Sette diplomatici dell’Organizzazione delle Nazione Unite sono state dichiarate persona non grata dal governo di Addis Ababa e dovranno lasciare il Paese entro tre giorni.
Il rappresentante dell’UNICEF in Etiopia, cinque diplomatici dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari (OCHA) e un responsabile dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’ONU sono stati accusati di interferenze negli affari interni dell’Etiopia.
Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU
Le pressioni dell’ONU sul governo etiopico sono stati insistenti in questi mesi proprio per favorire i corridoi umanitari; i funzionari si sono spesso lamentati di lungaggini amministrative e dei blocchi dei TIR, carichi di generi alimentari e beni di prima necessità per la popolazione, Ovviamente Abiy Ahmed, primo ministro etiopico e Premio Nobel per la Pace non ha gradito.
E proprio il britannico Martin Griffiths, a capo di OCHA, ha paragonato la catastrofe che si sta consumando nel Tigray alla carestia degli anni Ottanta in Etiopia.
Martin Griffiths, capo di OCHA
Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU, appena appreso la notizia, ha detto di essere letteralmente scioccato dall’espulsione dei diplomatici dell’Organizzazione e ha sottolineato che tutte le operazioni umanitarie delle Nazioni Unite si basano su principi fondamentali di umanità, imparzialità, neutralità e indipendenza. Guterress ha altresì espresso la sua piena fiducia a tutto il personale del Palazzo di Vetro che opera in Etiopia.
In precedenza Addis Ababa aveva già sanzionato altre organizzazioni umanitarie, come Medici senza Frontiere e Consiglio Norvegese per i Rifugiati (NRC). Le attività di entrambe le organizzazioni sono ancora sospese.
Gli Stati Uniti hanno condannato l’espulsione dei diplomatici dell’ONU e il portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, in un comunicato ha specificato che Washinton non esiterà a mettere in atto sanzioni finanziarie nei confronti degli attori principali, responsabili del conflitto nel nord dell’Etiopia.
Colpo di scena nel mondo arabo. Rompendo tutte le tradizioni, per la volta una donna diventa capo del governo. Accade in Tunisia dove presidente tunisino, Kaïs Saïed, dopo essersi appropriato di poteri eccezionali per quasi 10 settimane, ha finalmente nominato un nuovo primo ministro, una donna, Najla Bouden Romdhane. Un fatto senza precedenti, è la prima volta che una signora occupa questa prestigiosa poltrona nel Paese nordafricano.
Najla Bouden Romdhane, nuovo primo ministro donna della Tunisia
La nuova premier della Tunisia ha 63 anni, laureata in geologia, funzionario del ministero dell’ Istruzione Superiore, con l’incarico di facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro dei giovani neo-diplomati. Ora alla signora spetta il compito di formare un nuovo governo nel più breve tempo possibile.
Missione non semplice, in quanto la signora dovrà coordinare ogni suo passo con Saïed, perchè, come la presidenza ha fatto intendere, il capo del governo dipende direttamente dal capo dello Stato.
Saïed ha dovuto cedere alle pressioni della società civile, che non aveva per nulla gradito il suo esercizio solitario del potere. Dopo le dimissioni dell’allora primo ministro Elyes Fakhfakh il 15 luglio scorso, il 25 luglio il presidente ha congelato il parlamento e ha preso in mano anche il potere giudiziario. Pochi giorni fa, il 22 settembre, un decreto presidenziale ha poi ufficializzato il colpo di forza di luglio, permettendogli così anche di legiferare solamente tramite decreti.
Oggi il presidente ha sottolineato più volte che la nomina di una donna come primo ministro rappresenta un fatto storico, precisando: “E’ un onore per la Tunisia e un omaggio alle donne tunisine”.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
28 settembre 2021
Colpevoli di aver commesso il fatto, è il verdetto emesso dalla commissione d’inchiesta esterna che ha svolto le indagini per l’Organizzazione Mondiale della Sanità sugli abusi sessuali commessi da operatori dell’agenzia ONU e di alcune ONG durante l’epidemia di ebola 2018-2020 nella Repubblica Democratica del Congo.
Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS
La commissione ha presentato oggi il proprio rapporto di 35 pagine a Ginevra. Nell’ inchiesta vengono accusati ben 83 operatori, tutti coinvolti in orribili crimini di natura sessuale: tra loro 21 lavoravano per l’agenzia dell’ONU. Quattro ancora sotto contratto, sono stati silurati immediatamente; tutti gli altri avevano già terminato il rapporto di lavoro, sono però stati banditi a vita dall’organizzazione.
Intanto anche due alti funzionari dell’OMS sono stati messi in congedo amministrativo, avrebbero dovuto esercitare maggiore attività di controllo; si sta cercando di individuare ancora altri personaggi, che eventualmente potrebbero essere coinvolti in questa incredibile vicenda.
Oltre 50 donne avevano affermato di essere state sfruttate o di avere subito abusi sessuali da uomini, per lo più stranieri, che si erano qualificati come operatori umanitari/sanitari a Beni nel Nord-Kivu, provincia fortemente colpita dalla decima epidemia di ebola tra il 2018 e giugno 2020.
L’agenzia di stampa New Humanitarian e la Fondazione Reuters avevano condotto indagini per oltre un anno. E, secondo Reuters, che aveva reso pubblico il rapporto nell’autunno 2020, le signore avrebbero lavorato come cuoche o donne per le pulizie con contratti a termine per stipendi che variavano tra $ 50 e $ 100 mensili, corrispondenti oltre al doppio della paga normale.
