L’errore fatale di Mugabe? Aver designato la moglie a succedergli

Speciale per Africa ExPress e il Fatto Quotidiano
Massimo A. Alberizzi
7 settembre 2019

Dopo una lunga malattia è morto ieri a Singapore dove era ricoverato, Robert Gabriel Mugabe, ex dittatore dello Zimbabwe, che aveva governato dal 1980, anno dell’indipendenza, fino a due anni fa. Aveva 95 anni e il suo desiderio nascosto – come rivelato da alcune delle persone che erano gli erano più vicine – sarebbe stato quello di restare presidente fino al compimento dei 100 anni per poter conquistare un record che sarebbe rimasto ineguagliato per sempre. Gli è andata male, perché con un colpo di palazzo il suo delfino Emmerson Mnangagwa il 15 novembre 2017 l’ha defenestrato e sostituito.

Ho incontrato Robert Mugabe una sola volta: in gabinetto, durante il vertice Francia-Africa del 2005 a Bamako. Da un lustro il dittatore aveva cominciato la sua politica folle che avrebbe portato lo Zimbabwe alla catastrofe economica e alla fame. Con il mitico producer della CNN, Robert Wiener, entrammo nel bagni del Palazzo dei Congressi di Bamako in Mali (appena costruito dai cinesi e dove le indicazioni erano indecifrabili perché scritte in ideogrammi) e quindi nel gabinetto degli uomini. Lì c’era Mugabe, solo, senza nessuna guardia del corpo, intento a urinare. Lo guardammo bene in faccia, poi, sicuri che fosse lui, sommessamente ma con la dovuta durezza e sincerità gli scandimmo: “Signor presidente, con tutti il nostro rispetto, vorremmo chiederle perché non smette di maltrattare e umiliare così i suoi sudditi”. Colto di sorpresa, evidentemente imbarazzato in piedi e non potendo chiaramente muoversi per evitare di bagnare i pantaloni, rimase attonito dandoci così la possibilità di svicolare tra le guardie del corpo che attendevano fuori dallo stanzone.

Mugabe è stato un misto di ammirazione e di biasimo. Ha iniziato la sua carriera politica come combattente della libertà, venerato e osannato, e via via negli anni si è trasformato in feroce dittatore, biasimato e deplorato, distruttore di uno dei Paesi più prosperi del continente modello in tutta l’Africa.

Aveva studiato in un seminario cattolico e si dichiarava strettamente osservante. Richiamava costantemente la sua gente a rispettare gli obblighi morali, ma dei dieci comandamenti lui stesso ne violava parecchi. Nel nome di Dio condannava le pratiche omosessuali arrivando a sostenere che gay e lesbiche “sono peggio dei cani”. Retaggio probabilmente dell’epoca vittoriana e dei severi costumi che la monarca – che Mugabe ammirava profondamente – aveva imposto.

Poi però la sua severa educazione cattolica non gli aveva impedito di mettere al mondo al di fuori del matrimonio due pargoli assieme alla sua segretaria (che sarebbe poi diventata la sua seconda moglie), Grace Marufu.

Il declino dello Zimbabwe comincia nel 2000, vent’anni dopo l’indipendenza la minoranza bianca, più o meno il 2 per cento della popolazione, è proprietaria di più della metà dei terreni coltivabili. E già dal 1998 Mugabe aveva promesso di ridistribuire le terre ai contadini. Gli accordi con Londra prevedevano anche un aiuto economico britannico. Secondo Tony Blair, il dittatore invece di assegnare le terre a chi le sapeva coltivare le affidò ai suoi amici e sostenitori che non sapevano neppure cosa fosse una zappa. Tolse quindi i contributi e Mugabe cominciò la confisca tout court e l’invasione delle terre dei bianchi da parte dei cosiddetti “veterani”. E fu la catastrofe. La disoccupazione sfiorò l’80 per cento della popolazione e l’inflazione raggiunse l’iperbolica cifra di 230 milioni per cento. La banconota di 10 trilioni di dollari dello Zimbabwe al cambio nero valeva solo 8 dollari americani.

Grace Mugabe quando era ancora First Lady

Mugabe divenne la caricatura della dittatura: vanitoso e capriccioso, circondato dalle folli e spensierate spese della sua seconda moglie, Grace (soprannominata Mrs Gucci), e di altri membri della famiglia, tutti a frequentare le inarrivabili ai più boutique di Londra, Parigi e anche Roma. Che differenza tra il suo compagno di tante battaglie, Nelson Mandela, che nel frattempo gestiva il nuovo Sudafrica, diventato “arcobaleno” dopo l’apartheid.

Nel suo delirio di onnipotenza continuava a ripetere “Lo Zimbabwe è mio. Dio mi ha messo qui e da qui me ne andrò solo quando mi chiamerà a sé”. Ma quando nel 2016 era cominciata a circolare la voce che voleva nominare a succedergli la vanitosa moglie Grace, gli si sono ribellati tutti e l’anno dopo è stato spodestato.

Massimo A. Alberizzi
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Da combattente per la libertà a feroce dittatore: morto Robert Mugabe, ex “re” dello Zimbabwe

 

Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi