Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 8 novembre 2021
Sono cacciatori-raccoglitori e pastori, un’etnia minoritaria che da tempi immemorabili vive nella foresta del Monte Elgon, nell’Uganda orientale, al confine con il Kenya. Sono i Benet, cacciati dai luoghi dei loro antenati per volere del governo ugandese.
Mappa con il Mount Elgon National Park (Courtesy GoogleMaps)
Il report, nelle 55 pagine, contiene le interviste a 61 sfrattati e documenta i numerosi impatti degli sfratti forzati contro la comunità di circa 18.000 persone. Da quando nel 2008 sono state espropriate le terre ancestrali dei Benet la situazione è peggiorata. Ha portato a numerosi conflitti che hanno generato abusi dei diritti umani, tra cui grandi sfratti, truffe, stupri e sparatorie. Dai ranger dell’Uganda Wildlife Authority (UWA) sono state ammazzate almeno sette persone.
Deprose Muchena, direttore regionale di Amnesty International per l’Africa orientale e meridionale spiega la situazione. “I Benet sono stati violentemente sfrattati dalla foresta e derubati della loro casa ancestrale. Tredici anni dopo lo sfratto vivono ancora in insediamenti temporanei fatti di capanne di fango e bastoni. Sono privati di servizi essenziali come l’acqua potabile e l’elettricità e tagliati fuori dalla sanità e dall’istruzione. Il trattamento dei Benet è una flagrante violazione della costituzione dell’Uganda e dei suoi stessi obblighi internazionali in materia di diritti umani”.
Amnesty, attraverso Muchena, chiama in causa direttamente Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda, per la tragedia che sta vivendo quotidianamente il popolo Benet. “Il presidente Museveni ha ripetutamente promesso di agire e almeno due volte ha ordinato all’ufficio del Primo ministro di farlo. Gli anni sono passati e la comunità Benet rimane in un limbo senza un posto a cui rivolgersi per avere giustizia. Occorre porre immediatamente rimedio a questa situazione per rispettare la legge ugandese e internazionale”.
Il popolo Benet (noto anche come Ndorobo o Dorobo), si nutre di carne fresca ed è famoso per un coraggioso e opportunista modo di cacciare. I cacciatori seguono i leoni nella caccia e quando i felini hanno catturato la preda, nascosti, li lasciano mangiare per un po’. Poi si fanno vedere e li affrontano per prender il loro bottino. Un servizio della BBC mostra tre cacciatori che si avvicinano mentre i leoni, impauriti, scappano abbandonando il cibo.
Le forze di sicurezza sudanesi hanno arrestato decine di manifestanti e sparato gas lacrimogeni in diversi raduni per protestare contro il colpo di Stato dei militari. Imponenti manifestazioni si sono svolte in diverse città del Sudan nel primo dei due giorni disobbedienza civile proclamati assieme a una campagna di scioperi.
Oggi a Khartoum centinaia di manifestanti sono sfilati per la strade del centro. Stessa cosa nella sua città gemella Omdurman e poi nella città meridionale di Wad Madani e in quella settentrionale di Atbara.
L’esercito sudanese, guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan, ha preso il potere il 25 ottobre scorso, ha sciolto l’amministrazione di transizione e arrestato decine di funzionari governativi e politici.
La comunità internazionale sta tentando di mediare tra le parti che cercare via d’uscita dalla crisi, che minaccia di destabilizzare ulteriormente la regione del Corno d’Africa, già in difficoltà.
Le proteste a favore del governo civile e della democrazia sono cominciate subito dopo il 25 ottobre, i militari non hanno esitato a reprimerle nel sangue. Almeno 14 manifestanti sono stati uccisi e circa 300 feriti, secondo il Comitato centrale indipendente dei medici sudanesi.
Il sindacato degli insegnanti ha raccontato oggi che le forze di sicurezza hanno usato gas lacrimogeni nell’edificio del ministero dell’istruzione dello stato di Khartoum per interrompere un sit-in inscenato per opporsi a qualsiasi passaggio di consegne ai nuovi funzionari militari scelti dai golpisti. Ha aggiunto che sono state arrestate 87 persone.
“Avevamo organizzato fuori dal ministero un sit-in silenzioso contro le decisioni di al-Burhan – ha spiegato Mohamed al-Amin, un insegnante di geografia, all’agenzia di stampa France Presse -. Dopo un po’ è arrivata la polizia ha lanciato contro di noi gas lacrimogeni, anche se eravamo semplicemente in piedi in strada e portavamo striscioni”, ha detto.
Per disperdere i dimostranti gas lacrimogeni sono stati usati dalle forze dell’ordine anche nel quartiere Burri di Khartoum e dall’altra parte del Nilo, nella zona di Ombada a Omdurman. In un post su Facebook il sindacato degli insegnanti ha scritto: “Ci rifiutiamo di far tornare al potere i resti marci del vecchio regime”. Il riferimento è al dittatore Omar al-Bashir cacciato dalle proteste di piazza poco più di due anni fa.
Le manifestazioni di oggi sono seguite agli appelli alla disobbedienza civile fatti dall’Associazione dei professionisti sudanesi (SPA), un ombrello di sindacati che sono stati determinanti nelle proteste del 2018-2019 nel rovesciare la dittatura nell’aprile 2019. In un lungo SMS (internet è interrotto) lanciato nel pomeriggio l’Associazione ha denunciato: “Il popolo sudanese ha respinto il colpo di stato militare. Vi giuriamo che non accetteremo nessun negoziato”, il messaggio ha poi esortato i manifestanti ad evitare il confronto con le forze di sicurezza.
La gente ha cominciato ad ammassare mattoni e grandi lastre per bloccare per le strade sia di Khartoum, sia delle città vicine già sabato sera. Stamattina nella capitale – ha raccontato lo strider di Africa Express – alcuni negozi erano ancora aperti, ma altri erano chiusi. Stessa cosa a Omdurman e Khartoum Nord. Negli ospedali il personale era ridotto a causa degli scioperi. “I manifestanti sostengono che le loro barricate sono diventate un simbolo della loro resistenza alla presa di potere militare”, ha spiegato.
I militari hanno dichiarato lo stato di emergenza e gettato in galere gran parte della leadership civile del Paese. Il primo ministro Abdalla Hamdok è stato brevemente detenuto, ma in seguito è stato posto agli arresti domiciliari. Stessa sorte, giovedì, per quattro membri del dissolto governo, ma altre figure chiave rimangono in detenzione. Lo stesso giorno, le forze di sicurezza hanno arrestato altri leader civili vicino a un edificio delle Nazioni Unite a Khartoum. Erano appena usciti da una riunione con il rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Sudan Volker Perthes.
Venerdì il diplomatico dell’ONU ha rilasciato una dura dichiarazione:”Chiediamo alla leadership militare di cessare l’arresto di politici e attivisti e di smettere di commettere violazioni dei diritti umani”. Ma mentre Al-Burhan insiste che in suo “non è stato un colpo di stato” ma una mossa per “rettificare il corso della transizione” i manifestanti continuano a ripetere che vogliono vedere l’esercito tornare nelle sue caserme e non avere alcun ruolo nel Paese e nella sua politica. Inoltre poiché si sentono traditi dai miliari pretendono la completa dissoluzione dell’accordo di condivisione del potere che era stato firmato nel 2019 tra l’esercito e i leader civili.
Un’autocisterna carica di carburante è esplosa venerdì a Freetown, la capitale della Sierra Leone, dopo uno scontro con un autocarro.
L’esplosione ha causato la morte di 92 persone, i feriti sono oltre cento, secondo i media locali. Trenta lesionati hanno riportato ustioni gravissime e stanno lottando tra la vita e la morte.
Freetown, Sierra Leone: esplosione di un’autocisterna
La collisione tra i due mezzi è avvenuta a Wellington, un quartiere nella periferia della capitale. Molte tra le vittime si trovavano vicino all’autocisterna durante l’esplosione, tentavano di raccogliere il carburante mentre fuoriusciva dal mezzo subito dopo l’incidente, senza pensare minimamente che potesse scoppiare da un momento all’altro.
La deflagrazione ha investito anche abitazioni e negozi in prossimità del luogo dell’incidente. Altre vittime sono bruciate vive all’interno dei loro veicoli: il tamponamento, infatti, è avvenuto in una strada molto trafficata. Video e foto postate sui social media mostrano uno scenario di “guerra”: morti carbonizzati ovunque.
