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Mentre l’UA media, in Etiopia infuriano i combattimenti per respingere i tigrini

Africa ExPress
15 ottobre 2021

Le offensive militari del governo etiopico si susseguono nel nord del Paese. Le notizie sono frammentarie e difficilmente verificabili in modo indipendente, visto che da mesi sono interrotte le comunicazioni telefoniche e internet.

Dal 9 ottobre sono in svolgimento grandi manovre militari con movimento di truppe, tiri d’artiglieria e incursioni aeree nelle regioni Afar, Tigray e Amhara, al centro della guerra tra il governo federale e le Forze di Difesa del Tigrai (TDF). Insomma Abiy Ahmed, primo ministro etiopico e Premio Nobel per la Pace 2019, si è scatenato dopo aver prestato giuramento per il suo nuovo mandato quinquennale.

Giuramento di Abiy Ahmed, mandato quinquennale come primo ministro dell’Etiopia

Addis Ababa non ha rilasciato commenti sulla nuova offensiva, Getachew Reda, invece, portavoce di Fronte di Liberazione del Tigray (TPLF), ha fatto sapere che le forze etiopiche insieme a quelle dell’Amhara stanno tentando di respingere le truppe di TDF fuori dall’Amhara.

Altri combattimenti sono in atto nell’Afar. Secondo alcune informazioni, sembra che martedì scorso nella città di Awra ci siano stati violenti scontri tra le parti e TDF è stato accusato di aver usato armi pesanti, uccidendo molti civili. Getachew ha fermamente negato ritorsioni sulla popolazione inerme, ma ha confermato gli scontri nell’Afar.

Secondo Reuters, le truppe eritree sarebbero ancora in Etiopia, malgrado i diversi richiami da parte della comunità internazionale di lasciare il Paese quanto prima. I militari di Asmara parteciperebbero ancora attivamente ai combattimento a fianco delle truppe etiopiche. E proprio ieri l’Eritrea è stata rieletta per la seconda volta nel Consiglio dei Diritti Umani. Certo non tutti coloro che occupano la prestigiosa poltrona applicano questi diritti nei propri Paesi.

Billene Seyoum, portavoce di Abiy, non ha voluto rilasciare dettagli, ha solamente specificato che il governo ha il dovere di proteggere i propri cittadini da qualsiasi atto di terrorismo su tutto il territorio della nazione. Non è dato sapere quante persone siano morte in un anno di guerra, si stima tra 50 e 200 mila. Se fosse vero, sarebbe una tragedia immane.

Nuove offensive delle truppe etiopiche nel nord del Paese

Mentre i combattimenti procedono senza sosta, la situazione umanitaria nelle regioni colpite dalla guerra peggiorano di giorno in giorno. La comunità internazionale teme che questo conflitto possa portare a una destabilizzazione di tutto il Paese, il secondo più popoloso dell’Africa. L’attenzione è rivolta in particolare al Tigray, dove l’insicurezza alimentare ha colpito 5,5 milioni di persone e nelle regioni vicine (Afar e Amhara), tra questi già oltre 400 mila si trovano in situazione catastrofica che corrisponde alla fase 5 in base IPC (Integrated Food Security Phase Classification), il numero più elevato dalla carestia del 2011 in Somalia.

Intanto si tenta nuovamente di aprire il dialogo tra le parti in causa tramite i canali diplomatici. L’Unione Africana, dopo vari tentativi e lunghi silenzi ha nominato nell’agosto scorso Olusegun Obasanjo come alto rappresentante per la pace nel Corno d’Africa. Obasanjo è nigeriano, è stato a capo della giunta militare dal 1976 al 1979 e nel 1999 è stato eletto presidente, carica che ha ricoperto fino al 2007.

Martedì scorso il segretario di Stato Antony Blinken ha incontrato Obasanjo. Al meeting hanno partecipato anche Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri, i ministri degli Esteri di Gran Bretagna e Germania, nonché Abdalla Hamdok, primo ministro sudanese e presidente di IGAD (Autorità intergovernativa per lo sviluppo, un’organizzazione internazionale politico-commerciale formata dai Paesi del Corno d’Africa) e gli inviati speciali per il Corno d’Africa del governo di Parigi, Frederic Clavier, e di Washington, Jeffrey Feltman, per discutere del conflitto che si consuma dal 4 novembre 2020 in Etiopia. E’ stata apprezzata la stretta collaborazione tra UA e IGAD per trovare una soluzione pacifica alla crisi etiopica.

Olusegun Obasanjo, alto rappresentante per la pace nel Corno d’Africa dell’UA

Gli Stati Uniti, l’Unione Europea, la Francia, la Germania e il Regno Unito hanno altresì esortato le parti in conflitto a porre immediatamente fine agli abusi e di avviare negoziati per un cessate il fuoco che ponga le basi per un dialogo più ampio e inclusivo per ripristinare la pace e preservare l’unità in Etiopia. Hanno inoltre chiesto il rispetto del diritto internazionale e di consentire l’accesso incondizionato degli aiuti umanitari.

Nel frattempo sono giunte notizie inquietanti anche dall’Oromia, dove da giorni sono in atto combattimenti violenti tra comunità oromo e amhara nell’area di Kiramo Woreda, che dista poco meno di 350 chilometri da Addis Ababa. Le immagini che giungono dalla zona sono a dir poco terrificanti. Secondo quanto è stato riportato, almeno 25 oromo sarebbero stati brutalmente ammazzati e molti altri torturati. Anche tra gli amhara ci sarebbero vittime.

Conflitti tra le due comunità per questioni di terreni si ripetono da decenni, questioni mai risolte dai governi centrali che si sono susseguite negli anni.

Africa-ExPress
@africexp
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Gli Stati Uniti chiedono l’immediato ritiro delle truppe eritree dal Tigray

Ecatombe in Etiopia: strage di bambini. La fame non fa rumore, uccide in silenzio

Spese folli in armi: contro il Polisario, Marocco acquista droni dalla Turchia

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
15 Ottobre 2021

Il Regno del Marocco fa incetta di droni killer per potenziare le capacità di attacco contro le unità Saharawi e ogni possibile “nemico” interno e oltre frontiera.

Il 17 settembre scorso le forze armate marocchine avrebbero ricevuto i primi veicoli senza pilota (UAV) Bayraktar TB2 acquistati in Turchia. A rivelarlo il sito specializzato sudafricano Defenceweb. “Il contratto del valore complessivo di 70 milioni di dollari per la fornitura di 13 droni era stato firmato dalle autorità di Rabat ad aprile –  riporta Defenceweb –. A partire del mese di luglio il personale militare marocchino ha iniziato ad addestrarsi in Turchia all’impiego dei droni”.

Bayraktar TB2

Alle forze armate del Regno del Marocco saranno consegnate pure quattro stazioni terrestri di controllo e un sistema digitale per raccogliere ed elaborare le informazioni captate dai droni. Un centro di comando e controllo delle operazioni sarà realizzato in una base aerea del Marocco dove i tecnici turchi forniranno l’addestramento e il supporto tecnico e logistico al personale militare marocchino preposto all’impiego dei nuovi sofisticati sistemi d’arma.

I Bayraktar TB2 sono stati progettati e realizzati dall’industria privata militare “Baykar” di Istanbul, specializzata nella produzione di velivoli senza pilota, sistemi di comando, controllo e intelligence (C3I) e dell’intelligenza artificiale. Fondata nel 1984, la “Bayrak” è interamente controllata dalla famiglia Bayraktar; il presidente del consiglio d’amministrazione è Selçuk Bayraktar, genero del presidente turco Recep Tayyp Erdogan avendone sposato la figlia Sümeyye.

