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Congo, gorilla del selfie virale morta tra le braccia del ranger che l’aveva salvata

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sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 9 ottobre 2021

Nel 2019 era diventata la gorilla di montagna più famosa nel mondo per un selfie diventato virale sui social e ripreso da tutti i media del pianeta. Si chiamava Ndakasi, aveva 14 anni, è spirata tra le braccia della guardia forestale che l’aveva salvata. André Bauma era diventato il suo papà e amico.

Localizzazione del Virunga National Park in RDC al confine con l'Uganda (Courtesy Google Maps)
Localizzazione del Virunga National Park in RDC al confine con l’Uganda (Courtesy Google Maps)

La mamma ammazzata dai bracconieri

Nel 2007 i bracconieri avevano ammazzato la mamma e la cucciola – trovata in fin di vita dai ranger – era abbracciata al corpo della madre morta. Era stata trasferita al centro di salvataggio a Goma, 300km a sud del Parco Nazionale dei Virunga, nord-est della Repubblica Democratica del Congo. Lì, era stata affidata ad André che per tutta la notte l’aveva scaldata con il calore del suo petto nudo ed era sopravvissuta. Poi, nel 2009, era stata portata Senkwekwe Center insieme a un altro gorilla orfano.

Purtroppo a causa del trauma per la perdita della sua famiglia e la lunga riabilitazione non hanno permesso alla grande scimmia di tornare nella foresta. Era troppo vulnerabile per fare ritorno nella natura. La sua morte è avvenuta lo scorso 26 settembre ma le autorità del Parco Virunga l’hanno resa pubblica il 5 ottobre.

Un ricordo pieno di tenerezza

“È stato un privilegio sostenere e curare una creatura così amorevole” – ha scritto André sul sito web del Parco Virunga -. “Soprattutto conoscendo il trauma che Ndakasi ha subito in tenera età. È stata la natura dolce e l’intelligenza di Ndakasi che mi ha aiutato a capire la connessione tra gli esseri umani e le grandi scimmie. E perché dovremmo fare tutto ciò che è in nostro potere per proteggerle. Sono orgoglioso di aver avuto Ndakasi come amica. L’ho amata come una bambina e la sua personalità allegra mi ha portato un sorriso ogni volta che ho interagito con lei. Mancherà a tutti noi di Virunga. Saremo per sempre grati per la ricchezza che Ndakasi ha portato nelle nostre vite durante il suo periodo a Senkwekwe”.

Il necrologio sui social

La notizia della morte è stata pubblicata sul sito del parco e sui social e ha fatto il giro del mondo. “È con sentita tristezza che Virunga annuncia la morte dell’amata gorilla di montagna orfana Ndakasi – su legge su Facebook e Twitter -. “Era stata sotto la cura del Senkwekwe Center del Parco per più di un decennio. La sera del 26 settembre, dopo una lunga malattia in cui le sue condizioni sono rapidamente peggiorate è morta. Ndakasi ha esalato l’ultimo respiro tra le amorevoli braccia del suo custode e amico di una vita, André Bauma”.

La tragedia del bracconaggio

I gorilla di montagna sono una specie in via di estinzione il cui patrimonio genetico è per il 98 per cento uguale a quello umano. Secondo l’International gorillas conservation programme (IGCP) ne rimangono solo 1.063 esemplari. Un’indagine del WWF del 2013 il valore di un cucciolo nel mercato africano oscilla tra i 15.000 e 40.000 dollari. Ma viene venduto anche come trofeo: una mano, usata in genere come portacenere, costa intorno ai sei dollari. La carne viene venduta da pochi centesimi al chilo fino a qualche dollaro. Per salvare la grande scimmia africana occorre proteggerla e il selfie del 2019, scattato per gioco, ha contribuito sicuramente a sensibilizzare l’opinione pubblica.

Sandro Pintus
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Grande abbuffata del pallone in Marocco

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
7 ottobre 2021

Grande abbuffata di calcio africano in Marocco. Nove sfide internazionali in meno di sette giorni all’ombra dell’Atlante. Il regno magrebino apre le sue porte, e le porte dei suoi stadi, alle nazionali calcistiche di 6 Paesi “fratelli”, impossibilitati a giocare in casa propria per le qualificazioni ai mondiali del 2022 in Qatar. Come mai? Impraticabilità di campo.

Lo “Stadio 26 marzo” di Bamako (Mali), costruito dai cinesi 20 anni fa, non rientra nei parametri di sicurezza fissati dalla Fifa, l’organismo che controlla il calcio mondiale.

Grand stade de Marrakech, Marocco

Lo Stadio “El Hadji Hassan Gouled Aptidon” di Djibouti? Inadeguato.

L’”Estadio nacional 24 de setembro” di Bissau (Guinea Bissau)? Non a norma.

Lo Stadio “do Zimpeto” di Maputo (Mozambico)? Non in regola.

Lo stadio “4 agosto 1983” di Ouagadougou (Burkina Faso)? Chiuso per lavori in corso.

E lo stadio “28 settembre” di Conakry (Repubblica di Guinea), dove, in quella data, 12 anni fa avvenne un massacro? Chiuso per colpo di Stato!

Allora che fare con gli incontri di qualificazione in vista della Coppa del Mondo 2022?

Niente di grave: venite da noi, ha dichiarato il Marocco. E allora via con la scorpacciata di pallone.

Esordio allo “Stade de Marrakech” (mercoledì 6 ottobre): Sudan contro Guinea (finita 1-1) e, a Rabat, al “Prince Moulay Abdellah”, Marocco contro Guinea Bissau (conclusasi 5-0).

