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Zimbabwe: l’ex granaio dell’Africa sprofonda in una grave crisi alimentare

Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
6 dicembre 2019

Lo Zimbabwe è sconvolto da una grave carestia. L’ex granaio dell’Africa, flagellato da catastrofi naturali, inflazione, povertà, disoccupazione e sanzioni economiche rischia la più grave crisi alimentare della sua storia: il 60 per cento della popolazione è minacciata da insicurezza alimentare.

Hilal Elver, relatore speciale per l’alimentazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite ha recentemente visitato il Paese in lungo e in largo. Donne e bambini sono i più vulnerabili. Il 90 per cento dei piccoli tra sei mesi e due anni non consumano sufficientemente cibo. Gran parte delle famiglie riesce a mala pena mettere in tavola un solo pasto al giorno.

Crisi alimentare in Zimbabwe

La malnutrizione è ormai endemica in tutto il Paese, sia nelle zone rurali che in quelle urbane. Nonne, madri, zie sono disperate, non sanno più cosa dare da mangiare a nipoti e figli. Anche se nei supermercati il cibo non manca, i più non sono in grado di acquistarlo. L’inflazione che si avvicina al 490 per cento, è una delle cause di questa grave crisi alimentare e ha messo in ginocchio gran parte della popolazione. Se si aggiunge anche la corruzione generalizzata e le restrizioni economiche il quadro è presto fatto.

La Elver ha chiesto interventi immediati al governo, che deve rispettare, proteggere e adempiere al proprio dovere per quanto concerne i diritti umani e a livello internazionale affinchè vengano revocate le sanzioni economiche, imposte nel 2002 per violazioni dei diritti umani e i sequestri di fattorie di proprietà di cittadini bianchi da parte dell’amministrazione dell’ex presidente Robert Mugabe.

L’anziano leader, deceduto in una clinica a Singapore lo scorso settembre all’età di 95 anni, dopo essere stato protagonista assoluto della politica del suo Paese, è uscito di scena dalla porta posteriore il 21 novembre 2017, dopo aver firmato di proprio pugno la lettera di rinuncia all’incarico presidenziale.  Ha lasciato il suo Paese sul lastrico, spolpato dalla corruzione, distrutto da sentimenti di vendetta e rabbia. Un ex combattente per la libertà che si è trasformato in feroce dittatore e di conseguenza non ha saputo trasformarsi da guerrigliero in statista. Cosa invece che ha reso grande Nelson Mandela.

Il suo nome è ritornato alla ribalta in questi giorni, perché gli eredi non riescono a trovare il suo testamento. La figlia di Mugabe, Bona Chikore, ha detto che il padre avrebbe lasciato un patrimonio di oltre 10 milioni di dollari e diverse proprietà immobiliari, ma finora non si sa chi saranno i beneficiari dei suoi beni. Bona ha sottomesso il caso alla Corte suprema del Paese.

Robert Mugabe si è dimesso per evitare l'impeachment
Robert Mugabe ex presidente dello Zimbabwe

Per i suoi 14 milioni di abitanti la vita quotidiana è una lotta continua: penuria d’acqua, carburante, medicinali, denaro contante e un sistema sanitario – una volta fiore all’occhiello del Paese – allo sfacelo. L’ambasciatore degli Stati Uniti accreditato a Harare, Brian Nichols, ha fortemente criticato suoi social network la gestione catastrofica del Paese. “60 milioni di dollari di fondi pubblici sono spariti nel nulla e nessuno è tenuto responsabile di questo ammanco” ha aggiunto Nichols.

Ovviamente il ministro degli Esteri zimbabwiano, Sibusiso Moyo, non ha gradito tale critica e ha apostrofato il diplomatico come un membro dell’opposizione che insulta il governo.

Nel frattempo i medici continuano a scioperare. Chiedono che i loro salari vengano adeguati al tasso d’inflazione. Molti ospedali sono paralizzati, completamente vuoti, perchè non c’è nessuno che possa assistere i pazienti all’infuori dei pochi medici militari precettati nelle strutture pubbliche. Sono stati licenziati dal governo 448 sanitari, ma una Corte ha ordinato il loro immediato reintegro.

Anche il personale paramedico aveva partecipato alla lotta insieme ai dottori. Ma molti si presentano solo due volte alla settimana per l’elevato costo dei trasporti. Un’infermiera ha riferito che per recarsi al lavoro con un mezzo pubblico spende la metà del suo stipendio.

Ovviamente lo sciopero a oltranza dei medici pubblici non riguarda solamente lo stipendio. Nel Paese i farmaci sono quasi introvabili. E tra i professionisti molti hanno descritto lo stato delle strutture sanitarie governative come “trappole mortali”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Zimbabwe: sanità allo sbando, licenziati in tronco oltre quindicimila infermieri

Zimbabwe, salari svalutati oltre il 90 per cento: medici e 230mila statali in sciopero

Emergenza siccità in Africa australe: morti 300 elefanti, 600 saranno trasferiti

 

 

 

 

 

Uccisi 20 jihadisti durante attacco a caserme in Burkina Faso

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 5 dicembre 2019

Dopo la strage di domenica scorsa contro una chiesa protestante che ha causato 14 morti, i jihadisti continuano ad attaccare in Burkina Faso.

