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La notte infinita del Medio Oriente

Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli 8 aprile 2026 È...
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In God We Trust: il dio invisibile del biglietto verde che svilisce o cancella tutto

Mauro Armanino
Casarza Ligure, agosto 2019

In God we trust è stampato sul retro dei biglietti verdi chiamati dollari. Ci fidiamo di dio, crediamo in dio, ci rimettiamo a dio. Il dio invisibile dell’Occidente appare per poi scomparire nell’invisibilità del sistema. Comanda, esige, detta comportamenti e opzioni di vita.

La moneta lo materializza per poi diluirlo in una parodia di religione che tutto pervade e organizza. Un dio senza faccia e senza nome che prende in prestito tutto quanto gli serve per portare a compimento il suo piano di conquista imperiale. Un dio che fa dell’assenza e del vuoto l’orizzonte verso il quale andare  che, come tutti gli orizzonti, si sposta più in là, avvicinandosi.

Chi ritorna da lontano, dopo una parvenza di allontanamento dall’Occidente, lo nota come fosse una maschera che tutto ricopre e imprigiona. Il dio invisibile possiede piani e strategie di occupazione di ambiti, territori, usi e costumi. E’ invasivo e pervasivo come solo chi tutto manipola può osare compiere.

Il suo primo ambito di svuotamento avviene nelle parole che, colonizzate e poi espropriate del loro senso e vocazione, si trasformano in temibili veicoli di menzogna.  Detta operazione, facilitata dagli attuali mezzi di comunicazione, costituisce il primo e decisivo passo della falsificazione della realtà che del dio invisibile è la condizione fontale. Il delitto semantico, che consiste a sopprimere il significato proprio delle parole, è all’origine dei crimini che sono poi perpetrati in suo nome. Il delitto di solidarietà ne costituisce un esempio che, seppur parziale, bene ne esprime la deriva.

In God we trust è stampato, come marchio registrato, sulla cancellazione della memoria di tutto quanto può far ricordare che prima c’era un’altra realtà. Esattamente come quanto accade in Palestina nel momento in cui l’esercito e lo stato di Israele distruggono le case di quanti hanno osato ribellarsi alla violenza del sistema. C’erano fabbriche, luoghi di vita e di resistenza, legami di storie e lotte per affermare che la giustizia non si baratta con niente. C’erano casolari e orti e orari per irrigare e alberi da frutto che cambiavano di colore annunciando la primavera o l’inverno. Le ore non erano vuote di senso e persino i temporali erano l’occasione per accendere una candela alla finestra per scongiurarne gli effetti nefasti.

Tutto questo è stato cancellato da palazzi con appartamenti residenziali e supermercati alimentari che trasformano il paesaggio in una grande fiera commerciale. Si abbatte tutto quanto poteva avere e portare il sapore dell’operaio e del contadino nella vita e nei rapporti umani del quotidiano. Chi arrivasse per la prima volta in quella parte della città non potrebbe mai sospettare che in quel luogo c’erano tute lavorative e operai che fumavano, imprecando contro il padrone epperò pronti a difendere la fabbrica dagli invasori.

In God we trust è stampato sulla mente dei cittadini. Il dio invisibile, che svilisce le parole rubandone il significato autentico, apre la porta alla menzogna sulla realtà, opera una cancellazione sulla memoria e compie l’ultimo e decisivo passo.

bambini nel Sahel

Tutti consumatori di tutto è il marchio definitivo e il sigillo posto all’impero di questo dio invisibile. Aree geografiche sempre più aperte ai mercati, la guerra come mezzo per renderli docili e l’allargamento globalizzato del consumo fino all’ultimo centimetro dell’umano. Non ci sono ambiti che possano dichiararsi esenti dal processo di adeguazione al consumo che si trasforma in religione dominante e ultimativa del sistema in questione. Da bambini, dall’utero materno (dei poveri) in affitto, dai primi giorni di vita, dai primi passi, dai primi vagiti, dalle prime attività scolastiche e sportive, dal matrimonio per tutti, al lavoro a tempo indeciso, dagli organi umani mercanzia per i possidenti, tutto è consumato e consumabile. Il dio invisibile ha vinto quello che voleva, il signore del mondo degli anelli che tutto sembrano avvincere e avvolgere come una grande catena della schiavitù delle mercanzie.

In God we trust è stampato sulla sabbia del Sahel e del Niger appena lasciato che oggi festeggia l’indipendenza mai accaduta piantando un albero. Il vento ha cancellato per sempre lo scritto.

Mauro Armanino

 

 

Cellulari, televisori, computer, elettrodomestici (tutto tossico) finiscono nelle discariche in Ghana

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
12 agosto 2019

Sono stimati in diversi milioni di tonnellate i rifiuti tossici europei che ogni anno sbarcano al porto di Tema, in Ghana. Si tratta di materiale contenuto in varie apparecchiature elettroniche non più funzionati: telefoni cellulari, frigoriferi, televisori, computer e altri elettrodomestici in genere. I Paesi di provenienza sono: Germania, Gran Bretagna, Spagna, Italia, Irlanda e Danimarca. Tutte Nazioni che hanno aderito alle severe regole della Convenzione di Basilea che proibiscono l’esportazione di rottami provenienti da materiale elettronico. Com’è allora possibile che tali rottami raggiungano, in così ingente quantità, le coste atlantiche del Ghana? Chi gestisce questo traffico illecito?

