Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 22 settembre 2021
Da quando il 23 agosto, in Mozambico, è iniziato il processo sui “Debiti occulti”, sta circolando un documento pubblicato nel febbraio 2021. È un articolo del Centro de Integritade Publica (CIP) che estrapola dati sulla corruzione a massimo livello istituzionale con cifre e date.
Sono coinvolti anche l’attuale presidente mozambicano, Filipe Nyusi e l’ex presidente Armando Guebuza. Il CIP ha raccolto queste informazioni dal documento di 157 pagine consegnato dall’azienda Privinvest all’Alta Corte di Giustizia britannica. Il documento originale è la strategia di difesa di Iskandar Safa proprietario della Privinvest. Tra i politici di altissima levatura è coivolto anche l’ex ministro delle Finanze Manuel Chang della presidenza Guebuza, attualmente detenuto in Sudafrica.
Da sin: l’ex presidente mozambicano, Armando Guebuza, e l’attuale presidente del Mozambico, Filipe Nyusi
Fondi e auto privata per la campagna elettorale del futuro presidente
Filipe Nyusi, secondo il documento CIP, ha ricevuto il pagamento di quasi 850 mila euro (un milione di dollari). All’epoca Nyusi era ministro della Difesa durante la presidenza di Guebuza, e candidato del partito FRELIMO il processo sui 2 imputati continuaalla presidenza della Repubblica. Il bonifico, eseguito il 10 aprile 2014, serviva alla sua campagna elettorale. Che vinse. Ma il versamento non è stato trasferito sul conto del futuro presidente o al suo partito ma su un conto off-shore ad Abu Dhabi.
Il documento CIP parla dell’azienda Privimvest che, nel 2014, ha acquistato un’auto Toyota Land Cruiser per uso personale di Nyusi per la campagna elettorale. Il valore dell’automobile era di circa 42.500 euro.
L’ex presidente sapeva
Secondo il documento, Armando Guebuza, presidente per due mandati – dal 2005 al 2015 – era a conoscenza del denaro versato al suo entourage. Erano compresi anche membri del suo governo e suo figlio Ndambi che ha ricevuto 29 milioni di euro dei “debiti occulti”. Ma il Procuratore generale mozambicano accusa Ndambi di aver avuto ben 44 milioni di euro.
Da sin: al processo per i “Debiti occulti” l’ex presidente Armando Guebuza e il figlio Ndambi Guebuza durante l’udienza
Al Frelimo, partito al potere pagati 8,5 milioni di euro
Nel documento CIP si legge che, nel 2014 su richiesta dell’allora presidente Guebuza, Privinvest ha pagato 8,5 milioni di euro (10 milioni di dollari). I versamenti sono stato fatti sul conto a nome a nome del Comitato Centrale del FRELIMO al governo ininterrottamente da 1975. I pagamenti sono stati quattro, effettuati – attraverso Logistics Offshore – tra il 31 marzo 2014 e il 3 luglio 2014.
Mentre il processo sui 19 imputati continua, l’Agenzia di stampa mozambicana (AIM) scrive che è stato spiccato un mandato d’arresto internazionale contro Jean Boustani di Privimvest. Boustani è uno dei dirigenti chiave del gruppo con sede ad Abu Dhabi. E Samora Machel, padre della patria e primo presidente del Mozambico, si rivolta nella tomba.
Stamattina, alle prime ore dell’alba, un gruppo di ufficiali sudanesi – non si sa ancora bene se islamisti o sostenitori del deposto presidente Omar al Bashir – hanno tentato un colpo di Stato. Secondo alcune informazioni frammentarie un drappello si è diretto verso il palazzo della televisione di Stato a Omdurman, città gemella di Khartoum, situata sulla sponda occidentale del Nilo, un secondo ha tentato di raggiungere il commando generale dell’esercito e altri piccoli gruppetti hanno cercato di impadronirsi dei ponti che collegano i tre quartieri della capitala: Khartoum, Omdurman e Khartoum Nord.
Tre fonti militari e un alto funzionario del governo di transizione hanno confermato che 40 militari, appartenenti a diversi corpi dell’esercito, sono già stati arrestati.
Sudan, Khartoum, tentato colpo di Stato
Secondo quanto riportato da Sudan Tribune, giornale on-line con base a Parigi, hanno evitato le manette alcuni quadri delle truppe corrazzate, coinvolti anch’essi nel tentato putsch. Il loro quartier generale sarebbe stato circondato e negoziati sarebbero tutt’ora in corso per trattare la loro resa.
Mohamed al-Faki, membro e portavoce del Consiglio Sovrano, cioè il governo provvisorio al potere dalle rivolte dello scorso anni, tramite un messaggio postato sui social media, ha rassicurato la popolazione che la situazione ora è sotto controllo.
Poco fa un portavoce del governo ha riferito che i militari coinvolti nel fallito putsch erano tutti legati a Omar al Bashir, ex-presidente del Sudan, deposto con un colpo di Stato militare nell’aprile 2019. L’ex uomo forte del Sudan è indagato per crimini di guerra commessi nel Darfur dalla Corte Penale Internazionale e dal 2009 pende un mandato di arresto su di lui. Ora le autorità di Khartoum sono in procinto di consegnarlo al tribunale dell’Aja.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
21 settembre 2021
Colpevole di terrorismo e condannato a 25 anni di galera. E’ la pesante sentenza emessa ieri mattina dal tribunale di Kigali dal giudice Béatrice Mukamurenzi contro Paul Rusesabagina. Il pubblico ministero aveva chiesto l’ergastolo. In un fascicolo di 301 pagine sono stati formulati ben 9 capi di accusa collegati a atti di terrorismo.
Il processo contro Rusesabagina e altri 17 imputati è iniziato il 17 febbraio; da marzo, il 67enne e i suoi avvocati hanno boicottato le udienze, giacché ritenevano che il processo fosse puramente politico, reso possibile solamente grazie al rapimento del suo maggiore indiziato.
