Stop alla cooperazione militare Italia-Etiopia, ma gli affari continuano

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Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
19 febbraio 2022

Un conflitto sanguinoso e terribile quello in corso nella regione del Tigray, Etiopia. Ha radici lontane e le lacerazioni sociali ed economiche prodotte dal colonialismo italiano hanno concorso ad alimentarlo.

L’Italia non ha mai fatto i conti con la sua dissennata storia di guerre ed effimere occupazioni in territorio africano. E le ipocrisie, le reticenze e le tante bugie si perpetuano sino ai giorni nostri.

Raid aerei con droni in Tigray, Etiopia

Il 6 ottobre 2021, Piera Aiello, deputata del Gruppo Misto, ha presentato un’interrogazione parlamentare ai ministri della Difesa e degli Esteri con cui denunciava “le connotazioni di genocidio” assunte dalla guerra in Tigray e le violazioni dei diritti umani a cui “veniva sottoposta la comunità tigrina, oltre agli eritrei rifugiati”.

Ciononostante, la signora Aiello rilevava la vigenza dell’Accordo di cooperazione militare sottoscritto il 10 aprile 2019 ad Addis Abeba dall’allora ministra della Difesa Elisabetta Trenta (M5S) e dal Governo della Repubblica Democratica Federale di Etiopia, poi ratificato dal Parlamento italiano il 17 luglio 2020, pochi mesi prima dello scoppio delle ostilità tra le forze armate etiopi e il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray.

“L’entrata in vigore dell’accordo – aggiungeva la deputata – consente al ministero della Difesa, d’intesa con il ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale, di svolgere attività di supporto in favore del Governo etiopico, che potrebbe comportare l’eventuale acquisizione da parte dello stesso di materiali per la difesa prodotti dall’industria nazionale”.  Si chiedeva infine al governo se erano state fornite armi all’esercito etiope e se invece non si intendeva “dare un chiaro segnale politico” sospendendo la validità dell’accordo nel settore della difesa con l’Etiopia, “condannando apertamente le azioni di violazione dei diritti umani e crimini contro l’umanità perpetrate dall’esercito etiopico e dai loro alleati in Tigray”.    .

Il 6 febbraio 2022 il ministro della difesa Lorenzo Guerini (Pd) ha risposto per iscritto alla deputata del Gruppo Misto. “L’impegno italiano in Corno d’Africa è tradizionalmente diretto sia a contrastare la diffusa e radicata instabilità, sia a creare partnership con i governi locali, garantendo nel contempo stabilità e sostenibilità politica ed economica”, afferma Guerini. “Con la firma dell’Accordo il 10 aprile 2019, il cui relativo iter parlamentare di ratifica è stato già completato da entrambe le parti a conferma della comune volontà di rafforzare la cooperazione bilaterale, la Difesa italiana ha avviato con l’Etiopia un progetto di cooperazione, in particolare nel settore operativo e formativo, con l’obiettivo di contribuire allo sviluppo delle capacità nei settori difesa e sicurezza, al fine di dotare la controparte degli strumenti istituzionali necessari a fronteggiare l’azione jihadista e le altre sfide alla sicurezza alle quali è costantemente sollecitata”.

“Quanto al contenuto, l’Accordo prevede forme di collaborazione nel campo dei materiali per la Difesa, riferite in particolare al settore dei prodotti e della politica di approvvigionamento, della ricerca e dello sviluppo degli equipaggiamenti militari”, aggiunge il ministro. “Alla luce del degenerare della situazione nel Tigray, il dicastero ha cessato ogni tipo di attività prevista dall’Accordo di cooperazione (…) In merito, rappresento che il ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale, al deflagrare del conflitto, ha dato parere negativo alle richieste di autorizzazione pervenute all’Autorità nazionale UAMA (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento) riguardanti l’esportazione di qualsiasi armamento o materiale dual use verso l’Etiopia, non potendo escludere il rischio di un impiego nel contesto delle ostilità in corso”.