Il tanto atteso fascicolo d’inchiesta presentato oggi, evidenzia ben 9 stupri, commessi sia da stranieri che congolesi e conferma l’assunzione delle donne in cambio di prestazioni sessuali. “I colpevoli di questi reati avrebbero rifiutato di usare preservativi durante i rapporti e ben 29 donne sono rimaste incinte e alcune sono poi state costrette a abortire”, ha specificato Malick Coulibaly, un membro della commissione d’inchiesta.
Una ragazzina di soli 14 anni ha raccontato agli inquirenti di essere stata fermata da un autista di OMS mentre vendeva schede ricaricabili per cellulari. L’uomo le aveva offerto un passaggio fino alla sua abitazione. Ma a casa non è arrivata subito. L’energumeno l’ha portata in un albergo, dove l’ha violentata. Nove mesi dopo ha dato alla luce a un maschietto, figlio del suo aguzzino.
Congo-K: donne vittime di abusi sessuali
Altre signore hanno confermato di essere state continuamente molestate e costrette a avere rapporti sessuali con uomini – tutti con mansioni di supervisori – per mantenere il proprio lavoro, per essere pagate o per avere uno stipendio migliore. Alcune altre, che si sono rifiutate di sottomettersi, sono state licenziate in tronco.
Il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus (che tra l’altro è candidato per un secondo mandato), ha chiesto scusa alle donne, ai loro familiari, per il comportamento dei suoi (ex) impiegati. “Sono davvero dispiaciuto, terribilmente dispiaciuto. Leggere il rapporto di 35 pagine è stato straziante. Ciò che è successo non deve accadere mai più a nessuno. Non ci sono scuse per quanto è accaduto. I vostri aguzzini dovranno rispondere dei reati commessi. Tolleranza zero per crimini sessuali”.
Il governo del Congo-K e altre organizzazioni umanitarie hanno promesso di investigare sugli abusi sessuali che hanno coinvolto anche loro dipendenti.
Speciale Per Africa ExPress Luciano Bertozzi
Settembre 2021
Nel Mali si moltiplicano gli omicidi di civili, sia da parte dei terroristi e sia da parte delle forze di sicurezza. Lo afferma la missione ONU nel Paese (MINUSMA) in un rapporto del 30 agosto scorso. Nel secondo trimestre 2021 sono stati registrati 527 civili morti, altri sono stati feriti o sono scomparsi (+ 25 per cento rispetto al primo trimestre 2021).
L’ONU ha evidenziato che il 54 per cento di tali violenze sono state causate dagli irregolari; nel 20 per cento dei casi da parte delle milizie e gruppi di autodifesa; per il 6 per cento ad opera delle forze di sicurezza e del Mali (FDSM) e nel 9 per cento causate dalle forze internazionali. In particolare queste ultime hanno ucciso 26 civili, mentre le FDSM ne hanno uccisi 20.
Abusi diritti umani in Mali
In questo lungo elenco di orrori sono segnalati anche casi di torture, in occasione di arresti e detenzioni di sospetti appartenenti al gruppo terrorista Jama’at nusrat al-Islam wal Muslimin (JNIM) o altri gruppi simili. La milizia Dan Nan Ambassagou ha rapito 54 civili per costringere i membri della loro comunità ad appoggiarli finanziariamente imponendo un riscatto di 7.000 dollari.
Guerra dilagante
In un contesto di guerra sempre più dilagante si inserisce il possibile invio dei militari del gruppo russo Wagner. Per scongiurare tale eventualità la ministra della difesa francese, Florence Party, pochi giorni fa ha incontrato le autorità di Niger e Mali minacciando pesanti conseguenze e ha confermato che la missione Barkhane, composta da 5.200 soldati verrà dimezzata. Ma l’impegno militare francese continuerà, a partire dal rafforzamento della base aerea in Niger.
La Francia ha sospeso in via precauzionale le operazioni militari in Mali, in attesa che il governo ad interim, dominato dall’esercito, garantisca una transizione politica verso un’esecutivo a guida civile.
L’Operazione Barkhane è in corso dal 2014 e coinvolge Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger. Per i francesi l’intervento militare non è più sostenibile nè politicamente nè economicamente, a fronte di una cinquantina di caduti e una spesa di un miliardo di euro, i risultati militari sono stati scarsi. Gran parte del territorio, infatti, è sconvolto dai combattimenti.
Nonostante i due colpi di Stato che hanno sconvolto il Mali e la conseguente decisione francese di sospendere la missione militare nel Paese, l’Italia è sempre più impegnata nel Sahel, per contrastare l’immigrazione clandestina.
Un’altra base italiana
In luglio il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ha annunciato in parlamento la realizzazione di una seconda base in Niger, dopo quella a Gibuti, e il provvedimento sulle missioni militari all’estero ha autorizzato il dispiegamento di circa 250 soldati in Mali, con un notevole incremento rispetto al 2020. Ciononostante nessun parlamentare ha espresso riserve!
Secondo il rapporto di Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU, del 6 maggio 2021, Children and armed conflict, nel 2020 le forze armate del Mali hanno reclutato e utilizzato minorenni in 23 casi.
Anche la Francia è sotto accusa. Il 3 gennaio scorso, nel Mali centrale, gli aerei di Parigi hanno scambiato un matrimonio per un raduno terroristico. Il bombardamento ha causato la morte di almeno 19 civili. In un rapporto pubblicato il 30 marzo, MINUSMA ha confermato l’episodio e ha chiesto ulteriori indagini alle autorità maliane e francesi, oltre a risarcimenti per le famiglie delle vittime.
Anche altre fonti evidenziano la brutalità delle forze di sicurezza. Una ricerca dell’Institute on Security Studies (ISS), dell’aprile scorso sottolinea come le forze locali e straniere schierate per combattere il terrorismo nel Sahel stiano facendo sempre più vittime civili.
