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La notte infinita del Medio Oriente

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L’errore fatale di Mugabe? Aver designato la moglie a succedergli

Speciale per Africa ExPress e il Fatto Quotidiano
Massimo A. Alberizzi
7 settembre 2019

Dopo una lunga malattia è morto ieri a Singapore dove era ricoverato, Robert Gabriel Mugabe, ex dittatore dello Zimbabwe, che aveva governato dal 1980, anno dell’indipendenza, fino a due anni fa. Aveva 95 anni e il suo desiderio nascosto – come rivelato da alcune delle persone che erano gli erano più vicine – sarebbe stato quello di restare presidente fino al compimento dei 100 anni per poter conquistare un record che sarebbe rimasto ineguagliato per sempre. Gli è andata male, perché con un colpo di palazzo il suo delfino Emmerson Mnangagwa il 15 novembre 2017 l’ha defenestrato e sostituito.

Ho incontrato Robert Mugabe una sola volta: in gabinetto, durante il vertice Francia-Africa del 2005 a Bamako. Da un lustro il dittatore aveva cominciato la sua politica folle che avrebbe portato lo Zimbabwe alla catastrofe economica e alla fame. Con il mitico producer della CNN, Robert Wiener, entrammo nel bagni del Palazzo dei Congressi di Bamako in Mali (appena costruito dai cinesi e dove le indicazioni erano indecifrabili perché scritte in ideogrammi) e quindi nel gabinetto degli uomini. Lì c’era Mugabe, solo, senza nessuna guardia del corpo, intento a urinare. Lo guardammo bene in faccia, poi, sicuri che fosse lui, sommessamente ma con la dovuta durezza e sincerità gli scandimmo: “Signor presidente, con tutti il nostro rispetto, vorremmo chiederle perché non smette di maltrattare e umiliare così i suoi sudditi”. Colto di sorpresa, evidentemente imbarazzato in piedi e non potendo chiaramente muoversi per evitare di bagnare i pantaloni, rimase attonito dandoci così la possibilità di svicolare tra le guardie del corpo che attendevano fuori dallo stanzone.

Mugabe è stato un misto di ammirazione e di biasimo. Ha iniziato la sua carriera politica come combattente della libertà, venerato e osannato, e via via negli anni si è trasformato in feroce dittatore, biasimato e deplorato, distruttore di uno dei Paesi più prosperi del continente modello in tutta l’Africa.

Aveva studiato in un seminario cattolico e si dichiarava strettamente osservante. Richiamava costantemente la sua gente a rispettare gli obblighi morali, ma dei dieci comandamenti lui stesso ne violava parecchi. Nel nome di Dio condannava le pratiche omosessuali arrivando a sostenere che gay e lesbiche “sono peggio dei cani”. Retaggio probabilmente dell’epoca vittoriana e dei severi costumi che la monarca – che Mugabe ammirava profondamente – aveva imposto.

Poi però la sua severa educazione cattolica non gli aveva impedito di mettere al mondo al di fuori del matrimonio due pargoli assieme alla sua segretaria (che sarebbe poi diventata la sua seconda moglie), Grace Marufu.

Il declino dello Zimbabwe comincia nel 2000, vent’anni dopo l’indipendenza la minoranza bianca, più o meno il 2 per cento della popolazione, è proprietaria di più della metà dei terreni coltivabili. E già dal 1998 Mugabe aveva promesso di ridistribuire le terre ai contadini. Gli accordi con Londra prevedevano anche un aiuto economico britannico. Secondo Tony Blair, il dittatore invece di assegnare le terre a chi le sapeva coltivare le affidò ai suoi amici e sostenitori che non sapevano neppure cosa fosse una zappa. Tolse quindi i contributi e Mugabe cominciò la confisca tout court e l’invasione delle terre dei bianchi da parte dei cosiddetti “veterani”. E fu la catastrofe. La disoccupazione sfiorò l’80 per cento della popolazione e l’inflazione raggiunse l’iperbolica cifra di 230 milioni per cento. La banconota di 10 trilioni di dollari dello Zimbabwe al cambio nero valeva solo 8 dollari americani.

Grace Mugabe quando era ancora First Lady

Mugabe divenne la caricatura della dittatura: vanitoso e capriccioso, circondato dalle folli e spensierate spese della sua seconda moglie, Grace (soprannominata Mrs Gucci), e di altri membri della famiglia, tutti a frequentare le inarrivabili ai più boutique di Londra, Parigi e anche Roma. Che differenza tra il suo compagno di tante battaglie, Nelson Mandela, che nel frattempo gestiva il nuovo Sudafrica, diventato “arcobaleno” dopo l’apartheid.

Nel suo delirio di onnipotenza continuava a ripetere “Lo Zimbabwe è mio. Dio mi ha messo qui e da qui me ne andrò solo quando mi chiamerà a sé”. Ma quando nel 2016 era cominciata a circolare la voce che voleva nominare a succedergli la vanitosa moglie Grace, gli si sono ribellati tutti e l’anno dopo è stato spodestato.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Zimbabwe: sanità allo sbando, licenziati in tronco oltre quindicimila infermieri

 

Da combattente per la libertà a feroce dittatore: morto Robert Mugabe, ex “re” dello Zimbabwe

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 6 settembre 2019

Robert Mugabe è morto questa mattina, venerdì 6 settembre in una clinica a Singapore, dove si trovava dallo scorso aprile. Lo ha reso noto questa mattina sul suo account twitter il suo successore e attuale presidente dello Zimbabwe, Emmerson Mnangagwa.

Mugabe nasce il 21 febbraio a Kutama, ad un’ottantina di chilometri da Harare, nella ex Rhodesia meridionale, allora una colonia britannica. Ha solamente 10 anni quando il padre abbandona la famiglia. Il piccolo Robert frequenta una scuola in una missione cattolica e in seguito un coleggio a Kutama, con l’obiettivo di diventare un giorno insegnante.

Robert Mugabe, ex presidente dello Zimbabwe
Robert Mugabe, ex presidente dello Zimbabwe

In seguito, grazie a una borsa di studio si trasferisce a Fort Hare, in Sudafrica, per studiare inglese e storia. Fa la conoscenza di diverse personalità del nazionalismo africano, tra loro anche Julius Nyerere, padre fondatore e presidente della Tanzania dal 1964 fino al 1985.

