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Fuoco e fiamme nei cieli del Tigray: bloccato aereo dell’ONU carico di aiuti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
23 ottobre 202

E sono 5 i raid dell’aeronautica militare etiopica sul Tigray in una settimana. Ieri una portavoce dell’ufficio del primo ministro e Premio Nobel per la Pace 2019, ha puntualizzato che venerdì è stato colpito un centro di addestramento del Tigray People’s Liberation Front (TPLF), ma organizzazioni umanitarie e il TPLF sostengono che le bombe lanciate da Addis Ababa hanno centrato un edificio universitario.

L’incursione aerea di lunedì su Makallé ha ucciso un bimbo e ferito diverse persone. Mercoledì è stata bombardata sia la capitale del Tigray, sia la città di Agbe, che dista un’ottantina di chilometri dal capoluogo.

Nuovi raid aerei a Makallè, Tigray

“Il governo di Addis Ababa è stato informato che un aereo di UN Humanitarian Air Services (UNHAS) doveva alzarsi in volo per Makallé ben prima della sua partenza. Il velivolo è stato costretto a invertire la rotta poco prima dell’atterraggio per la situazione sul terreno”, sono le gravi affermazioni di Gemma Connell, a capo di OCHA (acronimo inglese per Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari) per l’Africa dell’est.

Anche Martin Griffiths, sotto-segretario generale di OCHA ritiene molto grave che il suo staff in Etiopia non abbia ricevuto nessun preavviso da parte delle autorità di Addis Ababa sui bombardamenti in atto a Makallè. “Sono davvero preoccupato per la sicurezza dei civili a causa dei continui raid sulla città. E’ sempre più difficile assistere la popolazione nel Tigray. Sono altresì turbato per l’espandersi delle ostilità nell’Amhara e Afar”, ha sottolineato Griffiths. E ha infine aggiunto che tutte le parti coinvolte nel conflitto devono proteggere la popolazione e le infrastrutture civili, secondo le leggi umanitarie internazionali.

Il volo bisettimanale di UNHAS per Makallé è stato dunque sospeso. Doveva portare 11 operatori umanitari nella zona, per assistere 7 milioni di persone nel nord del Paese, 5 milioni nel solo in Tigray.

Le frizioni tra il governo di Addis Ababa e le organizzazioni umanitarie sono ormai note, il fatto di ieri sembra quasi essere un’ulteriore tattica di intimidazione nei loro confronti.

Intanto l’ONU ha fatto sapere che diversi gruppi umanitari hanno dovuto interrompere la distribuzione di generi alimentari per mancanza di carburante.

Si intensificano anche gli scontri tra le forze del TDF (Tigray Defence Forces) e le truppe etiopiche e gruppi armati dell’Amhara, alleati di Addis Ababa. Molte persone stanno fuggendo da Dessie, la maggiore città dell’Amhara. Gli sfollati all’interno della regione hanno già superato il mezzo milione, ha fatto sapere ai reporter di Reuters, Atalel Abuhay, portavoce di National Disaster Risk Management Commission.

Mentre un operatore locale del coordinanemto per gli sfollati a Dessie ha detto che attualmente stanno ospitando 900 persone. “Non abbiamo più cibo. Le riserve sono terminate tre giorni fa”.

Raid aerei in Tigray, Etiopia

Ciò che doveva essere una “semplice” incursione militare iniziata il 4 novembre 2020 da parte del governo di Addis Ababa per mettere a tacere il TPLF, si è trasformato in un vero e proprio conflitto interno, in una guerra civile, che in poco meno di un anno ha causato la morte di migliaia di persone, la fuga di oltre due milioni che hanno dovuto lasciare le proprie case e ha ridotto alla fame estrema 400.000 mila, forse anche più.

Nel Tigray le comunicazioni e internet sono ancora interrotte, altrettanto in molte parti dell’Amhara e dunque è difficile verificare in modo imparziale ciò che sta realmente accadendo nelle regioni del nord dell’Etiopia.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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L’Etiopia del Nobel massacra i tigrini e riduce i quadri delle ambasciate

Gli Stati Uniti chiedono l’immediato ritiro delle truppe eritree dal Tigray

Gli Stati Uniti chiedono l’immediato ritiro delle truppe eritree dal Tigray

Etiopia, il regime mobilita la piazza contro le sanzioni decise da Washington

 

 

Uganda: attentato bomba a Kampala, 2 morti e 7 feriti

Africa ExPress
23 ottobre 2021

Due persone sono morte, altre 7 sono rimaste ferite dopo lo scoppio di una bomba a Komamboga, un quartiere nella periferia nord di Kampala, la capitale dell’Uganda.

Finora l’attentato non è stato rivendicato e anche la polizia non ha voluto rilasciare alcun commento.

In Uganda fatti del genere sono rari. Gli ultimi attentati risalgono al 2010. Due attacchi perpetrati dai terroristi somali al-Shebab e costata la vita a 78 persone, tra questi anche un cittadino statunitense, perchè l’Uganda aveva fornito le sue truppe al contingente dell’Unione Africana in Somalia.

Aggiornamento 24 ottobre 15.30
Secondo il presidente dell’Uganda,Yoweni Museveni,
si tratterebbe di un attacco terrorista. Menziona un solo morto e 5 feriti, ma la polizia ha confermato che le vittime sono due e 7 le persone portate in ospedale, alcune con lesioni gravi.

Attentato a Kampala, Uganda

Il presidente afferma che sulla scena del crimine è stato lasciato un pacco, esploso poi poco dopo.

L’8 ottobre è esplosa un’altra bomba
vicino al commissariato di polizia di Kawempe, poco lontano dall’attacco di ieri sera. Per fortuna allora non ci sono state vittime, ma aggressione è stata rivendicata dall’ ISIL (ISIS), un gruppo terrorista legato allo stato islamico. In sostanza dovrebbe trattarsi di miliziano di ADF Allied Democratic Forces, un’organizzazione islamista ugandese, presente soprattutto nel Congo-K dal 1995.