I Bayraktar TB2 sono droni tattici MALE (Medium Altitude Long Endurance), cioè volano a medie altitudini e per lungo tempo (sino a 27.000 piedi d’altezza e per 27 ore consecutive). Possono raggiungere una velocità di crociera di 120 nodi (222 km/h) e sono in grado di svolgere in totale autonomia i decolli e gli atterraggi e semi-autonomamente le missioni di intelligence, sorveglianza e riconoscimento e di attacco armato. Questi droni hanno una capacità di carico sino a 150 kg: a secondo della missione prevista, possono avere a bordo sistemi di rilevamento radar, visori e telecamere oppure bombe a guida laser.

“L’integrazione delle bombe di nostra produzione Roketsan MAM-L e MAM-C e la capacità di soddisfare con successo le missioni aeree di sorveglianza, riconoscimento e intelligence, fanno di questo sistema un’indispensabile piattaforma nelle operazioni militari – affermano i manager del gruppo Baykar -. La versione armata dell’UAV Bayraktar TB2 è una piattaforma multiuso che può svolgere il compito di acquisizione del target utilizzando il designatore laser di bordo”.

I produttori sostengono poi: “E’ anche capace di eliminare l’obiettivo utilizzando il suo carico consistente in quattro piccole bombe. Il Bayraktar TB2 è un sistema che offre tutte le soluzioni d’avanguardia richieste per portare a termine attacchi di precisione chirurgica prevenendo il danno diffuso in aree chiuse. Queste caratteristiche comportano la sicurezza dei civili, una priorità di prim’ordine”.

“L’efficacia dei TB2 è stata provata in più di 350.000 ore di volo operativo –  aggiungono ancora i manager di Baykar -. A partire dal 2014 questi droni svolgono con successo le loro missioni con le forze armate, la gendarmeria e la polizia nazionale della Turchia. Centosessanta velivoli sono in servizio con i militari di Turchia, Qatar, Ucraina e Azerbaijan”. Nonostante l’enfasi dei produttori del drone armato, il loro impiego ha già causato diverse vittime tra la popolazione civile in alcuni drammatici teatri di guerra (Kurdistan, Libia, Siria, Nagorno-Karabach e Donbass).

Con la loro acquisizione, le forze armate del Marocco accresceranno la loro superiorità aera e d’attacco innanzitutto a danno del Fronte Polisario, l’organizzazione dei saharawi che lotta dal 1973 contro l’occupazione marocchina dell’ex Sahara spagnolo. “L’urgenza con cui è stata effettuata la commessa dei droni Bayraktar TB2  potrebbe avere a che fare con le crescenti tensioni con l’Algeria nel Sahara occidentale occupato per l’80% dal Marocco mentre l’Algeria sostiene gli indipendentisti del Fronte Polisario – commenta Analisi Difesa –. Ad aprile è stato riferito che un UAV marocchino ha preso parte a un attacco aereo contro milizie del Fronte Polisario. L’attacco è stato attribuito a uno dei tre UAV armati cinesi Wing Loong ceduti al Marocco dalle forze aeree degli Emirati Arabi Uniti che li avevano impiegati in Libia a supporto delle forze del generale Khalifa Haftar”.

L’uso di droni contro le unità saharawi è stato accertato da fonti stampa indipendenti e da diverse organizzazioni non governative internazionali. Oltre ai Wing Loong di produzione cinese, le forze armate marocchine si sono dotate negli ultimi anni di un imponente arsenale di velivoli senza pilota, sia per funzioni d’intelligence che d’attacco.

Nel gennaio 2020 sono stati acquistati in Francia quattro velivoli senza pilota “Heron TP” di produzione israeliana con una spesa di 48 milioni di dollari. L’aeronautica militare marocchina si è fornita a partire del 2017 anche di tre droni tattici “Hermes 900” prodotti da un’altra grande azienda aerospaziale israeliana, la Elbit Systems Ltd.

Questi velivoli sarebbero attualmente schierati nelle basi aeree di Meknès e Dakhla, a disposizione delle unità d’intelligence. Il Marocco dispone inoltre dei droni spia Sky Eye R4E 5O prodotti da un consorzio britannico-statunitense in cui sono presenti i gruppi industriali McDonnell Douglas e BAE Systems, anch’essi utilizzati per “vigilare” il muro nel Sahara occidentale contro il fronte Polisario.

L’11 dicembre 2020 il presidente degli Stati Uniti uscente Donald Trump ha reso noto l’avvio di una trattativa con le autorità di Rabat per la fornitura di una maxi-commessa di armi di ultima generazione del valore di oltre un miliardo di dollari, tra cui in particolare quattro droni MQ-9B SeaGuardian prodotti dal gruppo industriale General Atomics più relativi sistemi d’attacco (missili Hellfire, bombe Paveway e JDAM ad alta precisione prodotte da Lockheed Martin, Raytheon e Boeing).

Qualche settimana fa Africa Intelligence ha invece rivelato che il governo marocchino ha concluso un accordo con un’azienda del complesso militare-industriale israeliano per la produzione dei famigerati droni kamikaze, cioè velivoli senza pilota di ridotte dimensioni, armati di bombe ed esplosivi. che dopo aver avvistato l’obiettivo si lanciano in picchiata per farsi esplodere al momento dell’impatto.

Il Regno di Muhammad VI sta destinando sempre maggiori risorse finanziarie alle spese militari: nel bilancio annuale 2021 sono previsti fondi per oltre 3,5 miliardi di dollari, ma nel 2022 la spesa per la difesa potrebbe superare i 4 miliardi. Lo Stato maggiore marocchino sta inoltre approntando per i prossimi cinque anni un ambizioso piano da 20 miliardi di dollari per la modernizzazione delle forze armate.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
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Joint-venture israelo-marocchina produrrà droni kamikaze nel regno africano

Kenya tragedia nello sport: efferato femminicidio e inspiegabile suicidio

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
14 ottobre 2021

Il Kenya sportivo, e non solo, è in queste ore una nazione sbigottita, costernata.

Due stelle dell’Atletica sono cadute in modo improvviso e violento. Una, Agnes Jebet Tirop, giovane campionessa dei 10 e 5 mila metri, massacrata a coltellate probabilmente dal marito, in camera da letto. L’altra, Hosea Mwok Macharinyang, maturo recordman del cross country, morto suicida.

Agnes Tirop, brutamente ammazzata dal marito

Macharinyang, 35 anni, si è tolto la vita poco prima della tragica fine di Agnes. I familiari lo hanno trovato impiccato nel villaggio Murkwijit, (nella contea West Pokot, Rift Valley), dove da bambino aveva cominciato a correre per andare a scuola. Aveva vinto per tre volte consecutive (dal 2006 al 2008) il titolo mondiale di Cross Country. Faceva anche parte del team che ha battuto il primato mondiale di questa specialità.

Nel 2010 aveva stabilito il suo miglior tempo nella mezza maratona di Udine. Sempre in Italia, a Grosseto, nel 2004, ancora diciottenne, si era classificato quarto ai Mondiale juniores. Nel villaggio natale, dove si era ritirato a vivere, era molto amato e stimato. Un uomo serio, religioso (con tutta la famiglia era membro della Gospel Church) dal volto da ragazzino, ma triste, aveva investito i suoi guadagni in un’azienda agricola. Qui ha detto addio al mondo. Sembra che soffrisse di un profondo esaurimento nervoso.