Paul Rusesabagina, eroe del film “Hotel Ruanda” condannato a 25 anni di prigione
Infatti nell’agosto 2020 il condannato è stato portato nel Paese delle mille colline con uno stratagemma escogitato dai servizi di intelligence ruandesi, per stessa ammissione del governo di Kigali. Rusesabagina si era imbarcato a Dubai su un jet privato che avrebbe dovuto portarlo nel Burundi. Invece è atterrato all’aeroporto di Kigali, dove è stato arrestato immediatamente.
Rusebagina aveva lasciato il Ruanda nel 1996 e fino al suo arresto viveva tra gli Stati Uniti (dove gode di un permesso di residenza permanente) e il Belgio, dove ha ottenuto anche la cittadinanza.
Nell’inchiesta condotta dai ruandesi in collaborazione con le autorità giudiziarie del Belgio, viene indicato come il fondatore, nonchè principale finanziatore di Forces de Libération Nationales (FLN), braccio armato del Movimento Ruandese per il Cambiamento Democratico (MRCD). FLN è ritenuto responsabile di diversi attacchi terroristi che si sono consumati tra il 2018 e il 2019 nell’ovest del Paese, con l’uccisione di 9 persone. L’imputato ha negato tutte le accuse formulate contro di lui.
Il dossier del Pubblico ministero si basa anche su testimonianze rilasciate da altri imputati, membri di FNL, conversazioni e messaggistica, ma anche su una perquisizione effettuata nel suo domicilio in Belgio il 21 ottobre 2019. Allora sono stati requisiti due telefoni, un computer e diversi documenti.
Durante il processo sono state ascoltate anche molte testimonianze contraddittorie. Un portavoce di FNL ha infatti dichiarato che Rusesabagina non avrebbe mai dato istruzioni ai miliziani delle Forze di Liberazione Nazionale, mentre un altro imputato ha testimoniato che gli ordini provenivano dal principale accusato.
Il verdetto di oggi non ha sorpreso nessuno, era ampiamente prevedibile. Ne è convinta anche Michela Wrong – ex giornalista per l’Africa di diverse testate importanti come BBC, Reuters, Financial Times e autrice di libri sul continente – contattata oggi telefonicamente da Africa-ExPress.
L’ex giornalista e scrittrice Michela Wrong con il direttore di Africa Express, Massimo Alberizzi
La signora Wrong non ha voluto pronunciarsi sulla colpevolezza o innocenza di Rusesabagina, ma ha precisato: “È chiaro che non si è trattato di un processo equo. Al contrario, è stato quantomeno imbarazzante e vergognoso dover assistere a pubbliche udienze nel corso delle quali l’accusa violava ripetutamente le norme procedurali e processuali in maniera tanto evidente”.
Paul Kagame, invece, in un intervista rilasciata a maggio al quotidiano francese Le Monde, sostiene che Rusesabagina è il capo del gruppo MRCD, i cui membri sono per lo più hutu che avrebbero partecipato al genocidio del 1994 e da qualche anno si sono ritirati nell’est del Congo-K. Il presidente ha poi aggiunto che Rusesabagina è addirittura il leader di FNL. E, anche se i giornalisti e le ONG sostengono che è in prigione perché ha criticato il capo di Stato – ritiene sempre Kagame – ci sono prove schiaccianti contro di lui.
Rusesabagina è diventato celebre grazie al film Hotel Ruanda, nel quale la sua figura è stata magistralmente interpretata dall’attore americano Don Cheadle. La pellicola è arrivata sugli schermi nel 2004, ambientato in Ruanda all’epoca del genocidio che vede coinvolto hutu e tutsi. Il protagonista, ispirato appunto a Rusesabagina, un hutu, nel film ha dato ospitalità nel Hôtel des Mille Collines di Kigali, di cui era general manager, a 1.200 tutsi, salvandoli così dai sanguinari hutu. Il regista, Terry George, in Hotel Ruanda lo ha dipinto come un eroe.
Genocidio Ruanda 1994
Il film, ampiamente romanzato, ha dato comunque un’idea al grande pubblico del genocidio che si è consumato nel Paese. In cento giorni, da aprile a luglio 1994, il regime che allora governava il Paese, dominato da una dirigenza cattolica di etnia hutu, ha sterminato più o meno un milione di persone. Il Ruanda, tutto il Ruanda, era impazzito in preda a un odio razziale scatenato: famiglie che si spezzavano irrimediabilmente, mariti hutu che ammazzavano le mogli perché di origine tutsi, persone che abitavano nello stesso villaggio, pur avendo convissuto pacificamente per secoli con “gli altri”, incendiavano la capanna del vicino perché della tribù diversa.
Speciale Per Africa ExPress
Tahmina Arian* 20 settembre 2021 English version
Venticinque anni fa, nel 1996,quando i talebani presero Kabul per la prima volta, un giornalista dei media occidentali fece ufficialmente domande su questioni femminili, sull’educazione delle ragazze, sul lavoro delle donne, sulla situazione di donne vedove capofamiglia.
All’epoca, Sher Mohammad Abbas Stanikzai, che allora era il ministro degli esteri dei talebani nell’Emirato islamico dell’Afghanistan, aveva accusato i media occidentali di diffondere propaganda contro i talebani e aveva detto che dire che i talebani fossero contro l’educazione delle donne non era cosa corretta, che loro avevano solo comunicato alle ragazze e alle donne che per il momento non sarebbero dovute andare a scuola o al lavoro fino a quando i talebani non sarebbero riusciti a fornire loro dei posti separati nell’istruzione e negli uffici.
Per quanto riguarda le donne vedove e capofamiglia, i talebani avevano assicurato che avrebbero contribuito economicamente affinché stessero a casa, che le vedove non avrebbero dovuto lavorare.
Venticinque anni dopo, nel 2021, i talebani in Afghanistan hanno di nuovo escluso le ragazze dalla scuola secondaria e hanno ordinato ai ragazzi e agli insegnanti maschi di tornare alle loro classi e al lavoro.
