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I misteri che avvolgono il rapimento di Luca Tacchetto e il silenzio della Farnesina

Speciale per Senza Bavaglio
Massimo A. Alberizzi
16 dicembre 2019

Un anno fa, esattamente un anno fa, l’italiano Luca Tacchetto e la sua compagna canadese, Edith Blais, sono stati visti per l’ultima volta. Stavano partendo da Bobo Dioulasso, in Burkina Faso, ed erano diretti in Togo. Hanno salutato il loro amico francese, Robert Guilloteau, nella cui casa avevano passato la notte e si sono diretti verso la frontiera. Da qual momento sono scomparsi nel nulla. Nessuna notizia, nessun indizio. Non è trapelato nulla. La Farnesina, come sempre in questi casi ha chiesto di mantenere un assoluto riserbo, cui i familiari si sono attenuti strettamente. Un riserbo che lascia perplessi alla luce dei depistaggi, delle notizie false, delle mancate indagini o del pressapochismo con cui sono state condotte nel caso di un altro ostaggio italiano, questa volta rapita in Kenya, Silvia Romano.

L’auto su cui viaggiavano Luca Tacchetto e Edith Blais

L’unica notizia certa l’ha data a inizio ottobre la ministro degli Esteri canadese, Chrystia Freeland. Durante un comizio elettorale aveva annunciato: “Edith è viva ma le indagini sono assai complicate e quindi è opportuno non dare notizie e dettagli che potrebbero danneggiare la vita dell’ostaggio”. Era tempo di elezioni in Canada e come si sa bene i politici spesso in campagna elettorale non sono il massino della sincerità. Non dovremo meravigliarci se si dovesse scoprire che la questione è stata usata in maniera strumentale. La ministra parlava di Edith ma è logico pensare che la notizia riguardava anche Luca.

Non è certo, ma è probabile che Luca ed Edith siano stati portati via da una banda di criminali. Da quelle parti jihadismo e delinquenza vanno a braccetto.

La zona occidentale del Sahel, da tempo è infestata da islamici di vario genere (che fanno riferimento ad Al Qaeda o all’ISIS) e predoni che con la crisi economica sono diventati sempre più aggressivi.

Luca ed Edith erano partiti in auto dal Veneto e dopo aver lasciato l’Europa avevo superato il Marocco e la Mauritania. Sono entrati in Mali e passati in Burkina Faso. Probabile che qualcuno li abbia visti, seguiti, monitorati e quindi catturati.

In Mauritania, proprio al confine a cavallo con il Mali, il 18 dicembre 2009, era stata rapita dai predoni una coppia di italiani che con un minibus era diretta anch’essa in Burkina. Di Sergio Cicala e la moglie, Philomen Kabouree non si seppe più nulla per una decina di giorni.

Luca Tacchetto ed Edith Blais, i due giovani scomparsi in Burkina Faso

Poi il 28 dicembre il sequestro venne rivendicato da Al Qaeda per il Maghreb Islamico. Furono liberati il 16 aprile successivo.

Una volta rilasciati scomparvero dalle cronache ma un paio d’anni dopo, in un’intervista a Ouagadougou, Sergio Cicala mi raccontò che i rapitori, criminali comuni, dopo qualche giorno di prigionia, li avevano consegnati agli islamici.

I gruppi fondamentalisti attivi nel Sahel, operano in due ambiti: politico e criminale. Quest’ultimo, per finanziare il terrorismo, riguarda non solo il rapimento di occidentali a scopo di riscatto, ma anche il traffico di droga. Nel novembre 2009 un Boing Cargo 737 colombiano proveniente dal Venezuela carico di cocaina era atterrato sulla sabbia in Mali. Una volta scaricato l’aereo era stato incendiato, perché non sarebbe potuto più ripartire. Il valore del carico era enormemente superiore a quello del vecchio jet.

Secondo informazioni riservate che però non è stato possibile verificare sul campo, gli italiani hanno affidato le trattative per la liberazione di Luca e Edith a un vecchio notabile della tribù babariché, Baba Olud Choueckh. E’ lui che, a suo tempo, aveva trattato la liberazione dei Cicala.

Massimo A. Alberizzi
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Sudan: condanna mite per corruzione ad Al Bashir, troppo vecchio non va in prigione

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
15 dicembre 2019

L’ex uomo forte del Sudan, Omar Al Bashir, ieri è stato riconosciuto colpevole di corruzione e riciclaggio da un Tribunale di Khartoum. La Corte gli ha inflitto una pena di due anni che dovrà scontare in un riformatorio statale.

