25.9 C
Nairobi
venerdì, Aprile 3, 2026

Guerra in Congo-K: in palio il controllo di minerali strategici

Africa ExPress 2 aprile 2026 I primi di dicembre...

Trump nel pantano iraniano: l’economia alle corde e le pressioni sugli USA

Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli 1° aprile 2026 In...

Guerra dell’oro in Sud Sudan: trucidati 70 civili in una miniera

Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes 31 marzo...
Home Blog Page 175

Sudan: non si torna indietro, via i militari dal governo

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
31 ottobre 2021

I sudanesi non demordono. Anche ieri l’adesione alle manifestazioni che si sono tenute in molte città sudanesi è stata massiccia, decine di migliaia di persone si sono riversate sulle strade per esprimere il loro disappunto sulla presa del potere dei militari.

A Omdurman, città gemella di Khartoum, situata sulla sponda occidentale del Nilo, sono morte tre persone. Le forze di sicurezza e i paramilitari di Rapid Support Forces, il cui capo è Mohammed Hamdan Dagalo, alias Hemetti, vicepresidente del Consiglio sovrano, nonché uno degli ex leader dei famigerati janjaweed, non hanno esitato a sparare con pallottole vere sulla folla.

Sudan: manifestazioni contro i militari in tutto il Paese

Mentre a Khartoum militari e agenti di polizia hanno usato gas lacrimogeno e hanno sparato in aria per disperdere gli assembramenti, il comitato centrale dei medici sudanesi ha confermato la morte di tre persone, 100 altre sono state ferite. La polizia ha negato di aver sparato sui dimostranti. Le morti di oggi si aggiungono alle altre 11 degli scorsi giorni.

Le strade e le piazza hanno lanciato un messaggio chiaro al generale Burhan: impossibile tronare indietro, i sudanesi vogliono i civili al governo. La gente è stanca dopo la lunga dittatura di Omar al-Bashir, deposto nel aprile 2019, dopo 30 anni di dittatura.

L’oppressione esercitata ieri e i giorni scorsi non spaventa sudanesi che non hanno più paura. Lo hanno dimostrato in questi giorni e hanno promesso di continuare la lotta con la disobbedienza civile. Le proteste sono proseguite anche ieri sera, malgrado il coprifuoco.

Tutti avevano posto le loro speranze nelle libere elezioni, messe in agenda per il 2023, ma la crisi economica che sta attraversando il Paese, ha messo in ginocchio la popolazione. I sudanesi sono amareggiati, stanchi di tanti sacrifici, come studiare a lume di candela perché manca la corrente elettrica, alzarsi all’alba per fare la fila davanti al panificio per accaparrarsi il pane, dormire alla stazione di servizio per poter fare il pieno di benzina alla macchina, perché anche il carburante scarseggia in tutta la nazione. Impossibile andare a trovare amici o parenti che abitano in altri quartiere, i biglietti dei bus sono più che raddoppiati.

Lunedì scorso leader del Consiglio sovrano, Abdel Fattah al-Burhan, ha dichiarato lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale, lo scioglimento del governo di transizione e dello stesso Consiglio. Il primo ministro Abdallah Hamdok è stato arrestato insieme a altri membri del suo gabinetto e a diversi alti funzionari.

Hamdok, dopo le forti pressioni della comunità internazionale, è stato riportato a casa sua insieme alla moglie, ma è sempre sotto stretta sorveglianza.

Nel frattempo gli Stati Uniti hanno sospeso il loro pacchetto di aiuti di 700 milioni di dollari destinati al governo al Sudan. Altrettanto ha fatto la Banca Mondiale. Il presidente dell’istituzione, David Malpass, ha detto di aver bloccato tutti i versamenti e di aver cessato di elaborare nuove operazioni. Ha infine aggiunto di essere molto preoccupato per l’impatto drammatico del golpe sulla ripresa, lo sviluppo sociale ed economico del Paese.

L’Unione Africana ha interrotto tutte le attività del Sudan in seno all’organizzazione, finchè il governo non sarà rimesso ai civili. Anche l’Unione Europea ha minacciato di tagliare i fondi a Khartoum.

Giovedì 28 ottobre il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha redatto un documento siglato da tutti i membri. L’istituzione esige che venga ristabilito un governo di transizione guidato da civili e chiede che si apra immediatamente un dialogo tra le parti per risolvere quanto prima la grave crisi che si è aperta dopo il colpo di Stato di lunedì scorso.

Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, capo del Consiglio militare di transizione

Dopo le forti pressioni esercitate dalla comunità internazionale nonché dalle proteste dei sudanesi, il golpista Burhan ha proposto a Hamdok di formare il governo. Già prima del putsch militare, il Consiglio sovrano aveva chiesto insistentemente al primo ministro di formare un nuovo gabinetto, pretesa alla quale Hamdok si era opposto.

Attualmente il generale sta tastando il terreno, ha attivato consultazioni volte a trovare un nuovo primo ministro. La sua ricerca non sembra avere grande successo, nessuno vuole addossarsi la collera della gente scesa in strada.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Sudan: accordo tra militari e società civile per governo di transizione

Sudan: accordo tra militari e società civile per governo di transizione

Sudan in piazza contro i militari: la polizia spara, morti e feriti

Abusi sessuali dell’ONU in Congo-K: l’UE sospende finanziamenti all’OMS

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
30 ottobre 2021

L’Unione Europea ha sospeso i finanziamenti all’Organizzazione Mondiale della Sanità per tutti progetti e programmi – compresi quelli contro la lotta di ebola e covid-19 – nella Repubblica Democratica nel Congo.

Organizzazione Mondiale della Sanità OMS

L’UE ha deciso di bloccare momentaneamente la somma di 20,7 milioni di euro destinati alle operazioni dell’Organizzazione nel Paese dopo la pubblicazione del rapporto della commissione d’inchiesta esterna che su incarico dell’OMS ha svolto le indagini sugli abusi sessuali commessi da operatori dell’agenzia ONU e di alcune ONG.

Gli episodi si riferiscono al tempo dell’epidemia di ebola 2018-2020 nella Repubblica Democratica del Congo. La commissione UE ha però sottolineato che la drastica decisione non concerne gli aiuti riservati ad attività in altre nazioni.

Il provvedimento dell’UE è stato comunicato all’OMS il 7 ottobre scorso, ma è stato reso noto solamente pochi giorni fa. Finora i vertici dell’Agenzia dell’ONU con sede ha Ginevra non hanno rilasciato nessun commento.

Intanto la settimana scorsa l’OMS ha pubblicato il suo piano per prevenire ulteriori comportamenti scorretti da parte degli operatori umanitari impiegati nelle operazioni sul campo.

La Commissione dell’UE invita l’OMS a perseguire gli autori di questi abusi e a fornire il necessario sostegno alle vittime. Nel fascicolo d’inchiesta pubblicata a fine settembre sono stati accusati ben 83 operatori, tutti coinvolti in orribili crimini di natura sessuale: tra loro 21 lavoravano appunto per l’agenzia dell’ONU.

Il portavoce dell’UE ha chiarito: “La Commissione non esiterà a sospendere il finanziamento a qualsiasi altra organizzazione qualora non rispetti le regole e gli standard etici e professionali stabiliti nei nostri contratti e accordi di partenariato”.

Secondo quanto riportato da Reuters, la Commissione UE ha chiesto all’OMS delucidazioni sui procedimenti che intende avviare nei confronti dei colpevoli di questi crimini entro 30 giorni. Bruxelles deciderà poi entro un mese se riprendere i pagamenti o se continuare la sospensione.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Coronavirus e recrudescenza di ebola, cocktail micidiale in Congo-K

L’Etiopia si arma fino ai denti e fa shopping di droni per combattere in Tigray

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
29 ottobre 2021

Nuova escalation nel conflitto in Tigray e le forze armate di Addis Abeba si riforniscono di droni killer in Turchia.