I talebani sembrano fare le stesse false promesse sulla futura riapertura della scuola secondaria femminile e oggi le ragazze afgane hanno paura di tornare indietro nel tempo, esattamente come quando le loro madri si sono ritrovate a far parte di una generazione di donne analfabete e non istruite.
Quando il ministero per gli affari femminili è stato ufficialmente sostituito da quello della “Promozione della virtù e prevenzione del vizio”, il governo talebano ha ufficialmente agito per limitare i diritti fondamentali delle donne.Le dipendenti di sesso femminile non possono più lavorare nei ministeri del governo insieme agli uomini.
Donne afghane protestano davanti al ministero del la promozione della virtù e la repressione del vizio
Il 16 settembre 2021, un gruppo di donne afgane, rimaste unico capofamiglia della propria famiglia, si è riunito per una protesta a Kabul in Afghanistan, chiedendo: “Non essendoci più il ministero, cosa dovrebbe fare una donna afgana? Come potranno le donne dar da mangiare alle loro famiglie?”
Bannare le donne, che rappresentano il 50% della popolazione afghana, da scuola e lavoro è notoriamente una discriminazione diretta e una restrizione dei diritti delle donne.
Le donne afghane hanno bisogno del sostegno di donne leader, di comunità, organizzazioni e fondazioni di tutto il mondo che combattano insieme a loro per i loro diritti e le loro identità.
Special for Africa ExPress Tahmina Arian* 19th September 2021 Versione in italiano
In the twenty five years since the Taliban first came to power in Afghanistan , much has changed. However, the Taliban still wants Afghan women to don their traditional cage, the Burka.
In 1996, when the group first captured Kabul, a Taliban official facing questions from western journalists was challenged on their position regarding women’s issues. This included girls’ education, working women, and widows forced to be the breadwinner for their family. Sher Mohammad Abbas Stanikzai, acting foreign minister of the ‘Islamic Emirate of Afghanistan’ accused the assembled western news media of spreading Anti-Taliban propaganda, refuting claims that the group were against women education.
A group of protesters in-front of ministry of Promotion of Virtue and Prevention of vice in Kabul
He claimed that the order for women and girls to stay out of schools and offices was temporary, only put in place until the government was able to provide separate spaces for education and work, away from men and boys. The foreign minister also assured the western press that widows and other female breadwinners would be paid to remain at home, saved from having to work.
Twenty-five years on and in one of its first acts, the Government of the Islamic Republic of Afghanistan, (a.k.a the Taliban) removed girls in Afghanistan from all education post-secondary school, whilst women with jobs have been ordered to stay at home. Meanwhile, Boys and male teachers have been ordered to return to their classrooms and jobs, often taking the place of their female relatives.
The Taliban appears to be full of the same false promises, claiming girls secondary schools will reopen soon, with little evidence supporting this promise. Afghan girls have the most to fear if history does repeat itself, with their mothers generation deprived of education with high rates of illiteracy.
When the ministry of women affairs was officially replaced with the “Promotion of Virtue and Prevention of vice”, the Taliban government immediatelyacted to restrict women’s fundamental rights. Female employees are no longer allowed to work in the government ministries with men. On September 16, 2021 a group of Afghan female breadwinners gathered to protest the new regime in Kabul/Afghanistan, asking, “When there is no ministry, what should an Afghan woman do? How will we feed our families?”
Banning 50% of the Afghani population from school and work is clear and unabashed discrimination and a direct attack on the rights of these women and girls. Now, more than ever, Afghan women need the support of Women Leaders, Communities, Organizations and Foundations from around the world to fight with them for their rights and identities.
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
19 Settembre 2021
Patrick Zaki? Giulio Regeni? Non contano. Le dichiarazioni solidarietà, di indignazione per la detenzione del primo e l’omicidio del secondo non scalfiscono di un millimetro il rapporto di collaborazione tra l’Italia e l’Egitto e il business delle armi continua imperterrito (come pr altro quello del petrolio). L’ultimo affare riguarda una partita di elicotteri operativi al 100 per cento.
Si tratta di velivoli multiruolo AW149 che l’italiana Leonardo (ex Finmeccanica) ha venduto alle forze armate della Repubblica Araba d’Egitto. In un tweet pubblicato il 23 luglio scorso dalla Marina militare egiziana è immortalato uno di questi veicoli mentre decolla dalla nave d’assalto anfibia ENS Gamal Abdel Nasser, nel corso di un’esercitazione militare svolta a largo della mega-base navale “Gargoub”, a 255 km ad ovest di Alessandria d’Egitto, quasi al confine con la Libia, inaugurata a inizio luglio dal presidente-generale Abdel Fattah al-Sisi.
elicottero AgustaWestland AW149
Grazie al dislocamento dei nuovi elicotteri di Leonardo a bordo della ENS Gamal Abdel Nasser, l’Egitto diventa il primo paese del continente africano e del Medio oriente a disporre di una portaelicotteri che consentirà una proiezione militare e di pronto intervento nel Mediterraneo, nel Golfo di Aden e nel Mar Arabico. Nelle intenzioni del Comando generale della Marina egiziana, l’unità da guerra con i suoi AW149 sarà assegnata proprio alla base di Gargoub (10 milioni di metri quadri d’estensione), dotata di un molo lungo 1.000 metri, hangar per elicotteri, depositi munizioni e numerose infrastrutture addestrative.
L’installazione è stata denominata 3 Aprile, il giorno del 2013 in cui il generale Al Sisi rovesciò con un colpo di stato l’allora presidente Mohamed Morsi a capo del partito dei Fratelli Musulmani.
L’elicottero AgustaWestland AW149 è un velivolo medio che rientra nella categoria delle 8-9 tonnellate; è stato sviluppato dai tecnici di Leonardo dal più piccolo elicottero AW139, ampliandone del 40 per cento il volume e dotandolo di due motori General Electric CT7-2E1 da 1.980 CV ciascuno che consentono di raggiungere una velocità massima di 310 km/h e un’autonomia di volo sino a 5 ore.