Africa ExPress

@africexp
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Notizia in aggiornamento

ESwatini: Il re continua la repressione, bagno di sangue tra i manifestanti

Africa ExPress
22 ottobre 2021

Le proteste anti-regime di mercoledì sono sfociate in un bagno di sangue: un morto e 80 feriti, alcuni anche in modo grave, colpiti dalle pallottole delle forze dell’ordine e di sicurezza di eSwatini, l’unica monarchia assoluta nel continente africano.

Colpi di arma da fuoco si sono sentiti per tutto il pomeriggio fino a sera inoltrata nella capitale Mbabane del piccolo regno. Verso le 15.00 una persona è stramazzata a terra, ferita mortalmente. Secondo quanto riportato da Oscar Nkambule, presidente del sindacato dei funzionari, NAPSAWU, 50 manifestanti sono stati ricoverati all’ospedale della capitale, altri 30 in quello di Manzini, la seconda città del Paese.

Un morto e 80 feriti durante manifestazione a eSwatini

Polizia e militari, armati fino ai denti, sono scesi in massa nelle strade di Mbabane e Manzini per contrastare i dimostranti con gas lacrimogeni e pallottole di gomma. Internet è stato rimosso verso l’ora di pranzo. Poco prima erano stati sospesi Facebook e la sua messaggistica.

Nel regno le proteste si susseguono da mesi, finora sono morte 29 persone; la popolazione chiede maggiore democrazia, mentre il re, Mswati III, reprime con la forza qualsiasi richiesta dei propri sudditi. Questa volta i militari hanno persino lanciato candelotti lacrimogeni all’interno di un pullman che trasportava dimostranti.

Il presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, che attualmente presiede l’organo di sicurezza della Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Australe (SADC), ha inviato immediatamente una delegazione per dialogare con il monarca.

Il re, nominato ufficialmente principe ereditario nel settembre 1983 è stato incoronato sovrano dello Swaziland il 25 aprile del 1986, all’età di 18 anni. Fino alla sua maggiore età le funzioni regali sono state assunte dalla regina madre.

re Mswati III di eSwatini

In quanto monarca assoluto, governa solamente con decreti legge e non di rado viene criticato per il suo stile di vita sfarzoso, pur sapendo che gran parte della popolazione vive in miseria.

eSwatini conta solamente un milione e sessanta mila abitanti. Il reddito annuo pro capite supera di poco i tremila dollari. Un Paese povero, che vanta il triste primato di avere la più alta incidenza di infezione HIV al mondo. L’aspettativa di vita è inferiore ai quarantanove anni.

Africa-Express
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Swaziland vuol cambiare nome, una spesa eccessiva per un Paese così povero

 

Il Sudan scende il piazza contro i militari che minacciano il governo civile

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
21 ottobre 2021

Dalle prime ore di questa mattina migliaia e migliaia di sudanesi stanno manifestando in tutto il Paese per sostenere il governo di transizione capeggiato da Abdallah Hamdok.

Oggi la gente protesta contro, Abdel Fattah al-Burhan, capo del Consiglio sovrano, che da giorni chiede al primo ministro Hamdok di formare un nuovo governo. Ma Hamdok si è opposto nettamente a tale pretesa. Ha ricordato al Consiglio sovrano di essere stato scelto e designato dall’ Alleanza Freedom and Change per traghettare il cambiamento verso la democrazia e libere elezioni.

Sudan: proteste in tutto il Paese in favore del governo civile di transizione

La data della manifestazione odierna non è stata scelta a caso. I sudanesi sono scesi in massa nelle piazze e nelle strade per la prima volta il 21 ottobre 1964, per protestare contro il dittatore Ibrahim Abboud, poi defenestrato pochi giorni dopo. Oggi gran parte del popolo vuole salvaguardare successi e conquiste ottenute nel 2019 con la cacciata di Omar al-Bashir.

“La transizione è in pericolo, ecco perchè siamo scesi nelle strade in tutto il Paese”, ha detto uno dei manifestanti. Infatti, nella capitale Khartoum, qualche rione più in là, un folto gruppo di persone, molti legati ai gruppi islamici, è  radunato da sabato davanti al palazzo presidenziale: pretendono le dimissioni di Hamdok e vogliono un governo militare.

A guidare la protesta in favore dei militari, sono due individui originari del Darfur, che una decina di giorni fa hanno formato una fazione dissidente di Alleanza Forces Freedom and Change (FFC) – la coalizione civile, che comprende Sudanese Professional Association e partiti all’opposizione. Uno è l’attuale ministro delle Finanze, e leader del Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza (JEM), Gibril Ibrahim. Nell’agosto 2020 il raggruppamento politico JEM aveva firmato un accordo di pace con il governo di transizione.

Mohamed Hamdan Daglo, detto Hemetti, capo delle RSF e numero due della Giunta Militare di Transizione

Il secondo è Minnie Minnawi, ex leader di Sudanese Liberation Army, che fino a pochi anni fa aveva combattuto con tutte le sue forze delle Rapid Support Forces (RSF), paramilitari senza scrupoli, che durante la guerra del Darfur erano conosciuti con il nome di janjaweed (i diavoli a cavallo bruciavano i villaggi, stupravano le donne, uccidevano gli uomini e rapivano i bambini per renderli schiavi).

Oggi Minnawi è un grande alleato di Mohammed Hamdan Dagalo, alias Hemetti, vicepresidente del Consiglio sovrano, nonchè a capo delle Rapid Support Forces (RSF) e uno degli ex-leader dei tagliagole janjaweed. E pare sia stato proprio Dagalo a finanziare le trasferte verso la capitale di molti residenti nel Darfur, perchè partecipino alle proteste contro il governo di Hamdok.

La giornata odierna è decisiva per il futuro del Sudan. E come è già accaduto in passato, ogni parte in causa cerca di rivendicare il sostegno dai manifestanti scesi nelle strade.