La fetida discarica di Agbogbloshie, in Ghana con i suoi rottami elettronici

Questa volta non si tratta delle purtroppo frequenti strategie che i grossi complessi industriali europei escogitano per liberarsi dei rifiuti tossici, derivanti dalle proprie lavorazioni. Questa volta, a gestire il business, sono gli stessi ghanesi che, legalmente o illegalmente, sono espatriati in Europa. Sono loro a raccogliere questi rottami, un po’ presso le discariche ufficiali, prima che avvenga il previsto smaltimento, ma soprattutto, attraverso una capillare ricerca, strada per strada; nei bidoni della spazzatura; presso i vari venditori di rottami e con appelli via internet. Poi, grazie ai contatti mantenuti attivi, nel proprio Paese d’origine, organizzano la spedizione di questo materiale, nascondendolo all’interno di autoveicoli usati, regolarmente esportati in Ghana per il mercato del “seconda mano”.

Veduta notturna di Accra, la capitale del Ghana

Questo materiale approda quindi alla cittadina di Agbogbloshie, nell’hinterland dalla capitale Accra, dove migliaia di addetti danno fuoco ai rottami elettronici, in modo da ricavarne ferro, rame, ottone e altri metalli di valore. Questa attività, che sembra sorprendentemente sfuggita all’attenzione delle autorità ghanesi, ha reso l’agglomerato di Agbogbloshie, uno dei luoghi più inquinati del modo, poiché è stato accertato che la continua combustione di materia plastica, usata nella maggior parte dei componenti dei residui elettronici, è altamente dannosa per la salute di chi spende la maggior parte del tempo a respirarne l’aria ammorbata, con il rischio di gravi patologie, quali: disfunzioni circolatorie, cancri polmonari, infezioni all’apparato respiratorio e infarti.

Il porto ghanese della città di Tema che gestisce l’intero traffico import-export via mare

Gli addetti all’opera di estrazione, guadagnano dai due ai tre dollari per una giornata di lavoro che dura non meno di dieci ore. Un compenso troppo esiguo per barattarlo con la propria vita. Stupisce, inoltre, che questo odioso sfruttamento venga attuato in un Paese, il Ghana, che ha un PIL in costante crescita e il cui governo ha più volte ottenuto riconoscimenti internazionali per essere riuscito a creare un promettente sistema sociale e democratico. Eppure, non tutto sembra funzionare a dovere se, come ha dichiarato Jim Puckett, della BNN (Basel National Network), “l’80 per cento delle merci esportate dall’Europa all’Africa, è di natura illegale”.

Il fondatore della BNA (Basel National Network), Jim Puckett

Del resto, lo stesso governo ghanese, ha ammesso che il 75 per cento delle merci che il Ghana importa, sono costituite da prodotti usati. “I controlli nei porti di uscita, come in quelli di entrata – dice ancora Puckett – sono effettuati tramite lo screening dei container. Operazione che rende quasi impossibile (soprattutto quando si tratta di autoveicoli) distinguere le componenti metalliche e plastiche legittime da quelle proibite. Occorrerebbe un’ispezione fisica sull’intero contenuto del container, ma questo comporterebbe enormi perdite di tempo che comprometterebbero l’efficienza dell’attività portuale. Rischio che nessun Paese è disposto a correre”.

Schede elettroniche: uno dei materiali più ambiti dai ricercatori della discarica di Agbogbloshie

Così, per non correre questo rischio, la gente in Ghana, continua a morire. Muoiono soprattutto gli appartenenti alle nuove generazioni che, per quattro soldi, lavorano nell’inferno di Agbogbloshie, ma insieme a loro soffrono e muoiono anche gli abitanti dei quartieri limitrofi, tra cui quelli più fragili: i bambini. Nelle loro urine vengono sempre più frequentemente rilevate alte tracce di residui plastici. Ma la diffusione tossica, contagia anche gli animali e gli alimenti, allargando così la nefasta opera infettiva, come sta già avvenendo per uno dei più comuni cibi africani: le uova, in cui sono state frequentemente trovate elevate tracce di diossina.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1 

Fonte: euronews.com

Estradizione: l’accordo tra Italia e Kenya del 2015 non viene più applicato

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
11 agosto 2019

Si tratta di un accordo formalizzato dopo decenni di attesa e concluso nel 2015, grazie alla presenza in Italia del presidente del Kenya Uhuru Kenyatta e del suo ministro degli esteri, richiamati a Milano dalla vetrina internazionale dell’EXPO. Sembrava che, finalmente, l’ex colonia britannica, si sarebbe riscattata dalla sgradevole nomea di essere un rifugio dorato per tutti i truffatori e criminali d’Europa. Infatti, pur se non proprio tempestivamente, il Kenya diede esecuzione a quest’accordo sedici mesi dopo, arrestando nell’aprile 2017, tre pregiudicati italiani: Mario Mele di Malindi, Fulvio Leone di Mtwapa e Stefano Poli di Kilifi. I tre vennero rispediti in Italia e consegnati alle forze di polizia giudiziaria.