Terminati gli studi, insegna in Ghana, il primo Paese africano ad aver ottenuto l’indipendenza dal dominio coloniale della Gran Bretagna nel 1957. Una tappa importante, perchè per la prima volta respira un’aria nuova, i neri africani hanno riscoperto la libertà e la loro indipendenza. Lì incontra anche Sally, la sua futura moglie, confidente e consigliera.

Di ritorno a casa, viene arrestato con l’accusa di associazione sovversiva. Come Mandela, durante gli anni di prigionia perfeziona l’istruzione dei suoi compagni di lotta, tra loro anche Emmerson Mnangagwa, l’attuale presidente. Durante la sua detenzione muore suo figlio Nhamo di appena tre anni; il regime di Ian Smith vieta a Mugabe di partecipare ai funerali del piccolo, fatto che lo ferisce profondamente.

Finalmente liberato nel 1974, l’ex presidente va in Mozambico come leader del braccio armato del movimento Unione Nazionale Africana di Zimbabwe – Fronte Patriottico (ZANU-PF). Dalla retroguardia conduce la guerriglia contro il potere dei bianchi. La guerra civile, durante la quale hanno perso la vita almeno 30.000 persone, termina nel 1979 con gli accordi di Lancaster House, Londra. Nel 1980 si svolgono le prime elezioni legislative, vinte a grande maggioranza da ZANU-PF. Il 18 aprile dello sesso anno Mugabe viene “incoronato” primo ministro del nuovo Stato diventato indipendente, l’attuale Zimbabwe.

Robert Mugabe e la moglie Grace
Robert Mugabe e la moglie Grace

Gli accordi siglati con l’ex colonizzatore concedono comunque ancora parecchi privilegi ai bianchi, che mantengono un quinto dei seggi in parlamento (20 su 100). Il primo discorso di Mugabe dopo la sua elezione è improntato sulla riconciliazione e riappacificazione. In seguito nomina persino due ministri bianchi e riabilita il direttore dei servizi segreti.

Il nuovo primo ministro presenta immediatamente nuovi progetti, volti a migliorare la vita della popolazione. Ma la prima riforma agraria è un pieno fallimento. Le terre espropriate ai bianchi vengono affidate ai suoi fedelissimi, che però non hanno né capacità e né conoscenze per poterle coltivare con profitto. L’agricoltura, pilastro dell’economia dello Zimbabwe, crolla a pico riducendo la popolazione nella miseria più totale.

Nel 1987 ZANU-PF e PF-ZAPU si fondano, dando vita a un unico partito, Unione Nazionale Africana dello Zimbabwe – Fronte Patriottico (ZANU-FP), e Mugabe ne diventa il leader indiscusso. Nel dicembre dello stesso anno viene eletto presidente e instaura un regime autoritario. I bianchi perdono tutti i loro privilegi e quelle poche terre ancora in loro possesso e cominciano a fuggire in massa dal Paese. In questo contesto viene rieletto due volte: nel 1990 e nel 1996.

Con il passare degli anni il potere del presidente viene messo in discussione persino dal partito stesso e la situazione economica del Paese continua il suo declino. Nel 2002 riesce a vincere ugualmente le presidenziali, anche se fortemente contestate per brogli. La comunità internazionale reagisce, escludendo lo Zimbabwe persino dal Commonwealth (organizzazione intergovernativa di 53 Stati membri indipendenti, tutti accomunati, eccetto il Mozambico e il Ruanda, da un passato storico di appartenenza all’impero britannico, del quale il Commonwealth è una sorta di sviluppo su base volontaria).

Nel 2008 si svolgono nuove elezioni e Morgan Tsvangirai di Movimento per il Cambiamento Democratico (MDC) arriva in testa al primo turno, ma il regime opprime violentemente l’opposizione. Tsvangirai rinuncia al ballottaggio, e ciò permette alla vecchia volpe di mantenere il potere.

La crisi economica del Paese peggiora di giorno in giorno, sprofondando in miseria e povertà dalla quale non riesce a sollevarsi. Ma Mugabe e la sua nuova moglie Grace, continuano a vivere nel lusso più sfrenato, mentre gran parte della popolazione con fatica mette sul tavolo un pasto al giorno.

Nel 2009 il presidente, messo sotto pressione dalla comunità internazionale, è costretto a cedere almeno una parte del suo strapotere e Tsvangirai diventa primo ministro di un governo di unione nazionale, ma all’interno dell’esecutivo le tensioni restano sempre forti e nel 2013 si ritorna alle urne. Anche stavolta Mugabe riesce a mantenere il potere, malgrado i brogli denunciati a gran voce da Tsvangirai.

Emmerson Mnangagwa, confermato presidente dello Zimbabwe
Emmerson Mnangagwa, presidente dello Zimbabwe

Mugabe, sempre più attaccato alla poltrona e al potere, cerca di spianare la strada alla moglie Grace affinchè possa diventare presidente del Paese. E il 7 novembre 2017 silura Mnangagwa, suo vice e potenziale successore e al suo posto nomina la coniuge. Nella notte tra il 14 e il 15 novembre l’esercito dispone gli arresti domiciliare all’anziano leader e ai suoi familiari. Mentre si procede all’immediato arresto del ministro dell’Economia, Ignatius Chombo.  Anche il partito volta le spalle al suo fondatore e lo solleva dal proprio incarico. Il 21 novembre 2017 Mugabe ormai novantatrenne e dopo essere stato protagonista assoluto delle politica del suo Paese, esce di scena dalla porta posteriore dopo aver firmato di proprio pugna la lettera di rinuncia all’incarico presidenziale. Dittatore per gli uni, per altri africani resta comunque ancora oggi l’eroe dell’indipendenza.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Smentita del governo somalo: Silvia Romano non è prigioniera qui

La realizzazione di questo articolo è stata possibile grazie al finanziamento
ricevuto da tanti lettori dopo il lancio della campagna di crowdfunding. Ringraziamo
chi ci sta dando una mano per reperire i mezzi necessari a continuare
le inchieste giornalistiche. Vogliamo scoprire la verità. E ci riusciremo grazie a voi.
Africa ExPress
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Speciale per Africa ExPress
Massimo Alberizzi
6 settembre 2019

Il governo somalo ha smentito che Silvia Romano sia tenuta prigioniera sul suo territorio. Lo riporta il telegiornale di un’emittente di Mogadiscio. Il servizio dopo aver dato conto della notizia trapelata dalla procura di Roma, secondo cui la volontaria milanese dell’associazione Africa Milele sarebbe stata portata in Somalia, riferisce di una nota del governo che smentisce questa rivelazione.

