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In Mali ucciso il rapitore di Rossella Urru e Bamako vuole i mercenari russi

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
16 settembre 2021

“Adnan Abou Walid al-Sahraoui, il leader dello Stato Islamico nel Grande Shara (EIGS) è stato ucciso qualche settimana fa, durante un intervento delle forze francesi dell’Operazione Barkhane”. Lo ha annunciato il presidente Emmanuel Macron sulla suo account Twitter.

Voci sull’eliminazione del terrorista, indicato come l’uomo che ha organizzato il rapimento della cooperante italiana Rossella Urru nel sud dell’Algeria nell’ottobre 2011, circolavano da qualche settimana, ma quando si tratta della morte di un leader della sua portata è meglio essere cauti prima di dare l’annuncio ufficiale. Altre volte è stata riportata troppo frettolosamente l’uccisione di un importante miliziano, riapparso poco tempo dopo vivo e vegeto e più aggressivo di prima.

Adnan Abou Walid al-Sahraoui, leader di EIGS ucciso da Barkhane

Anche Florence Parly, ministro della Difesa francese, durante un’intervista a Radio France Internationale (RFI) ha confermato che Adnan Abou Walid al-Sahraoui è stato ucciso dalle truppe francesi nel mese di agosto, senza però indicare la data precisa. “Solo oggi siamo certi che si tratta del capo di EIGS, raggruppamento terrorista fondato nel 2015. Adnan Abou è ex membro del Fronte Polisario (il movimento indipendentista del Sahara Occidemtalesahrawi n.d.r.) nonché di al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI)”.

Nel vertice di Pau, Francia, tenutesi nel gennaio 2020 e al quale hanno partecipato i leader del G5 Sahel (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger e Macron) il capo di EIGS è indicato come il nemico numero uno da combattere nella galassia jihadista del Sahel.

Già a giugno era stato arrestato, Rhissa al-Sahraoui, il braccio destro del capo di EIGS, molto abile nel maneggiare i droni  utilizzati per pianificare gli attacchi. La sua cattura era stata possibile grazie a un’operazione congiunta delle forze armate nigerine e Barkhane vicino a Menaka, nella regione di Gao, nel nord del Mali. Insieme a Rhissa al-Sahraoui erano stati acciuffati altri tre pezzi da quaranta della formazione terrorista EIGS: Abou Darda, Djouleybib al-Sahraoui e Moussa Ineylou.

Mentre in luglio, durante un’altra operazione, sono cadute nelle reti di Barkhane altri due pilastri dell’organizzazione jihadista: Issa Al-Sahraoui, coordiantore logistico e finanziario, nonchè responsabile del reclutamento e formazione delle nuove leve e Abou Abderahmane Al-Sahraoui. Quest’ultimo era il giudice di EIGS, conosciuto e temuto per le sue condanne a morte. Basti pensare che a maggio aveva ordinato l’amputazione pubblica del braccio destro e della gamba sinistra di tre presunti ladri a Ouatagouna, nei pressi di Gao.

EIGS è responsabile di numerosi sanguinari attacchi soprattutto nella zona delle “Tre Froniere” (Burkina Faso, Mali,Niger) sia contro obbiettivi civili i civili sia contro postazioni militari. Nel 2017 il raggruppamento EIGS ha rivendicato l’uccisione di 4 soldati USA e altrettanti militari nigerini a Tongo Tongo, nel nord-ovest del Niger e di tutta una serie di attacchi a basi militari in Niger e Mali verso la fine del 2019.

In un assalto dell’agosto 2020 hanno assassinato 6 operatori umanitari francesi e 2 nigerini nella riserva delle giraffe.

Le ultime operazioni sono state un successo per Barkhane, che, ha annunciato il presidente francese Macron a margine del G5 Sahel del luglio scorso, saranno almeno parzialmente ritirate. Tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022 dovrebbero chiudere le basi di Kidal, Tessalit e Timbuktu, nel nord del Mali. Il contingente francese, che ora conta 5.100 uomini in tutto il Sahel, dovrebbe essere ridotto del 40 per cento. Dunque la Francia sarà presente solo con 2.500, al massimo 3.000, unità nella regione.

La comunicazione dell’uccisione del leader di EIGS giunge poche ore dopo l’annuncio del governo di transizione del Mali di aver preso contatto con i mercenari russi Wagner per la lotta contro i terroristi nel Sahel.

Il gruppo Wagner è già presente in diverse nazioni africane, soprattutto in Centrafrica, dopo accordi presi alla fine del 2017 tra il ministro degli Esteri russo, Sergueï Lavrov e il capo di Stato centrafricano, Faustin Archange Touadéra.

Gli irregolari di Mosca sono presenti anche in Mozambico, Sudan e in Libia. Ora li reclama anche Bamako.

Del Gruppo Wagner si sa poco. Il loro impiego come mercenari viene sfrontatamente negato (in Russia è un’attività illegale) e ufficialmente i suoi paramilitari vengono utilizzati per la protezione di impianti petroliferi e pipeline. Nel caso della Repubblica Centrafricana “proteggono” le miniere d’oro, di diamanti e le foreste di legno pregiato.

Il gruppo Wagner “anche se sembra un azienda privata è invece il braccio non ufficiale del Ministero della Difesa russo”.

La presenza dei mercenari russi in Africa è cominciata in Sudan quando – secondo l’agenzia di “informazioni strategiche” (cioè di spionaggio) Stratfor – nel gennaio 2018, sono sbarcati a Khartoum i primi paramilitari con il compito di sostenere il dittatore Omar Al Bashir, defenestrato a inizio aprile quest’anno. Al Bashir dal 4 marzo 2009 è ricercato dalla Corte penale Internazionale, per I crimini commessi in Darfur.

Mercenari russi del gruppo Wagner

Un ruolo significativo i russi lo stanno giocando anche in Libia dove appoggiano i miliziani del generale della Cirenaica Khalifa Haftar in guerra contro il presidente Mohamed Younis Ahmed al-Manfi. Insomma dalla guerra fredda di un tempo siamo passati alla guerra per il controllo e l’accaparramento delle risorse dove e popolazioni africane hanno il solo ruolo di impotenti spettatori.

Sia Berlino che Parigi sono estremamente preoccupati che Bamako possa stringere alleanze con i contractor di Mosca. Il governo maliano non ha ancora rivelato dettagli sulle trattative in corso. Ma Berlino fa sapere che se una cooperazione con Wagner dovesse essere confermata, metterebbe in discussione il mandato della Bundeswehr in seno alla missione dell’ONU MINUSMA e di EUTM (acronimo per ‘European Union Training Mission).

Anche Parigi ha espresso serie perplessità. La Parly ha detto che un accordo con il Mali e gruppo Wagner sarebbe “estremamente preoccupante e contradditorio”, mentre il minstro degli Esteri, Jean-Yves le Drian, ritiene che un’eventuale intesa tra Bamako e i contractor russi sarebbe assolutamente inconciliabile con la presenza dei militari francesi nella ex colonia.

