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La notte infinita del Medio Oriente

Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli 8 aprile 2026 È...
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Una maternità seminascosta in Malawi, salva decine di neonati e decine di puerpere

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 30 agosto 2019

Glory Honde tiene in braccio la sua splendida bimba di tre mesi. Oggi è tornata nella clinica Achikondi per far pesare la piccola. Insieme a lei, una decina di altre donne, alcune in stato interessante, altre che hanno partorito poco fa, attendono pazientemente il proprio turno.

Glory è raggiante. E non solo perchè sua figlia sta bene. Anche lei stessa è in ottima salute perchè ha ricevuto le cure appropriate ed è stata accudita  amorevolmente da tutto lo staff durante la breve permanenza all’Achikondi.

Charity Salima con una giovane mamma

La clinica Achikondi si trova in un quartiere periferico di Lilongwe, la capitale del Malawi. E’ stata fondata nel 2008 da una donna eccezionale, Charity Salima, un’ostetrica, che, da quando è andata in pensione dal servizio pubblico, ha deciso di aprire un piccolo reparto di maternità nella propria abitazione. “Sono rimasta profondamente colpita dal dolore di molti genitori per la perdita del loro bimbo, morto durante o subito dopo il parto e vederli tornare a casa senza il loro figlio in braccio è sempre stato straziante”.

L’ospedale è piccolo e ha risorse limitate, ma è davvero prezioso in un Paese come il Malawi, dove la percentuale delle morti neonatali è tra le più alte al mondo: 23 bimbi su mille. Secondo l’UNICEF, la maggior parte dei piccolissimi muoiono perchè nati prematuri (33 per cento), asfissia e traumi (25,8 per cento), infezioni gravi (18,6 per cento).

Molte madri non hanno accesso al servizio sanitario nazionale anche perchè spesso è difficile raggiungere gli ospedali per coloro che abitano in villaggi remoti.

Il ministero della Salute sta tentando di arginare il problema, ma i progressi raggiunti finora non sono sufficienti. Dorothy Ngoma, ex presidente delle infermiere e ostetriche del Malawi, ritiene che il governo non dia sufficientemente importanza alla salute delle madri e dei loro bimbi. “Non è tra le priorità dei nostri politici. Eppure i soldi ci sono, ma vengono utilizzati male e impropriamente”, ha sottolineato Ngoma.

Salima è nata alla fine degli anni 50.  E’ stata cresciuta dalla nonna, che, malgrado mille difficoltà, è riuscita a far studiare la nipote, che ha ottenuto il diploma di infermiera professionale e ostetrica. Per molti anni ha poi lavorato nel più grande ospedale del Paese, il Queen Elizabeth Central e in seguito in altri due nosocomi statali. Già prima del pensionamento, molte giovani madri avevano chiesto aiuto a Salima e nel 2002 ha fatto nascere una bimba nella sua casa. “Era notte e pioveva a dirotto. La donna e suo marito non sapevano come raggiungere l’ospedale. Sono venuti da me e l’ho assistita durante il parto. Da quel momento in poi ho capito che dovevo agire, fare qualcosa per la mia gente, per le mamme in dolce attesa. E’ stata come una chiamata”. Per molti anni Salima ha continuato ad assistere partorienti a casa sua.

Una volta raggiunta l’età della pensione, anche se le sue risorse erano poche, Salima ha affittato una casa, trasformandola in una piccola clinica nella periferia della capitale, chiamata Area 23. Dopo poco la Norwegian Nurses Organization ha fatto una donazione di 2.650 dollari. Con questo denaro è stato possibile  acquistare un terreno e avviare la costruzione della piccola maternità. Grazie alla generosità di un amico britannico ha potuto poi completare l’opera.

Oggi Salima è vista come la Florence Nightingale (infermiera britannica fondatrice dell’assistenza infermieristica moderna) del Malawi. Da quando ha aperto la sua piccola clinica nel 2008, ha fatto nascere oltre 8000 bambini e finora nessun neonato e puerpera sono morti. Un vero successo per il Malawi.

Mamma e il suo bimbo

Il piccolo nosocomio è aperto 24 ore su 24 e oltre a Salima vi lavorano altre tre infermiere. Le mamme vengono monitorate durante tutta la gravidanza e in caso di pericolo Salima le trasferisce immediatamente al Bwaila District Hospital. “Non possiamo permetterci di perdere tempo, qui sono sempre in gioco due vite: quella della mamma e quella del bambino.

Il costo per un parto è modesto, circa 20 dollari, eppure non tutte le famiglie possono permettersi di pagare tale cifra. “Ma non possiamo negare l’assistenza sanitaria solo perchè le mamme sono povere. Sì, anche noi abbiamo molte spese e a volte facciamo fatica a pagare le bollette”.

“Anche se qui ogni mese vengono al mondo tra 40 e 60 neonati, la Achikondi va avanti grazie alle donazioni. L’ambulanza, per esempio, è stata regalata da un gruppo di infermiere scozzesi e la Freedom from Fistula Foundation ci aiuta con le spese quotidiane, ma il loro supporto è stato garantito solo fino a settembre. Poi si vedrà –  ha raccontato Salima e ha aggiunto – Vorrei tanto aprire altre cliniche in tutto il Paese, specialmente laddove gli ospedali sono difficili da raggiungere”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Theresa, l’eroina che in Malawi sottrae le ragazzine ai matrimoni forzati

Mauritius, il Liverpool lancia accademia calcistica: testimonial un ex guerrigliero

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 29 agosto 2019

“Il calcio mi ha salvato dalla depressione e ha allontanato i pensieri oscuri della guerra, ora voglio essere di aiuto a chi col pallone può riscattarsi”.

