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Dal Nostro Inviato Speciale Massimo Alberizzi Malindi, 21 agosto 2019
La prossima udienza per il processo che vede imputati i presunti rapitori di Silvia Romano – la volontaria italiana rapita a Chakama, un villaggio a un centinaio di chilometri da Malindi – si terrà il 30 agosto. Ma sarà un incontro solo per fissare la data della prossima udienza di merito.
Oggi al tribunale di Malindi, il magistrato, signora Julie Oseko, ha ottenuto l’unificazione dei due processi, il primo che vede alla sbarra Ibrahim Adhan Omar e il secondo che vede imputati Abdulla Gababa Wario e Moses Luari Chembe.
Silvia Romano
Questo vuol dire però che è tutto da rifare, interrogare gli stessi testimoni che sono stati sentiti il 29 e il 30 luglio e ripartire da zero.
Da una parte disturba il fatto che i tempi si allunghino. Dall’altra però vuol dire che i giudici e la pubblica accusa possono valersi di nuovi documenti che dovrebbero emergere dalle indagini in corso.
Ieri la polizia di Malindi è tornata a Chakama interrogando nuovamente diverse persone. Ma non solo. Gli agenti sono anche andati a Likoni, villaggio vicino a Mombasa, dove Silvia aveva soggiornato per lavorare nell’orfanotrofio di Davide Ciarrapica.
Alcuni dei documenti depositati al tribunale di Malindi poco prima dell’udienza del 19 agosto 2019
L’indagine è stata ordinata dagli inquirenti che ora stanno indagando su nuovi fronti. Il massimo ricercato è sempre Said, indicato come l’organizzatore del piano del rapimento.
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Dal Nostro Inviato Speciale Massimo A. Alberizzi
Malindi, 20 agosto 2019
Oggi sono esattamente 9 mesi dal giorno in cui Silvia Romanoè stata rapita in Kenya, a Chakama, un piccolo villaggio a un centinaio di chilometri da Malindi. Ieri è cominciato il processo contro, Ibrahim Adan Omar, e il 21 sarebbe dovuto riprendere quello a carico di altri due accusati, Abdulla Gababa Wario e Moses Luwali Chembe. Invece la giudice Julie Oseko ha deciso, su suggerimento della procuratrice Alice Mathangani, di accorpare i due processi, cosa che dovrebbe essere sancita all’udienza di domani. Il condizionale è d’obbligo giacché la signora Oseko ha chiarito che deve prima sentire il parere degli avvocati della difesa.
Ieri comunque, a differenza di quanto accaduto nelle sessioni di fine luglio, un gruppetto di italiani preoccupati della sorte della volontaria ventitreenne, alle 9 in punto si è presentata nell’aula del palazzo di giustizia per assistere al processo. Tra loro nessun diplomatico, e nessun inquirente. Gente comune che ha preso il posto lasciato vacante delle autorità italiane. Un segnale importante per fare capire che l’opinione pubblica chiede di essere rispettata e non si accontenta di credere senza senso critico a ciò che gli viene raccontato dai piani alti.
Avevano promesso la loro presenzaalcuni parlamentari che però sono stati richiamati a Roma dalla crisi di governo e dal dibattito in aula previsto per oggi.
A latere del processo i giudici hanno spiegato:“Qui abbiamo numerosi casi che riguardano cittadini stranieri: francesi, belgi, tedeschi, britannici, americani. C’è stata sempre la presenza di delegazioni della loro ambasciata. Per Silvia niente. Piuttosto strano”.
Durante i colloqui riservaticon gli inquirenti kenioti, sono emersi altri particolari interessanti che permettono di piazzare nuove tessere in un mosaico difficile da ricostruire. Oltre ai tre formalmente accusati e sotto processo, ci sono “parecchi” ricercati per questa vicenda, ma uno in particolare, cui i kenioti stanno dando la caccia senza quartiere, si chiama Said Ibrahim. Sarebbe l’uomo che ha organizzato il sequestro per conto dei veri interessati a rapire Silvia. E’ uccel di bosco: “Non sappiamo dove sia”, risponde un detective a domanda precisa ma conferma che lui è “solo”regista del complotto ma non è l’uomo che ha voluto il rapimento di Silvia: “Quello è ancora più su e deve godere di importanti protezioni”. Said Ibrahim, dunque sarebbe una figura intermedia tra chi ha partecipato materialmente al rapimento e chi l’ha ordinato.
Si suppone anche una complicitàad alti livelli in questa storia anche perché Ibrahim Adan Omar (attenzione da non confondere con Said Ibrahim) è un cittadino somalo che al momento dell’arresto è stato trovato non solo in possesso con un armi da fuoco, ma anche con un documento d’identità keniota ottenuto illegalmente senza la necessaria e obbligatoria procedura, che prevede il vaglio da parte di una commissione di 5 membri. Per lui la commissione non si è mai riunita, confermano alla polizia di Malindi, eppure ha ottenuto la nostra carta di identità.
Gli inquirenti sperano che qualcuno dei testimoniparli, ma prevale lo scetticismo. Da queste parti fare nomi è pericoloso, un po’ come nelle zone controllate dalla mafia: “Ma perché il vostro governo non garantisce la sicurezza dei testimoni in Italia? Una taglia e un permesso di soggiorno per chi fornisce informazioni sarebbero assai utili”, chiarisce un dirigente.
Spiegare che in Italia le fonti ufficialinon fanno trapelare alcuna informazione è complicato.
Il silenzio totale e misterioso ufficialmenteviene giustificato, per non danneggiare le indagini. Ma in questa vicenda ci sono troppe cose che non quadrano. L’inchiesta puntigliosa di Africa ExPress, che stiamo realizzando grazie al determinate aiuto finanziario dei nostri lettori e al sostegno editoriale degli amici del Fatto Quotidiano, sta dando alcuni risultati. La polizia keniota ha inviato ai loro colleghi che controllano il valico di frontiera all’aeroporto di Mombasa i dati dei due volontari che assieme a Silvia avevano sporto denuncia contro il pastore anglicano sospettato di pedofilia. L’obbiettivo è quello di cercare di capire se anche i file che li riguardano – e che dovrebbero essere conservati a oltranza – sono spariti, come quelli della volontaria rapita.
Basta poi leggere con attenzione i rapportidella polizia per accorgersi che il cognome di Elisabeth, la donna che abitava con Moses Luwali Chembe, arrestata subito dopo il rapimento parchè da suo telefono erano partite chiamate verso i presunti sequestratori ma subito rilasciata, è cambiato durante le indagini. Nei primi rapporti veniva indicata come Kasena dopo il suo cognome è diventato Karissa. Errore, sbadataggine, disattenzione o inganno e malafede? Fa capolino il sospetto che la difesa stia cercando di “girare le carte in tavola”.
Sempre grazie all’inchiesta di Africa ExPresse agli articoli tradotti in inglese che hanno goduto di una certa diffusione a Malindi, finalmente la polizia ha chiesto (o meglio è prudentemente scrivere: si è impegnata a chiedere) alle due compagnie telefoniche utilizzate da Silvia i tabulati delle telefonate, effettuate e ricevute, e dei messaggi della ragazza. Ma se risputasse che queste indagini sono state già fatte qualcuno dovrebbe spiegare perché non sono state inserite nel faldone delle indagini.