Il giudice Al-Sadiq Abdelrahman ha specificato che “secondo la legge” un anziono di 70 anni non può scontare la pena in prigione. Ma forse il giudice si è dimenticato che proprio l’imputato nel 2015 aveva spedito in un carecere di massima sicurezza molti suoi oppositori politici ultra-ottantenni, tra loro anche Hassan Al Turabi, leader del partito islamico sudanese.

Una sentenza farsa, l’ex dittatore di Khartoum resta ancora quasi intoccabile. Poco prima che venisse letta la sentenza, alcuni supporter dell’ex presidente hanno interrotto l’udienza e il processo è stato ripreso solo dopo che le forze di sicurezza li hanno scortato fuori dall’aula. Piccoli disordini si sono verificati anche davanti al tribunale.

Al Bashir durante l’udienza del 14 novembre 2019

Al Bashir è salito al potere nel 1989, quando, come colonnello dell’esercito sudanese, ha guidato un gruppo di ufficiali in un incruento colpo di Stato militare che ha rimosso il governo del primo ministro Sadiq al-Mahdi. E’ stato deposto lo scorso 11 aprile dall’esercito sudanese.

Il 17 aprile di quest’anno l’ex presidente, che dal giorno del golpe era stato messo agli arresti domiciliari, è stato condotto al carcere di massima sicurezza di Kobor nella capitale Khartoum. Pochi giorni più tardi, durante una perquisizione nella sua residenza, sono stati trovati ingenti somme di denaro in valuta estera e sterline sudanesi.

Questa è la prima “condanna” inflitta a Al Bashir; sulla sua testa pende un mandato d’arresto internazionale, emesso nel 2009 dalla Corte Penale Internazionale per genocidio e crimini di guerra commessi in Darfur. Malgrado ciò, mentre era al potere, è riuscito a spostarsi dal Paese senza  che nessuno lo consegnasse alla giustizia. Questo perchè il CPI non ha una forza di polizia propria, ma delega gli Stati membri a fermare le persone sospette o colpite da un mandato di cattura.

Cornelia I. Toelgyes
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Colpo di Stato in Sudan: i militari prendono il potere ma la popolazione non è felice

Bashir evade dal Sudafrica e sfugge alla cattura ordinata dal Tribunale internazionale

Il ricercato dalla Corte Penale Internazionale Al Bashir va ad Ankara. E nessuno l’arresta

Sudan, quando Bashir sbatte in carcere i vecchietti

Violenza continua in Nigeria: assassinati 4 operatori umanitari di una NGO francese

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
14 dicembre 2019

I miliziani ISWAP (acronimo per Islamic State West Africa Province), una fazione di Boko Haram, capeggiata da qualche mese da un nuovo leader, Abu Abdullah Ibn Umar Al Barnawi, hanno brutalmente ammazzato quattro operatori umanitari nigeriani dell’agenzia internazionale Action Against Hunger (ACF), organizzazione con base a Parigi e attiva in 47 Paesi.

Sette membri dello staff di ACF erano stati rapiti lo scorso luglio vicino Damasak, nel Borno State. Il loro convoglio era stato assalito durante trasferimento. Un autista era stato ammazzato subito, mentre altri 6 (5 uomini e una donna) erano stati portati in un luogo sconosciuto.

Membri dello staff di ACF

L’esecuszione è stata rivendicata da un video messo in rete da ISWAP. Un primo ostaggio è stato ucciso alla fine di settembre. Finora non è stato reso noto il nome delle persone assassinate. ACF ha chiesto l’immediato rilascio della donna, Grace Taku, ancora nelle mani dei terroristi e nel suo comunicato ha chiesto di non postare video e/o foto degli ostaggi per rispetto alle famiglie.

Nel filmato è stato annunciato che Grace non sarà mai liberata. “E’ stata condannata a restare schiava per tutta la vita”. Come altre giovani donne cristiane rapite dai miliziani del gruppo. E, secondo una fonte di ISWAP, come riporta Ahmad Salkida, reporter nigeriano esperto in terrorismo, l’uccisione dei 4 operatori umanitari sarebbe conseguenza dell’interruzione delle trattative con il governo di Abuja.

In questi giorni ISWAP ha ucciso altre 15 persone. I terroristi sono arrivati a bordo di versi pick-up, armati con fucili migliatori e hanno assalito un posto di sicurezza di un gruppo di auto-difesa del villaggio di Mamuri nel Borno State. Quattordici vigilantes e un poliziotto sono stati ammazzati. Il gruppo terrorista ha rivendicato l’attentato.