Cornelia I. Toelgyes
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Il G5 Sahel a Bamako, lancia un nuovo contingente africano contro i jihadisti

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Scontri, scuole bruciate e violenza: così il Kenya si prepara alle presidenziali del 2022

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Dal Nostro Corrispondente
Michael Backbone
Nairobi, 16 settembre 2021

Tra meno di un anno in agosto 2022, avranno luogo le elezioni presidenziali e quelle per i senatori e deputati del Kenya. Nei mesi antecedenti la campagna ufficiale, si assistono a segnali non tanto velati di un solito rimescolamento delle alleanze che si tessono per assicurarsi un “posto a tavola” alla guida del Paese. Naturalmente non si tratta di scontri tra ideologie o sensibilità politiche diverse ma solo di lotte per acquisire potere e privilegi. 

Uhuru Kenyatta, presidente del Kenya

Il primo elemento palese è la forte fluidità (e forse immaturità) di queste alleanze: allorquando il Kenya nel 2017 confermava un bipartito classico composto dalle solite coalizioni tribali (Kikuyu, di cui fa parte il Presidente Kenyatta,  e Kalenjin, del defunto presidente Moi, con Ruto oggi come Vice Presidente), ora il baricentro sembra palesarsi verso una ricomposizione di leadership Kikuyu-Luya-Luo con una moltitudine di cespugli e ciuffetti etnici minori, che si attaccano al carro del vincitore.

Il tutto accade in modo disinvolto, anche se la matematica elettorale è scandita dal metronomo etnico Kikuyu, attorno cui varie maggioranze spontanee e di convenienza possono comporsi in subalternità.

A un anno dunque dalle elezioni, per le quali gli osservatori internazionali non sono certamente ottimisti, le schermaglie sono iniziate a tutti i livelli della società. In tutte le contee del Paese si assiste al ritorno di leitmotiv ricorrenti sostanzialmente di tipo economico, ovviamente nobilitati da eleganti principi di nessun interesse. In quelle attorno al Monte Kenya il ritornello è sempre lo stesso: l’appropriazione da parte di famiglie che una volta erano coloniali perlopiù britannichei di vasti appezzamenti di terra ora rivendicati dalle popolazioni locali che nel parecchio tempo fa hanno sofferto un’esproprio di terre.

Tali confische spesso hanno contorni confusi e sembra perlomeno strano che un latifondista voglia inimicarsi chi in fondo apporta valore, conoscendo le terre meglio del proprietario stesso.

Rimane tuttavia il fatto che questo giustizialismo un po’ becero avviene ad ogni elezione, proprio quando i candidati di alcune contee (Laikipia, Samburu, West Pokot e Baringo, circa 49,000Km quadrati di territorio) agitano gli spiriti con intenti dichiaratamente infiammatori.

Ne sa qualcosa la conservazionista italiana Kuki Gallman, che in due occasioni è stata presa a fucilate da parte di facinorosi che, aizzati a bella posta, hanno invaso il suo parco faunistico a Laikipia, con il solito motivo: invadere la terra per far pascolare il bestiame. Non senza dimenticare che le aree come quelle amministrate dalla nostra compatriota sono riserve faunistiche, ossia con animali selvaggi solitamente carnivori.

La contea di Laikipia si trova a meno di 200 chilometri a nord di Nairobi. Si tratta di un altopiano dominato dalla vista del Monte Kenya, la vetta più alta del Paese. Il parco faunistico di Kuki Gallman si chiama Ol Ari Nyiro, a sinistra in alto nell’immagine, e il suo nome significa “origine di molte sorgenti”.

L’ultima “punizione” mirata, a fucilate, inflitta alla Gallman data di maggio scorso. Successivamente nella contea sono scoppiati violenti disordini.

La punizione generale invece, ha investito ultimamente proprio gli indigeni che in un modo o l’altro beneficiano degli sforzi dei proprietari terrieri non autoctoni intenti a mantenere in condizioni di sostenibilità le terre, sviluppando un equilibrio tra fauna e agricoltura: da un lato un’inestimabile valore in termini di conservazione delle specie in via di estinzione e dall’altra l’unica risorsa reale dei locali.

Una contraddizione sfociata in un conflitto reale che dura da decenni: difficile conciliare carovane di turisti che portano e pagano in valuta pregiata per vedere e fotografare elefanti e leopardi, con esigenze dei pastori e contadini locali interessati a pascoli per le loro mandrie o terreni per coltivare e vivere…..

Scuole bruciate, uccisioni, risse al machete che hanno spinto il Ministro dell’Interno Matiang’i a inviare sul posto truppe di élite per ristabilire l’ordine. I politici locali, dal canto loro, in cerca di un nuovo scranno continuano a gettare olio sul fuoco, provocando incidenti che coinvolgono anche quegli elettori che tra meno di un anno si esprimeranno.

Ma c’è di più. Qualcuno interessato a provocare disordini scheda i proprietari terrieri e sobilla pastori e contadini nella speranza che cresca il loro astio. Hanno buon gioco grazie ai social media che amplificano notizie spesso imprecise, molto più spesso errate e soprattutto infiammatorie degli animi. Ecco, come prova, questo Tweet di un certo Ali Mahamud che all’anagrafe è di identità incerta, e potrebbe essere un politico della contea vicina di Marsabit, o un passato Governatore o un semplice identitario affiliato al campo dell’aspirante Presidente 2022 William Ruto. Ali Mahamud pubblica la lista dei proprietari terrieri tutti regolarmente non Kenioti, con solerzia di dettagli falsi e, a volte, anche coloriti.

La giaculatoria ovviamente attacca i presunti proprietari terrieri di quelle zone, affermando banalità non verificabili,.

La prima della lista, come detto oggetto di colpi d’arma da fuoco due volte in quattro anni, governa un parco faunistico proprio nella Contea. Già immagino la sua felicità nel vedersi associata a propositi provocatori che poco si confanno alla sua natura, allo spirito con il quale spesso ha difeso con unghie e denti questo angolo di natura incontaminata.

Gli altri proprietari terrieri della zona sono elencati con una certa malizia, il totale delle terre detenute è ovviamente calcolato per eccesso e non è del tutto reale, ma neanche i posti elencati sono tutti nella contea di Laikipia che, secondo le statistiche correnti, copre 8,696 chilometri quadrati. Un chilometro quadrato equivale a 247.11 Acri.

Per esempio il decimo della lista è uno dei soci fondatori della nota marca “Puma” e ha investito parecchio denaro per destinare la proprietà a riserva faunistica.

Il quattordicesimo terreno è di proprietà di una delle famiglie britanniche più longeve del Kenya, uomini politici, governatori e lady Delamere sindaca di Nairobi nei primi anni Sessanta, ai tempi di Jomo Kenyatta, il primo presidente.