Due assalti sono stati registrati nella notte tra lunedì 2 e martedì 3 dicembre. Nel distretto militare di Bahn, nella provincia di Loroum, a Nord, sono stati uccisi tre soldati. Tra i jihadisti si contano 20 morti. Fonti dell’Agenzia France Press (AFP) riferiscono di un assalto nel distretto di Toeni, provincia di Sourou, a nord-ovest, con quattro feriti.

Nella mappa i luoghi degli attentati jihadisti del 1° dicembre e nella notte tra il 2 e 3 dicembre 2019
Nella mappa i luoghi degli attentati jihadisti del 1° dicembre a minoranze cristiane  e nella notte tra il 2 e 3 dicembre 2019 a distretti militari (Courtesy GoogleMaps)

Una crisi umanitaria

Con i gruppi jihadisti che si finanziano con traffici di droga e contrabbando di sigarette e petrolio la situazione del Paese sembra fuori controllo. Secondo l’UNHCR è in corso una crisi umanitaria che colpirebbe 1,5 milioni di abitanti.

Per il momento nemmeno 200 uomini delle Forze speciali francesi presenti a Kamboinsini, alla periferia di Ouagadougou, riescono a fermare il terrorismo jihadista. Nonostante il supporto di 4.500 militari francesi della missione Barkhane, operativa in tutto il Sahel.

Luca ed Edith

Fino ad oggi, in una situazione complessa come quella del Burkina Faso, purtroppo ancora non si sa nulla sulla sorte di Luca Tacchetto e la sua amica canadese Edith Blais.

Luca Tacchetto ed Edith Blais
Il giovane architetto padovano Luca Tacchetti e la sua amica canadese Edith Blais

Luca, architetto, era partito da Vigonza, in Veneto con l’auto, per recarsi in Togo. Era andato per aiutare nella costruzione di un villaggio per la popolazione locale. Le loro tracce si sono perse il 15 dicembre 2018, a Bobo-Dioulasso, in Burkina Faso.

Le indagini di Africa Express

Africa Express dal mese di giugno ha iniziato una raccolta fondi per indagare sul rapimento di Silvia Romano in Kenya nel novembre 2018.  Intende continuare  le indagini su Silvia ma anche sulla scomparsa di Luca ed Edith in Burkina Faso. Vuole anche iniziare le indagini sul rapimento di Pierluigi Maccalli, sacerdote cattolico rapito a settembre 2018 in Niger, al confine con il Burkina Faso.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Silvia Romano, Africa ExPress lancia una raccolta fondi per indagare

 

 

Sequestri, attentati e attacchi jihadisti: si dimette l’intero governo del Burkina Faso

Niger: pronta missione italiana. I rapitori di Rossella Urru: “Abbiamo ucciso 4 marines”

Cinque gruppi jihadisti attivi nel Sahel si sono riuniti sotto la guida di un capo tuareg

Comore: 3,9 miliardi per il dittatore alla conferenza di Parigi, la diaspora insorge

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
4 dicembre 2019

Azali Assoumani, dittatore della Repubblica Federale islamica delle isole delle Comore, è arrivato a Parigi con una folta delegazione di ministri per sensibilizzare finanziatori pubblici e privati durante la “Conferenza partenariato per lo sviluppo delle Comore” che si è svolta il 2-3 dicembre nella capitale francese.

Importanti finanziatori internazionali e privati si sono impegnati a investire 3,9 miliardi di euro in progetti di sviluppo nelle Comore, uno dei Paese tra i più poveri del mondo. L’attuale economia si basa sull’esportazione di chiodi di garofano, vaniglia e qualche altra spezia profumata. Nell’arcipelago si sopravvive grazie alle rimesse di parenti e amici che lavorano in Francia o in Mozambico.

Comore

Lo Stato insulare che si trova nell’estremità settentrionale del Canale del Mozambico, nell’Oceano Indiano, è composto da tre isole che hanno ottenuto l’indipendenza dalla Francia nel 1975. La quarta isola, Mayotte, ha sempre rifiutato di far parte della Repubblica Federale Islamica ed è rimasta fedele alla Francia, cioè territorio d’oltremare, e quindi Unione Europea.

I partenariati bilaterali (Marocco e Emirati Arabi Uniti) e multilaterali (Banca mondiale, Banca africana per lo Sviluppo, Banca islamica per lo Sviluppo e altre) hanno promesso un sostegno di 1,44 miliardi di euro, mentre gli attori del settore privato si sono impegnati a investire oltre 2,44 miliardi di euro.