Da diverso tempo centinaia di miliziani privati e cacciatori dell’area sono stati inviati a Gubio e dintorni (la città dista un’ottantina di chilometri da Maiduguri, il capoluogo del Borno State), per contrastare i continui attacchi dei jihadisti.

Terroristi di ISWAP

Entrambe le fazioni di Boko Haram continuano a mietere vittime e seminare terrore nel nord-est della Nigeria e nei Paesi limitrofi. La setta, fondata nel 2002 da Mohammed Yusuf, alle origini era un movimento molto meno violento di quello attuale. Yusuf fosse era un fanatico contrario ai modelli di vita dell’Occidente e sosteneva che a Terra non è sferica ma piatta e che la pioggia fosse un dono e creazione di Allah e non il risultato della condensazione dell’acqua, tutte cose per altro sostenute dal Corano. Bisogna sottolineare che inizialmente la setta aveva anche mezzi militari limitati; infatti solo dopo la morte del vecchio leader, nel 2009, i Boko Haram si sono trasformati in una banda d assassini.

Dal 2009 ad oggi sono morte almeno 35mila persone, oltre 2 milioni hanno dovuto lasciare le loro case a causa delle violenze. I sequestri sono frequenti e il denaro pagato per il riscatto serve per il finanziamento delle operazioni criminali. Altre volte gli ostaggi vengono rilasciati in cambio della liberazione di miliziani in carcere.

Cornelia I. Toelgyes
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Nigeria: “Il calcio è peccato”. E giù bombe e massacri

 

 

 

 

 

 

Algeria: il regime va alle elezioni ma l’opposizione le boicotta

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Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
13 dicembre 2019

L’opposizione ha boicottato le elezioni presidenziali che si sono tenute ieri in Algeria. La votazione, decisa dai vertici militari, non è stata assolutamente condivisa da chi dal 22 febbraio ogni venerdì organizza e partecipa alle proteste di massa, che hanno costretto il presidente Abdelaziz Bouteflika a dimettersi ad aprile dopo i suoi quasi 20 anni di governo. Dal 2001 in Algeria le dimostrazioni erano illegali.

I democratici, che vogliono un cambiamento radicale dell’organizzazione politica del Paese, più tempo prima di organizzare un voto che nella condizioni attuali del Paese dove tutto è in mano ai militari non può essere libero e democratiche: avevano chiesto più tempo per sbarazzarsi di tutti i vecchi arnesi e delle norme autoritarie del regime. Venerdì scorso ha segnato la 42a settimana consecutiva di proteste: I manifestanti del movimento conosciuto come “Hirak” sono scesi in piazza in gran numero, non solo in Algeria, ma in diverse città del mondo. La controversa elezione presidenziale è stata liquidata come una “finzione”.

Scarsa affluenza alle elezioni in Algeria

I seggi ieri si sono chiusi alle 19 ora locale e l’affluenza è stata di poco superiore al 35 per cento: troppo poco e segna un’altra sconfitta per l’apparato militare. Gli aventi diritto al voto erano pi di 24 milioni. La polizia antisommossa è stata dispiegata giovedì all’alba per bloccare l’accesso a Maurice Audin Square e all’iconico ufficio della Grand Post nel centro di Algeri, epicentro delle proteste popolari.

L’Autorità Indipendente di Monitoraggio Elettorale dell’Algeria (NIEMA) in novembre aveva ammesso alla competizione solo 5 candidati sui 22 che avevano chiesto di correre. Tutti e cinque hanno partecipato al governo del dittatore o l’hanno sostenuto. Un voto ambiguo, quindi, i cui protagonisti sono stati i candidati da un lato e la piazza dall’altro.

Tra i cinque sfidanti Abdelmadjid Tebboune e Ali Benflis sono entrambi ex primi ministri. Il primo ha ricoperto quel ruolo nel 2017 per poco meno di tre mesi: licenziato in troco il presidente Bouteflika che l’ha sostituito con Ahmed Ouyahia. Ali Benflis è stato il primo ministro per tre anni, dal 2000 al 2003. Al termine del mandato è stato scelto come segretario generale del Fronte di Liberazione Nazionale, il partito al potere. Un paio di volte si è candidato, senza successo, contro il dittatore per sostituirlo alla presidenza.