Si prosegue al “Grand Stade Adrar” di Agadir (giovedì 7 ottobre) con Mali-Kenya (5-0 per il Mali). Si torna a Marrakech (venerdì 8 ottobre): Djibouti contro Burkina Faso. Di nuovo ad Agadir con Guinea – Sudan (sabato 9 ottobre. Lo stesso giorno Guinea Bissau-Marocco al “Mohammed V” di Casablanca. Poi è la volta di Tangeri, stadio “Ibn Battuta” (lunedì 11 ottobre): Mozambico – Camerun. E poche ore dopo del medesimo giorno, ma (per la terza volta) a Marrakecht, Burkina Faso – Djibouti. Infine a Rabat, al “Prince Moulay Abdellah”, martedì 12 ottobre, con Guinea-Marocco!

“E’ la diplomazia del pallone. Lo sport può servire a sviluppare certe relazioni diplomatiche con i Paesi subsahariani, specialmente con anglofoni, tradizionalmente più vicini all’Africa del Sud”, ha chiarito, con Le Monde, Moncef El Yazghi, specialista della politica nello sport.

El Yazghi ha pubblicato, appunto, un libro, “Politiche sportive del Marocco 1912-2012”, che è una tesi di dottorato in scienze politiche e diritto costituzionale dell’università di Casablanca. Il volume analizza proprio lo sviluppo dello sport nel regno attraverso le misure politiche del governo e i discorsi di Muhammad VI in materia. L’impegno “regale” non si è limitato a manifestarsi nelle mura domestiche (con costruzioni di infrastrutture), ma anche fuori casa edificando impianti sportivi e preparando tecnici.

Soprattutto dopo che il Marocco, ponendo fine a un isolamento durato 32 anni, nel gennaio 2017, è rientrato nell’Unione Africana. E dopo che Fouzi Lekjaa, presidente della “Federazione reale marocchina di football”(FRMF), è diventato membro del comitato esecutivo del Caf  (la Champions ligue africana) e del consiglio della Fifa.

Attraverso la FRMF, infatti, sono stati siglati accordi di partenariato con ben 44 federazioni calcistiche subsahariane. E nel momento del bisogno il Marocco ha messo a disposizione i suoi impianti e la sua organizzazione. Anche perché i maghrebini non nascondono un ambizioso progetto: ospitare i Campionati del mondo di calcio, candidandosi per il 2030. Sarebbe il secondo Paese continentale a farlo dopo il Sud Africa (2010) E le alleanze si costruiscono con l’operazione “stadi aperti”. Non a caso già 35 nazioni hanno manifestato il loro sostegno.

Nel percorso alla ricerca di proseliti e supporter, però, possono capitare incidenti. Ad esempio, un colpo di stato. O un avvelenamento da cibo. Come avvenne circa un mese fa. Il Marocco si trovava a Conakry per affrontare la nazionale della Guinea. La sfida era prevista per il 6 settembre. Il giorno prima però ci fu l’assalto al palazzo presidenziale, con quel che ne è seguito. Il match venne annullato. I <Leoni dell’Atlante>, come si chiamano i giocatori della nazionale marocchina, tremanti, si asserragliarono in albergo. Riuscirono però a decollare. Allo sbarco a Rabat intonarono, sollevati, l’inno nazionale.

Sfidare la Guinea, qualunque essa sia, però, non sembra semplice.

Marrocco VS Guinea-Bissau

Mercoledì 6 ottobre, infatti, tutti e 25 i giocatori della Nazionale della Guinea Bissau sono stati ricoverati in ospedale a Rabat a causa di una intossicazione alimentare. Un quarto d’ora circa dopo la cena in albergo, atleti e staff hanno iniziato ad avere mal di stomaco sfociato in diarrea e vomito. Secondo i responsabili della Guinea Bissau si sarebbe trattato di un “attentato alimentare” a opera di ignoti. Insomma, un sabotaggio. La partita si è disputata ed è finita, si è visto, con un sonante 5-0 per il Marocco.

Come si dice? Non finisce qui!

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Migranti annegano nell’Oceano Indiano nel tentativo di raggiungere un’isola francese

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
7 ottobre 2021

Una cinquantina di persone, tra loro anche donne e bambini, sono stati intercettati a largo dell’isola di Anjouan (Unione delle Comore, Stato insulare che comprende tre isole: Grande Comore, Moheli e Anjouan) mentre si dirigevano verso Mayotte, un dipartimento d’oltremare francese e regione della Francia.

Le Comore hanno ottenuto l’indipendenza dalla Francia il 6 luglio 1975, mentre la popolazione di Mayotte, che dista solo sessanta chilometri dall’isola di Anjouan, in due referendum ha votato contro l’indipendenza dalla Francia.

Oceano indiano: intercettati migranti provenienti da Congo-K, Burundi, Mozambico

Ora i 52 migranti, per lo più provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo, due dal Burundi, uno dal Ruanda e un altro dal Mozambico, sono rinchiusi in un edificio della scuola di polizia, che dispone di dormitori e servizi sanitari. E, come ha precisato il direttore generale della polizia nazionale dell’Unione delle Comore, maschi e femmine sono stati separati, mentre una decina di fuggiaschi sono stati ricoverati all’ospedale. Le autorità locali hanno chiesto aiuto all’Organizzazione delle Nazioni Unite per assistenza umanitaria e sanitaria.

Una fonte governativa ha fatto sapere che i migranti sono partiti dalle coste africane grazie all’aiuto di trafficanti di uomini. Una volta giunti alle Comore, si sarebbero poi imbarcati verso Mayotte. Una storia che si ripete da anni. Migliaia di persone, per lo più comoriani, ma anche persone provenienti da altri Stati africani, sono attratti come da una calamita da Mayotte, da quel fazzoletto di terra francese, in mezzo all’Oceano Indiano, diventato il 101º dipartimento francese nel 2011. Come tale, la valuta ufficiale dell’isola è l’euro.