Azali Assoumani, presidente delle Comore

Alla conferenza di Parigi sono stati presentati ben 12 progetti chiave, tra questi diversi nel settore del turismo, sanità, energia e infrastrutture e grazie ai nuovo investimenti, il governo di Moroni auspica di portare il PIL dall’attuale 3 per ceno all’8 per cento entro il 2030.

La diaspora comoriana, Le Front pour la transition et la démocratie (FTD) (Fronte per la transizione e la democrazia)  ha espresso il proprio disappunto contro la presenza del dittatore alla conferenza e il sostegno della Francia a questo regime, che violerebbe i più elementari diritti civili dei propri cittadini e reprimerebbe le libertà individuali e collettive. E Jimmy Adam, rappresentante di FTD di Parigi ha precisato: “La Francia non tiene conto delle aspirazioni del popolo comoriano. Dal 24 marzo (data delle elezioni n.d.r.) l’opposizione e la popolazione non riconoscono Azali come legittimo presidente”. E ha aggiunto: “La diaspora è il più grande finanziatore del Paese, perchè le rimesse dei dissidenti ne rappresentano ben il 20 per cento del PIL ”. FTD è un’organizzazione di lotta contro il dittatore e raggruppa diverse formazioni politiche dell’opposizione e della società civile.

La stabilità politica delle Comore è fragile. Dal giorno dell’indipendenza ad oggi ci sono stati una ventina di tentati colpi di Stato. Il più famoso quello del 1975, poche settimane dopo l’indipendenza. I golpisti, che rovesciarono il presidente Ahmed Abdallah, erano assistiti dai mercenari guidati dal colonnello francese Bob Denard. Dal 1997 al 2001 le isole Mohéli e Anjouan si erano separate dalla Grande Comore, dove si trova anche la capitale Moroni. Solo grazie all’intervento della comunità internazionale e alla promessa di una nuova costituzione che garantisse larga autonomia, le tre isole si sono ricongiunte in una confederazione.

L’attuale leader del Paese, Assoumani è diventato presidente nel 1999 dopo aver condotto un colpo di Stato ai danni dell’allora Presidente Tadjidine Ben Said Massounde, rimanendo al potere fino a gennaio 2002. A maggio dello stesso anno ha vinto le elezioni rimanendo alla guida dello Stato insulare fino al 2006. Dieci anni dopo è riuscito nuovamente a farsi rieleggere.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Comore: le tragedie del mare dimenticate da tutti (50 mila morti dall’indipendenza)

Paradiso Comore: i brogli si fanno prima. Si vota domenica in un clima di terrore

Repressione alle Comore: condannati ai lavori forzati a vita 4 oppositori politici

Eritrean journalist critic of the regime strongly attacked by pro-government thugs in London

Special for Africa ExPress
Martin Plaut
2th December 2019

A pattern of attacks on journalists reporting critically about Eritrea is emerging in London. The latest took place  a week ago – on Tuesday, 29 November 2019. At around 2.30 in the afternoon Amanuel Eyasu, the editor of the popular Eritrean opposition television channel – Assenna TV –  was assaulted by 4 or 5 pro-government thugs outside the Putney Bridge underground station in London.

The attack, which was clearly carefully planned, followed a similar pattern to the incident twelve months earlier, when I was assaulted. The individual who undertook the attack in November 2018 against me was Yacob Gebremedhin. He was convicted of the crime, sentenced to pay £700 and bound over not to contact me. This he has done, but it did not deter Mr Yacob from allegedly carrying out this second assault on Mr Amanuel.

There is little doubt that Mr Yacob was at the centre of this second incident. Not only was he arrested, but a crowdfunding site has already been set up to raise funds for his defence.  This describes Mr Yacob as ‘our brother and hero’ who undertook a ‘legitimate action’ against Amanuel Eyasu.

In both incidents the same modus operandi was deployed. The journalists concerned were contacted by phone and invited to meet an Eritrean who had recently arrived in Britain and had ‘fresh information’ to provide. This is a perfectly normal way in which all those who work in the media receive stories. Any journalist would want to respond, if the source sounded plausible, to see what the source had to offer.

Photograph of the Eri-Blood thugs from some years ago.

In my case I arranged to meet Mr Yacob at a public venue – the British Library. When I arrived at the library he called me and asked that we meet in the courtyard just outside the main entrance – but still in the library complex. I agreed and after greeting him, sat down, as he went to get coffee for both of us. When he emerged with the coffees he bent down, picked up a container, flinging its contents at me while shouting that I was a traitor to Eritrea and in the pay of the CIA. All the while he (and two others) were filming the attack on their phones.

I backed away, contacted the British Library security staff, who called the police and the arrest of Mr Yacob was made. From there it was a simple matter of taking the evidence to court, where he was convicted.

