivi luoghi del mondo. Da 42 anni è l’unica maratona intercontinentale. Sfortunatamente per lei quando si è corsa la 43° edizione, domenica mattina il 7 novembre scorso, gli occhi del mondo erano in attesa di quella di New York dispiegatasi su altri ponti.

L’ugandese Viktor Kiplangat, medaglia d’oro alla maratona di Istanbul, Turchia

Cambiano i luoghi, i paesaggi, la storia e la geografia, ma il risultato non differisce di molto.

Se la Grande Mela era stata divorata dai keniani Alberto Korir (per gli uomini) e Peres Jepchirchir (per le donne), la città globale fondata da Costantino imperatore è stata letteralmente preda di Uganda e Kenya.

L’ordine d’arrivo è di una evidenza solare: il sultano, o il patriarca, o l’imperatore (come vogliamo definire il ventiduenne vincitore alla sua prima maratona?) è l’ugandese Viktor Kiplangat, giunto al traguardo nella piazza Sultanahmet in 2:10:18 e premiato con 35 mila dollari. Certo molto di più della somma che nel 2017 guadagnò, in Italia, alla Corrida di San Geminiano (circa 13 km): 160 euro per il sesto posto.

Lo stesso anno, però, il giovanissimo Victor (appena diciasettenne), si laureò campione del mondo di corsa in montagna. Era tesserato per la società italiana Quercia Rovereto e viveva e si allenava al Tuscany Camp, nel Senese. Victor, infatti, era parte del Progetto Uganda Camp – che – recita il sito – nasce da un’esperienza del tecnico Giuseppe Giambrone in Uganda orientale, nel training camp di Bukwo e sostiene finanziariamente e tecnicamente i giovani di talento. E’ un progetto di sviluppo per lo sport e il sociale.

Alle spalle di Kiplangat, a Istanbul, si sono piazzati due corridori esperti e dati per favoriti: il keniano Robert Kipkemboi, 33 anni, (nel 2015 vinse la maratona di sant’Antonio a Padova); terzo Munyo Solomon Mutai, 29, originario pure lui di di Bukwo, ottavo alle Olimpiadi di Rio nel 2016 e bronzo ai mondiali di Pechino nel 2015. A seguire ben 6 keniani e 4 etiopi. Il primo runner di un altro…continente è un turco, al 14° posto! Nel 2020, vittorioso era stato – manco a dirlo – un altro nero-rosso-verde: Bernard Sagan, oggi 40enne, quest’anno classificatosi quinto.

E nella competizione femminile? Uguale. Trionfò Diana Chemtai Kipyokei, 27 anni. Kenya.

Come è successo quest’anno. La classifica delle donne è, infatti, ancor più strabiliante.

Prima e seconda sono due sorelle del Kenya, nelle persone di Sheila Jerotich, 32 anni, ( tempo 2:24:15 e 35 mila euro di premio pure per lei) e Jackline Chepngeno, 28 anni; terza un’etiope, Ayantu Abdi, 29; quindi 10 keniane e altre tre atlete etiopi. La prima turca appare lontano, relegata nella diciottesima posizione…

L’idea di correre dall’Asia verso l’Europa risale al 1973 grazie al quotidiano Tercuman, ma si è realizzata solo nel 1979 su spinta di un gruppo di turisti tedeschi.

Ponte delle vittime del 15 luglio, 43esima maratona di Istanbul, Turchia

Lo scorso anno la gara venne disputata a ranghi ridotti, a causa della pandemia. Quest’anno, compresi gli eventi su distanze più brevi, il numero di partecipanti è stato sui 20 mila, con 101 nella categoria élite. Questi dati, comunque, rendono la N Kolay Istanbul Marathon (questa la denominazione completa) una delle più grandi gare mondiali dall’inizio dell’ondata di Covid-19. Purtroppo – come detto – oscurata dalla maratona di New York.