Secondo quanto rivelato dal quotidiano turco Daily Sabah, l’industria privata militare “Baykar” di Istanbul, specializzata nella produzione di velivoli senza pilota, sistemi di comando, controllo e intelligence (C3I) e dell’intelligenza artificiale, dopo aver concluso un accordo con il Regno del Marocco starebbe per firmare un contratto con le forze armate dell’Etiopia per la fornitura di droni “Bayraktar TB2”, dei relativi pezzi di ricambio e del supporto alla formazione del personale militare.

Abiy Ahmed, primo ministro dell’Etiopia e il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan

La notizia è stata confermata dall’agenzia Reuters. “Turchia, Etiopia e Marocco non hanno annunciato ufficialmente alcun accordo sui droni armati ma diverse fonti che seguono le trattative ce ne hanno fornito i dettagli”, riporta l’agenzia stampa. “Un diplomatico che ha richiesto l’anonimato ha dichiarato che il Marocco ha già ricevuto il primo lotto dei droni ordinati a maggio 2021.

L’Etiopia prevede di acquistarli a breve anche se non sono stati forniti dettagli sul numero dei velivoli previsti e sul loro costo. Lo Stato maggiore e l’ufficio del primo ministro dell’Etiopia non hanno voluto commentare quanto da noi riferito”. Anche le autorità di governo turche non hanno né confermato né smentito le anticipazioni dei media.

I “Bayraktar TB2” sono droni tattici MALE (Medium Altitude Long Endurance), cioè volano a medie altitudini e per lungo tempo, sino a 27.000 piedi d’altezza e per 27 ore consecutive. Possono raggiungere una velocità di crociera di 120 nodi (222 km/h) e sono in grado di svolgere in totale autonomia i decolli e gli atterraggi e semi-autonomamente le missioni di intelligence, sorveglianza e riconoscimento e di attacco armato.

L’industria “Baykar” che li ha progettati e realizzati è interamente controllata dalla famiglia Bayraktar; il presidente del consiglio d’amministrazione è Selçuk Bayraktar, genero del presidente turco Recep Tayyp Erdogan avendone sposato la figlia Sümeyye.

Negli ultimi anni le relazioni diplomatiche, economiche e militari tra Addis Abeba a Ankara si sono fatte strettissime. Secondo l’ambasciatore turco in Etiopia, Yaprak Alp, gli scambi commerciali sono cresciuti da 200 a 650 milioni di dollari nell’ultimo biennio e la Turchia è il secondo investitore straniero dopo la Cina con più di 2,5 miliardi e mezzo di dollari investiti in molteplici settori, in particolare nell’industria tessile e manifatturiera e sarebbero più di 200 le compagnie turche operative nel Paese africano.

Rilevantissime le esportazioni di sistemi d’arma turchi all’Etiopia: solo nei primi tre mesi del 2021 ci sono stati trasferimenti per 51 milioni di dollari, contro i 203.000 dollari registrati nello stesso trimestre dell’anno precedente.

Bayraktar TB2

“Ankara sta lavorando a stretto contatto delle autorità militari etiopiche per contrastare le minacce poste in essere dall’organizzazione terroristica Fetullah che sta tentando di infiltrarsi anche in altri paesi limitrofi”, ha dichiarato ancora l’ambasciatore Yaprak Alp, il 15 luglio scorso. “Turchia ed Etiopia sono amici e continueranno ad esserlo. Voglio tuttavia smentire le affermazioni circolate in questi giorni sui social media: è del tutto falso che la Turchia stia rifornendo di droni l’Etiopia”.

Che non lo avesse fatto sino all’estate scorsa è più che verosimile, secondo molti analisti internazionali; che si stia preparando a farlo adesso è invece dato ormai per certo. Il 21 agosto 2021 il primo ministro etiope Abiy Ahmed si è recato in visita ufficiale ad Ankara dove ha incontrato il presidente turco Erdogan per firmare alcuni accordi bilaterali di natura economica e un memorandum di “cooperazione militare” il cui contenuto è stato mantenuto segreto.

E’ presumibile che proprio nell’ambito di quest’accordo Ankara abbia autorizzato o stia per autorizzare il trasferimento dei droni ad un alleato ritenuto strategico per il rafforzamento della presenza militare ed economica turca in Africa orientale.

Focus on Africa, in particolare, ha riferito che in Turchia il premier Abiy avrebbe espresso l’intenzione di acquistare almeno 20 droni da combattimento “STM KARGU” prodotti dalla azienda turca Defense Technologies Engineeringand Trade Inc.. Si tratta di un modello molto piccolo, costo unitario 1,5 milione di dollari, progettato per la guerra asimmetrica e contro insurrezionale. Controllato in modalità automatica o manuale, il “STM KARGU” è capace di “effettuare attacchi con picchiata ruotante difficile da individuare da parte della contraerea nemica” e, in alternativa, come drone kamikaze.

Il conflitto in Tigray si è caratterizzato non solo per i drammatici bombardamenti contro la popolazione civile ma anche per la diffusione di informazioni spesso prive di fondamento e il cui fine è stato quello di “intossicare” ulteriormente lo scontro armato tra le parti belligeranti.

L’impiego massiccio dei droni armati da parte etiope è stato uno degli argomenti più utilizzati dalle fonti d’opposizione tigrine sin dallo scoppio del conflitto nel novembre 2020. Inizialmente i vertici militari etiopi hanno smentito il possesso di velivoli senza pilota ma poi ne hanno ammesso l’uso anche se solo contro target militari. “La nostra forza aerea è equipaggiata con droni moderni”, ha dichiarato a fine 2020 il Comandante in capo dell’Ethiopian Air Force, il generale Yilma Merdas.

Noi abbiamo i nostri tecnici e i nostri controllori e non abbiamo bisogno di altri che ci aiutino a combattere gli estremisti”. Data l’impossibilità di verificare la veridicità delle fonti è d’obbligo mantenere la massima cautela sulla questione droni e conflitto in Tigray; non mancano tuttavia sul tema eventi e riferimenti rilevanti e credibili.

Lo scorso mese di luglio Eritreahub ha diffuso un report sulla “fornitura di una decina di droni da parte dalla Turchia e realizzati ad Addis Abeba con il supporto di tecnici turchi”. “Le armi che possono essere utilizzate sia per la sorveglianza che per l’attacco sono state realizzate in un centro di addestramento e intelligence dell’Information Network Security Agency o INSA”, ha aggiunto Eritreahub. “Il direttore generale di INSA – Temesgen Tiruneh – che è a capo del programma dei droni, e il Primo ministro Abiy Ahmed hanno visitato il sito frequentemente.

L’agenzia starebbe pure realizzando una pista da cui dovrebbero essere lanciati i droni, ad una decina di chilometri dal centro della capitale”. Nei mesi scorsi anche lo stesso direttore generale Tiruneh ha ammesso la realizzazione ad Addis Abeba di una base per droni a disposizione dell’agenzia di spionaggio INSA.

A fine 2020 il portavoce del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF) e i media tigrini avevano denunciato invece il lancio di droni killer dalle basi che le forze armate degli Emirati Arabi utilizzano in Eritrea per le operazioni di guerra in Yemen. “Quanto affermato dalle forze militari tigrine non è impossibile, ma appare improbabile”, hanno però dichiarato i ricercatori di Bellingcat, sito indipendente d’intelligence con sede nei Paesi Bassi, in un rapporto pubblicato a novembre. “Le immagini satellitari confermano la presenza di droni di produzione cinese nella base emiratina di Assab, ma non c’è attualmente evidenza che questi stessi droni siano stati utilizzati operativamente a supporto dell’aeronautica militare dell’Etiopia, anche se sono stati confermati gli avvistamenti di cacciabombardieri etiopi nella zona di guerra”.