Ogni anno sono in molti a perdere la vita in quel tratto di mare, con la differenza che nell’Oceano Indiano i massacri si consumano in silenzio. Pochi ne parlano. Per la breve traversata (come detto qui sopra Anjouan dista solo 60 chilometri da Mayotte) si utilizzano i kwassa-kwassa, tradizionali imbarcazioni da pesca, il cui nome probabilmente è stato mediato da quello di una danza congolese (kwassa, appunto) a sua volta proveniente dal francese quoi ça? (Che cos’è questo?). Come il ballo, le barche “oscillano” pericolosamente.

A fine agosto di quest’anno sono annegate almeno tre persone a largo di Mayotte. Forse erano anche di più, c’è chi dice che sull’imbarcazione fossero in 25. Tre sono stati salvati e trasferiti immediatamente all’ospedale dell’isola, perchè in stato di grave ipotermia.

Gran parte degli abitanti di Mayotte, che comprende due isole principali, Grande-Terre et Petite-Terre, vivono in condizioni precarie, non hanno avuto dalla Francia i benefici e il tanto sperato progresso dopo che l’isola ha  ottenuto lo statuto come 101esimo dipartimento francese il 31 marzo 2011.

La povertà è endemica, le disuguaglianze sociali sono abissali. Le infrastrutture sono assolutamente insufficienti, specie durante la pandemia che non ha nemmeno risparmiato questo territorio francese. La popolazione residente legalmente è passata da 40 mila nel 1978 a quasi 290.000 mila. Cifra sicuramente sottostimata. Il 50 per cento della popolazione è straniera, il 95 per cento proviene dalle vicine Comore, il 30 per cento sono migranti “illegali”.

Sull’isola nascono giornalmente da 25 a 30 bébé e metà della popolazione ha meno di 18 anni. Le scuole non bastano. Nel 2018 è stato stanziato mezzo miliardo di euro per la costruzione e la ristrutturazione di edifici scolastici, collegi e licei, ma sono insufficienti. Mancano oltre mille aule per le scuole primarie. E, secondo uno studio del 2020, se il flusso migratorio si mantiene a questi livelli, si stima che nel 2050 gli abitanti potrebbero arrivare a 750 mila.

Da ottobre dello scorso anno la prefettura di Mayotte continua abbattere piccole abitazioni precarie che sorgono come funghi in quartieri informali, dove vivono per lo più migranti non registrati. Anche le espulsioni procedono senza sosta, denuncia la ONG Lacimade, compresa quella di minori.

Da qualche anno le leggi francesi sull’immigrazione sono cambiate. Ora si procede alla deportazione immediata, senza dover ricorrere alla sentenza di un giudice. La giurisdizione francese non permetteva di rimpatriare forzatamente i minori, a meno che non viaggiassero con almeno uno dei genitori o un tutore. Ora, invece, basta che sullo stesso barcone nel quale sono imbarcati ci siano degli adulti, anche non legati da parentela, e le autorità di Mayotte respingono tutti senza alcuna distinzione.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Guerra di nervi e rapporti diplomatici tesi tra Algeri e Parigi

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
6 ottobre 2021

Finora la crisi tra Algeri e Parigi non tende a placarsi. Sabato scorso il presidente algerino, Abdelmadjid Tebboune ha richiamato l’ambasciatore accreditato in Francia, Mohamed Antar-Daoud per consultazioni e ha anche chiuso lo spazio aereo a tutti gli aerei militari del Paese d’Oltralpe.

Normalmente gli aeromezzi dell’aeronautica francese attraversano i cieli algerini per raggiungere le proprie basi nel Sahel, dove i militari dell’Opération Barkhane sono impegnati nella lotta contro i terroristi. Secondo quanto si apprende da una fonte dello Stato maggiore di Parigi, il divieto emesso da Algeri non turba più di tanto il traffico militare francese.

Emmanuel Macron, il presidente francese

Le tensioni sono iniziate a fine settembre con l’annuncio della Francia di voler ridurre sensibilmente i visti d’entrata nel proprio Paese. Tali misure non hanno colpito solo l’Algeria, sono state estese anche a Tunisia e Marocco. Parigi non ha infatti apprezzato la scarsa collaborazione da parte delle autorità dei tre Paesi per il rilascio di lasciapassare (documento di viaggio di breve durata per chi è sprovvisto di passaporto o carta d’identità) necessari per il rimpatrio dei migranti “clandestini”.

Ma quello che ha irritato maggiormente il governo algerino sono le dichiarazioni rilasciate dal presidente Emmanuel Macron davanti a giovani discendenti arabi di protagonisti a fianco dei francesi nella guerra d’Algeria (Harki), invitati all’Eliseo per un colloquio sulla memoria. Nel 2018 Macron aveva già conferito la Legion d’Honneur, la massima onorificenza del Paese, a oltre 20 harki e persone che hanno combattuto per Parigi.

Il quotidiano francese Le Monde, ha riportato in un suo articolo che durante il ricevimento Macron si è espresso in questi termini: “Il sistema politico-militare algerino è stato costruito sulla rendita commemorativa”, cioè copiando l’organizzazione francese. Dichiarazioni ovviamente non apprezzate dalle autorità di Algeri e ritenute inammissibili perchè si scontra con i principi che dovrebbero governare una possibile cooperazione franco-algerina in materia di memoria. Eppure Macron, come ricorda la stampa algerina, durante una sua visita a Algeri nel 2017 mentre era ancora in piena campagna elettorale aveva detto: “Ritengo il colonialismo come un crimine conto l’umanità”.

