Da combattente per la libertà a feroce dittatore: morto Robert Mugabe, ex “re” dello Zimbabwe

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 6 settembre 2019

Robert Mugabe è morto questa mattina, venerdì 6 settembre in una clinica a Singapore, dove si trovava dallo scorso aprile. Lo ha reso noto questa mattina sul suo account twitter il suo successore e attuale presidente dello Zimbabwe, Emmerson Mnangagwa.

Mugabe nasce il 21 febbraio a Kutama, ad un’ottantina di chilometri da Harare, nella ex Rhodesia meridionale, allora una colonia britannica. Ha solamente 10 anni quando il padre abbandona la famiglia. Il piccolo Robert frequenta una scuola in una missione cattolica e in seguito un coleggio a Kutama, con l’obiettivo di diventare un giorno insegnante.

Robert Mugabe, ex presidente dello Zimbabwe
Robert Mugabe, ex presidente dello Zimbabwe

In seguito, grazie a una borsa di studio si trasferisce a Fort Hare, in Sudafrica, per studiare inglese e storia. Fa la conoscenza di diverse personalità del nazionalismo africano, tra loro anche Julius Nyerere, padre fondatore e presidente della Tanzania dal 1964 fino al 1985.

Terminati gli studi, insegna in Ghana, il primo Paese africano ad aver ottenuto l’indipendenza dal dominio coloniale della Gran Bretagna nel 1957. Una tappa importante, perchè per la prima volta respira un’aria nuova, i neri africani hanno riscoperto la libertà e la loro indipendenza. Lì incontra anche Sally, la sua futura moglie, confidente e consigliera.

Di ritorno a casa, viene arrestato con l’accusa di associazione sovversiva. Come Mandela, durante gli anni di prigionia perfeziona l’istruzione dei suoi compagni di lotta, tra loro anche Emmerson Mnangagwa, l’attuale presidente. Durante la sua detenzione muore suo figlio Nhamo di appena tre anni; il regime di Ian Smith vieta a Mugabe di partecipare ai funerali del piccolo, fatto che lo ferisce profondamente.

Finalmente liberato nel 1974, l’ex presidente va in Mozambico come leader del braccio armato del movimento Unione Nazionale Africana di Zimbabwe – Fronte Patriottico (ZANU-PF). Dalla retroguardia conduce la guerriglia contro il potere dei bianchi. La guerra civile, durante la quale hanno perso la vita almeno 30.000 persone, termina nel 1979 con gli accordi di Lancaster House, Londra. Nel 1980 si svolgono le prime elezioni legislative, vinte a grande maggioranza da ZANU-PF. Il 18 aprile dello sesso anno Mugabe viene “incoronato” primo ministro del nuovo Stato diventato indipendente, l’attuale Zimbabwe.

Robert Mugabe e la moglie Grace
Robert Mugabe e la moglie Grace

Gli accordi siglati con l’ex colonizzatore concedono comunque ancora parecchi privilegi ai bianchi, che mantengono un quinto dei seggi in parlamento (20 su 100). Il primo discorso di Mugabe dopo la sua elezione è improntato sulla riconciliazione e riappacificazione. In seguito nomina persino due ministri bianchi e riabilita il direttore dei servizi segreti.

Il nuovo primo ministro presenta immediatamente nuovi progetti, volti a migliorare la vita della popolazione. Ma la prima riforma agraria è un pieno fallimento. Le terre espropriate ai bianchi vengono affidate ai suoi fedelissimi, che però non hanno né capacità e né conoscenze per poterle coltivare con profitto. L’agricoltura, pilastro dell’economia dello Zimbabwe, crolla a pico riducendo la popolazione nella miseria più totale.

Nel 1987 ZANU-PF e PF-ZAPU si fondano, dando vita a un unico partito, Unione Nazionale Africana dello Zimbabwe – Fronte Patriottico (ZANU-FP), e Mugabe ne diventa il leader indiscusso. Nel dicembre dello stesso anno viene eletto presidente e instaura un regime autoritario. I bianchi perdono tutti i loro privilegi e quelle poche terre ancora in loro possesso e cominciano a fuggire in massa dal Paese. In questo contesto viene rieletto due volte: nel 1990 e nel 1996.

Con il passare degli anni il potere del presidente viene messo in discussione persino dal partito stesso e la situazione economica del Paese continua il suo declino. Nel 2002 riesce a vincere ugualmente le presidenziali, anche se fortemente contestate per brogli. La comunità internazionale reagisce, escludendo lo Zimbabwe persino dal Commonwealth (organizzazione intergovernativa di 53 Stati membri indipendenti, tutti accomunati, eccetto il Mozambico e il Ruanda, da un passato storico di appartenenza all’impero britannico, del quale il Commonwealth è una sorta di sviluppo su base volontaria).

Nel 2008 si svolgono nuove elezioni e Morgan Tsvangirai di Movimento per il Cambiamento Democratico (MDC) arriva in testa al primo turno, ma il regime opprime violentemente l’opposizione. Tsvangirai rinuncia al ballottaggio, e ciò permette alla vecchia volpe di mantenere il potere.

La crisi economica del Paese peggiora di giorno in giorno, sprofondando in miseria e povertà dalla quale non riesce a sollevarsi. Ma Mugabe e la sua nuova moglie Grace, continuano a vivere nel lusso più sfrenato, mentre gran parte della popolazione con fatica mette sul tavolo un pasto al giorno.

Nel 2009 il presidente, messo sotto pressione dalla comunità internazionale, è costretto a cedere almeno una parte del suo strapotere e Tsvangirai diventa primo ministro di un governo di unione nazionale, ma all’interno dell’esecutivo le tensioni restano sempre forti e nel 2013 si ritorna alle urne. Anche stavolta Mugabe riesce a mantenere il potere, malgrado i brogli denunciati a gran voce da Tsvangirai.

Emmerson Mnangagwa, confermato presidente dello Zimbabwe
Emmerson Mnangagwa, presidente dello Zimbabwe

Mugabe, sempre più attaccato alla poltrona e al potere, cerca di spianare la strada alla moglie Grace affinchè possa diventare presidente del Paese. E il 7 novembre 2017 silura Mnangagwa, suo vice e potenziale successore e al suo posto nomina la coniuge. Nella notte tra il 14 e il 15 novembre l’esercito dispone gli arresti domiciliare all’anziano leader e ai suoi familiari. Mentre si procede all’immediato arresto del ministro dell’Economia, Ignatius Chombo.  Anche il partito volta le spalle al suo fondatore e lo solleva dal proprio incarico. Il 21 novembre 2017 Mugabe ormai novantatrenne e dopo essere stato protagonista assoluto delle politica del suo Paese, esce di scena dalla porta posteriore dopo aver firmato di proprio pugna la lettera di rinuncia all’incarico presidenziale. Dittatore per gli uni, per altri africani resta comunque ancora oggi l’eroe dell’indipendenza.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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