Secondo l’azienda italiana l’elicottero AW149 è stato progettato per svolgere numerose missioni militari, tra le quali il trasporto truppe, il rifornimento e il trasporto carichi, l’intervento medico e l’evacuazione di feriti, le operazioni delle forze speciali e di ricerca e salvataggio (SAR); il supporto aereo e la scorta armata; il comando e controllo (C2), l’intelligence, la sorveglianza e il riconoscimento (ISR).
Il velivolo, con due uomini di equipaggio, può trasportare sino a 18 passeggeri (12 soldati completamente equipaggiati) o in alternativa carichi sino a 2.720 kg. Numerosi i sistemi d’arma utilizzabili: mitragliatrici da 7,62 mm o da 12,7 mm; pod esterni con cannoni da 20 mm; lanciarazzi o missili anticarro.
La trattativa tra le forze armate egiziane e l’italiana Leonardo per l’acquisizione degli elicotteri da guerra è stata tenuta rigorosamente top secret; perché l’opinione pubblica potesse conoscere l’esito favorevole della commessa si è dovuto attendere il 7 maggio 2020, quando il governo italiano ha reso note le autorizzazioni alle esportazioni di armi nel corso del 2019.
Nello specifico si rilevava l’autorizzazione ministeriale alla fornitura all’Egitto di 32 elicotteri AgustaWestland (Leonardo), 24 di tipo AW149 e 8 AW189 (una versione con le stesse qualità tecniche del modello AW149, utilizzato prevalentemente dalle industrie petrolifere per il trasporto di personale e attrezzature agli impianti off shore). Per questi velivoli è stato fissato un tetto di spesa di 871,7 milioni di euro.
“I documenti resi pubblici dal governo italiano non contengono alcuna informazione sui tempi di produzione o di consegna degli elicotteri e su quale forza armata egiziana li utilizzerà”, scriveva la rivista d’intelligence internazionale Janes il 21 maggio 2020.
“Nonostante il governo italiano non abbia fornito i dettagli sul ruolo che sarà assegnato agli elicotteri dai militari egiziani, è probabile che gli AW149 saranno configurati per il trasporto sino a 8 passeggeri, mentre gli AW189 al massimo per 19. Queste due diverse configurazioni suggeriscono che gli AW149 svolgeranno compiti specialistici che richiedono un sistema di montaggio su misura per il trasporto di equipaggiamenti, mentre gli elicotteri AW189 saranno utilizzati invece per il trasporto generale del personale militare”.
Al tempo anche il sito specializzato italiano Ares Difesa aveva fornito ulteriori particolari sull’affaire, ritenendo plausibile la consegna degli AW189 all’Aeronautica militare, mentre gli AW149 alla Marina egiziana, per un impiego a bordo delle navi appoggio LHD “Nasser” ed “Sadat”. “Si tratta di due unità portaelicotteri d’assalto anfibio dotate di bacino allagabile classe Mistral”, aggiungeva Ares Difesa.
L’esercitazione svolta nelle acque del Mediterraneo a metà luglio ha confermato quanto previsto. Per la cronaca, le due portaelicotteri egiziane sono stati acquistate in Francia nel 2013 con una spesa di 950 milioni di euro.
I primi tre AW148 sono stati consegnati da Leonardo nel settembre 2020, mentre altri due sono giunti in Egitto a fine dicembre con un volo cargo decollato dallo scalo di Milano Malpensa e atterrato all’aeroporto internazionale “Borg El Arab” di Alessandria. Questi ultimi due velivoli – numeri di serie 49066 and 49067 – erano stati filmati a novembre mentre effettuavano voli di prova pre-consegna al personale dell’Aeronautica egiziana nell’aerodromo di Venegono Inferiore (Varese), località che ospita stabilimenti industriali del gruppo Leonardo.
In queste settimane un altro modello di elicottero di produzione Leonardo è impiegato dalle forze armate egiziane per lo svolgimento dell’imponente esercitazione aeronavale multinazionale Bright Star 2021 nel nord-ovest del Paese. Si tratta del biturbina multiruolo AW139E: quattro le unità acquistate in Italia ed entrate in servizio operativo nell’agosto 2019.
Alcune immagini diffuse dal Comando Centrale delle forze armate USA (Centcom) mostrano l’impiego degli AW139 egiziani in attività di ricerca e salvataggio di militari durante Bright Star. “Team di medici militare statunitensi ed egiziani hanno simulato un’evacuazione di personale ferito dall’area di addestramento alla base militare Borg El Arab, distante 15 minuti di volo”, riporta la nota dell’ufficio pubbliche relazioni di USCentcom.
Intanto si è aperta al Cairo la gara tra le maggiori industrie aerospaziali internazionali per la fornitura di un nuovo caccia-addestratore per le scuole piloti dell’Aeronautica egiziana. In pole position per quella che si prefigura una commessa miliardaria, la tedesca Grob con i turboelica G120TP; la statunitense Sierra Nevada Corporation con i caccia A-29 Super Tucano e l’immancabile Leonardo S.p.A. congli Alenia Aermacchi M346 “Master”, già in dotazione alle forze aeree di Italia e Israele e prossimi ad essere consegnati pure alla Nigeria.
L’agosto 2001 è stato davvero un mese molto movimentato in Eritrea. I giornali uscivano prestissimo e in un batter d’occhio erano già esauriti.
I nuovi media nazionali indipendenti stavano infatti svolgendo un ruolo vitale nella discussione, pubblicando editoriali, commenti, interviste e lettere scambiate tra i membri del cosiddetto G15 (un gruppo di alti dirigenti del partito al potere, il “Fronte popolare per la democrazia e la giustizia”) e il presidente Isaias Afeworki, che da lì a poco sarebbe diventato il tiranno. I primi avevano pubblicato una lettera aperta in cui gli chiedevano riforme urgenti, tra cui l’applicazione della Costituzione e la legge elettorale.