Abdelaziz Belaid, è il terzo candidato. Ha fondato il Fronte di El-Moustakbal (Futuro), di cui è il leader. Come Benflis, è anche lui un ex membro del FLN. Ha corso alle elezioni del 2014 e ha ricevuto meno del 4 per cento dei voti, piazzandosi al terzo posto.

Azzedine Mihoubi, invece, è un ex giornalista e scrittore che ora serve come ministro della Cultura. Era anche il direttore generale della stazione radio di proprietà statale che recitava le glorie del regime.

Infine a correre c’è anche il capo del partito islamista El-Binaa, Abdelkader Bengrina. Anche lui ha ricoperto un ruolo importante: dal 1997 al 1998 è stato ministro del Turismo.

La scorsa settimana tutti i candidati hanno partecipato a un dibattito televisivo, il primo nel suo genere nella storia algerina, ma ai manifestanti è sembrato più uno show per far credere che finalmente il Paese è entrato nell’era della democrazia. “Cambiare tutto per non cambiare nulla – ha sentenziato al telefono un dimostrante algerino che parla perfettamente italiano ma avendo paura di ritorsioni vuol restare anonimo -. Voi in Italia conoscete bene questo motto del romanzo ‘Il Gattopardo’. Ebbene qui vogliono applicarlo alla lettera”

I manifestanti antigovernativi vedono i cinque candidati come un prolungamento del regime di Bouteflika: “Come si può pensare a questo punto che le elezioni possono essere libere e giuste? – si domanda retoricamente il nostro interlocutore -. Se il vecchio dittatore non fosse stato costretto a dimettersi quei cinque sarebbero ancora alla sua corte spolpando questo Paese. Il cancro dell’Algeria è la corruzione dilagante. Questa gente ha vissuto sguazzando nella corruzione, ne ha ricavato ingenti profitti. Impensabile che voglia costruire una diga per combatterla”.

Secondo il governo le elezioni di oggi sono l’unico modo per porre fine alla contrapposizione con l’opposizione in piazza. Ma intanto, per non perdere il vecchio vizio di sbattere in galera gli oppositori, il 10 dicembre tre ex leader politici sono stati condannati a lunghe pene detentive. Le accuse sempre le stesse: corruzione, riciclaggio di denaro, appropriazione indebita di denaro pubblico e abuso d’ufficio.

Algeria: manifestazioni contro le elezioni

L’ex primo ministro Ahmed Ouyahia è stato sentenziato a 15 anni di prigione e il suo predecessore Abdelmalek Sellal ha ricevuto una pena leggermente più breve di 12 anni. È stato emesso un mandato di arresto internazionale per l’ex ministro dell’industria Abdesslam Bouchouareb, all’estero. E’ stato condannato in contumacia a 20 anni. In carcere il giorno prima è finito il responsabile della campagna elettorale di Ali Benflis: spionaggio con un Paese straniero.

I manifestanti non credono che questi siano passi verso un’organizzazione più libera e più giusta. Temono invece che si tratti di semplice fumo negli occhi volto a mantenere al potere ufficiali e generali.

Gli accusati sono stati processati da un tribunale militare e così le sentenze vengono interpretate come un regolamento di conti all’interno della nomenclatura dell’esercito. L’obbiettivo non sembra essere una democratizzazione del sistema ma piuttosto un semplice cambio di persone. Insomma le redini del potere restano nelle mani dell’apparato militare.

Massimo A. Alberizzi
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Niger, massacrati oltre 70 militari, la peggior carneficina dei jihadisti dal 2015

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
12 dicembre 2019

Settantuno militari uccisi, 12 feriti, diversi loro compagni scomparsi, decine di aggressori ammazzati durante una battaglia campale scoppiata martedì scorso in Niger subito dopo l’assalto dei terroristi islamici a un campo militare. La notizia è stata diffusa dal ministero della difesa di Niamey con un comunicato alla televisione di Stato. Il gruppo di terroristi era composto da alcune centinaia di uomini. Il combattimento è stato molto violento.

Il campo dell’esercito nigerino di Inates, nell’ovest del Paese, si trova non lontano dal confine con il Mali e dista 250 chilometri dalla capitale Niamey. L’aggressione era stata rivendicato dai miliziani di Abou Walid al-Sahraoui, leader di “Etat Islamique dans le Grand Sahara”, attivo nell’area delle “tre frontiere” ai confini del Mali, Burkina Faso e Niger.