Il presidente della Sierra Leone, Julius Maada Bio, ha promesso assistenza alle famiglie delle vittime.
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
5 Novembre 2021
Leonardo, holding del complesso militare-industriale, detta l’agenda della politica estera e della cooperazione italiana nell’Africa sub-sahariana e lo fa per voce dell’ex ministro dell’interno Marco Minniti (già Pci oggi Pd).
Il 29 ottobre 2021 a Roma, alla presenza del ministro alla Presidenza della Repubblica del Niger Rhissa Ag Boula e del consigliere del presidente nigerino Salim Mokaddem, il gruppo Leonardo S.p.A. e la propria Fondazione Med-Or di freschissima istituzione hanno consegnato cinquanta concentratori di ossigeno alla Repubblica del Niger da destinare ad alcune strutture sanitarie impegnate nell’assistenza a malati di Covid-19.
Fondazione Med-Or consegna 50 condensatori di ossigeno al Niger
“Questa iniziativa conferma il ruolo della Fondazione Med-Or e la convinzione con cui Leonardo supporta questo progetto e rappresenta un segno tangibile della volontà di queste due realtà di valorizzare e promuovere uno spirito di comunità tra Africa ed Eurasia”, ha dichiarato Alessandro Profumo, amministratore delegato della società leader in Italia nella produzione di sistemi militari. “Leonardo, campione tecnologico nazionale, rappresenta un volano della proiezione dell’Italia nel mondo e una garanzia del ruolo storico del Paese quale ponte fra civiltà e culture diverse”.
Molto più articolato l’intervento del presidente della fondazione di promozione culturale e scientifica per rafforzare in legami tra l’Italia, l’Africa, il Medio e l’Estremo oriente, Marco Minniti. “Il Sahel è una regione particolarmente colpita dalla pandemia da Covid-19, non solo per i suoi effetti sanitari, ma anche per quelli di natura economica e sociale”, ha esordito l’ex titolare del dicastero dell’interno. “Confidiamo che questa nostra iniziativa di solidarietà verso la Repubblica del Niger, un Paese centrale nel Sahel e in tutta l’Africa Sub-sahariana, possa rappresentare un utile contributo alla lotta contro la pandemia (…) Questo primo atto può rappresentare un passaggio verso una cooperazione più strutturata con il Niger. A questo proposito, aspettiamo dei giovani studenti provenienti da questo Paese, che vogliano studiare nelle nostre università, e che per noi sarà un onore accompagnare verso l’alta formazione”.
Marco Minniti ha specificato le ragioni per cui è stato scelto il Paese sub-sahariano quale interlocutore privilegiato dei programmi di aiuto allo sviluppo di Leonardo S.p.A. e della Fondazione Med-Or. “Nel Sahel si gioca una sfida decisiva per la sicurezza complessiva del Mediterraneo e dell’Europa, per la lotta contro il terrorismo e per il tema dei flussi migratori”, ha dichiarato Minniti. “In una regione così complessa, il Niger costituisce un riferimento strutturale di democrazia e di stabilità, e questa è una buona notizia per l’Africa e per l’Europa”.
Dopo aver elencato le tensioni e i conflitti che tormentano il continente africano (Libia, Repubblica Centroafricana, Mali, Sudan, Somalia, Etiopia-Tigray, ecc.), il presidente della Fondazione Med-Or ha condensato in due sole frasi il pensiero politico-militare dominante alla base dell’interventismo globale di stampo neocoloniale in territorio africano. “La nostra azienda produce i sensori per il controllo dei confini ma sappiamo perfettamente che senza le tribù del deserto quei confini non possono essere sorvegliati”, ha spiegato Minniti. “Questo perché è indispensabile il fattore umano, non esistendo una tecnologia che possa cancellare completamente l’importanza del fattore umano”.
Sensori e dispositivi elettronici per murare le frontiere dei deserti che frontiere mai hanno avuto e tribù di uomini-soldato per fare la guerra ai migranti e alle migrazioni in nome e per conto delle transnazionali energetiche e minerarie. Ecco in sintesi il Minniti-pensiero, in verità non del tutto nuovo, avendolo già elaborato e proposto per la Libia post-Gheddafi, quando era l’uomo guida del Viminale.
Ad oggi, in verità, non c’è traccia di commesse e affari in Niger di Leonardo e delle aziende controllate produttrici di cannoni, blindati, missili, caccia, elicotteri, droni, radar e centrali d’intelligence. Ma il sistema Italia c’è nel cuore strategico del Sahel, grazie ad una missione militare ben armata e che ha pure assunto il ruolo di rappresentare in loco il buon cuore della moderna “cooperazione” istituzionale.
Identificata come MISIN – Missione bilaterale di Supporto nella Repubblica del Niger, l’operazione militare in territorio africano ha preso il via dopo la delibera del Consiglio dei Ministri del 28 dicembre 2017 (governo di centrosinistra con premier Paolo Gentiloni, ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale Angelino Alfano, della difesa Roberta Pinotti e dell’interno Marco Minniti).
“L’obiettivo di MISIN è quello di incrementare le capacità di contrasto del fenomeno dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza da parte delle autorità nigerine e degli altri Paesi del G5 Sahel (Mauritania, Ciad, Burkina Faso e Mali), nell’ambito di uno sforzo congiunto europeo e statunitense per la stabilizzazione dell’area”, spiega lo Stato maggiore delle forze armate. “La Missione ha anche lo scopo di garantire la raccolta informativa in merito al traffico degli esseri umani e concorrere alle attività di sorveglianza del territorio e delle frontiere, nonché di addestrare le Forze Speciali nell’area di Agadez e la componente aerea della Repubblica del Niger”. Le attività di assistenza e formazione sono indirizzate alle forze armate e alle task force “speciali”, alla Gendarmeria e alla Guardia nazionale nigerine.
Secondo la legge di bilancio 2021, MISIN prevede la presenza in Niger e presso il Defence College in Mauritania di 295 militari, 160 automezzi leggeri e pesanti e 5 aerei. Si tratta in particolare di personale specializzato in attività addestrative e operazioni di ricognizione, comando e controllo; team sanitari e del genio per lavori infrastrutturali; una squadra per le rilevazioni contro le minacce chimiche-biologiche-radiologiche-nucleari (CBRN); unità per la raccolta di informazioni d’intelligence e la sorveglianza.
I militari italiani sono ospitati nella base aerea 101 realizzata e controllata dalle forze armate francesi accanto all’aeroporto internazionale “Diori Hamani” della capitale Niamey, da cui decollano i droni per le operazioni d’intelligence e strike nell’ambito dell’Operazione Barkhane in Sahel. Lo scorso 13 aprile, il ministro della difesa Lorenzo Guerini ha però annunciato che l’Italia aprirà una nuova base militare in Niger “la cui costruzione inizierà a partire dal luglio 2021”. “Lo ritengo un passo molto importante per il rafforzamento della nostra azione nella regione, che in prospettiva andrà a confluire in una sempre maggiore capacità dell’Europa in Sahel e nell’intera fascia sub-sahariana, dal Corno d’Africa al Golfo di Guinea, mettendola a sistema con il contributo alla stabilizzazione della Libia”, ha dichiarato Guerini, del tutto in linea con il Minniti pensiero.
Missione italiana MISIN
Il ministro della Difesa è stato in visita ufficiale in Niger e in Mali il 21 e 22 maggio 2021, promettendo il rafforzamento della presenza militare italiana nel Sahel. Il 2 giugno anche il ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale Luigi Di Maio si è recato a Niamey per incontrare il presidente della Repubblica del Niger, Mohamed Bazoum, e il primo ministro Ouhoumoudou Mahamadou. “Di Maio ha poi portato il suo saluto al contingente italiano della Missione Bilaterale di Supporto in Niger, definita fiore all’occhiello della cooperazione in materia di sicurezza nel Sahel e in tutta l’Africa”, riportano le cronache.
A fine agosto è stata effettuata un’altra missione istituzionale italiana in Niger, stavolta da due parlamentari, Matteo Perego di Cremnago e Alessandro Battilocchio, entrambi di Forza Italia. “La delegazione italiana ha avuto modo di incontrare il capo del Governo nigerino, Ouhoumoudou Mahamadou, il ministro della Difesa, Alkassoum Indattou, ed il vice presidente dell’Assemblea Generale, Kalla Ankourao”, annota Difesaonline. “Tutti i rappresentanti delle istituzioni nigerine hanno auspicato un ulteriore rafforzamento delle relazioni bilaterali anche con la fornitura di equipaggiamenti alle forze armate nigerine.