Abdallah Hamdok primo ministro sudanese

Sembra che oggi la gente stia con il governo di Hamdok. In tutte le città del Paese l’adesione alla protesta contro i militari è stata massiccia. Anziani, giovani, giovanissimi chiedono che il governo attuale proceda con le riforme fino alle prossime libere elezioni, secondo il trattato siglato nell’estate 2019. Va ricordato che in base agli stessi accordi, il 17 novembre la presidenza del Consiglio sovrano dovrebbe passare ai civili. Sembra che i militari vogliano posporre la consegna del comando fino alla prossima estate.

Intanto gli Emirati Arabi Uniti hanno cancellato tutti voli per e da Khartoum, programmati per il 21 e 22 ottobre, proprio a causa delle manifestazioni che si sono svolte anche in prossimità dell’aeroporto.

Cornelia I. Toelgyes
corneliaict@hotmail.it
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Sudan: accordo tra militari e società civile per governo di transizione

 

Addis Ababa scatena un inferno di fuoco nei cieli del Tigray

Africa ExPress
22 ottobre 2021

Mercoledì  le forze aeree di Addis Ababa si sono scatenate nel Tigray, la regione nel nord dell’Etiopia. E’ la seconda volta in una settimana che i raid aerei colpiscono l’area. Lunedì è stata bombardata Makallè, il capoluogo del Tigray. E oggi di nuovo. Il governo di Addis Ababa lo ha ammesso e ha anche dichiarato di aver lanciato bombe su Agbe, città che dista 80 chilometri a ovest del capoluogo.

Raid aerei in Tigray, Etiopia

Il portavoce del governo di Addis Ababa, Legesse Tulu, ha confermato i bombardamenti, precisando: “Abbiamo preso come obiettivo le strutture che il TPLF ha trasformato in siti di costruzione e riparazione di armi”. Peccato che durante il raid siano stati colpiti anche civili, almeno 14 persone sono state ferite e proprietà parecchie private totalmente distrutte. Lo ha riferito il portavoce del TPLF, Getachew Reda.

Una fonte umanitaria ha riferito alla Reuters che è stata colpita una periferia di Makallè, dove si trova un importante cementificio, ormai ridotto in cenere.

L’attacco aereo di mercoledì segue quello di lunedì, durante il quale hanno perso la vita tre bambini piccoli, mentre l’aeronautica militare di Addis Ababa ha semplicemnete affermato di aver colpito torri per le comunicazioni.

Difficile fare un bilancio della giornata di ieri. Come sempre, visto che le telecomunicazioni e internet non sono funzionanti, le notizie sono frammentarie e difficilmente controllabili da fonti indipendenti.

L’Australia ha condannato l’inasprirsi del conflitto, i bombardamenti e soprattutto il fatto che a tutt’oggi gli aiuti umanitari non riescano ad avere accesso nelle zone di conflitto.

La gente continua a morire di fame, almeno 400 al giorno, ma si parla di una cifra ben più alta. Oltre mezzo milione di persone sono a rischio di morte per carestia. Impossibile curare adeguatamente i bambini affetti da malnutrizione acuta negli ospedali. Mancano i farmaci e il latte in polvere per i piccoli. Le scorte sono ormai esaurite.

Secondo OCHA (ufficio per gli aiuti umanitari dell’ONU), nell’ultima settimana sono giunti in loco 211 TIR carichi di aiuti il loro numero è assolutamente insufficiente per sfamare oltre 5 milioni di persone. Impossibile poi raggiungere molte aree rurali per la mancanza di carburante.

Africa ExPress
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L’Etiopia del Nobel massacra i tigrini e riduce i quadri delle ambasciate

 

Rapimenti a gogo a scopo di estorsione: scatta l’allarme in Mozambico

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 20 ottobre 2021

L’ultimo rapimento in ordine di tempo è quello di Jair Abdula, figlio del noto imprenditore mozambicano Salimo Abdula. Il padre è anche presidente della Confederazione imprenditoriale della Comunità dei Paesi di lingua portoghese (CE-CPLP). Il sequestro del giovane Abdula è avvenuto lo scorso venerdì ma questa volta non in Mozambico bensì a Benoni, in Sudafrica.

Rapito in un falso posto di blocco

Jair, con diversi amici e altre auto stava andando al matrimonio di un amico comune residente in Sudafrica. Aveva preso tutte le precauzioni contro un eventuale rapimento, comprese le soste durante il viaggio. L’auto del giovane è stata fermata a un posto di blocco da uomini con uniformi della polizia sudafricana a 400km dal confine mozambicano. Sotto minaccia delle armi i falsi poliziotti hanno preso Jair Abdula insieme a un suo amico poi rilasciato.

La pagina Facebook di Justicia national (JN) – gruppo che scrive sui casi poco chiari nell’ex colonia portoghese – ricostruisce in modo preciso il rapimento. Nel momento in cui scriviamo JN conferma che la polizia sudafricana ha arrestato Nomano Leck una delle persone con cui viaggiava Jair Abdula in Sudafrica. Ci sono forti indizi che sia l’informatore di Bakhir Ayob, presunto organizzatore del sequestro. Accusato di sequestro di persona Ayob, nel 2013, era fuggito dal Mozambico e non è un caso che per la difesa di Leck si sia presentato il suo avvocato. Nel frattempo, dopo la pubblicazione delle accuse a Bakhir Ayob, sono arrivate minacce di morte all’amministratore di JN.

Due rapimenti in un’ora

Giovedì 7 ottobre, alle 7.00, una coppia che aveva appena accompagnato il figlio all’International College della capitale è stata assaltata da uomini armati. Dopo aver sparato in aria colpi di pistola e Kalashnikov i banditi hanno spaccato il finestrino dell’auto. Hanno trascinato fuori l’uomo verso la loro auto e si sono dati alla fuga. La persona rapita, 42 anni, è un commerciante di Maputo di cui non è stato rivelato il nome per motivi di sicurezza.