Attacco jihadista in Niger

Martedì, un bilancio iniziale  aveva parlato di 61 militari morti. Si tratta del più grave attentato terroristico con il maggior numero di vittime che ha subito l’esercito nigerino dal 2015, cioè dall’inizio degli attacchi jihadisti nel Paese

Secondo quanto riferisce una fonte della sicurezza, i terroristi avrebbero attaccato la base con granate e mortai e le esplosioni di munizioni e carburante sarebbero all’origine di tanti morti. Il presidente e capo delle Forze armate, Mahamadou Issoufou, ha interrotto il suo soggiorno a Assouan (Egitto), dove stava partecipando alla Conferenza sulla pace durevole, sicurezza e sviluppo in Africa, e è ritornato immediatamente a Niamey. Martedì il Consiglio dei ministri ha prorogato per altri tre mesi lo stato d’emergenza che vige già in diverse regioni dal 2017. Tale misura permette alle forze di sicurezza maggiori poteri d’intervento, come perquisizioni nelle abitazioni sia di giorno che di notte e quant’altro.

Presidenti di Ciad, Mali, Burkina Faso, Niger, Mauritania al G5 Sahel

Finora l’attentato non è ancora stato rivendicato da nessun gruppo, ma visto i mezzi e gli uomini messi in campo si punta il dito su una coalizione composta da diversi gruppi jihadisti. La base nigerina sarebbe stata attaccata da centinaia di miliziani in sella alle loro moto.

La stessa guarnigione aveva già subito un altro attacco nel luglio scorso. Allora sono stati ammazzati 18 soldati della ex colonia francese.

Il nord della regione di Tahoua e anche tutto il Tillabéri sono frequentemente teatro di attacchi jihadisti con base nel vicino Mali e dallo scorso ottobre le organizzazioni umanitarie non possono più portare aiuti in queste zone senza scorta militare. Inoltre, secondo quanto riportato dal ministero della Difesa nigerino, lunedì scorso sono morti altri tre soldati e 14 terroristi durante un attacco alla postazione militare di Agando, nella regione di Tahoua.

Malgrado le forze messe in campo dagli Stati del Sahel e i loro partner, l’insicurezza si inasprisce di giorno in giorno in tutta la regione e rischia di espandersi verso altri Paesi del golfo di Guinea.

Quest’ultima carneficina è stata messa in atto solo pochi giorni dopo l’invito di Emmanule Macron ai  presidenti dei Paesi G5 Sahel (Burkina Faso, Mauritania, Ciad, Mali e Niger). L’incontro era stato fissato per il 16 dicembre a Pau (Francia) e è volto a chiarire la presenza della missione francese, ma Barkhane, forte di 4.500 uomini in tutto il Sahel, con il compito di contrastare il terrorismo nella regione. Ma vista l’attuale situazione, Macron, saggiamente ha rinviato il vertice con i suoi omonimi del Sahel. Probabilmente si svolgerà a gennaio, la data non è ancora stata fissata.

Nella stessa area sono stati rapiti anche due italiani. Dal dicembre 2018 non si hanno più notizie di Luca Tacchetto, giovane architetto originario di Vigonza, in provincia di Padova, e della sua compagna canadese Edith Blais.  I due si stavano recando da Bobo-Dioulasso, città nella parte sudoccidentale del Burkina Faso, verso la capitale Ouagadougou. Mentre il sacerdote italiano, Pierluigi Maccalli è stato rapito nel settembre 2018 in Niger, a pochi chilometri dal confine con il Bukina Faso.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Niger: sequestrato operatore umanitario statunitense

 

Catastrofe cambiamenti climatici: le Cascate Vittoria sono in secca

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 11 dicembre 2019

Un calo senza precedenti dei livelli delle acque delle Cascate Vittoria. Così è stata definita la situazione attuale delle cascate tra le più belle e spettacolari del mondo.

Vista aerea delle Cascate Vittoria
Vista aerea delle Cascate Vittoria

Lo spettacolo naturale che portava l’immensa quantità d’acqua dello Zambesi in caduta per cento metri dentro un canyon che separa Zambia e Zimbabwe, è sospeso. L’origine è la pesante siccità, a causa dei cambiamenti climatici, che sta sferzando l’Africa meridionale da quasi un anno.

Le Cascate Vittoria sono l’ultimo forte avviso della tragedia climatica che colpisce il continente africano. Richard Beilfuss è a capo dell’International Crane Foundation e studia lo Zambesi da tre decenni. Secondo lo studioso i cambiamenti climatici influiscono sui ritardi del monsone perché “concentrano la pioggia in eventi più grandi e più difficili da conservare. La conseguenza è una stagione secca che dura più a lungo” – ha dichiarato a Reuters.