Il presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, ospite speciale, tra Gentiloni e Macron, al summit dei G7 a Taormina

Un ottimo inizio che autorizzava la speranza di una profonda pulizia all’interno della corposa comunità italiana, sparsa un po’ in tutto il Kenya, ma prevalentemente concentrata sulla costa, con il suo fulcro maggiore tra Malindi e Watamu. Si tratta di una comunità in larga misura onesta e operosa che ha dato, negli ultimi quarant’anni, un efficace impulso a villaggi locali che, dalla loro condizione di semplici zone dedicate alla pesca, si sono trasformati in ben organizzate cittadine turistiche, d’indiscutibile impronta italiana. All’interno di questa comunità, ci sono anche molti pensionati che hanno scelto il Kenya come destinazione alternativa all’Italia, per la mitezza del clima e il senso di libertà che da sempre l’Africa ispira ai suoi visitatori.

La delegazione italiana e quella del Kenya, alla ratifica dell’accordo sull’estradizione

Tutto questo, ha dato un forte impulso all’economia e all’occupazione locali, ma oggi, a quattro anni di distanza dall’accordo in questione, la speranza di vedere realizzata la pulizia attesa, sembra amaramente frustrata. Dopo l’arresto e l’estradizione dei tre pregiudicati sopra riferiti, nessun’altra iniziativa è stata più intrapresa. Eppure gli italiani che si sono rifugiati in Kenya per sfuggire a procedimenti giudiziari in patria, sono parecchi e anche abbastanza conosciuti.

Ma con loro ci si convive e si sviluppa, nel tempo, un senso di accettazione e di fatalismo che spesso, per omertà, paura o semplice indifferenza, finisce in molti casi per scadere in una sorta di collusione. E’ significativo notare che quando sui social network compare una notizia che mette in luce l’esistenza di questi pregiudicati, siano ben pochi i commenti o i “like” che le sono tributati, nel timore di esporsi a ritorsioni. Addirittura ci sono portali che si rifiutano di affrontare la questione e proclamano a gran voce che tutto va bene spesso negando perfino l’evidenza.

Lo stand del Kenya all’EXPO 2015 di Milano

Si tratta di comportamenti indubbiamente tristi, ma oggettivamente comprensibili. E’ pericoloso farsi nemici in Africa. Soprattutto quando questi nemici – grazie al denaro prodotto dal crimine – possono comprarsi potenti protezioni presso le autorità locali, corruttibili fino all’osso e non raramente estese fino agli scranni dei giudici. Del resto, quale messaggio può ricevere l’uomo comune quando deve costatare l’elevato livello d’impunità di cui gode chi ha fatto della trasgressione la propria strategia di vita? In che altro modo può essere giudicato l’atteggiamento imbelle della cosiddetta “Giustizia” (che giustizia non è) se non un invito a delinquere, catalogando implicitamente in “furbi” quelli che lo fanno e in “stupidi”, quelli che se ne astengono o che, come spesso accade, ne diventano vittime impotenti?

Dimostranti che esortano il governo Italiano a far estradare i condannati rifugiati all’estero

Sono molte le domande rimaste senza risposta riguardo all’applicazione di questo ormai fantomatico “Accordo di Estradizione”. Quali sono i criteri che lo regolano? Perché può essere reso attivo nei confronti di alcuni e non operare nei confronti di altri? A quali discrezionalità è soggetto? Quanti e quali sono gli ordini internazionali di arresto che l’Italia ha trasmesso al Kenya e – se trasmessi – perché il Kenya non li ha eseguiti, pur avendo sottoscritto l’accordo? Su questo tema le nostre autorità diplomatiche, mantengono sempre le bocche cucite e quando le aprono, è solo per suggerire di tenere, nel merito, un “basso profilo”. Ma questo “basso profilo”, con il silenzio che implica, è proprio la vanga che getta immeritato fango addosso a un’intera comunità e che, per naturale estensione, si scarica anche sulla nazione cui apparteniamo.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Dal Nostro Archivio:

Arrestati su mandato di cattura internazionale tre italiani in Kenya

 

Mistero ad Asmara su un elicottero militare che si è schiantato al suolo

Africa ExPress
Asmara, 11 agosto 2019

E’ avvolto nel mistero l’incidente che ha coinvolto un elicottero militare in Eritrea. Secondo le poche notizie che gli stringer di Africa ExPress sono riusciti a reperire, il velivolo dell’aeronautica militare sarebbe precipitato al suolo a causa del maltempo che imperversava giovedì in diverse zone della ex colonia italiana.

L’unica cosa certa è che i quattro militari che viaggiavano sul mezzo sono tutti morti: il pilota, il co-pilota, un tecnico e un membro della guardia del corpo di Isaias Afeworki, il feroce dittatore che governa il Paese con il pugno di ferro. Ma non si sa neppure dove si è verificato lo schianto.

Cerimonia funebre dei quattro militari morti nello schianto

I funerali degli sfortunati si sono svolti il 9 agosto. Come spesso accade, la dittatura di Asmara non ha rilasciato alcun comunicato ufficiale e dunque non sono assolutamente chiare le circostanze del disastro aereo. Nessuna nota nemmeno da parte degli alti ranghi della Difesa e a questo punto è lecito ritenere che forse non si saprà mai dove i quattro militari erano diretti e quale fosse la loro missione, tanto meno saranno rese pubbliche le vere cause della sciagura.

Africa ExPress
@africexp

Sudafrica: cresce la disoccupazione e ricominciano gli attacchi ai migranti

Africa ExPress
Pretoria, 10 agosto 2019

Ci risiamo. Ciclicamente riesplodono le violenze contro i migranti in Sudafrica. In questi ultimi giorni si sono nuovamente verificati attacchi xenofobi a Johannesburg nei confronti di residenti stranieri.  Succede sempre quando cresce la disoccupazione, che ha raggiunto il 29 per cento e, secondo gli esperti, crescerà ancora nei prossimi mesi.