E allor viene in mente un’osservazionefatta ad Africa ExPress da uno capo della polizia a Nairobi che, all’inizio della nostra inchiesta, ha criticato il comportamento dell’esercito: “Ha chiuso le frontiere con la Somalia, ma non è stato assolutamente cooperativo con le indagini. Certo, non è il suo compito, ma i soldati sono arrivati anche in villaggi remoti, dove per noi è difficile arrivare.”
Speciale Per Africa Express Franco Nofori 19 agosto 2019
Gli alterni scenari del panorama politico africano, ci hanno abituati a sconvolgimenti e voltafaccia che il buon senso non avrebbe potuto far ipotizzare, ma invece, ciò che si riteneva impossibile si è verificato. Uhuru e Ruto, nel dopo elezioni del 2007, si erano bellicosamente confrontati, a capo dei rispettivi sostenitori, scatenando un massacro che aveva prodotto oltre milleduecento vittime e seicentomila sfollati. Le etnie a confronto, erano quelle dei kikuyu, da un lato e di luo e kalenjin dall’altro. A quel tempo, Raila Odinga, leader dei luo, e William Ruto, dei kalenjin, erano coalizzati contro il nemico comune: il kikuyu Mwai Kibaki, candidato alla presidenza, contro l’eterno rivale Raila Odinga. Kibaki, nella campagna elettorale, era sostenuto dal suo delfino, Uhuru Kenyatta.
L’accordo tra Uhuru Kenyatta e William Ruto per la formazione di un governo di alleanza
Kibaki, pur se in forte odore di brogli, risultò vincitore e fu questo sospetto a scatenare la rivolta degli oppositori. Si verificarono episodi di raccapricciante crudeltà, come quello avvenuto nei pressi di Eldoret, in territorio kalenjin, dove oltre trenta persone, tra cui molti bambini di etnia kikuyu, furono arsi vivi all’interno della chiesa pentecostale in cui si erano rifugiati. Scontri e violenze continuarono a oltranza, malgrado i ripetuti interventi di mediatori internazionali, fino a che, inventando una carica (fino a quel momento inesistente) di primo ministro a favore di Raila Odinga, i due irriducibili avversari si strinsero la mano e Odinga ebbe accesso alla spartizione della torta, con buona pace di coloro che avevano perso la vita su entrambi i fronti, combattendo in favore dell’uno o dell’altro dei contendenti.
William Ruto, si concede un sorriso di sollievo nell’apprendere di essere stato prosciolto dalle accuse dal Tribunale Penale Internazionale, insieme al suo coinputato Kenyatta
Le cose non andarono altrettanto bene per Uhuru Kenyatta e William Ruto che si trovarono incriminati dal Tribunale Penale Internazionale (ICC) per aver fomentato stragi etniche. Accuse poi franate nel nulla, causa testimoni che scomparivano o ritrattavano. Forse proprio perché accomunati in questa sgradevole esperienza, Uhuru e Ruto, prima irriducibili avversari, si ritrovarono improvvisamente alleati ed entrambi coalizzati contro un nuovo nemico: Raila Odinga. Infatti al termine del secondo mandato di Kibaki, cui seguirono le nuove elezioni del 2013, Uhuru e Ruto corsero insieme opponendosi a Raila Odinga e conquistando rispettivamente la presidenza e la vicepresidenza del martoriato Kenya. Cariche che furono riconfermate nelle successive elezioni del 2017, anche se con altri scontri e uccisioni che, fortunatamente non raggiunsero i livelli precedenti, ma si attestarono comunque intorno alle 150 vittime.
Proteste contro l’ex ministro delle finanze Henry Rotich arrestato in Kenya per corruzione
Anche questa volta, l’ira del perenne sconfitto, Raila Odinga, fu mitigata dalla collaudata african way; che consiste nel fornire al rivale la possibilità di far parte del nuovo governo, in questo caso, con l’incarico di Alto Rappresentante dell’Unione Africana per lo Sviluppo delle Infrastrutture. In parole plebee: un nuovo e libero accesso alla mangiatoia comune. Occorre però dare atto che, in quanto a corruzione, sia Uhuru e sia Raila, non ne detengono il primato, il quale spetta, a pieno diritto, all’ineffabile vicepresidente William Ruto che, in questo campo, fa davvero la parte del leone, ottenendo la meritata nomea di “Uomo più corrotto del Kenya”. Ma come tutte le corde che, quando sono troppo tese, finiscono per strapparsi, anche la ritrovata “amicizia” tra Uhuru e Ruto, sembra essersi avvicinata al punto di rottura.
Inizio dei lavori, attualmente bloccati, per le “dighe fantasma” oggetto dello scandalo
La causa di questa incombente frattura, risiederebbe nel recente scandalo che ha visto coinvolto il ministro delle finanze Henry Rotich, un kalenjin la cui nomina era stata fortemente sponsorizzata dal vicepresidente Ruto nel 2013. Stando al capo d’imputazione a suo carico, Rotich, si sarebbe appropriato di oltre duecento milioni di dollari, distratti dall’appalto concesso alla ditta italiana CMC di Ravenna, per la costruzione di due dighe (definite “le dighe fantasma”, perché mai realizzate) nelle località di Kimwarer e Arror nella Kerio Valley. Insieme a Rotich, furono arrestati altri venti funzionari del suo ministero, reputati a vario titolo coinvolti nello stesso fatto illecito. Un colpo non da poco alla reiterata campagna del presidente Kenyatta, contro la corruzione, con il più volte dichiarato intento di combatterla con tutti i mezzi.
L’ex ministro delle finanze del Kenya Henry Rotich oggi accusato di corruzione
La frattura tra il presidente e il suo vice, sarebbe stata causata dall’atteggiamento tenuto da Ruto nei confronti di questo scandalo per il quale, anziché accodarsi alla comune condanna, l’ha visto trincerarsi dietro un sospetto silenzio che odora un po’ di connivenza. Inoltre, il senatore Aaron Cheruiyot, da tutti ritenuto il portavoce delle posizioni di William Ruto, ha dichiarato: “Le iniziative di questo governo, hanno ben poco a che fare con la lotta alla corruzione, ma sembrano piuttosto un sistematico complotto per eliminare tutti gli aderenti a una certa corrente politica invisa al presidente”. Affermazione, questa, di estrema gravità che fa prefigurare un preoccupante scenario per le prossime elezioni del 2022
La Corte di Nairobi ha già bloccato alcuni conti correnti bancari intestati al ministro indagato
In una recente intervista rilasciata ad Al-Jazeera, il deputato del partito Jubilee di Uhuru Kenyatta, Ngunjiri Wambugu, ha dichiarato: “William Ruto pensa che i keniani siano stupidi? E’ chiaro a tutti che mentre stringe sorridendo la mano a Kenyatta, con le sue azioni lo pugnala alle spalle”. Un quadro che rende piuttosto improbabile il sostegno del Jubilee alla candidatura di Ruto alla presidenza del Paese nel 2022, com’era negli accordi. Del resto un governo che si prefigga di sconfiggere la corruzione, con un vicepresidente che in soli vent’anni di carriera politica è passato dalla miseria a un patrimonio stimato vicino ai trecento milioni di dollari, ha, oggettivamente, ben poche speranze di avere successo.