Immagine di Google Earth: Era Ero, prigione di massima sicurezza in Eritrea
Isaias Afeworki era stato nominato presidente nel 1993, in attesa di elezioni libere e democratiche, due anni dalla fine della guerra di liberazione.
All’inizio di settembre 2001 si percepisce che la situazione sta cambiando. E’ ormai evidente che il presidente è contrario alle riforme, tanto che evita in tutti modi un incontro diretto con i suoi ministri e membri del partito.
Dall’11 settembre in poi il mondo intero è concentrato sull’attacco alle Torri Gemelle, cosicché, approfittando della mancanza di attenzione sul resto del pianeta, all’alba del 18 settembre tutti i membri del G15 vengono arrestati con l’accusa di corruzione. Si salva solo Mesfin Agos, che in quel momento si trovava in Germania. Agos è un quadro dei ranghi militari e uno dei fondatori del partito. Durante la guerra contro l’Etiopia, Mesfin era stato il generale più amato dai guerriglieri, sempre in prima linea con le sue truppe.
In un primo. tempo l’accusa rivolta ai 15 viene indicata come “corruzione” ma poi successivamente diventa ben più pesante: “tradimento”, per aver intrattenuto rapporti con l’Etiopia, l’acerrimo nemico di sempre. Capo di accusa che nella sua gravità fa sorridere, visto che tutti gli imputati avevano combattuto e dedicato la loro vita al proprio Paese.
Infine l’incriminazione viene modificato una terza volta. Stavolta il membri del G15 sono accusati di aver intrattenuto relazioni particolari con gli Stati Uniti e l’Italia con l’intento di voler consegnare l’Eritrea agli stranieri.
Accuse fantasiose, costruite ad hoc con un preciso obiettivo: trasformare l’Eritrea in un girone dantesco. Nessuno degli arrestati ha mai visto un’aula di tribunale in questi vent’anni, gli imputati sono stati sbattuti in galera senza poter godere del diritto fondamentale di un equo processo. Colpevoli solo per aver chiesto l’applicazione della Costituzione, che da ormai oltre vent’anni giace chiusa nella cassaforte di Isaias. Il 18 settembre segna la fine della democrazia in Eritrea. Il combattente per la libertà della guerra di liberazione ha trasformato il Paese in una dittatura infernale.
Tutti dirigenti EPLF
Pochi giorni dopo l’arresto degli alti quadri politici, tra il 21 e il 23 settembre gli uomini del governo proseguono gli arresti dei giornalisti e editori che hanno pubblicato perplessità e denunce di G15. Tutti sono ancora oggi in attesa di processo, ovviamente mai voluti per evitare che durante i dibattimenti si arrivasse alla verità.
In questi anni, alcuni dei detenuti arbitrariamente sono morti. Non si conosce il numero preciso di chi sia ancora vivo. Nel 2018 è deceduto Haile Woldetensae, detto Duro, ministro degli Esteri fino al 2001, altri tre “dissidenti” del G15 lo hanno preceduto anni prima: Mohamoud Sherifo (ministro degli Interni), Ogboe Abraha (ministro degli Affari Sociali) e Seyoum Ogbamichael.
Dal giorno del loro arresto, i membri del gruppo G15, i giornalisti e gli editori in galera non hanno mai potuto avere contatti con l’esterno; vivono nel più completo isolamento, non hanno mai potuto parlare con i familiari, tanto meno ricevere visite. Di tanto in tanto arriva qualche notizia tramite i loro carcerieri che li hanno conosciuti in tutti questi lunghi, infiniti 20 anni.
Dopo i fatti dell’autunno 2001 pochi generali del EPLF erano rimasti fedeli al regime totalitario di Asmara. Tra questi Habtezion Hadgu, primo capo dell’aeronautica eritrea. Ma anche lui è stato arrestato nel 2003 senza motivo. Da allora non si hanno sue notizie.
Un altro generale, Sabhat Efrem nel 2001 aveva evitato la prigione solo perché aveva ritirato la firma dal documento del G15. Sebhat, è stato ministro dell’Energia e delle Miniere fino alla fine del 2018, incarico che ha dovuto lasciare dopo essere stato vittima di un terribile attentato.
Isaias Afeworki, dittatore dell’Eritrea
Alla vigilia del 18 settembre 2018 è uscito di scena anche Berhane Abrehe, ex ministro dell’Economia. Poco prima Berhane aveva pubblicato un libro nel quale accusava la dittatura eritrea e la sollecitava ad avviare quanto prima un ordinamento democratico: è stato arrestato o condannato a morte e ucciso? Di lui non si sa più nulla.
Oggi vogliamo ricordare tutte le migliaia di prigionieri cacciati nelle putride galere eritree, detenuti senza processo, senza accuse formali, senza difesa, vittime di un regime fascista in un Paese diventato una prigione a cielo aperto.
Speciale per Africa ExPress Enzo Polverigiani
18 settembre 2021
Immaginiamo Andrea Angeli, da bambino, affannarsi a separare gli amichetti che si prendevano a pugni per la merendina. A volte le inclinazioni precoci si perdono nel tempo. Non è però il caso di questo esemplare prodotto della scuola di diplomazia maceratese, che negli anni, come un tecnico specializzato disponibile 24 ore su 24, anche la domenica, è accorso dovunque si accendevano fiammelle che diventavano incendi. Dal Cile del golpe all’Afghanistan, passando per inferni quali Timor Est o la Bosnia, Angeli ha indossato le più svariate casacche – Onu, Nato, Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa n.d.r.), Unione Europea, portavoce, consigliere politico – alla stregua, insomma, di un Ibrahimovic, un campione errante del “peacekeeping”, tirato per quelle casacche da ogni parte quando c’è odore di guai e il Male si fa vivo.
Sempre defilato nelle cerimonie ufficiali dietro una barriera di stellette o di fasce tricolori, è lui il funzionario civile che si muove boots in the ground, a mordere la polvere quando il gioco si fa duro.