In un raid la polizia sudafricana ha arrestato oltre seicento migranti, per lo più etiopi a Johannesburg e confiscato i loro beni. La scorsa settimana, durante un primo raid, gli stranieri si sono ribellati, prendendo anche a sassate le vetture della forza pubblica.

Xenofobia in Sudafrica.

Questa volta le forze dell’ordine non si sono lasciate intimorire e sono andate a colpo sicuro. In alcuni negozi sono state anche trovate armi, oltre a prodotti non autorizzati. Il governo sudafricano ha elogiato l’operato della polizia. E Jackson Mthembu, ministro della presidenza del Sudafrica e parlamentare per l’African National Congress, ha fortemente condannato gli attacchi dei migranti nei confronti della polizia e ha sottolineato: “E’ necessario combattere coloro che violano le leggi del nostro Paese”.

La Deutsce Welle ha riportato sul suo sito in amarico, che questa settimana oltre seicento etiopi sarebbero stati arrestati;   chiunque avesse le sembianze di un habesha (gruppo di popolazioni presenti nelle odierne Etiopia ed Eritrea), anche se in possesso di un regolare permesso di soggiorno, è stato fermato. Kidane Woldeyesus, un etiope residente a Johannesburg ha specificato che la polizia sudafricana ha effettuato arresti indiscriminati nei confronti della sua gente e che nemmeno il giorno seguente all’arresto, nessuno ha ottenuto il permesso di far visita a coloro che sono stati fermati e rinchiusi nella stazione di polizia John Fosta.

Come se non bastasse, anche comuni cittadini si sono riversati sulla Margaret Mcingana Street a Jeppestown, Johannesburg, armati di coltelli e bastoni urlando: “Gli stranieri che intendono uccidere i nostri poliziotti, se ne devono andare” e altro ancora. Durante la protesta alcuni manifestanti hanno saccheggiato negozi, distrutto le automobili dei migranti e infine hanno persino picchiato le loro mogli. Mentre diversi agenti che hanno partecipato alla manifestazione, sarebbero stati arrestati.

Africa ExPress@africexp

Caccia allo straniero in Sudafrica: tre morti, venti arresti

Migranti interni in Africa: andavano in Sudafrica ma sono morti annegati in Tanzania

Caccia allo straniero in Sudafrica: tre morti, venti arresti

Amnesty accusa: “In Sudafrica gli immigrati vivono nella paura di attacchi xenofobi”

Eredità del dittatore Mugabe: lo Zimbabwe investito da una devastante carestia

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 8 agosto 2019

Oltre 2,3 milioni di zimbabwesi sono a rischio carestia. L’allarme è stato lanciato martedì scorso a Harare da David Beasley, direttore esecutivo del Programma Alimentare Mondiale.

Beasly ha chiesto 331 milioni di dollari per far fronte a questa nuova emergenza che sta colpendo la popolazione delle zone rurali. L’Agenzia dell’ONU ha precisato: “E’ la peggior crisi alimentare mai vista finora nel Paese”.

Molte aree rurali sono state colpite da un’eccezionale ondata di siccità; i residenti necessitano di aiuti immediati perchè il rischio carestia è estremamente elevato. La produzione del mais è drasticamente scesa  proprio per la mancanza di precipitazioni e il presidente del Paese, Emmerson Mnangagwa, lo considera ormai come disastro nazionale.

Siccità in Zimbabwe

La prognosi del direttore di PAM è poco rassicurante: “Se non si interviene subito, la situazione può solo peggiorare, anzi esiste il reale pericolo che il prossimo anno la popolazione a rischio carestia aumenti notevolmente, anzi potrebbe più che raddoppiare.

Già ad aprile, dopo il passaggio del devastante ciclone Idai, che ha toccato, seppur in forma minore, anche lo Zimbabwe, in diverse aree la situazione era già assai critica. Molti agricoltori avevano lanciato l’allarme nella regione di Mutoko (non colpita da Idai), a centocinquanta chilometri dalla capitale  E il governo aveva inviato diversi convogli con farina di mais per venire incontro alla popolazione. Ma molte famiglie erano state escluse dalla lista di aiuti. Le richieste erano troppe e i tanti disperati che avevano perso buona parte del loro raccolto avevano espresso la loro preoccupazione: “Come facciamo a sfamare le nostre famiglie?”

Molti bambini sono già affetti da malnutrizione. Le famiglie non possono più permettersi di portare in tavola tre pasti al giorno. La popolazione è povera e i prezzi del mais alle stelle.

Nello Zimbabwe, l’ex granaio dell Africa australe, si consuma una crisi economica e finanziaria da oltre vent’anni, che ha portato una parte della popolazione allo stremo. Basti pensare alle folli spese di Robert Mugabe, l’ex presidente, deposto dopo 37 anni di governo alla fine del 2017. Nella primavera dello stesso anno Mugabe aveva festeggiato il suo 93esimo compleanno con un mega-party costato oltre due milioni di dollari, per non parlare delle spese assurde della moglie, soprannominata Gucci-Grace per il suo amore sfrenato per i beni di super lusso.