L’analisi delle immagini satellitari della base aera degli Emirarti Arabi nella città eritrea di Assab è stata effettuata a fine 2020 anche dall’organizzazione umanitaria olandese PAX che segue la proliferazione e l’export di tecnologie militari nei paesi emergenti. “Abbiamo accertato la presenza di droni lunghi una ventina di metri, prodotti in Cina e noti con il nome di Wing Loong II, che possono sganciare sia bombe a caduta libera che missili”, ha dichiarato il responsabile del progetto di ricerca Wim Zwijnenburg. “Non ci sono tuttavia indicazioni che gli Emirati Arabi abbiano fatto volare i droni in Etiopia né che essi siano stati utilizzati dall’Aeronautica militare etiope. Abbiamo solo le prove che gli attacchi sugli obiettivi sono stati effettuati dai caccia pilotati”.

Il 4 ottobre 2021 le unità del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray hanno reso pubbliche le immagini dei frammenti di una bomba rinvenuti nell’area di Mersa e Haro. Secondo i tigrini la bomba sarebbe stata sganciata da un drone di produzione turca, in possesso dell’esercito etiope.

Frammento bomba MAML-ZD-994

A conferma dell’assunto è stata evidenziata una scritta riportata nel frammento, MAML-ZD-994, dove le prime quattro lettere indicherebbero la tipologia dell’arma, una bomba a guida laser MAM-L prodotta dall’industria turca Roketsan per i droni tattici modello “Bayraktar” e “Karayel”. Una data scolpita nel frammento, 05/2021, indicherebbe che la produzione della bomba risalirebbe al maggio dell’anno in corso.

“Con un peso di poco più di 26,5 chili e una lunghezza di un metro, la MAM-L offre una soluzione economica per gli attacchi con aerei e con i droni”, spiegano i produttori turchi. “L’MAM-L, con la sua testata a frammentazione altamente esplosiva è assai efficace contro strutture, veicoli terrestri blindati, antenne radar e target leggeri come depositi d’armi e personale, in un raggio di 25 metri. La munizione può essere usata efficacemente sino a un raggio di 8 km, a secondo dell’altitudine da cui essa è rilasciata. Il design e il concetto applicativo dell’MAM-L consentono di neutralizzare obiettivi critici, particolarmente quelli che si presentano nel corso di missioni di riconoscimento e sorveglianza, Grazie alla guida di precisione e alle sue piccole dimensioni, l’MAM-L offre un’ottima soluzione con ridotti danni collaterali”.

Anche l’Emirates Policy Center (EPC) – think tank “indipendente” con sede ad Abu Dhabi che analizza le minacce esterne e interne nelle regioni del Golfo persico e del mondo arabo – ha documentata il possesso e l’uso da parte etiope di droni militari. “Le immagini satellitari raccolte nell’agosto 2021 hanno rilevato la presenza nello scalo militare di Semara, nella regione di Afar, di aerei senza pilota da combattimento UAV Mohajer-8 di produzione iraniana”, afferma il centro studi emiratino. “Il drone Mohajer-6 può essere armato con diversi missili e bombe e anche con sistemi aria-terra di alta precisione”. Il velivolo è prodotto da Qods Aviation, azienda di proprietà delle industrie aerospaziale della Repubblica Islamica dell’Iran.

Anche il sito di giornalismo investigativo olandese Bellingcat ha confermato la presenza di droni di produzione iraniana nello scenario di guerra tigrino. “Il Mohajer-6 può essere utilizzato sia per missioni d’intelligence che d’attacco e può trasportare sino a due missili Qaem aria-superficie”, ha specificato Bellingcat. “Non è noto quando l’Etiopia sia entrata in possesso di questi droni. Tuttavia a luglio e ad agosto di quest’anno è stato possibile tracciare la presenza di aerei cargo iraniani in diversi scali aeroportuali civili e militari dell’Etiopia. Uno di questi velivoli è stato sanzionato nel 2020 dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti d’America perché legato al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie dell’Iran (IRGC). Lo scopo di questi voli è sconosciuto”.

Secondo l’autorevole sito specializzato sudafricano del settore difesa e intelligence, Defence Web, le forze armate etiopi si sarebbero rivolte pure a Israele per entrare in possesso di velivoli senza pilota. “L’Esercito dell’Etiopia ha ordinato droni all’azienda israeliana BlueBird Aero Systems e le ha pure chiesto di realizzare in Etiopia una facility per le operazioni di manutenzione dei velivoli”, ha riferito la testata il 23 maggio 2021. “BlueBird è specializzata nella realizzazione di droni di piccolo dimensioni per il mercato civile e militare. I suoi prodotti includono i velivoli MicroBSkyLiteBBoomerang and Blueye. L’accordo sottoscritto con gli etiopi riguarderebbe la fornitura di Boomerang e SpyLite”.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Il Benin più avanzato della Polonia e del Texas: il parlamento legalizza l’aborto

Africa ExPress
28 ottobre 2021

Una settimana fa l’Assemblea nazionale del Benin ha votato a favore dell’aborto entro la dodicesima settimana di gravidanza.

La nuova legge prevede la possibilità di abortire, qualora la gravidanza dovesse aggravare oppure provocare un disagio materiale, educativo, professionale o morale alla donna.

L’Assemblea nazionale approva la legge in favore dell’aborto

Finora l’interruzione volontaria era possibile solo in casi eccezionali, come dopo uno stupro, una relazione incestuosa o in caso di gravi problemi di salute della donna.

Benjamin Hounkpatin, ministro della Sanità del Benin ha sottolineato che tale misura allevia la sofferenza di molte donne che, di fronte all’angoscia di una gravidanza non desiderata, si trovano costrette a mettere a rischio la propria vita attraverso pratiche non sicure.

Nel solo Benin muoiono annualmente almeno 200 donne per complicazioni causate da un aborto clandestino e non assistito. “Ora le famiglie non dovranno più piangere per la perdita di una figlia, madre, sorella, morta tragicamente dopo una rischiosa interruzione di gravidanza”, ha aggiunto il ministro.

E’ un grande passo avanti per i diritti delle donne, ora possono decidere da sole, senza il consenso di nessuno, hanno commentato le attiviste, applaudendo al voto del parlamento, che si espresso favorevolmente in tal senso il 21 ottobre scorso dopo un lungo e estenuante dibattito in aula.

Secondo Amnesty, a livello globale una gravidanza su quattro sfocia in un aborto. Criminalizzarlo significa solamente renderlo meno sicuro.

Come quasi ovunque, anche in Benin la Chiesa ha opposto resistenza all’approvazione della nuova legge, che entrerà in vigore solamente una volta ratificata dalla Corte costituzionale. Insomma il Benin è più avanti del Texas e della Polonia. Va ricordato che in Benin la religione ufficiale è il vodoo e è praticato dai quattro quinti della popolazione. Il rito è materia d’insegnamento nelle scuole.

Nel continente africano sono diversi i Paesi dove l’aborto è già stato legalizzato, ma il Benin è il primo Stato dell’Africa occidentale ad averlo approvato. E, secondo l’avvocato beninense, Dele Ahounou, della nuova norma potranno approfittare anche le donne dei Paesi limitrofi, dove l’interruzione di gravidanza è ancora illegale. Non potendo sottoporsi a tale intervento nel proprio Paese, verranno nel Benin.

Africa ExPress
@africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Benin: designato il nuovo sovrano del vodoo e del regno di Dahomey

Sangue a Kampala: bomba islamista su un bus, un morto e alcuni feriti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
28 ottobre 2021

Un morto e diversi feriti, è il bilancio di una bomba esplosa lunedì pomeriggio in un pullman a pochi chilometri da Kampala, la capitale dell’Uganda.

Alcuni esperti in esplosivi si sono recati immediatamente sul luogo dell’attentato, a Lungala, sull’autostrada Kampala-Masaka. L’esplosione è avvenuta su un bus della compagnia Swift Safaris attorno le 17.00 ore locali.