In effetti, come sottolineato dall’onorevole Perego, la politica strategica dell’Italia dovrebbe supportare in misura maggiore le forze di sicurezza nigerine, colmando le non poche lacune in merito agli equipaggiamenti di cui possono disporre. Altra questione riguarda l’addestramento che viene impartito dai militari italiani. Oltre alle attività di mentoring (insegnamenti teorici sull’utilizzo delle armi e delle tattiche) sarebbe opportuno accompagnare i militari nigerini in operazione per supportarli nella lotta alle milizie jihadiste”.
In verità in questi ultimi mesi le attività di addestramento del personale nigerino si sono fatte sempre più intense e ancora più finalizzate al combattimento in ambienti complessi. I militari della Brigata “Folgore” hanno seguito la formazione del neocostituito battaglione paracadutisti nigerino con “programmi di fanteria di base, aviolanci, pianificazione e realizzazione completa di una operazione militare, pattugliamento motorizzato, organizzazione/gestione di check point e combattimento nei centri abitati”. Sempre i parà della “Folgore” hanno realizzato all’interno di un’installazione di Niamey un’area addestrativa “nella quale sono stati dislocati numerosi artifizi allo scopo di sviluppare le capacità di exploitation e sviluppo dei movimenti sul terreno dei militari nigerini”. Il centro è stato inaugurato il 26 gennaio 2021.
Il 6 giugno si è svolta a Niamey la cerimonia di chiusura del secondo corso di paracadutismo in favore di un battaglione di paracadutisti nigerino. Il corso si è svolto dal 22 maggio al 6 giugno con numerosi aviolanci sulla zona denominata “Niger 4”, nei pressi della capitale, sotto la direzione del personale del Centro Addestramento Paracadutisti di Pisa, del 187° Reggimento Paracadutisti “Folgore” di Livorno e dell’8° Reggimento Genio Guastatori Paracadutisti dell’Esercito di Legnago-Verona, più il supporto di un grande velivolo da trasporto C27J della 56^ Brigata Aviotrasportata dell’Aeronautica di Pisa.
Dal 3 maggio al 20 agosto 2021 si è tenuto invece il corso di formazione della 4^ Compagnia del Battaglione Paracadutisti nigerino, con lezioni sul contrasto agli ordigni esplosivi improvvisati e la contro-insorgenza, “affinché le unità addestrate siano in grado di contribuire ad aumentare la sicurezza e la stabilità del Niger, contrastando il traffico illegale di esseri umani, il terrorismo e il contrabbando di armi”. Il personale nigerino è stato successivamente impegnato lungo il confine che divide il Niger dal Burkina Faso.
Il 2 settembre 2021 si è concluso invece il corso per operatore del Gruppo d’Intervento e Sicurezza (GIS) della Guardia Nazionale del Niger. Il corso ha avuto una durata di cinque mesi ed è stato condotto dagli istruttori del 185° Reggimento Ricognizione ed Acquisizione Obiettivi “Folgore” dell’Esercito e del Gruppo Intervento Speciale dell’Arma dei Carabinieri. Anche i neo-operatori del GIS nigerino sono stati prontamente “impegnati in operazioni ad alto rischio e lungo i confini nigerini per contrastare l’operato delle organizzazioni terroristiche presenti nell’area”, così come riporta la nota dello Stato maggiore della difesa.
“Lo scopo che si prefigge la MISIN non è solo quello di addestrare ed incrementare i gap formativi delle Forze di Sicurezza e Difesa nigerine, ma anche quello di supportare la popolazione locale portando avanti progetti di cooperazione quali: il contrasto alle calamità naturali, la donazione di farmaci e beni di prima necessità, strutture sportive e sanitarie”, aggiungono le forze armate italiane enfatizzando l’ambiguo e pericoloso modello di intervento e cooperazione CIMIC – cioè civile-militare – che tanto sta a cuore a Leonardo S.p.A. e alla Fondazione Med-Ord di Marco Minniti & C..
“Le missioni svolte dalle nostre forze armate all’estero si caratterizzino sempre più marcatamente come interministeriali e interagenzia, nonché come espressione dell’impegno dell’intero sistema Paese nell’aiuto concreto alle realtà locali dove si interviene e nella tutela degli interessi nazionali”, si legge nella nota della Farnesina del 18 dicembre 2018, quando i militari MISIN e l’Ambasciata d’Italia a Niamey hanno consegnato alle autorità nigerine farmaci e presidi sanitari acquistati con i fondi della cooperazione allo sviluppo. Aiuti manu militari a tutela degli interessi nazionali in Sahel dunque, con l’aggravante che sempre più spesso i destinatari non sono le popolazioni civili ma le autorità di governo o le stesse forze armate nigerine.
Nell’estate del 2020, ad esempio, “nell’ambito del costante supporto volto al contrasto e alla prevenzione del virus COVID-19”, sono state donate 70.000 mascherine chirurgiche alla direzione della Sanità Militare del Ministero della difesa nigerino. “I dispositivi saranno utilizzati sia in favore della popolazione civile che accede alle strutture sanitarie militari della città di Niamey sia dal personale militare delle Forze di Sicurezza del Niger”, scrivono gli italiani.
L’ambiguità e l’arbitrarietà che caratterizzano il modello CIMIC civile-militare sono confermate da un recente comunicato della Difesa. “L’Aeronautica ha ceduto alle forze aeree nigerine dotazioni per la protezione e la difesa delle istallazioni e del proprio personale nei principali aeroporti attivi del Paese”, vi si legge. “Materiale sanitario a favore della popolazione nigerina è stato consegnato invece alle forze armate di Niamey dalle unità del Policlinico Militare Celio di Roma e della Scuola di Sanità e Veterinaria Militare dell’Esercito in missione in Niger”.
Sempre lo Stato maggiore della difesa fa sapere che il 25 marzo 2021 il contingente MISIN ha concluso un progetto CIMIC a favore del villaggio di Dara. “Si è trattato della donazione di derrate alimentari e dispositivi sanitari che serviranno al personale paracadutista nigerino quale contingenza nel contrastare la pandemia da Sars-CoV2”, spiega la Difesa. Il 24 agosto, nella base militare 101 di Niamey i reparti italiani hanno invece consegnato materiale destinato alla gestione di catastrofi naturali ed alluvioni al personale del Ministero dell’Azione Umanitaria e delle Catastrofi del Niger. L’8 settembre si è concluso invece un progetto CIMIC “finalizzato al sostegno della popolazione di un campo sfollati per le alluvioni, nella periferia sud di Niamey”. Nello specifico è stata allestita una tendopoli dal personale del 6° Reggimento Genio Pionieri di Roma e del Multinational CIMIC Group di Motta di Livenza (un reparto specializzato dell’Esercito che opera in ambito NATO).
Un secondo progetto CIMIC si è concluso invece il 22 settembre 2021. “Finalizzato al sostegno dei civili e delle famiglie dei militari dell’Aeronautica nigerina di stanza a Niamey, la Missione MISIN ha consegnato un campo multifunzionale di basket, pallamano e calcetto al personale e alle loro famiglie della base aerea 101, luogo in cui è situato il contingente italiano schierato in Niger”, spiega il Ministero della difesa. A coordinare il programma di cooperazione ancora una volta il CIMIC Group NATO di Motta di Livenza.
Non tutti i doni sono stati civili-militari e così non sono mancate le consegne di attrezzature e sistemi di guerra made in Italy. Un vecchio proverbio recita che A caval donato non si guarda in bocca, ma ad analizzare i documenti predisposti dal Ministero della difesa e da quello degli affari esteri, per la “cessione a titolo gratuito di materiale di armamento a favore della Repubblica del Niger”, non si può che restare basiti e indignati. Nell’annunciare il trasferimento “entro la fine del 2021” di 250 giubbetti antiproiettile per addestramento, 250 elmetti in kevlar (fibra sintetica altamente resistente alla trazione), 10 caschi balistici e 8 tute antiframmento con relativi contenitori, viene esplicitato infatti che “i materiali di armamento oggetto di cessione risultano obsoleti per cause tecniche”.