Sempre secondo Lorenzo Guerini, il nostro governo, in coordinamento con i partner internazionali, “primi fra tutti l’Unione Europea e gli Stati Uniti”, ha intensificato le “pressioni diplomatiche su tutti gli attori coinvolti, al fine di pervenire a una soluzione negoziale della crisi”. “L’Italia sostiene convintamente la piena e immediata cessazione delle ostilità ed il ritiro totale delle truppe eritree dal suolo etiopico, nonché il pieno, sicuro e incondizionato accesso umanitario alle regioni più colpite dal conflitto, il rispetto del diritto internazionale umanitario, la conclusione di indagini trasparenti e indipendenti sulle gravi violazioni e abusi dei diritti umani”, spiega il ministro. “Il nostro Paese ha sostenuto fin dall’inizio l’indagine congiunta della Commissione Etiope e dell’Alto Commissariato ONU, avviata nel mese di maggio 2021, così come la missione d’inchiesta sul Tigray della Commissiona Africana sui Diritti dell’Uomo e dei Popoli, che opera nel contesto dell’Unione Africana”.

Sfollati nel Tigray, Etiopia

“Sempre in senso al Consiglio Diritti Umani delle Nazioni Unite – conclude Guerini – l’Italia ha aderito, unitamente agli altri Paesi UE (ad eccezione della sola Ungheria), al joint statement promosso dal Regno Unito in risposta alla decisione del Governo Federale etiopico di espellere i funzionari ONU, riaffermando il sostegno alle agenzie delle Nazioni Unite e al loro personale, e chiedendo al governo etiope di ritirare immediatamente la propria decisione e di consentire nuovamente l’accesso al Paese per proseguire le attività di supporto, senza ulteriori impedimenti”.

Accordo militare congelato, dunque, secondo il ministro della Difesa che tuttavia si guarda bene ad inasprire i toni con le autorità di Addis Abeba. Decisione certamente apprezzabile anche se però del tutto tardiva; inoltre avrebbe fatto bene Guerini a non fornire una versione riduttiva dei contenuti del patto sottoscritto e ratificato in fretta e furia da un Parlamento incapace di comprendere la gravità della crisi politica che in pochi mesi avrebbe portato il Paese africano alla guerra intestina.

Il testo dell’Accordo si apre con un preambolo dove le parti spiegano di voler “consolidare le rispettive capacità difensive” ed “indurre indiretti effetti positivi in alcuni settori produttivi e commerciali di entrambi i Paesi”.

All’articolo 3 si enumerano le materie della cooperazione: difesa e sicurezza; formazione, addestramento e assistenza tecnica; ricerca e sviluppo in ambito militare e supporto logistico; operazioni di supporto alla pace.

All’articolo 4 si specificano invece le modalità con cui si espleterà la partnership tra le forze armate italiane e quelle del Paese africano: scambi di visite e di esperienze; partecipazione a corsi, conferenze, studi, fasi di apprendistato e addestramento presso istituti di formazione militari; promozione dei servizi sanitari, compresa la ricerca medica; supporto ad iniziative commerciali relative ai prodotti e ai servizi connessi alle questioni della difesa; ecc..

Infine, all’art. 9, viene previsto il pieno supporto al trasferimento di sistemi d’arma e apparecchiature belliche e alla promozione di “iniziative commerciali finalizzate a razionalizzare il controllo sui prodotti ad uso militare”.

Siamo pertanto di fronte a una collaborazione ben più ampia di quella descritta dal ministro Guerini nella risposta alla signora Piera Aiello. Sarebbe stato doveroso inoltre far sapere cosa, come e quanto è stato fatto realmente da parte italiana perlomeno sino alla sospensione dell’Accordo.