L’UA ha sospeso il Mali
Mentre l’Italia non si pone alcun problema, il resto del mondo non resta a guardare. L’ECOWAS (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale cui aderiscono 15 Paesi) nei giorni scorsi ha imposto sanzioni contro coloro che rallentano la transizione post-golpe in Mali.
Il 7 settembre la medesima organizzazione aveva espresso preoccupazione “per la mancanza di azioni concrete” per le prossime elezioni, che dovrebbero tenersi entro febbraio 2022. Anche L’Unione Africana ha sospeso il Mali dal 1° giugno e ha minacciato di applicare sanzioni in seguito al secondo colpo di Stato militare nell’arco di nove mesi.
L’UA ha chiesto il “ritorno incondizionato dell’esercito nelle caserme” e che i militari si astengano dall’interferire ulteriormente nel processo politico del Mali. Se i soldati non restituiranno il potere a leader civili del governo di transizione, il Consiglio dell’UA “non esiterà ad adottare sanzioni mirate e altre misure punitive”.
Sarebbe necessario, invece, avviare un processo di riconciliazione nazionale, un dialogo anche con i gruppi armati per avviare, sul piano istituzionale, riforme che distribuiscano le risorse a tutta la popolazione e ponendo fine alla proliferazione delle armi provenienti soprattutto dalla Libia, dagli ex arsenali di Gheddafi, riforniti con il contribuito anche l”Italia.
Per quanto riguarda in particolare il nostro Paese, gli aiuti militari dovrebbero essere subordinati all’effettivo rispetto delle libertà fondamentali. Ma l’Italia sembra non aver imparato nulla dalla fallimentare missione in Afghanistan e continua a rispondere a profondi problemi politici solo con le armi.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
27 settembre 2021
La classe politica al potere in Sud Sudan continua attingere dalle casse dello Stato in modo assai disinvolto, mettendo sempre più a rischio il già fragile accordo di pace siglato a Khartoum nel 2018.
In base a un rapporto della Commissione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite nel Sud Sudan, dal 2018 a oggi sono stati sottratti beni e denaro pubblico per 73 milioni di dollari, 39 milioni spariti in soli due mesi.
Un vero e proprio saccheggio di beni pubblici e le cifre indicate sopra sono solo una minima parte di quanto è stato rubato. Per stessa ammissione di Salva Kiir, presidente del più giovane Stato della Terra, nel 2012 l’élite al potere ha sgraffignato niente meno che 4 miliardi di dollari.
Salva Kiir, presidente del Sud Sudan, a destra e Riek Machar, leader dell’opposizione e primo vice-presidente
La popolazione è allo stremo dalla feroce guerra civile che ha causato la morte di oltre 400 mila civili. La malversazione su vasta scala a danno delle casse dello Stato mette a rischio i diritti umani nonché la sicurezza della popolazione, ha specificato la Commissione nel suo rapporto. Gli esperti dell’ONU hanno chiesto l’attuazione di una politica economica seria e il rispetto dei termini dell’accordo del 2018.
Il rapporto accusa tutta l’élite – politici, responsabili del governo, membri delle forze armate, istituzione e banche internazionali – di adottare sistemi “molto informali” per attingere dalle entrate petrolifere, senza controllo indipendente o trasparenza.
E’ evidente che il denaro pubblico sottratto in modo illecito alimenta, inoltre, le rivalità tra i vari leader politici. Contrasti che favoriscono nuovi conflitti, violenze, compromettendo seriamente le prospettive di una pace durevole.
Secondo la commissione, la leadership sud sudanese sarebbe inoltre responsabile del massacro di 100 civili negli scontri tra comunità di etnia Azande e Balanda nella contea di Tambura, in Equatoria Occidentale (uno dei 10 stati del Sud Sudan).
Testimoni oculari hanno riportato che donne e ragazzine sarebbero state violentate e stuprate prima di essere brutalmente ammazzate. Ottantamila persone sono fuggite dai loro villaggi, centinaia di bambini sono stati separati dai loro genitori.
Persone in fuga da scontri etnici in Sud Sudan
Davanti al Consiglio dei Diritti Umani a Ginevra, Yasmin Sooka, presidente della Commissione ONU per il Sud Sudan, ha accusato senza giri di parole sia le forze armate sudanesi (SSPDF), sia gli irregolari del Sudan People’s Liberation Army/In Opposition (SPLA/IO) – forze controllate dal vice presidente Riek Machar durante la guerra civile – di aver armato le due etnie (Azande e Balanda). SSPDF e SPLA/IO non hanno rilasciato alcun commento finora.
Ma la Sooka non risparmia nemmeno i leader del Paese, che, secondo lei, sono co-responsabili di queste inaudite violenze. Si è arrivati a questo, perchè finora il Paese non è riuscito ancora a unificare gli eserciti, uno dei punti chiave dell’accordo di pace. Addestramenti congiunti sono stati interrotti nel marzo 2020 a causa della pandemia.
Azende e Balanda hanno convissuto pacificamente per secoli, ha suscitato dunque molto stupore perchè tra le due etnie si siano create improvvisamente rivalità, sfociate addirittura in violentissimi scontri. Il governatore dell’Equatoria Occidentale, Alfred Futuyo Karaba, ritiene che dietro tutta questa vicenda ci siano quattro politici di rilevanza nazionale, accuse ritenute false dal vice-governatore dello stato, Gaaniko Kennedy, come riporta l’Agenzia Fides in un suo articolo dell’agosto scorso. Intanto si apprende che Kiir ha formato un comitato d’inchiesta per far luce sulle cause scatenanti del conflitto in atto a Tambura: l’incarico è trovare una soluzione per porre termine alle violenze.
