Eritrea: secondo attacco di agenti del regime contro giornalista a Londra

Africa ExPress
28 novembre 2019

I tentacoli del regime eritreo hanno nuovamente preso di mira un giornalista a Londra. Questa volta un gruppo di persone, probabilmente agenti della dittatura di Asmara, hanno tentato di aggredire Amanuel Eyasu, fondatore e editore di un’emittente della diaspora, Assena TV, con base nella capitale britannica.

Amanuel Eyasu, editore di Assena TV

Amanuel ha raccontato di essere stato contattato da una donna che avrebbe chiesto un incontro per passargli alcune informazioni sull’Eritrea. L’appuntamento è stato poi fissato per le 14.30 di martedì scorso a Putney Bridge Station.

Appena raggiunto il luogo convenuto, 4-5 uomini avrebbero circondato Amanuel, tentando di gettargli addosso del liquido, mentre una donna, in disparte fungeva da spettatrice. Fortunatamente la vittima sarebbe riuscita a rientrare all’interno della stazione e sembra che l’aggressione sia stata ripresa da telecamere a circuito chiuso, compresa la rissa scoppiata in seguito. Amanuel ha incassato qualche colpo, ma è riuscito a difendersi da solo.

All’arrivo della polizia, gli assalitori e la donna sono riusciti a scappare, eccetto uno, un certo Jacob Ghebremeohin, che è stato arrestato. Si tratta della stessa persona che nel novembre 2018 aveva già aggredito Martin Plaut, giornalista e editore di Eritrea Hub. La dinamica di martedì è molto simile a quella accaduta un anno fa. Allora Plaut era stato contattato per uno scambio di informazioni sull’Eritrea da Jacob in persona. Anche quella volta aveva gettato del liquido addosso a Plaut, che aveva denunciato il fatto alle forze dell’ordine. In seguito all’aggressione nei confronti di Plaut, Estifanos, ambasciatore eritreo accreditato in Giappone, aveva commentato su twitter: “Plaut camuffa propaganda come notizie da quando il primo ministro etiope Meles ha dichiarato guerra all’Eritrea nel 2008” (la guerra inizia nel 1998 ed è stata l’Eritrea ad aggredire l’Etiopia, come ha sentenziato una Corte internazionale, n.d.r.)

Chi osa criticare Isaias Afewerki e il suo regime è spesso sotto attacco. Gli agenti della dittatura di Asmara sono ovunque, dentro e fuori il Paese. Malgrado la pace siglata oltre un anno fa con l’Etiopia, lo storico arcinemico, nulla è cambiato. Le promesse riforme non sono state mai attuate, anzi, la scure di Isaias e dei suoi fedelissimi continua a colpire il popolo. Basti pensare alla chiusura delle scuole cattoliche e al sequestro di tutte le cliniche e presidi medici della Chiesa, fatti avvenuti solo pochi mesi fa.

Il tanto sospirato trattato di pace con Addis Ababa non ha frenato le continue violazioni dei diritti umani nel Paese rivierasco, come ha sottolineato anche l’inviata speciale delle Nazioni Unite per l’Eritrea, Daniela Kravetz, nel rapporto presentato lo scorso giugno al Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU.

Anche il sito dell’osservatorio cristiano, World Watch Monitor, ha rilevato oppressioni nei confronti di cristiani. Secondo WWM da giugno a agosto il regime eritreo ha arrestato 150 cristiani, tra loro anche donne e bambini e cinque monaci ortodossi del monastero di Bizen, la comunità di religiosi che si era ribellata contro l’interferenza del governo nell’ambito religioso.

I giovani continuano a lasciare il Paese, tentando la fuga verso l’Etiopia, malgrado la chiusura della frontiera. In base a un recente rapporto dell’UNHCR, 300 persone cercano di raggiungere giornalmente la libertà attraverso sentieri nascosti e pericolosi per non essere intercettati dalle guardie di confine. Il servizio civile obbligatorio senza fine e l’oppressione sono tra le maggiori cause che spingono gli eritrei a lasciare le proprie radici. I più restano in Etiopia, in attesa di trovare un lavoro, altri continuano il viaggio verso la Libia, con la speranza di poter raggiungere le coste italiane, la porta d’entrata per l’Europa. E così il Paese continua a svuotarsi.

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