Sappiamo che alle autorità sono pervenute richieste di autorizzazione all’esportazione all’Etiopia di armamenti e materiali dual use, ma nulla è stato specificato sulla loro tipologia e quantità e sulle industrie belliche proponenti. Ancora più grave è il non aver indicato chiaramente la data in cui l’Italia ha deciso di cessare, unilateralmente, ogni tipo di attività prevista dall’Accordo di cooperazione.

Forte è il sospetto, invece, che la decisione – dovuta e necessaria – sia stata assunta dal governo Draghi abbondantemente fuori tempo massimo e dopo che sono stati consumati orribili massacri di civili in Tigray. Che l’Accordo militare Italia-Etiopia sia stato in vigore perlomeno sino alla fine del 2021 è desumibile da quanto dichiarato pubblicamente dalla persona che lo ha sottoscritto per conto del nostro Paese. In una lettera alla testata Formiche.net, pubblicata il 28 settembre scorso, la ex ministra della difesa Elisabetta Trenta ha riconosciuto che non avrebbe siglato un accordo di collaborazione nel settore della Difesa con le autorità etiopiche se avesse avuto “anche il solo dubbio su quello che invece poi è successo”.

“In quel momento, però, non avevamo indicatori che ci potessero far presagire il futuro”, ha aggiunto l’ex ministra. “Intanto, il presidente americano Joe Biden ha firmato un ordine esecutivo per imporre sanzioni a tutti i criminali, di ogni fazione, autori di crimini di guerra e contro l’umanità, dall’inizio della guerra in Tigray. Ci sarà, in aggiunta, anche una riforma e un aggiornamento riguardo alla normativa sull’embargo di armi verso l’Eritrea e l’inserimento della stessa norma riguardante l’Etiopia (…) In questo quadro, l’Italia non deve restare a guardare, né limitarsi al solo tentativo di inviare convogli emergenziali. Occorrono anche gesti politici significativi come, per esempio, sospendere quell’accordo di collaborazione nel settore della difesa da me firmato e reso esecutivo più tardi, quando già si cominciava a intravedere la strada che stava prendendo il Paese”.

Irresponsabilmente, invece, non solo l’Italia ha mantenuto vigente il trattato militare, ma ha anche tentato di rafforzare la cooperazione con l’Etiopia in ambito industriale-imprenditoriale. Da una nota pubblicata da InfoAfrica il 24 agosto 2021 si evince che l’Agenzia per la promozione all’estero delle imprese italiane (ICE) e l’Ambasciata d’Italia ad Addis Abeba avevano sottoscritto nei giorni precedenti con la ministra di Stato etiopica, Yasmin Wohabrebbi, due accordi, il primo a “sostegno dell’imprenditoria femminile nel settore del pellame e il rafforzamento dei collegamenti con i mercati internazionali”; il secondo relativo “all’istituzione di centri per l’impiego nelle zone rurali in tre regioni del Paese”. I due progetti sono stati sovvenzionati dall’Italia con 5 milioni di euro.

Il 3 febbraio 2022 alcuni organi di stampa etiopici hanno reso noto l’incontro tra i rappresentanti di due aziende italiane, il gruppo Rimorchiatori Riuniti S.p.A. di Genova e GE Car, con l’ambasciatrice dell’Etiopia in Italia, Demitu Hambisa Bonsa. Le società avrebbero espresso il loro interesse a investire nei settori della logistica, dei trasporti e dell’assemblaggio di veicoli in Etiopia.

Coincidenza vuole che nella stessa giornata l’Ambasciata italiana in Etiopia ha emesso un breve comunicato relativo a un “incontro proficuo ed operativo dell’Ambasciatore Agostino Palese con il ministro delle Miniere etiopico, Takele Uma Banti, per approfondire ed esplorare collaborazioni in settori dove l’Italia è all’avanguardia a cominciare da quello del marmo”.

Affari, affari e ancora affari. Anche quando piovono le bombe e centinaia di migliaia di persone sono costrette ad una fuga disperata verso l’ignoto.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

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