In Amanuel Eyasu’s case much the same pattern was followed. He was called by a woman, who asked him to meet her. Again, exercising caution, Amanuel agreed to meet her in public. This time between four and five men were involved, with a woman looking on. Liquid (milk, eggs and flour) were again thrown at Amanuel, but he managed to grab his assailant’s phone and hang onto Mr Yacob until the police arrived and arrested him. Mr Yacob is due to appear in court later this month.

On the scale of things, having liquid consisting mainly of milk thrown over one, is not the most serious of attacks. Journalists around the world pay with their lives to report from the field. No fewer than 21 journalists were killed so far this year, according to the Committee to Protect Journalists. [https://cpj.org/data/killed/2019/?status=Killed&motiveConfirmed%5B%5D=Confirmed&type%5B%5D=Journalist&start_year=2019&end_year=2019&group_by=location]

It should not be forgotten that a liquid substance was used in the murder of Sergei and Yulia Skripal in March 2018 in the quiet British town of Salisbury. [https://en.wikipedia.org/wiki/Poisoning_of_Sergei_and_Yulia_Skripal] No-one can be sure what a liquid contains.

The attack on Amanuel Eyasu is part of a pattern of violence and intimidation that the Eritrean regime has carried out against members of the Eritrean diaspora. Some have been threatened by thugs describing themselves as “Eri-Blood”; others have been warned that their families in Eritrea will suffer if they continue to speak out. The Eritrean regime, under President Isaias Afwerki is among the most repressive in the world. Now it appears to be seeking fresh means of silencing its critics abroad.

Martin Plaut
Martin Plaut is an ex-BBC Africa corespondent and a fellow at Commonwealth Institute

Namibia: i giornalisti svelano dirompente corruzione, ma il presidente uscente vince elezioni

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 1° dicembre 2019

Hage Geingob è stato riconfermato presidente della Namibia con il 56,3 per cento delle preferenze. Lo ha reso noto ieri la Commissione Elettorale della Namibia (ECN).

Geingob è riuscito a sopravvivere allo scandalo di corruzione, alla recessione economica e alla frattura all’interno dello SWAPO (acronimo per: Organizzazione del Popolo dell’Africa del Sud-Ovest), il partito al potere dal 1990, da quando ha ottenuto l’indipendenza dal Sudafrica.

Certo, il presidente non ha ottenuto i risultati strabilianti del 2014, quando aveva raggiunto l’86 per cento, ma ci si aspettava una sua rielezione. Panduleni Itula, dissidente di SWAPO, si è fermato al 30 per cento, mentre McHenry Venaani, leader del partito all’opposizione, Movimento Democratico Popolare (PDM) ha raccolto solamente il 5,3.

Secondo Geingob, le elezioni si sarebbero svolte in modo regolare, ma Itula e Bernadus Swartbooi  capo del nuovo partito all’opposizione Landless People’s Movement (LPM) (Partito dei senza Terra, n.d.r.) hanno denunciato brogli elettorali. Il sessantaduenne ex dentista Swartbooi che, senza mezzi termini ha accusati il presidente di aver svenduto il Paese, ha vinto nella capitale Windhoek. E’ stato votato sopratutto dai giovani.

BASSA DENSITA’ DI POPOLAZIONE

Pur essendo un Paese che si espande su una superficie molto vasta – si colloca al secondo posto (dopo la Mongolia) fra le nazioni sovrane al mondo con minore densità di popolazione (3,3 abitanti/km²), la Namibia conta poco più di 2,5 milioni di abitanti. Gli aventi diritto al voto sono stati 1.358.468; la partecipazione alle elezioni presidenziali, secondo ECN, è stata del 60,8 per cento. In queste elezioni non è solo retrocesso in modo significativo il presidente; le elezioni generali hanno penalizzato anche SWAPO, il partito al potere che si è aggiudicato solamente il 65 per cento dei seggi in Parlamento, nel 2014 ne aveva conquistati l’80 per cento.

La Namibia è ricchissima di diamanti, che vengono estratti dalla NAMDEB Diamond Corp., una joint-venture tra il governo, l’Anglo American Plc (AAL) e la De Beers, la più grande compagnia di diamanti al mondo. E’ il quinto produttore di uranio. Ha molte miniere di zinco e oro, ma la caduta dei prezzi delle materie prime ha frenato severamente la crescita del Paese da ben due anni e Bank of Namibia prevede un terzo anno di forte recessione.

Qualche mese fa il Paese è stato inoltre colpito da grave siccità in diverse aree, con un impatto su una popolazione di 500mila persone, praticamente un quarto degli abitanti.

 

CORRUZIONE GALOPPANTE

La “disfatta” di SWAPO è dovuta sopratutto alla galoppante corruzione, che ha coinvolto personaggi vicino a Geingob. L’equipe investigativa dell’emittente Al Jazeera è riuscita a filmare e registrare discutibili personaggi come l’ex ministro delle Risorse marine e Pesca, Bernhard Esau, nonchè l’avvocato personale del presidente, Sisa Namandje. I giornalisti dell’emittente con base in Qatar, si sono spacciati per investitori cinesi e per poter entrare nel lucrativo mercato della pesca della Namibia avevano proposto la creazione di una joint-venture con la società namibiana Omualu.