La ventitreenne volontaria rapita, Silvia Costanza Romano

Gli indizi raccolti dal Fatto Quotidiano parlano di una donna bianca tenuta prigioniera ai confini tra Somalia e Kenya su una delle isole dell’arcipelago Bajuni. Non è stata finora possibile una verifica. La regione (il Jubaland) è sotto controllo di milizie freelance (niente a che fare con gli shebab) legate a un’amministrazione locale in cattivi rapporti con il governo centrale di Mogadiscio. Inoltre il Jubaland – dove off shore è stato trovato petrolio – è in contrasto anche con il Kenya, che ha modificano i confini marittimi per impadronirsi di buona parte dei campi petroliferi. In quell’area, a parte i miliziani, non arriva facilmente nessuno; l’accesso è difficile per tutti e la verifica delle informazioni non è per nulla semplice.

Intanto a Malindi durante l’ultima udienza del processo contro tre dei presunti responsabili del sequestro, la Corte, ribaltando una decisione già presa, ha stabilito che gli accusati possono godere del diritto di lasciare la cella su cauzione. Così Moses Lwali Chembe è già tornato a casa, Ibrahim Adhan Omar (il più pericoloso giacché al momento dell’arresto trovato in possesso di armi da fuoco) se versa 26 mila euro esce (ne ha già pagati oltre 4000), mentre Abdulla Gababa Wario, prima di essere liberato dovrebbe sborsare tutto l’ammontare, appunto 26 mila euro. Le prossime udienze sono fissate per I prossimi 24 e 25 ottobre e si terranno a Chakama, dove Silvia è stata rapita.

Silvia Romano

La polizia di Nairobi confidenzialmente ha fatto sapere che le ricerche di complici e testimoni del ratto si sono spostate anche a Likoni (dove Silvia aveva lavorato come volontaria già lo scorso anno) e a Mombasa, il più grande e trafficato porto dell’Africa Orientale.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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Rimandato processo ai rapitori di Silvia: emergono quarto uomo, errori, omissioni

Mogadiscio: accanto al comando italiano il mercato dell’amore

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DAL NOSTRO INVIATO SPECIALE
Massimo A. Alberizzi
Mogadiscio, 30 agosto 1993

La città è distrutta, ma la vita continua. Secondo i mezzi a propria disposizione la popolazione si industria in attività dove la sicurezza sia garantita dalla presenza di truppe straniere. Vicino al “check point Banca” (si chiama così perché è all’incrocio di quella che era la Banca Commerciale Italiana) controllato dai bersaglieri, è sorto un mercatino che gode dell’inconsapevole protezione dei militari di guardia al posto di blocco. Di fronte all’ambasciata italiana, dove c’è il comando delle nostre truppe, è stato in fretta e furia organizzato un albergo, l’Hotel Amana, carissimo quanto poco confortevole, il cui gestore è un ex legionario francese, italiano di nascita, Vincenzo Leonardi.

La proprietaria è una gentile signora della ricca famiglia Kassim, una delle più influenti del clan murursade. La protezione degli italiani qui è meno discreta e alcuni ufficiali arrivano addirittura a rassicurare proprietaria e gestore sull’arrivo di nuovi clienti.

Fastidiosa, invece, è stata la protezione concessa per qualche tempo a un bordello sorto e organizzato con tutti i crismi a fianco al comando italiano. Bastava scavalcare un muro e, dall’ inferno della guerra, si passava ai piaceri del settimo cielo.

Contingente italiano in Somalia

Un impero dei sensi casereccio, ma che comunque rendeva bene a signorine e maitresse. E poi, a buon mercato: dieci dollari “a seduta”. Il traffico al di là del muro, però, come raccontano i ragazzi che ora stanno tornando in Italia, era divenuto troppo intenso e politicamente ingombrante. Così qualche giorno fa qualcuno degli ufficiali ha chiesto l’ intervento della polizia somala per stroncare quel mercato dell’amore. Gli agenti locali hanno sbagliato però l ora dell’irruzione e sono entrati nei locali del peccato nel momento di maggior affluenza.

Clienti e signorine sono stati colti sul fatto. Panico, fuggi fuggi generale, urla e gridolini, come si conviene in un’occasione del genere, e una velocissima arrampicata sul muro per rientrare nel recinto dell’ ambasciata. Qualche ragazza ha cercato la via di fuga per la stessa strada del suo compagno occasionale.

Una scalata troppo difficile che non ha impedito a tutti di sottrarsi agli inseguitori e di finire in manette. “Qui non esiste legge –  si è lamentato un parà -. In base a cosa le hanno arrestate?”. Qualcuno giura che non si trattava di un bordello, ma di un luogo dove somale e italiani, tra cui era nato un amore, potevano tranquillamente incontrarsi.

Ma i comandanti italiani hanno grattacapi relativi se paragonati a quelli dei loro colleghi americani della Sword Base, una delle basi USA di Mogadiscio, dove ben 12 marines (10 neri e due bianchi) della 226 compagnia si sono convertiti all’Islam: “Ho imparato la religione musulmana quaggiù – racconta Alan Vault -. Ho discusso con i soldati dei contingenti arabi e con i pachistani e mi sono convinto”.