“In particolare, i giubbetti antiproiettile e gli elmetti in kevlar risultano obsoleti a causa dell’impossibilità e della non economicità ad effettuare degli interventi di rispristino e di mantenimento delle caratteristiche prestazionali e di protezione originarie indispensabili per poterli impiegare per fini operativi”, specifica il governo italiano. “Le tute antiframmentazione RAV 50 risultano obsolete a causa della vetustà del materiale e della progressiva scadenza di validità della protezione balistica dei vari lotti che non hanno superato le prove balistiche per l’estensione della vita”.
Ancora un disastro della malacooperazione in salsa italiana…
I Paesi limitrofi e la comunità internazionale lanciano l’allarme sull’inasprirsi del conflitto in Etiopia e chiedono un cessate il fuoco immediato.
Uhuru Kenyatta, presidente del Kenya, ha predisposto sorveglianza speciale alle frontiere con l’Etiopia. Yoweri Museveni, capo di Stato dell’Uganda, ha fatto sapere che si parlerà delle crisi etiopica durante la prossima riunione di IGAD (Autorità intergovernativa per lo sviluppo, un’organizzazione internazionale politico-commerciale formata dai Paesi del Corno d’Africa), in programma per il 16 novembre prossimo. Insomma anche “i vicini di casa” cominciano a preoccuparsi.
Addis Ababa, capitale dell’Etiopia
Jeffrey Feltman, inviato speciale di Washington per il Corno d’Africa, ha raggiunto ieri Addis Ababa, dove ha anche incontrato Moussa Faki Mahamat, presidente della Commissione dell’Unione Africana, per trovare soluzioni politiche e cercare di istaurare un dialogo tra il governo centrale etiopico e Tigray People’s Liberation Front (TPLF) e ai suoi alleati.
Il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha messo nuovamente in agenda il conflitto etiopico. Si riunirà infatti oggi in una seduta a porte aperte, come richiesto da Irlanda, Kenya, Niger, Tunisia e St Vincent e Grenadine.
Intanto il segretario generale, Antonio Guterres, ha offerto aiuto a Abiy Ahmed, primo ministro etiopico e Premio Nobel per la Pace 2019, per creare le condizioni di dialogo tra le parti in conflitto.
L’Alto rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza dell’Unione Europea, Josep Borrel, ha sottolineato che non esiste una soluzione militare in Etiopia, e ha invitato tutte le parti ad attuare un cessate il fuoco con effetto immediato e ad avviare negoziati politici senza precondizioni.
Mentre tutta la diplomazia internazionale tenta di portare al tavolo delle trattative le parti in conflitto, Abiy continua a rifiutare il dialogo con i leader del TPLF. Domenica scorsa Abiy ha annunciato lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale per la durata di 6 mesi e ieri mattina il parlamento ha ratificato la nuova norma. E da alcuni giorni sono in atto nuove razzie in tutti quartieri di Addis Ababa alla ricerca di persone di etnia tigré. Agenti di polizia sono persino entrati nella cattedrale, costringendo sacerdoti e monaci tigrè di interrompere le preghiere. I religiosi sono poi stati caricati sui pick up delle forze dell’ordine e portati via.
Le forze del Tigray e i loro alleati sono a poche centinaia di chilometri da Addis Ababa, e, temendo il peggio, le autorità cittadine hanno chiesto ai residenti di registrare le proprie armi per contribuire al controllo del territorio della capitale.
Crisi in Etiopia
In un anno di guerra sono morte migliaia di persone, gli sfollati sono oltre due milioni, senza contare gli oltre 60 mila che hanno cercato rifugio e protezione in Sudan. Nel nord dell’Etiopia la gente è allo stremo, più di 400 mila civili sono in condizioni di carestia, perchè gli aiuti umanitari stentano ad arrivare. E, secondo il rapporto, redatto dall’Ufficio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e da Ethiopian Human Rights Commission (EHRC), pubblicato il 3 novembre 2021, emerge che atrocità e abusi sono stati commessi da tutte le parti in causa.
L’analisi copre il periodo dal 3 novembre 2020, quando è iniziato il conflitto armato tra le forze di difesa nazionale etiopiche (ENDF), quelle speciali dell’Amhara (ASF), l’Amhara Fano e altre milizie da una parte, e le forze speciali del Tigray (TSF), le milizie del Tigray e altri gruppi alleati dall’altra, fino al 28 giugno 2021, quando Addis Ababa ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale.
Nel Tigray la situazione attuale è catastrofica. I convogli con gli aiuti umanitari sono bloccati dal 18 ottobre e i movimenti degli operatori da e per la regione sono vietati dal 28. Restrizioni sono state attuate anche per l’Amhara e l’Afar. Centinaia di camion sono fermi, carichi di alimenti e beni di prima necessità, per non parlare delle cisterne di carburante, che non hanno il permesso di entrare da metà agosto. Le comunicazioni e internet sono ancora interrotti, anche la maggior parte dei servizi bancari sono bloccati, quasi impossibile trovare denaro contante.
Scarseggiano i medicinali e i vaccini, molti ospedali hanno chiuso i battenti per la ormai cronica mancanza di qualsiasi materiale sanitario.
This is an open letter written by some Eritreans that want to be undisclosed.
They are afraid of the dictatorial repression of the regime.
Our correspondent Saba Makeda was able to obtain it in order to publish on Africa ExPress.
Our Special Correspondent Saba Makeda
Somewhere in Eritrea, November 3th 2021
Your Excellency President Isaias Afwerki,
In the 2014 Pastoral Letter, the Eritrean Catholic Church asked you, our civic leaders and Eritrean elders – “Where is your brother?”. The Bishops asked the question while offering condolences and prayers for the families of 360 Eritreans who drowned at Lampedusa (Italy9. They were fleeing Eritrea.
In that letter that touched the heart and soul of Eritreans, the Bishops pointed out that: “…This loss and devastation has been going on for years now….”. And, they once again remind you and all Eritreans that: “….no-one leaves a country of milk and honey to seek another country offering the same opportunities. If one’s homeland is a place of peace, jobs and freedom of expression, there is no reason to leave it to suffer hardship, loneliness and exile in an effort to look for opportunity elsewhere.”
Isaias Aferwrki, presidente dell’Eritrea a sinistra, Abiy Ahmed, primo ministro dell’Etiopia
Dear President, for years, in Eritrea, we maintained a highly militarised state. We sacrificed peace, jobs, freedom of expression, constitutionality, the rule of law, the right to choose our government and many more of our rights because you told us that Ethiopia represented an ever-present existential threat to the country.
In June 2018, you finally responded to PM Abiyi’s peace offer agreeing to fully implement the 2001 Eritrea Ethiopia Border Commission decision that identified Bademe as Eritrean territory. You did so with the startling statement that with the ascension to power of PM Abiy, Eritrea had achieved – ‘regime change in Ethiopia ‘ and that it was ‘game over for the Tigray Peoples Liberation Front (TPLF).
As Eritreans, we realised that the critical change for you was not that PM Abiy was offering anything different to what PM Melles eventually offered or what PM Desalegn offered; the key was that PM Abiy rose to power within the ruling coalition – Ethiopia People’s Revolutionary Democratic Front (EPRDF) through the Oromo Democratic Party (ODM). He was not a member of your nemesis, the TPLF. Yet, despite this realisation, we dared to hope for demobilisation, implementation of the constitution, national elections, the release of all political prisoners and generally a comprehensive reconciliation process.
We watched with alarm the profane images of your virtual crowning in Ethiopia by PM Abiy, complete with hugging, kissing, gifts and even an exchange of rings. The images were so surreal that the Eritrean social media defined the process as the ‘first gay marriage in Africa’.
We could not believe our ears when we heard you announce that Eritrea and Ethiopia are one people and that anybody who thinks otherwise is wrong. Nobody would have contested a statement that the people of Eritrea and Ethiopia are brothers. But, after more than 60 years of struggle for independence, so many dead, so many losses, frankly, your arrogant and insincere statement was as if you had vandalised the graves of the martyrs and spat in the face of every young person sacrificed to your never-ending national service. A sacrifice that you demanded because Ethiopia was a threat to the very survival of Eritrea. Even so, we dared hope for a permanent peace between Eritrea and Ethiopia and peace dividends in Eritrea.