Per 13 anni, difendendo il Liverpool, ha chiuso la sua porta agli attaccanti avversari. E ne sa qualche cosa la Roma, che all’Olimpico, nel 1984 perse ai rigori la Coppa dei Campioni dopo un memorabile ipnotico balletto del portiere!

Ora spalanca le porte ai giovanissimi delle Mauritius che vogliono diventare calciatori. E’ fra i testimonial e promotori dell’Accademia calcistica internazionale nell’isola-stato dell’oceano Indiano.

Liverpool Football Club (LFC) Academy Mauritius

Bruce David Grobbelaar, oggi 62enne, chi se lo può scordare? A 18 anni obbligato a uccidere i guerriglieri antigovernativi di Robert Mugabe in Zimbabwe; a 19 anni fuggiasco in Canada; a 24 anni comincia nello stadio di Anfield la sua carriera leggendaria come portiere del Liverpool; nel 1994 verrà denunciato per combine calcistica e poi dichiarato fallito; recentemente autore di un libro in cui racconta la sua vita spericolata….

Ora Jungleman, l’uomo della giungla, il nero con la pelle bianca (è nato a Durban ma è cittadino dello Zimbabwe, perché a 2 mesi con la famiglia finì nell’allora Rhodesia) è ricomparso alle Mauritius. E non come turista a godersi le spiagge e le lagune per cui l’isola  è giustamente conosciuta.

Ha presenziato, una settimana fa, al lancio della Liverpool Football Club (LFC) Academy Mauritius. E’ la 30esima struttura nel mondo e la seconda in Africa (l’altra è in Egitto) che ha come scopo quello di “sviluppare la cultura calcistica per l’impatto positivo che ha sulla popolazione giovanile”.

La scuola, naturalmente, è stata inaugurata in partnership con il governo di Port Louis, che ha dato grandissimo risalto all’evento. Infatti alla cerimonia ufficiale, tenutasi nel faraonico complesso polisportivo Cote d’Or, con in bella mostra una delle tante coppe conquistate dalla squadra britannica, erano presenti anche il primo ministro Pravind Kumar Jugnauth, il ministro dello Sport e della Gioventù, Christophe Stéphan Toussaint e Dan White, vicepresidente delle International Academies della società calcistica.

Bruce Grobbelaar

Nella graduatoria mondiale la piccola repubblica isolana non è certo in alto: giace, infatti, nella 155 posizione (su 211). Eppure il pallone è la passione nazionale (assieme al pugilato) e su una popolazione inferiore a 1 milione e mezzo di unità le cifre ufficiali parlano di ben 2400 giovani che hanno già fatto domanda di preiscrizione alla neonata Accademia.

L’accordo fra Mauritius e LFC ha una durata triennale e prevede il reclutamento di giovanissimi tra I 12 e 15 anni. Questi verranno addestrati in modo personalizzato per migliorare le loro “abilità tecnico-tattiche, fisiche, sociali e anche mentali”. Insomma si vuole fornire una preparazione a tutto… campo, perchè, ha sottolineato il primo ministro “questa scuola costituisce un elemento fondamentale nella riforma degli sport e offrirà una notevole opportunità ai nostri giovani talenti”.

Il primo ministro ha enfatizzato l’iniziativa in quanto da lui è stata voluta fortemente dopo un viaggio, lo scorso anno, nel Regno Unito. I metodi della scuola Liverpool, i suoi scopi sociali e il prestigio di uno dei club più titolati del mondo, lo hanno convinto a sostenere l’impresa.

I lavori dell’Accademia si svilupperanno durante tutto il corso dell’anno, ma soprattutto in occasione delle vacanze estive. L’obiettivo del programma triennale è di preparare un massimo di 256 atleti il primo anno (che saranno allenati per 3 giorni la settimana), 512 nel secondo ano e 768 il terzo. E’ previsto il reclutamento anche di 17 allenatori.

Al di là dei dati specifici è rilevante il fatto che anche il pallone possa servire a dare speranze per un futuro migliore. Mauritius viene presentata come una piccola nazione in via di sviluppo (in quanto “porta dell’Africa” soprattutto per l’India) anche se recentemente è stata sospettata di aver favorito grosse evasioni fiscali a diverse multinazionali.

Un ruolo preponderante nel supportare la scuola che formi i giovani dell’oceano Indiano l’ha avuto Grobbelaar , che ha sempre sostenuto di avere un debito con la vita. Il pallone – ama ripetere – è ben poca cosa rispetto a quello che ho passato. Nella sua autobiografia, Alife in the jungle, pubblicata nel 2018 con il giornalista norvegese R. Lund Ansnes racconta le ombre, i successi e i tormenti della sua esistenza.

L’ex portiere nel 1975 a 18 anni appena compiuti fu obbligato a prestare servizio per 11 mesi nell’esercito dello Zimbabwe durante la guerra civile in Rhodesia. Come scout era addetto cacciare i guerriglieri antigovernativi di Robert Mugabe e costretto quindi a ucciderne parecchi per salvare se stesso. “Quanti ne ho uccisi? Non posso dirlo – confessò al Guardian – . Ho ucciso tante persone e per questo ho sempre vissuto la mia vita giorno per giorno. Posso solo pentirmi di quello che ho fatto, ma non posso cambiare il mio passato”.