Se avete voglia di leggere qualche pettegolezzo sulle proprietà in questione, andate qui: The aristocratic class that owns huge tracts of land in Kenya

Se invece volete trarne una morale, pensate che queste terre, magari un secolo addietro o più, sono passate di mano per atto d’imperio, ma da quel momento in poi sviluppi successivi hanno portato benefici per tutti, compresi lavoro e ricchezza alla comunità locale.

Questo tipo di giustizialismo un po’ stantio certamente non giova alla classe più povere  del Kenya ma neppure alle classe media e lavoratrice.. Piuttosto giova all’imbelle classe politica per affermare le sue ambizioni. La si potrebbe leggere come la versione locale di un populismo vernacolare che attizza qualche spirito sconnesso per incassare voti prebende a spese dei poveracci usaticome massa di manovra.

Michael Backbone
@
africexp
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Update/Kenya: colpi di mitra a Kuki Gallmann. La naturalista un mese in coma

Mozambico e “Debiti occulti”: 12 milioni a Ndambi ma il figlio dell’ex presidente nega

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 15 settembre 2021

Il processo “Debiti occulti”, scandalo da 1,9 mld di euro che ha coinvolto anche due presidenti continua ad essere nelle prime pagine del media mozambicani. Iniziato il 23 agosto, per l’opinione pubblica e i media mozambicani, il personaggio più “ghiotto” è Ndambi Guebuza. È il primogenito del 78enne Armando Guebuza, ex generale e penultimo presidente della Repubblica Popolare del Mozambico.

debiti occulti
Processo “Debiti occulti “, Il guidice Efigenio Baptista e l’imputato Ndabi Guebuza in tribunale

Ormai, i media e la gente, lo chiamano Cenerentola, visto che pare stia vivendo nel mondo delle favole, un mondo parallelo tutto suo. Anche davanti all’evidenza nega. Il figlio maggiore dell’ex capo di Stato, alle domande del giudice, Efigénio Baptista, ha risposto poco e male. “Ho dimenticato”, “non ricordo”, “non confermo”, “non voglio parlare” sono state la maggior parte delle risposte.

Ndambi nega tutto

Il rampollo dell’ex presidente ha negato tutto ciò che poteva negare, anche davanti all’evidenza: email ricevute e spedite e perfino viaggi fatti con altri imputati. Tra questi, due dei maggiori personaggi attori dello scandalo: Teófilo Nhangumele e António Carlos do Rosário. Sono stati i primi ad essere ascoltati dalla Corte che, secondo le prove acquisite, erano con Ndambi in Germania. Il figlio di Guebuza ha negato di aver partecipato quell’incontro che ha portato alla creazione della Proindicus, una delle tre società responsabili della frode.

In una delle udienze la Corte ha mostrato un documento dove Ndambi Guebuza ha firmato di aver ricevuto 1,8 mln di euro. L’importo era una parte dei 42,3 mln di euro pagati da Privinvest, azienda mediatrice che ha fatto avere il prestito di 1,9 mld di euro. Il denaro era da dividere con due degli imputati: Teofilo Nhangumele e Bruno Tandane Langa. Il figlio di Guebuza ha giurato di non aver mai siglato quel documento.

Debiti occulti Armando Guebuza in tribunale
“Debiti occulti”, l’ex presidente mozambicano, Armando Guebuza, in tribunale

Per il figlio dell’ex presidente il processo è uno spettacolo per incastrarlo

Il giornale online Carta de Moçambique scrive che “secondo Ndambi Guebuza, il processo è uno spettacolo. È stato messo in piedi dall’ufficio del procuratore generale, che ha confiscato i suoi beni e diffuso la voce che era un ladro”. Ha affermato anche che a causa di ciò che hanno scritto i media la sua vita è in pericolo. “In prigione avrei potuto essere accoltellato o un mio parente avrebbe potuto essere rapito”, scrive il giornale -.

Asserisce che tutta questa storia viene utilizzata per perseguitare la sua famiglia. Anche riguardo al conto aperto a suo nome ad Abu Dhabi non sapeva nulla. È stato aperto dal sui socio d’affari, il libanese Jean Boustani, dirigente di Privinvest, azienda mediatrice che ha fatto avere il prestito di 1,9 mld di euro. Intanto, in udienza, era presente anche anche Armando Guebuza.

Video: “Debiti occulti”, applausi al giudice Efigenio Baptista in un supermercato di Maputo

La folla applaude e il giudice si commuove

Secondo la Corte, il processo sarà più lungo del previsto e continuerà fino a novembre. Il giudice Efigénio Baptista, ormai simbolo dell’anti-corruzione, gode del favore della gente. In un supermercato di Maputo è stato applaudito dalla folla e ha dovuto asciugarsi le lacrime per la commozione.

Sandro Pintus
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Mozambico, sottratti quasi 2 miliardi di euro: figlio di ex presidente a processo

Società civile mozambicana blocca estradizione dell’ex ministro corrotto Manuel Chang dal Sudafrica a Maputo

Ex ministro mozambicano (frode da 1,9mld): Sudafrica blocca estradizione a Maputo

Sudafrica: salvo ex ministro mozambicano (frode da 1,9mld) non sarà estradato in USA

Mozambico (3), enormi giacimenti di gas e rubini. E aumento della corruzione

 

Guinea: la gente plaude ai golpisti che cercano una legittimazione politica

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
14 settembre 2021

Dopo il golpe del 5 settembre, la Guinea è stata sospesa dall’Unione Africana e dalla CEDEAO, la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occcidentale. Ora il leader dei putschisti, Mamady Doumbouya, deve correre velocemente ai ripari e già oggi iniziano le consultazioni al Palais du Peuple à Conakry.

Una vera e propria maratona, in quanto il Comité National de Rassemblement et du Développement (CNRD) – la giunta militare che ha rovesciato Alpha Condé, presieduta dal capo dei rivoltosi – ha invitato tutte le forze vive del Paese per le consultazioni che si protrarranno per tutta la settimana. Nessun leader è stata invitato personalmente e nessuna formazione politica formalmente. Dunque in teoria i rappresentanti di tutti raggruppamenti possono presentarsi per essere ascoltati.

Golpe delle forze speciali in Guinea, 5 settembre 2021

Un’iniziativa ben accolta da tutti partiti per una prima presa di contatto con la giunta militare e avviare i dialoghi. Anche i leader del partito di Alpha Condé, il Raggruppamento del Popolo Guineano (RPG) si sono riuniti per decidere se partecipare o meno alle consultazioni.

In linea di massima questi colloqui dovrebbero rappresentare una tappa del dopo golpe per preparare la transizione, che per il momento si presenta ancora alquanto confusa.

L’UA e la CEDEAO che hanno duramente condannato la presa di potere con la violenza, hanno chiesto l’immediata liberazione di Alpha Condé e il ritorno all’ordine costituzionale. Anche il rappresentante speciale per il Sahel e l’Africa occidentale del segretario generale dell’ONU, Mahamat Saleh Annadif,  in vistia nel Paese ieri, ha auspicato che il potere torni in un tempo ragionevole ai civili.

