Congo-K: si lotta contro ebola ma anche contro le superstizioni

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 12 maggio 2019

La lotta contro la decima epidemia di ebola, che ha colpito le province di Ituri e Nord-Kivu nella Repubblica Democratica del Congo dal 1°agosto 2018, è sempre più complessa e difficile. Anche se finora sono state vaccinate oltre centomila persone, il virus continua a contagiare la gente .

Secondo l’ultimo bollettino rilasciato ieri, millecentododici persone sono morte a causa della febbre emorragica e ben milleseicentosessantadue sono state infettate dal virus, mentre quattrocentoquarantasei malati sono guariti. Se nei primi sei mesi dalla comparsa dell’epidemia sono morte poco più di cinquecento malati, nell’ultimo trimestre i decessi sono più che raddoppiati.

Operatori sanitari in Congo-K

La rappresentante speciale del segretario dell’ONU nel Congo-K, Leïla Zerrougui, ha chiesto alla popolazione di Butembu nel Nord-Kivu, di collaborare con le équipe mediche per contrastare il virus killer, invece di attaccare gli operatori sanitari. La Zerrougui ha inoltre pregato la gente di ignorare le false voci che con insistenza proclamano l’inesistenza di ebola. E ha aggiunto: “Sono assolutamente infondate e gravi le accuse che qualcuno vi vuole avvelenare e guadagnare con le vostre sofferenze”.
Purtroppo una fetta dei residenti si rifiuta di farsi curare, non accompagna i congiunti nei centri specializzati quando appaiono i primi sintomi della malattia.

Secondo David Miliband, presidente della ONG International Rescue Committee (IRC) si tratta di una sfida senza precedenti per la ex colonia belga e la comunità internazionale. Difficile dargli torto.

Dall’inizio dell’anno ad oggi i centri per il trattamento di ebola hanno subito un centinaio di attacchi: familiari disperati per la malattia o la morte di un congiunto, cercano di bloccare la sepoltura corretta dei cadaveri; in altre occasioni gli ospedali specializzati hanno subito aggressioni da gruppi armati come i maï maï, guerrieri tradizionali, combattenti che si sottopongono a iniziazioni magiche e partecipano a riti esoterici; sono stati molto attivi negli anni ’90. Sono comparsi per le prime volte nelle guerriglie subito dopo l’indipendenza, nel 1960. Da tempo sono ricomparsi e sono responsabili di molti scontri avvenuti in tutto il Kivu. I maï maï dovrebbero proteggere la popolazione, ma di fatto quasi mai è così: razziano, rapinano, violentano.

Anche l’Allied Democratic Forces (ADF), organizzazione islamista terrorista ugandese, operativa anche nel Congo-K dal 1995, è responsabile di sanguinarie incursioni nelle cliniche e di di feroci attacchi alla popolazione civile.

Congolesi in fuga verso l’Uganda

E proprio a causa delle incessanti violenze da parte di gruppi armati, dalla fine di marzo oltre sessantamila persone sono fuggite dall’area di Beni, nel Nord-Kivu, per cercare protezione in Uganda.

Mentre alcuni sono riusciti ad essere registrati come rifugiati nel Paese limitrofo, altri sono stati usati come scudi umani dai gruppi armati, costringendo i rifugiati a attraversare la frontiera in modo illegale. Sono stati esposti a viaggi rischiosi e pericolosi, senza potersi sottoporre ai controlli di routine, compresi quelli sanitari e lo screening per l’ebola. Ora l’Uganda teme che la febbre emorragica possa attraversare il confine.

Cornelia I. Toelgyes
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@cotoelgyes