Grobbelaar rischiò di cadere nel buco nero della depressione. Alcuni suoi coetanei non ce la fecero ad andare avanti gli altri 6 mesi richiesti dai capi e decisero di suicidarsi simultaneamente in due bagni vicini all’accampamento.

Ora, in età non più verdissima, il portiere più decorato nei 127 anni storia dei Reds apre le sue mani non per parare ma per accogliere. Non per sparare, ma per abbracciare.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Congo, pigmei scrivono alla Commissione Europea: “Ci avete derubato della nostra foresta”

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 28 agosto 2019

Dopo aver chiesto aiuto alla famiglia reale britannica, i pigmei Baka fanno appello alla Commissione Europea con un’accusa pesante: “Ci avete derubato della nostra foresta”.

Cosa c’entra la Commissione Europea con i Baka della Repubblica del Congo? A quanto pare c’entra eccome. Infatti, insieme al WWF, è tra i finanziatori del progetto Messok Dja, per “proteggere” una vasta area della foresta pluviale tra Camerun e Congo-B.

Pigmei Baka, (Courtesy Survival International)
Pigmei Baka, (Courtesy Survival International)

C’è solo un problema: quella zona è, da secoli, territorio di raccolta e di caccia dei Baka. La foresta pluviale, centinaia di anni li ha nutriti e protetti e a sua volta il popolo della foresta la custodisce e protegge.

Scrivono attraverso Survival International, ong che difende i diritti delle minoranze dalle Americhe all’Asia e all’Africa. E il popolo dei pigmei è tra questi gruppi tribali. “Abbiamo aspettato per anni una vostra visita, ma non siete mai venuti” – dicono i Baka.

Sia il WWF che la Commissione Europea sanno da molto tempo che la popolazione locale si oppone al progetto Messok Dja, ma hanno continuato a finanziarlo in violazione delle loro stesse policy.

Da decenni la foresta è “occupata” dai ranger, pagati dal WWF, che la “proteggono” a spese delle minoranze di pigmei. Le guardie forestali sono state accusate da Survival anche di omicidio e di ripetute violenze e vessazioni contro i Baka e altri gruppi tribali minori. In pratica impediscono loro di entrare nella foresta e se lo fanno, uomini, donne e bambini, senza distinzione, vengono picchiati e torturati.

Il WWF ha sempre smentito tutto nonostante le prove e le oltre duecento testimonianze raccolte da Survival. “I guardaparco finanziati dal WWF sono arrivati per la prima volta nella nostra foresta molti anni fa” – scrivono i Baka. “Ci vietano di cacciare per sfamare le nostre famiglie. Ci proibiscono di entrare nella foresta. Ci hanno detto dei confini del parco, ma nessuno è venuto a chiedere il nostro consenso. La foresta è la nostra casa”.

La copertina dell'inchiesta di BuzzFeed News
La copertina dell’inchiesta di BuzzFeed News (Courtesy © BuzzFeed News)

Intanto dopo l’inchiesta esplosiva di Buzzfeed News del marzo scorso, la Germania da deciso di congelare i fondi al WWF. L’indagine ha confermato stupri di gruppo a donne incinte, l’uccisione di un abitante del villaggio e torture ad altre persone Baka.

È emerso che il WWF ha interrotto l’indagine contro i ranger e ha cercato di insabbiare tutto. Inoltre, non ha consegnato il rapporto dell’indagine alla commissione del Congresso USA che indagava sull’utilizzo degli aiuti statunitensi per finanziare abusi dei diritti umani.

Stephen Corry, direttore generale di Survival International, ha espresso accuse pesantissime contro Commissione Europea e WWF. “Nutrono un profondo disprezzo per i Baka. Il personale della Commissione non si è neanche disturbato a uscire dal proprio ufficio per andare per le strade a parlare con loro. Ma è felice di continuare a versare milioni di euro in un progetto che sta rubando la terra dei Baka e rovinando le loro vite”.

Sandro Pintus
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Dopo Wwf, Survival denuncia Zoo del Bronx per violazione dei diritti umani dei pigmei

I Pigmei del Camerun ai reali britannici: “Aiuto! Siamo vittime di violenze quotidiane”

Report di Survival: oltre duecento casi di violenze dei ranger WWF ai pigmei

 

Sfruttati, schiavizzati, uccisi è il destino di molti africani emigrati nei Paesi arabi

Speciale per Africa Express
Franco Nofori
27 agosto 2019

Ormai da oltre due decenni, l’attenzione del mondo si è concentrata sul continuo esodo che dall’Africa, si dirige verso l’Europa, ma non si parla quasi mai di quello che fa rotta verso i ricchi Paesi arabi; Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Oman, Kuwait… Eppure si contano almeno in un paio di milioni le donne e gli uomini africani, reclutati da uno stuolo d’intraprendenti mediatori su incarico dei loro clienti mediorientali. Come abili talent scout, questi agenti, individuano giovani africani che si dimostrino adatti ai compiti che sono loro richiesti nei Paesi di destinazione. Si tratta in prevalenza di lavori domestici o di fatica, ma anche di mansioni specifiche, qualora i reclutati posseggano provate competenze professionali.