Guiea: Alpha Condé in mano ai golpisti

La commissione della CEDAO, presieduta dall’ivoriano Jean-Claude Kassi-Brou e accompagnato dai ministri degli Esteri di Togo, Ghana, Burkina Faso e Nigeria si è recata in Guinea venerdì scorso. Ha avuto colloqui con Doumbouya e ha anche potuto incontrare Condé, che si trova ancora nelle mani dei militari.

L’anziano presidente non ha ancora rassegnato le dimissioni e sembra non sia intenzionato a farlo. Pare abbia detto: “Preferisco essere ucciso, non firmerò mai una lettera di congedo”.

Lo scenario attuale in Guinea è molto simile a quella del Mali dopo il golpe dell’agosto 2020. Allora la CEDEAO aveva imposto sanzioni, per lo più economiche, nei confronti di Bamako e sospeso il Paese dall’Organizzazione. Penalità poi annullate in seguito all’impegno della giunta militare di organizzare libere elezioni dopo un periodo di transizione di 18 mesi.

Peccato che solo qualche giorno fa il primo ministro di Bamako, Choguel MaÏga, abbia dichiarato che le elezioni non sono la priorità del suo governo, affermazione che ha messo nuovamente in stato di allerta la CEDEAO.

E, come in Mali allora, oggi anche in Guinea parte della popolazione ha accolto con compiacimento il golpe. Anzi, non sono nemmeno mancate le manifestazioni di simpatia, specie quando una settimana fa la giunta ha liberato un primo gruppo di oppositori.

Subito dopo il colpo di Stato, migliaia di persone si sono riversate sulle strade di alcuni quartieri di Conakry per esprimere consenso e qualcuno anche soddisfazione per l’arresto dell’83enne presidente, che non tollerava il dissenso, sotto il suo regime le manifestazioni venivano represse con la forza.

La situazione economica del Paese è tutt’altro che brillante, non si è mai ripresa totalmente dopo l’epidemia di ebola 2014-2014, per precipitare poi nuovamente a causa dell’espandersi del virus. La corruzione e la mala gestione hanno fatto il resto. Basti pensare che solo il 3 per cento della popolazione rurale ha accesso all’energia elettrica, appena il 25 per cento delle strade sono asfaltate. Poco meno della metà della popolazione (il 44 per cento) vive ancora sotto la soglia di povertà. L’età media si attesta sui 60.

Durante le manifestazioni in piazza subito dopo il colpo di Stato, la gente ha salutato con gioia e compiacimento anche alcuni soldati USA. Come nostra il video qui sopra, erano in auto, cercando di farsi strada verso l’ambasciata in mezzo alla folla, scortati da soldati guineani.

Si trovano nel Paese per una missione di addestramento di forze militari locali nell’ambito di Joint Combined Exchange Training events. AFRICOM (Comando delle forze armate degli Stati Uniti d’America per le operazioni nel continente africano) ha sottolineato che il governo di Washington e tanto meno il suo l’apparato militare sono in alcun modo coinvolti nel putsch, anzi, gli USA hanno fermamente condannato la presa di potere con la forza da parte delle forze speciali guineane.

Cornelia I. Toelgyes
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Le imbarazzanti amicizie di USA, Francia, Italia e Israele del golpista guineano

Guinea: ieri la popolazione ha votato per il presidente e oggi si parla di brogli

 

 

“Ai giochi di guerra in Egitto, l’Italia non c’è”: ma video e foto smentiscono la Difesa

Speciale per Africa ERxPress
Antonio Mazzeo
13 settembre 2021

La notizia diffusa da alcuni mezzi di informazione secondo la quale le Forze Armate italiane sarebbero impegnate nell’esercitazione multinazionale Bright Star 2021 che si sta svolgendo in Egitto è priva di fondamento. Lo Stato Maggiore della Difesa precisa che nessun assetto militare italiano partecipa a questa esercitazione internazionale”. E’ questo il laconico comunicato emesso dall’ufficio stampa dello Stato Maggiore della Difesa il pomeriggio di domenica 12 settembre per smentire quanto da noi rivelato il giorno precedente in un articolo in Africa Express.

Giovedì 2 settembre nella base militare egiziana Mohamed Naguib del governatorato di Marsa Matruh, al confine con la Libia, ha preso il via una grande esercitazione militare multinazionale denominata Bright Star 21, cioè Stella luminosa, dove per 21 s’intende l’anno in corso ma che pure coincide con il numero dei paese partecipanti, uno dei quali è proprio l’Italia”, riportavamo nell’articolo.

“L’elenco delle 21 stelle di Bright Star è stato reso noto dal portavoce dell’esercito egiziano, il colonnello Arkan Harb Gharib Abdel Hafez: oltre ad USA ed Egitto compaiono Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (sotto accusa per i crimini commessi nel corso del sanguinoso conflitto in Yemen); il Bahrain, l’Iraq, il Kuwait e la Giordania; poi c’è il Pakistan, chiacchierato un po’ ovunque per le controverse relazioni con le milizie dei talebani afgani; diversi stati africani (Sudan, Marocco, Tunisia, Kenya, Nigeria, Tanzania).

A chiudere l’elenco le forze armate di cinque Paesi europei, Cipro, Francia, Grecia, Regno Unito, Spagna e Italia”.

Prendiamo atto della rapida presa di distanza del ministero della Difesa da un’esercitazione di guerra promossa dal regime del generale di Al-Sisi per rafforzare la propria immagine a livello internazionale, al via negli stessi giorni in cui sono stati resi pubblici rapporti sulle sistematiche violazioni dei diritti umani perpetrati contro i cittadini e gli attivisti egiziani da parte dell’esercito e delle forze di polizia.

Crimini che hanno profondamente turbato l’opinione pubblica italiana, già colpita dall’efferato omicidio al Cairo del giovane ricercatore Giulio Regeni e della lunga e ingiusta carcerazione dello studente egiziano dell’Università di Bologna, Patrick Zaki.

Pur tuttavia, lo diciamo innanzitutto al ministro Lorenzo Guerini, restiamo convinti che la “smentita” non sia sufficiente a chiudere definitivamente la querelle.

Innanzitutto, così come scrivevamo sabato 11 settembre, la fonte del nostro articolo è ufficiale: si tratta del ministero della Difesa egiziano che ha prodotto un breve video di presentazione di Bright Star 2021 in cui vengono riprodotte orribili immagini di combattimenti e bombardamenti aerei e con il manifesto-logo dei war games comprensivo dei 21 paesi partecipanti.