L’ormai ex ministro Esau aveva chiesto una “donazione” di 200mila dollari per SWAPO. Durante le trattative Esau, che ha pure accettato un Iphone dai giornalisti di al Jazeera, è stato filmato dall’equipe. Il denaro sarebbe dovuto essere versato su un conto fiduciario intestato a Sisa Namandje, che è stato l’avvocato personale di tutti i presidenti della Namibia da quando ha ottenuto l’indipendenza nel 1990. Namandje è stato anche presidente di seggio per le elezioni interne di SWAPO. Il ministro ha intimato “gli investitori cinesi” di non fare parola con nessuno, ci sarebbero potuto essere gravi conseguenze per loro.

Per ottenere quote della società Omualu, gli “investitori cinesi” avrebbero dovuto pagare 500mila dollari; è stato chiesto di condividere il 20 per cento della joint-venture con Mike Nghipunya, amministratore delegato della compagnia di Stato Fishcor.

L’inchiesta di al Jazeera, ampiamente documentata con filmati, memorandum, e-mail e quant’altro, è stata pubblicata due settimane fa da WikiLeaks. Nello scandalo è implicato anche Sacky Shanghala, ormai ex ministro della Giustizia. Entrambi hanno rassegnato le dimissioni dopo la pubblicazione dei documenti.

Il giorno prima delle elezioni generali, i due ex ministri, implicati nello scandalo di corruzione sono stati arrestati assieme ad altri personaggi di spicco. Malgrado questi fatti gravissimi, il presidente è riuscito a farsi eleggere per un secondo mandato.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Berlino restituisce la croce di pietra di Cape Cross alla Namibia

Siccità in Namibia, stato di emergenza. Colpite 500mila persone

Zambia: l’amore costa 15 anni di galera a due gay

Africa Express
1° Dicembre 2019

Lo Zambia ha condannato due omosessuali a 15 anni di galera. Il Paese applica una legislazione ultra-conservativa e repressiva nei confronti di gay e lesbiche come succede in molti altri Stati del continente africano ex colonia britanniche ancora legate alle leggi bacchettone care ala regine Vittoria.

Un anno fa, Steven Samba et Japhet Chataba sono stati ritenuti colpevoli di aver commesso “atti contro natura”, grazie alla testimonianza di un impiegato di un albergo di Kapiri Mposhi, una cittadina al centro del Paese. Il dipendente del piccolo hotel ha affermato di averli visto da una finestra mentre consumavano un atto sessuale.

Persecuzione degli omosessuali in Tanzania
Persecuzione degli omosessuali in Zambia

Samba e Chataba hanno fatto ricorso alla sentenza del Tribunale di Kbawe (città nella Provincia centrale); giovedì scorso però la dura condanna è stata riconfermata.

Brebner Changala, attivista zambiano per i diritti umani, ha protestato contro tale sentenza: “E’ un atto barbarico rinchiudere due persone solo perchè non hanno rispettato una norma sociale, mentre altri, che chiamiamo politici, commettono crimini distruggendo il Paese, circolano liberamente”.

Daniel Foote, ambasciatore USA in Zambia

Daniel Foote, ambasciatore statunitense in Zambia, ha criticato duramente le autorità, e senza mezzi termini ha detto che nel Paese si applicano due pesi e due misure per giudicare i crimini. Nel suo comunicato ha aggiunto: “Personalmente sono inorridito. Non c’è stata alcuna violenza, i due uomini hanno avuto un rapporto consensuale. Ai funzionari governativi è concesso di rubare milioni di dollari di fondi pubblici senza essere mai processati, quando i politici picchiano i cittadini perchè osano esprimere solamente la propria opinione, nessuno dice nulla”.

Il diplomatico di Washington non è davvero andato per il sottile. Ha accusato il governo di non proteggere le minoranze, le persone affette da albinismo, i disabili, gay, lesbiche, transgender, transessuali, persone di altre etnie o oppositori politici. E ritiene che con questa sentenza lo Zambia ha dimostrato di non garantire i diritti umani e ciò potrebbe comportare severe conseguenze a livello internazionale.

Africa ExPress
@africexp

Omosessuali ancora nel mirino della polizia in Uganda: pronto l’ergastolo

Troppi debiti con tutto il mondo, lo Zambia rischia il collasso

Lesotho: rissa tra onorevoli e l’aula del parlamento si trasforma in un ring

Africa ExPress
30 novembre 2019

 I parlamentari del Regno di Lesotho – il piccolo Paese è una enclave del Sudafrica, collocato in mezzo al sistema montuoso dei Drakensberg, la principale catena montuosa dell’Africa meridionale – sono venuti alle mani questa settimana.