Hosea Mwok Macharinyang

Tre giorni dopo, mentre si celebravano i funerali di Hosea, ecco l’altro lutto.

Mercoledì 13 ottobre, Agnes Tirop, a una settimana dal 26° compleanno, è stata trovata senza vita nel suo letto di casa, a Iten, nella contea di Elgeyo Marakwet (Kenya occidentale), dove sorge un centro di addestramento federale per runners. Gola tagliata, ferite al pettall’addome, stanza in disordine

“Con Agnes il Kenya ha perso uno dei suoi gioielli. Un gigante dell’atletica in più rapida ascesa sul proscenio internazionale grazie alle sue accattivanti prestazioni”, ha scritto World Athletics, il sito dell’Atletica mondiale. 

Non è retorica di maniera. Agnes Tirop aveva conquistato meritata fama e le simpatie della gente comune, che ieri attonita si è assembrata davanti a casa sua, non solo per il suo volto carino, il suo fisico esile (1,66 per 51 chili), il suo incedere da gazzella imperiale o principessa, come era stata soprannominata, ma per sue imprese sportive compiute in poco tempo.

Appena sei anni fa si era fatta conoscere vincendo il mondiale di cross country. La settimana scorsa era giunta seconda alla mezza maratona di Valencia (Spagna) e il 12 settembre aveva stabilito in Germania il nuovo record mondiale dei 10 mila metri su strada (30’01), abbassando di ben 28” quello precedente; alle Olimpiadi di Tokio si era classificata quarta sui 5 mila metri, mentre ai campionati mondiali sui 10 km aveva ottenuto la medaglia di bronzo per due volte (a Londra nel 2017 e a Doha nel 2019). <Exploit a livello mondiale che hanno dato tanta gloria al Paese – ha commentato il presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta – La scomparsa di questa eroina è ancor più triste perché avvenuta per mano di un criminale egoista e codardo>. 

Non si sa se alludesse al marito della vittima, Emmanuel Rotich, sospettato dell’uxoricidio e per questo ricercatissimo dalle forze dell’ordine. Anche Rotich è un giovane atleta del mezzofodo. Dopo il fattaccio è scomparso, ma sembra che abbia detto ai suoi di aver compiuto qualcosa di brutto.

“Gli siamo addosso seguendo il segnale del telefono – ha dichiarato il comandante della polizia, Tom Makori, del distretto Keiyo North – Prima lo becchiamo e chiarisce quello che è accaduto e meglio è per tutti”. Di certo “i rapporti di coppia erano poco sereni”, come ha confermato a La Gazzetta dello Sport, Gianni Demadonna, suo manager italiano, che la stimava e che la conosceva bene dal 2012. Agnes, fra l’altro, nella primavera scorsa aveva passato 40 giorni in Trentino per rieducare un ginocchio. “Si erano separati da qualche mese, ma ultimamente – ha detto Demadonna – sembrava che le cose andassero bene e che non aveva più paura”. 

Ecco, la paura. “Questa figura di speranza per le donne nello sport”, secondo quanto si legge nel messaggio di cordoglio dell’ambasciata degli Usa a Nairobi, è finito in una pozza di sangue.

Questo femminicidio “getta un’ombra scura sulla sicurezza delle atlete nei loro rapporti coniugali – hanno commentato sul giornale The Standard Milka Chemos Cheywa, 35 anni, ex campionessa dei 3 mila siepi , ora rappresentante dell’associazione Kenya Atleti (AK), e Elizabeth Keitany,  membro del Comitato esecutivo di AK – Sappiamo che molte di esse vivono in una situazione di abusi, ma hanno paura a sporgere denuncia. Le atlete sono una specie in pericolo. Purtroppo non parlano. Avevamo sentito Agnes 15 giorni fa, ma non aveva detto nulla. Molte iniziano le relazioni per vero amore, ma in realtà non sanno in quali braccia cadono. L’aiuto che possiamo dare è chiedere al governo di organizzare dei seminari in cui preparare le donne a reagire alle violenze. Ma soprattutto le invitiamo ad aprirsi: basta soffrire in silenzio”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Uccisi sceicco nero e leader jihadista: Mozambico decreta vittoria contro terroristi

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 15 ottobre 2021

Con l’uccisione dello sceicco Rajab Awadhi Ndanjile e 18 jihadisti a Cabo Delgado, il Mozambico ha decretato la vittoria contro Ahlu Sunnah wa-Jammà (ASWJ). La morte, il 25 settembre, del dottor Njile, così veniva chiamato, potrebbe essere la conclusione del triste capitolo del terrorismo a Cabo Delgado.

Altro capo jihadista eliminato

La settimana scorsa c’è stato un altro duro colpo al terrorismo islamista. In un’operazione congiunta i militari ruandesi e mozambicani hanno ammazzato anche un altro dei leader jihadista conosciuto come Muhamudu. Un anno e mezzo fa era stato al comando del gruppo che aveva massacro 52 giovani perché avevano rifiutato di arruolarsi. L’annuncio è stato dato dal presidente Nyusi alla scuola di addestramento delle Forze speciali a Maputo.

vittoria Filipe Nyusi arrendetevi
Il presidente mozambicano, Filipe Nyusi dice ai jihadisti di consegnarsi

Nyusi ai jihadisti braccati: “Arrendetevi”

“Dopo la distruzione delle basi Siri1 e Siri2 (nell’area di Mocimboa da Praia, ndr) il nemico non sa più dove nascondersi. I capi stanno scappando oltre frontiera ma ci preoccupano i nostri compatrioti – ha affermato il presidente mozambicano Filipe Nyusi in occasione del 29° anniversario della Riconciliazione nazionale -. Alcuni hanno aderito volontariamente ma altri sono stati reclutati con la forza. Vogliamo invitarvi a non aspettare la morte. Sappiamo che non sapete dove andare. Vi chiediamo di consegnarvi”.

I tremila soldati stranieri in Mozambico

L’intervento militare del Ruanda e dei Paesi Comunità di Sviluppo dell’Africa Meridionale (SADC), ha permesso di bonificare le maggiori aree occupate dai jihadisti. Mocimboa da Praia e Palma, secondo quanto affermato dai vertici militari ruandese e mozambicano sono state liberate e a Palma è tornata l’energia elettrica.

Sudafrica, Angola, Botswana, Tanzania, Namibia e Zimbabwe con 2.100 militari oltre ai 1.000 del Ruanda in appoggio ai militari mozambicani hanno arginato i jihadisti. Scaduti i tre mesi del primo ingaggio la troika SADC ha firmato per un secondo trimestre. Tutto ciò fa pensare che ci sarà ancora molto lavoro da fare. Per il Ruanda invece non esiste fine mandato: “lasceremo il Mozambico a lavoro ultimato”, ha dichiarato a luglio il portavoce ruandese, colonnello Ronald Rwivanga.

vittoria militari ruandesi
Militari ruandesi a Cabo Delgado

Una guerra da 3.400 morti e 830 mila sfollati

Dall’ottobre 2017 i gruppi dei tagliagole islamisti di Cabo Delgado sono cresciuti in modo esponenziale. Le Forze armate mozambicane (FADM) male addestrate non sono riuscite a fermarli nemmeno con l’appoggio dei mercenari russi di Wagner Group e sudafricani di Dyke Advisory Group (DAG). Secondo dati del sito Cabo Ligado, associato all’Osservatorio sulle aree di crisi (Acled) ci sono stati quasi 3.400 morti. Più di 1.500 civili, molti sgozzati o ammazzati a colpi di machete e decapitati. Donne e bambini compresi. Secondo dati delle agenzie ONU la crisi ha causato 830 mila sfollati.