A destra, tra l’Iraq e il Kuwait, fa bella mostra di sé proprio la bandierina italiana (il video di 48 secondi qui sotto)

L’elenco degli stati che compaiono nello screenshot del video del Ministero della Difesa è stato successivamente diffuso da un gran numero di testate giornalistiche e radiotelevisive a livello internazionale (stranamente non in Italia) e non è mai stato smentito né dagli organizzatori delle esercitazioni (Egitto e Stati Uniti d’America) né dagli Stati maggiori delle forze armate indicate come partecipanti.

Esiste poi un secondo video prodotto ancora una volta dal ministero della Difesa egiziano della durata di poco meno di 4 minuti, in cui oltre al logo di Bright Star e alle immagini dei combattimenti c’è pure la sintesi della Cerimonia d’inaugurazione dell’esercitazione all’interno di un teatro, presumibilmente nella base “Mohamed Naguib” vicino Alessandria.

In più immagini compare chiaramente la bandiera italiana accanto a quella degli altri partecipanti. In particolare al min. 0,42 è visibile un cambio di fronte dei militari portavessilli e proprio all’estrema destra c’è il tricolore. La bandiera italiana è visibile anche al minuto 0,49 quando i militari scendono dal palco. Nella seconda parte del video ci sono diverse immagini della base-comando dell’esercitazione: al min. 1.01 si vedono sventolare in alto numerose bandiere e tra esse ancora una volta c’è quella italiana. Un’altra inquadratura del tricolore è visibile dopo il min. 2,17.

L’esercito cipriota (presente con una settantina di elementi: due Squadre Operazioni Speciali, un’Unità Disastri Subacquei, quattro ufficiali osservatori di Artiglieria e unità corazzate e tre ufficiali di collegamento), sulla propria pagina web ufficiale ha pubblicato un’altra inquadratura dei pennoni e delle bandiere, in cui quella italiana è ancora più nitida, in mezzo a quella irakena e a quella kuwaitiana.

La bandiera italiana è in mezzo a quella irakena e a quella kuwaitiana

Da notare che l’immagine con pennoni e bandiere all’interno della base militare egiziana è stata successivamente riprodotta da innumerevoli testate giornalistiche (molte on line) e campeggia ancora nel comunicato stampa del ministero della Difesa della Repubblica Araba d’Egitto del 2 settembre relativo all’inizio dell’esercitazione multinazionale. (https://www.mod.gov.eg)

Le attività di addestramento congiunto continueranno sino al 17 settembre con la partecipazione di 21 paesi -riporta la nota del ministero -. Il comandante responsabile dell’esercitazione ha effettuato un intervento in cui ha ringraziato il generale Muhammad Zaki, Comandante in Capo delle forze armate, il Ministro della difesa e della produzione militare e il generale Muhammad Farid, Capo di Stato Maggiore della Difesa, nonché i Paesi partecipanti”.

Bright Star 2021 è considerata una delle più grandi e più importanti esercitazioni militari a livello globale dato il livello delle forze partecipanti – prosegue la nota -. Il direttore della parte statunitense ha espresso il suo profondo apprezzamento alle forze armate egiziane per ospitare Bright Star 2021, sottolineando come gli Stati Uniti d’America considerano l’Egitto uno dei più importanti partner strategici nella regione. I comandanti delle forze partecipanti hanno espresso la loro felicità per l’alto morale dei militari di tutti i Paesi e la speranza che Bright Star 2021 possa conseguire gli obiettivi prefissati in modo da rafforzare le relazioni di cooperazione militare tra tutti gli eserciti partecipanti”.

Sempre il ministero della Difesa egiziano ha prodotto un manifesto in lingua araba con l’immagine di un’unita di pronto intervento e un cacciabombardiere, con accanto le date dell’esercitazione l’elenco dei partecipanti. L’Italia compare alla fine a destra tra il Kenya e la Spagna.

L’Italia compare alla fine a destra tra il Kenya e la Spagna.

Ulteriori elementi a conferma di una presenza italiana a Bright Star 2021 compaiono pure in alcuni video e foto pubblicati dal Dipartimento della difesa degli Stati Uniti d’America. In particolare il 2 settembre, a conclusione della cerimonia d’inaugurazione ufficiale dell’esercitazione, l’U.S. Central Command Public Affairs (l’ufficio Affari pubblici del Comando centrale delle forze armate USA) ha diffuso un ampio reportage fotografico dell’evento (visibile in https://www.dvidshub.net/image/6819598/exercise-bright-star-kicks-off-with-opening-ceremony-mohamed-naguib-military-base).

In una foto, in particolare, sono ritratti i rappresentanti di tutti e 21 i Paesi partecipanti, accanto alla rispettiva bandiera. Anche stavolta l’identità del tricolore è evidentissima, non fosse altro che si trova proprio al centro del palcoscenico, tra le bandiere e gli ufficiali di Grecia e Iraq. Per la cronaca, US Centcom sottolinea nella didascalia come la foto sia stata scattata dalla comandante Bridget Haugh di US Army.

foto scattata dalla comandante Bridget Haugh di US Army

Dulcis in fundo ancora il Comando centrale dell’Esercito USA ha prodotto un video sull’arrivo il 31 agosto ad Alessandria d’Egitto di un’unità navale con a bordo alcuni reparti della Guardia nazionale del Texas e del Minnesota per prendere parte a Bright Star 2021.

All’inizio del video (oggi visibile pure sul canale ttps://www.youtube.com/watch?v=7I8wdo2vwvU) compare un secondo logo-manifesto dell’esercitazione internazionale, il cui screenshot offre ancora un’immagine più chiara del tricolore tra i 21 paesi partecipanti: paradossalmente la presenza dell’Italia è evidenziata in modo maggiore degli altri partner, insieme a Francia e Regno Unito.

C’è solo un modo per archiviare questa incredibile vicenda. Il ministero della Difesa italiano e lo Stato maggiore, utilizzando anche i canali diplomatici della Farnesina e dell’Ambasciata italiana al Cairo, deve formalizzare al governo di Al Sisi la non partecipazione di alcun assetto militare nazionale, richiedendo contestualmente che la bandiera tricolore venga ammainata dalla base quartier generale di Bright Star 2021.

Un atto coerente con quanto comunicato ieri ai media e soprattutto profondamente rispettoso dei familiari e amici di Giulio Regeni e Patrick Zaki e della volontà di giustizia e del popolo italiano.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Migranti egiziani rispediti con ponti aerei nell’inferno del dittatore Al Sisi

 

 

ONU: rischio Afghanistan talebano e jihadista anche nel Sahel dove ci sono gli italiani

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
12 settembre 2021

Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres è preoccupato per il terrorismo e l’insicurezza nel Sahel, lo ha confessato in una recente intervista rilasciata alla France Presse.

Il capo del Palazzo di Vetro teme che la situazione creatasi in Afghanistan possa avere serie ripercussioni nei Paesi del Sahel, e non solo, visto che i gruppi terroristi sono già presenti anche in nazioni vicine, Costa d’Avorio e Ghana. “Insomma, i gruppi armati di stampo terrorista si stanno espandendo verso il Golfo di Guinea. Ora come ora la comunità internazionale e gli stessi Paesi interessati, non sono in grado di rispondere a queste minacce. E’ davvero essenziale rinforzare la sicurezza nella regione”, ha precisato Guterres.

Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU

E come dare torto a Guterres, visto che Iyad Ag Ghali, vecchia figura indipendentista tuareg, nato come contrabbandiere di sigarette e di cocaina, fondatore e capo del gruppo Ansar Dine, che in italiano vuol dire più o meno “Ausiliari della religione” (islamica), non ha nemmeno atteso la presa di Kabul da parte dei talebani per congratularsi con loro. Lo ha fatto pubblicamente in un messaggio audio il 10 agosto scorso.

Da tempo il capo del Palazzo di Vetro vorrebbe conferire alla Force G5 Sahel (contingente tutto africano formata da militari maliani, nigerini, ciadiani, mauritani e burkinabé) un mandato forte dell’ONU accompagnato da un finanziamento collettivo dell’Organizzazione.

Finora Washington si è sempre opposto alla proposta di Guterres, perchè sia USA, sia Francia temono che MINUSCA – missione ONU in Mali – possa perdere così la sua neutralità.

Dopo l’annuncio del presidente francese Emmanuel Macron di voler ridurre notevolmente la presenza dei suoi militari dell’operazione Barkhane nella regione  (presenti con 5.100 uomini) e il comunicato di N’Djamena di pochi giorni fa del ritiro di 600 militari ciadiani dalla zona delle tre frontiere (Mali, Burkina Faso, Niger), Guterres chiede con insistenza a USA e Francia di ritirare il veto alla sua proposta.

Terroristi nel Sahel

Anche se il contesto nel Sahel è diverso da quello afghano, secondo alcuni esperti, le similitudini non mancano, considerando la forte crescita del fenomeno della violenza jihadista in tutta l’area.

Non va dimenticato che Osama bin Laden è ancora oggi un riferimento assoluto per il raggruppamento terrorista, composto da cinque sigle, “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”, capeggiato da Ag Ghali e fondato nel 2017.

Mentre gli altri jihadisti fanno riferimento a al-Baghdadi, l’emiro dell’autoproclamato stato islamico. Infatti hanno stretto alleanze con l’ISIS e sono particolarmente presenti nella zona delle tre frontiere, dove soprattutto la popolazione è continuamente in preda alle loro aggressioni.

Anche se l’opinione pubblica è ormai contraria alla presenza dei francesi in Mali, molti hanno paura del vuoto che può causare la loro possibile assenza. E’ dunque indispensabile un maggiore impegno da parte delle forze armate dei Paesi africani dove il terrorismo è maggiormente presente.

Lo ha sottolineato Sampala Balima, politologa burkinabé, in un’intervista con la BBC. Secondo lei il caso Afghanistan è un invito particolare per gli Stati saheliani a dare le proprie risposte all’insicurezza vigente.

Per sensibilizzare i governi del Sahel contro le persistenti incursioni terroriste, che hanno portato alla chiusura di oltre 3.800 scuole in Burkina Faso, Mali e Niger, con più di 700 mila bimbi privati dell’insegnamento, tre cantanti, Safiath, Alif Naaba et Vieux Farka Touré hanno inciso una canzone dal titolo: Je veux retourner à l’école (voglio tornare a scuola).

Il progetto è stato ideato dall’ ONG Safe the Children.

Il musicista Alif Naaba auspica che le autorità sappiano cogliere il messaggio dei bambini e trovino una soluzione adeguata affinché possano ritornare sui banchi di scuola.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Credito videoclip: Je veux retourner à l’école di Safiath, Alif Naaba, Vieux Farka Touré / Safe the Children

 

 

Il G5 Sahel a Bamako, lancia un nuovo contingente africano contro i jihadisti

Il G5 Sahel a Bamako, lancia un nuovo contingente africano contro i jihadisti

Italia dimentica Regeni e Zaki e partecipa a potente esercitazione militare in Egitto

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
11 settembre 2021

Ministro Lorenzo Guerini, do you remember Giulio Regeni and Patrick Zaki? Evidentemente no, così come non ricorderai ciò che hai dichiarato l’estate 2020 in Commissione parlamentare d’inchiesta sull’omicidio del ricercatore italiano. Dicesti allora che il tuo ministero, la Difesa, già a partire del 2017 aveva provveduto a “raffreddare” le relazioni con le forze armate egiziane, rarefacendo esercitazioni militari congiunte, visite e scambi di personale, ecc..

Era il minimo che si potesse fare dopo le omissioni e i depistaggi delle autorità egiziane nell’inchiesta sui responsabili dell’uccisione di Giulio Regeni. Ma guardando a ciò che però accade oggi nel deserto del paese nordafricano, non sembra proprio che le forze armate italiane abbiano alcuna intenzione di prendere le distanze dai colleghi militari egiziani, né che lo abbiano fatto nel più recente passato.

Patrick Zaki, a sinistra e Giulio Regeni

Giovedì 2 settembre nella base militare egiziana “Mohamed Naguib” del governatorato di Marsa Matruh, al confine con la Libia, ha preso il via una grande esercitazione militare multinazionale denominata Bright Star 21, cioè Stella luminosa, dove per 21 s’intende l’anno in corso ma che pure coincide con il numero dei paese partecipanti, uno dei quali è proprio l’Italia.

Giochi di guerra

I giochi di guerra si concluderanno venerdì 17 settembre e, secondo gli organizzatori (i comandi militari degli Stati Uniti d’America e dell’Egitto del presidente-generale Al-Sisi) puntano a “rafforzare i legami nel campo della sicurezza delle forze armate coinvolte, grazie allo scambio di esperienze e conoscenze sulle più moderne tecniche di combattimento e sui nuovi sistemi d’arma e per la guerra elettronica”.

L’elenco delle 21 stelle di Bright Star è stato reso noto dal portavoce dell’esercito egiziano, il colonnello Arkan Harb Gharib Abdel Hafez: oltre ad USA ed Egitto compaiono Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (sotto accusa per i crimini commessi nel corso del sanguinoso conflitto in Yemen); il Bahrain, l’Iraq, il Kuwait e la Giordania; poi c’è il Pakistan, chiacchierato un po’ ovunque per le controverse relazioni con le milizie dei talebani afgani; diversi Stati africani (Sudan, Marocco, Tunisia, Kenya, Nigeria, Tanzania).

Imbarazzante silenzio

A chiudere l’elenco le forze armate di cinque paesi europei, Cipro, Francia, Grecia, Regno Unito, Spagna e Italia. Quasi tutti i partecipanti a Bright Star 21 hanno emesso note stampa in cui riportano le unità e i mezzi di guerra inviati a Marsa Matruh.