Il via è estato dato dal sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu, alla presenza del capo del partito di opposizione, Kemal Kilicdaroglu (Partito polare repubblicano). Questo perché la città sul Bosforo è una delle poche località non in mano al gruppo di potere del presidente Erdogan.

l’atleta del Kenya, Sheila Jerotich, medaglia d’oro alla maratona di Istanbul

La gara più avvincente è stata quella femminile dove si è assistito a uno scontro fratricida: Jackline Chepngeno si è arresa alla sorella Sheila Jerotich solo negli ultimi 200 metri e ha tagliato il traguardo con appena 6 secondi di ritardo. Notevole, comunque, la performance di Jackline, se si pensa che dal 2010 al 2015 non ha potuto gareggiare per seri infortuni alle gambe. Candidamente, Jackline, a fine corsa, ha confessato: “Abbiamo cognomi diversi perché siamo entrambe sposate. Non ci sono rimasta male se ho perso. Mio obiettivo era salire sul podio e ci sono riuscita. In realtà quando mi sono accorta che era mia sorella a sfidarmi, ho desistito. Ci alleniamo assieme, siamo anche amiche oltre che sorelle”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Kenya tragedia nello sport: efferato femminicidio e inspiegabile suicidio

Etiopia: la diplomazia internazionale alla corsa contro il tempo per il cessate il fuoco

 

Africa ExPress
Nairobi, 10 novembre 2021

Mentre i ribelli sono ormai a pochi chilometri dalla capitale Addis Abeba, lo stato d’emergenza su tutto il territorio nazionale ha dato il via libera a una pesante ondata di arresti arbitrari  nei confronti di chi è anche solo minimamente sospettato di avere contatti con i “ribelli” del TPLF e i loro alleati. Lo stato di emergenza per la durata di sei mesi, è stato proclamato dal primo ministro dell’Etiopia e premio Nobel per la Pace, Abiy Ahmed, il 2 novembre 2021, e ratificato qualche giorno dopo dal parlamento.

Le rappresaglie della polizia sono cominciate venerdì e proseguono tutt’ora. Tra le persone fermate a Addis Ababa, tutte o quasi di etnia tigrina, ci sono anche oltre 70 autisti di società esterne che lavorano per l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Già martedì l’ONU ha condannato la detenzione di 16 dei suoi dipendenti etiopi, senza però precisare la loro etnia.

Arrestati membri dello staff dell’ONU e autisti di società esterne

Nei giorni scorsi sono finiti in carcere anche preti e monaci ortodossi, nonché sacerdoti cattolici dell’ordine dei salesiani. I missionari europei o comunque non etiopici sono stati liberati subito, non così quelli di etnia tigrina, deportati in località sconosciuta. Non è chiaro se quelli eritrei sono stati rilasciati. Non tutti gli stranieri sono stati rilasciati. Un cooperante italiano del VIS (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo che si ispira al messaggio di San Giovanni Bosco), Alberto Livoni, è stato arrestato il 6 novembre e è ancora nelle galere etiopiche.
Secondo quanto riporta Repubblica, al nostro connazionale viene contestato la cessione di una valigetta con un milione di birr – una somma pari a circa 20mila dollari – con il sospetto che il denaro servisse ad aiutare la popolazione tigrina. La nostra ambasciata di Addisa Ababa è in contatto con le autorità etiopiche per risolvere la delicata questione.

Finora il governo non ha voluto rilasciare dichiarazioni sugli arresti. E intanto, dopo le ingenti spese affrontate per combattere la guerra nel nord del Paese, compresi gli acquisti di droni dalla Turchia, a settembre l’inflazione è salita del 35 per cento. I prezzi dei generi alimentari e del carburante sono alle stelle. L’Etiopia, fino allo scoppio della guerra nel novembre 2020, è stata la nazione con la maggiore crescita nel continente, ma ora sta subendo una forte battuta d’arresto.