Sandro Pintus
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Contro il terrorismo jihadista arrivate truppe ruandesi nel nord Mozambico

Mozambico, jihadisti massacrano 52 giovani che rifiutano di arruolarsi con loro

Mozambico, 2.800 soldati di cinque Paesi africani contro i jihadisti di Cabo Delgado

Amnesty: Mozambico, nell’attacco jihadista a Palma salvati solo i bianchi

 

 

eSwatini: continua la repressione, arrestati 17 studenti, tra loro un bimbo di 7 anni

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
13 ottobre 2021

A eSwatini – conosciuto fino a qualche anno fa come Swaziland – il re Mswati III, ultimo monarca assoluto del continente africano, non concede un briciolo di democrazia ai suoi sudditi, nemmeno agli studenti, che da settimane boicottano le lezioni e manifestano pacificamente per ottenere riforme politiche urgenti.

Il sovrano per tutta risposta ha sguinzagliato le forze dell’ordine e di sicurezza nelle scuole per reprimere il malcontento dei giovanissimi, che, oltre a chiedere migliori condizioni per l’apprendimento e abolizione delle tasse scolastiche, reclamano la liberazione immediata di due manifestanti, arrestati durante le proteste di quest’estate.

eSwatini: protesta degli studenti

Poliziotti e militari sono entrati in tutte le scuole del regno per intimidire i ragazzi e intimar loro di riprendere le lezioni regolarmente. Gli studenti però non hanno ceduto alle pressioni, proseguendo le loro pacifiche proteste.

Lunedì, durante una manifestazione, la polizia ha arrestato ben 17 alunni, tra loro anche un bambino di 7 anni. Lo ha confermato a Agence Presse lunedì scorso Lucky Lukhele, portavoce dell’organizzazione pro democrazia Swaziland Solidarity Network. Mentre il partito comunista del Paese ha aggiunto che un ragazzo sarebbe stato ferito alla gamba con un colpo di arma da fuoco.

Tengetile Khumalo, portavoce delle forze armate, ha confermato il dispiegamento dell’esercito nelle scuole, precisando: “I militari non sono nemici del popolo. Lo spiegamento dei nostri uomini non significa che ci sia una guerra in atto. Stiamo solo dando man forte alle altre forze per mantenere l’ordine”.

Questa mossa desta grande preoccupazione nella società civile e, secondo Mduduzi Gina, segretario generale della confederazione dei sindacati di eSwatini, lo spiegamento delle forze dell’ordine e della sicurezza nelle scuole potrebbe peggiorare la situazione.

Durante l’estate scorsa si sono svolte manifestazioni di protesta a Manzini – la principale città del Paese – e Mbabane, la capitale.  Allora sono stati distrutti e saccheggiati edifici e negozio, molti dei quali di proprietà del monarca. Forze dell’ordine e di sicurezza sono scesi in campo, il bilancio della repressione è stato pesante: 27 persone morte, almeno 150 i feriti e secondo Amnesty International 6 manifestanti scomparsi.

eSwatini conta solamente un milione e sessanta mila abitanti. Il reddito annuo pro capite supera di poco i tremila dollari. Un Paese povero, che vanta il triste primato di avere la più alta incidenza di infezione HIV al mondo. L’aspettativa di vita è inferiore ai quarantanove anni.

Mswati III, re dello Swaziland

Il monarca, nominato ufficialmente principe ereditario nel settembre 1983 è stato incoronato sovrano dello Swaziland il 25 aprile del 1986, all’età di 18 anni. Fino alla sua maggiore età le funzioni regali sono state assunte dalla regina madre.

In quanto monarca assoluto, governa solamente con decreti legge e non di rado viene criticato per il suo stile di vita sfarzoso, pur sapendo che gran parte della popolazione vive in miseria. Basti pensare che pochi anni fa Mswati III ha comprato ben 20 Rolls-Royce per sé e i propri familiari. Ufficialmente il monarca ha 14 mogli (probabilmente sono anche di più) e 35 figli.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.il
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Swaziland vuol cambiare nome, una spesa eccessiva per un Paese così povero

 

Swaziland vuol cambiare nome, una spesa eccessiva per un Paese così povero

Colpo grosso dell’Eni in Costa d’Avorio ma i jihadisti vogliono partecipare al banchetto

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
12 ottobre 2021

C’è festa grande al quartier generale ENI di San Donato Milanese. Per l’holding del settore energetico a capitale pubblico si prospettano affari d’oro in Costa d’Avorio dopo la scoperta di vasti giacimenti di idrocarburi in un pozzo esplorativo off-shore. Un mese e mezzo fa le autorità governative ivoriane e il management di ENI hanno annunciato che nel blocco CI-101 di Baleine è stato scoperto infatti “olio leggero in due diversi intervalli stratigrafici”.

ENI: Costa d’Avorio blocco CI-101 di Baleine è stato scoperto infatti olio leggero in due diversi intervalli stratigrafici

“Il potenziale della scoperta di Baleine è stimato in oltre 2 miliardi di barili di olio in posto e circa 2,4 trilioni di piedi cubi di gas associato”, riporta la nota del gruppo italiano. “Dopo oltre 20 anni di esplorazione da parte dell’industria nelle acque profonde del Paese senza scoperte di natura commerciale, il pozzo Baleine-1x ha testato con successo un nuovo play concept nel bacino sedimentario. Il pozzo è stato perforato a circa 60 chilometri dalla costa, a circa 1.200 metri di profondità con la nave di perforazione Saipem 10000 ed ha raggiunto una profondità totale di 3.445 metri”.

Un giacimento enorme

Le attività esplorative del blocco CI-101 di Baleine sono effettuate da una joint venture tra ENI (90%) e la compagnia nazionale della Costa d’Avorio Petroci Holding (10%). Nei prossimi mesi le prospezioni si estenderanno ad un secondo blocco, il C1-802, anch’esso dato in concessione alla joint venture. Nel 2019 le autorità di Abidjan hanno firmato contratti esplorativi in quattro differenti blocchi con l’ENI e con l’holding francese Total, per investimenti pari a 185 milioni di dollari.

“La scoperta dei giacimenti in Costa d’Avorio segna un momento assai significativo per il Paese e l’intera regione, assicurando un approvvigionamento energetico sostenibile che accelererà lo sviluppo socio-economico, alleviando la povertà di energia e posizionando l’Africa come un leader globale degli idrocarburi”, ha commentato con sin troppa enfasi NJ Ayuk, presidente esecutivo della Camera per l’Energia del continente africano.

“La scoperta fatta da ENI nell’offshore della Costa d’Avorio è enorme. L’Africa è davvero la frontiera finale dell’esplorazione di idrocarburi e le immense risorse del continente devono far leva finanziaria su una forte e sostenibile crescita economica. Noi siamo fiduciosi che l’ENI utilizzerà le migliori tecnologie per sviluppare e operare in un ambiente a basse emissioni di carbonio. Invitiamo il governo e le parti interessate ad avere un rapido approccio per sviluppare il campo in modo da posizionare il paese tra i maggiori produttori di idrocarburi”.