Gli Harki, algerini che hanno combattuto a fianco delle truppe francesi

Il capo di Stato francese, in un’intervista rilasciata ieri su France Inter, ha detto che la situazione attuale è la replica di quanto è accaduto un anno fa. Allora Algeri aveva richiamato il proprio ambasciatore per la diffusione di un documentario sulla televisione francese.

“Ho il massimo rispetto per il popolo algerino e intrattengo relazioni cordiali con il presidente Tebboune. E spero vivamente che si possa arrivare a una distensione, anche se ci sono disaccordi”, ha specificato il presidente francese.

Nel 2020 i due Paesi hanno affidato il compito di ricostruire la memoria come strumento di riconciliazione a ricercatori storici di entrambe le rive del Mediterraneo. A fine gennaio lo storico francese Benjamin Stora ha consegnato la propria a Macron. Un mese dopo il rapporto è stato respinto dalle autorità algerine perchè considerato non oggettivo anche per la mancanza di un riconoscimento ufficiale da parte della Francia dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità perpetrati durante i 130 anni di occupazione dell’Algeria.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Mali ancora nel caos, nulla di fatto dopo il vertice con 5 capi di Stato a Bamako

Macron ammette l’assassinio del leader nazionalista algerino Ali Boumendjel nel 1957

Niger, bimbi obiettivo jihadista: chiudono le scuole, aumentano malattie e reclutamenti

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 6 ottobre 2021

“Stop ai bambini soldato!”. Con questa parola d’ordine, forte e imperativa, Amnesty International denuncia la tragedia dei bambini in Niger. Nella galassia di gruppi terroristici dell’area i peggiori sono lo Stato islamico del Grande Sahara (ISGS) e Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), affiliato ad al-Qaeda.

Il report

L’accusa è fatta con il report “Non mi è rimasto altro che me stesso”, pubblicato qualche giorno fa. “È aumentato in percentuali preoccupanti il numero di minori che vengono uccisi – dice la relazione di Amnesty –. Oppure finiscono nel mirino del reclutamento di questi gruppi armati che stanno devastando le frontiere del Niger con Mali e Burkina Faso”. Un copione già visto, non solo in Africa, dove i bambini vengono convinti per mancanza di alternative e anche obbligati ad essere soldati. Le bambine invece diventano spose dei miliziani oppure schiave del sesso dei jihadisti.

stop bambini soldato
Fotogramma del video “Stop bambini soldato”  (Courtesy Amnesty International)

Civili sotto tiro dei jihadisti e dell’esercito

La popolazione civile è in balia sia del terrorismo jihadista che delle violenze dei militari delle Forze di difesa e sicurezza del Niger (FDS). L’area maggiormente colpita dalla violenza jihadista è la regione Tillabéri, a sud-ovest del Niger. Qui le FDS fanno ben poco per proteggere i civili dall’escalation di violenza. Sono invece accusate di violazioni, alcune configurate come crimini di guerra.

Attacco alle scuole

Secondo il report dell’ong per i diritti umani, Isgs e Jnim hanno bruciato scuole e minacciato insegnanti. Molte delle strutture scolastiche sono state chiuse. Tutto questo perché si oppongono all’istruzione che ritengono “occidentale”. Fino al giugno 2021 almeno 377 scuole nella regione del Tillabéri sono state chiuse, privando oltre 31.000 bambini dell’accesso all’istruzione. Amnesty International ha documentato attacchi del gruppo armato che hanno preso di mira e bruciato scuole in almeno quattro dipartimenti della regione del Tillabéri.

Bambini soldato - Regione Tillabéri, Niger
Regione Tillabéri, Niger (Courtesy GoogleMaps)

“Secondo il diritto internazionale umanitario, gli attacchi contro le scuole sono vietati – si legge nel documento -. In quanto tali, gli attacchi alle scuole o ad altri edifici dedicati all’istruzione documentati da Amnesty International costituiscono crimini di guerra”.

Bambini senza assistenza sanitaria: aumentano casi di morbillo

Il conflitto ha danneggiato in maniera significativa l’accesso dei bambini all’assistenza sanitaria, con il saccheggio delle strutture sanitarie da parte di gruppi armati. La situazione di guerra nella regione ha portato all’impossibilità di continuare le vaccinazioni e all’aumento di malattie come il morbillo.

Video “Stop bambini soldato” (Courtesy Amnesty International)

Le autorità nigerine hanno limitato gli spostamenti di civili e talvolta impedito l’accesso degli aiuti. Le percentuali di immunizzazione sono crollate e malattie come il morbillo sono in aumento.

L’appello alle più alte autorità del Paese

Data la gravità della situazione, Amnesty ha scritto un appello indirizzato al presidente del Niger, Mohamed Bazoum. L’invito è rivolto anche al ministro dell’Educazione e al ministro della protezione delle Donne e dei Bambini.

Chiede programmi di formazione professionale che offrano ai minori valide alternative all’adesione a gruppi armati e la ricostruzione delle scuole danneggiate o distrutte. E per coloro che nelle aree colpite dal conflitto non hanno accesso a una scuola, trasmissioni radiofoniche nelle relative lingue locali.

“Chiediamo alle autorità nigerine di rafforzare la protezione della popolazione civile – scrive Amnesty -. Propone la presenza militare nelle aree di confine con postazioni fisse e pattuglie per dissuadere e rispondere rapidamente agli attacchi jihadisti contro i civili”. E conclude: “La leadership militare dovrebbe esercitare un’attenta supervisione per prevenire e rispondere alle violazioni da parte dei suoi soldati, compresi arresti arbitrari”.