Negli ultimi giorni diversi Paesi, anche africani, hanno cominciato l’evacuazione dei propri concittadini, fatto che non è visto di buon occhio dalle autorità di Addis Ababa, in quanto scredita il Paese e il suo governo.

Non è ancora tutto perduto, resta ancora uno spiraglio di speranza per mettere fine alla guerra in Etiopia, hanno affermato lunedì l’ex presidente della Nigeria, Olusegun Obasanjo, inviato dell’Unione Africana per il Corno d’Africa, e Rosemary Di Carlo, sottosegretario generale per gli Affari Politici e di Costruzione della pace di Washington.

Obasanjo è stato a Makallè domenica scorsa, dove ha incontrato i leader del Fronte di Liberazione del Tigray (TPLF). In questi giorni ha avuto colloqui con tutte le parti in causa del conflitto. E lunedì ha specificato al Consiglio di Sicurezza del Palazzo di Vetro, che a livello individuale i leader di tutte le fazioni sono convinti che le divergenze siano politiche e che debbano pertanto essere risolte con il dialogo. L’ex presidente ha infine aggiunto: “Le prospettive per raggiungere un cessate il fuoco sono minime, ma ci sono. Il tempo a disposizione però è poco”. Ora l’UA e gli USA tentano di giocare le ultime carte per far tacere le armi.

Olusegun Obasanjo, alto rappresentante dell’UA per la pace nel Corno d’Africa

Non è tutto perduto, certo, ma a volte è difficile sperare. L’ex ministro per le Donne, Bambini e i Giovani, Filsan Abdullahi Ahmed, ha fatto sapere ieri sul suo account twitter che i suoi genitori sono sati arrestati e interrogati dalle forze di sicurezza etiopiche a Jigijiga, capoluogo della regione somala.

E intanto le atrocità continuano, attacchi e bombardamenti con droni turchi si susseguono, ma non sono riusciti a bloccare i combattimenti che ormai sono arrivati a una manciata di chilometri dalla capitale.

In un anno di guerra sono morte migliaia di persone, gli sfollati sono oltre due milioni, senza contare gli oltre 60 mila che hanno cercato rifugio e protezione in Sudan. Nel nord dell’Etiopia la gente è allo stremo, più di 400 mila civili sono in condizioni di carestia, perchè gli aiuti umanitari stentano ad arrivare. E, secondo il rapporto, redatto dall’Ufficio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e da Ethiopian Human Rights Commission (EHRC), pubblicato il 3 novembre 2021, emerge che atrocità e abusi sono stati commessi da tutte le parti in causa.

In questi giorni il sottosegretario generale per gli affari umanitari e coordinatore degli aiuti di emergenza dell’ONU (OCHA), Martin Griffiths, è stato in Etiopia, dove ha incontrato Abiy e il ministro deglia Esteri, Demeke Mekonnen per fare il punto della situazione sugli aiuti umanitari. Griffiths ha avuto anche colloqui con Obasanjo e membri di ONG e agenzie non governative.

Griffiths ha avuto l’autorizzazione di raggiungere Makallè, capoluogo del Tigray, domenica scorsa. In un breve rapporto ha evidenziato che nel nord del Paese 7 milioni di persone sono direttamente colpite dal conflitto. In tutta l’Etiopia sono 20 milioni che dipendono dagli aiuti umanitari, in quanto anche siccità, inondazioni, epidemie e infestazioni di locuste hanno fatto la loro parte.

Continua la mancanza di cibo nel Tigray

Nel nord, le donne e i bambini sono quelli maggiormente colpiti dal conflitto, sono disperati, ha sottolineato il capo di OCHA. Le mamme temono per il futuro dei propri figli. E’ necessario che gli aiuti umanitari possano giungere a destinazione senza impedimenti. Anche Griffiths chiede un cessate il fuoco immediato per porre fine alle terribili sofferenze di cittadini innocenti.