La rissa è scoppiata nella Camera Alta del Parlamento durante una discussione sulla controversa regolamentazione della vendita della lana a una società cinese. La piccola nazione conta oltre 30mila allevatori ed è il quinto produttore al mondo di mohair.

Rissa tra i parlamentari nel Lesotho

Gli onorevoli, vestiti di tutto punto in giacca e cravatta, hanno iniziato a darsele di santa ragione e sono  volati documenti, scartoffie e persino pannelli di legno. Nell’aula, trasformatasi in un vero e proprio ring, un onorevole e Litsoane Litsoane, ministro dell’Agricoltura, sono rimasti leggermente feriti.

La normativa, adottata lo scorso anno, costringe gli allevatori a intrattenere scambi commerciali esclusivamente con un broker, che molto probabilmente non si attiene ai prezzi di mercato, nemmeno per quanto riguarda la pregiata lana della capra d’Angora, dalla quale si ricava il pregiato mohair.

Lo scorso giugno i pastori avevano protestato davanti al Parlamento di Maseri e molti onorevoli, politici di spicco sia del partito al potere che quelli dell’opposizione e persino il fratello del re si erano uniti alla loro protesta. Allora il governo aveva sospeso  l’accordo esclusivo per tre mesi, permettendo così agli allevatori di vendere la propria merce a livello internazionale e non solamente ai cinesi.

Ma ora l’Assemblea nazionale si trova punto e daccapo. In questi giorni sarebbe dovuto essere approvata una nuova normativa per abrogare ufficialmente quella precedente, ma il testo non era pronto. E’ a questo punto è nata la baruffa. Diversi deputati hanno iniziato a protestare, come Serialong Qoo, un esponente dell’opposizione che ha urlato: “Mentre il governo si rifiuta di preparare la nuova legge, i poveri allevatori continuano a soffrire”.

Allevatori del Lesotho

Il regno del Lesotho (che in bantu significa: il popolo che parla la lingua sothu), è una monarchia parlamentare. I rapporti tra il re Letsie III, i partiti e l’esercito sono fragili, ma stabili. Il Paese conta poco più di due milioni di abitanti e il 40 per cento della popolazione vive con meno di 1,25 dollari al giorno. La maggior parte è cristiana, il 15 per cento animista, mentre solo il 5 per cento è musulmana. Economicamente è uno dei Paesi meno sviluppati al mondo; la sua economia dipende quasi esclusivamente dal Sudafrica.

Il tasso di propagazione del virus HIV è uno tra i più alti del mondo: un abitante su tre (compresi donne e bambini) ne è affetto.

Africa ExPress
@africexp

Lesotho: gli allevatori di capre rifiutano l’obbligo di vendere il mohair ai cinesi

Benin mette alla porta il rappresentante diplomatico dell’Unione Europea

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
29 novembre 2019

Senza mezzi termini il governo del Benin ha messo alla porta il rappresentante diplomatico dell’Unione Europea accreditato nella ex colonia francese e ha dichiarato Oliver Nette, cittadino tedesco, come persona non grata. Nette dovrà lasciare Cotonou entro il 1° dicembre 2019 e questo malgrado i generosi finanziamenti che l’UE ha sempre elargito al Paese.

Il 20 novembre 2019 le autorità beninesi hanno notificato la loro decisione a Bruxelles, solo in un secondo momento hanno spedito una nota ufficiale al diplomatico. E oggi, durante il Consiglio dei ministri, Alain Orounla, capo del dicastero dell’Informazione e delle Poste, ha spiegato che il diplomatico si sarebbe permesso di svolgere attività sovversive che hanno turbato le relazioni con Bruxelles.

Oliver Nette, rappresentante diplomatico dell’UE in Benin

Finora la delegazione dell’UE a Cotonou (capitale economica e sede del governo, mentre, la capitale è Porto Novo) non ha rilasciato dichiarazioni. Secondo alcune indiscrezioni sembra che Nette sia stato in stretto contatto con l’opposizione, che durante le elezioni legislative dello scorso aprile era stata esclusa dalla tornata elettorale. In poche parole, il diplomatico avrebbe messo il naso in affari interni che non gli competono. Un alto funzionario beninese, che ha optato per l’anonimato, ha riferito che Nette avrebbe ripetutamente incitato la società civile all’insurrezione contro il governo; il ministro degli Esteri di Cotonou lo avrebbe richiamato più volte a questo proposito.

Una portavoce di Bruxelles ha confermato che il loro rappresentante diplomatico dovrà lasciare il Paese entro i prossimi giorni e ha precisato che finora le autorità della ex colonia francese non avrebbero dato risposte concrete sull’espulsione del diplomatico e non avrebbe ricevuto alcun documento ufficiale volto a giustificare il provvedimento.