L’avveniristica e quasi sfacciata opulenza di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, destinazione di molti lavoratori africani

Il mondo arabo, scopertosi straordinariamente ricco circa mezzo secolo fa, grazie alle ingenti risorse petrolifere del proprio sottosuolo, ha adottato in fretta le classiche caratteristiche dei neoricchi, il cui compito è esclusivamente quello di fare sfoggio della propria opulenza, senza mai abbassarsi all’umiltà del lavoro manuale, che deve perciò essere svolto dalle classi plebee, classi che, nei loro Paesi, sono pressoché inesistenti. Ecco allora che un’Africa, cronicamente indigente e affamata, si costituisce come un enorme serbatoio per soddisfare questi bisogni. E’ a questo serbatoio che attingono gli agenti reclutatori, sparsi in quasi tutti i Paesi africani, promettendo impieghi decorosi e ben retribuiti. Intanto, dai loro committenti, questi agenti ricevono un compenso di circa quattromila dollari per ogni lavoratore reclutato. A carico del committente, restano anche le spese per il trasferimento dal Paese d’origine a quello di destinazione.

Un lavoratore africano mentre viene sottoposto a pesanti minacce in un Paese arabo

Occorre subito dire che questi agenti, sono per la maggior parte, cialtroni spregiudicati che sfruttano l’ingenuità e l’umana aspettativa, non solo di migliorare le proprie condizioni, ma di poter anche dare supporto al resto della famiglia che rimarrà in Africa. Attese queste, che una volta caduti nelle lusinghiere promesse ricevute, si trasformeranno presto in brutali sofferenze, percosse, abusi sessuali e non raramente anche uccisioni. Il tutto, con l’aperto sostegno delle autorità locali che agiranno sempre in sostegno al datore di lavoro e mai alla sua vittima, la quale scoprirà così di essere caduta in una vera e propria forma di schiavitù: lavorerà fino a sedici ore al giorno, si ciberà degli avanzi lasciati nel piatto dei padroni, dovrà soddisfare ogni loro appetito sessuale e sarà lasciata senza salario finché questi padroni non avranno interamente recuperato la somma sborsata per farla arrivare in quell’inferno e per averle fornito vitto e alloggio.

Una collaboratrice domestica africana in rientro dall’Arabia Saudita mostra i segni dei maltrattamenti ricevuti

Uno dei Paesi che riceve il maggior numero di africani, è l’Arabia Saudita e visto che quasi tutti quelli che vi arrivano sono di religione islamica, si sarebbe portati a pensare che, ospitati dai loro fratelli in Allah, dove si trovano Mecca e Medina, i più importanti luoghi della fede musulmana nel mondo, riceveranno un trattamento umano e solidale. Invece, proprio nella nazione che si erge a rappresentante universale dell’islam, saranno fatti oggetti dei più abbietti maltrattamenti. Stando agli ultimi rilievi ONU, soprattutto due Paesi, Il Sudan e il Kenya, contribuiscono alla presenza africana in Medio Oriente, rispettivamente con oltre seicentomila e trecentomila emigrati. A differenza di ciò che avviene in occidente, è soprattutto il mondo arabo che ha un insaziabile bisogno d’immigranti, perché, sostiene Sophia Kagan dell’International Labor Organization, l’Africa “fornisce collaborazioni lavorative al più basso costo possibile”.

Dimostrazione a Beirut contro lo sfruttamento delle lavoratrici africane nei Paesi arabi

Sono proprio le condizioni di estrema povertà degli africani a renderli più vulnerabili verso questo indegno sfruttamento, ma benché le testimonianze dei terribili trattamenti ricevuti, siano ormai all’ordine del giorno, la diaspora verso i Paesi mediorientali, non solo continua, ma s’incrementa anno dopo anno. Tuttavia, benché l’Africa rappresenti il più proficuo canale di approvvigionamento di forze lavorative alla penisola araba, non è la sola a fornirlo. A lei si uniscono anche Siria, Egitto, Yemen, Libia, Marocco e alcune delle più povere Nazioni asiatiche. A tutti loro, i Paesi del Golfo riservano lo stesso trattamento.

Le ricche donne arabe delegano i lavori domestici al personale africano

Davvero paradossalmente, questa situazione consente ai Paesi arabi, anche di bacchettare un’Europa sul fenomeno migratorio, sostenendo, come rileva l’Human Right Watch, che: “L’Europa si lamenta per poche centinaia di migranti africani, mentre noi ne accogliamo a milioni”, ma questa spudorata asserzione è contestata dallo stesso organismo internazionale, secondo cui, quegli immigrati africani “Sono sottopagati, costretti a disumani turni di lavoro, abusati, schiavizzati e spesso anche costretti a prostituirsi”. Alcune nazioni africane, come Uganda ed Etiopia, hanno imposto il divieto ai propri cittadini di recarsi nei Paesi mediorientali, ma questo divieto, oltre a essere facilmente aggirabile, grazie a una destinazione intermedia, ha ottenuto il solo scopo di dare un robusto impulso al reclutamento illegale, mettendo così maggiormente a rischio la sicurezza di chi vi aderisce.

Franco Nofori
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Amnesty alla Tanzania: “Liberate il giornalista in galera con accuse inventate”

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 27 agosto 2019

Si chiama Erick Kabendera, è un giornalista investigativo che ha pubblicato varie inchieste in Tanzania e all’estero. “Un giornalista di tutto rispetto le cui indagini hanno fatto luce abusi di potere del governo tanzaniano sia in patria che all’estero”- scrive Amnesty International. “Le oltraggiose accuse inventate contro di lui mostrano l’intolleranza delle autorità tanzaniane a qualsiasi critica”.