Attentato bomba su pullman vicino a Kampala, Uganda

Finora la polizia non ha rilasciato dettagli sul tipo di esplosivo utilizzato e non è ancora chiaro se la persona morta aveva con sé la bomba. Per fortuna gli altri 37 passeggeri e l’autista sono vivi, qualcuno ha riportato solo lievi ferite.

Lungala dista 35 chilometri da Kampala e si trova su una delle strade maggiormente trafficate del Paese, che  collega la capitale con la Tanzania, il Burundi, il Ruanda e la Repubblica Democratica del Congo.

Un déjà vu. Il 23 ottobre un altro ordigno è stato fatto esplodere a Komamboga, un quartiere popolare nella periferia della capitale. Allora sono morte due persone, altri setti sono stati ricoverati in ospedale a causa delle lesioni riportate.

Il presidente dell’Uganda, Yoweri Museveni, dopo l’attentato di sabato scorso, ha puntato senza esitazioni il dito sui miliziani di ADF Allied Democratic Forces, un’organizzazione islamista ugandese, presente soprattutto nel Congo-K dal 1995, affiliato allo stato islamico (ISIS). Domenica i terroristi hanno rivendicato l’attentato in un messaggio su telegram, precisando: “Abbiamo posizionato una bomba in un ristorante di Komamboga, perchè in quel momento erano presenti molte spie del governo ugandese”.

Uganda: esperti sul luogo dell’attentato

Il messaggio è stato identificato come plausibile da SITE Intelligence Group, organizzazione specializzata dei siti internet riconducibili a terroristi di qualsiasi natura, quindi anche a quelli legati all’estremismo islamico.

Solamente a marzo di quest’anno gli Stati Uniti hanno inserito ADF nella lista dei gruppi terroristi. L’8 ottobre è esplosa un’altra bomba vicino al commissariato di polizia di Kawempe, poco lontano dall’attacco di sabato sera. Per fortuna allora non ci sono state vittime, ma l’aggressione è stata rivendicata dall’ ISIL (ISIS), in sostanza ADF, in quanto loro affiliati.

Da allora sulla pagina “Consigli per i viaggiatori” di Francia e Gran Bretagna, i ministeri degli Esteri dei rispettivi Paesi raccomandano ai propri concittadini di essere vigili nelle frequentazioni di luoghi pubblici, come ristoranti, bar e alberghi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Uganda: attentato bomba a Kampala, 2 morti e 7 feriti

 

Pandora Papers: ecco i tesori di tre presidenti africani nei paradisi fiscali

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 27 ottobre 2021

Nei Pandora Papers del Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi (ICIJ) non potevano non esserci anche i politici africani. Sono una cinquantina i leader e funzionari pubblici che appartengono a 18 Paesi del grande continente. Il Paese africano che ha il maggior numero di personaggi politici con legami nei paradisi fiscali è la Nigeria con 11. Seguono l’Angola con nove e la Costa d’Avorio con cinque.

Pandora Papers, investigazione del Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi (ICIJ)
Pandora Papers, investigazione del Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi (ICIJ)

Quasi dodici milioni di documenti

Sono 11,9 milioni i leak secretati che hanno prodotto i Pandora Papers. Un lavoro immenso quello prodotto dai giornalisti di ICIJ. Dai documenti esaminati, tutti questi personaggi avevano collegamenti con paradisi fiscali off-shore. Le vere “isole del tesoro” sono le Isole Vergini Britanniche e Cipro ma anche Panama. I documenti esaminati mostrano strutture finanziarie segrete e trust nei paradisi fiscali. Riescono a palesare le tattiche finanziarie intricate dei potenti del mondo. Anche quelle dei ricconi del continente nero.

I giornalisti investigativi hanno svelato un mondo parallelo dove i super-ricchi del pianeta riescono a occultare i loro tesori. Ricchezze che nei Paesi poveri, soprattutto in Africa, privano le popolazioni dei servizi sanitari, dell’educazione e dei diritti umani. Tra questi potenti e facoltosi personaggi troviamo tre presidenti africani: Uhuru Kenyatta (Kenya); Denis Sassou Nguesso (Repubblica del Congo) e Ali Bongo (Gabon). Oltre ad ex ministri e premier.

Il tesoro di Uhuru Kenyatta

Grazie ai Pandora Papers si è scoperto che la famiglia Kenyatta “ha accumulato segretamente una fortuna personale dietro veli societari offshore”. Secondo Pandora Papers la famiglia presidenziale possiede beni off-shore pari a un valore di 30 mln di dollari (quasi 26 mln di euro). Queste proprietà, attraverso società e fondazioni a Panama e nelle Isole Vergini Britanniche, sono protette dal controllo pubblico. Il vantaggio di questi paradisi fiscali è che permettono di non rendere pubblici i nomi dei proprietari dei beni. Uhuru Kenyatta è conosciuto per la sua guerra contro la corruzione durante la campagna presidenziale del 2017 portata avanti anche dopo la sua ultima elezione.

Da sinistra: Uhuru Kenyatta, Denis Sassou Nguesso e Ali Bongo
Da sinistra: Uhuru Kenyatta, Denis Sassou Nguesso e Ali Bongo

Svelato il segreto di Denis Sassou Nguesso

I diamanti piacciono a Denis Sassou Nguesso, presidente della Repubblica del Congo e alla sua famiglia, al potere da 36 anni. Il capo dello stato del Congo-Brazzaville possedeva una società che controllava le miniere di quelle gemme, minerale tra i beni più preziosi del Paese africano. Pandora Papers, ha svelato il segreto di Nguesso. Il presidente africano secondo ICIJ, aveva protetto la sua società registrandola nelle Isole Vergini Britanniche.

Le due società di comodo di Alì Bongo

La famiglia Bongo è al potere in Gabon da 50 anni. Omar Bongo, per oltre 40 anni ha governato il Paese con il pugno di ferro fino alla sua morte. Nel 2009 è andato al potere il figlio Alì. Secondo Pandora Papers, Alì Bongo Ondimba controllava sue società di comodo nelle Isole Vergini Britanniche. Oggi quelle società non esistono più ma si sa che erano sconosciuti gli scopi per i quali erano state create. La famiglia Bongo è stata accusata di saccheggiare il Paese e Ali Bongo Ondimba, è stato indagato di corruzione da Stati Uniti e Francia.

Quello dei tre presidenti africani non possiamo prenderlo come esempio di buone pratiche. Ma Prince Mashele, intellettuale sudafricano, direttore esecutivo del Centro per la politica e la ricerca, ci fa capire meglio le motivazioni.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Kenya: Kenyatta ottiene il secondo mandato ma Raila non ci sta

Prove di distensione in Kenya: il presidente Kenyatta incontra il suo rivale Raila Odinga

Congo-Brazzaville: il pugno duro del regime colpisce dissidenti e oppositori

A Brazzaville Mokoko condannato a 20 anni e i vescovi insorgono contro la corruzione

Bongo rieletto in Gabon, opposizione accusa di brogli, dubbi degli osservatori stranieri

Aggrappato al potere Ali Bongo resiste in Gabon, ma metà della sua famiglia si ribella

L’Africa oggi, tra fallimento della democrazia e corruzione in crescita

Sudan in piazza contro i militari: la polizia spara, morti e feriti

Africa ExPress
26 ottobre 2021

Malgrado lo stato d’emergenza dichiarato ieri dal generale Abdel Fattah al-Burhan, capo delle forze armate e presidente del Consiglio sovrano, l’interruzione delle comunicazioni, internet, compreso i social network, moltissimi sudanesi non ci hanno pensato due volte e sono scesi nelle strade, nelle piazze, con la speranza di poter inseguire quel poco di democrazia conquistata dopo la caduta del vecchio despota Omar al-Bahir, al potere dal 1989 fino all’aprile 2019. Ieri il bilancio è stato davvero pesante. Durante gli scontri tra manifestanti e polizia sono morte 7 persone, altre 140 sono state ferite.