Claudio Descalzi, amministratore delegato dell’ENI, a sinistra e il presidente della Costa d’Avorio Alassane Ouattara

Sino ad oggi la Costa d’Avorio ha ricoperto un ruolo modestissimo nella produzione energetica (non più di 36.000 barili al giorno di petrolio); dopo però aver riformato nel 2015 la legge per le concessioni esplorative e di sfruttamento, assicurando maggiori introiti e riduzioni fiscali alle transnazionali, sono stati identificati 51 blocchi in cui avviare le attività di ricerca (in 4 di essi è già stata intrapresa l’estrazione; in 26 aree l’esplorazione, mentre i restanti 21 blocchi sono ancora in fase di negoziazione con i gruppi petroliferi stranieri). La maggior parte delle aree esplorative sono off-shore, nelle acque del Golfo di Guinea; oltre a ENI e Total, tra gli investitori internazionali compare pure la britannica Tullow Oil.

I piani di sviluppo

Per fare il punto sulle attività di ENI in Costa d’Avorio, il 1° ottobre l’amministratore delegato Claudio Descalzi si è recato in visita ad Abidjan per incontrare il presidente Alassane Ouattara, rieletto un anno fa per la terza volta consecutiva, dopo una violenta campagna elettorale in cui hanno perso la vita negli scontri con le forze di polizia un’ottantina di manifestanti.

All’incontro in cui erano presenti anche il segretario generale della Presidenza, Abdourahmane Cissé, il ministro delle Finanze, Adama Coulibaly e il ministro delle Miniere, delle Risorse Petrolifere e dell’Energia, Thomas Camara, Claudio Descalzi ha presentato i piani di delineazione e sviluppo del blocco di Baleine.

“Il Presidente Ouattara ha sottolineato la sua forte volontà politica di sostenere gli investimenti e ha dichiarato che il pozzo Baleine-1x contribuirà alla produzione di energia in Costa d’Avorio, rafforzando il ruolo del Paese come hub energetico regionale”, riferisce l’ufficio stampa di ENI. “Oltre al blocco CI-101, il gruppo italiano possiede una partecipazione in altri quattro blocchi nel deepwater ivoriano: CI-205, CI-501, CI-504 e CI-802, tutti con lo stesso partner Petroci Holding. Sarà inoltre avviata una collaborazione tra ENI Corporate University e la Scuola Superiore del Petrolio e dell’Energia della Costa d’Avorio che aiuterà a sviluppare competenze e capitale umano”.

Attacchi jihadisti

Mentre si sta espandendo rapidamente il mercato petrolifero e del gas e fioccano gli investimenti da parte delle holding straniere, il Paese dell’Africa occidentale è colpito dall’escalation degli attacchi contro obiettivi militari e civili da parte di gruppi jihadisti. Stanno aumentando anche gli attentati con l’uso di ordigni esplosivi improvvisati: il primo nella storia del paese è avvenuto l’1 aprile sulla strada tra Nassian e Kafolo, a cui ne sono eseguiti altri ancora sulla stessa via di comunicazione e alla periferia di Tehini. L’attacco più sanguinoso è avvenuto l’11 giugno scorso a un posto di frontiera con il Burkina Faso: undici militari e un gendarme ivoriani sono stati assassinati durante il blitz di un commando jihadista.

Attacco a Kafolo, Costa d’Avorio

“Il trend in atto è la prova di uno sviluppo preoccupate di come la violenza jihadista nel Sahel, specialmente in Mali e Burkina Faso, continui a diffondersi verso sud minacciando gli stati costieri dell’Africa occidentale”, scrive l’analista e ricercatore Caleb Weiss della Bridgeway Foundation di Galesburg, Illinois. “La recente ondata di attacchi in Costa d’Avorio si è localizzata principalmente in due distretti settentrionali del paese: Savanes e Zanzan. Entrambi confinano con il Burkina Faso sud-occidentale, dove le unità del Group for Support of Islam and Muslims (JNIM), vicino ad Al Qaida, si sono dimostrate sempre più attive. E’ soprattutto dalle basi JNIM in Burkina Faso che partono le incursioni in territorio ivoriano”.

Come ha rilevato Africa ExPress nelle settimane scorse, i gruppi terroristi attivi in Burkina Faso potrebbero essere interessati a penetrare nel parco nazionale Comoé, nella zona nord-occidentale della Costa d’Avorio (confinante con il Ghana e i Burkina Faso), per trasformare la riserva in una sorta di zona grigia dove organizzare più facilmente altri nuovi attacchi nella regione. Secondo il ricercatore William Assanvo dell’ISS (Istituto di Studi sulla Sicurezza dell’Africa), la presenza di gruppi armati filo al-Qaida si starebbe tuttavia radicando anche all’interno del territorio della Costa d’Avorio, lontano dalle frontiere, con militanti di nazionalità ivoriana.

Militarizzazione del nord

L’escalation del conflitto ha accelerato il processo di militarizzazione delle regioni settentrionali del Paese e il rafforzamento della presenza da parte dei reparti d’élite delle forze armate ivoriane. Dopo i primi attacchi registrati a Kofolo nel giugno del 2020, lo Stato maggiore della difesa ha creato una zona militare speciale al confine con il Burkina Faso, centralizzano in un comando la gestione di tutte le operazioni nella regione. Insieme alle truppe burkinabé sono state lanciate operazioni militari contro i jihadisti, la più grande delle quali ha preso il nome di missione Comoé (vi ha preso parte oltre un migliaio di soldati ivoriani).

Tra fine giugno e la prima settimana di luglio 2021 si è svolta nel distretto di Yamoussoukro e nella capitale Abidjan pure una vasta esercitazione congiunta USA-ivoriana, sotto la supervisione del Comando per le operazioni speciali di US Africa. Scopo primario dell’attività addestrativa è stato quello di fornire alle unità ivoriane “maggiori capacità di risposta e operabilità”, oltre a “rafforzare le relazioni e le connessioni militari” con le forze armate statunitensi.

“Noi siamo fieri di lavorare accanto alla nostra controparte ivoriana mentre essa affronta una violenta invasione estremista alla frontiera settentrionale”, ha dichiarato l’ammiraglio Jamie Sands, a capo dell’U.S. Special Operations Command Africa. “La Costa d’Avorio è un partner che sta contribuendo alla sicurezza regionale. E’ previsto che esso ospiti una delle aree addestrative di Flintlock 2022, la principale esercitazione per le operazioni speciali in tutto il continente africano, a cui parteciperanno 30 nazioni”.

Nella problematica e complessa regione del Golfo di Guinea si affaccia all’orizzonte il pericolo di un’altra guerra multinazionale per il controllo di petrolio e gas…

Antonio Mazzeo
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Pagato il riscatto, Rossella Urru è libera ma ancora nella capitale degli islamici

Addestramento in Italia per militari ivoriani: obiettivo lotta dura ai migranti

 

 

Centrafrica in fiamme: scorribande di mercenari russi e di gruppi ribelli

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
11 ottobre 2021

I mercenari russi del gruppo Wagner non fermano le loro scorribande nella Repubblica Centrafricana. Ed è sempre più difficile capire cosa succede nel Paese, che, malgrado gli innumerevoli trattati di pace raggiunti (e superati), sprofonda sempre più nel caos.