Le Cascate Vittoria in secca
Le Cascate Vittoria in secca

I devastanti cicloni Idai e Kenneth, che hanno colpito Mozambico e Zimbabwe a brevissima distanza di tempo, ne sono il triste esempio. Mentre i dati dell’Autorità fluviale dello Zambesi mostrano che il flusso d’acqua è al minimo dal 1995 e ben al di sotto della media a lungo termine.

Zimbabwe e lo Zambia dipendono fortemente dall’energia idroelettrica proveniente della diga di Kariba, che si trova sul fiume Zambesi a monte delle cascate. Le autorità dei due Paesi sono state costrette a interrompere l’erogazione di energia elettrica.

Mappa termica dell'Africa meridionale aggiornata all'11/12/2019. Localizzazione delle Cascate Vittoria (Courtesy weatheronline.co.uk)
Mappa termica dell’Africa meridionale aggiornata all’11/12/2019. Localizzazione delle Cascate Vittoria (Courtesy weatheronline.co.uk)

La secca delle Victoria Falls colpisce pesantemente il turismo e le entrate in valuta pregiata della fragile economia dello Zimbabwe e quella dello Zambia. In Zimbabwe le temperature hanno raggiunto 51°C, una calura che ha bruciato i raccolti lasciando 7milioni di persone a rischio fame.

Un clima bollente che crea grossi problemi alla flora e la fauna delle aree maggiormente colpite. Negli allevamenti dello Zimbabwe sono morti 9mila bovini mentre, tra Zimbabwe e Botswana, sete e fame hanno ucciso 300 elefanti.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Sul Mozambico ancora un ciclone devastante: dopo Idai arriva Kenneth

Emergenza siccità in Africa australe: morti 300 elefanti, 600 saranno trasferiti

Decapitato il vertice del ciclismo in Ruanda travolto dagli scandali

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
10 dicembre 2019

Il ciclismo ruandese ha perso la testa. Peccato. Era partito così bene. Il Paese delle Mille Colline era stato addirittura candidato a ospitare i Campionati mondiali nel 2025. Ora, invece, dopo lo scandalo di questi giorni sembra – come diceva Gino Bartali – che “l’è tutto sbagliato e l’è tutto da rifare”.

Il 6 dicembre scorso quello che in un decennio è diventato lo sport più popolare ed è stato utilizzato anche come mezzo per ricostruire l’unità della nazione dopo il genocidio del 1994, si è trovato decapitato.

Si è dimesso il boss delle 2 ruote di Kigali, Aimable Bayingana, presidente della Federazione Ciclistica Ruandese (Ferwacy) accusato di corruzione, di malversazione, di abuso di potere e di aver coperto abusi sessuali nei confronti delle donne cicliste. Con lui se ne è andato il gruppo dirigente al completo: i vicepresidenti Benoit Munyankindi e François Karangwa, il segretario generale Toussaint Nosisi Gahitsi, il tesoriere Thierry Rwabusaza e i consiglieri Faustin Mparabanyi, Jean Baptiste Rugambwa, Jean Bosco Ntembe.

Amaible Bayingana ex presidente Ferwacy

Il comitato direttivo era stato confermato all’unanimità il 31 marzo 2018 per 4 anni. Bayingana era l’unico candidato e la sua elezione era data per scontata in quanto a lui veniva attribuito il vertiginoso sviluppo del ciclismo nel Paese e veniva considerato, giustamente, il più attivo sostenitore del ciclismo nel Continente. Non a caso, quindi, era in carica dal marzo 2010. Grazie a lui il Giro del Ruanda in 9 anni è passato da una competizione locale a una di rango internazionale. Proprio quest’anno la corsa è salita di livello (abbiamo avuto modo di parlarne nel marzo scorso) e ha raggiunto l’unica altra manifestazione di respiro mondiale, la Tropicale Amissa Bongo, che si svolge in Gabon. Il prossimo Tour del Rwanda, il 12° della serie, presentato il 21 novembre scorso, si disputerà dal 23 febbraio al I marzo 2020 e vedrà la partecipazione di ben 16 squadre, compresa l’italiana Androni- Sidermec.