Il sequestro del medico

Nello stesso giorno del rapimento del commerciante, un’ora dopo, è stato sequestrato anche Basit Gani giovane medico di un ospedale privato di Maputo. Secondo la dichiarazione della polizia il medico è stato sequestrato davanti alla sua abitazione nel quartiere delle ambasciate mentre si stava recando in ospedale.

sequestri di persona
Manifesto del dr. Gani per la manifestazione contro i sequestri di persona, annullata dalle autorità mozambicane

“Il rapimento del dottor Gani dell’Hospital Privado de Maputo è un grave segnale del deterioramento della sicurezza in Mozambico e in particolare a Maputo. Può portare grande preoccupazione nella vita quotidiana dei medici”. Le parole di allarme sono di Milton Tatia, presidente dell’Associazione dei medici mozambicani che hanno indetto una manifestazione di protesta contro i rapimenti. “Oggi è stato rapito un medico ma domani potrà toccare a in infermiere, a un avvocato o a un altro professionista o un impresario”.

Ma la manifestazione programmata per il 16 ottobre, tra le proteste dell’opinione pubblica, è stata vietata dalle autorità per problemi legati al Covid-19.

Sequestrata la moglie di un imprenditore

Il 13 aprile è stata rapita una donna portoghese di 49 anni residente Nampula, nel nord del Mozambico. È la moglie di uomo d’affari con attività nel settore alberghiero. È stata rilasciata dopo 45 giorni di prigionia e non si conosce l’entità del riscatto pagato né il nome della signora.

Nel 2020, nelle maggiori città mozambicane ci sono stati almeno 10 rapimenti a scopo di estorsione. Vista l’allarmante situazione dei sequestri, nel dicembre 2020, il presidente Filipe Nyusi ha ipotizzato la possibilità di creare un’unità di polizia anti-rapimento. Dati i casi di sequestro non si esclude l’esistenza di una multinazionale del crimine con basi in Sudafrica e Mozambico.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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con la collaborazione di Fatima Ali
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Mistero su giornalista oppositore ruandese rapito in Mozambico

Mozambico, accademico sequestrato e gambizzato nella capitale

“Il viaggio dal Gambia in Europa è stato terribile: ma ora insegno a non partire”

Speciale per Africa ExPress
Ambrogio Franceschi
20 ottobre 2021

Pensavo che Mustapha fosse più vecchio. Quando ha risposto alla videochiamata mi sono trovato di fronte un ragazzo, giovane, forte, entusiasta della vita. Uno di quelli ‘tosti’ per dirla in due parole.

Avevo conosciuto la sua storia attraverso i social e mi era sempre sembrato così strano che nessuno si occupasse di lui. Qualche collega in realtà lo aveva fatto ma la cosa poi si era fermata lì.

Gambia: ritorno volontario dei migranti

Troppo pochi hanno raccontato la vicenda di un ragazzo partito dal Gambia per l’Europa vedendo il suo sogno infrangersi in una prigione libica, dove è rimasto per quattro mesi.

Quattro mesi di torture abusi e soprusi, quattro mesi di notti insonni legati alle catene. Troppo forte da sopportare.  Anche se la posta in gioco doveva essere la libertà, l’agognata Europa, l’Occidente sfavillante.

Mustapha Sallah – classe 1990 – con altri 171 compagni di vita, dopo aver attraversato il deserto del Ciad e del Niger, ha pensato che no, non poteva valere la pena di soffrire in quel modo per un futuro comunque incerto.
Le notti insonni si sono trasformate in notti di brain storming fra disperati che hanno capito che avanti non si poteva andare. O almeno non in quel modo.

Consapevolezza, awareness, la chiama proprio così, Mustapha mentre mi racconta la sua vita sul filo del destino che ad un tratto lo ha illuminato.  Con i suoi amici – rinchiuso in una cella – ha deciso cosa fare.
Bisognava tornare indietro e provare  a ricominciare dal Gambia, dalle radici.

“Oggi – racconta da Banjul dove ha fondato una ONG – voglio essere un modello di vita.  Si chiama Youth Against Irregular Migration. L’hanno fondata nel 2017 con un solo motto: “avoid  irregular migration” e una missione: scoraggiare chi vuole partire, garantire a chi resta un’opportunità di lavoro che possa far crescere la persona e la società’ .

Vivo per aiutare i più giovani, per dissuaderli. Non voglio che nessuno, nessun altro dei ragazzi che vedo crescere ogni giorno davanti ai miei occhi si faccia ingannare.

Ogni viaggio della speranza costa migliaia euro, in un paese dove il reddito pro capite non supera gli 800 dollari al mese.

In questa striscia di terra, geograficamente inserita come un proiettile nel Senegal potrebbe esserci il germe per il futuro di un intero continente.

Mustapha è un fiume in piena: dei 171 compagni di sventura solo 50, una volta rientrati in patria, hanno trovato un lavoro. Molti si sono persi, altri continuano a sostenerlo nel volontariato.

Mi invita a visitare la sua pagina Facebookhttps://www.facebook.com/yaimgambia/)  ricca di foto, immagini, iniziative che ci restituiscono un continente generoso con i suoi giovani. Un’Africa gentile e vivace che nulla ha a che vedere con gli stereotipi.

Un’ Africa ricca di iniziative benefiche, di persone che lavorano ogni giorno fianco a fianco per garantire un futuro a chi resta.

Youth Against Irregular Migration ha anche un canale youtube
https://www.youtube.com/channel/UC6rwdln1MytBAsED5yXLB5w

“Non è facile spiegare a tutti il mio obiettivo – sorride Mustapha, ma io ci credo fino in fondo: basta che un solo ragazzo decida di non partire,  per dire di aver fatto qualcosa di molto importante.
Se uno solo mi seguirà, sarà uno in più.

E allora dopo la telefonata lo convinco a inviarci un video, un appello da rivolgere a tutti coloro che possono essere salvati.

Lo fa senza resistenza perché– confessa- “nessuno in Europa si cura di noi e io con il vostro Paese vorrei davvero stabilire un contatto, vorrei che raccontaste di noi.”