Fino alle legislative della primavera scorsa il Benin era considerato tra le democrazie più stabili del continente africano. Ma dopo la tornata elettorale sono scoppiate le proteste con successive manifestazioni e il Paese sta vivendo una profonda e grave crisi politica.

Patrice Talon, presidente del Benin

Si mormora che Patrice Talon, un ex imprenditore di successo, salito al potere nel 2016, abbia costretto all’esilio più di un oppositore e si teme che il Paese possa trasformarsi in uno Stato repressivo e autoritario. Il mese scorso il presidente ha inaugurato i lavori per un dialogo nazionale per uscire dalla crisi. Peccato che abbia dimenticato di invitare i rappresentanti dei maggiori raggruppamenti politici dell’opposizione.

Dall’indipendenza ottenuta nel 1960 dalla Francia, l’UE nel Paese ha investito oltre 900 milioni di euro, volti a favorire una governance responsabile, incentivare l’agricoltura e supportare la fornitura di energia elettrica.

Da diverso tempo la crescita economica è rallentata, anche perché il presidente nigeriano Muhammadu Buhari ad agosto, senza consultarsi con i suoi omologhi dei Paesi confinanti, per contrastare il sempre crescente contrabbando, ha chiuso le frontiere. Un duro colpo per Benin e Niger, anch’esso colpito dalla drastica misura.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Benin: designato il nuovo sovrano del vodoo e del regno di Dahomey

Benin: designato il nuovo sovrano del vodoo e del regno di Dahomey

Eritrea: secondo attacco di agenti del regime contro giornalista a Londra

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Africa ExPress
28 novembre 2019

I tentacoli del regime eritreo hanno nuovamente preso di mira un giornalista a Londra. Questa volta un gruppo di persone, probabilmente agenti della dittatura di Asmara, hanno tentato di aggredire Amanuel Eyasu, fondatore e editore di un’emittente della diaspora, Assena TV, con base nella capitale britannica.

Amanuel Eyasu, editore di Assena TV

Amanuel ha raccontato di essere stato contattato da una donna che avrebbe chiesto un incontro per passargli alcune informazioni sull’Eritrea. L’appuntamento è stato poi fissato per le 14.30 di martedì scorso a Putney Bridge Station.

Appena raggiunto il luogo convenuto, 4-5 uomini avrebbero circondato Amanuel, tentando di gettargli addosso del liquido, mentre una donna, in disparte fungeva da spettatrice. Fortunatamente la vittima sarebbe riuscita a rientrare all’interno della stazione e sembra che l’aggressione sia stata ripresa da telecamere a circuito chiuso, compresa la rissa scoppiata in seguito. Amanuel ha incassato qualche colpo, ma è riuscito a difendersi da solo.

All’arrivo della polizia, gli assalitori e la donna sono riusciti a scappare, eccetto uno, un certo Jacob Ghebremeohin, che è stato arrestato. Si tratta della stessa persona che nel novembre 2018 aveva già aggredito Martin Plaut, giornalista e editore di Eritrea Hub. La dinamica di martedì è molto simile a quella accaduta un anno fa. Allora Plaut era stato contattato per uno scambio di informazioni sull’Eritrea da Jacob in persona. Anche quella volta aveva gettato del liquido addosso a Plaut, che aveva denunciato il fatto alle forze dell’ordine. In seguito all’aggressione nei confronti di Plaut, Estifanos, ambasciatore eritreo accreditato in Giappone, aveva commentato su twitter: “Plaut camuffa propaganda come notizie da quando il primo ministro etiope Meles ha dichiarato guerra all’Eritrea nel 2008” (la guerra inizia nel 1998 ed è stata l’Eritrea ad aggredire l’Etiopia, come ha sentenziato una Corte internazionale, n.d.r.)

Chi osa criticare Isaias Afewerki e il suo regime è spesso sotto attacco. Gli agenti della dittatura di Asmara sono ovunque, dentro e fuori il Paese. Malgrado la pace siglata oltre un anno fa con l’Etiopia, lo storico arcinemico, nulla è cambiato. Le promesse riforme non sono state mai attuate, anzi, la scure di Isaias e dei suoi fedelissimi continua a colpire il popolo. Basti pensare alla chiusura delle scuole cattoliche e al sequestro di tutte le cliniche e presidi medici della Chiesa, fatti avvenuti solo pochi mesi fa.

Il tanto sospirato trattato di pace con Addis Ababa non ha frenato le continue violazioni dei diritti umani nel Paese rivierasco, come ha sottolineato anche l’inviata speciale delle Nazioni Unite per l’Eritrea, Daniela Kravetz, nel rapporto presentato lo scorso giugno al Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU.

Anche il sito dell’osservatorio cristiano, World Watch Monitor, ha rilevato oppressioni nei confronti di cristiani. Secondo WWM da giugno a agosto il regime eritreo ha arrestato 150 cristiani, tra loro anche donne e bambini e cinque monaci ortodossi del monastero di Bizen, la comunità di religiosi che si era ribellata contro l’interferenza del governo nell’ambito religioso.