La popolazione vuole dimostrare il proprio malcontento, si oppone con forza al potere dei militari, che ieri all’alba hanno arrestato il primo ministro Abdallah Hamdok, alcuni altri membri del suo gabinetto e alti funzionari.

Manifestanti a Khartoum

I manifestanti hanno cercato di raggiungere il centro di Khartoum, dove hanno eretto barricate e incendiato pneumatici. Militari e agenti di polizia, pesantemente armati, hanno sparato gas lacrimogeni per disperdere la folla.

I giovani non si lasciano intimidire. Anche durante la notte, malgrado il coprifuoco, molti sudanesi hanno eretto barricate negli isolati vicino alle loro abitazioni, non curanti dei numerosi arresti di militanti pro democrazia.

Per la gente il destino del Paese si gioca qui, nelle strade e nelle piazze. L’oppressione continua anche oggi da parte dei militari, si evince dai video che alcuni attivisti sono riusciti a postare sui social network malgrado l’interruzione di internet. Manifestazioni proseguono anche in altre città: Port Sudan, Atbara, Dongola, El Obeid.

Poche ore fa il generale Abdel Fattah al-Burhan ha parlato a lungo alla popolazione tramite l’emittente di Stato. Ha tra l’altro precisato che Hamdok è suo ospite per la sua propria incolumità.

Abdel Fattah al-Burhan, presidente del Consiglio sovrano e capo delle forze armate sudanesi

Nel suo discorso alla nazione ha giustificato la presa del potere dei militari, in quanto la situazione avrebbe potuto degenerare in una guerra civile e ha accusato i politici di continui incitamenti contro i militari. Ha criticato il governo di Hamdok di inefficienza, e molti politici sarebbero più interessati a mantenere la propria poltrona piuttosto che lavorare per il progresso del Paese.

Ha poi aggiunto che nei prossimi giorni sarà nominato un nuovo Consiglio sovrano, con componenti da ogni stato del Sudan: a seguire sarà formato un nuovo governo, saranno presenti ministri di ogni regione del Paese, sarà rinnovata anche la Corte Costituzionale e infine ha promesso la formazione dell’Assemblea nazionale, un punto mai realizzato, eppure era compreso nell’accordo siglato tra militari e Alliance Forces Freedom and Change (FFC) – la coalizione civile, che comprende Sudanese Professional Association e partiti all’opposizione – nel 2019. Ovviamente anche questa mancanza, secondo al-Burhan, è solamente colpa del governo civile.

La comunità internazionale ha condannato il golpe di ieri. Gli Stati Uniti hanno congelato gli aiuti al governo di Khartoum 700 milioni di dollari e hanno chiesto la liberazione immediata dei leader civili e di ripristinare il governo di transizione.

Anche IGAD (Autorità intergovernativa per lo sviluppo, un’organizzazione internazionale politico-commerciale formata dai Paesi del Corno d’Africa), presieduta appunto da Hamdok, ha preso posizione. Workneh Gebeyehu, segretario esecutivo dell’Organizzazione che ha sede a Gibuti, preoccupato della situazione in Sudan, ha fermamente condannato il golpe, reclamando altresì l’immediata liberazione del primo ministro sudanese.

Mariam al-Sadiq, ministro degli Esteri sudanese ha inviato un messaggio ai suoi omologhi del mondo intero, chiedendo di condannare il putsch militare nel suo Paese. E in molti hanno risposto. In particolare gli inviati di Francia, Belgio e Svizzera hanno dichiarato le loro missioni come “Ambasciate del popolo sudanese e della loro rivoluzione” .

Africa ExPress ha contattato la diaspora sudanese a Parigi. Mekki Ali Alderderi, presidente e fondatore di Centre culturel soudanais pour toute la France, “Si tratta di un colpo di Stato ingiustificato, contro la volontà del popolo. In questi due anni abbiamo interagito con FFC, dato suggerimenti. Ora chiediamo alla comunità internazionale di appoggiare la rivoluzione del nostro popolo e invitiamo i sudanesi a proseguire le proteste pacifiche in tutto il Paese. Riusciremo nel nostro intento, siamo uniti e costruiremo uno governo civile”.

Africa-ExPress
@africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Sudan: accordo tra militari e società civile per governo di transizione

Affari delle armi in vista e l’AD di Leonardo vola in Arabia Saudita

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
25 ottobre 2021

Profumo d’Arabia. Il brand di una fragrante essenza esotica? No, l’amore dell’amministratore delegato di Leonardo (ex Finmeccanica), Alessandro Profumo, per la ricca e potente petromonarchia mediorientale e per la sua fondazione no profit di promozione sociale, il Future Investment Initiative Institute (FII) nel cui board siede l’ex premier Matteo Renzi.

Qualche giorno fa Il Fatto Quotidiano ha rivelato che l’istituto del principe Mohammad bin Salman ha chiesto ad Alessandro Profumo di intervenire al forum internazionale Invest in Humanity che prenderà il via martedì 26 ottobre al King Abdulaziz International Conference Center di Riyadh. “Sono in programma diversi panel che riguardano da vicino l’attività di Leonardo”, riporta il quotidiano. “È il caso di un incontro sulla Cybersecurity o di un dibattito sugli investimenti sull’idrogeno, ma anche di alcuni eventi sull’intelligenza artificiale.

Sono però altri appuntamenti a dare l’idea dell’intento propagandistico del FII, veicolo perfetto per la famiglia reale per ripulire un’immagine internazionale macchiata da accuse gravissime, come quella – messa nera su bianco dalla Cia nei confronti del principe ereditario Bin Salman – di essere il mandante dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi”.

Quando Il Fatto Quotidiano ha denunciato l’inopportuna presenza dell’ad della maggiore holding del complesso militare-industriale, il programma del forum saudita non era ancora definito. Oggi è tutto nero su bianco: mercoledì 27 ottobre Alessandro Profumo sarà uno dei relatori del workshop dall’altisonante titolo Summit: Investing in ESG, dove ESG è l’acronimo di “Environmental, Social and Governance”, la governance socio-ambientale sostenibile ipocritamente decantata da quasi tutti i governi per giustificare miliardari investimenti a favore delle nuove tecnologie dual, militari-civili (droni e robot, digitalizzazione, centrali nucleari, ecc.).

Fondata nel 2017 nell’ambito del programma di riforme sociali e politiche promosse dalla casa regnante (Saudi Vision 2030) il Future Investment Initiative Institute punta in particolare a intervenire con massicci investimenti finanziari in due settori strategici, l’intelligenza artificiale e la robotica, assai cari a Leonardo, alle grandi industrie militari e ai maggiori gruppi finanziari internazionali.

L’Italia di Draghi, Cingolani & C. ha fiutato grandi affari nel mondo arabo. Così ad Invest in Humanity oltre a Profumo, relazioneranno Rodolfo Errore, presidente di Sace (società interamente controllata dalla Cassa depositi e presiti che assicura i crediti alle esportazioni); Pierfrancesco Vago presidente di MSC Crociere; Giorgio Moretti, ex manager della società di tecnologie militari Elsag Datamat e fondatore e Ad del Gruppo Dedalus (uno dei maggiori fornitori al mondo di software sanitari e diagnostici). E speaker, ovviamente, Matteo Renzi, “ex primo ministro, Italia e board member del Future Investment Initiative Institute”.

L’Arabia Saudita si conferma la Mecca di industriali, petrolieri e investitori nonostante il pesantissimo clima politico interno, le repressioni e i delitti degli oppositori scomodi e i crimini perpetrati in Yemen nella guerra che vede, dal 2015, il regime saudita e gli Emirati Arabi combattere contro i gruppi armati sciiti Houthi e bombardare le inermi popolazioni civili.