Andrea Angeli
Ha sempre sostenuto che gli scoop non si fanno con un diplomatico, ma con personaggi “che non hanno obblighi di lealtà e discrezione”; tuttavia il tipo è troppo esperto e abituato a bazzicare i giornalisti (e lui stesso è scrittore nei ritagli di tempo) per non saper infilare, tra le parole, una chiave di lettura utile a individuare la realtà dei fatti.
Angeli, come persona informata alla fonte e addentro ai retroscena spesso inconfessabili dei conflitti, si aspettava la caduta così rovinosa di Kabul e la fine così rapida della missione Nato?
“Con l’uscita di scena di un rilevante contingente internazionale, nuovi equilibri erano da mettere in conto, sebbene non così netti. Si ipotizzava, o quanto meno si sperava, in una qualche forma di diverse anime del sentire afghano. Adesso si è creata una situazione molto pericolosa. Preoccupa l’ipotesi di un riesplodere della guerra civile.”
Afghani in fuga
Detto in chiaro, si sperava che il fragile governo “a guida americana” avrebbe retto, almeno un po’. Comunque, la missione ha avuto un costo altissimo in denaro e vite umane, tra alleati e soprattutto civili. Nella lunga serie di errori politici e militari di questi vent’anni, in questo mondo impazzito, quale il più nefasto? Improvvisazione, sottovalutazione, mistificazione, dissidi interni all’alleanza, guerra di primedonne a cinque stelle?
“Sebbene io abbia prestato servizio in alcune missioniNato, vengo dalla scuola Onu Il capo delle missioni di pace al Palazzo di Vetro, sir Marrack Goulding, soleva ripetere: Longevity in peacekeeping is not so attractive, (una missione di pace è meglio che non duri troppo, ndr). La Nato in Afghanistan ha optato per una long-term presence, come ha spesso affermato riferendosi alla forza Isaf. Anche se tutti criticano a destra e a manca, va detto che non era comunque facile districarsi in una realtà così complessa, non dimentichiamocelo”.
Ha mai creduto negli eufemismi e nel lessico che di solito si usano per far digerire al popolo – in questo caso gli italiani – una guerra? Del tipo guerra umanitaria, asimmetrica, exit strategy, resolute support… Perchè in Afghanistan tutti, nessuno escluso, hanno sparato e ucciso.
“Sì, è vero, alcuni slogan roboanti le organizzazioni internazionali se li potevano anche risparmiare, o quantomeno tenerli sottotono, anche perché chi li escogita non è mai lo stesso che poi va boots on the ground sul campo, ma rimane nei quartier generali a Bruxelles o New York. Prendiamo il concetto di esportare la democrazia: tutti oggigiorno si dichiarano contrari, ma quanti lo erano quando la missione iniziò vent’anni fa?”
Quel concetto era arrogante e si è infranto inevitabilmente contro una missione impossibile, lo dice la Storia. La passerella di politici e giornalisti in Afghanistan secondo lei era organizzata per dare una vernice patriottica e una volto positivo a quel concetto e a una missione sbagliata?
“Magari ci fossero state queste passerelle. Non avremmo assistito a metà agosto alle tante espressioni di sorpresa di politici e giornalisti, appunto. Tenete presente che negli ultimi anni di commissioni parlamentari se ne sono viste poche – a differenza dei Balcani dove venivano spessissimo – come dei cosiddetti media tour, che in passato venivano periodicamente organizzati. L’epoca delle vacche magre dei giornali ha poi fatto il resto”.
Risulta che le “passerelle” erano frequentissime nei primi anni di missione, quando si pensava a un successo, e poi si sono quasi azzerate quando si profilava il fallimento. La crisi dei giornali è marginale: gli inviati, spesso improvvisati, erano in massima parte “invitati”. Era caduto l’interesse, anche politico, per una missione che si tendeva a nascondere, anche se oggi i nostri politici, con la solita retorica, si affannano a dichiarare che “l’Afghanistan è importante e non deve tornare a essere la base del terrorismo”. Lo stesso Mattarella ha appena ribadito il ruolo della Nato e della partecipazione dell’Italia alle missioni all’estero. Non crede che, nonostante questo, gli afghani “buoni”, gli emancipati o collaboratori o di buona volontà saranno dimenticati o respinti?
“Quello che voglio credere e soprattutto sperare è che una larga parte delle forze migliori dell’Afghanistan, anche quelle riparate in Pakistan (nonostante l’antiamericanismo del suo presidente, l’ex play boy Imran Khan, ndr), rimangano o tornino. Non sarà facile né privo di pericoli, ma devono farlo: quel Paese ha più che mai bisogno di loro. Bisogna contenere il rischio di una catastrofe umanitaria. La convocazione di un G20 ha questo obiettivo.”
Non si avvertiva, sul teatro di guerra, come dite voi, l’esigenza di una minore dipendenza dalle decisioni ondivaghe del governo degli Stati Uniti?
“Non definirei ondivaghe le decisioni Usa al riguardo, piuttosto direi che non pochi osservatori occidentali hanno fatto previsioni sbagliate. Prima dubitando della reale volontà di Trump di volersi ritirare, e poi ipotizzando che un inquilino democratico della Casa Bianca avrebbe ribaltato le decisioni del predecessore. Detto questo, alla Nato le occasioni di consultazione proprio non mancano. Io ho prestato servizio con l’Onu ma anche con la Ue e l’Osce e mi creda, non c’è organizzazione internazionale che fa tanti briefing come la Nato, anche troppi.”
Adesso si teme una ripresa in grande stile del terrorismo jihadista. E’ anche un suo timore?
“Se ripercorriamo gli ultimi dieci anni, purtroppo non mi pare che il fenomeno terroristico sia stato assente, quanto meno in Europa. Nel frattempo, per quanto possibile, molti Paesi sono corsi ai ripari, ma il rischio attentati è ormai una tragica realtà del nostro tempo, al di là di chi sia al potere nella tal capitale.”