Il giornalista tanzaniano Erick Kabendera (Courtesy Amnesty International)
Il giornalista tanzaniano Erick Kabendera (Courtesy Amnesty International)

Evidentemente le sue inchieste hanno colpito nel segno e, come da copione nei Paesi che non amano la libera informazione, è stato “incastrato”. E vista la sua collaborazione con testate straniere, è stata messa in discussione anche la sua nazionalità. Per aggravare la sua posizione, Kabendera è stato accusato di criminalità organizzata e riciclaggio di denaro sporco. Doveva apparire in tribunale il 19 agosto ma l’udienza è stata spostata al 30 agosto.

L’ong per i diritti umani, attraverso Joan Nyanyuki, direttore per l’Africa orientale, Corno e i Grandi Laghi, ne chiede la scarcerazione immediata. “Il processo a Erick Kabendera è una farsa perché le accuse mosse contro di lui sono politiche. Devono essere ritirate e il giornalista rilasciato immediatamente e incondizionatamente” – afferma Nyanyuki.

“Non deve essere sottoposto a un altro giorno di questa sciarada giudiziaria intentata contro di lui solo per il suo lavoro. Le oltraggiose accuse inventate contro di lui mostrano l’intolleranza delle autorità tanzaniane a qualsiasi critica” – dice Amnesty.

Alcune testate tanzaniane (Courtesy Amnesty International)
Alcune testate tanzaniane (Courtesy Amnesty International)

Sono indicativi i dati del rapporto annuale 2017-2018 di Amnesty sulla Tanzania dove la libertà degli organi d’informazione è peggiorata significativamente. A gennaio 2017, il presidente tanzaniano John Magufuli ha dichiarato che i quotidiani considerati “scorretti” avevano i giorni contati.

Tra giugno a settembre 2017, le autorità hanno chiuso o vietato temporaneamente la pubblicazione di tre testate, MwanaHalisi, Mawio e Raia Mwema. Sono state accusate di “mancanza di professionalità” nella copertura delle notizie e di incitamento alla violenza.

La Tanzania, secondo la classifica 2019 di Reporters sans Frontieres (RSF) è al 118° posto su 180 Paesi. Dall’anno precedente l’ex Tanganika, indipendente dal Regno Unito nel 1961, è scesa addirittura di 25 posizioni e di 35 dal 2017. Indice di un pesante giro di vite contro la stampa e l’informazione libera.

Mappa dell'Africa che illustra la situazione della libertà di stampa. In nero i Paesi peggiori seguiti dal rosso, arancione e giallo (Courtesy RSF)
Mappa dell’Africa che illustra la situazione della libertà di stampa. In nero i Paesi peggiori seguiti dal rosso, arancione e giallo (Courtesy RSF)

Secondo RSF, il presidente Magufuli, dal suo arrivo al potere nel 2015, si è fatto conoscere subito. Soprannominato “il bulldozer” non tollera nessuna critica verso verso la sua persona e il suo programma. Ama solo giornalisti “embedded”, quelli allineati, quindi Erick Kabendera è troppo scomodo e va colpito.

Erick è un giornalista freelance di Dar es Salaam. lavora per The Guardian, The EastAfrican, The Africa Report, The Economist (Intelligence Unit), Africa Confidential e l’Agenzia Inter Press Service con servizi sulla politica e l’economia della Tanzania.

Sandro Pintus
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Ministro della cultura algerino si dimette dopo tragedia al concerto rap

Africa ExPress
Algeri, 26 agosto 2019

Il presidente algerino a interim, Abdelkader Bensalah, ha accettato le dimissioni del ministro della Cultura, Meriem Merdaci, che ha rimesso il mandato dopo la morte di cinque giovani, durante una rissa scoppiata allo Stadio 20 Août 1955, situato in pieno centro della capitale Algeri, durante un concerto rap L’evento è stato organizzato da un ente pubblico, Office National des Droits d’Auteur (ONDA), il cui direttore generale, Sami Bencheikh el Hocine, è stato silurato dal primo ministro Abdelkader Bensalah, all’indomani della tragedia.

Meriem Merdaci, ex ministro alla Cultura algerino

I tafferugli sono scoppiati il 22 agosto all’entrata del concerto del popolare rapper Soolking, e hanno provocato la morte di due ragazze di 19 e 22 anni e di tre ragazzi di 13, 16 e 21 anni. Nonostante siano stati trasportati subito in ospedale non c’è stato niente da fare. I feriti sono stati una novantina, tra loro 8 in modo grave.

La sciagura si è consumata davanti a un’entrata secondaria dello stadio dove sin dal primo pomeriggio migliaia di fan attendevano impazienti davanti alle quattro piccole entrate che permettono il passaggio di una sola persona alla volta. La folla spingeva e pressava pur di poter assistere al concerto; molti sono caduti.

Al megaconcerto, organizzato da ONDA hanno partecipato oltre 30 mila persone; è iniziato con trenta minuti di ritardo e si è protratto per oltre quattro ore.

