Sfruttati, schiavizzati, uccisi è il destino di molti africani emigrati nei Paesi arabi

Speciale per Africa Express
Franco Nofori
27 agosto 2019

Ormai da oltre due decenni, l’attenzione del mondo si è concentrata sul continuo esodo che dall’Africa, si dirige verso l’Europa, ma non si parla quasi mai di quello che fa rotta verso i ricchi Paesi arabi; Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Oman, Kuwait… Eppure si contano almeno in un paio di milioni le donne e gli uomini africani, reclutati da uno stuolo d’intraprendenti mediatori su incarico dei loro clienti mediorientali. Come abili talent scout, questi agenti, individuano giovani africani che si dimostrino adatti ai compiti che sono loro richiesti nei Paesi di destinazione. Si tratta in prevalenza di lavori domestici o di fatica, ma anche di mansioni specifiche, qualora i reclutati posseggano provate competenze professionali.

L’avveniristica e quasi sfacciata opulenza di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, destinazione di molti lavoratori africani

Il mondo arabo, scopertosi straordinariamente ricco circa mezzo secolo fa, grazie alle ingenti risorse petrolifere del proprio sottosuolo, ha adottato in fretta le classiche caratteristiche dei neoricchi, il cui compito è esclusivamente quello di fare sfoggio della propria opulenza, senza mai abbassarsi all’umiltà del lavoro manuale, che deve perciò essere svolto dalle classi plebee, classi che, nei loro Paesi, sono pressoché inesistenti. Ecco allora che un’Africa, cronicamente indigente e affamata, si costituisce come un enorme serbatoio per soddisfare questi bisogni. E’ a questo serbatoio che attingono gli agenti reclutatori, sparsi in quasi tutti i Paesi africani, promettendo impieghi decorosi e ben retribuiti. Intanto, dai loro committenti, questi agenti ricevono un compenso di circa quattromila dollari per ogni lavoratore reclutato. A carico del committente, restano anche le spese per il trasferimento dal Paese d’origine a quello di destinazione.

Un lavoratore africano mentre viene sottoposto a pesanti minacce in un Paese arabo

Occorre subito dire che questi agenti, sono per la maggior parte, cialtroni spregiudicati che sfruttano l’ingenuità e l’umana aspettativa, non solo di migliorare le proprie condizioni, ma di poter anche dare supporto al resto della famiglia che rimarrà in Africa. Attese queste, che una volta caduti nelle lusinghiere promesse ricevute, si trasformeranno presto in brutali sofferenze, percosse, abusi sessuali e non raramente anche uccisioni. Il tutto, con l’aperto sostegno delle autorità locali che agiranno sempre in sostegno al datore di lavoro e mai alla sua vittima, la quale scoprirà così di essere caduta in una vera e propria forma di schiavitù: lavorerà fino a sedici ore al giorno, si ciberà degli avanzi lasciati nel piatto dei padroni, dovrà soddisfare ogni loro appetito sessuale e sarà lasciata senza salario finché questi padroni non avranno interamente recuperato la somma sborsata per farla arrivare in quell’inferno e per averle fornito vitto e alloggio.

Una collaboratrice domestica africana in rientro dall’Arabia Saudita mostra i segni dei maltrattamenti ricevuti

Uno dei Paesi che riceve il maggior numero di africani, è l’Arabia Saudita e visto che quasi tutti quelli che vi arrivano sono di religione islamica, si sarebbe portati a pensare che, ospitati dai loro fratelli in Allah, dove si trovano Mecca e Medina, i più importanti luoghi della fede musulmana nel mondo, riceveranno un trattamento umano e solidale. Invece, proprio nella nazione che si erge a rappresentante universale dell’islam, saranno fatti oggetti dei più abbietti maltrattamenti. Stando agli ultimi rilievi ONU, soprattutto due Paesi, Il Sudan e il Kenya, contribuiscono alla presenza africana in Medio Oriente, rispettivamente con oltre seicentomila e trecentomila emigrati. A differenza di ciò che avviene in occidente, è soprattutto il mondo arabo che ha un insaziabile bisogno d’immigranti, perché, sostiene Sophia Kagan dell’International Labor Organization, l’Africa “fornisce collaborazioni lavorative al più basso costo possibile”.

Dimostrazione a Beirut contro lo sfruttamento delle lavoratrici africane nei Paesi arabi

Sono proprio le condizioni di estrema povertà degli africani a renderli più vulnerabili verso questo indegno sfruttamento, ma benché le testimonianze dei terribili trattamenti ricevuti, siano ormai all’ordine del giorno, la diaspora verso i Paesi mediorientali, non solo continua, ma s’incrementa anno dopo anno. Tuttavia, benché l’Africa rappresenti il più proficuo canale di approvvigionamento di forze lavorative alla penisola araba, non è la sola a fornirlo. A lei si uniscono anche Siria, Egitto, Yemen, Libia, Marocco e alcune delle più povere Nazioni asiatiche. A tutti loro, i Paesi del Golfo riservano lo stesso trattamento.

Le ricche donne arabe delegano i lavori domestici al personale africano

Davvero paradossalmente, questa situazione consente ai Paesi arabi, anche di bacchettare un’Europa sul fenomeno migratorio, sostenendo, come rileva l’Human Right Watch, che: “L’Europa si lamenta per poche centinaia di migranti africani, mentre noi ne accogliamo a milioni”, ma questa spudorata asserzione è contestata dallo stesso organismo internazionale, secondo cui, quegli immigrati africani “Sono sottopagati, costretti a disumani turni di lavoro, abusati, schiavizzati e spesso anche costretti a prostituirsi”. Alcune nazioni africane, come Uganda ed Etiopia, hanno imposto il divieto ai propri cittadini di recarsi nei Paesi mediorientali, ma questo divieto, oltre a essere facilmente aggirabile, grazie a una destinazione intermedia, ha ottenuto il solo scopo di dare un robusto impulso al reclutamento illegale, mettendo così maggiormente a rischio la sicurezza di chi vi aderisce.

Franco Nofori
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