Attualmente l’anziano ex presidente, ormai novantacinquenne, è ricoverato da diversi mesi in una delle migliori cliniche di Singapore. Mnangagwa, il suo successore, ha fatto sapere qualche giorno fa che Mugabe risponderebbe bene alle cure, senza però precisare la natura della patologia. A fine novembre si era sparsa voce che soffrisse di problemi di deambulazione dovuti all’età.

Scambio di effusioni tra la coppia Mugabe

Il servizio sanitario nazionale è al collasso e chi ha i mezzi necessari va all’estero per farsi curare (come sta facendo per altro l’ex dittatore), mentre la maggior parte della popolazione è costretta a restare, si deve accontentare delle poche cure ancora messe a disposizione dallo Stato.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Zimbabwe, Mugabe deve testimoniare su diamanti spariti per 15 miliardi di dollari

Zimbabwe: la gente è allo stremo ma Mugabe festeggia nello sfarzo il suo 93° compleanno

Siccità in Zimbabwe e Mugabe chiede aiuti in denaro contante

Zimbabwe: sanità allo sbando, licenziati in tronco oltre quindicimila infermieri

 

 

Kenya: Silvia Romano rapita per riscatto ma l’Italia non ne sa niente

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a continuare le inchieste giornalistiche.
Vogliamo scoprire la verità. E ci riusciremo grazie a voi.
Africa ExPress
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Dall’Inviato Speciale di Africa ExPress e del Fatto Quotidiano
Massimo Alberizzi
Malindi, 5 agosto 2019

Il documento della polizia di Malindi è chiarissimo: gli imputati, Abdulla Gabara Wario e Moses Luwali Chembe, hanno rapito Silvia Romano per provocare gravi danni, ridurla in schiavitù e per costringere l’ambasciata italiana a pagare un riscatto come condizione per il suo rilascio. Accuse gravissime che prevedono come pena massima anche l’ergastolo. Secondo gli inquirenti le autorità italiane non sono a conoscenza di questo capo di imputazione: “Qui nessuno si è fatto vivo. Né diplomatici, né i carabinieri (del ROS, incaricati delle idagini, che si sono fermati a Nairobi, ndr) né tanto meno le antenne dei servizi di intelligence – spiega un ispettore della polizia -. Qualcuno è arrivato subito dopo il rapimento di Silvia avvenuto il 20 novembre. Poi più niente”.

Alla cancelleria del tribunale rincarano la dose: “Visto che il processo è cominciato, i documenti sono pubblici, ma finora nessuno è venuto a prenderne visione”. Dichiarazioni che lasciano sconcertati, come quelle rilasciate a Roma, secondo cui non è mai stato chiesto un riscatto. Se i rapitori non si sono fatti mai vivi con gli italiani perché vengono processati – secondo le accuse – per aver chiesto un riscatto all’Italia?

Il documento con i capi d’accusa contro Abdulla Gabara Wario e Moses Luwali Chembe

Un altro mistero da aggiungere al castello degli allarmanti interrogativi che avviluppano la drammatica vicenda di Silvia Romano. Il silenzio stampa chiesto dalle autorità italiane (e rispettato da gran parte dei giornaloni) inquieta perché potrebbe nascondere altri obbiettivi e non quello dichiarato secondo cui parlare della vicenda farebbe deragliare le indagini. Indagini che non vengono svolte – è lapalissiano – non possono deragliare.

Un mistero invece è stato svelato: secondo le ricostruzioni di qualche giorno fa Silvia aveva sporto una denuncia verso un pastore anglicano accusandolo di molestie verso alcune bambine. In un messaggio vocale a una sua amica, la ventitreenne volontaria milanese aveva spiegato di essere andata dalla polizia e di aver raccontato a un’agente che si occupa della difesa dei minori la vicenda. Aveva poi ricevuto assicurazioni che il pastore sarebbe stato arrestato il giorno successivo.

La prima pagina del rapporto della polizia. In basso la seconda

Ma negli archivi della polizia di Malindi di quella denuncia non è stata trovata traccia. Ieri Mariam, l’investigatrice che si era occupata della vicenda, ha confermato il colloquio con Silvia ma ha spiegato di aver raccolto la sua denuncia sul suo bloc notes personale e non averla poi trasferita sul faldone ufficiale: “Silvia non ha potuto fare i nomi delle bambine e neppure quello del sacerdote, individuato solo più tardi. La sua storia non aveva i dettagli necessari per poterla indagare. Quindi non l’abbiamo riportata”. Una spiegazione convincente?

Una soffiata in tribunale spiega che il procedimento del 19 agosto, che coinvolge Ibrahim Adan Omar, è assai importate perché investe un altro aspetto del sequestro, con risvolti anche in questo caso inquietanti. Ibrahim è sospettato di aver ideato e pianificato il rapimento: è stato per ben tre volte a Chakama e ha dormito nella guest house Togo, di fronte alla casa dove abitava Silvia. Testimoni interrogati dalla polizia keniota ci hanno raccontato che non aveva grandi impegni. Siamo convinti che fosse andato lì per controllare la situazione”. Ibrahim Adan Omar è un cittadino somalo che era in possesso di una carta di identità keniota autentica. “La nostra cittadinanza si può ottenere solo dopo il parere positivo di una commissione di 5 membri. Lui l’ha ottenuta con il parere positivo di un solo membro e la commissione non si è mai riunita.  Si vede che possiede protezioni potenti. E’ stato arrestato vicino Garissa (città dove gli shebab terroristi somali nel 2015 hanno massacrato 147 studenti, ndr) ed era in possesso di armi da fuoco”.