Nei giorni scorsi – come riporta HumAngle, quotidiano online molto ben informate sulle questioni nella ex colonia francese – i soldati di Bangui (FACA) insieme agli uomini dell’organizzazione russa, hanno nuovamente aggredito il villaggio di Bouzou, già attaccato più volte nel recente passato.

Villaggio di Bouzou, Centrafrica. Wagner e militari regolari attaccano moschea

Il piccolo centro si trova nella sotto-prefettura di Koui, a pochi chilometri dal confine con il Camerun. Ad agosto ha subito un pesante attacco, perpetrato dai mercenari russi. Allora avevano distrutto parecchie case e gli abitanti si erano rifugiati nella moschea centrale del villaggio.

Questa volta i russi e i soldati regolari hanno preso di mira direttamente il luogo sacro costringendo gli sfollati a fuggire, chi nei boschi, chi nei villaggi vicini, altri ancora oltre il confine con il Camerun. E’ stato raccontato che durante l’incursione dello scorso agosto, i mercenari russi hanno ucciso 40 fulani in diversi villaggi (Bouzou, Sanguere, Tourwa, Sabewa e Baba) a poca distanza dal Paese limitrofo.

Alla fine del 2017 il presidente centrafricano Faustin Archange Touadéra si era recato in Russia, dove aveva incontrato il ministro degli esteri di Putin, Sergueï Lavrov. Da allora i due governi hanno iniziato una stretta collaborazione: Mosca gode di licenze per lo sfruttamento minerario, in cambio mette a disposizione equipaggiamento industriale, materiale per l’agricoltura, i mercenari e altro.

La collaborazione fra Cremlino e Centrafrica va oltre: il consigliere per la sicurezza del presidente Touadéra è il russo Valery Zakharov, responsabile anche della protezione personale del capo di Stato, inoltre una quarantina di uomini delle forze speciali di Mosca fanno parte della sua guardia personale.

Il governo russo ha sempre negato e continua a smentire qualsiasi collegamento con gli irregolari della Wagner. Eppure è risaputo che il gruppo è molto vicino a Vladimir Putin, lo zar indiscusso di Mosca e godono della sua protezione politica. In pratica i contractor forniscono addestramento sulle armi, aiutano i servizi di polizia e di intelligence civile, oltre a essere direttamente coinvolti in combattimenti.

Un gruppo di lavoro di esperti indipendenti dell’Organizzazione delle Nazioni Unite ha recentemente stilato un rapporto approfondito sulle gravi violazioni dei diritti umani, comprese esecuzioni sommarie, commesse dei contractor russi nella Repubblica Centrafricana. Al loro fianco sono stati individuati anche alcuni siriani. Infatti, sembra che un numero imprecisato di soldati di ventura del Paese mediorientale, miliziani che hanno combattuto a fianco degli uomini mandati dal Cremlino in Libia, siano stati dirottati in Centrafrica.

Il governo di Bangui, dopo le accuse dell’ONU, ha aperto un fascicolo sui presunti abusi e violenze dei mercenari. Il rapporto è stato presentato alla stampa ieri e il ministro della Giustizia della Repubblica Centrafricana, Arnaud Djoubaye Abalene, ha sostenuto: “Le responsabilità degli incidenti che si sono verificati recentemente sono imputabili a tre distinti gruppi: i ribelli ma non solo. Anche le nostre forze di sicurezza e gli istruttori russi sono responsabili di crimini nei confronti della popolazione civile”.

Ogni giorno si consumano nuove violenze nella ex colonia francese. Martedì scorso sono stati uccisi 35 civili nei pressi di Bambara durante un attacco  a un convoglio di automezzi che trasportava merci, perpetrato da un gruppo di ribello. Il prefetto di Ouaka ha immediatamente puntato il dito sui miliziani di Unité pour la paix en Centrafrique (UPC), raggruppamento armato particolarmente attivo nell’area.

Il rappresentante dell’Assemblea nazionale, Simplice Mathieu Sarandji, e altri leader politici hanno condannato questo ennesimo attacco e hanno chiesto al governo di Bangui maggiore protezione per la popolazione e garanzie per la libera circolazione su tutto il territorio nazionale.

Centrafrica: ribelli UPC

Venerdì scorso i ribelli di UPC hanno attaccato le posizioni dei militari di FACA a Dimbi, nel sud-est del Paese. E’ poco chiaro se ora la città è in mano ai ribelli o dei soldati regolari. Alcune fonti hanno riferito che i militari, essendo in minoranza rispetto ai miliziani, si sarebbero ritirati di qualche chilometro in attesa di rinforzi.

La crisi dell’ex colonia francese comincia alla fine del 2012: il presidente François Bozizé ex golpista del 2003, dopo essere stato minacciato dai ribelli Séléka alle porte di Bangui, chiede aiuto all’ONU e alla Francia. Nel marzo 2013 Michel Djotodia, prende il potere, diventando così il primo presidente di fede islamica del Paese. Dall’era post François Bozizé il Paese ha visto alternarsi ben quattro presidenti: Michel Djotodia, Alexandre-Ferdinand N’Guende, Catherine Samba-Panza e infine Faustin-Archange Touadéra, eletto per la prima volta nel marzo 2016, è ora al suo secondo mandato dopo il voto dello scorso dicembre.

Cornelia I. Toelgyes
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Lontano dagli occhi dei media infuria la guerra nella Repubblica Centrafricana

Riprendono le grandi maratone: a Chicago oro per Etiopia (uomini) e Kenya (donne)

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
10 ottobre 2021

Non si era qualificato per le Olimpiadi di Tokio, non aveva mai conquistato una “grande” maratona: ieri, a Chicago, si è preso una bella rivincita. Il giovane campione etiope Abdiwak Tura Seifu, (appena 24 anni, compiuti il 19 giugno), ha dominato una delle maratone più importanti e più attese dell’anno: la Bank America of Chicago, giunta alla 43a edizione. Non solo: ha battuto Galen Rupp, 35 anni, idolo di casa da quando ha vinto la gara nel 2017 dopo 15 anni di astinenza yankee.

Rupp è stato medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Rio (2016) e ottavo in quelle ultime di Tokio. Stavolta si è dovuto mettere in coda, distaccato di 23 secondi da Abdiwak Tura Seifu (tempo 2:06:12). Abdiwak era giunto sesto nel 2019 a Chicago, nel 2018 era salito sul podio più alto a Milano e a Shangai, nel gennaio 2020 era stato ottavo a Dubai (pur indossando le controverse scarpe tecnologiche Vaporfly).

Gli mancava la consacrazione in una delle sei prestigiose corse che fanno parte della ABBOT WORLD MARATHON MAJORS (AWMM): Tokio, Boston, Londra, Berlino, New York, Chicago. La ha avuta domenica 10 ottobre, nella competizione cui hanno partecipato circa 35 mila runners e 300 italiani (tutti con certificato di vaccinazione o test negativi anti-Covid). “Sono veramente felice di aver vinto qui a Chicago – ha commentato il giovane Tura – Avevo preparato la gara per più di 3 mesi. E se non fosse stato per la temperatura elevata avrei battuto il mio record personale”.

Abdiwak Tura Seifu, vincitore della maratona di Chicago

La sua affermazione segna il ritorno in grande dei maratoneti sulla scena mondiale e la conferma di un predominio etiope: si è ripartiti il 26 settembre a Berlino con il successo di Guye Adola, 30 anni, etiope; poi il 3 ottobre con Londra, vittoria di Sisay Lemma Kasaye, stessa età e stessa nazionalità! Tre maratone, tre exploit etiopi..