Ambrogio Franceschi
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Magafe, l’uomo che in Somaliland vende sogni (e torture) a chi vuole emigrare

Infertilità in aumento in Nigeria e nasce un nuovo business: donatrici di ovuli

Africa ExPress
18 ottobre 2021

Alice (nome di fantasia) ha poco più di ventidue anni. Con in tasca un diploma di un’università nigeriana, dopo aver svolto una anno di servizio civile presso il  National Youth Service Corps, obbligatorio per i giovani laureati, tenta invano a trovare un lavoro.

L’ex colonia britannica ha raggiunto quest’anno un tasso di disoccupazione giovanile che supera il 53 per cento. E come tanti, Alice fatica a trovare un’occupazione. E’ disperata. Non può chiedere aiuto alla famiglia, anzi, come figlia maggiore dovrebbe dare una mano all’anziana madre, vedova e con altri figli più piccoli ancora a carico.

Impianto di ovuli

Un’amica, studentessa in medicina, le propone di candidarsi come donatrice di ovuli in una clinica per l’infertilità. Un business in forte espansione nel Paese, vista l’alta percentuale di sterilità che colpisce una coppia su 4. Sembra un controsenso nel Paese più popoloso di tutto il continente africano, dove i giovani sotto i 19 anni rappresentano il 50 per cento della popolazione.

Alice non ci pensa due volte e si presenta in una delle tante cliniche di Lagos, capitale economica del Paese, per maggiori informazioni. Le propongono su per giù 100 dollari per un ciclo di donazioni di ovuli (la cifra varia secondo il numero di ovuli prodotti).

Dopo il suo consenso, il personale sanitario inizia subito un minuzioso screening che consiste in esami del sangue per determinare il genotipo, eventuale positività HIV e/o epatite. A seguire una anamnesi approfondita. Una volta accettata come futura donatrice, le viene chiesto di ripresentarsi non appena inizia il suo prossimo ciclo mestruale per cominciare subito una cura ormonale, tra l’altro dolorosissima e comprende tra 13 – 15 iniezioni nel basso ventre per aumentare la produzione degli ovuli. Ne servono almeno 5-6, per aumentare la possibilità di successo quando verranno impiantati nella donna infertile.

Cure infertilità in Nigeria

Secondo Abdulgafar Abiodun Jimoh, professore di ginecologia e ostetricia del polo universitario Ilorin Teaching Hospital, la donazione di ovuli presenta una serie di problemi, anche se i rischi sono in complesso bassi e raramente sono tali da mettere in pericolo la vita della donatrice, specie se vengono rispettati i protocolli durante il prelievo.

Il professore ha spiegato che l’estrazione degli ovociti viene eseguita mentre la paziente è sotto sedazione e non dura più di 30 minuti e, generalmente non ci sono effetti collaterali, eccetto dolori nella parte inferiore dell’addome In pochissimi soggetti eventuali complicanze possono avere però anche esiti fatali, in caso di grave emorragia intraaddominale (emoperitoneo), infezioni molto severe (sepsi, ascessi) o dopo importanti lesioni degli organi urologici o intestinali.

Purtroppo in Nigeria non esiste ancora alcuna legge o normativa che regoli la fecondazione assistita. “Ma il parlamento ha già preparato diversi atti, volti a emanare disposizioni giuridiche in merito”, ha aggiunto il professore.

Nel 2014 è stato promulgato il National Health Act. Attualmente è l’unico quadro giuridico che disciplina la donazione di ovuli in Nigeria. L’articolo 53 della legge criminalizza lo scambio di tessuti umani e prodotti del sangue in cambio di denaro. Le relative condanne prevedono multe e/o detenzione carceraria fino a un anno.

Dunque attualmente le donatrici di ovuli non godono di nessuna protezione, anzi rischiano il carcere qualora dovessero intentare una causa. Certo, il loro compenso viene immediatamente versato tramite accredito bancario, ma se dovessero insorgere problemi, sono le ragazze stesse che devono assumersi i costi delle eventuali cure.

Africa ExPress
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Niger, lo scandalo del “traffico dei neonati” investe la politica

In Sudan manca di nuovo il pane e la gente scende in piazza

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
17 ottobre 2021

La fame ha nuovamente portato i sudanesi nelle piazze e nelle strade. Le scuole hanno ridotto le lezioni a 4 ore al giorno, perchè manca il pane.

Ieri centinaia  di persone si sono riversate sulle strade di Khartoum, hanno protestato davanti al palazzo presidenziale, armati di cartelloni e striscioni con scritte tipo: “Il popolo è paziente, ma ha fame”, “Un solo popolo, un solo esercito”. In molti hanno chiesto di rovesciare l’attuale governo transitorio.

Migliaia di manifestanti a Khartoum, Sudan

La tensione è alle stelle dopo il fallito colpo di Stato dello scorso settembre. Tutti i militari coinvolti nel fallito putsch erano legati a Omar al Bashir, ex-presidente del Sudan, deposto dalle forze armate nel 2019.

Anche durante le proteste di questi giorni non mancano i sostenitori del vecchio dittatore al-Bashir, non nascondono di appartenere al National Congress Party, partito islamista, legato ai fratelli musulmani. I nostalgici del tiranno affermano che in questi anni il Paese è regredito in ogni ambito, a partire da sicurezza e sanità. Vogliono i militari al governo.

Già giovedì scorso una fazione dissidente di Alleanza Forces Freedom and Change (FFC) – la coalizione civile, che comprende Sudanese Professional Association e partiti all’opposizione – aveva indetto la marcia di protesta di ieri. I manifestanti chiedono un governo militare, ritengono che le attuali autorità, guidate dal primo ministro Abdallah Hamdok, abbiano fallito nei loro propositi.

A capo delle proteste ci sono due ex capi ribelli, Minnie Minnawi, ex leader di Sudanese Liberation Army e il ministro delle Finanze e leader del Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza (JEM), Gibril Ibrahim. Nell’agosto 2020 il raggruppamento politico JEM aveva firmato un accordo di pace con il governo di transizione.