Massimo A. Alberizzi
Twitter: @malberizzi

ECCO TUTTI GLI ARTICOLI SUL RAPIMENTO DI SILVIA ROMANO  PUBBICATI DA AFRICA EXPRESS

Silvia Romano: dopo l’inchiesta di Africa ExPress sono ripartite le indagini. Aiutateci a continuare

17 maggio 2019

Silvia Romano: troppe domande e troppi depistaggi ma il terrorismo non c’entra

21 giugno 2019

Silvia aveva denunciato molestatori pedofili, forse rapita per vendetta

29 giugno 2019

Prima le chat cancellate, poi il telefono di Silvia Romano sparisce

2 luglio 2019

Alla ricerca di Adhan, il “quarto uomo” che ideò il sequestro di Silvia Romano

7 luglio 2019

Silvia Romano le nuove indagini e i messaggi alle sue amiche

13 luglio 2019

Silvia Romano: vertice a Roma con i kenioti che conservano la direzione delle indagini

Silvia Romano: via al processo, uno degli accusati libero su cauzione di 25 mila euro

Cominciato il processo per il rapimento di Silvia Romano: due kenioti alla sbarra

 

2 agosto 2019

A casa di Silvia: l’indiziato numero 1 (fuori su cauzione) sa troppo e rischia di essere ucciso

 

14 agosto 2019

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

OUR ARTICLES TRANSLATED IN ENGLISH

21st June 2019

Silvia had Reported Pedophile Molesters, perhaps Kidnapped for Revenge

29th June 2019

First the chats canceled, then Silvia Romano’s phone disappears

2nd July 2019

In search of Adan, the “fourth man” who conceived the seizure of Silvia Romano

13th July

Silvia Romano: summit in Rome with Kenyan detectives that are keeping the direction of the investigation secret

3rd August 2019

Silvia Romano, Hearing on Malindi’s Court. The Day of the Witnesses

2nd August 2019

At Silvia’s House: the Number 1 Suspect Knows too Much and Risks Being Killed

 

 

 

 

Mozambico, bocciata candidatura di Alice Mabota unica donna alle presidenziali in Mozambico

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 7 agosto 2019

Il sogno di Maria Alice Mabota, prima e unica donna mozambicana di candidarsi alle elezioni presidenziali, si è fermato prima ancora di cominciare. Il Consiglio Costituzionale del Mozambico l’ha esclusa dalle liste dei candidati “per non aver soddisfatto i requisiti previsti dalla legge”. Oltre alla signora Mabota sono stati esclusi altri due candidati: Eugénio Estêvão e Hélder Mendonça.

Maria Alice Mabota, Il Consiglio Costituzionale del Mozambico ha rifiutato la sua candidatura alle elezioni presidenziali di ottobre 2019
Maria Alice Mabota, Il Consiglio Costituzionale del Mozambico ha rifiutato la sua candidatura alle elezioni presidenziali di ottobre 2019

La legge mozambicana prevede che, per candidarsi alla presidenza della repubblica, occorrono almeno 10mila firme di cittadini aventi diritto al voto. E Alice Mabota ne ha raccolte 13.160. Ma, secondo il Consiglio, sono state riscontrate varie irregolarità che hanno determinato l’annullamento di 5.611 firme. Di queste, oltre 3mila avevano il certificato elettorale “non corretto” e più di un migliaio il numero di certificato elettorale era “non valido”.

Durissima la reazione della candidata: “Questo è un rifiuto amministrativo e politico. La mia candidatura ha scosso molto il sistema, anche i partiti di opposizione, perché hanno visto che avevo una forte candidatura – ha dichiarato a DW-Africa. “Li ho spaventati. Non è vero che le firme sono false. Sono tutte reali. Non esiste una firma che non sia stata riconosciuta dal notaio. Sto raccogliendo i dati e li pubblicherò per mostrare dove il CC si è sbagliato”.

Alice Mabota si è presentata con la Coalizione per l’Alleanza Democratica (CAD), sei partiti dell’opposizione uniti per le presidenziali del 15 ottobre. La Coalizione è nata con l’intento di contrastare lo strapotere del FRELIMO, al governo senza interruzione dal 1975. E la corruzione. Ma anche per arginare la corsa di Ossufo Momade, neo leader RENAMO che nei giorni scorsi ha firmato il terzo Accordo di Pace con l’attuale presidente Filipe Nyusi.

A sin. l'attuale presidente del Mozambico, Filipe Nyusi e a destra, Ossufo Momade del RENAMO, dopo la firma degli accordi di pace
A sin. l’attuale presidente del Mozambico, Filipe Nyusi e, a destra, Ossufo Momade del RENAMO, dopo la firma degli accordi di pace

La forza di Mobota sta nella sua esperienza per la difesa dei diritti umani, cosa che negli ultimi anni, nel Paese lusofono è andata peggiorando. È lei che ha fondato la Lega per i diritti umani del Mozambico e ne è stata la prima presidente per più di vent’anni.

Negli ultimi dodici mesi la situazione della libertà di stampa è peggiorata. Lo scorso agosto, pochi mesi prima delle elezioni amministrative, è stata varata una legge che penalizza la stampa indipendente.