A dare il via al Tour, però, quest’anno non ci sarà lui, il boss delle 2 ruote, Amaible Bayingana, caduto dal podio fragorosamente. Nel suo discorso di insediamento, il 31 marzo 2018, Bayingana aveva illustrato gli obiettivi del nuovo comitato dirigente: rafforzare le squadre dei pedalatori (sono 150 i ciclisti iscritti alla Federazione e l’obiettivo è raggiungere quota 400 nel 2020), promuovere il ciclismo fra le donne ruandesi e supportare la partecipazione femminile. Il caso ha voluto che proprio la “questione femminile” abbia offuscato (almeno momentaneamente) la sua inarrestabile carriera dirigenziale e politica: mister Amaible è, infatti, anche il portavoce del Rwanda Patriotic Front (RPF, Fronte patriottico ruandese), il partito che governa il Paese dal 1994 sotto il polso fermo di Paul Kagame, presidente dal 2000.

Prima delle dimissioni collettive del Comitato, che nega ogni addebito, la gestione della federazione ciclistica e la persona del presidente erano finite sotto attacco. Nel muovere violente critiche si era contraddistinto il sito Taarifa.rw. In un articolo del mese scorso a Bayingana era stato rimproverato di tutto e di più. A cominciare dal fatto che avrebbe instaurato un regime personale autoritario “tanto che i membri della Federazione vivono nel terrore e credono che il loro boss supremo intercetti i loro telefoni. Sistematicamente fa loro presente che la Federazione è cosa sua, che i ciclisti sono sua proprietà e nessuno può permettersi di giudicare come lui governi la federazione”.

Circolavano da tempo anche voci di altro genere: la gestione opaca dell’acquisto di 40 bici da corsa in Italia fatte sbarcare a Dar es Salaam (Tanzania), rimborsi spese non dati… La situazione però è precipitata dopo la lettera pubblicata proprio su Taarifa.rw dell’ex corridore americano Johnatan “Jock” Boyer e Kymberly Coats, allenatori della nazionale ciclistica e fondatori dell’Africa Rising Cycling Center, un istituto creato ad hoc non solo per diffondere il ciclismo ma anche per preparare allenatori, meccanici, nutrizionisti del settore.

Ciclisti ruandesi

I due, dimissionari, nella lettera hanno accusato il boss della Federazione di vanificare le iniziative miranti a sviluppare l’attività ciclistica, di eccesso di potere, di arroganza, di maltrattamento dei corridori e di copertura degli abusi sessuali sulle giovani, approfittando della loro povertà e ignoranza. Una di esse sarebbe stata anche messa incinta da uno dell’entourage dirigenziale, ma il caso sarebbe stato messo a tacere con la scusa che la ragazza era maggiorenne. Nel mirino ci sarebbe un addestratore del centro di allenamento di Musanze (nord del Ruanda), creato dall’ex professionista Boyer, che se ne  è tornato polemicamente negli USA. Proprio Boyer, primo americano a correre il Tour de France nel 1981, finì in una cella ruandese nel 2002 per molestie sessuali nei confronti di una minorenne. Scontata la pena, “Jock” ha voluto redimersi dedicandosi alla formazione dei giovani atleti su due ruote.

Alla fine tutto è stato riportato alla presidenza della Repubblica e l’altro giorno sono arrivate le dimissioni dell’intero team esecutivo. Sono scattate le indagini ufficiali del Rwanda Investigative Bureau (Ufficio investigativo del Ruanda) e del ministero degli Sport. Il segretario permanente del ministero, Shema Maboko, ha dichiarato (secondo quanto riferisce l’agenzia France Presse) “Non possiamo pronunciarci dato che si sta indagando su gravi reati. Siamo consapevoli che corruzione e molestie sessuali sono diffuse. Lasciamo lavorare l’Ufficio investigativo. Il ministero però è determinato a combattere la violenza sulle donne e per questo varerà delle norme severe contro gli abusi sessuali nel ciclismo e in tutti gli altri sport”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Spumeggiante ed entusiasmante giro ciclistico del Ruanda a tutta birra!

Congo-K: massacri, ebola, morbillo, atrocità si consumano di continuo e in silenzio

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
9 dicembre 2019

Medici Senza Frontiere ha evacuato temporaneamente il proprio personale da Biakato, nella provincia di Ituri, nella Repubblica Democratica del Congo. Ituri e Nord-Kivu sono le due regioni  colpite dalla 10ma epidemia di ebola dal 1°agosto 2018.