Il rapper Soolking

L’ente pubblico è stato accusato di essere responsabile della morte dei giovani, perchè avrebbe gestito l’evento in modo non professionale, non aveva i mezzi per poter controllare una tale folla. La procura di Algeri ha aperto un’inchiesta per accertare le eventuali responsabilità della sciagura.

Soolking ha precisato che gli organizzatori lo avrebbero tenuto all’oscuro della tragedia. “Se l’avessi saputo, non mi sarei mai esibito quella sera”, ha aggiunto il cantante. Il rapper, il cui vero nome è Abderraouf Derradji, vive a Parigi dal 2014 e è conosciuto dal grande pubblico solamente da gennaio 2018, dopo la sua apparizione a Planet Rap su Skyrock. Il video è stato visto oltre 180 milioni di volte. Il suo primo album Fruit du démon è uscito nel novembre dello stesso anno e ha conquistato subito le vette delle classifiche. Nel suo Paese natale è particolarmente apprezzato per la sua canzone Liberté, spesso intonata dai manifestanti durante le proteste contro Abdelaziz Bouteflika. L’anziano presidente era al potere dal 1999, ha finalmente ceduto la poltrona lo scorso aprile; da settimane grandi manifestazioni nella piazze in tutta l’Algeria avevano chiesto le sue dimissioni.

Africa ExPress
@africexp

Il vicepresidente Ruto compra il gruppo “Nation”: uccisa l’informazione in Kenya

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
25 agosto 2019

Poliedrico, astuto, spregiudicato, dotato di un’oratoria coinvolgente che mette decisamente in ombra quella del suo alleato-rivale Uhuru Kenyatta, il vicepresidente del Kenya, William Kipchirchir Samoei Arap Ruto, mette a segno un altro formidabile colpo che, nella sua accurata strategia di conquista del potere, dovrebbe portarlo alla presidenza nelle elezioni del 2022. Il più importante canale d’informazione del Paese, il Nation Media Group, cui fanno capo un quotidiano cartaceo, uno online e una delle più seguite reti televisive nazionali, è ora sotto il suo totale controllo.

Il quartier generale del Nation Media Group di Nairobi

La conquista del potente mezzo d’informazione, di cui William Ruto possedeva già un pacchetto azionario del 50 per cento, si è conclusa quasi in sordina con l’acquisizione di un altro 10 per cento che glie ne assicura così l’assoluto dominio. Ancora non è chiaro dove Ruto abbia rastrellato questa quota aggiuntiva, sfuggendo all’attenzione dell’attuale presidente Kenyatta, la cui famiglia era da sempre ritenuta l’indiscutibile proprietaria del gioiello mediatico del Paese e non è avventato prevedere che, da oggi, la linea editoriale del Nation, subirà un brusco cambiamento per servire gli ambiziosi progetti del nuovo padrone.

Il vicepresidente del Kenya William Ruto insieme ai membri della sua numerosa famiglia

Padre di sei figli, da molti ritenuto marito fedele, devoto cristiano, scevro da vizi e con un irreprensibile stile di vita, William Ruto (se la sua strategia sarà vincente) si troverà a dirigere, all’età di cinquantasei anni, una tra le più importanti Nazioni africane. Un risultato davvero sorprendente giacché proviene da una famiglia molto povera, del remoto villaggio di Sambut, nel cuore rurale del territorio kalenjin e che, stando alla sua biografia, poté indossare il primo paio di scarpe, solo quando ebbe accesso alla Kerotet Primary School. Studente modello durante l’intero processo educativo, fino al conseguimento della laurea in botanica e zoologia nel 1990, poi arricchitasi di un dottorato conferitogli nel 2018 su ecosistema e ambiente, William Ruto, con l’efficace dialettica e la meticolosa cura della propria immagine, padroneggia la scena politica, con eleganza e carisma.

La residenza di William Ruto a Karen (Nairobi)

L’attuale presidente Uhuru Kenyatta, i cui rapporti con il suo vice si sono già recentemente deteriorati per lo scandalo che ha visto coinvolto l’ex ministro delle finanze Henry Torich, fedele sostenitore di Ruto, dovrà ora accontentarsi del solo 38 per cento di quote del colosso mediatico, ora controllato dal suo vice. Posto che le scelte politiche delle popolazioni africane in genere, sono prevalentemente condizionate dall’appartenenza etnica dei candidati, più che dai loro programmi di governo, resta il fatto che l’apparente integrità di William Ruto, opposta a quella di Uhuru Kenyatta, cui voce di popolo, attribuisce una certa debolezza verso l’alcol (la stessa che pare affliggesse anche il suo predecessore Mwai Kibaki) lo fa uscire vittorioso dal confronto e prefigura uno scenario in cui l’eterna rivalità tra kikuyu e kalenjin, potrebbe riesplodere nel prossimo confronto elettorale.

Auto superlusso, cinque elicotteri personali, tre hotel prestigiosi e varie altre proprietà immobiliari, cui ora si aggiunge il colosso mediatico, costituiscono il rilevante patrimonio del vicepresidente del Kenya

“Apparente integrità” perché in realtà, William Ruto, non è del tutto esente dal biasimo dei benpensanti, sia per la sua pretesa figura di marito integerrimo e sia per la scarsa trasparenza per quanto attiene l’etica politica. Nel 2017, una certa Prisca Chemutai Bett, dichiarò pubblicamente che Ruto era il padre della sua figlioletta undicenne, Abby Cherop, concepita, quindi, quando lui era già sposato con l’attuale moglie, Rachel Chebet, cui si era unito nel 1991. Ruto riconobbe la paternità della ragazza, confermando così, l’avvenuta infedeltà coniugale, ma l’aspetto che più stona con la sua dichiarata integrità politica, è dato dall’immensa ricchezza, che si è creata dal nulla e dal compiacimento con cui si adopera nell’ostentarla. “Ho lavorato duro”, risponde lui a chi gli chiede come ha potuto accumulare una così ingente fortuna.