Il Ministero della difesa italiano si è chiuso invece in un imbarazzatissimo silenzio. Nei video e nelle foto pubblicate nella pagina web delle forze armate di Al-Sisi, il tricolore fa però bella mostra di sé accanto a tanti impresentabili attori dei più sanguinosi conflitti in atto in Medio Oriente e nel continente africano.

Bright Star 21 è una delle maggiori e più importanti esercitazioni militari a livello globale, anche per la rilevanza delle forze armate partecipanti”, ha dichiarato lo Stato maggiore dell’esercito egiziano in occasione della cerimonia inaugurativa dei war games.

“Essa consente  – come scritto nel comunicato – di promuovere e accrescere le relazioni dell’Egitto con i suoi vicini e le nazioni partner. Lo spirito delle esercitazioni è quello di scambiare le esperienze e assicurare il coordinamento tra le unità partecipanti, standardizzare le strategie e rafforzare le reciproche competenze, così come sviluppare le metodologie operative e l’addestramento anti-terrorismo e la guerra non-tradizionale”.

Screenshot di un video pubblicato dal portavoce militare egiziano su Bright Star 2021

Da Tampa, in Florida, l’U.S. Central Command (il Comando Centrale delle forze armate statunitensi) ha reso noto che per Bright Star 2021 sono stati inviati in Egitto 600 militari, parte dei quali appartenenti alla Guardia nazionale del Minnesota, trasferiti via mare direttamente dagli USA insieme a un elevato numero di carri armati e di blindati.

Cadenza biennale

“L’esercitazione in Egitto è un importante momento di sviluppo professionale per testare e validare concetti, procedure e tattiche – spiega il generale Steven J. deMilliano, a capo della direzione training dell’United States Central Command -. Bright Star consentirà alle unità di migliorare le loro capacità di risposta in caso di situazioni di crisi e di operare congiuntamente nelle sfide regionali in ambito aereo, terrestre, navale e cyber. Essa, in particolare, consente di rafforzare le relazioni strategiche tra Egitto e Stati Uniti, i quali giocano un ruolo guida nella sicurezza regionale e nello sforzo per combattere la diffusione dell’estremismo”.

Le Bright Star hanno preso il via con cadenza biennale dopo il 1981 e con la sola partecipazione delle forze armate USA ed egiziane per poi allargarsi ad altri paesi alleati dopo l’11 settembre 2001. Le forze armate italiane vi hanno partecipato nelle edizioni 2007 e 2009 e, dopo un’assenza quasi decennale, sono tornate in Egitto nel 2018. L’edizione 2020 è stata invece cancellata a causa della pandemia di Covid-19.

Anche in occasione dell’ultima Stella luminosa il ministero della difesa italiano ha mantenuto il più stretto riserbo sull’identità dei reparti schierati nella base militare egiziana “Mohamed Naguib”.

Anche allora tra i partecipanti spiccarono le forze armate di Arabia Saudita ed Emirati Arabi e le operazioni terrestri ed aeronavali si conclusero alla presenza del ministro della difesa egiziano gen. Mohamed Zaki, del Capo di Stato maggiore dell’esercito gen. Mohamed Farid, del Comandante in capo del Comando centrale CENTCOM gen. Joseph Votel e del Comandante di US Army gen. Michael Garrett.

Proprio alla vigilia di Bright Star 21, i commandos e i reparti speciali anti-terrorismo ed alcuni team d’élite di paracadutisti di Stati Uniti ed Egitto hanno svolto alcune attività addestrative in territorio africano. “Gli stage hanno mostrato che le truppe hanno raggiunto un distinto livello e abilità sul campo e di combattimento e un ottimo coordinamento tra le due parti, confermando l’abilità delle forze schierate a svolgere tutti i compiti con accuratezza ed alta efficienza”, ha commentato in una nota lo Stato maggiore delle forze armate della Repubblica d’Egitto.

Sempre in vista del rafforzamento dei legami diplomatici-militari tra Washington e Il Cairo va pure segnalato che il 27 aprile 2021 i vertici militari dei due Paesi hanno sottoscritto un memorandum of understanding “per facilitare l’accesso reciproco alle forniture di beni, servizi e supporti logistici”.

Secondo quanto riferito dall’Ambasciata USA in Egitto, il memorandum  “non obbliga le due parti a fornirsi supporto, ma crea un meccanismo attivo per assicurare che le forze armate di Stati Uniti ed Egitto possano offrirsi effettivamente un sostegno rimborsabile tutte le volte che esso venga richiesto”.

Dopo qualche frizione diplomatica, Egitto e Stati Uniti sembrano essere tornati all’amicizia e alle strette relazioni del passato. “Le armi e l’equipaggiamento USA supportano le forze terresti, navali, aeree e la Guardia di frontiera egiziane nel contrastare le minacce alla sicurezza”, ha dichiarato recentemente Jonathan Cohen, Ambasciatore USA al Cairo. “La cooperazione nel settore difesa con l’Egitto è una pietra angolare della nostra  partnership strategica e abbraccia le aree dell’antiterrorismo, della sicurezza dei confini, dell’addestramento e della pianificazione comune, indirizzandosi alle complesse sfide geopolitiche”. Washington e il Pentagono perlomeno sono sinceri. Il Ministero della difesa italico, no. A Roma regnano i silenzi e le ipocrisie.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
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Italia dimentica Regeni e Zaki e partecipa a potente esercitazione militare in Egitto

Italia dimentica Regeni e Zaki e partecipa a potente esercitazione militare in Egitto

Congo-K: salvo per miracolo vescovo che stava cadendo in un’imboscata

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
10 settembre 2021

Mercoledì sera, monsignor Sébastien-Joseph Muyengo, vescovo di Uvira, nella provincia Sud-Kivu,  (Repubblica Democratica del Congo), ha rischiato di cadere in un’imboscata e di essere rapito da un gruppo di uomini armati nella piana di Ruzizi, precisamente sulla strada nazionale numero 5, tra Kawizi-Kiliba.

Il prelato stava tornando da Goma verso la sua diocesi, quando, strada facendo, altri automobilisti e motociclisti lo hanno avvisato della presenza di miliziani poco più in là. Il vescovo e gli altri automobilisti si sono fermati in attesa dell’intervento delle forze d’ordine e di sicurezza, che come capita spesso in questi casi, tardano a arrivare.

 

Il fatto è stato riportato da padre Éric Basomwa, segretario e cancelliere di monsignor Muyengo e ha precisato che un soldato delle forze armate congolesi (FARDC) è morto quando i militari sono finalmente intervenuti.

Monsignor Muyengo, raggiunto telefonicamente da Africa ExPress, ha denunciato l’insicurezza nella regione, in preda ai continui attacchi di gruppi armati che, anche con falsi blocchi stradali rendono molto pericolose le principali arterie di transizione in quest’area. Muyengo ha sottolineato che l’aggressione non era rivolta a lui direttamente.” Succede a tutti coloro che nel momento sbagliato si trovano nel posto sbagliato”, ha precisato il vescovo.