“Sono sicuro che la mia famiglia resterà un po’ confusa – aggiunge il sergente Tyrone Morion -. Ma sono anche convinto che rispetteranno la mia decisione”. I nuovi musulmani hanno organizzato un luogo dove pregare. Per quel che riguarda il cibo, non hanno un’alimentazione speciale, ma hanno ottenuto che dal loro menù fosso tolto il maiale. “Al venerdì – puntualizza Vincent Gallimore –  possiamo tranquillamente andare nelle caserme dei contingenti dei Paesi islamici e preghiamo con loro. Non abbiamo neppure problemi con i colleghi della nostra compagnia”.

Qualcuno insinua che per questi ragazzi la missione in Somalia abbia significato una rottura con il passato. E loro hanno voluto renderla ancora più netta troncando tutti i legami con la loro religione d’ origine.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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L’articolo publicato dal Corriere della Sera il 30 agosto 1993

Violenze e attacchi molte le scuole chiuse in Africa: in Camerun sono oltre 4000

Africa ExPress
Yaoundé, 5 settembre 2019

Nelle due regioni anglofone (Nord-Ovest e Sud Ovest) del Camerun, dove si consuma un sanguinoso conflitto dalla fine del 2016, sono state chiuse più di 4.400 scuole e anche ora, a pochi giorni dall’inizio del nuovo anno scolastico, i banchi rischiano di restare vuoti.

Secondo l’ultimo rapporto dell’UNICEF, pubblicato alla fine di agosto, oltre seicentomila bambini sono attualmente stati privati dell’istruzione scolastica, del diritto allo studio. Questo fenomeno  si sta espandendo anche in altri Paesi dell’Africa occidentale e centrale, dove insicurezza, conflitti interni,  impediscono un regolare corso di studi ai piccoli, defraudando in questo modo i giovani del proprio futuro.

L’UNICEF ha sottolineato che quasi due milioni di alunni sono stati letteralmente cacciati dalle scuole in Africa occidentale e centrale a causa della recrudescenza di attacchi, violenze e minacce contro scuole, insegnanti e alunni.

Scuole chiuse nelle zone anglofone del Camerun

In base alla relazione del Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia, a giugno 2019 oltre 9000 istituti scolastici non sarebbero più stati operativi o chiusi in diversi Paesi, come Camerun, Niger, Mali, Nigeria, Repubblica centrafricana, Congo-K, Ciad proprio a causa della crescente insicurezza. L’Organizzazione ha invitato i vari governi a prendere i necessari provvedimenti. E’ assolutamente necessario, ha precisato l’UNICEF, che questi Stati approvino e applichino la “Dichiarazione sulla sicurezza nelle scuole”, perchè il numero di istituti chiusi sta crescendo a dismisura e nel 2019 sarebbe ben tre volte superiore rispetto al 2017.

Nelle due province anglofone del Camerun la popolazione è convinta che il governo non sia in grado di proteggere la popolazione, tanto meno l’istruzione: dall’inizio della crisi sono stati incendiati oltre 160 edifici scolastici.

Scuole, insegnanti, studenti vengono presi di mira dai secessionisti. Boicottare l’istruzione finanziata dal governo centrale è, secondo i ribelli, un modo per contrastare le autorità di Yaoundé.

Ayuk Etienne, direttore di una scuola, ha fatto sapere che alcuni edifici scolastici sono stati trasformati in basi logistiche dei secessionisti; alcuni istituti non sono più operativi dal 2016. La gente continua a fuggire dalle zone anglofone.

La crisi nelle zone anglofone è iniziata nel novembre del 2016, quando il presidente Paul Biya – che è stato rieletto nell’ ottobre 2018 – aveva proclamato di voler spostare gli insegnanti francofoni nelle scuole anglofone. Ma, secondo un accordo sull’educazione scolastica del 1998, i due sotto-sistemi, quello anglofono e quello francofono, sarebbero dovuti restare indipendenti e autonomi.

Il Camerun ha dieci Regioni autonome, otto delle quali sono francofone. Solamente in due si parla l’inglese. All’inizio del ‘900 il Paese era una colonia tedesca. Dopo la prima guerra mondiale nel 1919, è stata divisa tra i francesi e gli inglesi, secondo il mandato della Lega delle Nazioni. La parte francese era molto più ampia e aveva come capitale Yaoundé, mentre quella inglese era stata annessa alla Nigeria, si estendeva fino al Lago Ciad e aveva per capitale Lagos. Gli inglesi erano poco presenti in questa regione, perché la loro attenzione era concentrata sui territori dell’attuale Nigeria.

Con l’indipendenza, ottenuta nel 1961, le due porzioni, inglese e francese sono state riunite per formare un unico Stato, l’attuale Camerun, ma finora le parti hanno sempre mantenuto un alto grado di autonomia. Molti cittadini anglofoni si sentono emarginati e poco rappresentati e per questo motivo da anni gli oppositori chiedono la secessione, ma il governo centrale ha sempre sminuito il problema e non ha mai aperto un dialogo concreto con i cittadini anglofoni.

Africa ExPress
@africexpress

Violazioni dei diritti umani in Camerun: il Pentagono taglia gli aiuti militari

Nuovo giro di vite ad Asmara: la dittatura confisca le scuole cattoliche

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 4 settembre 2019

Era nell’aria da tempo. Dopo la confisca di 29 strutture tra ospedali, cliniche e presidi medici della Chiesa cattolica, ora il regime fascista al potere in Eritrea vuole appropriarsi anche delle loro scuole, frequentate per lo più da figli di famiglie disagiate.

Alcune gruppi cristiani e musulmani hanno spiegato alla BBC che agenti della sicurezza si sarebbero già presentati alla St Joseph’s School di Keren, gestita da lasalliani (Fratelli delle scuole cristiane, ordine religioso fondato da Giovan Battista La Sallle).

Finora la dittatura eritrea – sempre secondo le fonti della BBC – avrebbe già confiscato sette scuole in varie località del Paese. Anche lo stinger di Africa ExPress ha detto di essere a conoscenza di istituti scolastici cattolici posti sotto sequestro in tre località: a Keren, Massawa e Adi Ugri (Mendefera): “Forse, almeno per il momento, le autorità di Asmara non toccheranno le scuole elementari”, ha commentato.

Il governo eritreo confisca scuole della Chiesa cattolica

Già domenica l’emittente australiana SBS, che trasmette anche programmi in tigrino, aveva annunciato l’imminente chiusura delle scuole cattoliche nella ex colonia italiana.