Abdallah Hamdok, primo ministro sudanese

E c’è chi mormora che Mohammed Hamdan Dagalo, alias Hemetti, vicepresidente del Consiglio sovrano, nonchè a capo delle Rapid Support Forces (RSF) e uno degli ex leader dei famigerati janjaweed (milizie paramilitari sudanesi diventate famose per le atrocità commesse in Darfur: i diavoli a cavallo bruciavano i villaggi, stupravano le donne, uccidevano gli uomini e rapivano i bambini per renderli schiavi n.d.r.), abbia aperto il portafoglio per finanziare le trasferte verso la capitale di molti residenti nel Darfur, perchè partecipino alle manifestazioni contro il governo di Hamdok.

Pare che Hemetti sostenga la fazione dissidente FFC, istituita solo una settimana fa da Minnawi e Ibrahim, che, originari del Darfur, tentano di farsi portavoce delle popolazioni delle regioni più marginalizzate. Eppure Hemetti stesso aveva negoziati gli accordi di Juba con i vari gruppi ribelli del Darfur nel 2020.

Mohamed Hamdan Daglo, detto Hemetti, capo delle RSF e numero due della Giunta Militare di Transizione

Il comandante delle RSF, che, secondo gli esperti conta oltre 40 mila uomini, è ricchissimo e potente; è alla testa di un vero e proprio impero nel settore minerario e non solo. Eppure la sua posizione rischia di perdere di autorevolezza, in quanto diversi attori, tra questi anche il presidente del Consiglio sovrano, vorrebbero integrare il miliziani di RSF nell’esercito regolare e anche Washington fa pressioni in tal senso. E non per ultimo, Facebook ha sospeso proprio in questi giorni almeno 600 account e pagine legati alla tanto discussa forza paramilitare.

I manifestanti non sono stati ostacolati dalle forze dell’ordine e/o di sicurezza. I dimostranti, arrivati da ogni parte del Paese, hanno chiesto al presidente del Consiglio sovrano, Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, pane e di proteggere il popolo.

Durante la notte gran parte dei partecipanti alla protesta hanno organizzato un sit-in davanti al palazzo presidenziale. Sono fermi e decisi. “Non lasceremo la postazione finchè Hamdok resterà in carica”, hanno detto.

Giovedì scorso il presidente del Consiglio militare di transizione aveva chiesto a Hamdok di formare un nuovo governo. Il primo ministro ha opposto un deciso rifiuto, ricordando ai militari che è stato scelto e designato dall’ Alleanza Freedom and Change per traghettare il cambiamento verso la democrazia. I suoi sostenitori hanno indetto una contro-manifestazione per giovedì prossimo.

Va ricordato che il 17 novembre la presidenza del Consiglio sovrano dovrebbe passare ai civili, secondo l’accordo politico di 22 punti siglato nel luglio 2019; il trattato determina la suddivisone dei poteri fino alle prossime elezioni. Sembra che i militari vogliano posporre la consegna del comando fino alla prossima estate.

La crisi politica sudanese dura da diversi mesi. Inizialmente si percepiva poco, è venuta alla luce durante il presunto tentato colpo di Stato. All’indomani dello sventato putsch, Abdel Fattah al-Burhan e gli altri membri militari del Consiglio sovrano hanno attaccato i civili, che a loro volta hanno accusato i militari di aver fomentato un golpe e di aver preso le distanze da una transizione democratica. In poche parole, tra le due parti è venuta meno la fiducia reciproca.

 

Cornelia I. Toelgyes
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Il business della guerra è sempre fiorente: i carabinieri alla conquista del Ruanda

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
16 ottobre 2021

Ma che ci stanno a fare i carabinieri italiani in Ruanda, Paese che dopo il genocidio del 1994 stenta a trovare la stabilità politica e a vedere affermati gli standard minimi di agibilità democratica e il rispetto e la protezione dei diritti umani?

Dal 10 al 12 ottobre il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Teo Luzi, si è recato in visita ufficiale in Ruanda per incontrare alcune delle maggiori autorità militari. In particolare lunedì 11, presso il quartier generale della RNP – Rwanda National Police di Kacyiru (distretto di Gasabo), Luzi ha avuto un lungo colloquio con l’ispettore generale ruandese delle forze di polizia, Dan Munyuza, per “cementare la partnership tra le due istituzioni di polizia militare”, così come riportano i maggiori quotidiani di Kigali.

Ruanda National Police, delegazione dell’arma dei carabinieri e rappresentanze diplomatiche

Al meeting hanno partecipato anche l’ambasciatore italiano in Uganda, Ruanda e Burundi Massimiliano Mazzanti e il vice ispettore generale della polizia ruandese, Felix Namuhoranye.

La Rwanda National Police e l’Arma dei Carabinieri collaborano strettamente e con successo dal 2017, ma la cooperazione prospera su solide fondamenta grazie all’antica amicizia tra il Ruanda e l’Italia”, ha dichiarato l’Ispettore generale Munyuza a conclusione dell’incontro.

“Noi siamo stati in grado di lavorare insieme a favore della pace e della sicurezza dei nostri due Paesi e di altre nazioni. La RNP ha beneficiato parecchio dell’esperienza e della competenza dei carabinieri. Grazie all’accordo di cooperazione con l’Italia più di 900 ufficiali di polizia sono stati addestrati sia in Ruanda che in Italia. L’addestramento serve innanzitutto a stabilire quell’ambiente sicuro di cui il nostro popolo ha bisogno”.

“In quest’era di sorveglianza è più che mai necessaria una partnership di sicurezza bilaterale o globale più forte che mai per rispondere ad un panorama criminale maggiore e più impegnativo, specialmente per affrontare la minaccia del terrorismo violento e dei crimini informatici – ha commentato Dan Munyuza -. Dovremo apportare miglioramenti nella condivisione delle informazioni e delle esperienze in queste due aree critiche”.

Il comandante generale dei carabinieri Teo Luzi ha assicurato che l’Italia continuerà a impegnarsi a cooperare con la polizia nazionale ruandese, definita un’efficiente e moderna istituzione legata ai carabinieri da vincoli forti e fraterni.