L’emittente delle Nazioni Unite, Radio Okapi, ha raccontato oggi, che militari di FARDC avrebbero distrutto giovedì un accampamento di gruppi armati maï-maï Kijangala-Kapapa, alleati con F.N.L (Forces Nationales de Libération), raggruppamento ribelle del Burundi, molto attivi nella piana di Ruzizi.

I maï maï sono guerrieri tradizionali, che si sottopongono a iniziazioni magiche e partecipano a riti esoterici; sono stati molto attivi negli anni ’90. Nati durante le guerriglie subito dopo l’indipendenza, ottenuta nel 1960, sono spariti e ricomparsi. Sono responsabili di molti scontri avvenuti in tutto il Kivu. I maï maï dicono di voler proteggere la popolazione, ma di fatto quasi mai è così: razziano, rapinano, violentano…

Ribelli mai mai nel Congo-K

Dieudonné Kasereka, portavoce del settore operativo Sokola 2, ha precisato che FARDC è da tempo alla caccia dei gruppi armati. “Nell’operazione di ieri siamo riusciti a neutralizzare due persone che collaborano con i miliziani stranieri e abbiamo sequestrato due fucili, granate e munizioni; ora stiamo inseguendo i ribelli, fuggiti in direzione della foresta di Mubumba”, ha aggiunto.

L’accampamento dei ribelli si trova a Butumba, nella piana di Ruzizi, in territorio di Uvira. Alcuni residenti hanno riferito che l’azione di FARDC è iniziata alle 4 del mattino. Gli spari, provenienti da entrambe le fazioni, hanno creato il panico nei residenti.

In un’altra area del Sud Kivu, nella zona mineraria aurifera di Kamituga, nel territorio di Mwenga, sabato scorso sono morti oltre cinquanta minatori. Il giacimento artigianale è crollato all’improvviso, probabilmente a causa delle forti piogge

I minatori quasi tutti giovani e giovanissimi cercano “fortuna” in questi giacimenti, sperando di poter rivendere i preziosi minerali a commercianti-faccendieri locali. Le condizioni di vita di questi giovani sono estremamente difficili e lo stato delle miniere è spesso precario. In genere queste cave sono controllate da vari gruppi armati.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Afghanistan: le scuse dell’ex presidente Ghani, gli accordi di Doha e la settimana del martire

Speciale Per Africa ExPress
Tahmina Arian*
9 settembre 2021

 

Le scuse dell’ex presidente Mohammad Ashraf Ghani alla nazione afghana

Ashraf Ghani, che inaspettatamente ha lasciato la sua nazione il 15 agosto con l’arrivo dei talebani a Kabul, si è espresso attraverso uno statement basato sulle accuse che gli sono state rivolte. Era stato accusato di aver portato con sé milioni di dollari che appartenevano al popolo afghano. Per difendere la sua posizione, ha negato questa accusa invitando auditor ufficiali o investigatori finanziari per dimostrare che ciò che dice è vero.

Mohammad Ashraf Ghani, ex presidente dell’Afghanistan

La nazione afghana, che conosce ed consapevole della propria storia, solleva interrogativi e ripensa ad alcuni degli accordi firmati dai re passati nella storia dell’Afghanistan, come gli accordi di Lahor, Gandomak, Durand e Rawalpindi. La nazione, che sta soffrendo immensamente, adesso è molto più preoccupata per l’accordo del Qatar (ndr accordi di Doha).

Dopo gli accordi di Doha:

I talebani sono entrati gradualmente a Kabul, in Afghanistan. Recentemente i talebani hanno annunciato il gabinetto del loro governo, composto da soli uomini, solo un’etnia, senza donne e giovani. Questo gabinetto non include nessuno ed è formato solo da talebani: comprende un primo ministro nella lista dei terroristi delle Nazioni Unite, un ministro degli interni ricercato dall’FBI, un ministro dell’informazione rilasciato da Guantanamo. Questi sono i leader  governeranno 30 milioni di afgani.

Il popolo afghano ora sta mettendo in discussione il ruolo delle Nazioni Unite, specialmente degli Stati Uniti, che hanno praticato una politica ingiusta con il rischio di uccidere milioni di civili, comprese le proprie forze armate.

9 settembre 2021, la “settimana del martire”.
Oggi è l’anniversario della morte del leader Ahmad Shah Massoud (1953-2001)

Al primo leader della resistenza afghana, Ahmad Shah Massoud, noto anche come eroe nazionale o leone del Panjshir, è stata ripetutamente offerta una posizione di potere dai talebani che cercavano in questo modo di impedire la sua resistenza, ma il leader ha sempre rifiutato perché voleva che l’Afghanistan fosse un Paese democratico sicuro, dove ci fosse protezione, dove tutte le etnie potessero governare insieme condividendo il potere.

Ahmad Shah Massoud era contrario all’idea di un “Emirato dell’Afghanistan”. E’ stato assassinato in un attentato suicida nel distretto di Khajwa Bahawuddin a Takhar da due membri di Al-Qaeda nel settembre 2001.

L’anniversario della morte di Massoud è celebrato ogni anno in Afghanistan, oggi il 9 settembre.

Tahmina Arian
*Autrice del libro “Burka: Not My Identity”
© RIPRODUZIONE RISERVATA
(traduzione di Sara Mauri)

Marocco: disfatta della Fratellanza Musulmana, scende da 125 a 12 seggi

Speciale per Africa ExPress
Mohammed Alguzo
9 settembre 2021

Dopo la clamorosa sconfitta alle elezioni legislative, Saad Eddin El Othmani  si è dimesso dalla segreteria del partito “Giustizia e Sviluppo”, legato alla Fratellanza Musulmana. Saad Eddin El Othmani ha perso anche il seggio in parlamento. Le votazioni che si sono svolte l’8 settembre scorso. Le sue dimissioni sono state chieste e ottenute dagli stessi leader del raggruppamento politico.

I media marocchini hanno confermato la perdita del seggio parlamentare del segretario generale del Partito.

Saad Eddine El Othmani e gli altri membri della segretaria generale, hanno lasciato in massa il raggruppamento politico, non appena sono stati resi noti i risultati.

Il PJD, affiliato al movimento politico islamico Fratellanza Musulmana, ha avuto una grande e inaspettata sconfitta alla tornata elettorale, ponendo così fine a 10 anni di controllo sul parlamento e sul governo di Rabat.

Secondo quanto annunciato dal ministro dell’Interno Abdelouafi Laftit nel corso di una conferenza stampa, il partito  islamista, al potere dal 2011, ha registrato un clamoroso calo: da 125 seggi i suoi rappresentanti in parlamento sono scesi a soli 12.

Aziz Akhannouch candidato del partito Tagammu

Mentre il partito Tagammu, guidato dall’imprenditore Aziz Akhannouch – molto vicino al re Muhammad VI del Marocco – ha ottenuto 97 seggi su 395.

Mohammed Alguzu
@
africexp
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