I ranger della Southern African Foundation for the Conservation of Coastal Birds sono rimasti esterrefatti quando hanno trovato 63 pinguini riversi per terra, morti stecchiti a Boulders Beach, Simon’s Town, vicino a Città del Capo, Sudafrica.
Spheniscus demersus (il nome scientifico di questi uccelli marini), chiamati comunemente Jackass, (somaro n.d.r.) perchè comunicano tra loro con un raglio simile a quello di un asino, sono stati attaccati dalle api, diagnosi confermata dopo le analisi post mortem. Alcuni di loro presentavano moltissime punture di questi insetti, specie attorno agli occhi, dove la pelle è particolarmente sottile e sensibile. Anche altri animali di queste dimensioni sarebbero morti dopo una tale massiccia aggressione, hanno detto gli esperti.
Colonia di pinguini in Sudafrica, Boulders Beach, riserva Table Mountain National Park
La Fondazione animalista ha sottolineato in un breve comunicato che si tratta di una moria senza precedenti. Si sospetta che le api siano state disturbate nei loro nidi e infuriate avrebbero attaccato i poveri uccelli. Non si spiega altrimenti, perchè generalmente le due specie convivono senza problemi, fanno parte dell’ecosistema del parco nazionale. Vicino alle carcasse sono state trovate molte api morte. Questo insetto, a differenza delle vespe, dopo aver punto, muore.
La riserva Table Mountain National Park ospita l’unica colonia africana di questi uccelli marini, che dal 2010 sono passati dallo status di “vulnerabili” a quello di “in via di estinzione“. Nel 1956 – data del primo censimento – si contavano ben 150 mila coppie riproduttive, mentre nel 2009 si erano ridotte a 26 mila. Una diminuzione dell’80 per cento in cinquant’anni.
E se nel 2005 si sono schiuse 3.500 uova, nel 2001 sono nati solamente 2.100 piccoli pinguini. Una decrescita di natalità importante, dovuta ai cambiamenti climatici, distruzione del loro habitat, inquinamento marino, sovrasfruttamento della pesca, attività turistica irresponsabile e quant’altro.
Speciale Per Africa ExPress Luisa Espanet
Milano, 24 settembre 2021
Continua il legame tra la moda italiana e gli stilisti africani in una Milano Fashion Week (dal 21 al 27 settembre) puntata sempre di più sull’inclusione e la sostenibilità. Due i progetti. Il primo, alla terza edizione, è la Black Lives Matter in Italian Fashion, nato dalla collaborazione tra Camera Nazionale della Moda Italiana e Black Lives Matter in Italian Fashion Collective.
Questa volta sono stati scelti cinque talenti BIPOC (Black Indigenous People of Color) tutte donne che hanno frequentato scuole di moda in Italia, di cui due africane. Nyny Ryke Goungou di Lomé capitale del Togo, laureata al Naba di Milano, definisce la sua collezione ethical chic, per la scelta dei materiali, tutte fibre naturali, e la lavorazione studiata con le artigiane del Togo.
I capi sono leggeri, dalle linee sciolte, con dettagli sartoriali, nei colori forti della sua terra ma con tagli influenzati dal vestire giapponese.
Diversissima la collezione di Zineb Hazim di Fkih Ben Saleh, Marocco, studiata per la business woman musulmana. Una rivisitazione di abiti della cultura e dell’estetica islamica in una chiave valorizzante. Con grande uso di tessuti maschili come il Principe di Galles, femminilizzato da flash di colore.
Un modello della collezione Nyny Ryke Goungou
L’altro progetto, Fashion Bridges – I ponti della moda, presentato nel Fashion Hub di Camera Moda è realizzato con l’Ambasciata d’Italia a Pretoria, Sud Africa e la scuola Polimoda di Firenze.
Da vedere quattro piccole collezioni, da uomo e da donna, più espressioni di creatività che pezzi realmente portabili. Ognuna di queste è nata dal lavoro in coppia, ma a distanza, di uno studente dell’istituto fiorentino con un giovane designer della South African Fashion Week.
In questa prima tappa del progetto gli stilisti africani sono stati ospiti della Fashion Week milanese, mentre a ottobre i quattro studenti italiani saranno in Sud Africa per la Fashion Week di Johannesburg.
Nel reparto pediatrico dell’Ayder Referral Hospital di Makallé, il capoluogo del Tigray, nell’ultimo mese sono stati ricoverati sessanta bambini con malnutrizione grave. Sei piccoli sono morti nel frattempo. “Sono venuta a piedi dal nostro villaggio. Il mio bambino peggiorava di giorno in giorno. Non aveva nemmeno più la forza di piangere. Io non avevo più latte”, ha raccontato una mamma ai reporter di al-Jazeera.
Tigray: sfollati in attesa di aiuti umanitari
Testimonianze di disperazione, dolore, sofferenza di questa guerra, che si sta consumando dal 4 novembre 2020 nel Tigray, e che ora ha colpito anche le regioni vicine (Afar e Amhara).
Oggi come oggi l’ospedale di Makallè non può nemmeno garantire i pasti ai pazienti adulti e fra tre settimane termineranno anche le scorte di latte terapeutico per i piccoli affetti da malnutrizione. Le medicine sono merce rara, anche la corrente elettrica è un optional, le ambulanze sono ferme nei parcheggi del nosocomio per mancanza di carburante.
Le linee telefoniche sono interrotto quasi ovunque da giugno, da quando i “ribelli” hanno riconquistato il capoluogo e gli istituti di credito sono state tagliate fuori dal sistema bancario nazionale.
Dall’inizio del conflitto molti residenti delle aree rurali si sono riversati nel capoluogo in cerca di sicurezza. Ora sono costretti a dormire nelle scuole, dipendono in tutto e per tutto dagli aiuti umanitari che non arrivano. E la gente comincia a morire di fame anche nella stessa Makallè.