“Le relazioni tra le nostre due istituzioni hanno raggiunto livelli di assoluta eccellenza – ha aggiunto il  Luzi -. Sono certo che continueremo a operare per raggiungere obiettivi più ambiziosi. Il nostro impegno è di essere parte di un più ampio contesto di supporto alle forze di polizia impegnate contro le minacce globali per garantire sicurezza e stabilità”. Prima di lasciare il Paese africano il comandante generale dell’arma ha visitato la scuola di addestramento della polizia di Gishari, nel distretto di Rwamagana.

Sino a qualche tempo fa erano rari gli incontri e i confronti tra i vertici delle forze armate e di polizia di Italia e Ruanda. L’ufficio stampa della Difesa ricorda che il 21 settembre 2016 alcuni ufficiali delle Rwanda Defence Forces, guidati dal Capo di Stato Maggiore dell’aeronautica, Charles Karamba, avevano fatto visita alla base aerea di Galatina (Lecce), sede del 61° Stormo e della Scuola di Volo dell’aeronautica militare italiana.

“Gli ufficiali africani hanno visitato le principali strutture predisposte per lo svolgimento dell’iter istruzionale attualmente in uso: tra gli altri i simulatori del velivolo d’addestramento MB339, le flights del 213° gruppo volo e le strutture dedicate al Ground Based Training System, il settore terrestre del sistema addestrativo  connesso al T-346, il nuovo caccia-addestratore dell’aeronautica”, riporta la nota.

“Il personale della ditta Leonardo, unitamente agli istruttori del 212° gruppo volo, ha illustrato il comparto di simulazione, utilizzando il simulatore delle missioni del velivolo per dimostrare le procedure normali e quelle di sicurezza essenziali per l’attività di volo”.

Il 12 gennaio 2017, in occasione della visita a Roma di una delegazione di ufficiali delle forze di polizia ruandesi guidata dall’allora ispettore generale Emmanuel K. Gasana, veniva firmato un accordo tecnico di cooperazione tra l’arma dei aarabinieri e la Rwanda National Police, il primo tra i due Paesi nel campo della difesa e della sicurezza.

“Considerato che i carabinieri italiani hanno una lunga esperienza e competenza nel settore della gestione dell’ordine pubblico e della sicurezza generale e che la Rwanda National Police è impegnata a rafforzare le proprie capacità nella sicurezza pubblica e generale, le due parti sono desiderose di rafforzare la loro cooperazione nel campo dell’addestramento, in accordo con le procedure di rilevante standard internazionale, e di scambiare le migliori pratiche relative ai loro servizi istituzionali”, si legge nel preambolo dell’accordo tecnico.

Innumerevoli e delicatissime le aree di mutua cooperazione individuate dall’art. 2 del memorandum: la gestione dell’ordine pubblico; l’anti-terrorismo; le operazioni di sostegno alla pace, la sicurezza aerea e del traffico stradale; l’investigazione della criminalità informatica e ambientale; l’acquisizione di moderne attrezzature di polizia e lo scambio di documenti, pubblicazioni e materiali scientifici nel campo del controllo della folla, della gestione di dimostrazioni e meeting pubblici, di situazioni di rivolta nel rispetto dei diritti umani, della gestione dell’ordine pubblico in generale; il cybercrimine; le tecniche per le intercettazioni legali e per combattere il terrorismo e altri pericoli legati al crimine organizzato; il comando e il controllo; l’attività forense; le nuove tecnologie; l’addestramento di unità cinofile; il controllo del territorio; l’equipaggiamento, la logistica e l’engineering; lo scambio di esperti per iniziative organizzate dalle due parti, inclusi corsi, seminari, workshop e meeting ad hoc; l’assistenza nella costruzione di capacità di sicurezza; l’istituzione di desk permanenti e specializzati presso le rispettive istituzioni di formazione; la partecipazione a progetti finanziati da controparti o donatori nazionali e internazionali”.

A firmare l’accordo tecnico per i Carabinieri italiani l’allora comandante generale Tullio Del Sette, poi insignito di una delle maggiori onorificenze militari statunitensi, la Legion of Merit. La motivazione? “L’eccezionale e meritoria attività svolta a supporto della Combined Joint Task Force della missione Inherent Resolve, dal 1º marzo 2015 al 1º marzo 2016, nel corso di una fase cruciale della battaglia Alleata contro lo Stato Islamico dell’Iraq, ove ha creato le condizioni per la realizzazione di attività addestrative, di supporto ed assistenza alle articolazioni della polizia irachena”.

Sempre Del Sette si recava in Ruanda il 24 febbraio 2017 per incontrare ancora una volta l’ispettore capo della polizia ruandese Emmanuel K. Gasana e visitare il quartier generale della RNP di Kacyiru e alcuni centri operativi di “protezione ambientale” nel Parco nazionale di Virunga.

Corso ai ranger di Ruanda National Police

Nei mesi di novembre e dicembre dello stesso anno si teneva a Kigali il primo corso di formazione dei carabinieri a favore della polizia ruandese. “Si è trattato di un pacchetto formativo della durata complessiva di 4/5 settimane, finalizzato a fornire competenze specifiche nella prevenzione e nel contrasto del danno ambientale e a formare operatori di polizia con elevata capacità di movimento e controllo del territorio in aree impervie o caratterizzate da presenza di elementi ostili”, spiegava il comando generale dell’Arma.

Rivolto a una cinquantina di poliziotti ruandesi, il corso veniva coordinato da cinque istruttori della 2^ brigata mobile carabinieri, la stessa già impiegata nello scacchiere di guerra afgano e nella violenta repressione delle manifestazioni NoG8 a Genova del luglio 2001.

Il 24 aprile 2018 l’ispettore generale Emmanuel K. Gasana si recava un’altra volta a Roma per incontrare il neocomandante dei carabinieri generale Giovanni Nistri e fare le prime valutazioni sulle attività di formazione avviate dalle due istituzioni militari.