Sandro Pintus
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Lotta feroce tra islamisti del West Africa Province e quelli del Greater Sahara

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Joint-venture israelo-marocchina produrrà droni kamikaze nel regno africano

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
4 ottobre 2021

Dopo i droni spia e i droni killer, gli arsenali dei signori della guerra si arricchiscono di un famigerato generatore di morte e distruzione: il drone kamikaze, cioè un velivolo senza pilota di ridotte dimensioni che al posto di telecamere e visori imbarca bombe ed esplosivi; avvistato l’obiettivo si lancia in picchiata e si fa esplodere al momento dell’impatto.

Realizzarlo non comporta grossi investimenti finanziari e un po’ ovunque ci si sta attrezzando per acquistarlo e utilizzarlo nei campi di battaglia.

Drone Kamikaze

Secondo il sito Africa Intelligence potrebbe essere il Marocco di re Muhammad VI ad affermarsi presto come uno dei maggiori produttori di droni kamikaze nel continente africano e questo grazie alla collaborazione del complesso militare-industriale israeliano. “Il Marocco si sta specializzando nello sviluppo dei droni kamikaze, apparati relativamente semplici da costruire ma dagli effetti devastanti, grazie ad Israele”, riporta Africa Intelligence.

Non sono stati forniti ulteriori dettagli, ma è presumibile che sarà l’holding aerospaziale IAI – Israel Aerospace Industries a fornire al paese nordafricano il know how e le tecnologie necessarie alla realizzazione dei velivoli senza pilota auto esplodenti, attraverso la propria controllata BlueBird Aero Systems, azienda con sede e stabilimenti a Kadima, specializzata nella produzione di micro e minidroni e UAS (Unmanned Aerial Systems) tattici.

Defence News, sito statunitense specializzato nel settore difesa, ha raccolto le dichiarazioni dell’analista marocchino Mohammad Shkeir. “Marocco ed Israele stanno per sottoscrivere un accordo che consentirà ai due paesi di cooperare nel settore dei droni kamikaze”, ha spiegato. “Si attende la visita ufficiale a Rabat del ministro della difesa israeliano per avviare la produzione in Marocco di questi piccoli velivoli senza pilota. Inoltre dovrebbe essere firmato un contratto per la fornitura all’esercito marocchino di sistemi missilistici a corto e medio raggio in modo da rafforzare i propri arsenali, così come di blindati e carri armati che potranno essere utilizzati in un eventuale conflitto che potrebbe scoppiare con l’Algeria o per paralizzare ogni movimento del Fronte Polisario nei pressi del muro innalzato nel Sahara occidentale”.

Muhammad VI, re del Marocco

Non sarebbe ancora stata prescelta la località che ospiterà gli impianti industriali per i droni kamikaze, ma sempre secondo Mohammad Shkeir, verrà creata ad hoc una joint venture israelo-marrocchina e con l’apporto di capitali statunitensi. Attualmente esiste un’azienda marocchina che si è specializzata nella progettazione di velivoli senza pilota, la Bio Cellular Design Aeronautics con sede a Casablanca, che ha presentato nel 2018 un primo prototipo di drone da riconoscimento e intelligence (MA-1) all’Air Show di Marrakech.

Il regime di re Muhammad VI ha avviato i contatti con i manager di IAI – Israel Aerospace Industries già a partire dall’inizio di quest’anno. A luglio la Direzione Nazionale Cyber d’Israele ha annunciato che il suo responsabile, Yigal Unna (già capitano della 8200 Intelligence Unit, l’unità israeliana d’eccellenza di spionaggio militare), aveva sottoscritto un accordo con le autorità marocchine per “consentire il trasferimento di saperi e tecnologie da parte delle aziende israeliane”.

Tecnicamente i droni kamikaze vengono classificati come loitering munitions, cioè munizioni che esplodono quando raggiungono l’obiettivo. “Il Marocco li testerà e se dimostreranno la loro capacità operativa, verrà avviata la loro produzione”, ha aggiunto l’analista a Defence News. “Tuttavia l’eventuale produzione non sarà limitata a un solo modello, ma successivamente includerà altre tipologie di droni che potranno essere usate in differenti campi militari”.

Il Marocco ha già ricevuto in passato droni di guerra di produzione israeliana. Secondo il quotidiano Times of Israel, il 26 gennaio 2020 sono stati consegnati all’aeronautica militare marocchina quattro velivoli senza pilota MALE (Medium Altitude Long Endurance) “Heron TP” di produzione IAI, del costo complessivo di 48 milioni di dollari. Il contratto era stato firmato nel 2014; non essendoci al tempo relazioni formali tra i due paesi, l’holding israeliana affidò la commessa all’industria francese Dassault. Le forze armate francesi avevano utilizzato gli “Heron” in Afghanistan e dopo il loro ritiro dal fronte di guerra, Dassault ha dovuto attendere quasi sei anni per l’ok del governo di Parigi al trasferimento in Marocco.

L’“Heron” è un velivolo senza pilota utilizzato per svolgere un ampio ventaglio di missioni strategiche (sorveglianza, riconoscimento e intelligence, acquisizione di dati sugli obiettivi da colpire, ecc.), ma può essere facilmente convertito in drone d’attacco con il lancio di missili aria-superficie.

L’aeronautica militare marocchina si è fornita a partire del 2017 anche di tre droni tattici “Hermes 900” prodotti da un’altra grande azienda aerospaziale israeliana, Elbit Systems Ltd.. Questi velivoli sarebbero attualmente schierati nelle basi aeree di Meknès e Dakhla, a disposizione delle unità d’intelligence.