Finora sono rimasti inascoltati gli appelli rivolti a tutti le parti coinvolte nel conflitto di deporre immediatamente le armi. Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU ha sottolineato più volte che nel nord dell’Etiopia si sta consumando una crisi umanitaria di livelli catastrofici.
Nell’ultimo rapporto di OCHA (Ufficio dell’ONU per gli Affari Umanitari) c’è anche una nota positiva: in questi giorni sono arrivati nel Tigray via Afar, grazie all’unico corridoio rimasto percorribile attualmente (Semera-Abala-Makallè), 61 convogli umanitari. Non se ne vedevano da settimane. Per soddisfare le necessità basilari della popolazione ne dovrebbero arrivare 100 ogni giorno.
E gran parte dei camion inviati nel Tigray non sono mai ritornati. Secondo PAM (Programma Alimentare Mondiale) sarebbero centinaia gli automezzi mancanti all’appello. Lo ha affermato Gemma Snowdon, portavoce dell’agenzia, specificando che da luglio 2021 sono stati inviati 445 camion carichi di aiuti umanitari. Di questi solamente 38 si sono ripresentati per poter essere ricaricati.
L’insicurezza alimentare ha colpito 5,5 milioni di persone nel Tigray e nelle regioni vicine (Afar e Amhara), tra questi 400 mila si trovano in situazione catastrofica che corrisponde alla fase 5 in base IPC (Integrated Food Security Phase Classification), il numero più elevato dalla carestia del 2011 in Somalia.
Michelle Bachelet, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, durante il suo intervento al Consiglio per i diritti umani a Ginevra ha detto di essere molto preoccupata per quanto sta accadendo nel nord dell’Etiopia. Il conflitto, ha detto, potrebbe espandersi in tutto il Corno d’Africa.
Joe Biden, presidente degli Stati Uniti d’America
Senza mezzi termini la Bachelet ha reso noto che nella regione si sono consumati gravissimi abusi da tutti gli attori coinvolti nel conflitto: come violenze sessuali di estrema brutalità, attacchi ai civili, omicidi extra giudiziali, torture, sparizioni forzate e altro.
Un rapporto dettagliato sulle atrocità commesse, stilato dall’Ufficio della Bachelet insieme a Ethiopian Human Rights Commission, sarà pubblicato il 1° novembre prossimo.
Durante il suo intervento l’Alto commissario ha poi puntato il dito anche sulle forze del Tigray. Nei recenti scontri nelle regioni Amhara e Afar sarebbero state uccise oltre 200 civili, altri 88, tra questi anche donne e bambini, sarebbero stati feriti, oltre 275 mila gli sfollati nelle dure regioni. Inoltre le truppe del Tigray avrebbero reclutato anche bambini soldato.
Intanto il presidente USA, Joe Biden, ha annunciato nuove sanzioni – per ora non esecutive – a leader di gruppi, compreso membri del governo dell’Etiopia, dell’Eritrea, quello regionale dell’Amhara e e del Tigray People’s Liberation Front, qualora dovessero essere ritenuti responsabili di crimini nel Tigray o ostacolare l’arrivo di aiuti umanitari.
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
23 settembre 2021
Semestre record per i rimpatri forzati dei migranti egiziani nonostante il Garante nazionale delle persone private della libertà abbia già manifestato forti preoccupazioni per le gravi violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime del generale Abdel Fattah al-Sisi.
Da quanto si evince dalle delibere emesse dalla Direzione centrale dell’Immigrazione e della Polizia delle frontiere del Ministero dell’Interno, dopo lo stop alle deportazioni dei migranti per l’emergenza Covid-10, nel periodo compreso tra metà marzo e fine agosto 2021 sono stati effettuati nove voli di “riammissione” di cittadini egiziani destinatari di provvedimenti di espulsione o respingimento dal territorio italiano.
Mauro Palma, Presidente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale
Il numero dei deportati è incerto: non meno di 180 ma potrebbero essere pure 350. In tre occasioni la destinazione finale dei voli di trasferimento è stato l’aeroporto internazionale di Hammamet in Tunisia, secondo quanto indicato dal Viminale; del tutto ingiustificato il dispendio di risorse finanziarie e umane impiegate, 652.290 euro per le spese di noleggio degli aerei, un migliaio di agenti per le operazioni di vigilanza e accompagnamento.
Garante dei detenuti preoccupato
“Il Garante nazionale delle persone private della libertà esprime preoccupazione per i rimpatri forzati verso l’Egitto, che nel 2019 sono stati ben 363; a questo proposito nota che l’accordo bilaterale per i rimpatri dovrebbe essere rivisto, perché in tema di situazione dei diritti umani l’Egitto del 2020 non è più quello del 2007, quando l’accordo fu firmato”. E’ quanto ha dichiarato il presidente del Garante nazionale Mauro Palma il 18 maggio 2020 in occasione del convegno internazionale dal titolo Il monitoraggio dei rimpatri forzati in Italia e in Europa, svoltosi a Roma nello Spazio Europa gestito dall’Ufficio in Italia del Parlamento europeo e della Rappresentanza della Commissione europea.
Dal 2016 il Garante nazionale è l’organismo a cui lo Stato italiano affida il monitoraggio delle operazioni di rimpatrio forzato dei migranti “illegali” e in questi anni non sono mancate le valutazioni critiche su queste pratiche e i timori sulla sorte dei cittadini stranieri deportati. Il 12 dicembre 2018 il Garante ha puntato il dito contro l’escalation delle espulsioni verso il paese del dittatore al-Sisi.