We should have known better, we should have remembered that a leopard never changes its spots, and a scorpion will always sting you because it is his nature to do so. Dear President, the difference between you and the leopard or the scorpion is that they are at least honourable; you are not. You are just a self-serving criminal who will be remembered for killing more Eritreans than any previous ruler of the country.
In addition to the 70,000 Eritrean conscripts who died during the 1998-2000 Eritrea Ethiopia border war, you are responsible for the death of our brothers and sisters at the hands of torturers and human traffickers. And, you are now accountable for the death of Eritrean soldiers in the war in Tigray and the crimes they are committing in your name.
It is now clear that from 2018 to 2020, instead of peace, you and your partner in crime PM Abiy were busy planning war. Over time, the already nebulous peace process became less transparent. It developed into a secretive affair. Nobody in Eritrea or Ethiopia had any clue about what the two you and your delegations were negotiating. In 2020, the climax of the process was your inspection of the Ethiopian military installations and PM Abiy trip to the Sawa military training facility in Eritrea, a key institution in the very national service structure that more than one hundred thousand Eritrean refugees in Ethiopia were desperately trying to escape. A phoney peace process for which PM Abiy was awarded a Nobel Peace prize in 2019.
In the meantime, in Eritrea, starting in April 2020 for approximately 18 months, your government imposed the strictest COVID 19 lockdown in the region. A lockdown that prohibited private and public transport and movement between towns and cities. At the time, Eritrea reported thirty-five COVID positive cases and no deaths. The COVID lockdown in Eritrea allowed you and PM Abiy to move Ethiopian and Eritrean troops into position for the impending and planned war in Tigray. Not satisfied in achieving ‘regime change in Ethiopia’, you intended to permanently destroy the TPLF your true ‘game over ‘ objective irrespective of the cost to Eritreans or Ethiopians.
On 4 November 2021, the Tigray war will be one year old. The devastation that you and PM Abiy have brought on Tigrayans, Ethiopians, Eritreans, and the region is beyond imagination and is indefensible.
Eritrean troops in Tigray, Ethiopia
Your Excellency, Eritrean conscripts are again involved in a war of your design for your benefit and power. Our brothers and sisters, our children abused by you and your policies of militarisation and sacrifice, are now war criminals and pariahs. These are sins that we can never forgive or forget.
The war in Ethiopia is not going well for PM Abiy. But, rest assured, it will not go well for you either. Because now it is not just the Eritrean people who will prosecute you. There will be many Ethiopians too.
Dear Mr President, it is time to account for your actions and crimes against the Eritrean people. Hence, Mr President – Where are our brothers? Where are our sisters? Where are our children? There is no place for you to hide; this is your last war. It is enough!
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
3 novembre 2021
Si è conclusa nei giorni scorsi nel poligono militare di Al Qalail in Qatar, l’esercitazione NASR 2021, organizzata dal Comando delle Forze Operative Terrestri di Supporto (COMFOTER) e dal Comando Artiglieria dell’Esercito italiano congiuntamente alle forze terrestri del petro-emirato qatarino. Ospiti d’onore dei war games, il Capo di COMFOTER, generale Giovanni Fungo, e il Comandante delle Qatar Emiri Land Forces, generale Saeed Al-Khayarin.
“Scopo dell’esercitazione è stato quello di verificare il livello di preparazione raggiunto dal Comando Artiglieria attraverso lo schieramento di un Joint Fire Support Element (JFSE) di Corpo d’Armata fuori dal territorio nazionale”, riporta la nota dello Stato maggiore dell’esercito.
Qatar: esercitazione NASR 2021
“Articolato in un Posto Comando principale attivato a Bracciano dal Centro di Simulazione e Validazione dell’Esercito e in uno avanzato dislocato in Qatar, il JFSE è risultato idoneo all’impiego del fuoco in supporto al 5° Reggimento Artiglieria Terrestre Lanciarazzi Superga, al 1° e 3° Reggimento Artiglieria Terrestre del Comando Truppe Alpine e al 132° Reggimento Artiglieria Ariete”. La gestione delle operazioni di combattimento nel poligono di Al Qalail è stata garantita dai collegamenti satellitari digitali realizzati dal 2° Reggimento Trasmissioni Alpino di stanza a Bolzano.
“All’esercitazione hanno preso parte anche quattro compagnie di manovra e una batteria di Artiglieria delle Forze Terrestri del Qatar, che hanno fornito l’intero supporto logistico”, aggiunge lo Stato maggiore. “In particolare, è stata effettuata la validazione operativa del nuovo munizionamento a lunga gittata per obici da 155mm. Vulcano, organizzata dal IV Reparto Logistico dell’Esercito.
La munizione, nella versione Guided Long Range a guida GPS, ha messo in evidenza l’eccezionale precisione sui punti determinati da un team di forze speciali del 185° Reggimento Paracadutisti Acquisizione Obiettivi Folgore che ha controllato il fuoco del lanciarazzi multiplo MLRS del 5° Reggimento Superga e degli obici semoventi PzH2000. Il nuovo munizionamento può attingere obiettivi posti a oltre settanta chilometri di distanza….”.
L’imponente esercitazione in Qatar è stata pure l’occasione per i reparti italiani di sperimentare i nuovi sistemi radar “Arthur” (Artillery Hunting Radar) che consentono di individuare e identificare le sorgenti di fuoco “nemiche”.
Ad ottobre 2020 erano stati i militari dell’emirato ad esercitarsi in Italia, prendendo conoscenza dei nuovi sistemi di guerra acquistati a suon di miliardi dall’esercito italiano. Tredici giorni di cannoneggiamenti (dal 4 al 16 ottobre) nei poligoni di Torre Veneri (Lecce) e Torre di Nebbia (Bari), con i reparti della Brigata meccanizzata Pinerolo, con lo scopo di “incrementare l’integrazione e l’interoperabilità” delle forze terrestri dei due paesi.
“L’esercitazione denominata Steel Storm ha consentito di innalzare il livello di conoscenza e la capacità di operare con i principali sistemi d’arma e di comando e controllo digitalizzati di cui la Pinerolo è dotata”, ha dichiarato lo Stato maggiore dell’esercito. “Le forze schierate, organizzate in unità pluriarma, hanno operato in uno scenario warfighting, sfruttando i sistemi NEC – Network Enabled Capability.
Erano presenti assetti specialistici quali tiratori scelti, team di combattimento avanzato e riconoscimento del Genio, dotati di veicoli tattici multiruolo VTMM Orso equipaggiati con sensori e attrezzature per la ricerca e la rimozione di ordigni esplosivi improvvisati, e un team per il pilotaggio del drone AeroVironment RQ-11 Raven. Durante l’attività, le unità del 7° Reggimento Bersaglieri e i militari qatarini hanno impiegato diverse piattaforme e sistemi d’arma tra cui blindati VBM 8×8 Freccia, sia in versione combat sia porta mortaio da 120 mm; veicoli trasporto truppe VBL Puma; carri armati Ariete; elicotteri da esplorazione e scorta A129 Mangusta ed elicotteri multiruolo NH90; blindo armate Centauro I e II”.
Un’esercitazione dunque con la chiara valenza di mostrare sul campo i gioielli di morte made in Italy e la speranza di piazzarne qualcuno ad un cliente che in questi anni ha investito enormi risorse per assumere il ruolo di potenza in Medio Oriente e nel Golfo Persico.
La delegazione delle forze armate del Qatar guidata dal Capo di Stato maggiore della Difesa, generale Ghanim Shaheen Al-Ghanim e dal Comandante delle forze terrestri, generale Saeed Hesayen Mohammed Al-Khayarin, ha particolarmente attenzionato durante Steel Storm il nuovo Centauro II, autoblindo cacciacarri prodotto dal Consorzio CIO (Iveco Defense Vehicles di Bolzano più Oto Melara di La Spezia del gruppo Leonardo). Armato di cannoni da 120 mm e mitragliatrici MG42/59 da 7,62 mm, il Centauro II è uno dei più sofisticati tank da combattimento: può raggiungere la velocità di 105km/h ed integrarsi con i moderni sistemi digitali di comando, controllo, navigazione e comunicazione, anch’essi di produzione Leonardo.
Alla vigilia delle grandi manovre in territorio pugliese, il generale Saeed Hesayen Mohammed Al-Khayarin era stato ricevuto a Roma (9 settembre 2020) dal capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale Salvatore Farina. Nell’occasione era stato sottoscritto un Accordo tecnico di cooperazione tra le forze terrestri di Italia e Qatar nei settori dell’istruzione e dell’addestramento per “sviluppare le competenze tecnico-tattiche e le capacità di combattimento di fanteria, artiglieria e cavalleria” dei militari qatarini.