Il Marocco dispone inoltre dei droni spia Sky Eye R4E 5O (prodotti da un consorzio britannico-statunitense in cui sono presenti i gruppi industriali McDonnell Douglas e BAE Systems), anch’essi utilizzati per “vigilare” il muro nel Sahara occidentale contro il fronte Polisario.

A fine 2020 l’agenzia Reuters ha riferito che l’amministrazione USA ha avviato una trattativa con le autorità marocchine per la vendita di quattro droni MQ-9B SeaGuardian; nei mesi scorsi il produttore, General Atomics Aeronautical Systems, ha integrato le misure di protezione elettronica di questi velivoli con il sistema ESM “Sage 750” dell’industria italiana Leonardo (ex Finmeccanica). Ad aprile 2021 Rabat ha ufficializzato infine l’accordo con l’industria bellica turca Baykar per l’acquisto di 13 droni da combattimento “Bayraktar TB2”, la cui consegna è prevista entro la fine dell’anno. La società turca è controllata dall’uomo d’affari Selçuk Bayraktar, genero del presidente Recep Tayyip Erdogan.

Il Marocco insieme a Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Sudan ha normalizzato le proprie relazioni diplomatiche e commerciali con Israele nell’ambito dei cosiddetti Accordi di Abramo, promossi dall’amministrazione Trump alla vigilia della fine del suo mandato. Dopo l’accordo formale sottoscritto da Rabat e Tel Aviv il 10 dicembre 2020, gli Stati Uniti hanno riconosciuto la “sovranità” del Marocco sui territori dell’ex Sahara spagnolo illegalmente occupati nel 1973.

Contestualmente all’avvio delle consultazioni per la cooperazione in ambito militare-industriale, Marocco e Israele hanno avviato alcune esercitazioni congiunte. Secondo The Jerusalem Post, lo scorso 4 luglio un grande aereo da trasporto C-130 dell’Aeronautica marocchina è atterrato nella base aerea di Hatzor, nel sud d’Israele, per partecipare ad intense attività addestrative aeree. “Il C-130 è stato il primo velivolo di una forza aerea nordafricana ad atterrare in Israele”, conclude il quotidiano.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
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Rastrellamento di migranti in Libia: arrestati in 4000 nella periferia di Tripoli

Africa ExPress
3 ottobre 2021

I primi a cadere nelle fauci delle delle forze dell’ordine libiche sono stati gruppi di eritrei, catturati durante un rastrellamento a Gargaresc – sobborgo a circa 12 chilometri da Tripoli – all’alba di venerdì. Tra loro donne, alcune incinta, bambini, giovani, molti di loro registrati all’UNHCR, in attesa di una relocation.

Molti migranti sono in Libia da anni, passati da una galera all’altra durante questo lungo soggiorno e c’è chi ha già tentato la traversata svariate volte per raggiungere le nostre coste, la porta d’entrata dell’Europa, poi respinti dalla guardia costiera libica e riportati all’inferno.

Rastrellamento di migranti in Libia

Lo stringer di Africa-Express, ora al sicuro in un Paese europeo, raggiunto telefonicamente dalla nostra redazione ieri mattina, ha raccontato che uno dei suoi amici più cari è stato ferito durante la razzia.

Tra venerdì e sabato sono stati arrestati 4.000 migranti di varie nazionalità. Il primo ministro del governo di transizione, Abdelhamid Dbeibah, si è congratulato sul suo account Twitter con la polizia, chiamandoli “eroi del ministero degli Interni” per lo splendido lavoro svolto nell’ambito di un’operazione volta a fermare il traffico di droga. Le autorità ritengono, che molti rifugiati nel Paese siano coinvolti in traffici illeciti. Peccato che il ministero degli Interni non abbia poi fatto menzione alcuna dell’arresto di trafficanti di droga, di esseri umani o di armi.

E’ chiaro che la razzia era ben pianificata con il solo scopo di riportare nelle luride galere libiche i migranti “illegali”. E Dax Roque, direttore di Norwegian Refugee Council in Libia, ha detto di essere molto preoccupato per le condizioni di detenzione dei migranti. Le carceri sono sovraffollate, malsane; torture, violenze sessuali nonché estorsioni fanno parte della quotidianità dei detenuti.

La ONG ha chiesto alle autorità libiche l’immediato rilascio dei migranti e rifugiati e uno stop alle repressioni in atto nei loro confronti.

Rappresentanti dell’Organizzazione delle Nazioni Unite hanno rilevato che un migrante è stato ucciso durante l’operazione di polizia, almeno altri 15 sono stati feriti. Tutte le persone arrestate erano disarmate, sono state perseguitate nelle loro abitazioni, picchiate, maltrattate e alcune colpite persino da pallottole.

Mentre venivano effettuati migliaia di arresti nel Paese, un nuovo naufragio si è consumato a largo delle coste libiche. Secondo l’UNHCR i dispersi sono almeno 40, due corpi senza vita sono già stati recuperati, mentre 89 persone, inclusi 8 donne 3 bambini, sono state riportate a Tripoli.

Strage di Lampedusa
3 ottobre 2013

E proprio oggi si celebra in Italia la Giornata della Memoria e dell’Accoglienza, in virtù della legge 45/2016. La ricorrenza è stata istituita per ricordare e commemorare tutte le vittime dell’immigrazione e promuovere iniziative di sensibilizzazione e solidarietà dopo il naufragio del 3 ottobre 2013, dove persero la vita 368 persone. Bambini, donne e uomini che cercavano di raggiungere l’Europa nel disperato tentativo di trovare sicurezza.