E da ultimo: 11 settembre, missioni fallite in Iraq e Afghanistan, assalto al Campidoglio, caduta di Kabul. Gli Stati Uniti hanno davvero perduto il loro ruolo guida dell’Occidente?
“Noto una certa schizofrenia in Europa: in passato ci siamo spesso lamentati che gli americani volessero sempre fare i gendarmi del mondo, adesso ci preoccupiamo per il loro disimpegno da alcune aree di crisi. Delle due l’una.”
Shakespeare 2.0 scriverebbe: “Fragilità, il tuo nome è opinione pubblica”.
Speciale per Africa ExPress Mohammed Alguzo
17 settembre 2021
In un comunicato “Likaa Saydat al-jaball” un gruppo politico libanese anti-iraniano, ha cosi commentato la formazione del nuovo governo che si è appena insediato a Beirut: “L’occupazione iraniana, con il sostegno di potenze straniere, in particolare la Francia, ha imposto ai libanesi un governo presieduto dal Primo Ministro Najib Mikati che assicura il perpetuarsi di una classe politica fedele agli interessi di Teheran.
Anche forze locali hanno contribuito a rendere possibile questa deriva, a partire dal club dei quattro precedenti premier e altre forze politiche sotto l’eterno pretesto del “realismo politico e del rispetto dell’equilibrio dei poteri”, ignorando così l’insurrezione popolare libanese del 17 ottobre 2019 e dichiarando in pratica la sua sconfitta.
Conferenza stampa Likaa Saydat al-jaball
I libanesi di “Likaa Saydat al-jaball”, mentre la popolazione attende che il governo trovi le soluzioni per tirarli fuori da questa situazione catastrofica, sono consapevoli che il nuovo compromesso consoliderà l’egemonia iraniana sul processo decisionale nazionale. Secondo il gruppo, i libanesi si sentono umiliati e oppressi mentre vedono il loro ceto politico inginocchiarsi davanti al cosiddetto fronte del rifiuto da Beirut a Damasco, e da Baghdad allo Yemen.
Il Likaa avverte i libanesi che il loro Paese è oramai sotto occupazione iraniana. E dichiara la sua volontà di proseguire ogni sforzo per unire tutte le forze fedeli alla causa nazionale “fino a quando il nostro Paese tornerà ad essere libero, sovrano, e indipendente, facendo parte del mondo arabo”.
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
15 settembre 2021
Nove voli fantasma per deportare centinaia di cittadini egiziani fantasma. Ci sono ignoti i volti, i nomi e i cognomi, l’età, le speranze e i sogni infranti, le vere ragioni per abbandonare case e famiglie e intraprendere un lungo e pericoloso viaggio per mari e deserti.
In verità non sappiamo neanche quanti siano stati davvero respinti od espulsi in soli sei mesi perché la contabilità dei burocrati di Stato è tutt’altro che precisa e meticolosa. Non meno di 180 egiziani ma potrebbero essere pure 350. Si parla di “rimpatri e riammissioni” ma in tre occasioni l’aeroporto di destinazione non si trova in Egitto ma in un Paese terzo lontano tremila chilometri.
Rimpatri forzati
Ignoriamo a chi e con quali garanzie siano stati consegnati i cittadini egiziani illegalmente entrati in territorio italiano e chi e in che modo, a Roma, abbia verificato se essi non fuggissero dalle sanguinose repressioni del regime del generale al-Sisi – le sparizioni forzate, gli omicidi extragiudiziali, le torture – che ormai tutti in Italia conoscono, dopo la tragica vicenda del ricercatore Giulio Regeni e l’illimitata carcerazione dello studente dell’Università di Bologna Patrick Zaki.
Gli avvisi di appalti di trasporto aereo immigrati, aggiudicati dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno (direzione centrale dell’Immigrazione e della Polizia delle frontiere), consultabili sul sito web della Polizia di Stato, delineano uno scenario inedito ed inquietante: tra il 19 marzo e il 31 agosto 2021, le autorità italiane hanno speso 652.290 euro per noleggiare nove aerei e deportare un imprecisato numero di cittadini egiziani “destinatari di provvedimenti di espulsione o respingimento del Questore”.
Il dittatore egiziano Abdel Fattal Al Sisi
Operazioni deprecabili per il clima di violenza e oppressione che si respira nel Paese nordafricano e per l’ingiustificato dispendio di risorse finanziarie e umane. Per i “necessari servizi di allontanamento e accompagnamento” dei migranti o potenziali richiedenti asilo sono stati impiegati tra 650 e 1.000 agenti di polizia, con costi di missione (internazionale) non quantificati come non quantificate sono le spese per il trasferimento degli egiziani dai centri di detenzione ed espulsione agli aeroporti d’imbarco.
“Risulta possibile eseguire il rimpatrio dei cittadini egiziani giunti illegalmente sul territorio nazionale, previo espletamento delle necessarie procedure di identificazione dei soggetti, a norma dell’Accordo di cooperazione tra la Repubblica italiana e la Repubblica araba d’Egitto in materia di riammissione del 9 gennaio 2007”, si legge in tutte e nove le procedure negoziate con cui la Polizia di Stato affida a società private il trasporto aereo di migranti.
“Il rimpatrio degli stranieri destinatari di provvedimenti di espulsione deve essere sempre eseguito immediatamente o comunque, se gli interessati sono trattenuti in un CPR (Centri per il rimpatrio, nda), non appena siano state superate le situazioni transitorie che ne ostacolavano l’esecuzione, indipendentemente dal periodo di trattenimento eventualmente già convalidato dall’Autorità giudiziaria (…) E’ pertanto considerata l’indefettibile necessità di provvedere al rimpatrio di cittadini egiziani destinatari di provvedimenti di allontanamento dall’Italia, tramite noleggio di un aeromobile e connessi servizi”.