Sette mesi più tardi era il generale Nistri a volare in Ruanda; a fare gli onori al quartier generale della RNP di Kacyru il nuovo capo della polizia ruandese, Dan Munyuza. Il comandante dell’arma dei carabinieri veniva accompagnato a conoscere alcune strutture delle forze di polizia: il National Police College (NPC) nel distretto di Musanze; il centro di formazione anti-terrorismo di Mayange; il Peace Support Training Center istituito all’interno della scuola di formazione di Gishari per addestrare le unità assegnate alle operazioni di peacekeeping; il centro Isange One Stop creato per fornire assistenza medica e legale ai minori vittime di abusi.

Per “rafforzare la cooperazione bilaterale” l’ispettore ruandese Dan Munyuza e Giovanni Nistri si incontravano ancora a Roma, l’1 e il 2 aprile 2019. Nel corso della sua missione in Italia, Munyuza aveva modo di recarsi in visita ad alcuni importanti centri dell’arma dei carabinieri, tra cui l’Operation Control Room e la Scuola Ufficiali di Roma. L’ultimo meeting tra i vertici delle due istituzioni, come abbiamo visto, risale al 10-12 ottobre scorso.

Le forze di polizia nazionali ruandesi hanno potuto contare in tutti questi anni anche su uno dei centri di formazione internazionale d’eccellenza dell’arma dei carabinieri, il CoESPU (Center of Excellence for Stability Police Units) che ha sede a Vicenza nella caserma “Antonio Edoardo Chinotto”. Fondato il 1º marzo  2005 dal ministero degli Esteri e dal ministero della Difesa con la collaborazione del Dipartimento di Stato e l’esercito USA, il CoESPU è indirizzato a formare e addestrare prevalentemente il personale militare proveniente da paesi mediorientali e del continente africano nella gestione dell’ordine pubblico e delle missioni d’intervento di peacekeeping e peace enforcing in teatri critici.

La prima sessione di formazione del CoESPU a favore del personale di polizia ruandese risale all’autunno del 2014 e ha riguardato 23 ufficiali che sono stati poi impiegati nell’addestramento degli agenti della RNP assegnati alla missione degli osservatori delle Nazioni Unite in Sud Sudan. Una seconda sessione è stata realizzata nella primavera del 2015: tre ufficiali-formatori dei carabinieri in forza al centro d’eccellenza di Vicenza, guidati dal colonnello Francesco Borretti, sono stati inviati al quartier generale della polizia nazionale di Kacyiru per svolgere il training dei futuri trainer.

Il 13 marzo 2019 una delegazione della polizia ruandese, tra cui il direttore del dipartimento di formazione Robert Niyonshuti e il responsabile della scuola d’addestramento di Gishari Vianney Nshimiyimana, veniva ospitata nella caserma “Chinotto” di Vicenza. Due corsi di formazione intensiva a favore del personale ruandese venivano svolti ancora una volta a Vicenza dal 17 al 28 maggio e dal 10 giugno al 9 luglio 2021.

Tema delle lezioni CoESPU le Operazioni ad alto rischio. “In partnership strategica con il Dipartimento di Stato statunitense nell’ambito della sua iniziativa GPOI – Global Peace Operations, il corso punta ad accrescere le abilità e le capacità di un team specializzato composto da otto addestratori della Rwanda National Police nel settore delle armi speciali e delle tattiche di polizia e delle manovre ad alto rischio, in vista del loro futuro impiego in operazioni multinazionali di supporto alla pace”, riporta il comunicato emesso dall’ufficio stampa di CoESPU.

La rilevanza data dal centro di formazione dell’arma dei carabinieri e del Dipartimento di Stato USA alla formazione della polizia ruandese è sottolineata da un lungo articolo pubblicato recentemente da CoESPU Magazine (2-2021), il periodico informativo del Center of Excellence for Stability Police Units di Vicenza. “Lo sviluppo di una serie di attività finalizzate a rafforzare le capacità della Rwanda National Police in campo addestrativo e della ricerca dottrinale sulla Stability Policing viene effettuata anche in collaborazione con il CoESPU”, riporta Magazine.

“Nel gennaio 2021, durante la visita della delegazione del comando generale dell’arma dei carabinieri, è stato firmato l’accordo per pianificare innanzitutto un workshop a Kigali, tenuto poi in aprile da un team del CoESPU e, in aggiunta, un’attività preparatoria a favore di un’unità specializzata della Polizia ruandese che sarà inviata in Sud Sudan all’inizio del 2022”.

“Un gruppo di formatori composto da personale del dipartimento addestramento del CoESPU è volato alla volta di Gishari per visitare la scuola di formazione della Polizia e prendere conoscenza delle strutture dove saranno tenuti i corsi di formazione”, si legge ancora nella rivista. “La visita ha evidenziato l’eccellente preparazione del personale e l’efficienza dei veicoli e delle attrezzature esistenti, in particolare l’area destinata allo svolgimento delle attività addestrative”.

“La relazione è cresciuta ulteriormente e recentemente, in occasione di un workshop tenutosi dal 12 al 16 aprile a Kigali, le due istituzioni hanno deciso di stabilire un hub addestrativo per le operazioni di peacekeeping. L’hub punta ad elevare l’esistente centro per le operazioni di pace ruandese agli standard internazionali in modo da rafforzare i risultati delle forze di polizia del Ruanda che operano nel continente africano e fuori di esso. La Rwanda National Police ha più di un migliaio di ufficiali, di cui 230 sono donne, attualmente impegnati in operazioni di peacekeeping in varie parti del mondo.

Essi operano in quattro missioni delle Nazioni Unite in Sud Sudan, Repubblica Centrafricana, Haiti e Repubblica del Sudan. L’hub beneficerà della conoscenza e dell’esperienza del CoESPU dei Carabinieri. Il programma dell’hub includerà il training dei trainers in accordo con le necessità esistenti in particolari contesti di intervento e corsi sulla protezione di civili, donne e bambini, ecc.”.

Nei mesi scorsi unità della polizia ruandese sono state trasferite in Mozambico per operare nell’ambito della controversa missione internazionale “antiterrorismo” che ha preso il via nella tormentata regione di Cabo Delgado, nel nord-est del paese, vero e proprio eldorado delle transnazionali degli idrocarburi.

Antonio Mazzeo
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