Scontri e violenze: il Ciad chiude le frontiere

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 24 agosto 2019

Di fronte alle incessanti violenze tra agricoltori e pastori seminomadi, il presidente ciadiano Idriss Déby ha dichiarato lo stato d’emergenza per tre mesi in due province nell’est del Paese.

E mercoledì scorso il ministro della Difesa, Mahamat Abali Sala, ha annunciato persino la chiusura immediata dei confini con la Libia, Repubblica centrafricana e il Sudan per motivi di sicurezza. Ha però specificato che alcuni corridoi sarebbero rimasti aperti – seppur molto controllati – per gli scambi commerciali con tali Paesi. Precisamente si tratta dei valichi di frontiera di Kouri e Moudi con la Libia; Adre, Tine e Amdjireme con il Sudan e Sido e Gore con il CAR.

Mercoledì sono state anche sospese tutte le attività riguardanti l’estrazione aurifera nelle province di Ouaddaï, Sila e Tibesti, finchè non sarà messo appunto un meccanismo che permetta di identificare e controllare in modo legale tutti i minatori e i loro utensili di lavoro.

Il presidente del Ciad Idriss Deby
Il presidente del Ciad Idriss Déby

Dallo scorso 9 agosto sono morte oltre 50 persone in diversi scontri etnici nelle province di Sila e Ouaddaï, non lontane dal confine con il Sudan. Déby ha promesso che d’ora in poi le forze governative saranno presenti nelle due regioni per proteggere la popolazione e in un comunicato il presidente ha intimato i civili a consegnare tutte le armi in loro possesso.

In particolare nella provincia di Ouaddaï, zona di transumanza, si consumano regolarmente scontri tra i pastori e gli agricoltori autoctoni. All’inizio di agosto le violenze sono scoppiate dopo il ritrovamento del corpo di un giovane allevatore arabo in un villaggio nella sottoprefettura di Wadi Hamra. L’origine delle aggressioni è quasi sempre la stessa: un mandria di dromedari calpesta un campo o un giardino coltivati da una famiglia. Ovviamente l’invasione innesca immediatamente una situazione di conflitto tra gli uomini delle due comunità, tutti armati fino ai denti.

Oltre al sequestro di armi, il presidente ha vietato l’uso di motociclette e ha sospeso i capi di due cantoni (il Paese comprende 12 regioni, ognuna di queste è suddivisa in dipartimenti e questi a loro volta in sottoprefetture; mentre i cantoni sono le più piccole amministrazioni territoriali), teatro delle violenze.

 

Una settimana fa Déby si è recato personalmente a Goz-Beida, capoluogo della provincia di Sila e proprio in tale occasione ha proclamato lo stato d’emergenza e ha promesso l’intervento dell’esercito per calmare la situazione. Nelle due regioni gli scontri tra i nomadi zaghawa – gruppo etnico presente sia in Darfur che in Ciad – e i contadini stanziali della comunità Ouaddaï  sono frequenti. Cambiamenti climatici e l’aumento demografica sono tra maggiori cause dei conflitti, alimentati dalla grande quantità di armi che circolano in queste zone di frontiera, non lontane da Sudan, Libia e Centrafrica.

La maggior parte delle mandrie appartengono ai zaghawa, l’etnia del presidente Déby; gli agricoltori hanno spesso denunciato l’impunità nei confronti di questi allevatori.

Conflitti tra pastori e contadini sono frequenti in diversi Paesi del continente, in particolare in Nigeria e Centrafrica e sono in continuo aumento a causa della siccità, dei cambiamenti climatici.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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