Nella maratona femminile di Chicago ha trionfato la supertitolata keniana Ruth Chepngetich, 27 anni, in testa dai primi chilometri, partita velocissima, perché voleva battere il record del mondo (2h 14’04”). Poi è entrata in crisi e ha chiuso in 2h22’31”. Chepngetich aveva già stabilito il primato mondiale nella mezza maratona a Istanbul in aprile e, nel 2019, a Dubai con 2h17’08” era stata la quarta più veloce della storia sui 42 km 195 metri, vincendo il titolo mondiale.

Ma chi si ferma è perduto: ora ecco in arrivo la maratona di Boston  (domani, 11 ottobre) e quella super di New York (7 novembre).

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Vince alla mezza maratona di Newcastle: la keniana Brigid Kosgei entra nella storia

In Congo-K ritorna lo spettro dell’ebola: morto un bimbo, altre tre vittime sospette

Africa ExPress
Kinshasa, 9 ottobre 2021

Questa mattina il ministro della Salute del Congo-K, Jean Jacques Mbungani, ha confermato la presenza di ebola nell’area di Beni, nel Nord-Kivu, regione già flagellata in passato dalla grave patologia.

Un’ulteriore convalida arriva anche dall’ Institut National de Recherche Biomédicale (INRB), che ha analizzato i test effettuati a Goma, capoluogo del Nord-Kivu, il 7 e l’8 ottobre scorso.

Il virus dell’ebola, visto al microscopio

INRB ha spiegato che il 14 settembre scorso un papà e suo figlio sono stati ricoverati con sintomi di vomito, disidratazione e tracce di sangue nelle feci. I due sono morti poche ore dopo nel letto dell’ospedale. nei giorni successivi la figlia minore ha presentato la stessa sintomatologia e anche per lei non c’è stato nulla da fare. Deceduta in men che non si dica, come il padre e il fratello.

La quarta vittima, invece, è un bimbo di due anni e mezzo, un vicino di casa degli altri. Al momento dell’ingresso nel nosocomio presentava inappetenza, dolori addominali, problemi respiratori. Anche per il piccolino tutte le cure e premure dei medici sono state inutili. I test effettuati sul suo corpo hanno rilevato la presenza di ebola, mentre le altre morti restano, per ora, casi sospetti.

La protezione civile è già scesa in campo a Butsili, che dista pochi chilometri da Beni, per prelevare altri campioni e per rintracciare coloro che sono entrati in contatto con le vittime.

Per ora niente allarmismi, potrebbe trattarsi di casi sporadici. Solo a maggio la zona di Butembo, dove il temibile virus era ricomparso all’inizio dell’anno, è stata dichiarata ebola free. Durante la 12ma epidemia sono morte sei persone, mentre altre 6 sono guarite.

In Congo-K ci sono state dodici epidemie da quando è scoppiata la prima, il 26 agosto, 1976, a Yambuku, una città nel nord di quello che allora si chiamava Zaire.  Il virus colpì un’insegnante di 44 anni, Mabalo Lokela, dopo un viaggio nell’estremo nord del Paese. Immediatamente si pensò che la donna fosse affetta da malaria. Ben presto si presentarono altri sintomi. Loleka mori l’8 settembre 1976.

I morti durante questa prima epidemia apparsa in Congo, nella valle del fiume Ebola (da cui il nome del virus), furono 280. Durante quella del 1995 morirono alcune suore italiane a Kikwit. Gli ammalati che furono contagiati dal virus nel 2000 a Gulu, in Uganda, furono curati nell’ospedale italiano Lachor, un efficiente complesso diretto dal compianto dottor Piero Corti, che l’aveva fondato pochi anni prima assieme alla moglie Lucille, medico anche lei.

Africa Express
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Coronavirus e recrudescenza di ebola, cocktail micidiale in Congo-K

Guerra a ebola in Guinea e Congo-K: assieme all’OMS anche OIM e MSF

 

 

Addestramento in Italia per militari ivoriani: obiettivo lotta dura ai migranti

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
9 ottobre 2021

E’ la Costa d’Avorio il nuovo alleato del governo italiano in Africa occidentale per il rafforzamento delle politiche anti-immigrazione. Fuori dai riflettori mediatici, giovedì 7 ottobre a Roma, a conclusione di un vertice tra la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese e la ministra degli Affari Esteri, dell’Integrazione africana e della Diaspora della Repubblica della Costa d’Avorio Kandia Kamissoko Camara, è stato sottoscritto un protocollo tecnico finalizzato “a rafforzare le capacità operative ivoriane di gestione delle frontiere e dell’immigrazione irregolare”.

Incontro tra il ministro degli Interni italiano Luciana Lamorgese e il ministro ivoriano degli Affari Esteri, dell’Integrazione africana e della Diaspora Kandia Kamissoko Camara

La stipula del protocollo potrà contribuire a migliorare le capacità tecniche e operative delle forze di polizia ivoriane incaricate del controllo delle frontiere e di altri traffici illeciti, così prevenendo i flussi migratori verso l’Europa – riporta la nota emessa dal Viminale -. L’accordo odierno dimostra l’impegno concreto dell’Italia a supportare la Costa d’Avorio nella gestione del fenomeno migratorio, nella consapevolezza che è solo unendo le forze che riusciremo a contrastare il fenomeno criminale del traffico di migranti”.

Il protocollo che reca in calce le firme del vicedirettore generale della Pubblica sicurezza, la prefetta Maria Teresa Sempreviva, e del consigliere diplomatico del Ministero dell’Interno ivoriano Franҫois Nebout, prevede l’implementazione nel paese africano del cosiddetto “progetto Civit” per la “valutazione e la trasparenza delle amministrazioni pubbliche” nonché la realizzazione di una serie di misure per prevenire e contrastare l’immigrazione irregolare”: la creazione di quattro nuovi posti di Polizia di frontiera lungo i confini terrestri della Costa d’Avorio; la formazione e l’addestramento del personale preposto al controllo delle frontiere; lo sviluppo di forme di cooperazione transfrontaliera con i paesi confinanti; l’allineamento del sistema ivoriano di “gestione integrata delle frontiere alle normative e agli standard internazionali, anche in materia di diritti umani”.

La firma del protocollo tecnico avviene a quasi due anni di distanza dalla dichiarazione d’intenti per il contrasto all’immigrazione irregolare sottoscritta sempre a Roma dalla ministra Luciana Lamorgese e dal ministro della Sicurezza e della protezione civile ivoriano, generale Vagondo Diomandé (31 gennaio 2020). “La dichiarazione d’intenti costituisce una cornice strategica che investe ampi ambiti di cooperazione: dal terrorismo alla criminalità organizzata, a quella informatica, dal traffico di stupefacenti e armi all’immigrazione irregolare e alla tratta di esseri umani”, ha spiegato la ministra.

“Si tratta del primo accordo in materia di immigrazione e sicurezza firmato con un Paese europeo”, ha invece enfatizzato il generale Diomandé, conosciuto in patria con il soprannome di Monsieur sécurité per essere il militare a cui il capo di Stato ivoriano Alassane Ouattara (al suo terzo mandato presidenziale) ha affidato pieni poteri in tema di controllo dell’ordine pubblico e delle frontiere.