Il primo volo di riammissione risale al 19 marzo 2021 e ha riguardato “20/30 cittadini egiziani” accompagnati da “circa 70/90 unità del personale delle forze di Polizia”. L’aereo è decollato da Roma Fiumicino e dopo uno scalo a Palermo Punta Raisi ha incredibilmente concluso il suo itinerario atterrando ad “Hammamet (Tunisia)”.
Costo del noleggio 85.000 euro e affidamento alla PAS Professional Aviation Solutions S.r.l., società con sede a Milano che ha svolto altri cinque trasporti di migranti egiziani nel corso dell’anno.
Il 13 aprile le autorità di polizia hanno rimpatriato altri “20/40 cittadini egiziani” con un volo diretto Roma-Il Cairo; poi ancora il 27 aprile (partenza da Fiumicino, scalo a Palermo e destinazione finale ancora una volta Hammamet-Tunisia, costo 92.000 euro) e il 21 maggio (decollo da Roma Fiumicino, scali a Bari Palese e Palermo e arrivo ad Hammamet, 53.900 euro).
Il 21 giugno un altro gruppo di migranti è stato consegnato alle autorità di polizia egiziane dopo aver volato sulla rotta Fiumicino-Palermo-Il Cairo; il 2 luglio, con un aeromobile noleggiato alla compagnia EgyptAir, l’itinerario per la “riammissione” in patria è stato Fiumicino-Bari-Il Cairo. Il 13 luglio si è registrato invece un volo con partenza da Trieste Ronchi dei Legionari, scalo a Roma Fiumicino e destinazione finale la capitale egiziana.
L’ultima operazione di “riammissione” di una trentina di migranti egiziani risale al 31 agosto con rotta Roma-Bari-Il Cairo. Nel 2020 i voli di rimpatrio dall’Italia erano stati appena due (il 21 gennaio e il 7 febbraio) e sempre con lo stesso itinerario Roma-Palermo-Il Cairo, con una spesa complessiva di 115.990 euro.
L’Accordo di cooperazione in materia di riammissione e contrasto dell’immigrazione irregolare, assunto a fondamento giuridico dell’escalation dei voli per i passeggeri fantasma è inspiegabilmente sopravvissuto alle “rivoluzioni” e ai colpi di Stato che hanno sconvolto l’Egitto nell’ultima decade. Firmato a Roma il 9 gennaio 2007 dall’allora viceministro Ugo Intini (Presidente del Consiglio Romano Prodi, ministro dell’Interno Giuliano Amato, agli Esteri Massimo D’Alema) e dall’omologo viceministro della Repubblica d’Egitto, Mohammed Meneisi.
L’accordo è rimasto in vigore nonostante l’estromissione del presidente Hosni Mubarak, l’11 febbraio 2011, da parte del Consiglio supremo delle forze armate guidato dal generale Mohammed Hoseyn Tantawi, a cui è seguita la contestata elezione a presidente nel giugno 2012 di Mohamed Morsi (Fratelli Musulmani) e il golpe militare del 3 luglio 2013, con la presidenza provvisoria del magistrato Adil Mahmud Mansur e infine l’arrivo al potere del generale Abdel Fattal Al-Sisi (8 giugno 2014).
Nelle fasi più critiche delle relazioni tra i due Paesi – dopo l’omicidio Regeni – le autorità egiziane hanno minacciato di sospendere unilateralmente la validità del memorandum, ma il numero record dei rimpatri dell’ultimo semestre conferma invece che i migranti “irregolari” sono un affaire fondamentale per l’alleanza italo-egiziana alla pari dell’import-export di sistemi d’arma, gas e petrolio.
Secondo quanto previsto all’art. 2 dell’Accordo, ciascuna parte contraente “riammette i propri cittadini che non soddisfano i requisiti stabiliti dalla legislazione sull’immigrazione in vigore, a condizione che sia dimostrato o si possa ragionevolmente presumere che sono cittadini della parte richiesta”.
Oì-ù per le richieste di riammissione a cui le parti rispondono entro 21 giorni, altrimenti vale il silenzio assenso. All’art. 7 si contempla la possibilità che i cittadini di Paesi terzi transitino sul territorio, previo accordo tra le parti, non più di tre alla volta e con la descrizione dell’itinerario di transito e del Paese di destinazione finale.
Scorcio di Hammamet, Tunisia
Nell’annesso protocollo esecutivo, l’art. 2 prevede che la riammissione dei cittadini delle parti contraenti e le procedure per il passaggio in transito dei cittadini di Stati terzi avvengano presso i valichi di frontiera degli aeroporti internazionali di Roma Fiumicino, Milano-Malpensa e del Cairo.
La lettura dell’art. 5 revoca uno shock: “Ogniqualvolta le Parti valutino, di comune accordo, il sussistere di casi di urgenza e necessità o di casi umanitari, le procedure per stabilire l’identità delle persone di cui si richiede la riammissione possono essere svolte sul territorio della Parte richiesta (cioè il Paese cui è indirizzata la richiesta di riammissione, ndr)”. “In tali ipotesi – si aggiunge – le Parti contraenti concordano tempi e modalità di trasporto, nonché le garanzie per il ritorno nel territorio della Parte richiedente di coloro i quali risultino non essere cittadini della parte richiesta”.
Sono all’indice delle maggiori organizzazioni di difesa dei diritti umani le politiche sulle migrazioni del governo egiziano. Amnesty International rileva come lo scorso anno sono stati innumerevoli i casi di arresto, detenzione arbitraria e maltrattamenti di rifugiati e migranti stranieri in Egitto.
Impensabile che in caso di scoperta di un eventuale errore nell’identificazione, il migrante possa rientrare ed essere riaccolto in Italia. Impossibile capire poi il perché del trasferimento dei cittadini egiziani nella località sud-orientale tunisina di Hammamet. Un refuso ripetuto tre volte in altrettanti documenti di Polizia? O il rischio concreto di una deportazione manu militari al vicinissimo inferno libico? Draghi e Lamorgese hanno il dovere di spiegarlo prima possibile.
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