Inoltre, ai giornalisti viene impedito di indagare sugli attacchi jihadisti nella provincia di Cabo Delgado, al confine con la Tanzania. In un contesto simile, la candidatura di una donna, che per giunta ha grande esperienza di diritti umani, pesta troppi piedi.

Alla fine i candidati alla presidenza sono i soliti due: il presidente attuale, Filipe Nyusi, del FRELIMO, che punta al secondo mandato e Ossufo Momade, che corre per il RENAMO. Gli altri candidati – Daviz Simango e Mario Albino – in questo scenario contano poco.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Bavaglio alla mozambicana alla stampa costretta a pagare tasse enormi

Mozambico, tra Frelimo e Renamo pace per la terza volta. Ma qualcuno non ci sta

sandro_pintus_francobollopeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 6 agosto 2019

Il primo agosto, Filipe Nyusi, presidente mozambicano per il FRELIMO, e Ossufo Momade, leader della RENAMO, hanno firmato per la terza volta gli accordi di pace. Subito dopo, alla fine della cerimonia, un caldo, e pare sincero, abbraccio porta speranza dopo decenni di guerra civile prima e ostilità armata poi, nell’ex colonia portoghese.

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Morto Afonso Dhlakama, leader storico della Resistenza Nazionale Mozambicana (RENAMO), la trattativa con il Fronte di Liberazione del Mozambico (FRELIMO) diventa più facile. Prima la firma della pace di Roma tra Joaquim Chissano e Afonso Dhlakama, nel 1992, con il supporto della Comunità di Sant’Egidio e dell’allora sottosegretario agli affari esteri, Mario Raffaelli. Poi, nel 2014 la firma per la cessazione delle ostilità nel centro del Paese tra Dhlakama e Armando Guebuza, allora presidente. La terza sarà pace vera? Non ci credono in molti visto che si parla di pace dal 1975, anno dell’indipendenza dal Portogallo.

L’intesa è stata siglata nel Parco Nazionale di Gorongosa nella provincia di Sofala, nel centro del Paese, storico quartier generale RENAMO. È la conclusione delle trattative iniziate nel 2018 tra Nyusi e il neo leader Momade.

Quest’ultimo accordo mette fine a 25 anni di conflitto che è continuato dopo il termine della guerra civile durata 17 anni con la firma del 1992. Prevede, come per gli altri accordi, il disarmo del RENAMO ed elezioni politiche che come previsto si tengono il prossimo ottobre. Questa volta si tratta di 5200 uomini armati, alcuni dei quali irriducibili.

La morte di Dhlakama ha portato confusione e conflitti nel RENAMO, maggior partito di opposizione. Non è stato facile sostituire il leader storico e, dopo faticose negoziazioni, il congresso del partito ha deciso di passare la leadership a Ossufo Momade.

Il neo capo RENAMO, con 200mila firme (la legge ne prevede 20mila), è anche stato nominato candidato alla presidenza alle elezioni che si terranno il prossimo 15 ottobre.

A destra: Mariano Nhungue Chissinga con alcuni miliziani RENAMO. Ha minacciato di morte il leader del suo partito se non si dimette (Courtesy Miramar)
A destra: Mariano Nhungue Chissinga con alcuni miliziani RENAMO. Ha minacciato di morte il leader del suo partito se non si dimette (Courtesy Miramar)

Ma, oltre la firma che dovrebbe fermare le ostilità, in lontananza si vede una nuvola nera. Una minoranza dei miliziani armati non ci sta. È il gruppo guidato da Mariano Nhungue Chissinga, con il grado di maggiore generale della milizia del partito. Definisce il suo gruppo armato “giunta militare RENAMO”.

Chissinga, a giugno, in un video con miliziani armati di kalashnikov, ha accusato Momade di essere una spia e ha minacciato di ucciderlo se non si dimette dal partito. Pochi giorni prima della firma degli accordi, il 25 luglio, lo ha accusato di isolare gli ufficiali vicini al defunto Afonso Dhlakama.

E mentre la data delle elezioni presidenziali mozambicane si avvicina, per il momento i protagonisti sono tre: due uomini e, per la prima volta, una donna. L’attuale presidente, Filipe Nyusi, vuole il secondo mandato; Ossufo Momade presenta il RENAMO con la faccia nuova; e Alice Mabota, della nuova Coalizione Alleanza Democratica.

La consegna delle armi deve essere conclusa entro il prossimo 21 agosto e si sa che non tutti le consegneranno. “Chiunque sparerà un colpo sarà nemico della pace – ha dichiarato il presidente Nyusi -. Noi del governo, insieme alla RENAMO, lo andremo a cercare”.

Se l’ala intransigente dei miliziani RENAMO si rifiuterà di rinunciare alle armi, il Mozambico, oltre ai jihadisti di Cabo Delgado, nell’estremo nord del Paese dovrà fronteggiare un’altra linea di fuoco.

Sandro Pintus
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Guinea Equatoriale: i quarant’ anni di terrore di Teodoro Obiang

Speciale per Africa ExPress
Isidore Senghore
5 agosto 2019

Il 3 agosto 1979 il regime dittatoriale della Guinea Equatoriale facente capo a Francisco Macias Nguema, primo presidente della piccola nazione africana indipendente dalla Spagna nel 1968, tramontava in seguito a un colpo di Stato.