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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo Alberizzi Nairobi, 18 agosto 2019
Il 20 agosto saranno 9 mesi dal giorno in cui Silvia Romano è stata rapita in Kenya, a Chakama, un piccolo villaggio a un centinaio di chilometri da Malindi. Domani comincia il processo contro uno degli indiziati, Ibrahim Adan Omar, e il 21 riprende quello contro altri due, Abdulla Gababa Wario e Moses Luwali Chembe. Del destino di Silvia si sa poco o niente. Le fonti ufficiali non fanno trapelare alcuna informazione: bocche cucite. Diplomatici, carabinieri, politici: tutti zitti. Per non parlare dei servizi segreti gli unici che, loro sì, giustamente, sono tenuti al massimo riserbo.
Il perché questo totale e misterioso silenzio non è chiaro. Ufficialmente è stato invocato, per non danneggiare le indagini. Ma l’inchiesta svolta con una certa puntigliosità e testardaggine da Africa ExPress – con il determinante aiuto finanziario dei nostri lettori che qui vogliamo sentitamente ringraziare per la grande generosità dimostrata e che stanno ancora dimostrando – ha individuato parecchi risvolti inspiegabili e oscuri sui quali nessuno ha indagato. Non regge quindi la giustificazione: ”Silenzio, stiamo lavorando”, a meno che non si vuole credere messianicamente a chi chiede di non interferire e a non porsi domande.
Molte storie italiane sono rimaste insolute. C’è voluta la caparbietà e la determinazione di Ilaria Cucchi per svelare i misteri che circondavano la morte del fratello Stefano. La verità ufficiale è stata smembrata e fatta a pezzi e alcuni carabinieri rinviati a giudizio. Qui non si vuole criminalizzare un sistema o una categoria. Si vuole semplicemente consigliare a non credere acriticamente a nessuno, tantomeno alle fonti ufficiali che possono avere interessi disparati da tutelare.
Noi, che con un lavoro collettivo ogni giorno contribuiamo all’uscita di Africa ExPress e che facciamo parte del gruppo di giornalisti che significativamente si chiama Senza Bavaglio, crediamo in alcune regole del giornalismo. La prima, a suo tempo venne indicata da Joseph Pulitzer: “Non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio o vizio che non vivano della loro segretezza. Portate alla luce del giorno questi segreti descriveteli, rendeteli ridicoli agli occhi di tutti e prima o poi la pubblica opinione li getterà via. La sola divulgazione di per sé non è forse sufficiente, ma è l’unico mezzo senza il quale falliscono tutti gli altri”.
La seconda è di Horacio Verbitsky e recita: “Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia, il resto è propaganda”.
Ce ne sarebbero parecchie altre ma mi limito a ricordarne una terza, purtroppo spesso inapplicata: “Se qualcuno ti dice che piove e un altro che c’è il sole, non si devono riportare le due versioni. Si deve invece andare alla finestra e verificare di persona chi ha ragione”.
E’ quello che sta accadendo con il drammatico caso di Silvia Romano. Siamo andati a verificare di persona per capire a che punto stessero e indagini. L’esperienza di tutta la redazione di Africa ExPress nel continente dimenticato dai media (ma, ricordiamolo, non dagli appetiti dei businessmen del pianeta) ci fa credere che se Silvia fosse stata una cittadina americana, la reazione di Washington sarebbe stata assai diversa e dura. E non titubante e timida come quella italiana. La costa keniota sarebbe piena di marines, in divisa ma anche sotto mentite spoglie, e la foresta poco lontana da Chakama sarebbe stata setacciata coscientemente fino all’ultimo arbusto.
Le poche informazioni fornite dai nostri inquirenti parlano di grande e totale collaborazione tra Nairobi e Roma. Una dichiarazione che lascia molte perplessità e molti dubbi. Per esempio dopo una ricerca accurata, sembra che fino a un mese fa nessuno, né italiano, né keniota, abbia chiesto alla Safaricom (una delle due società telefoniche legata alla Vodafone, usate da Silvia) i tabulati delle sue chiamate.
Inquietante anche il fatto che nessun inquirente abbia consegnato ai giudici le mail spedite da certo Yusuf Aden (sicuramente un nome di fantasia) che chiedeva un riscatto abbastanza basso (l’equivalente di 80 mila dollari in bitcoins, la criptovaluta virtuale) per la liberazione della ventitreenne milanese. La prima mail di Yusuf è arrivata il 21 novembre, cioè un giorno dopo il ratto della ragazza. Era indirizzata a Lilian Sora, la presidente di Africa Milele, la unlus per cui lavora Silvia, che l’ha girata subito agli inquirenti italiani e kenioti, ma non è mai arrivata ai giudici africani che si stanno occupando di questo caso.
Ma ci sono altri interrogativi inquietanti che lasciano la porta aperta alle ipotesi più disparate:
– Perché nessuno ha dato seguito alla denuncia di Silvia verso un pastore anglicano, per molestie sessuali alle bambine del centro dove la ragazza rapita lavorava come volontaria? Denuncia raccolta dalla ispettrice di polizia sul suo blocco di appunti personali e mai riportata sui faldoni ufficiali. Si è voluto minimizzare la questione per proteggere qualcuno?
– Perché nessun diplomatico o carabiniere o agente dei servizi di intelligence italiani ha seguito il processo? La sfilata di testimoni avrebbe potuto far emergere qualche indizio interessante. Un agente dei servizi italiani subito dopo il sequestro si è visto in giro per Malindi ma – secondo numerose testimonianze raccolte da Africa ExPress – si è comportato assai riservatamente invece di fare domande a tappeto. Tant’è che in un incontro a tre (presente il console onorario italiano, Ivan Del Prete, e un ispettore di polizia locale) pochi giorni dopo il rapimento, non ha aperto bocca o quasi. Gli interessi italiani a Malindi sono enormi e il caso di Silvia può danneggiare il turismo: tutelarli è più importante che pensare alla sorte di una povera ragazza che chissà in che mani è capitata?
– Moses Luwali Chembe, uno degli indiziati del rapimento, arrestato subito è stato liberato su cauzione, nonostante il parere contrario della polizia. Ha pagato l’equivalente di 25 mila euro in titoli di proprietà terriera appartenenti al nonno e allo zio, il cui guadagno mensile è rispettivamente di 50 e di 100 euro. Com’è possibile?
– Dov’è finito il file di Silvia, con le sue impronte digitali e la sua foto prese all’aeroporto di Mombasa (come si fa a tutti quelli che entrano in Kenya), che è misteriosamente scomparso? Chi l’ha fatto sparire e perché?