“Nelle ultime settimane si è verificata un’impennata di voli di rimpatrio forzato in Egitto”, esordiva il presidente Mauro Palma. “Ciò si registra proprio dopo la conferma della mancata collaborazione delle autorità egiziane nelle indagini sui responsabili della tortura e dell’assassinio di Giulio Regeni e vengono sospese forme di cooperazione istituzionali con l’Egitto. Si ha la sensazione che, viceversa, la collaborazione fra i due Paesi in tema di rimpatri forzati sia entrata in una fase di rilancio”.
Prevenzione della tortura
“Il Garante nazionale – proseguiva la nota – esprime forti perplessità sull’opportunità di organizzare voli di rimpatrio forzato verso Paesi, come l’Egitto e la Nigeria, che non hanno istituito un meccanismo nazionale di prevenzione della tortura (l’Egitto in quanto Stato non firmatario dell’OPCAT e la Nigeria in quanto Stato firmatario che non ha ancora implementato le disposizioni riguardanti il Meccanismo nazionale di prevenzione)”.
L’OPCAT è il Protocollo opzionale alla Convenzione contro la tortura e altri trattamenti o pene crudeli, inumani o degradanti adottato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 17 dicembre 2002 ed entrato in vigore il 22 giugno 2006. Il Protocollo integra la Convenzione ONU contro la tortura del 1984, istituendo un sistema di ispezione internazionale per i luoghi di detenzione sul modello di quello esistente in Europa da oltre trent’anni. Ad oggi la Repubblica Araba d’Egitto non è tra i paesi che hanno ratificato e/o firmato l’OPCAT.
Nel comunicato del 12 dicembre 2018, il Garante nazionale informava altresì che una delegazione del proprio Ufficio aveva effettuato nella notte fra il 5 e il 6 dicembre 2018 il monitoraggio di un rimpatrio forzato verso l’Egitto. “In quest’occasione sono stati accompagnati nel Paese africano 16 cittadini egiziani precedentemente trattenuti nei Centri di Bari, Potenza e Trapani”, riportava il presidente Palma.
Operazione regolare
“L’operazione si è svolta in modo regolare, anche se permangono alcune delle criticità che il Garante nazionale ha più volte sollevato nel corso dei monitoraggi realizzati. Fra tali criticità ci sono: il mancato preavviso ai rimpatriandi; l’uso generalizzato e preventivo delle fascette in velcro ai polsi, a prescindere da valutazioni individuali del rischio e da una effettiva e concreta necessità; le verifiche di sicurezza effettuate con modalità non sempre rispettose dei diritti della persona”.
Rimpatri forzati
Un secondo volo di respingimento di migranti egiziani veniva attenzionato dal Garante nazionale l’11 giugno 2019. “Il personale di questo Ufficio ha effettuato il monitoraggio di due operazioni di rimpatrio forzato, seguendo le fasi di pre-partenza in aeroporto e salendo a bordo di due voli charter noleggiati dal Ministero dell’Interno e diretti rispettivamente in Tunisia e in Egitto”, riporta la nota della Presidenza.
“Tramite il volo atterrato a Il Cairo sono stati rimpatriati 14 cittadini egiziani, dei quali cinque provenienti dal CPR (Centro per il rimpatrio) di Caltanissetta, uno dal CPR di Potenza-Palazzo San Gervasio, uno dal CPR di Roma e sette dal CPR di Trapani. L’esito del monitoraggio verrà riportato nel rapporto periodico sui rimpatri forzati, che sarà, come di consueto, inoltrato alle autorità competenti e poi, dopo un periodo di embargo, pubblicato sul sito del Garante nazionale”.
Ad oggi sul sito istituzionale non compare il report sulle eventuali criticità riscontrate in occasione della deportazione dell’11 giugno 2019, né esistono documenti sugli altri innumerevoli voli di riammissione effettuati negli ultimi quattro anni. Secondo lo stesso Garante, sono nel 2018 furono rimpatriati in Egitto 294 cittadini egiziani su un totale di 6.398 espulsi, con l’utilizzo di tre voli charter e alcuni voli di linea.
Monitorati i voli
Dall’1 gennaio al 30 settembre 2019 il personale dell’Ufficio del Garante ha svolto il monitoraggio di 24 voli di rimpatrio migranti (7 verso la Tunisia, 5 verso l’Egitto, 5 verso la Nigeria, 2 verso il Marocco, 2 verso il Kosovo, 2 verso l’Albania, 1 verso il Gambia). Anche per queste attività non sono pubblici i relativi rapporti di valutazione, così come non è possibile sapere se i monitor del Garante siano stati a bordo dei nove voli di respingimento di cittadini egiziani effettuati nel corso del 2021: il 19 marzo sulla rotta Roma-Palermo-Hammamet; il 13 aprile (Roma-Il Cairo); il 27 aprile (ancora Roma-Palermo-Hammamet); il 21 maggio (Roma-Bari-Palermo-Hammamet); il 21 giugno (Roma-Palermo-Il Cairo); il 2 luglio (Roma-Bari-Il Cairo); il 13 luglio (Trieste-Roma-Il Cairo); il 31 agosto (Roma-Bari-Il Cairo). Per la cronaca, il 6 ottobre 2020 il Garante nazionale ha firmato una Convenzione di sovvenzione per l’erogazione di un contributo di 943.350 euro per l’Implementazione di un sistema di monitoraggio dei rimpatri forzati (grazie al Fondo Asilo Migrazione Integrazione – FAMI 2014/2020 del Ministero dell’Interno). Il progetto è stato formalmente approvato il 4 febbraio 2021 e si concluderà il 30 settembre 2022.