Asmara ha giustificato anche questa volta la sua rappresaglia con l’applicazione di una normativa del 1995 che limita le attività delle istituzioni religiose.

Malgrado la pace siglata con l’Etiopia, l’arcinemico storico, poco più di un anno fa, nel Paese non è cambiato nulla. Le auspicate riforme non sono state varate. Ora il dittatore ha preso nuovamente di mira la Chiesa cattolica ponendo i sigilli alle scuole, dove i religiosi cercano di dare un’istruzione ai figli di famiglie povere. Ma si sa, è risaputo, giovani istruiti, che hanno ricevuto un’educazione libera, volta a sviluppare uno spirito critico, non piacciono alle dittature.

I vescovi eritrei avevano già espresso il loro rammarico dopo la chiusura degli ospedali e in una lettera aperta indirizzata al presidente Isais Afewerki e al suo governo avevano ribadito ciò che avevano già detto nel 1995. Contribuire allo sviluppo del Paese e al benessere della gente fa parte dei compiti della Chiesa cattolica perchè la missione pastorale va anche tradotta in fatti concreti.

Nella loro missiva i prelati delle diocesi eritree avevano fatto anche riferimento al regime di terrore sotto Menghistu Hailè Mariàm, quando il Derg (la giunta militare) aveva confiscato con la forza molti loro beni, come conventi, scuole, centri medici.

Sembra essere tornati indietro nel tempo. Anche allora la gente soffriva. Ma a infliggere le sofferenza era uno straniero, oggi è un eritreo che aveva alimentato speranze di libertà e democrazia e invece si è trasformato in feroce dittatore.

Isaias Afewerki, presidente dell’Eritrea

E’ evidente che la pace con l’Etiopia non ha frenato le continue violazioni dei diritti umani nella ex colonia italiana. Se ne è parlato anche durante 41esima sessione del Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite, che si è svolta dal 24 giugno al 12 luglio a Ginevra. E nel suo rapporto Daniela Kravetz, inviata speciale delle Nazioni Unite per l’Eritrea, ha parlato anche delle persecuzioni religiose tutt’ora in atto nel Paese, della chiusura forzata di ospedali e cliniche cattoliche, sparsi su tutto il territorio nazionale, in particolare nelle zone rurali, dove spesso erano l’unico punto di riferimento per la popolazione.

Secondo il sito dell’osservatorio cristiano Word Watch Monitor, da giugno a oggi il regime eritreo avrebbe arrestato 150 cristiani, tra loro anche donne e bambini e cinque monaci ortodossi del monastero di Bizen, la comunità di religiosi che si era ribellata contro l’interferenza del governo nell’ambito religioso.

Il 16 agosto sono stati fermati anche sei dipendenti pubblici cristiani, ai quali il giudice ha chiesto di rinunciare alla loro fede. Davanti al loro rifiuto, il magistrato si è riservato di prendere eventuali decisioni future.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Eritrea: il regime confisca le cliniche della Chiesa cattolica, buttati fuori i malati

Eritrea: il regime confisca le cliniche della Chiesa cattolica, buttati fuori i malati

Eritrea: dopo il massacro di martedì non si placa il dissenso contro il governo

 

 

 

Sudafrica: morti e decine di arresti per una nuova ondata xenofoba

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 3 settembre 2019

L’ondata di xenofobia che travolge il Sudafrica da anni, si sta scatenando con tutta la sua furia in questi giorni nelle maggiori città, in particolare a Johannesburg e Pretoria.

Domenica scorsa sono state nuovamente prese d’assalto attività commerciali di cittadini stranieri, provenienti da altri Paesi africani e, secondo le autorità di Johannesburg, ieri in città sono morte tre persone e un altra quarantina sono state arrestate. Un’altra è finita dietro le sbarre a Pretoria e otto a Tembisa. A Johannesburg la polizia è intervenuta con gas lacrimogeno, pallottole di gomma e flashbang (granate stordenti) per disperdere la folla.

Durante la giornata di ieri camionisti e tassisti, particolarmente agguerriti contro i migranti africani, hanno eretto barricate non autorizzate su diverse vie di comunicazione un po’ ovunque. Da oltre un anno gli autisti attaccano i conducenti stranieri congolesi, zambiani e zimbabwesi sulle strade, accusandoli di rubare il lavoro ai sudafricani.

Xenofobia in Sudafrica

La disoccupazione ha raggiunto il 29 per cento e il governo del presidente Cyril Ramaphosa, eletto lo scorso maggio, non riesce a sollevare l’economia, creare nuoi posti di lavoro e a combattere la corruzione, motivo per il quale l’ex leader sudafricano Jacob Zuma è stato costretto a rassegnare le dimissioni lo scorso anno.

Incoraggiati appunto da camionisti e tassisti, almeno 500 comuni cittadini sudafricani hanno saccheggiato e bruciato negozi gestiti da immigrati africani a Turffontein, quartiere nella periferia di Johannesburg, ma, secondo le autorità, disordini simili si sarebbero verificati in sei altri sobborghi della città. Le attività appartenevano per lo più a somali, pakistani e nigeriani.

Cyril Ramaphosa, presidente del Sudafrica
Cyril Ramaphosa, presidente del Sudafrica

Ma il governo cerca di gettare acqua sul fuoco. Bheki Cele, ministro della Polizia, ha detto: “Si tratta di semplice criminalità e non di xenofobia. La gente ruba e per il momento non posso assolutamente affermare di conflitto tra sudafricani e migranti”. Eppure il comunicato dei manifestanti era chiaro: “Quando è troppo è troppo. Fuori gli stranieri”.

Secondo quanto riferito da Agence France Presse, ieri è stato postato su diversi social network un opuscoletto volto a incoraggiare i sudafricani a cacciare gli stranieri dalle loro comunità. Nella propaganda anti-migranti, firmata da un gruppo Sisonke Peoples Forum, i residenti provenienti da altri Paesi – sopratutto africani – vengono accusati di spaccio di droga e di rubare il lavoro ai locali.