Poche ore fa Global Compilance News (piattaforma di notizie USA che tratta per lo più l’applicazione di nuove leggi e/o sentenze che possono avere un impatto con le aziende) ha reso noto che le sanzioni emesse a fine settembre dal presidente Joe Biden nei confronti di leader di gruppi, compreso membri del governo dell’Etiopia, dell’Eritrea, quello regionale dell’Amhara e e del Tigray People’s Liberation Front, sono state inasprite ulteriormente. Le nuove regole comprendono il divieto di esportazione di articoli e servizi di difesa per “le forze armate, la polizia, l’intelligence o altre forze di sicurezza interna” verso l’Etiopia e l’Eritrea.

Africa ExPress
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I tigrini alle porte di Addis Ababa: la diplomazia chiede dialogo ma Abiy rifiuta

L’Etiopia del Nobel massacra i tigrini e riduce i quadri delle ambasciate

BioNTech e Pfizer sbarcano in Africa per produrre vaccini contro il Covid-19

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 10 novembre 2021

Le due aziende biofarmaceutiche dei vaccini a RNA messaggero (mRNA), BioNTech e Pfizer, hanno deciso di iniziare la produzione di sieri in Africa. A fine ottobre hanno siglato un accordo l’Institut Pasteur de Dakar, in Senegal, e con il governo del Ruanda.

Obiettivo: sviluppare vaccini nell’Unione africana

“Il nostro obiettivo è quello di sviluppare vaccini nell’Unione africana – ha dichiarato a Reuters Ugur Sahin, amministratore delegato di BioNTech -. Intendiamo iniziare una produzione di vaccini sostenibili per migliorare anche l’assistenza medica in Africa”.

vaccino biontech
Vaccino BioNTech

La costruzione del primo impianto è prevista in Ruanda entro la metà del 2022. Avrà una linea di produzione con una capacità di 50 milioni di dosi di vaccino contro la Covid-19. “Il nuovo impianto di produzione potrebbe diventare il primo nodo di una rete decentralizzata – c’è scritto in un comunicato BioNtech -. Una rete che consenta una capacità produttiva annuale di diverse centinaia di milioni di dosi di vaccino mRNA”. Tra gli obiettivi delle due aziende farmaceutiche c’è anche il trasferimento della proprietà e il know-how ai partner africani.

Anche vaccini contro malaria e tubercolosi

Il progetto di BioNTech e Pfizer non si fermano alla produzione del vaccino anti-Covid. Il piano prevede anche la produzione di un vaccino mRNA per combattere sia la malaria sia la tubercolosi. Queste due patologie sono un flagello per il continente africano. Secondo dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) del 2019, l’Africa conta il 94 per cento dei casi di malaria e il 25 per cento tubercolosi.

BioNTech vaccinazione
Vaccinazione in Africa

BioNTech sta anche discutendo un’espansione dell’attuale partnership con Biovac, azienda produttrice di vaccini a Città del Capo, in Sudafrica. Biovac fa parte della rete di produzione di sieri anti COVID-19 di Pfizer-BioNTech.

In Africa solamente il 5 per cento della popolazione è vaccinata contro il Coronavirus. Il dato è confermato da Tedros Adhanom Ghebreyesus direttore generale dell’OMS. Secondo Ghebreyesus, l’accesso ai vaccini prodotti in Africa serve a combattere le disuguaglianze e porre fine alla dipendenza dai Paesi ricchi.

Sandro Pintus
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L’ex presidente sudafricano Zuma cede: si è costituito ed è dietro le sbarre

Interpol: falsi vaccini anti Covid-19 pericolosi sequestrati in Sudafrica e Cina

Team di scienziati mette a punto un vaccino RNA contro la malaria

Malawi, Kenya e Ghana dal 2018 sperimentano Mosquirix, il primo vaccino anti malaria

Disastri nel sud del Niger: bruciati vivi a scuola 26 bimbi, crolla miniera 18 morti

Africa ExPress
9 novembre 2021

Ciò che doveva essere un tranquillo lunedì nella città di Maradi, nel sud del Niger, si è trasformato in tragedia per un incendio scoppiato all’improvviso nella scuola AFN, che ospita elementari e materne. In pochi minuti sono morti almeno 26 alunni, altri 14 sono rimasti feriti, tra questi alcuni hanno riportato ustioni gravissime.