Il generale Al-Khayarin si era poi recato in visita presso diversi enti e reparti dell’Esercito: al Comando Artiglieria Controaerei di Sabaudia (Latina) per conoscere le attività e gli assetti del Centro di Eccellenza Counter Mini/Micro Aeromobili a Pilotaggio Remoto; in Salento, dove la Scuola di Cavalleria e la Brigata meccanizzata Pinerolo erano impegnate nella sperimentazione di sistemi d’arma e nuove piattaforme tecnologiche in uso alle unità terrestri (blindati Freccia e Centauro II; VTMM Orso; veicoli leggeri multiruolo VTLM 2 NEC; i kit che costituiscono il cosiddetto sistema Soldato Sicuro, cioè tecnologie digitali e armamenti per lo svolgimento delle guerre ultramoderne).
La delegazione del Qatar concludeva il suo tour con la visita a Roma dell’ippodromo militare “Gen. Pietro Giannattasio”, nel quartiere Tor di Quinto, sede del Gruppo Squadroni a Cavallo dell’8° Reggimento Lancieri di Montebello e alla cittadella della Cecchignola, presso il Centro di Eccellenza Counter IED e il neocostituito Reparto sicurezza cibernetica.
Il 25 e 26 gennaio 2021 era il Capo di Stato maggiore Salvatore Farina a recarsi in visita ufficiale in Qatar, dove veniva ricevuto dal ministro per gli Affari della difesa, Khalid bin Mohamed Al Attiyah e dal Capo di Stato Maggiore, Ghanim Shaheen Al-Ghanim.
“Il generale Farina ha espresso parole di stima e soddisfazione per i progetti legati alla cooperazione militare, evidenziando il successo delle attività esercitative congiunte sinora svolte”, riferiva l’ufficio stampa del Ministero della difesa.
“Lo scambio di esperienze ricercato dal Qatar, infatti, unitamente all’esigenza italiana di addestrare il personale in poligoni che permettano un utilizzo completo dei sistemi d’arma, ha dato vita ad iniziative che si sono dimostrate vincenti.
Evidenziando l’impegno di rendere sempre più interoperabili i due eserciti e lo sforzo di incrementare le attività esercitative congiunte, il Comandante delle Forze Terrestri, generale Al-Khayarin ha ribadito l’importanza della prosecuzione della collaborazione con un incremento della sinergia anche nei settori dei corsi di addestramento di specialità, linguistico e della formazione”.
Lorenzo Guerini, ministro della Difesa italiano in Qatar
Due mesi prima era stato il ministro della Difesa Lorenzo Guerini (Pd) a recarsi a Doha per un meeting con il Capo di Stato, l’emiro Tamim bin Hamad Al-Thani, il premier Khalid bin Khalifa Al-Thani e i vertici delle forze armate qatarine. “Al centro dei colloqui – riferiva la Farnesina – l’ulteriore rafforzamento della cooperazione nel settore difesa con i programmi di formazione congiunta, la cooperazione militare e industriale, nella quale occupano un posto di rilievo le numerose industrie italiane nel settore della Difesa, l’articolato partenariato strategico bilaterale e i principali temi internazionali e regionali di reciproco interesse”.
Prima di lasciare il Qatar, Guerini si recava in visita al cantiere del nuovo stadio “Al-Bayt”, uno degli otto impianti per il Campionato Mondiale di Calcio 2022, interamente realizzato da imprese italiane (main contractor Webuild S.p.A. già Salini-Impregilo). “Proprio in questi giorni di visita, le autorità qatarine hanno chiesto al Ministro Guerini il supporto delle Forze Armate italiane nella gestione della sicurezza durante i mondiali del 2022”, concludeva la nota della Farnesina.
La vera ragione della missione ministeriale in Qatar veniva però resa pubblica qualche giorno dopo dal Comando dell’Aeronautica militare italiana. “In occasione della visita del ministro Lorenzo Guerini a Doha, è stato siglato un importante accordo tecnico tra l’Aeronautica italiana e quella del Qatar nel settore dell’addestramento dei piloti militari, che vede coinvolta anche Leonardo S.p.A. attraverso il progetto della International Flight Training School– IFTS”, spiegava l’Aeronautica.
L’accordo consente ai reparti aerei dell’emirato di addestrarsi perlomeno sino al 2025 nei maggiori scali italiani e di accedere al nuovo polo integrato di addestramento al volo costituito dall’IFTS di Galatina (Lecce), dalla base di Decimomannu (Cagliari) e dal poligono di Salto di Quirra, ancora in Sardegna.
“Con il Technical Agreement Government To Government, si accresce quindi la cooperazione militare tra i due Paesi ed in particolare tra le due Forze Aeree, nell’ambito della quale sono già coinvolti in prima linea personale e sistemi addestrativi della 46ª Brigata aerea di Pisa”, aggiungeva l’Aeronautica italiana. “L’interesse del Qatar per le capacità AM nel settore del pilot training deriva da una serie di attività bilaterali, culminate a luglio 2019 con la visita del sottocapo di stato maggiore della Qatar Emiri Air Force presso il 61° Stormo di Galatina, focalizzata sul caccia-addestratore T-346A Master prodotto da Leonardo e sulle potenzialità del sistema di addestramento integrato presso la Scuola di formazione internazionale IFTS”.
La realizzazione del polo addestrativo per i piloti di guerra NATO ed extra-NATO in Puglia e Sardegna è stata accelerata negli ultimi mesi grazie all’impiego di rilevanti risorse finanziarie. Il 7 giugno 2021, presso il Reparto Sperimentale e di Standardizzazione Tiro Aereo (RSSTA) di Decimomannu, si è tenuto il primo incontro del comitato direttivo dell’Aeronautica Militare e di Leonardo S.p.A. che si occupa dell’ambizioso progetto.
Coincidenza vuole che nella stessa giornata, presso la scuola gemella di Galatina, sei ufficiali della forza aerea del Qatar iniziavano, nell’ambito dell’International Flight Training School, un corso avanzato per conseguire la qualifica di pilota di cacciabombardiere.
Ulteriore coincidenza? Il 6 e 7 giugno era presente a Doha per incontrare i comandanti delle forze aeree qatarine il Capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, generale Enzo Vecciarelli. Quest’ultimo si recava anche in visita alla Cellula italiana interforze schierata dall’ottobre 2014 nella grande base aerea di Al Udeid presso il Combined Air and Space Operations Center, la struttura di comando e controllo della missione internazionale Inherent Resolve (a guida USA), contro lo Stato islamico dell’Iraq e della Siria.
Come se ciò non bastasse, il 27 settembre 2021 una delegazione del Qatar, guidata dal vicecomandante delle forze aeree, generale Hazza Nasser Hazza Al-Shahwan, ha visitato la Scuola di Aerocooperazionedi Guidonia (Roma). “Il Comando dell’Aeronautica ha illustrato l’offerta formativa nel settore addestrativo del Telerilevamento, degli operatori JTAC (Joint Terminal Attack Controller) e del Personnel Recovery”, riferiscono i militari italiani. “Le stesse attività sono state poi replicate live, con assetti di volo del 60° Stormo di Guidonia, in cui il personale ha guidato il supporto aereo verso il target, individuato sulle colline intorno all’aeroporto. La delegazione del Qatar ha potuto apprezzare le competenze e le capacità formative espresse dalla Scuola di Aerocooperazione nel campo del remote sensing e delle operazioni air-to-ground”.
Dopo le intense attività addestrative e gli innumerevoli scambi di visite di cortesia, i manager delle aziende leader del comparto bellico si attendono sostanziali commesse da parte delle forze armate dell’emirato arabo. Abbiamo visto come in pole position compaiono i nuovi blindati Centauro II del consorzio Iveco-Oto Melara, ma Leonardo confida di poter vendere a breve una dozzina di caccia-addestratori M-346 Master e/o i nuovi T-345 operativi anch’essi presso il 61° Stormo di Galatina.