La febbre di xenofobia è scoppiata nuovamente pochi giorni prima dell’edizione africana di World Economic Forum che si svolgerà nei prossimi giorni a Città del Capo e della visita di Stato programmata per il prossimo mese di Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria, Paese d’origine di gran parte dei migranti presenti nel più grande Stato dell’Africa australe.

Saccheggi nei nei negozi di migranti

Il governo nigeriano ha fatto sapere di voler prendere provvedimenti per proteggere i propri cittadini e tutte le attività commerciali e economiche in Sudafrica. E il governo zambiano ha allertato i propri camionisti di non entrare nel Paese.

La situazione è incandescente, anche se Ace Magashule, segretario generale di African National Congress, il partito al potere, ha precisato durante un programma televisivo: “Queste violenze sono inaccettabili”. In passato altri politici di ANC avevano fatto invece commenti anti-migranti. E il sindaco di Johannesburg, Herman Mashaba di Democratic Alliance, partito all’opposizione, è stato aspramente criticato da associazioni per la difesa dei diritti umani per i suoi frequenti attacchi contro i “clandestini”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Amnesty accusa: “In Sudafrica gli immigrati vivono nella paura di attacchi xenofobi”

Ondata xenofoba in Sudafrica e Boko Haram minaccia: uccideremo i sudafricani in Nigeria

 

 

 

Ebola, oltre 2000 morti in 13 mesi nel Congo-K: Guterres esorta: “Fare di più”

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 2 settembre 2019

Da tredici mesi il Nord-Kiu e Ituri, due province della Repubblica Democratica del Congo sono flagellate dal virus ebola. Secondo l’ultimo bollettino epidemiologico nazionale emesso il 30 agosto 2019, dall’insorgere della decima epidemia (1°agosto 2018), oltre 3000 persone hanno contratto la malattia, tra loro 2024 pazienti sono deceduti, mentre poco più di 900 sono guariti. Finora sono state vaccinate più di 200.000 persone.

Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU in Congo-K

Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, è arrivato sabato scorso a Goma, capoluogo del Nord-Kivu e ieri si è recato anche a Beni, sempre nella stessa provincia, dove ha visitato un centro per la cura di ebola.

Alla fine della sua visita il capo del Palazzo di Vetro ha espresso piena solidarietà alla popolazione e si augura vivamente che vengano messe in campo maggiori sforzi per arginare il temibile virus. “Bisogna fare di più, molto di più e MINUSCO (la Missione ONU in RDC) e le forze armate congolesi devono cooperare il più possibile per contenere la minaccia dei gruppi gruppi armati, in particolare Allied Democratic Forces. E’ importante che la popolazione di Beni sappia che abbiamo ascoltato il loro grido di disperazione”, ha sottolineato Guterres.

La risposta all’epidemia passa anche attraverso la lotta contro i gruppi armati attivi nella regione, tra loro i miliziani di Allied Democratic Forces (ADF), organizzazione islamista terrorista ugandese, operativa anche nel Congo-K dal 1995, responsabili di sanguinarie incursioni nelle cliniche e di feroci attacchi alla popolazione civile. La situazione geopolitica in quest’area del Paese è assai complessa e ciò rende particolarmente difficile il lavoro degli operatori sanitari per contrastare la diffusione del virus. I continui attacchi armati di terroristi e ribelli, il difficile accesso ad alcune aree impediscono spesso l’organizzazione di un cordone sanitario, indispensabile per l’insorgere di nuovi focolai del virus.

Ma alle violenze si aggiungono l’ostruzionismo e la diffidenza di una parte della popolazione che rifiuta di sottoporsi ai controlli medici, ai vaccini, a far ricoverare i congiunti e si oppone ai funerali sicuri.

La febbre emorragica è altamente contagiosa e la mortalità è molto elevata (dal 25 al 90 per cento, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità). Finora non esiste una terapia, anche se diversi medicinali sono già in fase di sperimentazione. Recentemente il National Institute of Allergy and Infectious Diseases (Niaid) degli Stati Uniti ha fatto sapere che quattro farmaci hanno dato nuove speranze. Sono stati testati su pazienti contagiati dalla malattia in Congo-K e due terapie avrebbero dato risultati più che soddisfacenti.

Già poche settimane dopo l’insorgere della decima epidemia di ebola, il comitato etico della ex colonia belga aveva autorizzato  l’utilizzo di quattro farmaci biotecnologici, molecole terapeutiche sperimentali supplementari, vale a dire ZMapp, Remdesivir, Favipiravir e Regn3450 – 3471 – 3479.

Malato di ebola nel Congo-K

L’attuale epidemia è la peggiore in termini di morti e durata della stessa nella ex colonia belga e a livello mondiale si posiziona al secondo posto, dopo la pandemia della febbre emorragica del 2014 -2016 che aveva colpito l’Africa occidentale, uccidendo oltre 11.000 persone.

Il 17 luglio scorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato l’attuale propagazione della malattia  come “Emergenza di salute pubblica di interesse internazionale” (PHEIC, Public Health Emergency of International Concern). E’ la quinta volta che l’OMS emette un’emergenza di tale gravità. Le precedenti quattro PHEIC erano realitive all’influenza suina del 2009, alla polio nel 2014, all’epidemia di ebola in Africa occidentale nel 2014 e a quella da Zika virus nel 2016.