– Le indagini a Likoni (il villaggio separato da Mombasa da un braccio di mare superabile con un ferry boat) dove Silvia ha lavorato in luglio dell’anno scorso, sono state carenti, a giudizio della stessa polizia di Nairobi. Nessuno ha indagato su chi la volontaria frequentasse, chi avesse incontrato, dove andasse nei momenti liberi e perfino se avesse incrociato qualcuno nell’albergo dove ha dormito prima di partire per Chakama i primi di novembre. E poi perché dormire in un hotel invece di fermarsi nell’orfanotrofio visitato poche ore prima dove era ben conosciuta e avrebbe potuto essere ospitata gratis?
Queste sono alcune delle domande cui cercheremo di dare una risposta.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 17 agosto 2019
In occasione delle celebrazioni per il 75esimo anniversario dello sbarco in Provenza (operazione Dragoon), il presidente francese, Emmanuel Macron, ha invitato tutti sindaci del suo Paese ad intitolare strade e piazze delle città in memoria dei combattenti africani caduti. “Il ricordo di questi uomini sono l’orgoglio di tutta l’Africa”, ha aggiunto il leader francese durante la commemorazione, che si è svolta il 15 agosto alla necropoli di Boulouris, nei pressi di Saint-Raphaël (Dipartimento di Var), dove sono sepolti i corpi di 464 combattenti.
Alla cerimonia, volta a onorare i soldati del nord Africa e dell’Africa subsahariana che hanno partecipato alla liberazione della Francia, hanno presenziato anche due omologhi africani di Macron: il guineano Alpha Condé e l’ivoriano Alassane Ouattara.
Commemorazioni per il 75esimo anniversario dello sbarco in Provenza
Durante il suo discorso Macron ha sottolineato: “Sul suolo della Provenza è stato versato sangue africano, ne dobbiamo essere fieri e mai dimenticarlo. La nostra gratitudine deve essere eterna”.
La necropoli di Boulouris è stata inaugurata il 15 agosto 1964 da Charles De Gaulle, allora presidente della Repubblica, in memoria dei 350.000 uomini – tra loro 250.000 del generale Jean de Lattre de Tassigny – sbarcati sulle coste della Provenza per mettere fine all’occupazione tedesca durante la seconda guerra mondiale.
E il capo di Stato francese ha ricordato: “La maggior parte dei soldati dell’esercito della liberazione francese provenivano dall’Africa: i francesi del Nord Africa (pieds noirs), i tiratori algerini, marocchini, tunisini, zuavi, spahis, goumiers, fucilieri che chiamiamo senegalesi, che in realtà venivano da molti Paesi subsahariani, tra loro anche guineani e ivoriani. E per molti anni questi grandi combattenti non hanno ottenuto la gloria e la stima che meritano.
Quasi il 70 per cento delle truppe francesi erano uomini provenienti dalle sue ex colonie, per lo più dall’Africa, qualcuno anche dal Pacifico. Tra il 1939 e il 1945 oltre 300.000 africani delle colonie francesi dell’Africa occidentale e equatoriale sono stati arruolati, spesso con la forza, nel corpo dei fucilieri senegalesi. Sin dall’inizio del conflitto sono stati mandati a combattere al fronte.
I fucilieri senegalesi hanno partecipato anche alla battaglia della Somme nella Francia settentrionale (durante la quale fu ucciso il capitano di origini gabonesi Charles N’Tchoréré) e al massacro di Chasselay, nel Dipartimento Rodano nella regione Alvernia-Rodano-Alpi. A Chasselay il 25esimo reggimento dei fucilieri ricevette persino l’ordine di resistere, di non retrocedere per alcun motivo. L’esercito tedesco, meglio equipaggiato e addestrato e ben più numeroso, ebbe la vittoria facile. Eppure gli africani combatterono fino alla morte, mentre i sopravvissuti, come in altre occasioni, furono vittime del razzismo e delle barbarie dei soldati del Fuehrer. I tedeschi li consideravano untermenschen (sub-umani, termine dell’ideologia razzista nazista utilizzato per descrivere i “popoli inferiori”) e per non “sporcare” il suolo tedesco, gli africani venivano internati nei frontstalags (lager), per lo più nella Francia occupata. Alla fine del 1940 oltre 70.000 fucilieri furono rinchiusi in queste prigioni disumane.
Il corpo dei fucilieri senegalesi era stato creato nel 1857 da Louis Faidherbe, governatore del Senegal, per supportare i francesi nelle loro conquiste in Africa. Ma con l’inizio della Grande Guerra tutto cambiò. I tiratori “neri” non più volontari, vennero reclutati ovunque, anche con la forza. Una caccia all’uomo che ricorda la tratta degli schiavi. Anche all’esordio della seconda guerra mondiale molti furono reclutati con la forza.
C’era molta disparità tra soldati africani e quelli francesi. I fucilieri venivano addestrati nel campo militare di Ouakam, vicino a Dakar. Un vecchio combattente riferisce che dovevano allenarsi a torso nudo. Le camicie, senza colletto, erano riservate solamente per le sfilate, mentre i bianchi le usavano sempre e avevano il colletto. Anche il cibo era diverso da quello dei loro commilitoni francesi.
Tutti i militari africani hanno avuto un ruolo importante nella storia della Francia, in particolare i fucilieri senegalesi, eppure la storia di questi sconosciuti eroi, viene spesso ignorata. Decine di migliaia tra loro hanno sacrificato la loro vita per il colonizzatore, fieri di aver portato gloria alla Francia.
Eppure oggi, la Francia, l’Europa tutta, respinge i discendenti di questi valorosi eroi – che hanno contribuito in modo significativo per restaurare pace e libertà nel nostro continente – anzi, vengono lasciati marcire nelle galere libiche e vietano persino il soccorso in alto mare. E non si può che dar ragione a Hector Berlioz: “Il tempo è un grande insegnante, ma sfortunatamente uccide tutti i suoi alunni”.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 16 agosto 2019
“I cambiamenti climatici influenzeranno l’Africa più gravemente di qualsiasi altro continente”. È la pesante sentenza scritta da Refugees International nel suo rapporto dopo i cicloni Idai e Kenneth che hanno devastato Mozambico e Zimbabwe.
La relazione, appena pubblicata, è stata scritta da Mark Yarnell e Devon Cone, si intitola “Devastazione e dislocamento. Cicloni senza precedenti in Mozambico e Zimbabwe, un segno di ciò che verrà?”
Gli autori hanno analizzato gli interventi di aiuto delle ong e delle Agenzie internazionali per capire meglio il risultato ottenuto e gli eventuali miglioramenti. In loco a maggio e giugno, hanno viaggiato tra le provincie colpite in Mozambico: Sofala, Manica e Cabo Delgado. Lo Zimbabwe, anche se colpito marginalmente al confine con il Mozambico, è stato studiato perché era già in situazione di emergenza alimentare per la siccità.
Copertina del report di Refugees International
Il team di studiosi ha osservato la distribuzione degli aiuti, intervistato gli sfollati negli alloggi temporanei e coloro che erano stati reinsediati. In Zimbabwe ha visitato i distretti di Chipinge e Chimanimani.