Eppure il 29 gennaio 2021, appena nove mesi fa, alla vigilia del cambio di testimone con Mario Draghi, l’esecutivo guidato da Giuseppe Conte aveva deciso di revocare le autorizzazioni per il trasferimento di missili e bombe a Riyadh e alle forze armate emiratine, rilasciate tra il 2016 e il 2018. Una decisione importante, quella del governo uscente, che faceva proprie le richieste delle organizzazioni Nowar e di difesa dei diritti umani e di numerosi parlamentari.

Secondo la Rete Pace e Disarmo tra il 2015 e il 2019 l’Italia aveva autorizzato l’export di armamenti verso l’Arabia Saudita per un valore complessivo di 845 milioni di euro. Sei autorizzazioni per 105 milioni di euro erano state autorizzate nel secondo semestre 2019 mentre per i primi sei mesi del 2020 erano state accertate spedizioni per 5,3 milioni di euro.

La risposta delle industrie belliche italiane e delle lobby dei parlamentari armati è stata immediata: proteste formali e incontri informali con i ministri del nuovo governo, appelli e campagne mediatiche, le minacce di licenziamenti di massa e chiusura di stabilimenti (soprattutto da parte dei manager della Rwm di Domusnovas, in Sardegna, azienda produttrice delle bombe sganciate in Yemen).

Entrata dello stabilimento della RWM di Domusnovas, Sardegna, Italia

Gli effetti dell’ammorbidimento pro-sauditi trapelavano in alcuni articoli pubblicati dalla stampa estera specializzata nel settore difesa. Il 2 marzo 2021, la testate web Tactical Report annunciava l’avvio di una trattativa italo-saudita per il trasferimento di tecnologie nel settore dei velivoli senza pilota.

“Nonostante la decisione dell’Italia dello scorso mese di bloccare la vendita di migliaia di missili all’Arabia saudita e agli Emirati Arabi, ci sono voci che ciò non comporta né comporterà alcuna conseguenza nelle relazioni di vecchia data tra Roma e Riyadh”, riferiva Tactical Report. “Il divieto si applica solo sui missili e sulle munizioni di precisione e non influenza direttamente la ricerca e lo sviluppo congiunti, di cui è stato detto includere il trasferimento di tecnologia e intelligence per i droni”.

“L’Italia ha allentato le restrizioni sulle esportazioni di armi all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi, una mossa finalizzata a ridurre le tensioni diplomatiche con i due stati del Golfo”, scriveva l’agenzia Reuters il 7 luglio 2021. “Il divieto resta in vigore, ma in una direttiva del ministero degli esteri visionata da Reuters si riporta che gli altri vincoli introdotti nel 2019, che effettivamente hanno bloccato tutte le vendite di armi ed equipaggiamenti che dovrebbero essere usati in Yemen, ora saranno sollevati”.

“Tutte le autorizzazioni esistenti devono essere considerate valide anche senza questi requisiti, aggiunge la breve direttiva che è stata firmata”, spiegava l’agenzia stampa. “Una fonte del ministero degli Esteri ha dichiarato che le licenze per le armi revocate a gennaio, incluse la vendita di circa 12.700 missili, resterebbero bloccate (…) I media italiani hanno riportato che le industrie italiane erano preoccupate che avrebbero potuto perdere anche i contratti nel settore civile…”.

Potente portavoce delle istanze pro-Riyadh, ovviamente, l’amministratore delegato di Leonardo Alessandro Profumo. Già a partire della primavera del 2019, Profumo si era unito al coro delle holding europee contro le prime prese di posizione in ambito Ue a favore dell’embargo di armi ai paesi belligeranti in Yemen. “Recentemente la Germania ha dichiarato di voler bloccare le vendite all’Arabia Saudita, ma quest’embargo minaccia lo sforzo dell’Unione Europea di esportare armi realizzate unitariamente”, dichiarava l’ad di Leonardo in un’intervista alla testata statunitense Defense News (19 aprile).

“Ciò che mi preoccupa particolarmente è che noi rischiamo di rompere la creazione di un sistema di difesa europeo. Nel caso di programmi congiunti, come ad esempio quello pan-europeo del caccia Eurofighter, l’eventuale embargo ordinato da uno dei paesi partner non dovrebbe consentire di metterne in pericolo l’esportazione”.

La vendita del cacciabombardiere

Eurofighter Typhoon per l’Arabia Saudita

alle forze armate saudite è stato il maggiore affare che Leonardo ha conseguito negli ultimi anni a livello globale. Nel 2007 è stato firmato un contratto di vendita di 72 velivoli per il valore complessivo di 6,5 miliardi di euro e la loro consegna è stata completata nel 2017. “Velivolo da combattimento multiruolo bimotore, supersonico, il Typhoon è un autentico concentrato di tecnologie fortemente innovative; grazie ai sensori di bordo i piloti hanno una superiore consapevolezza della situazione, oltre ad una capacità operativa net-centrica”, decantano i manager Leonardo. Caratteristiche sperimentate con successo sul campo bellico yemenita e che hanno convinto l’Aeronautica saudita ad avviare la trattativa per una seconda commessa per 48 cacciabombardieri e armamenti di supporto, valore 12 miliardi di euro. Gli esiti della trattativa sono attesi da qui a qualche mese.

Leonardo è membro del consorzio europeo “Eurofighter”, con sede a Monaco di Baviera, che si occupa della produzione e dello sviluppo del Typhoon. Alla struttura societaria partecipano per il 46% il gruppo tedesco-spagnolo Eads, per il 33% Bae Systems (Regno Unito) e per il restante 21% Alenia Aeronautica/Leonardo.

“In questo velivolo da combattimento Leonardo gioca un ruolo di primo piano”, spiegano i manager del gruppo italiano. “La divisione velivoli possiede una linea di assemblaggio finale a Caselle, Torino. Considerando anche l’avionica e i sensori realizzati dalla divisione elettronica, la partecipazione totale di Leonardo al programma si attesta al 36%.

Leonardo è alla guida del consorzio Euroradar a cui è affidato lo sviluppo del futuro sensore primario del Typhoon, il radar CAPTOR-E che assicurerà vantaggi significativi nelle operazioni aria-aria e aria-terra. Messo a punto dal consorzio internazionale Eurofirst sotto la guida di Leonardo, il sistema di ricerca e tracciamento all’infrarosso PIRATE consente all’equipaggio del Typhoon di rilevare e tracciare simultaneamente bersagli singoli o multipli in un ampio campo di osservazione negli scenari operativi più densamente congestionati. Con una suite completa di misure e contromisure di supporto elettronico, il sistema di auto-protezione Praetorian, sviluppato dal consorzio EuroDASS sotto la guida di Leonardo, rafforza sensibilmente la capacità del Typhoon di evitare, eludere, reagire e sopravvivere a minacce sempre più evolute”.

Oltre ai cacciabombardieri e ai nuovi sistemi radar ed elettronici, Leonardo ha venduto all’Arabia Saudita sistemi avanzati elettro-ottici e per il controllo del traffico aereo fissi e trasportabili; sistemi di comunicazione e centri di controllo; velivoli a pilotaggio remoto; elicotteri sia per operazioni di soccorso medico sia per il trasporto off-shore. A breve Leonardo spera di trasferire alle forze armate saudite anche elicotteri pesanti, sistemi missilistici (attraverso la partecipata MDBA), nuovi aerei senza pilota, convertiplani e caccia-addestratori.

Anche il ministero della Difesa e l’Aeronautica militare italiana ce la stanno mettendo tutta per ricucire le relazioni diplomatiche e d’affari con la petromonarchia saudita. Il 21 ottobre scorso, nella base di Galatina (Lecce), sede del 61° stormo, si è concluso il corso di formazione degli allievi piloti in forza alla scuole di volo dell’Aeronautica.