Felix Tshisekedi, presidente del Congo-K

Lunedì il segretario generale dell’ONU si recherà a Kinshasa, la capitale del Congo-K, dove incontrerà esponenti dell’opposizione e il presidente Félix Tshisekedi, che, dopo sette mesi dalla sua investitura ha finalmente annunciato la formazione di un governo di coalizione. Il partito del presidente uscente, Jospeh Kabila, Front Commun pour le Congo (FCC) è riuscito a mantenere la maggioranza in Parlamento e nelle 26 province del Paese; in base all’accordo tra FCC e CAP pour le Changement –  alleanza di due partiti Union pour la Démocratie e Progrès Social (UDPS) e Union pour la Nation Congolaise (UNC) – il nuovo esecutivo dovrà comprendere 65 membri: 42 appartenenti a FCC e solamente 23 del CAP pour le Changement. Anche il primo ministro, Ilunga Ilunkamba, nominato lo scorso maggio, è un uomo di Kabila.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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Kenya, studentessa accusa il vicepresidente Ruto: “Ha abusato di me e ora sono incinta”

Speciale Per Africa Express
Franco Nofori
1° settembre 2019

“Ho conosciuto Farouk Kibet, agli inizi dell’anno scorso e un mese fa, lui mi ha presentato al vicepresidente William Ruto, di cui è l’assistente personale”. Così comincia la narrazione di Monica Muthoni, studentessa ventunenne in frequenza presso l’Università di Nairobi nella facoltà di psicologia. La giovane narra l’avventura in cui sarebbe stata suo malgrado coinvolta il 26 luglio scorso, al semisconosciuto giornale online Hivipunde ed è quantomeno strano che nessuna delle testate più importanti del Paese abbia ripreso la notizia. “Ci siamo incontrati presso il Muthaiga Golf Club di Nairobi – continua Monica – e da lì ci siamo poi trasferiti da qualche parte a Karen, dove, senza il mio consenso, mi è stata tolta la verginità rendendomi gravida”. Un’altra pesantissima tegola per il già ampiamente discusso vicepresidente del Kenya.

La ventunenne studentessa Monica Muthoni che sarebbe stata abusata sessualmente da William Ruto e dal suo assistente

L’accusa avanzata dalla studentessa è indubbiamente grave perché, stando a quanto dichiarato, lei non sarebbe stata consenziente al rapporto e (se questo fosse confermato) si tratterebbe quindi di un caso di stupro. “Non sono mai stata con altri uomini all’infuori di Ruto e di Farouk – aggiunge ancora la ragazza – quindi il responsabile della mia gravidanza non può che essere uno di loro”. Certo che, se l’ipotesi di violenza può sollevare qualche perplessità, resta il fatto – qualora la gestazione fosse portata a termine – che l’individuazione del padre del nascituro potrebbe essere facilmente accertata. L’articolo di Hivipunde è comunque vago e ben poco circostanziato, al punto da legittimare qualche dubbio sulla sua autenticità, ma è del resto possibile che una giovane studentessa rischi di essere accusata di diffamazione ai danni di un un’alta personalità governativa, per essersi inventata di sana pianta l’intera storia?

Farouk Kibet, consigliere, confidente e assistente speciale del vicepresidente William Ruto

Ma chi è Farouk Kibet, il sensale che – secondo quanto riferisce Monica – avrebbe organizzato il piccante incontro a tre con William Ruto? Le biografie su di lui scarseggiano e il poco che lo riguarda è alquanto laconico, ciò nonostante, la sua figura è dipinta con tratti piuttosto sinistri. Farouk è definito come la permanente ombra di Ruto. Lo accompagna ovunque e pur non essendo detentore d’incarichi politici, è indubbiamente l’uomo su cui il vicepresidente ripone totale fiducia. E’ il suo confidente e il suo attento orecchio. Nel procedimento dell’ICC, il Tribunale Penale Internazionale, aperto contro William Ruto e Uhuru Kenyatta, si trovò coinvolto anche lui e fu accusato di aver “gestito” le testimonianze in favore di Ruto, attuando, nello stesso tempo, azioni “dissuasive” contro i testimoni a suo carico. Il procedimento, come si sa, approdò poi a nulla e tutti gli accusati furono prosciolti.

Joan Munene l’altra studentessa ventiquattrenne che denuncia di essere gravida a opera di Ruto

Ma a offuscare la sublime immagine di William Ruto, che lo vorrebbe per eccellenza un God fearing man, (uomo timorato di Dio) e uno dei più fulgidi esempi di marito devoto e fedele, non c’è solo l’accusa di Monica Muthoni, c’è anche quella di un’altra studentessa; la ventiquattrenne Joan Munene che, nell’aprile scorso, dichiarò di essere incinta del sorprendente homme fatale. “Ci siamo conosciuti agli inizi dell’anno. – riferisce la giovane, anche lei in un’intervista rilasciata a Hivipunde – Come qualsiasi altra ragazza, mi sono sentita lusingata per aver attratto l’interesse del mio gentile e forbito vicepresidente. Ci siamo così frequentati, fino a innamorarci seriamente l’uno dell’altra, ma ora che sono gravida, lui mi ha abbandonata. Ogni settimana devo spendere quasi duemila euro, per i necessari checkup che controllano la gestazione. Sono una semplice studentessa e non me lo posso permettere. Ho cercato il suo aiuto, ma come ha saputo che ero incinta, si è infuriato e mi ha imposto di lasciarlo in pace o mi denuncerà per diffamazione. Sono disperata.”, avrebbe concluso in lacrime.

Il vicepresidente del Kenya William Ruto con la moglie Rachel Chebet

Che un normale checkup in corso di gravidanza ed eseguito in Kenya, debba costare duemila euro, è un po’ difficile da credere, ma la domanda da porsi è un’altra: Monica e Joan, sono davvero state mese incinte da William Ruto o (nel caso di Monica) dal suo guardaspalle? E, se così non fosse, perché dovrebbero correre il rischio di finire in galera una volta che le loro menzogne fossero agevolmente scoperte? Occorre comunque ricordare che solo due anni fa William Ruto si trovò costretto a riconoscere la paternità ad Abby Cherop, concepita undici anni prima come il frutto di una relazione con la madre Chemutai Bett, con cui (benché già sposato con l’attuale moglie) aveva intrattenuto una relazione.

Chemutai Bett, madre di Abby Cherop e William Ruto che ha riconosciuto la paternità della piccola

Tutto questo, oltre alle indubbie qualità di scaltrezza e intuito politico, farebbe conferire al vicepresidente del Kenya, anche il titolo di consumato (anche se un po’ incauto) dongiovanni. E inoltre: come la tranquilla e discreta moglie Rachel Chebet riesce a convivere con la fama di amateur conquistata dal suo autorevole coniuge? Con imbarazzo, vergogna, rassegnazione? Tuttavia, sia Monica Muthoni, sia Joan Munene, sono persone reali; come mai nessun media si è mai occupato di loro? Che fine hanno fatto le loro denunce? Il parto di Joan, stando a quanto da lei dichiarato – e sempre che non intervenga un’interruzione di gravidanza – dovrebbe verificarsi a dicembre. Ruto si farà carico dei suoi doveri di padre?