Il gruppo italiano ha già venduto al Qatar 40 elicotteri AW139 e AW189 impiegati sia in ambito civile che militare, mentre a breve fornirà i sistemi di puntamento e i sensori di nuova generazione che saranno posti a bordo delle diverse unità da guerra (valore 4 miliardi di euro) che la Marina qatarina ha ordinato a Fincantieri S.p.A..
Le forze armate dell’emirato hanno acquistato pure 24 cacciabombardieri Eurofighter Typhoon realizzati dall’omonimo consorzio europeo che vede presente Leonardo. Nel marzo 2018 sono stati ordinati pure 28 elicotteri pesanti NH90 (16 versione navale e 12 terrestre), al consorzio NHIndustries costituito dal gruppo franco-tedesco Airbus Helicopters (62,5%), Leonardo (32%) e GKN Fokker (5,5%). Per i nuovi elicotteri da guerra, Leonardo opera in qualità di prime contractor con responsabilità per la gestione del programma, l’assemblaggio finale e la consegna dei 12 elicotteri per la Marina da parte del suo stabilimento di Venezia–Tessera.
La holding italiana fornisce inoltre diversi sistemi avionici e sensori elettro-ottici, sistemi video e di identificazione, display ad alta definizione per le consolle di missione e un pacchetto di servizi di addestramento per gli equipaggi e i tecnici addetti alla manutenzione. L’intero programma NH90 ha comportato la spesa da parte dell’emirato di oltre tre miliardi di euro, ma Leonardo e socie puntano ad ampliare l’offerta con altri 12 elicotteri, 6 per la marina e 6 per l’esercito. La consegna dei primi velivoli è prevista entro la fine di quest’anno e proseguirà sino al 2025.
Nel corso del 2020 Leonardo ha pure firmato con l’Autorità per l’Aviazione civile del Qatar un contratto per la fornitura di un sistema radar di sorveglianza per le operazioni di avvicinamento nello scalo internazionale di Hamad, che consentirà di tracciare accuratamente gli obiettivi e potenziare i dispositivi di controllo in vista dei mondiali di calcio del 2022.
Il gruppo italiano ha anche firmato un accordo con la Qatar Foundation for Education, Science and Community Development (presieduta da Mozah bint Nasser al-Missned, madre dell’emiro Tamim bin Hamad al-Thani), per addestrare gli operatori di cyber security presso l’Istituto di ricerca informatica del Qatar. Leonardo fornirà alle autorità qatarine il sistema Cyber Range & Training che “consentirà la simulazione di scenari reali di attacco/difesa di varia complessità”.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
2 novembre 2021
Piano piano tornano i beni di prima necessità a Khartoum. Finalmente è stata sbloccata la strada che collega la capitale a Port Sudan, città situata sul Mar Rosso e che ospita il più importante porto del Paese. La strada e anche alcune miniere sono rimaste bloccate da metà settembre. C’è chi mormora che la loro protesta sia stata appoggiata dai militari, che ovviamente negano.
Sudan: i Begia liberano la strada da Port Sudan verso Khartoum
Simpatizzanti e aderenti al gruppo politico Beja Congress, al quale aderiscono membri di varie etnie, ma per lo più beja, hanno finalmente tolte le barricate subito dopo la presa di potere dei militari.
I beja abitano la regione sudanese ad est del Nilo, dalla frontiera con l’Egitto a quella con l’Eritrea.
A settembre il raggruppamento aveva chiesto al governo allora in carica di dimettersi quanto prima, avanzando la pretesa che venisse sostituito con un esecutivo composto da tecnocrati. Aveva inoltre insistito che diversi punti dell’ accordo di pace, siglato nell’ottobre dello scorso anno con il governo e gruppi ribelli in tutto il Sudan, venissero rinegoziati. In caso contrario avrebbero ripreso l’occupazione entro un mese.
Ieri l’ex primo ministro Abdalla Hamdok, ancora agli arresti domiciliari, ha incontrato gli ambasciatori di Stati Uniti, Gran Bretagna e Norvegia nella propria abitazione. Durante l’incontro Hamdok ha detto che il ripristino del suo governo, sciolto una settimana fa dal generale Burhan, potrebbe essere una soluzione per il futuro del Paese.
PAbdalla Hamdokrimo Ministro sudanese
Secondo quanto si apprende, Jeffrey Feltman, inviato speciale per il Corno d’Africa di Washington, dovrebbe ritornare nei prossimi giorni a Khartoum per proseguire i dialoghi con le parti. Anche Volker Perthes, rappresentante speciale del segretario generale dell’ONU per il Sudan, ha fatto sapere che sono in corso mediazioni con Hamdok e le sue controparti.
Intanto nulla si sa degli altri membri del governo e degli alti funzionari arrestati dai putschisti. Kamal al-Gizouli, capo del collegio dei difensori è molto preoccupato per loro sorte.
Nei giorni scorsi i militari hanno liberato alcuni personaggi legati all’ex presidente Omar al Bashir. Tra questi l’ex ministro degli Esteri e leader del raggruppamento politico National Congress Party, Ibrahim Ghandour. Secondo quanto hanno riferito i suoi familiari a Reuters, ieri mattina Ghandour è stato arrestato nuovamente.
Al-Arabiya TV, emittente saudita con base a Dubai, ha raccontato che subito dopo il golpe del 25 ottobre, che i Beja hanno espresso il loro sostegno alle autorità militari e al generale Abdel Fattah al-Burhan.
Subito dopo il colpo di Stato in Sudan, l’Arabia Saudita ha semplicemente sostenuto che segue gli eventi nel Paese, mentre gli Emirati Arabi Uniti hanno immediatamente inviato aiuti: 3 aerei con complessivi 283.805 chilogrammi di medicinali, forniture mediche.
Entrambi i governi hanno invitato alla calma per evitare un inasprimento dell’attuale situazione. Va ricordato che nell’aprile 2019 Arabia Saudita e EAU avevano promesso 3 miliardi di dollari alla giunta militare transitoria che aveva rovesciato Omar al-Bashir dopo trent’anni di dittatura.
Burhan ha svolto ruoli importanti anche sotto il vecchio despota. Dopo aver studiato all’accademia militare a Khartoum, ha frequentato corsi di addestramento in Egitto e Giordania. E’ stato comandante delle forze armate di terra; nel febbraio 2019, due mesi prima della caduta di al-Bashir, ha occupato la posizione di ispettore generale delle forze armate. Analisti e media sostengono che Burhan coordinasse l’invio di truppe sudanesi nello Yemen come parte della coalizione a guida saudita contro i ribelli huti, sostenuti dall’Iran.
Qualcuno sostiene che il colpo di Stato della scorsa settimana in Sudan sia stato orchestrato con l’aiuto dell’Egitto. Il governo del Cairo preferirebbe senz’altro una leadership militare perchè favorirebbe meglio gli interessi di entrambi i Paesi nei negoziati con l’Etiopia per la questione del Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD). Nel marzo dell’anno in corso il presidente egiziano ha incontrato a Khartoum Burhan, allora presidente del Consiglio sovrano, proprio per discutere dettagli riguardanti il GERD.
Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, capo del Consiglio militare di transizione
I rapporti militari tra Egitto e Sudan si sono intensificati nell’estate 2020, quando l’Etiopia ha terminato la prima fase del riempimento della diga. Nel novembre 2020 e nella primavera di quest’anno le due forze armate hanno organizzato esercitazioni congiunte, Nile’s Eagles-1 (2020) e Nile’s Eagles-2 (2021), per rafforzare la loro partnership politico-militare.
Negli ultimi mesi il Sudan ha riallacciato anche i rapporti con Israele. Secondo il Times of Israel del 2 novembre 2021, nei giorni scorsi una delegazione israeliana è stata in Sudan per incontrare i capi militari coinvolti nel recente colpo di Stato. Alla visita hanno partecipato anche uomini del Mossad, che hanno incontrato Abdel Rahim Hamdan Dagalo, numero due dell’organizzazione paramilitare Rapid Support Forces (RSF), nonchè fratello di Mohammed Hamdan Dagalo, alias Hemetti, vicepresidente del Consiglio sovrano e capo di RSF.
Abdel Rahim è stato a Tel Aviv alcune settimane prima del golpe. In tale occasione aveva incontrato membri del Consiglio di sicurezza nazionale e altri funzionari dell’ufficio del primo ministro. Idan Roll, viceministro degli Esteri israeliano ha detto che bisogna attendere che la situazione attuale si stabilizzi per capire se sarà possibile continuare le relazioni intraprese recentemente con Khartoum.