L’influenza dei mezzi d’informazione sull’opinione pubblica

Tuttavia, la recente acquisizione del Nation Media Group da parte di un politico, non è certo un’esclusiva del Kenya nel panorama internazionale, dove la commistione tra il potere politico e quello economico, controlla spesso l’informazione (non per niente definita “il quarto potere”). L’Italia, con giornali e reti posseduti dalla Mediaset di Silvio Berlusconi; quelli che fanno capo alla Cairo Communications e quelli del Gruppo De Benedetti, rendono anche il nostro apparato informativo, fortemente influenzato dal capitale. Influenza cui non è sempre facile sottrarsi, anche quando i direttori editoriali, siano giornalisti di provata integrità. Ne è prova la frattura tra Berlusconi e Indro Montanelli, il quale, pur se su posizioni politiche non troppo distanti da quelle del nuovo proprietario, abbandonò nel 1994 Il Giornale, da lui stesso creato, perché non voleva sottostare alle imposizioni del capitale.

Franco Nofori
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Dal Nostro Archivio:

Kenya: il vicepresidente Ruto compra il suo quarto elicottero da 9 milioni di euro

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Emergenza in Mozambico, violenza domestica aumentata del 71 per cento

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 25 agosto 2019

Nell’ex colonia portoghese è ormai emergenza sulla violenza in famiglia: i casi sono aumentati di 33 mila in un anno. Nel 2018 c’è stato un incremento inaspettato del 71 per cento. Ma il numero è in difetto, visto che molte donne non denunciano per paura di ritorsioni.

l’iniziativa Maputo città sicura, libera da violenza sessuale

Lo ha dichiarato Nazira Abdula, ministra mozambicana della Salute, alla presentazione del “Piano di azione e risposta contro la violenza di genere 2019-2022”. “Nonostante i progressi fatti e la presa di coscienza sociale per combatterle – ha affermato la ministra – molte donne non denunciano le violenze subite”.

Una delle ragioni del silenzio è la dipendenza economica della vittima con il suo aggressore. La maggior parte degli abusi sono consumati tra le mura domestiche e il carnefice è il marito o compagno della vittima.

In Mozambico esiste la legge n. 29, varata il 29 settembre del 2009. È la normativa sulla violenza contro le donne nel contesto familiare creata per prevenire e proteggere le donne vittime e sanzionare i carnefici.

Rapporti sessuali non consenzienti; rapporti sessuali con trasmissione di malattie; violenza semplice e grave; violenza psicologica e morale; violenza patrimoniale e sociale. Sono questi i crimini puniti della legge n.29/2009 ma quelli più brutali per le vittime sono le violenze sessuali.

Manifesto che invita le donne mozambicane a denunciare coloro che hanno fatto violenza
Manifesto che invita le donne mozambicane a denunciare coloro che hanno fatto violenza

Nel luglio scorso le donne di uno dei quartieri della capitale, Maputo, ha organizzato la manifestazione “Unidos Contra Violência Sexual” (Uniti contro la violenza sessuale). L’iniziativa, nata nell’ambito del progetto “Maputo città sicura”, ha come scopo la sensibilizzazione riguardo alla violenza sessuale attraverso il calcio, sport tipicamente maschile.

Organizzata con l’appoggio della WLSA-Moçambique (Donne e Legge in Africa Australe) e Fondazione MASC (Meccanismo di Aiuto alla Società Civile) ha avuto grande successo. Con tanti applausi, sul campo sportivo, si sono affrontate quattro squadre locali per quattro sabati consecutivi.

Quando si dice che lo sport fa meglio della diplomazia e, in questo caso, della legge.

Sandro Pintus
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Scontri e violenze: il Ciad chiude le frontiere

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 24 agosto 2019

Di fronte alle incessanti violenze tra agricoltori e pastori seminomadi, il presidente ciadiano Idriss Déby ha dichiarato lo stato d’emergenza per tre mesi in due province nell’est del Paese.

E mercoledì scorso il ministro della Difesa, Mahamat Abali Sala, ha annunciato persino la chiusura immediata dei confini con la Libia, Repubblica centrafricana e il Sudan per motivi di sicurezza. Ha però specificato che alcuni corridoi sarebbero rimasti aperti – seppur molto controllati – per gli scambi commerciali con tali Paesi. Precisamente si tratta dei valichi di frontiera di Kouri e Moudi con la Libia; Adre, Tine e Amdjireme con il Sudan e Sido e Gore con il CAR.

Mercoledì sono state anche sospese tutte le attività riguardanti l’estrazione aurifera nelle province di Ouaddaï, Sila e Tibesti, finchè non sarà messo appunto un meccanismo che permetta di identificare e controllare in modo legale tutti i minatori e i loro utensili di lavoro.