Tra i ventisette militari che hanno conseguito il brevetto c’erano pure tre allievi della Royal Saudi Air Force, la forza aerea dell’Arabia saudita. “Gli allievi addestrati a Galatina, destinati ai velivoli fighter, proseguiranno l’addestramento al 61° stormo con il T-346, il nuovo caccia-addestratore prodotto da Leonardo; quelli formati al 72° stormo di Frosinone saranno impiegati sugli elicotteri; i piloti brevettati dal Centro Addestramento Equipaggi MultiCrew di Pratica di Mare voleranno sui velivoli delle linee di supporto multi crew”, spiega lo Stato maggiore della difesa.

“L’evento, presieduto dal generale Aurelio Colagrande, comandante delle Scuole dell’Aeronautica Militare, ha avuto luogo all’interno dell’hangar centrale dell’aeroporto di Galatina e ha visto la partecipazione del comandante del Comando Forze per la Mobilità e il Supporto, generale Achille Cazzaniga e di alcuni rappresentanti della forza aerea saudita”, prosegue la nota. “Durante il suo intervento, il generale Colagrande ha evidenziato che la presenza di personale straniero e di altre Forze Armate dello Stato sta a testimoniare la bontà del nostro sistema addestrativo, tra i più tecnologici e moderni al mondo”.

Grazie a questa eccelsa formazione e ai sistemi di morte made in Italy, i sauditi potranno continuare a mietere vittime nella guerra in Yemen.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Golpe in Sudan: arrestato il premier, sciolto il governo e Consiglio sovrano

Africa ExPress
25 ottobre 2021

Stamattina il leader del Consiglio sovrano, Abdel Fattah al-Burhan, ha dichiarato lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale e lo scioglimento del governo di transizione e dello stesso Consiglio.

Alle prime ore dell’alba un gruppo di militari ha arrestato il primo ministro sudanese Abdallah Hamdok e diversi componenti del governo civile, tra questi i ministri dell’Industria Ibrahim al-Sheikh e dell’Informazione Hamza Baloul, nonchè Mohammed al-Fiky Suliman, membro del Consiglio sovrano, Faisal Mohammed Saleh, un portavoce di Hamdok e Ayman Khalid, governatore di Khartoum.

Colpo di Stato in Sudan

Hamdok sarebbe stato trasferito in un luogo segreto, dopo essersi rifiutato di firmare una dichiarazione a sostegno di un colpo di stato militare in corso. E, secondo quanto riportato dal ministero delle Comunicazioni, il primo ministro avrebbe chiesto alla popolazione di resistere e di difendere in modo pacifico la rivoluzione.

Internet e le comunicazioni telefoniche sono stati interrotti, anche l’aeroporto è chiuso e i ponti di Khartoum sono stati bloccati. Al Arabiya ha fatto sapere che le maggiori compagnie aeree avrebbero sospesi i voli per Khartoum. Mentre il ministero delle Comunicazioni ha detto che i militari avrebbero anche occupato l’edificio dell’emittente di Stato a Omdurman – città gemella di Khartoum, situata sulla sponda occidentale del Nilo – e vietato al personale di uscire.

Migliaia di persone, in difesa della democrazia, si sono riversate nelle strade di Khartoum e Omdurman.

In base alle poche notizie frammentarie che giungono malgrado l’interruzione delle comunicazioni, pare che i militari abbiano iniziato a sparare sulla folla.

Le frizioni tra il Consiglio sovrano e il governo civile erano tangibili da settimane, specie dopo il tentato putsch del 21 settembre scorso ad opera di militari, nostalgici di al-Bashir, l’ex presidente deposto nell’aprile 2019 e condannato a due anni di galera nel dicembre 2019. Ora si mormora che sia stato rilasciato, forse per buona condotta, ma la notizia non è stata confermata.

Sulla testa dell’ex dittatore al-Bashir pende un mandato d’arresto internazionale, emesso nel 2009 dalla Corte Penale Internazionale per genocidio e crimini di guerra commessi in Darfur.

Nell’agosto scorso il governo di Khartoum aveva approvato l’adesione allo statuto di Roma del 1998 che ha istituito la creazione della CPI, ma finora al-Bashir non è stato estradato.

Khartoum: manifestazioni dopo l’arresto del primo ministro Hamdok

Da giorni si susseguono marce di protesta in tutto il Paese. Il 16 ottobre è stata organizzata una manifestazione contro il governo civile, capeggiata da fazione dissidente di Alliance Forces Freedom and Change (FFC) – la coalizione civile, che comprende Sudanese Professional Association e partiti all’opposizione. La frangia estremista è stata fondata da due ex capi ribelli, Minnie Minnawi, ex leader del darfuriano  Sudanese Liberation Army e il ministro delle Finanze e leader del Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza (JEM), Gibril Ibrahim. Nell’agosto 2020 il raggruppamento politico JEM aveva firmato un accordo di pace con il governo di transizione.

E sembra che Mohammed Hamdan Dagalo, alias Hemetti, vicepresidente del Consiglio sovrano, nonchè a capo delle Rapid Support Forces (RSF) e uno degli ex leader dei famigerati janjaweed (milizie paramilitari sudanesi diventate famose per le atrocità commesse in Darfur: i diavoli a cavallo bruciavano i villaggi, stupravano le donne, uccidevano gli uomini e rapivano i bambini per renderli schiavi n.d.r.), sia uno dei sostenitori della fazione dissidente di FFC.

Il 21 ottobre scorso la gente ha manifestato in tutto il Paese in favore del governo civile. L’adesione è stata massiccia. Allora i partecipanti avevano dichiarato di essere scesi nelle strade, perchè “La transizione è in pericolo”. Infatti, nella capitale Khartoum, qualche rione più in là, un folto gruppo di persone, molti legati ai gruppi islamici, era radunato da sabato davanti al palazzo presidenziale pretendendo le dimissioni di Hamdok con l’esplicita richiesta di un governo militare.

Africa ExPress
@africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Sudan: accordo tra militari e società civile per governo di transizione

I fedeli del deposto leader Al Bashir si ribellano: sventato un loro colpo di Stato

 

Gli americani affilano le armi in Italia: a Vicenza una nuova brigata d’intelligence

0

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
Ottobre 2021

La provincia di Vicenza è stata convertita in centrale d’intelligence per la penetrazione dell’esercito USA in Africa. Alla presenza dei vertici di U.S. Army Southern European Task Force Africa, giovedì 21 ottobre nella grande caserma Ederle di Vicenza si è tenuta la cerimonia d’insediamento del 522nd Military Intelligence Battalion, il battaglione di intelligence dell’esercito statunitense trasferito da Wiesbaden (Germania).

Caserma Ederle di Vicenza

“Dicevano che sarebbe stato impossibile farlo. Abbiamo ricevuto l’ordine di ricollocazione appena cinque mesi fa. Abbiamo superato ostacoli come i cambi del comando della brigata e del battaglione, un trasloco in piena estate e un’ondata di Covid nella comunità, ma lo abbiamo fatto!”, ha dichiarato il tenente colonnello Christian Gregoire, comandante del battaglione d’intelligence.

I 150 militari del 522° erano ospitati nella grande infrastruttura tedesca di Clay Kaserne Allen Field; in Veneto opereranno a Camp Ederle e nella stazione USA di Longare, nei Colli Berici, sotto il comando della 207th Military Intelligence Brigade di US Army, di stanza proprio a Vicenza, potenziando così le capacità di raccolta ed elaborazione delle informazioni strategiche per le operazioni delle task force USA in sud Europea e nel continente africano.

“Il 522nd Military Intelligence Battalion conduce le molteplici analisi delle informazioni provenienti da ogni fonte, la loro produzione, uso e trasmissione a supporto delle richieste da parte delle forze di USARAF, delle varie agenzie intergovernative e multinazionali e per le operazioni terrestri di US Africom (il comando per le operazioni in Africa) e delle Joint Task Force”, spiega US Army. Il battaglione d’intelligence vanta una lunga storia d’interventi bellici. Fu costituito il 1° settembre del 1950 a Fort Bragg (North Carolina) ed ebbe il battesimo di fuoco in Corea.