Complessivamente, il team ha condotto interviste con rappresentanti di oltre 25 organizzazioni internazionali di aiuto umanitario e ong locali. Per comprendere l’architettura umanitaria complessiva e le sfide della programmazione, sono state contattate agenzie governative che lavorano alla risposta ai cicloni.
L’equipe di Refugees International ha verificato che, anche se all’inizio dei soccorsi gli interventi sono stati veloci, ancora oggi molte delle persone colpite sono ancora in una situazione di emergenza. Alcuni villaggi sono stati raggiunti due mesi dopo l’evento catastrofico.
Vista la situazione studiata in Mozambico gli interventi da fare sono quattro. È necessario sostenere chi è ancora nel bisogno e garantire il reinsediamento o un rimpatrio interno duraturo per gli sfollati interni. Prepararsi per una futura crisi alimentare per le perdita di raccolti e promuovere la riduzione del rischio di catastrofi in tutti gli aspetti della risposta.
Da non dimenticare la sicurezza delle donne e le ragazze. È stata riscontrata una significativa mancanza di misure per creare un ambiente sicuro come l’illuminazione e le latrine specifiche di genere.
Anche se i negazionisti li smentiscono, i cambiamenti climatici sono reali. “I paesi maggiormente colpiti saranno soprattutto quelli dell’Africa meridionale che si affacciano sull’Oceano Indiano” – dice il rapporto. “Ma anche quelli più interni devono essere preparati per simili eventi futuri”.
Area del ciclone Idai tra Mozambico, Zimbabwe e Malawi (Courtesy CNN)
I due cicloni, che a marzo e aprile hanno colpito Mozambico, Zimbabwe e Malawi, sono arrivati sulle coste mozambicane con una forza mai registrata prima. I venti che hanno raggiunto i 225km orari hanno portato morte e devastazione anche a Cabo Delgado, provincia del nord del Mozambico mai toccata da simili accadimenti meteo.
Dall’Inviato Speciale di Africa ExPress e del Fatto Quotidiano Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 15 agosto 2019
Da qualche anno nei conflitti che si combattono nelle zone calde del mondo è entrato sul palcoscenico un nuovo attore: il Wagner Group, un’organizzazione di mercenari dell’ex impero sovietico. I suoi paramilitari hanno giocato un ruolo strategico nell’Ucraina orientale (soprattutto quando la Crimea è stata invasa dalle truppe russe nel 2014) e in Siria, a difesa del dittatore Bashar al-Assad. Ma la loro espansione in Africa si è sviluppata soprattutto nella Repubblica Centrafricana e più discretamente in Libia e in Sudan.
Nell’ex colonia francese la loro presenza è massiccia anche se nascosta dietro quella più pubblica e politica della Russia che si manifesta persino nei poster per le strade dove si inneggia enfaticamente all’amicizia tra il gigante europeo/asiatico e il Paese subsahariano. Addirittura Mosca a Bangui, la capitale, ha aperto una stazione radio FM che trasmette in continuazione canzonette russe e lezioni di lingua, che vengono per altro offerte gratuitamente a chi vuole seguire personalmente corsi ad hoc.
Il gruppo Wagner può essere considerato l’avamposto della politica estera del Cremlino, che fino a poco tempo fa pareva poco interessato a sfruttare le favolose risorse minerarie africane, avendone a sufficienza in patria. Invece con l’emorragia delle repubbliche sovietiche asiatiche diventate indipendenti, la Russia si è accorta di essersi impoverita e quindi si è lanciata, al pari degli occidentali (storicamente presenti in Africa), dei cinesi e degli indiani, alla conquista del continente nero.
Ma mentre i primi hanno un minimo di controllo sociale e i loro governi non possono permettersi operazioni troppo spregiudicate, Mosca e Pechino, e un pochino più discretamente Delhi, possono avere comportamenti disinvolti e, talvolta, sfacciatamente poco onesti.
Un poster che inneggia all’amicizia tra Repubblica Centrafricana e Russia nelle strade di Bangui
Del Gruppo Wagner si sa poco. Il loro impiego come mercenari viene sfrontatamente negato (in Russia è un’attività illegale) e ufficialmente i suoi paramilitari vengono utilizzati per la protezione di impianti petroliferi e pipeline. Nel caso della Repubblica Centrafricana “proteggono” le miniere d’oro, di diamanti e le foreste di legno pregiato.
Quando Putin ha deciso il coinvolgimento in Siria, ha pensato a un intervento diverso da quello sovietico in Afghanistan e in Cecenia che ha causato decine di morti e, essendo molto impopolare, ha provocato un’emorragia di consensi al regime. Ha quindi inviato in Siria un gruppo di paramilitari, ufficialmente privati. Regolarmente quando spuntavano vittime russe il Cremlino continuava a ripetere di non saperne niente, negando un coinvolgimento diretto.
Secondo Ruslan Leviev, il cui gruppo di intelligence sui conflitti, il Conflict Intelligence Team, ha studiato il coinvolgimento segreto russo in Siria. Il gruppo Wagner “anche se sembra un gruppo privato è invece il braccio non ufficiale del Ministero della Difesa russo”. A capo della società c’è Yevgeny Prigozhin, un oligarca molto vicino a Vladimir Putin. La Evro Polis, una società collegata a Prigozhin, ha raggiunto un accordo con la statale siriana Petroleum Corp. che versa al gruppo Wagner il 25 percento dei proventi della produzione di petrolio e gas nei campi catturati e messi in sicurezza dai suoi uomini.
Nella Repubblica Centrafricana, secondo fonti giornalistiche, la società russa ha raggiunto vari accordi con il governo per avere ragguardevoli provvigioni sui diamanti e sull’oro che viene estratto e immesso sul mercato.
Comunque niente di nuovo nel mondo dei soldati di ventura. Fino a una decina di anni fa la Branch Energy – una società sussidiaria del famigerato gruppo sudafricano “Executive Outcames”, fondata e diretta da Eeben Barlow, impegnata negli anni ’90 a rifornire di mercenari i dittatori dei due Congo (Kinshasa e Brazzaville) – aveva raggiunto accordi dello stesso tenore oltre che con i governi congolesi anche con Sierra Leone, Angola. Degli Executives facevano parte anche mercenari italiani alcuni dei quali erano stati individuati in Somalia. La società americana Halliburton, che faceva capo al vicepresidente americano Cheney, forniva logistica e sicurezza ai militari USA in missione nell’ex colonia italiana e in Africa occidentale.
Ora nel business della privatizzazione della guerra alle compagnie di contractor americani, sudafricani e francesi si sono affiancati i russi che in più in Centrafrica godono della benevola protezione delle Nazioni Unite impegnate, con molte difficoltà, a contenere il conflitto civile in corso, guerra civile, con conseguenti massacri e pulizie etniche. Nella missione militare nell’ex colonia francese, l’ONU ha imbarcato anche la Russia. Ovviamente i suoi mercenari non indossano il casco blu, ma sono coinvolti direttamente nelle società russe che nella Repubblica Centrafricana sono incaricate di sviluppare le industrie di diamanti e minerali pregiati. “Inoltre – spiega sempre Ruslan Leviev – gli istruttori russi sono in realtà mercenari di Wagner”.