Scuola con tetto in paglia prende fuoco in Niger

Aiutatemi, non trovo mia figlia“.
Sono le urla disperata di una mamma. Era lì, davanti alla scuola elementare dalle 09.45, le lezioni dei più piccoli terminano alle 10.00. Pochi minuti prima che suonasse la campanella è divampato un terribile incendio, uno dei tetti in paglia ha preso fuoco, che si è propagato in pochi istanti. La struttura in legno della copertura è crollata quasi immediatamente, seppellendo i bimbi che si trovavano ancora nelle aule. I corpicini sono quasi irriconoscibili, devastati dalle fiamme. Finora non si conosce l’origine dell’incendio.

Il sindaco di Maradi, la terza città più popolosa della ex colonia francese, ha proclamato il lutto cittadino per tre giorni.

Solo pochi mesi fa si è consumata una tragedia simile in una scuola elementare a Niamey, la capitale del Paese. Allora sono morti 20 piccoli, 17 avevano poco più di tre anni. Anche questo plesso scolastico ospitava elementari e materne e aveva il tetto in paglia. Incidenti di questo tipo sono frequenti non solo in Niger, ma in molte zone dell’Africa, dove, per mancanza di fondi, gran parte delle scuole vengono costruite in economia. Pochi mattoni, pali in legno e copertura in paglia.

Pochi chilometri più in là, sempre nella regione di Maradi, pochi giorni fa, si è consumata un’altra tragedia. Nella zona di Garin-Liman, ricca di giacimenti auriferi, scoperti solo meno di un anno fa, è crollata una delle miniere artigianali, presenti un po’ ovunque in quell’area.  Il bilancio, per il momento ancora provvisorio, è di 18 morti, altri sette sono stati portati nell’ospedale della città di Maradi con ferite gravi. I soccorritori stanno ancora scavando tra le macerie con la speranza di trovare qualche minatore vivo.

Miniera artigianale, Niger

Appena si è sparsa la voce della scoperte di filoni d’oro nella zona di Garin-Liman, sono accorsi in migliaia con la speranza di fare fortuna. Molti minatori hanno così abbandonato i giacimenti del Sahel, a Tillaberi, considerata la regione più pericolosa del Niger, giacché è situata nella cosiddetta zona delle tre frontiere (Niger, Mali, Burkina Faso), sovente teatro di sanguinari attacchi dei terroristi.

Africa ExPress
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Dominio travolgente del Kenya nella rinata maratona di New York numero 50

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
8 novembre 2021

Il Kenya ha divorato di nuovo la Grande Mela. Solo che stavolta il “frutto” ha un sapore speciale. I runners keniani hanno fatto un solo boccone della maratona più celebre e importante: quella di New York.

Fra gli uomini ha trionfato, con tanto di salto sul traguardo, il non favorito Albert Korir, 27 anni, in 2h 08’22”. Un salto non solo di gioia per la vittoria, ma – facile crederlo – anche per i 100 mila dollari di premio. Stessa cifra incassata dalla dominatrice femminile sui 42,195 km (in 2h 22’39”), la cespugliosa e favoritissima Peres Jepchirchir, 28 anni, che ha preceduto la compatriota Viola Cheptoo Lagat, 32 anni.