“Il 522° fu uno strumento fondamentale d’intelligence durante le numerose campagne della Guerra di Corea e successivamente durante la Guerra fredda”, aggiunge US Army. “In tempi più recenti, durante le operazioni Desert Shield e Desert Storm in Iraq, il 522° partecipò attivamente alla difesa dell’Arabia saudita e alla liberazione del Kuwait”. Nel marzo 2016 il 522nd Military Intelligence Battalion fu trasferito a Wiesbaden a supporto del Comando US Africom di Stoccarda. Con l’odierno trasferimento, il 522° si avvicina ancora di più operativamente al continente nero, affiancandosi alla 207th Military Intelligence Brigade di US Army e al 307th Military Intelligence Battalion di US Army, entrambi di stanza a Camp Ederle e a Longare.

La 207th Military Intelligence Brigade esercita i compiti di comando e controllo dei due battaglioni e del 337th Military Intelligence Battalion, unità di riserva di stanza a Fort Sheridan, Illinois. Attivata nel 1944 durante la Seconda Guerra Mondiale, la brigata fu trasferita nel 1985 in una caserma di Ludwigsburg, in Germania, sotto la giurisdizione del VII Corps di US Army. La brigata fu disattivata nel 1992, dopo la fine della prima Guerra del Golfo, impegno bellico che la vide operare nella base aerea di Al Qaisumah, in Arabia saudita.

Il 16 marzo 2016, in contemporanea all’insediamento del 522° battaglione a Wisbaden, la 207th Military Intelligence Brigade fu riattivata a Vicenza dall’United States Army Intelligence and Security Command di Fort Belvoir, Virginia. “Si tratta della prima brigata d’intelligence militare destinata esclusivamente a contrastare le accresciute minacce alla sicurezza nel teatro africano”, spiegò al tempo il suo comandante, il colonnello Timothy Higgins. “Il suo compito sarà quello di raccogliere ed elaborare informazioni d’intelligence per spezzare le minacce transnazionali e transregionali e promuovere la stabilità nel continente. Oggi c’è un gran numero di gruppi estremisti violenti in tutta l’Africa. In Africa orientale, l’obiettivo prioritario è di contenere Al-Shabaab, una milizia con base in Somalia legata ad al-Qaeda, mentre la minaccia in Africa centrale è il gruppo islamico militante Boko Haram”.

Alla brigata furono assegnati anche compiti di formazione e addestramento dei reparti d’intelligence africani. “La 207^ M.I.B. supporterà anche gli impegni militari-militari nello sforzo di accrescere la cooperazione con i paesi partner dell’Africa”, aggiunse il colonnello Higgins. “Conseguita la piena capacità operativa, la brigata affronterà le innumerevoli sfide esistenti nell’area sottoposta alla sua responsabilità e in cui esistono 54 nazioni, spostando con abilità e velocità piccoli e scalabili team in tutto il continente. Un’ulteriore sfida sarà pure rappresentata dalle minacce in campo sanitario come del resto è già stato fatto dal comando di US Army Africa con l’Ebola e le operazioni d’assistenza in Liberia”.

La 207th Military Intelligence Brigade con i battaglioni che la costituiscono (il 307° e il 522° a Vicenza e il 337° in Illinois) sono stati assegnati al U.S. Army Europe and Africa Command (USAREUR-AF) che dalla fine del 2020 ha unificato i due precedenti comandi terrestri per l’Europa e per l’Africa. Con l’unificazione, l’U.S. Army Africa/Southern European Task Force di Vicenza è stata rinominata U.S. Army Southern European Task Force, Africa (SETAF-AF) e ha assunto il controllo delle operazioni militari e degli assetti dell’esercito statunitense in Italia e in Africa (compresa ovviamente la 173^ brigata aviotrasportata di Vicenza), in stretto coordinamento con U.S. Africom.

“Questo consolidamento assicura una prontezza globale e regionale a sostegno della Strategia Nazionale della Difesa”, ha dichiarato il Segretario generale dell’esercito USA, Ryan D. McCarthy. “La nuova struttura accrescerà l’efficienza delle attività di comando e controllo, la flessibilità e la capacità di condurre operazioni molteplici, congiunte e su larga scala. Giocherà inoltre un ruolo vitale nel supportare le missioni operative nei due teatri interconnessi. Rafforzerà infine la capacità dei quartier generali nello svolgimento delle proprie funzioni e nel miglioramento della risposta alle necessità esistenti”.

Insediamento 522nd Military Intelligence Battalion

In occasione della sua visita a Camp Ederle, il 31 luglio 2020, il Segretario di US Army Ryan D. McCarthy ha annunciato programmi per oltre 370 milioni dollari per potenziare le infrastrutture abitative nella provincia di Vicenza a beneficio dei militari statunitensi e dei familiari. Ingenti investimenti sono stati destinati anche al complesso militare di Longare dove sono operativi i centri d’intelligence della 207th Military Intelligence Brigade, del 307th Military Intelligence Battalion e, da oggi, anche del 522nd Battalion.

Nota ai tempi della Guerra fredda come Site Pluto, l’installazione di Longare ospitava all’interno di alcune caverne le testate nucleari del tipo W-79 con una potenza tra i 5 e i 10 kiloton e W-82 da 2 kiloton, destinate agli obici a corto raggio M-109 e M-110 dell’esercito Usa e ai missili Nike Hercules della vicina base dell’Aeronautica italiana di San Rocco. Smantellate le armi nucleari tattiche, la base è stata convertita in centro addestrativo per i militari dell’esercito Usa di Camp Ederle e per i paracadutisti della 173^ Brigata aviotrasportata insediata nell’ex scalo aeroportuale Dal Molin di Vicenza e come stazione di comando, controllo, raccolta ed elaborazione dati dei reparti d’intelligence (nome in codice Vicenza Simulations Center), con una spesa di oltre 32 milioni di dollari a partire del 2013.

Lo scorso 4 ottobre, nel corso di una cerimonia cui hanno partecipato gli amministratori comunali di Longare, l’esercito USA ha inaugurato la nuova rete stradale di accesso al complesso militare. “I lavori di ampliamento e ammodernamento hanno riguardato il rifacimento della strada, la realizzazione di un marciapiede, l’illuminazione a risparmio energetico e un parcheggio adiacente al nuovo varco di accesso”, riporta il quotidiano online Vicenza report. “Prima del taglio del nastro, è stata organizzata una visita della base di Longare durante la quale il sindaco Zennaro ha preso visione dei lavori in corso destinati alla realizzazione di nuovi uffici e aree parcheggio per i militari della 207^ brigata di military intelligence. Zennaro ha espresso la gratitudine dell’amministrazione comunale per il grande rapporto di stima e amicizia con la comunità americana e di apprezzare gli investimenti fatti dalle forze armate statunitensi e gli interventi futuri che avranno una importante ricaduta economica nella comunità locale”.

Nello specifico, per la nuova rete stradale il Dipartimento della Difesa ha speso 565.000 dollari a cui si dovrebbero aggiungere altri 18 milioni per gli “ulteriori interventi in fase di realizzazione e altri già programmati nella Riviera Berica”. Il 27 settembre 2021 la Direzione Pianificazione Territoriale della Regione Veneto ha rilasciato alle autorità USA l’autorizzazione paesaggistica per la “realizzazione di opere di consolidamento profondo e successiva riasfaltatura di una porzione di strada esistente all’interno della Longare US Army Base – Site Pluto”.

L’asfissiante militarizzazione e la conversione a fini bellici di sempre più ampie aree del territorio nazionale è anche frutto del bieco collaborazionismo delle Regioni e degli amministratori locali…

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Brigata d’intelligence USA a Vicenza per operazioni coperte in Africa