“Non c’è nulla di sensazionale nella presenza di istruttori russi nella Repubblica Centrafricana – gli hanno risposto da Mosca -. Nessuno ha nascosto nulla.”
La presenza dei mercenari russi in Africa è cominciata in Sudan quando – secondo l’agenzia di “informazioni strategiche” (cioè di spionaggio) Stratfor – nel gennaio 2018, sono sbarcati a Khartoum i primi paramilitari con il compito di sostenere il dittatore Omar Al Bashir, defenestrato a inizio aprile quest’anno. Al Bashir dal 4 marzo 2009 è ricercato dalla Corte penale Internazionale, per I crimini commessi in Darfur.
Un ruolo significativo lo stanno giocando anche in Libia dove i russi appoggiano i miliziani del generale della Cirenaica Khalifa Haftar in guerra contro il presidente Fayez al Serraj.
Insomma dalla guerra fredda di un tempo siamo passati alla guerra per il controllo e l’accaparramento delle risorse dove e popolazioni africane hanno il solo ruolo di impotenti spettatori.
Massimo A. Alberizzi massimo@alberizzi@gmail.com
twitter @maberizzi
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
Milano, 15 agosto 2019
Si cerca il pelo in piscina. Si spacca il capello in quattro per giustificare, o tentare di spiegare, un fenomeno acquatico che sfiora il razzismo. “Perché i neri non sanno nuotare?” “Come mai non ci sono campioni di nuoto neri?”
L’interrogativo torna così frequentemente da diventare una diceria e una leggenda (e una fandonia) simili a quella “Perché i cinesi che abitano in Italia non muoiono mai?” “Perché il basket americano degli anni ’30 era praticato dagli ebrei?”
Lasciamo da parte i funerali cinesimade o non made in Italy. Qui limitiamoci al primo quesito: perché raramente si vedono nel nuoto atleti “di colore” competere in finale o in semifinale delle più importanti competizioni mondiali?
Pochi giorni fa l’argomento è stato rilanciato dalla BBC. L’emittente britannica ha preso lo spunto da un fatto che potrebbe apparire ridicolo.
Chi ha la pelle nera non sa nuotare?
Ha intervistato Alice Dearing, 22 anni, (di origine del Ghana), studentessa britannica all’Università londinese di Loughborough.
Alice è una delle più forti nuotatrice britanniche in acque libere. Attualmente è l’unica nera del Team GB di nuoto e soltanto la seconda nera a essere convocata nella storia del prestigioso gruppo col quale ha preso parte, fra l’altro, a due campionati del mondo, compreso quello recentissimo svoltosi in Corea del Sud.
Alice ha dichiarato alla Bbc : “Ricordo come fosse oggi quando, anni fa , una mia compagna di allenamenti mi disse che la ragione per cui le ragazze di colore non praticano il nuoto è legata alla loro chioma. Avevo 12-13 anni e mai avrei pensato di smettere di nuotare a causa della mia capigliatura. Ora che sono più grande capisco perché tante mie compagne si tagliavano i capelli, o avevano paura di guastarsi l’acconciatura: a causa del cloro che rovina i capelli ma anche la fiducia in se stesse. I danni sono maggiori per chi ha i capelli spessi e folti come la maggior parte delle giovani di origine afro”.
Un tricologo, Shirley McDonald, dell’Institute of Trichologists di Londra, sentito dalla BBC, ha spiegato: ”Le chiome delle ragazze nere sono più secche del normale e l’ipoclorito di sodio (applicato nelle piscine per disinfettare e ossidare l’acqua, ndr) le danneggia più profondamente, in quanto – se non vengono subito e sempre sottoposte a un adeguato lavaggio e trattamento – provoca un eccesso di secchezza “.
Una conferma in tal senso – sempre secondo la BBC – arriva dall’altra parte dell’oceano, da Howard University di Washington, l’unico ateneo “storicamente nero” che accoglie e alleva nuotatori e nuotatrici .
Sostiene Chandler Carter, esponente del team femminile universitario: “Conosco tantissime ragazze che smettono di nuotare proprio a causa dei capelli. Non è facile accettare di nascondere o tagliare le treccine a differenza e di tante loro coetanee che non praticano questo sport”.
Ma è veramente per questo che, secondo i dati forniti dal Swim England ( l’organismo nazionale del nuoto) su 73 mila persone che frequentano le piscine a livello agonistico solo 668 sono nere o comunque non bianche? È per questo che Alice Dearing ha confessato di essersi sentita, per anni, fuori posto in piscina? Tutto per il “fattore tricologico”?
Alice Dearing del Team GB
C’è anche chi si è avventurato nel rintracciare una questione genetica e fisiologica. Gli atleti neri sarebbero svantaggiati per via della più elevata densità ossea e della minor percentuale di tessuto grasso, che li porterebbero ad avere maggiori difficoltà nel galleggiamento. I neri sarebbero poi dotati di più fibre muscolari “bianche”, le cosiddette fibre veloci, utili in caso di azioni brevi ed esplosive come nei 100 metri piani in atletica. Teorie che hanno portato qualcuno a sostenere, 3 anni fa, che ci sarebbe stata una “certa moria in laghi e mare tra gli immigrati africani in Italia!”
Le differenze genetiche esistono – come scrisse parecchi anni fa il ricercatore americano Jon Eltine nel suo discusso libro “Taboo – Why black athletes domiante sports and why We’re afraid to tlk about it” – sulla diversità etnica nello sport – ma nulla hanno a che vedere con la genetica dell’intelligenza.
Esistono fattori ambientali (educazione, famiglia…), sociali e politici : in Africa e nei ghetti neri di molte città americane le piscine sono scarse e, soprattutto, costose . Per questo negli States e in Sud Africa il nuoto storicamente è stato appannaggio dei bianchi e segno di discriminazione e segregazione razziale. Nel Continente Nero, poi, l’Oceano , i laghi i fiumi sono sempre stati mezzi di sostentamento non di attività ludiche…
Comunque, infilarsi in questo mare si rischia di andare a fondo: non solo perché il concetto di razza è scientificamente inconsistente, ma anche perché rimarcare le differenze sul piano fisico tra bianchi, neri, orientali può portare a discriminazioni e categorizzazioni pericolose, oltre che ridicole e smentite dalla storia (del nuoto).
Nessuno ricorda, ad esempio, come i giapponesi abbiano dominato in piscina dagli anni ’30 per un ventennio. E che dire dei cinesi? Le ondine targate Pechino fino ai primi anni ’90 erano dei pesci fuor d’acqua. Poi da Barcellona (1992) hanno dominato fino ai campionati mondiali di Roma (1994) punto di arrivo del loro strapotere (12 medaglie d’oro su 16); quindi sono andate a fondo, sommerse e dannate dall’ondata di doping. I loro colleghi maschile, a loro volta, sono emersi nei primi anni 2000 e ancor oggi sono sulla cresta dell’onda, pur con qualche riserva su certe performance.