Non risultano essere stati monitorati neppure i voli di rimpatrio effettuati sulla rotta Roma-Palermo-Il Cairo il 21 gennaio e il 7 febbraio 2020, gli ultimi effettuati prima dell’emergenza pandemia. Due operazioni di polizia che sanno di vero e proprio pasticciaccio e che meriterebbero l’attenzione del Parlamento e della Corte dei Conti.
Nel bando di gara per l’affidamento del servizio di noleggio di aeromobile per il rimpatrio del 21 gennaio 2020 (a firma del direttore generale dell’Immigrazione e della Polizia di frontiera, prefetto Massimo Bontempi), si riporta che per l’allontanamento di circa 20/40 cittadini egiziani è stato “letto il Processo Verbale della Riunione tra il Ministro dell’Interno della Repubblica italiana e il ministro dell’Interno della Repubblica tunisina firmato a Tunisi il 5 aprile 2011”.
Procedura semplificata
Si aggiunge poi che “è stato valutato che, sulla base di quanto concordato con le Autorità tunisine in base al suddetto Processo verbale, risulta possibile applicare la c.d. procedura semplificata che prevede la possibilità di utilizzare voli charter per eseguire il rimpatrio di cittadini tunisini giunti illegalmente in Italia dopo il 5 aprile 2011, previa intervista a fini identificativi e contestuale rilascio del lasciapassare da parte di rappresentanti del Consolato tunisino di Palermo”. Ciononostante, il prefetto Bontempi incaricava la compagnia EgyptAir Airlines di effettuare il servizio charter “con destinazione Egitto”.
Altre incongruenze compaiono nella seconda delibera della Direzione generale dell’Immigrazione relativa alla deportazione di altri 20/40 cittadini egiziani, il 7 febbraio 2020. Letto ancora una volta il Processo Verbale della riunione tra i ministri dell’Interno di Italia e Tunisia del 5 aprile 2011 (al tempo, rispettivamente, Roberto Maroni e Habib Essid), l’organo della Polizia di Stato valutava “che, sulla base di quanto concordato con le Autorità egiziane in base al suddetto Protocollo esecutivo, risulta possibile applicare la c.d. procedura semplificata che prevede la possibilità di utilizzare voli charter per eseguire il rimpatrio dei cittadini egiziani giunti illegalmente in Italia le cui procedure per stabilire l’identità delle persone di cui si richiede la riammissione possono essere svolte sul territorio della Parte richiesta” (cioè, secondo l’Accordo di cooperazione italo-egiziano in materia di respingimenti, la Parte cui la richiesta di riammissione è indirizzata, nda).
Insomma un’incomprensibile triangolazione Italia-Tunisia-Egitto che si ripeterà poi nel corso di quest’anno con i tre voli dei migranti egiziani sulla rotta Roma-Hammamet.
“Da quanto si è potuto apprendere dagli uffici competenti in materia, i cittadini egiziani sono sempre stati rimpatriati verso il loro Paese; d’altronde stenteremmo a credere che il governo della Tunisia possa aver accettato riammissioni di cittadini non propri”, ci ha però risposto l’Ufficio stampa della Polizia di Stato. Le delibere di affidamento dei servizi di trasferimento aereo dei migranti egiziani con destinazione finale Hammamet sono però consultabili sul sito web ufficiale della forza di pubblica sicurezza dipendente dal Viminale.
Intanto sono sempre più numerose le organizzazioni internazionali che stigmatizzano le pratiche di riammissione in un paese, l’Egitto, all’indice per la violazione dei diritti umani e la repressione di ogni forma di dissenso. “Le espulsioni in Egitto violano l’art. 16 della Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalla sparizione forzata per cui Nessuno Stato Parte espelle, respinge, consegna o estrada una persona verso uno Stato dove esistano fondate ragioni di credere che correrebbe il pericolo di essere vittima di sparizione forzata”, afferma EuroMed Rights, il network euro-mediterraneo per i diritti umani di cui fanno parte più di 80 organizzazioni non governative di 30 paesi europei e della sponda sud del Mediterraneo.
L’ARCI nazionale in un report pubblicato nel 2019 (Sicurezza e migrazione: interessi economici e violazione dei diritti fondamentali), si sofferma in particolare su quanto accaduto in Libia, Niger ed Egitto. “La storia ha dimostrato come l’esternalizzazione abbia trovato sempre terreno fertile tra i paesi di origine e di transito caratterizzati da regimi dittatoriali e repressivi”, scrive l’associazione. “L’Egitto rientra sicuramente in questo quadro: partner fedele dell’UE e dell’Italia nel bloccare le partenze dalle sue coste – varie le occasioni in cui Al Sisi si è pavoneggiato rivendicando che i barconi non partono dal suo paese sin dal 2016 – e dell’Italia, per le procedure di riammissione e per aver accettato di fare de Il Cairo la base logistica della formazione delle polizie di frontiera di tutta l’Africa”.
“Di fronte ad un contesto del genere e alla ferita ancora aperta del caso Regeni, l’Italia continua la sua collaborazione con l’Egitto sul fronte della migrazione, cosi come su quello economico e politico”, prosegue l’ARCI. “Sulla migrazione, da una parte esiste una collaborazione bilaterale per facilitare le espulsioni degli egiziani presenti sul territorio in virtù di un accordo di riammissione Italia-Egitto dell’ottobre del 2007 che è tuttora in vigore. L’accordo non è mai stato rimesso in questione né alla luce della deriva autoritaria che ha travolto l’Egitto, né della mancata collaborazione sul caso Regeni”.
Limiti giuridici
L’accordo sui rimpatri forzati, sempre secondo l’ARCI, presenta gravi limiti di tipo giuridico: “Esso ha la particolarità di non prevedere l’obbligo dell’identificazione prima dell’espulsione. In caso ci siano prove tangibili della nazionalità egiziana dell’espulso, l’Egitto ha soli 7 giorni per rispondere alla richiesta della controparte italiana. Il silenzio vale come assenso.