Intanto l’UE e l’Italia continuano a finanziare la guardia costiera libica per intercettare le barche della speranza.

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Ucciso un casco blu in Mali. Crimini contro civili dei mercenari russi in Centrafrica

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
2 ottobre 2021

Nelle prime ore di oggi pomeriggio in Mali è stato ucciso un casco blu della missione dell’ONU (MINUSMA). La vettura su cui viaggiava con altri commilitoni, ha urtato un ordigno esplosivo artigianale, ed saltata per aria. Tre, o forse anche quattro dei suoi compagni  sono rimasti gravemente feriti. Finora non è stata resa nota la nazionalità dei militari del contingente internazionale coinvolti nell’incidente odierno.

MINUSMA, missione dell’ONU in Mali

L’imboscata è stata tesa vicino a Tessalit, nella regione del Kidal, vicino alla frontiera con l’Algeria. Le notizie sono ancora frammentarie, le indagini sono ancora in corso.

Il grave incidente è stato comunicato via Twitter dal capo di MINUSMA, il mauritano El-Ghassim Wane.

Poco più di una settimana fa è morto anche un militare francese dell’Operazione Barkhane. Maxime Blasco, faceva parte del settimo regimento dei cacciatori alpini di Varces, e è stato ucciso durante un’operazione di ricognizione nella regione di Gossi, poco distante dalla frontiera con il Burkina Faso.

E’ la 52esima vittima francese dal 2013, da quando cioè le truppe d’Oltralpe sono presenti in Mali nella lotta contro i gruppi jihadisti.

Come annunciato dal governo di Bamako, presto arriveranno i contractor russi, incaricati di assicurare l’insicurezza che vige in molte regioni del Mali. Peccato che in Centrafrica, dove il gruppo Wagner, che impiega i mercenari, è presente da diversi anni, pace, sicurezza e stabilità non siano ancora tornate.

Mercenari russi del gruppo Wagner

Un gruppo di lavoro di esperti indipendenti dell’Organizzazione delle Nazioni Unite ha recentemente stilato un rapporto approfondito sulle gravi violazioni dei diritti umani, comprese esecuzioni sommarie, commesse dei contractor russi nella Repubblica Centrafricana. Al loro fianco sono stati individuati anche alcuni siriani. Infatti, sembra che un numero imprecisato di soldati di ventura del Paese mediorientale, miliziani che hanno combattuto a fianco degli uomini mandati dal Cremlino in Libia, siano stati dirottati in Centrafrica.

Il governo di Bangui, dopo le accuse dell’ONU, ha aperto un fascicolo sui presunti abusi e violenze dei mercenari. Il rapporto è stato presentato alla stampa ieri e il ministro della Giustizia della Repubblica Centrafricana, Arnaud Djoubaye Abalene, ha sostenuto: “Le responsabilità degli incidenti che si sono verificati recentemente sono imputabili a tre distinti gruppi: i ribelli ma non solo. Anche le nostre forze di sicurezza e gli istruttori russi sono responsabili di crimini nei confronti della popolazione civile.

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Il G5 Sahel a Bamako, lancia un nuovo contingente africano contro i jihadisti

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La Russia alla conquista del Mali: in arrivo mercenari e un arsenale bellico

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
2 ottobre 2021

Era nell’aria da tempo, ora è ufficiale. Il Mali volta pagina e si lascia sedurre da Mosca. La tattica russa è sempre la stessa, mezzi di combattimento, mercenari, in cambio del controllo delle risorse minerarie.

Mentre Emmanuel Macron è ancora sotto shock per le parole pronunciate dal primo ministro del governo di transizione del Mali, Choguel Kokalla Maïga, all’assemblea generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite a New York, sabato 25 settembre, ieri Mosca ha inviato 4 elicotteri militari, armi e munizioni al governo di Bamako.

Giovedì scorso, alla cerimonia di chiusura di Africa 2020, il presidente francese è letteralmente esploso e poco diplomaticamente ha sbraitato: “E’ una vergogna, per quello che non è nemmeno un governo”, ritenendo poco legittimo l’attuale regime politico maliano, al potere dopo ben due colpi di Stato.

Il ministro della Difesa maliano, Sadio Camara, ha precisato che i velivoli sono stati acquistati dal suo governo, mentre armi e munizioni sono un dono di Mosca. Il contratto preliminare per l’acquisizione degli elicotteri è stato siglato nel dicembre dello scorso anno e è entrato in vigore nel giugno 2021. Camara ha elogiato i russi per la rapidità e la solerzia nella consegna dei mezzi. “Mosca ha  dimostrato davvero di essere un partner affidabile, come sempre del resto”, ha aggiunto Camara.

Elicotteri russi Mi-171 arrivati a Bamako, Mali

A settembre Bamako aveva fatto sapere di essere in trattative con i mercenari del gruppo Wagner, un’organizzazione di mercenari dell’ex impero sovietico. I suoi paramilitari hanno giocato un ruolo strategico nell’Ucraina orientale (soprattutto quando la Crimea è stata invasa dalle truppe russe nel 2014) e in Siria, a difesa del dittatore Bashar al-Assad. Ma la loro espansione in Africa si è sviluppata soprattutto nella Repubblica Centrafricana, Mozambico e più discretamente in Libia e in Sudan.

Una quindicina di giorni fa l’agenzia Reuters aveva fatto trapelare dettagli in esclusiva sulle trattative delle autorità maliane con i contractor di Mosca. Diversi fonti avrebbero confermato che mille uomini del gruppo potrebbero arrivare presto nella ex colonia francese per un costo di 10,8 milioni di dollari mensili, con il compito di addestrare le forze armate. Non solo,  dovrebbero anche essere responsabili della sicurezza personale di alcuni alti funzionari dello Stato, come accade da anni in Centrafrica.