Medaglio d’oro maschile e femminile al Kenya:
Albert Korir e Peres Jepchirchir

E’ la settima vittoria dal 2009 per gli atleti targati Nairobi e l’ottava per le donne. Quindi ci sarebbe poco da stupirsi dell’ennesima doppietta. Eppure, stavolta, la duplice affermazione di domenica 7 novembre celebrata al Central Park, ha avuto un gusto diverso: sia perché la corsa tornava sul proscenio mondiale dopo la sosta da pandemia nel 2020 sia perchè festeggiava i suoi (primi) 50 anni. E, ciliegina sulla torta, la sconfitta dell’attesissimo, leggendario etiope Kenenisa Bekele, 39 anni, ad opera di un outdsider, Albert Korir, appunto, affettuosamente ribattezzato “Baba Alan”.

Korir, intendiamoci, non è l’ultimo arrivato nelle corse di lunga distanza. Non gode degli strabilianti tempi dei suoi più celebrati rivali, ma nel 2019 qui a New York era giunto secondo dietro il connazionale Geoffrey Kamworor. 28 anni, e primo a Ottawa, (Canada), dove aveva segnato il suo record personale in 2h 08’03”, e a Houston.

A rendere più avvincente il rilancio della maratona maschile, domenica, ci hanno pensato il marocchino Mohammed Reda El Aarbay, 31 anni, e l’italiano Eyob Gebrehiwet Faniel, 28, di origini eritree. Andati in fuga subito, sono stati in testa per oltre 20 chilometri. Poi è spuntato Baba Alan con il conterraneo Kibiwotte Kandie, 25 anni: hanno recuperato il distacco dai primi due e, infine, Korir si è involato “con il suo incedere – ha scritto il sito specializzato Runner’s world – leggermente ricurvo, un ginocchio sollevato e le gambe non perfettamente allineate”. Insomma, non proprio un esempio di stile.

Lo hanno seguito distanziati, il marocchino, il primo del suo Paese a finire sul podio dal 2009, e l’italo-eritreo, distrutto, ma felice. Faniel, italiano dal 2015 dopo 11 anni di residenza nel nostro Paese, ci ha ridato una medaglia che mancava dal 1997. Era arrivato da noi nel 2004 con la famiglia, originaria di Asmara, per ricongiungersi con il papà che lavorava a Bassano del Grappa dal 1998. Prima di dedicarsi completamente all’atletica con le Fiamme Oro di Padova, Faniel ha lavorato come manutentore di piscine. La maratona di domenica l’ha corsa anche in memoria di Agnes Tirop, l’atleta kenyana uccisa il 13 ottobre scorso a Mombasa (è stato arrestato il marito per il femminicidio).

Praticamente senza storia, invece, la gara delle donne: era destinata a trionfare Peres Jepchrchir, già campionessa olimpica a Tokio in agosto, e così è stato. Nata a Turbo Village, nella Rift Valley, lungo la strada Eldoret – Malaba, che porta in Uganda, era rimasta orfana a 2 anni. Il nome del paese natale e l’area d’origine ne hanno fatto una predestinata: a correre.

Grazie anche alla spinta di un fratello, quella che era una passione infantile (e una necessità, per andare a scuola) è diventata per lei una professione e di successo, nel 2013 dopo essere stata scoperta dall’italiano Gianni Demadonna.

Campionessa mondiale della mezza maratona nel 2016, detentrice del record mondiale della stessa distanza nel 2017, medaglia d’oro a Tokio e ora New York. Sposata, è molto religiosa e ama cantare gli inni sacri.

Domenica al Central Park, le ha cantate, se così si può dire, alla sua conterranea Viola Cheptoo Lagat, sorella di Bernard, pluricampione olimpionico, che ha seguito Viola come commentatore del canale televisivo WABC-TV/ABC7TV. Viola, a sua volta, però, è solita alzare la voce contro le violenze di genere. E’ stata lei a guidare la campagna in difesa delle donne abusate dando vita alla fondazione Tirop’s Angels, dopo l’assassinio della sua amica e collega Agnes Tirop.

“E’ a lei che dedico il mio secondo posto alla maratona di New York – ha dichiarato Viola –. Nel giro di uno o due anni anche lei sarebbe stata qui”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Kenya tragedia nello sport: efferato femminicidio e inspiegabile suicidio