I giovani continuano a lasciare il Paese, tentando la fuga verso l’Etiopia, malgrado la chiusura della frontiera. In base a un recente rapporto dell’UNHCR, 300 persone cercano di raggiungere giornalmente la libertà attraverso sentieri nascosti e pericolosi per non essere intercettati dalle guardie di confine. Il servizio civile obbligatorio senza fine e l’oppressione sono tra le maggiori cause che spingono gli eritrei a lasciare le proprie radici. I più restano in Etiopia, in attesa di trovare un lavoro, altri continuano il viaggio verso la Libia, con la speranza di poter raggiungere le coste italiane, la porta d’entrata per l’Europa. E così il Paese continua a svuotarsi.

Africa ExPress
@africexp

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Egitto, 4 giornalisti arrestati e rilasciati. Avevano scritto (male) sul figlio del presidente

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sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 27 novembre 2019

Altro giro di vite del presidente, Abdel Fattah al-Sisi, contro la stampa libera in Egitto. Questa volta è toccato ai giornalisti della testata indipendente Mada Masr. Sabato scorso, nelle prime ore della mattina era stato arrestato il reporter Shady Zalat.

Quattro agenti in borghese avevano suonato nell’appartamento dove il giornalista vive con la moglie e la figlia. Senza identificarsi hanno sequestrato il suo laptop e quello della moglie, i loro cellulari e documenti di lavoro. Shady era stato portato via fornendo alla moglie indicazioni sbagliate sul luogo di destinazione del prigioniero.

Una foto del giornalista Shady Zalat, pubblicata da Maga Masr
Shady Zalat, uno dei giornalisti arrestati, pubblicata da Mada Masr

Con il suo arresto si era temuto il peggio. Al punto che Hassan al-Azhari, avvocato di Mada Masr aveva detto: “Consideriamo Shady Zalat scomparso”. Nessuno sapeva dove fosse stato portato e si temeva che fosse finito nel buco nero nel quale era passato Giulio Regeni.

Mentre i colleghi di Zalat si preoccupavano per la sua incolumità, domenica le forze di sicurezza sono entrate nella redazione di Mada Masr. Nove agenti di sicurezza in borghese, hanno fatto irruzione e hanno confiscato i portatili e i cellulari dei redattori. Rifiutando di dichiarare la loro identità hanno raccolto invece i documenti di identità dei sedici giornalisti presenti.

Un’ora dopo la perquisizione della redazione è arrivata la chiamata di Hassan al-Azhari. Dopo 36 ore di reclusione, Shady Zalat era libero. Lo avevano lasciato sull’autostrada, alla periferia del Cairo.

Per tre ore i giornalisti presenti in redazione sono stati interrogati più volte. Tra questi anche due reporter francesi di France24 arrivati per intervistare la capo redattrice, Lina Attallah, sulla detenzione di Zalat. Però venivano arrestati, oltre a Lina Attallah, due giornalisti, Rana Mahmoud e Mohamed Hamama. Portati alla centrale di polizia di Dokki sono stati rilasciati dopo qualche ora.

L'indagine che ha causato l'arresto dei giornalisti di Mada Masr
L’indagine che ha causato l’arresto dei giornalisti di Mada Masr

Non è un caso che gli arresti dei giornalisti e la perquisizione della redazione siano avvenuti dopo un’inchiesta, non firmata, sul primogenito del presidente. L’indagine, “Il figlio maggiore del presidente, Mahmoud al-Sisi, è passato dalla potente posizione di intelligence alla missione diplomatica in Russia”, probabilmente non è piaciuta.

Fonti anonime del controspionaggio (General Intelligence Service-GIS), nell’indagine non sono a favore delle capacità di Mahmoud. Al GIS “ha causato crescente disagio riguardo al modo ‘conflittuale’ ed ‘estremo’ in cui ha ha gestito questioni di sicurezza ignorando il consiglio di molti”.

Fonti anonime hanno raccontato a Mada Masr che mentre al-Sisi era all’ONU, su ordine del presidente, Mahmoud al-Sisi ha supervisionato la feroce repressione di settembre che ha seguito le proteste. Ci sono stati oltre 4.000 arresti, tra i quali importanti attivisti, avvocati, professori universitari e figure di opposizione politica. Una gestione fallimentare della crisi. 

Anche per queste ragioni è meglio che, dal 2020, diventi inviato militare alla missione diplomatica egiziana a Mosca. Un modo per “ampliare gli orizzonti” di Mahmoud. E soprattutto un pesante avvertimento a Mada Masr,  ai media indipendenti egiziani e alle loro fonti che trattano della famiglia reale, oh pardon, presidenziale e del governo.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Liberato Peter Greste giornalista di Al Jazeera in carcere in Egitto. Altri 3 colleghi restano in prigione

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