E come la mettiamo con l’americana Simone Manuel che alle Olimpiadi di Rio, nel 2016, ha conquistato ori e argento nel nuoto nel 2017 ai mondiali di Budapest si è confermata la più veloce nei 100 metri stile libero?
E con Maritza Correia McLendon? Nel 2002 Maritza fu la prima afro-americana a battere un record americano nel nuoto e nel 2004 a conquistare un posto nel U.S. Olympic Swim Team con il quale vinse la medaglia d’argento nella 4×100 stile libero.
Maritza Correia McLendon
Come erano le loro fibre? Bianche, rosse, nere?
In realtà Maritza e Simone hanno semplicemente confermato che l’acqua può essere l’elemento ideale anche per gli atleti di colore. I loro successi hanno gettato, si spera per sempre, nella spazzatura le teorie assai bislacche sul fisico black poco adatto al galleggiamento!
E qui torniamo ai capelli. Come li mettiamo con il nuoto? Intendiamoci: “Non esiste la storia afro-americana senza la storia dei loro capelli”, scrisse anni fa Gabriella Grasso sul sito “Corriere delle Migrazioni”. Non è un caso che anni fa Ayana Bird e Lori Tharps abbiano dato alle stampe un libro fondamentale dal titolo Hair story, Untangling the Roots of Black Hair in America. Il volume parte dal profondo significato sociale che l’acconciatura aveva tra le popolazioni dall’Africa Occidentale nel 1400 e spiega come la denigrazione di quella che gli schiavisti chiamavano “lana in testa” abbia portato a un senso di inferiorità. Secoli dopo, però, i capelli afro, esibiti nel loro look naturale, si trasformarono in uno strumento dell’identità black.
Ma sembra che si siano trasformati anche in un blocco per l’attività sportiva in vasca o in acque libere.
La Howard University ha preparato qualche anno fa un ironico documentario dal titolo Black Girls Don’t Swim in cui non si sottovaluta il ruolo pilifero nella rinuncia all’attività agonistica da parte di tante giovani afro-americane: “La capigliatura per loro è estremamente importante”.
Ebony Rosemond, fondatrice dei Black Kids Swim, un’organizzazione non-profit americana che offre guida e informazioni ai nuotatori neri e alle loro famiglie e mira a combattere lo stereotipo del “nero che non sa nuotare” , sostiene che “oltre al timore di vedersi rovinata la zazzera, c’è anche una paura ancestrale dell’acqua ad aver impedito la nascita di una tradizione nera in piscina”.
La sua organizzazione però è stata molto critica verso quel documentario: “Ci rifiutiamo di diffonderlo – ha scritto nel sito – esso parla della storica esclusione dei Neri dalle piscine pubbliche e del fattore capelli che allontana tante ragazzine e donne dall’attività sportiva. Sfortunatamente si concentra sul fatto che la gente Nera non nuota, non può nuotare e ha paura di nuotare. I fatti sono fatti: il 70 per cento degli Afro americani non sa nuotare. Tuttavia, siccome non nuotano non vuol dire che non possono nuotare. Significa che non hanno imparato. E noi dobbiamo batterci per questo. Un video umoristico non è la soluzione”.
Un altro sito(mamaknowsitall.com) l’ha buttata proprio sullo humor. In un post firmato, guarda caso da Bianca White, atleta di Ironman Triathlon, ha condannato ugualmente il luogo comune su neri che non amano galleggiare e ha aggiunto: “Non posso parlare delle ragazze nere senza toccare il tasto dei capelli. Ragazze se annegate, nessuno andrà a vedere come fosse la vostra criniera. Sciacquatela, lavatela, usate il balsamo, umidificatela e via in vasca!”
Come dire: ne abbiamo fin sopra i capelli della stupidità umana che continua a tirare per i capelli un argomento senza fondamento.
Costantino Muscau muskost@gmail.cpm
P.S.
“Quando sento dire: ”Il popolo non è pronto, mi sembra come se si dicesse a uno che cerca di nuotare: non buttarti in quell’acqua finchè non avrai imparato a nuotare”. Mentre, in realtà, non si impara mai a nuotare finchè non ci si butta in acqua”.
Dal Sito www.articolo21.org Norma Ferrara e Luca Salici
Roma, 14 agosto 2019
Sono passati quasi nove mesi dal rapimento di Silvia Romano, la giovane cooperante italiana portata via da un commando armato lo scorso 20 novembre nel villaggio di Chakama, a un centinaio di km da Malindi in Kenya. E mentre in Africa per il suo rapimento sono appena iniziati due processi, dall’Italia non sembra cercarla più nessuno. E sul suo caso è calato uno strano silenzio. “L’aula del tribunale dove si è svolta l’udienza del primo processo era piena di gente – dichiara Massimo Alberizzi, direttore di Africa ExPress (www.africa-express.info) ad Articolo21 – Ma c’erano solo due bianchi: oltre a me, l’attento e bravo corrispondente della Rai (Enzo Nucci, ndr). Ci saremmo aspettati di vedere qualche diplomatico italiano o qualcuno dei carabinieri del Ros o magari uno degli uomini dei servizi segreti”. Con Alberizzi, che in questi mesi ha seguito dalle colonne del quotidiano online Africa ExPress in collaborazione con Il Fatto Quotidiano, abbiamo parlato di tutti gli sviluppi del caso di Silvia Romano.
Di Silvia Romano non ci sono più tracce. A Malindi però è partito un primo processo agli imputati Abdulla Gababa Wario e Moses Luwali Chembe. Quali sono le accuse nei loro confronti?
I due sono accusati di avere pianificato il rapimento, di averlo organizzato proprio dal punto di vista logistico. Gli imputati, secondo un documento della polizia di Malindi, hanno rapito Silvia Romano per provocare gravi danni, ridurla in schiavitù e per costringere l’ambasciata italiana a pagare un riscatto come condizione per il suo rilascio. Il prossimo 19 agosto inizia il secondo processo, in cui è imputato Ibrahim Adan Omar, trovato in possesso di armi da fuoco e all’inizio non direttamente imputato per il rapimento. A mio avviso invece la sua figura è assai importante: su ordine di qualcuno, infatti, sarebbe colui che ha messo a punto il piano del rapimento, reclutando i due Abdulla Gababa Wario e Moses Luwali Chembe, che sarebbero semplicemente degli esecutori. Insomma, una pedina fondamentale per avvicinarsi ai mandanti di questo rapimento. In questi giorni saranno depositati i documenti del processo e cercheremo di raccontare questa ulteriore parte della vicenda che riguarda Silvia Romano.
Silvia assieme ai ragazzini che stava assistendo
In uno dei pezzi di Africa ExPress escludi la pista terrorismo. È così?
Lo escludo al 90 percento. Penso che Silvia non sia stata portata in Somalia: anche io sono stato rapito in quel paese e conosco bene il contesto. Ho svolto un’indagine, sentendo leader governativi, “signori della guerra” e capi islamici. Tutto porta a una sola conclusione: Silvia Romano non è mai stata portata in Somalia.