In caso di prova presunta, i giorni concessi all’Egitto aumentano a 21. Solo una volta arrivato a Il Cairo l’espulso potrebbe essere rinviato in Italia dall’Egitto, qualora non fosse reputato cittadino del paese. In caso di utilizzo strumentale dell’accordo, se l’Egitto avesse interesse a collaborare pienamente con l’Italia, si corre il rischio che cittadini non egiziani siano espulsi in un paese dove i diritti fondamentali dei cittadini e degli stranieri sono sistematicamente violati. E l’accordo sembra anche funzionare, a guardare le cifre relative alle espulsioni verso l’Egitto…”.
L’ARCI ricorda come la Commissione Egiziana per i Diritti e le Libertà ha documentato 1.520 casi di sparizione forzata in Egitto fra il luglio 2013 e l’agosto 2018, con dodici vittime di minore età. “Più di 60.000 prigionieri politici sono attualmente detenuti nelle prigioni egiziane e almeno 129 sono stati i casi nel 2017 di detenuti morti in carcere”, aggiunge l’organizzazione italiana.
“La detenzione preventiva per gli imputati in attesa di processo è una prassi consolidata: è un modo per prolungare a oltranza la detenzione dei prigionieri politici, senza alcuna possibilità di appello. 15.000 civili sono stati giudicati da tribunali militari dal 2014, fra cui decine di minori. Dal 2013, sono state migliaia le condanne a morte emesse dai tribunali egiziani. L’Egitto è al sesto posto nel mondo per il numero di esecuzioni; in soli quattro mesi, fra dicembre 2017 e marzo 2018, il Cairo Institute for Human Rights Studies ha documentato l’esecuzione di 39 persone”.
Rimpatri forzati migranti
“Che l’Italia continui ad espellere verso l’Egitto risulta di una estrema gravità ed in violazione flagrante delle Convenzioni Internazionali di cui il nostro paese è firmatario”, conclude l’ARCI. “Ciò alla luce di una procedura di rimpatrio che non permette nessuna attività di monitoraggio sui rischi a cui potrebbero incorrere i cittadini espulsi, considerata anche la difficoltà reale di accesso dei cittadini egiziani alla procedura d’asilo anche nei valichi di frontiera aerea, e vista la collaborazione da parte del regime egiziano nel riammettere i propri cittadini”.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 22 settembre 2021
È stato un vero e proprio agguato pianificato nei dettagli quello che ha ucciso Revocat Karemangingo. L’uomo, oppositore del regime ruandese di Paul Kagame, tornava a casa in auto. Era seguito da un’auto e, arrivato davanti alla sua abitazione, c’era un’altra macchina parcheggiata che aspettava con uomini a bordo. È sopraggiunto un’altro veicolo dalla quale sono usciti due uomini che gli hanno sparato 9 colpi di pistola alla testa uccidendolo. L’omicidio è successo la settimana scorsa a Matola, una quindicina di chilometri a ovest della capitale, Maputo.
A sinistra: Revocat Karemangingo, rifugiato politico ruandese assassinato in Mozambico e il presidente del Ruanda Paul Kagame
Ammazzato da professionisti
Un’operazione da professionisti che ha eliminato un altro membro di spicco della comunità dei rifugiati politici ruandesi che aveva trovato protezione in Mozambico. Karemangingo era un ex militare con grado di tenente nell’esercito ruandese rovesciato nel 1994 dall’attuale presidente Paul Kagame. Rifugiatosi in Mozambico era diventato un uomo d’affari e, secondo la sua comunità, non era coinvolto nella politica.
Cléophas Habiyaremye, presidente dell’associazione dei rifugiati ruandesi in Mozambico, ha detto alla BBC che la vittima era in pericolo di vita. Aveva avvertito le autorità mozambicane che c’erano persone con legami con il Ruanda che volevano ucciderlo. La comunità ruandese è molto spaventata e, come nel rapimento del giornalista Cassien Ntamuhanga, accusa dell’assassinio il presidente Kagame. Il governo di Kigali smentisce come aveva fatto per il rapimento di Ntamuhanga trasferito in Ruanda e condannato a 25 anni di galera.
Dissidenti ruandesi sotto tiro
L’intensificazione degli attacchi alla comunità ruandese anti regime è aumentata da quando l’esercito di Kigali è a Cabo Delgado dal 9 luglio scorso. Il presidente mozambicano, Filipe Nyusi, ne ha chiesto il supporto al suo omologo ruandese Paul Kagame contro i jihadisti nel nord del Paese. Attualmente in Mozambico ci sono 700 militari e 300 poliziotti del Ruanda.
Per i rifugiati politici ruandesi la cooperazione tra Ruanda e Mozambico è pericolosa. “Non pensavo che queste truppe ruandesi avrebbero creato un clima di terrore – ha affermato Habiyaremye a DW Africa -. “Vedo che non hanno paura di nulla e (per noi rifugiati ndr) comincia ad essere un problema”.
Militari ruandesi in Mozambico
Ong per i diritti umani accusano il Ruanda
Le organizzazioni per i diritti umani accusano il Ruanda di prendere di mira o uccidere gli oppositori del regime che vivono all’estero. Per il momento non si conosce nulla riguardo agli assassini ma una dichiarazione delle giornalista e scrittrice Michaela Wrong pone delle domande. “Sembra che sia stato stretto un tacito accordo – ha affermato Wrong al giornale sudafricano Daily Maverick -. Il Mozambico beneficia della potenza militare del Ruanda in cambio di agenti dell’intelligence ruandese per rintracciare gli uomini che considera nemici dello Stato”.
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