Intanto l’opposizione ha già messo in agenda altre proteste per i prossimi giorni, tra questi una nuova marcia è prevista per il 7 novembre prossimo su tutto il territorio nazionale.
La Storia dell’Etiopia s’intreccia con l’eterna lotta per il potere tra i tigrini e gli amhara, i due gruppi etnici eredi diretti dell’Impero Axumita.
Il conflitto in corso nel Nord del Paese è iniziato esattamente un anno fa e ci sembra quindi opportuno provare a fare una sintesi di quanto è accaduto.
Il Primo Ministro etiopico Abiy Ahmed Ali, Premio Nobel per la Pace 2019, di etnia oromo, il gruppo etnico più numeroso del Paese, ha chiesto aiuto al regime eritreo di Isayas Afworki per punire alcune scelte contrarie al governo centrale da parte dei governanti della regione del Tigray, dopo che una base militare era stata assaltata da milizie locali. L’esercito eritreo ha varcato il confine da nord mentre le truppe governative hanno attaccato da sud.
Nel giro di poche settimane tutte le principali città Tigray erano sotto il controllo governativo e dei loro alleati. Intanto, decine di migliaia di civili cercavano rifugio Sudan.
Con l’uccisione dell’ex ministro degli Esteri Seyum Mesfin il conflitto sembrava volto al termine ma le scarse notizie che giungevano dall’area del conflitto, apparivano spesso confuse e contraddittorie. Si parlava di violenze contro la popolazione stremata e affamata dagli scontri, di ospedali saccheggiati dalle forze di occupazione eritree e di esecuzioni sommarie (alcuni mesi più tardi il generale eritreo Philipos Woldeyohannes verrà sanzionato dal Dipartimento di Stato USA per crimini contro l’umanità).
Tuttavia la scelta di Aby di ricorrere all’aiuto dell’Eritrea appariva scontata, dato che l’esercito etiopico, decurtato della componente tigrina, poteva contare solo su circa 150.000 uomini, su un territorio di quasi 1 milione di chilometri quadrati.
Dopo settimane di relativo silenzio, gli osservatori sono stati colti di sorpresa dalle immagini della liberazione della capitale regionale Makallè da parte delle truppe tigrine e di 6.000 prigionieri etiopici che sfilavano per le vie della città.
Cosa era accaduto?
Le truppe del TDF (Tigray Defence Forces) si erano riorganizzate ed avevano sferrato una controffensiva, l’esercito etiopico aveva mostrato tutta la sua debolezza e si era letteralmente sfaldato, lasciando soli gli eritrei a nord. Voci provenienti da Asmara, la capitale eritrea, parlavano di molte famiglie che avevano perso i loro figli nelle cruente battaglie del Tigray, perdite che avevano costretto l’esercito eritreo a ritirarsi oltre confine).
Come in una classica partita a scacchi il TPLF (Tigray People Liberation Front) siglava un accordo con l’OLF (Oromo Liberation Front) per impegnare a sud del Paese le truppe governative.
Il governo etiopico, in seria difficoltà, lanciava un appello al cessate il fuoco e iniziava una campagna di reclutamento nazionale per cercare di fermare i tigrini entro i loro confini, ma il TPLF, una volta liberata la propria regione, si spingeva ad est nella regione Afar e a sud-ovest verso la regione Amhara, conquistando ampie zone di territorio.
La scelta di entrare nel territorio Amhara sembra essere stata dettata, oltre che da ragioni strategiche, anche dalla necessità di andare a cercare risorse indispensabili per la propria sopravvivenza dato che il raccolto del Tigray era andato perduto e i magazzini saccheggiati.
L’invio di migliaia di volontari, da parte del governo etiopico, non sembra aver sortito alcun effetto sull’inesorabile avanzata del TDF, che pochi giorni fa è entrato nell’importante città di Dessiè a circa 400 chilometri da Addis Abeba.
Il governo di Addis Ababa sta cercando di compensare alle sconfitte di terra con bombardamenti aerei sulla capitale del Tigray Makallè e con l’invio di droni di fabbricazione turca, acquistati recentemente.
Con la stagione delle piogge alle spalle è prevedibile che ci sarà un inasprimento degli scontri nella speranza, tuttavia, che venga presto trovata una soluzione pacifica al conflitto in una nazione ormai stanca di cicliche, inutili guerre.
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
31 ottobre 20
Erano i favoriti i due fratelli ugandesi, Thomas Ayeko, 29 anni, e Joel, 23.Si sono battuti fino allo spasimo, ma non ce l’hanno fatta a sconfiggere il (quasi) vicino di…Stato, il burundese Rodrigue Kwizera, 22 anni. Al termine di 10mila metri corsi sotto una pioggia battente, a Soria, in Spagna, Rodrigue Kwizera, con il tempo di 28’54” ha rifilato 6 secondi a Thomas e 15 a Joel.
Rodrigue Kwizera, Ruanda d’oro al Country tour a Soria, Spagna
Nella gara femminile, svoltasi sui 5 mila metri, la vincitrice è stata la keniana Lucy Maiwa Muli, 22 anni, davanti all’etiope Likina Amebaw, 23, e alla burundese Francine Niyomukunzi,22. Sia Lucy sia Francine sono un po’…italiane, in quanto corrono per due società toscane: Lucy per G.S. Lammari (Lucca) e Francine per Atletica Castello (Firenze).
Lucy Maiwa Muli, Kenya, medaglia d’oro al Country Tour, Soria (Spagna)
Dunque, pronti, partenza e via: anche nel cross gli atleti e le atlete africane hanno ristabilito il loro dominio. Le due corse spagnole, infatti, fanno parte del calendario del World Athletics Country Tour, scattato 15 giorni fa a Cardiff (in Galles), dopo la sosta del 2020, causata dal Covid. Questo Tour è strutturato in gare Gold, Silver e Bronze e propone 14 appuntamenti Gold, comprese le sfide più famose come Soria, Siviglia (21 novembre) e le classiche lombarde del Campaccio (6 gennaio 2022) e della Cinque Mulini (30 gennaio). Las conclusione del circuito Gold non può che celebrarsi a Eldoret, in Kenya, luogo sacro dei runners, il 12 febbraio.
L’avvio del Tour (16 ottobre) aveva marcato male per gli africani: i vincitori erano stati due frizzanti bianchi locali (non parliamo di…vini), i britannici Hugo Milner, 23 anni, sui km.9,6 maschili e Charlotte Arter, 30, sui km 6.4 femminili.
Non solo: due anni fa la giovanissima portoghese Mariana Machado (appena 18 anni) aveva dominato a Soria. Ed ecco che ieri, domenica 31 ottobre, l’Africa, sempre a Soria, ha rimesso le cose a posto. Nella terza delle 14 tappe del Country Tour (che si dispiegherà anche nel Nord America, Asia, Africa e Oceania), il Burundi, il Kenya e l’Etiopia hanno confermato la loro superiorità.
Già 15 giorni fa, il 24 ottobre, a Amorebieta-Etxano, sempre in Spagna, nel secondo meeting del Tour, la burundese Francine Niyomukunzi, (quella che è giunta terza a Soria) e Awet Habte, 24, avevano fatto capire che i dominatori africani erano tornati.
Francine aveva preceduto allo sprint l’eritrea Dolshi Tesfu, 22, e Habte aveva piegato lo spagnolo Ouassim Oumaiz, 22. Sfortunato Joel Ayeko, che dopo una gara combattutissima era stato beffato nel finale e si era piazzato quarto. In quell’occasione Joel aveva corso senza il fratello Thomas, escluso perché non era riuscito ad ottenere il visto di ingresso.
La (pre)potenza atletica africana era diventata squillante anche per un’altra impresa passata forse sotto silenzio: il 24 ottobre, l’etiope Letensebet Gidey, 23 anni, aveva frantumato il record mondiale della mezza maratona: a Valencia aveva percorso i 21km in 1h02’52”. Eccezionale per due ragioni: non aveva mai corso questa distanza e mai nessuna donna era scesa sotto i 63 minuti!
Tornando al Country Tour, ora ci si prepara per la quarta frazione: il 7 novembre, ancora in Spagna, a San Sebastian. Una competizione che, però, rischia di essere oscurata da due eventi mondiali programmati per lo stesso giorno: la maratona di Istanbul e soprattutto di quella di New York.
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