Puoi ricostruirci i fatti ancora da accertare su questo rapimento?
Diciamo che il rapimento di Silvia Romano può essere nato da motivi diversi, dai più banali a quelli più complessi come appunto il terrorismo. Non è un rapimento per riscatto o per contropartite politiche. Partiamo dall’inizio: non conosciamo il movente e non conosciamo il mandante del rapimento. In questi mesi abbiamo cercato di battere alcune strade. Tra le piste quella della denuncia di Silvia nei confronti di un pastore anglicano per molestie verso alcune bambine. Negli archivi della polizia di Malindi non c’è traccia. L’ispettrice l’ha annotata sul bloc notes e non l’ha mai trascritta sui faldoni perché Silvia non aveva dato i nomi del pastore e dei bambini molestati. L’altra pista: Silvia è stata a Likoni a sud di Mombasa, ospite da un ragazzo Davide Ciarrapica, 31enne di Seregno che gestisce un centro per bambini. Una persona che ha frequentazioni di alto livello e gode di protezione: il suo socio, nonché proprietario della villa che ospita il centro, Rama Hamisi Bindo, è fratello del marito di un’importante membro del parlamento keniota. Abbiamo raccontato il viaggio di Silvia a Likoni. Anche in quel centro probabilmente Silvia si era resa conto che le cose non erano limpide come sembravano. Probabilmente ha litigato con Ciarrapica. Di sicuro c’è qualcosa di strano: all’aeroporto di Mombasa sono spariti tutti i file su Silvia Romano (ai visitatori che entrano in Kenya viene scattata una fotografia e vengono prese le impronte digitali. Una procedura che riguarda tutti, Silvia compresa). Perché?
Perché nessuno sta più cercando dall’Italia Silvia Romano? Perché tutto questo silenzio?
Io non sono favorevole al silenzio stampa imposto dall’alto sui rapimenti. Posso capire nei giorni immediatamente successivi al fatto, ma sono passati davvero tantissimi mesi. L’opinione pubblica è all’oscuro di tutto quello che sta avvenendo. E ciò non è positivo. Su altri due italiani, Luca Tacchetto e Gigi Maccalli, sta accadendo lo stesso: scomparsa, segreti, silenzio. Negli ambienti si dice che più si parla di questi rapimenti e più si rischia di far deragliare le indagini. Ma come si fa a far deragliare delle indagini che non vengono svolte?
Dal punto di vista dell’informazione e dei media. Quanti colleghi stanno seguendo la vicenda?
Io l’ho seguita con la giornalista americana Hillary Duenas (venuta apporta in Kenya da New York) fin dall’inizio. Un altro cronista di un giornale di Nairobi, Nehemiah Okwembah, è stato fondamentale con il suo aiuto. Poi tutta la redazione di Africa ExPress e in particolare Franco Nofori, che vive a Mombasa, Sandro Pintus che si è occupato del crowdfunding con cui sono statiraccolti (e stiamo raccogliendo) e fondi che stanno permettendo quest’inchiesta. E poi Cornelia Toelgyes che è la mia vice e se non ci fosse lei non uscirebbe nulla. Grazie alla Rai è stata realizzata da Anna Mazzone una inchiesta del Tg2 e nei giorni scorsi è andato in onda un servizio per Unomattina. Enzo Nucci aveva seguito i primi due giorni di processo a fine luglio. Finito. Un caso così importante (non solo dal punto giornalistico, ma anche, soprattutto, da quello umano) merita sicuramente più attenzione. Anche quella dei grandi giornali.
Se ci fosse più attenzione mediatica cambierebbe qualcosa?
La funzione della stampa non è quella di prendere ordini dalla Farnesina o dai servizi segreti. Se tutti i giornali fossero qui in Kenya avremmo più notizie, molta più gente parlerebbe, si sbottonerebbe. Invece continua l’ordine di non far parlare nessuno. Sembra non c’entri nulla ma quello che è avvenuto in Italia con il caso Cucchi e l’ostinazione della famiglia è una lezione importante che tutti dovremmo imparare.
Quali sono gli interessi italiani, anche privati, nell’area?
Ci sono interessi enormi. Per quanto riguarda il pubblico c’è una base spaziale poco a nord di a Malindi. Poi sono tanti gli interessi privati: sulla costa ci sono numerosi hotel, ristoranti e agenzie turistiche e immobiliari. Non è un caso che nei ristoranti di Malindi i menu siano anche in italiano oltre che in swahili. Insomma il “basso profilo” su questo caso è un grande conflitto di interessi. Un silenzio che fa comodo a tanti.
C’è tensione tra Guinea e Camerun per la costruzione di un muro che il dittatore equatoguineano Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, al potere dal 1979, vorrebbe realizzare lungo tutto il confine (189 chilometri) con il Camerun.
Alla fine di luglio l’esercito del Camerun aveva denunciato che militari della Guinea Equatoriale hanno attraversato il fiume Ntem, che segna una parte della frontiera naturale tra i due Paesi. Secondo quanto è stato riportato, i soldati dell’ex colonia spagnola sarebbero arrivati nella città di frontiera camerunense Kye-Oss, dove avrebbero già posto pietre per segnare la posizione del muro. Secondo alcune voci, sembra che in diversi punti Malabo avrebbe cercato di guadagnare terreno, sconfinando di oltre 25 metri.
Kyé Ossi,, città di frontiera tra Camerun e Guinea equatoriale
Ovviamente Yaoundé non vede di buon occhio la totale chiusura della frontiera e Rene Claude Meka, capo di Stato maggiore delle forze armate del Camerun, dopo la sua visita a Kye-Oss, ha inviato un rapporto al suo governo. Ha inoltre specificato che l’esercito non avrebbe permesso intrusioni militari illegali equatoguineane.
Per fare chiarezza sulla questione, l’ambasciatore della Guinea equatoriale, Anastasio Asumu Mum Munoz, è stato ricevuto lo scorso 8 agosto dal viceministro degli Esteri camerunense, Félix Mbay. Il diplomatico equatoguineano ha cercato di tranquillizzare le autorità di Yaoundé e ha precisato che Malabo intende costruire il muro per proteggersi da invasioni di migranti e stranieri, proprio in seguito al fallito colpo di Stato del dicembre 2017. E Munoz ha insistito di non dar retta a ciò che viene riferito sui social network perché il suo Paese non si permetterebbe mai di cambiare i confini.
Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, presidente della Guinea equatoriale
Il 27 dicembre 2017 le forze dell’ordine camerunensi avevano arrestato 31 mercenari ciadiani, sudanesi e centrafricani nella regione meridionale del Paese, nei pressi del confine con la Guinea, mentre trasportavano un vero e proprio arsenale diretti al confine di Kye-Ossi per sostenere un golpe contro Obiang. Internamente alla Guinea Equatoriale invece un commando di mercenari guineani, ciadiani e camerunesi si sarebbe rifugiato per giorni a Ebebiyin, località guineana al confine con Gabon e Camerun che si trova a 100 km da Mongomo, città natale del presidente Obiang, pronto a intervenire.
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