Il presidente del Ciad Idriss Deby
Il presidente del Ciad Idriss Déby

Dallo scorso 9 agosto sono morte oltre 50 persone in diversi scontri etnici nelle province di Sila e Ouaddaï, non lontane dal confine con il Sudan. Déby ha promesso che d’ora in poi le forze governative saranno presenti nelle due regioni per proteggere la popolazione e in un comunicato il presidente ha intimato i civili a consegnare tutte le armi in loro possesso.

In particolare nella provincia di Ouaddaï, zona di transumanza, si consumano regolarmente scontri tra i pastori e gli agricoltori autoctoni. All’inizio di agosto le violenze sono scoppiate dopo il ritrovamento del corpo di un giovane allevatore arabo in un villaggio nella sottoprefettura di Wadi Hamra. L’origine delle aggressioni è quasi sempre la stessa: un mandria di dromedari calpesta un campo o un giardino coltivati da una famiglia. Ovviamente l’invasione innesca immediatamente una situazione di conflitto tra gli uomini delle due comunità, tutti armati fino ai denti.

Oltre al sequestro di armi, il presidente ha vietato l’uso di motociclette e ha sospeso i capi di due cantoni (il Paese comprende 12 regioni, ognuna di queste è suddivisa in dipartimenti e questi a loro volta in sottoprefetture; mentre i cantoni sono le più piccole amministrazioni territoriali), teatro delle violenze.

 

Una settimana fa Déby si è recato personalmente a Goz-Beida, capoluogo della provincia di Sila e proprio in tale occasione ha proclamato lo stato d’emergenza e ha promesso l’intervento dell’esercito per calmare la situazione. Nelle due regioni gli scontri tra i nomadi zaghawa – gruppo etnico presente sia in Darfur che in Ciad – e i contadini stanziali della comunità Ouaddaï  sono frequenti. Cambiamenti climatici e l’aumento demografica sono tra maggiori cause dei conflitti, alimentati dalla grande quantità di armi che circolano in queste zone di frontiera, non lontane da Sudan, Libia e Centrafrica.

La maggior parte delle mandrie appartengono ai zaghawa, l’etnia del presidente Déby; gli agricoltori hanno spesso denunciato l’impunità nei confronti di questi allevatori.

Conflitti tra pastori e contadini sono frequenti in diversi Paesi del continente, in particolare in Nigeria e Centrafrica e sono in continuo aumento a causa della siccità, dei cambiamenti climatici.

Cornelia I. Toelgyes
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Nigeria investita dalla violenza: scontri etnici e Boko Haram tra le maggiori piaghe

Niger: pronta missione italiana. I rapitori di Rossella Urru: “Abbiamo ucciso 4 marines”

Sudan, Al-Bashir a processo per corruzione. Amnesty chiede giustizia per il genocidio

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 23 agosto 2019

Per Omar Al-Bashir, già presidente dittatore del Sudan, sta arrivando la resa dei conti. Nel suo Paese è a processo per corruzione iniziato il 18 agosto. Il dittatore, dopo aver governato il Sudan per trent’anni con il pugno di ferro, è arrivato al tribunale di Khartoum scortato da un convoglio militare.

Il 75enne ex presidente è accusato del possesso di 90 milioni di dollari avuti dalla casa reale saudita. Nella sua residenza sono stati trovati circa 7 milioni di euro oltre a dollari americani e sterline sudanesi. I sette milioni sarebbero stati parte di somme maggiori da utilizzare al di fuori dei bilanci statali offerti dal principe saudita Mohammed bin Salman.

Omar Al-Bashir
Omar Al-Bashir

Nel suo Paese Al-Bashir è a processo per corruzione e accusato di incitamento e coinvolgimento nell’uccisione di manifestanti il 13 maggio quando era ancora al potere. Ma sono ben altre, e pesantissime, le accuse che gli vengono attribuite dalla Corte Penale Internazionale (CPI). Tra le tante anche genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra in Darfur e uso di armi chimiche. Il dittatore è ritenuto responsabile della morte di almeno 300 mila persone.

Il dittatore sudanese è riuscito a sfuggire all’arresto in Sudafrica. Nel giugno 2015 mentre partecipava a un summit dell’Unione Africana i giudici sudafricani volevano arrestarlo ma era scappato da un aeroporto militare. Il governo sudafricano non ne aveva permesso l’arresto creando un conflitto istituzionale che l’Alta Corte del Sudafrica aveva definito “illegale e vergognoso ”.

Oggi, contro Omar Al-Bashir, per l’ennesima volta alza la voce Amnesty International attraverso Joan Nyanyuki, direttore dell’Africa orientale, del Corno e dei Grandi Laghi. “Mentre questo processo è un passo positivo verso la responsabilità di alcuni dei suoi presunti crimini, rimane ricercato per crimini atroci commessi contro il popolo sudanese”.

Ferite da armi chimiche sul corpo di un bambino in Darfur, Sudan (Courtesy Amnesty International)
Ferite da armi chimiche sul corpo di un bambino in Darfur, Sudan (Courtesy Amnesty International)

“Le autorità sudanesi devono consegnare Al-Bashir alla Corte Penale Internazionale per rispondere delle pesanti accuse: uccisioni, mutilazioni e torture di centinaia di migliaia di persone”. – ha affermato Nyanyuki. “Omar Al-Bashir ha eluso la giustizia per troppo tempo. Le vittime di orribili crimini attendono ancora giustizia e risarcimenti da oltre un decennio, da quando l’CPI ha emesso il primo mandato di arresto”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
@sand.pin