Quel golpe fu condotto con i moschetti dei militari guidati dal nipote del dittatore, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, che ribattezzò quell’evento “Colpo della Libertà”, a sua volta sostenuto dal Gabon del neo-dittatore Omar Bongo. Macias fu destituito il 5 agosto, arrestato, accusato per 101 volte di genocidio, deportazione di massa e rapina, processato sommariamente e condannato a morte. Il 29 settembre fu giustiziato nel carcere di Black Beach a Malabo, isola di Bjoko, tramite fucilazione avvenuta per mano di truppe marocchine assoldate per l’occasione. Nessuno in Guinea Equatoriale avrebbe avuto mai il coraggio di uccidere chi, si diceva, possedeva poteri magici. Macias fu sostituito dopo l’arresto dal leader della rivolta, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, che il 10 ottobre istituì il Consiglio Militare Supremo da lui stesso presieduto.

Teodoro Obiang Nguema, presidente della Guinea Equatoriale

Il periodo tra agosto e ottobre del 1979 fu in un certo senso un tragico presagio per gli anni a venire della Guinea Equatoriale: con 40 anni di carriera alle spalle oggi Teodoro Obiang Nguema Mbasogo è ufficialmente il leader africano e mondiale più longevo attualmente in carica, esclusa la regina d’Inghilterra Elisabetta II. È stato riconfermato alle elezioni del 1989, del 1996, del 2002, del 2009 e del 2016 e ne sono stati denunciati ripetutamente e da più voci gli abusi: i diritti umani violati, la cleptocrazia, la repressione di qualsiasi opposizione politica, il nepotismo, la violenza sono parole che a malapena aiutano a descrivere l’agire di Obiang e della sua famiglia.

Giunto al potere Obiang si trovò tra le mani un’economia disastrata e un Paese sull’orlo del collasso finanziario e demografico: durante la dittatura dello zio Macias oltre 100.000 guineani, su una popolazione di 300.000 persone, fuggirono per le persecuzioni del gruppo di potere facente capo al clan di Mongomo (di etnia Fang) e altri 50.000 furono brutalmente ammazzati, un sesto del totale della popolazione. Un genocidio, in termini relativi e non assoluti, secondo solo a quello attuato da Hitler in Europa una trentina di anni prima. Tuttavia Obiang non si è certamente dimostrato, nei successivi 40 anni, migliore dello zio: il clan di Mongomo oggi controlla tutti i centri di potere politico, giudiziario ed esecutivo, l’esercito e la polizia e le ambasciate in giro per il mondo, Italia compresa. Cecilia Obono Ndong, ambasciatrice della Guinea Equatoriale in Italia e decano del Corpo Diplomatico Africano, è nipote del Presidente Obiang. Nei primi anni Novanta il paese scoprì di galleggiare sulle riserve petrolifere più importanti del continente africano. L’arrivo delle Sette Sorelle del petrolio non ne ha tuttavia migliorato l’economia, se non nelle statistiche: il clan al potere, dal Presidente in giù, si è infatti accaparrato la maggior parte delle risorse economiche derivanti dalla vendita delle concessioni petrolifere (e delle foreste e dei minerali e degli appalti) dimostrandosi sempre non solo famelica ma insaziabile.

Oggi Teodoro Obiang Nguema Mbasogo ha 77 anni, 40 dei quali trascorsi al potere. Ha denunciato, nel corso degli anni, almeno una decina di tentativi di colpi di Stato a suo danno, tutti falliti. Ha una guardia presidenziale composta da forze speciali marocchine, la sua sicurezza personale è garantita da ex-agenti del Mossad israeliano e l’imbarazzo della scelta quando deve decidere in quale palazzo andare a riposare la sera. Un vero potere assoluto, ripetuto come un matra dalle radio e dalle televisioni che lo collocano persino “sopra a Dio”. La moglie, Constancia Mangue, detiene una buona fetta del potere economico nel ramo degli appalti pubblici e il suo nome è persino più temuto di quello del marito presidente. Il figlio Teodorin, 51 anni e vicepresidente in lizza per il trono, è noto in mezzo mondo per le sue scorribande: riciclaggio di denaro, traffico di droga, affari poco puliti e amici importanti, come il rapper Akon e l’ex-presidente francese Nicolas Sarkozy, giusto per citarne due dei più noti. L’altro figlio, Gabriel, è alla guida di una fazione numerosa inversa al fratello Teodorin e detiene anch’egli un potere enorme, come ministro e uomo di Stato. E poi c’è l’intera corte degli Obiang: migliaia di persone tra parlamentari, ministri, uomini politici, imprenditori, magistrati e chi più ne ha più ne metta, che si spartiscono una torta (economica e di potere) che in realtà è sempre meno succulenta.

Teodorin Nguema Obiang nel suo jet privato. Fonte Instagram.

Tra due anni Teodoro Obiang raggiungerà Muammar Gheddafi al primo posto della classifica dei leader politici più longevi di sempre in un Paese non monarchico e il terrore del presidente guineano è di fare la stessa fine del suo collega. Quarant’anni di terrore e violenza, cercando di mantenere nell’ignoranza la popolazione, giocano tutti a suo favore: nessuno, in patria, sembra essere in grado di far breccia nel complesso e avido sistema di potere da lui creato. I guai peggiori potrebbero arrivare dalla sua stessa famiglia, nella guerra intestina tra Gabriel e Teodorin ma forse, se mai si arriverà allo scontro, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo sarà già morto.

Isidore Senghor
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