Franco Nofori
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@FrancoKronos1

Pressioni italiane: niente diritto di cauzione in galera i presunti rapitori di Silvia

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Speciale per Africa ExPress e per Il Fatto Quotidiano
Massimo A. Alberizzi
30 agosto 2019

Tolto il diritto di uscire dal carcere su cauzione per i tre accusati del rapimento di Silvia Romano, Abdulla Gababa Wario, Moses Lwali Chembe e Ibrahim Adhan Omar. Il primo era già dietro le sbarre (si fa per dire: il penitenziario di Malindi è un lager a cielo aperto che dovrebbe fare sciogliere le lingue più incollate).

La proposta di negare il beneficio del deposito di garanzia è stata avanzata durante l’udienza che si è tenuta al tribunale di Malindi ieri, dalla procuratrice Alice Mathangani e dall’investigatore della polizia di Malindi, Peter Muirithi, in ragione della pericolosità dei tre imputati. La sospensione della cauzione è stata temporaneamente accettata. I legali dei due imputati hanno presentato ricorso e così il 2 settembre si terrà un’ulteriore udienza per stabilire se sia corretta la decisione di negare la scarcerazione su deposito. Dovrebbe esserlo perché, tra l’altro, la procuratrice nelle sue richieste è stata ancora più pesante: ha proposto alla giudice, Julie Oseko, di cambiare anche il capo di imputazione per gli accusati, Moses, Gababa e Ibrahim: sequestro di persona per fini di terrorismo. Un’incriminazione per la quale il diritto alla cauzione non è contemplato.

Il documento scovato da Africa ExPress con il quale Juma Selman Lomba, uno sarto di Makongeni, ha pagato la cauzione di 500 mila scellini (4.400 euro) per far uscire dal carcere Ibrahim Adhan Omar. Africa ExPress ha controllato: a Makongeni Juma non lo conosce nessuno

Il 2 settembre si dovrebbero decidere anche le date delle prossime udienze di merito e su quello la giudice Oseko è stata durissima intimando agli avvocati: ”Dovete arrivare con tutti i documenti pronti: voglio fare in fretta. Niente cincischiamenti o perdite di tempo”.

Non è estraneo alla decisione di togliere il diritto alla cauzione il fatto che a pagarla per Ibrahim Adhan Omar sia stato Juma Seleiman Lomba, un oscuro sarto che vive nella foresta a oltre trecento chilometri da Malindi, nel villaggio di Makongeni, distretto di Kwale, nei pressi di Mombasa. Particolari che generano parecchi interrogativi. Per altro anche chi ha pagato la somma dell’equivalente di 26 mila euro per Mose Lwali Chembe sono un sedicente nonno che dichiara di guadagnare 50 euro al mese e un altrettanto sedicente zio da cento euro.

Ma non solo. Non è chiaro perché a Ibrahim, arrestato a Garissa e trovato in possesso di armi da fuoco, che si sospetta siano state usate durante l’azione per rapire Silvia, sia stata chiesta una cauzione di soli 500 mila scellini (più o meno 4.400 euro), mentre a Moses e a Gababa, accusati solo di aver comprato le motociclette a cavallo delle quali quel maledetto 20 novembre il commando  è arrivato a Chakama (il villaggio dove Silvia è stata rapita), sono stati chiesti, appunto, 3 milioni di scellini, cioè 26 mila euro circa.

Particolari che erano già stati segnalati da Africa ExPress e dal Fatto Quotidiano agli inquirenti kenioti per attirarne l’attenzione. Secondo fonti assolutamente attendibili una forte pressione sulle decisioni della Corte di Malindi sono state esercitate anche dalle autorità italiane.

Per altro secondo le indagini sul sequestro di Silvia, coordinate dal sostituto procuratore di Roma, Sergio Colaiocco, quando a metà luglio gli investigatori kenioti sono giunti a Roma per colloqui con i loro colleghi italiani hanno raccontato che probabilmente la ventitreenne milanese è stata portata in Somalia.

Se subito dopo il sequestro questa ipotesi era stata scartata, giacché troppo pericolosa per i sequestratori e per l’ostaggio, e perché le fonti più disparate sentite nell’ex colonia italiana (compresi gli investigatori della missione dell’Unione Africana) avevano negato la presenza della ragazza, ora prendono un minimo di consistenza. Ma è aperta un’altra pista: che Silvia sia stata portata in Tanzania.  Un’ipotesi che è stata avanzata proprio dopo aver analizzato il documento che indica nel sarto di Makongeni, centro molto vicino ai confini con la Tanzania, l’uomo che ha pagato la cauzione per Ibrahim. Per altro uno stringer del Fatto Quotidiano e di Africa ExPress si è recato sul posto a cercare il signor Juma Selman Lomba: in quel villaggio di poche anime, nessuno lo conosce!

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

Silvia Romano, fra processi e silenzi: “La gente è all’oscuro di ciò che sta avvenendo”

Cominciato il processo per il rapimento di Silvia Romano: due kenioti alla sbarra

Silvia Romano: via al processo, uno degli accusati libero su cauzione di 25 mila euro

Silvia Romano: vertice a Roma con i kenioti che conservano la direzione delle indagini

 

First the chats canceled, then Silvia Romano’s phone disappears

 

Alla ricerca di Adan, il “quarto uomo” che ideò il sequestro di Silvia Romano

Alla ricerca di Adhan, il “quarto uomo” che ideò il sequestro di Silvia Romano

Un imprenditore piemontese accusa: “Il console onorario di Malindi mi ha derubato”

Silvia Romano: troppe domande e troppi depistaggi ma il terrorismo non c’entra

Silvia Romano: dopo l’inchiesta di Africa ExPress sono ripartite le indagini. Aiutateci a continuare

Malindi: domani il processo per il rapimento di Silvia. Le indagini di Africa-ExPress sulle omissioni

Rimandato processo ai rapitori di Silvia: emergono quarto uomo, errori, omissioni