Finora non ci sono conferme ufficiali, ma tutto lascia intendere che il contratto tra gli irregolari di Mosca e Bamako sia pronto. Non si conoscono i dettagli e non è dato sapere cosa siano disposte a dare in cambio al Cremlino le autorità maliane, oltre al lauto pagamento alla società Wagner.

Florence Parly, ministro della Difesa francese, qualche giorno fa aveva lanciato un severo avvertimento: “Se il Mali dovesse davvero ricorrere ai mercenari russi, il Paese sarà isolato e perderà l’appoggio della comunità internazionale, attualmente impegnata anche con le sue truppe nel Paese. Basti vedere cosa sta accadendo in Centrafrica”.

Macron è andato su tutte le furie dopo le esternazioni di Choguel Kokalla Maïga che, durante la 76ma sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha accusato la Francia di voler abbandonare il suo Paese. E il primo ministro maliano ha aggiunto: “La nuova situazione ci ha costretto a cercare vie e mezzi per assicurare sicurezza in maniera autonoma o con nuovi partner”.

Choguel Kokalla Maïga, primo ministro del governo di transizione del Mali

D’altronde, il ministro degli esteri di Putin, Sergueï Lavrov, a margine dell’Assemblea generale dell’ONU, ha fatto intendere implicitamente, senza però nominare apertamente i contractor russi, che i mercenari sarebbero già presenti in Mali. “Le autorità di Bamako si sono rivolte a una società militare privata del mio Paese per combattere il terrorismo, visto che la Francia vuole ridurre sensibilmente il proprio contingente, cosa che capisco perfettamente”, ha detto Lavrov.

A luglio, durante la conferenza G5 Sahel, che comprende i Paesi maggiormente colpiti e esposti alla minaccia terrorista: Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad e Mauritania, il presidente francese, Emmanuel Macron, aveva annunciato ufficialmente il ritiro parziale dell’Opération Barkhane. Il contingente francese, che attualmente conta 5.100 uomini in tutto il Sahel, dovrebbe essere ridotto del 40 per cento. Dunque la Francia sarà presente solo con 2.500, al massimo 3.000 unità.

Se da un lato Opération Barkhane è praticamente terminata, la task force Sabre (forze speciali francesi) continuerà a dare la caccia ai terroristi. Per altro anche il nuovo contingente europeo Takuba, (Spada in lingua tuareg), missione multinazionale interforze con il mandato ufficiale di addestrare e assistere le forze armate del Mali nella lotta contro i gruppi armati jihadisti attivi nel Sahel è ormai operativo.

Sotto comando francese, Takuba vede operare congiuntamente i militari di diversi Paesi europei (oltre alla Francia, Belgio, Danimarca, Estonia, Romania, Germania, Grecia, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Spagna, Svezia e Italia), in coordinamento con altri attori internazionali, in particolare US Africom, il comando delle forze armate statunitensi per il continente africano e MINUSMA, la missione delle Nazioni Unite di stabilizzazione del Mali.

Cornelia I. Toelgyes
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Sahel: la Francia riduce le truppe mentre la base operativa europea sarà in Niger

Dopo Medici senza Frontiere, Addis Ababa espelle 7 alti funzionari dell’ONU

Africa ExPress
30 settembre 2021

Sette diplomatici dell’Organizzazione delle Nazione Unite sono state dichiarate persona non grata dal governo di Addis Ababa e dovranno lasciare il Paese entro tre giorni.

Il rappresentante dell’UNICEF in Etiopia, cinque diplomatici dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari (OCHA) e un responsabile dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’ONU sono stati accusati di interferenze negli affari interni dell’Etiopia.

 

Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU

Le pressioni dell’ONU sul governo etiopico sono stati insistenti in questi mesi proprio per favorire i corridoi umanitari; i funzionari si sono spesso lamentati di lungaggini amministrative e dei blocchi dei TIR, carichi di generi alimentari e beni di prima necessità per la popolazione, Ovviamente Abiy Ahmed, primo ministro etiopico e Premio Nobel per la Pace non ha gradito.

E proprio il britannico Martin Griffiths, a capo di OCHA, ha paragonato la catastrofe che si sta consumando nel Tigray alla carestia degli anni Ottanta in Etiopia.

Martin Griffiths, capo di OCHA

Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU, appena appreso la notizia, ha detto di essere letteralmente scioccato dall’espulsione dei diplomatici dell’Organizzazione e ha sottolineato che tutte le operazioni umanitarie delle Nazioni Unite si basano su principi fondamentali di umanità, imparzialità, neutralità e indipendenza. Guterress ha altresì espresso la sua piena fiducia a tutto il personale del Palazzo di Vetro che opera in Etiopia.

In precedenza Addis Ababa aveva già sanzionato altre organizzazioni umanitarie, come Medici senza Frontiere e Consiglio Norvegese per i Rifugiati (NRC). Le attività di entrambe le organizzazioni sono ancora sospese.

Gli Stati Uniti hanno condannato l’espulsione dei diplomatici dell’ONU e il portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, in un comunicato ha specificato che Washinton non esiterà a mettere in atto sanzioni finanziarie nei confronti degli attori principali, responsabili del conflitto nel nord dell’Etiopia.

Africa ExPress
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L’Etiopia del Nobel massacra i tigrini e riduce i quadri delle ambasciate

Ecatombe in Etiopia: strage di bambini. La fame non fa rumore, uccide in silenzio

Gli Stati Uniti chiedono l’immediato ritiro delle truppe eritree dal Tigray