Secondo quanto riportato dall’ufficio stampa del Viminale, la dichiarazione d’intenti del 31 gennaio 2020 verteva prioritariamente sul rafforzamento della collaborazione in materia di rimpatri; l’implementazione di progetti di integrazione e percorsi di formazione per i cittadini ivoriani in Italia; l’organizzazione di iniziative di cooperazione tra le polizie dei due paesi per lo “scambio di informazioni nella lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata”.

La visita ufficiale in Italia del generale ivoriano Monsieur sécurité ha coinciso con lo svolgimento presso la Scuola Allievi Agenti della Polizia di Stato di Caserta di un corso di formazione in tema di “Contrasto alla criminalità organizzata”. Promosso dalla Direzione Centrale per gli Istituti di Istruzione del Dipartimento della Pubblica Sicurezza e dalla Direzione Centrale dell’Immigrazione e della Polizia delle Frontiere, il corso è stato riservato a venti funzionari di Polizia della Costa d’Avorio.

Dall’agosto del 2015 il Viminale ha attribuito alla Scuola Allievi Agenti di Caserta la gestione tecnica-logistica della “Scuola Internazionale di alta formazione per la prevenzione ed il contrasto del crimine organizzato” in cui vengono formati periodicamente i funzionari delle forze dell’ordine di paesi europei, africani e mediorientali. Il corso riservato ai funzionari ivoriani ha preso il via il 20 gennaio 2020 e si è concluso giorno 31.

Il Viminale ha coperto tutte le spese di viaggio, vitto e alloggio e ha curato in ogni dettaglio il soggiorno degli ospiti: 15.450 euro sono stati spesi per acquisto dei biglietti aerei andata/ritorno sulla rotta Abidjan-Casablanca-Roma, più annesso servizio navetta da Fiumicino a Caserta; 6.400 euro per i servizi di interpretariato francese/italiano; 2.880 euro sono andati all’acquisto di effetti letterecci; 2.600 per materiali di ferramenta vari; 1.400 euro per gli acquisti di materiali di cancelleria; 1.000 per la pulizia degli alloggi; 1.000 per l’acquisto presso lo store Decathlon di Marcianise di “vestiario invernale per le attività extra-didattiche del personale ivoriano”; 1.000 per la copertura assicurativa anti-infortuni; 980 per la fornitura di 2 fan coil per gli alloggi nella foresteria; 600 euro per il servizio catering in occasione del rinfresco offerto per la visita alla Scuola di Polizia del generale-ministro Vagondo Diomandé (fornitore l’Istituto Superiore Galileo Ferraris di Caserta, “il cui dirigente scolastico si è reso disponibile nell’ambito del già collaudato rapporto di collaborazione intercorso negli anni precedenti”, si legge nella relativa determina di spesa della Direzione della Scuola di Polizia).

Nel corso del loro stage formativo ai dirigenti poliziotti ivoriani è stata garantita pure una vista turistica guidata alla città di Roma (500 euro per il noleggio dell’autobus) e alla Reggia di Caserta (336 euro per i biglietti d’ingresso).

Incontro a Roma con polizia Costa d’Avorio

Nel dicembre 2019 si erano svolti presso l’Ufficio per il coordinamento e pianificazione delle forze di polizia di Roma, una serie di incontri riservati agli ufficiali di collegamento della Costa d’Avorio che operano nei Paesi dell’Unione europea. “Nel corso delle attività sono state approfondite le metodiche investigative e la storia delle organizzazioni criminali di stampo mafioso, illustrate dalla Direzione centrale anticrimine e dalla Direzione investigativa antimafia”, riporta la nota del Viminale.

“Le Direzioni centrali dell’immigrazione e dei servizi antidroga hanno contribuito con un’analisi geopolitica delle migrazioni e sulla diffusione del traffico illecito di sostanze stupefacenti e con uno studio delle intese bilaterali e multilaterali in corso con i Paesi del continente africano. Sono stati forniti pure contributi sul fronte delle nuove sfide del cyber crime e della protezione delle infrastrutture critiche”.

Formazione a 360 gradi quella assicurata dalla Polizia italiana nonostante l’ulteriore peggioramento delle condizioni di agibilità politica democratica nella Repubblica della Costa d’Avorio e le sempre più numerose denunce sui crimini e le violazioni dei diritti umani perpetrate dalle forze di sicurezza nazionali. Solo nel corso delle ultime elezioni presidenziali dell’ottobre 2020 si sono verificati gravissimi incidenti che hanno causato la morte di 87 persone.

I partiti di opposizione avevano duramente criticato la decisione del presidente Alassane Ouattara di ricandidarsi per la terza volta nonostante la costituzione ivoriana ponesse il limite di due mandati consecutivi. Poi hanno deciso di boicottare la campagna elettorale e il voto. “Le violenze sono scoppiate in numerose città della Costa d’Avorio e decine di persone sono state uccise con il machete e le armi da fuoco”, ha denunciato Samira Daoud, direttrice di Amnesty International per l’Africa occidentale e centrale.

“Inoltre sono stati arrestati decine di membri del partito di opposizione, tra i quali il leader Pascal Affi N’Guessan. Il 3 novembre, 21 persone sono state arrestate arbitrariamente nell’abitazione dello storico capo dell’opposizione Henri Konan Bédié”.

“È la seconda volta in dieci anni che le elezioni in Costa d’Avorio vengono macchiate da violenze”, ha concluso Samira Daoud. “L’impunità che ha a lungo regnato in Costa d’Avorio offre terreno fertile alle persone che commettono uccisioni e altre violazioni dei diritti umani senza timore di doverne rispondere”.

Alle elezioni presidenziali del 2011 le violenze costarono la vita a oltre 3.000 persone e causarono la fuga oltre confine di 300.000 ivoriani. Più di un milione furono invece gli sfollati interni. A fine 2020, dopo la rielezione di Alassane Ouattara, l’UNHCR (l’Alto commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite) ha documentato la fuga all’estero di oltre 8.000 cittadini ivoriani, la maggioranza dei quali in Liberia. “Oltre il 60% degli arrivi in Liberia è costituito da minori, alcuni non accompagnati”, ha aggiunto l’UNHCR. “Si registra inoltre la fuga di anziani e donne incinte, la maggior parte con pochi effetti personali e quantità scarse o nulle di cibo e denaro”.

Pure il Dipartimento di Stato USA ha manifestato forte preoccupazione per il clima di violenza in Costa d’Avorio. “Sono state documentate numerose violazioni dei diritti umani”, si legge in un report del marzo 2021. “Si tratta di sparizioni forzate temporanee; condizioni di prigionia durissime e potenzialmente letali; arresti e detenzioni arbitrari da parte delle forze di sicurezza; rappresaglie motivate politicamente contro individui che risiedono fuori dal paese; seri problemi in tema d’indipendenza del potere giudiziario; gravi restrizioni della libertà d’espressione e di stampa; sostanziale limitazione dei diritti di riunione pacifica e associazione; mancate inchieste e procedimenti giudiziari contro i responsabili di atti di violenza contro donne e minori; crimini a danno di lesbiche, gay, bisessuali, trans gender”.

Roma invece non vede e non sente. Ma agisce. Dopo aver formato gli aguzzini libici e quelli del dittatore egiziano Al-Sisi nella guerra sporca alle migrazioni e ai migranti, per il Viminale e la polizia italiana è arrivata l’ora di intervenire e operare nel Golfo di Guinea…

Antonio Mazzeo
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