Ebola in Congo-K

Il 3 dicembre scorso un folto gruppo di uomini, armati di machete e bastoni sono entrati nel centro medico, dotato anche di un reparto di isolamento per i malati colpiti dalla febbre emorragica minacciando il personale. E non è la prima volta che ciò accade. Per fortuna questa volta non ci sono state conseguenze. Nessuno è stato ferito o ucciso, come è successo alla fine di novembre, quando in due attacchi perpetrati contro lo staff anti-ebola sono stati ammazzati 4 membri dell’equipe e sei altri sono stati feriti.

Jean-Jacques Muyembe, coordinatore nazionale per la lotta contro ebola, ha chiesto massima collaborazione alla popolazione. “Dovete accettare la presenza della malattia, ebola esiste. In altre zone, dove i residenti hanno collaborato, siamo riusciti a dominare il virus, a controllare i contagi. Riusciremo a debellare questo terribile flagello solamente se la gente del luogo collabora, altrimenti le conseguenze saranno catastrofiche”.

E sempre nella provincia di Ituri, il gruppo armato CODECO (acronimo per Cooperativa per lo sviluppo nel Congo, formato da miliziani di etnia Lendu) il 6 dicembre avrebbe sequestrato 12 persone nel campo di pesca Kango, nell’area di Losandrema, sulle rive del lago Alberto, mentre altre tre sarebbero state uccise sul posto.

Dal 1° agosto 2018 al 4 dicembre (secondo l’ultimo bollettino rilasciato dell’Organizzazione Mondiale della Sanità) sono decedute 2203 persone. Oltre 3313 hanno contratto il virus, mentre 1084 sono guarite, altre sono ancora sotto terapia.

Il Paese non è flagellato solo da ebola, il morbillo ha fatto oltre 5000 vittime quest’anno. Kate O’Brien, direttrice del dipartimento di immunizzazione dell’OMS ha precisato che è in atto la peggior epidemia mai vista. Le autorità sanitarie della ex colonia belga parlano di ben oltre 250mila casi da gennaio a fine novembre 2019 e ha causato più morti della febbre emorragica. I più colpiti sono i neonati e i bambini, malgrado la vasta campagna di vaccinazioni messa in campo. Le equipe sanitarie fanno del loro meglio, è tuttavia difficile arginare epidemie di una tale ampiezza quando vengono colpiti proprio coloro che si adoperano per porre rimedio alle patologie e circoscrivere i contagi.

Epidemia di Morbillo in Congo-K

Se la situazione è grave nella provincia di Ituri, nel Nord-Kivu è un massacro continuo. Rappresentanti della società civile hanno denunciato l’ennesima carneficina nel villaggio di Mantumi, nell’area di Mbau, Beni, nell’est della ex colonia belga. Giovedì scorso i ribelli di Allied Democratic Forces (ADF), organizzazione islamista terrorista ugandese, operativa anche nel Congo-K dal 1995 avrebbero attaccato i residenti in pieno giorno, attorno le 14.00. Quattordici residenti, tra loro anche 6 donne, sono stati brutalmente ammazzati con machete e colpi di arma da fuoco. L’esercito congolese avrebbe respinto i miliziani di ADF, ma nel villaggio non è rimasto più nessuno. Sono tutti scappati, con la speranza di trovare protezione altrove.

Massacri in Congo-K

Da novembre a oggi hanno perso oltre 100 civili, c’è chi parla addirittura di 150 vittime e secondo gli esperti si tratta di una rappresaglia alle operazioni militari in atto dalla fine di ottobre contro i ribelli ADF e altri gruppi armati attivi nella zona, responsabili di sanguinarie incursioni.

La società civile del Congo-K ha chiesto alla Corte Penale Internazionale dell’Aja di far luce sui crimini commessi a Beni. “E’ davvero urgente che la Procura del CPI indaghi per identificare gli autori dei recenti massacri.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Ruanda, trucidati dai terroristi otto civili nel parco dei vulcani dove abitano i gorilla

 

 

 

Cooperazione in mimetica: militari italiani in cattedra in Niger insegnano a fare la guerra

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
8 dicembre 2019

Il sistema Italia prova a conquistarsi un posto al sole nell’Africa sub-sahariana. L’8 ottobre scorso, il Comando Operativo Interforze della Difesa ha firmato a Niamey una convenzione quadro con il Segretariato Permanente del “G5 Sahel”, l’organizzazione che dal 2014 vede gli Stati africani di Mauritania, Niger, Burkina Faso, Mali e Ciad cooperare congiuntamente in ambito strategico-militare nella regione del Sahel.

Grazie al nuovo accordo, l’Italia sosterrà le attività formative promosse dal “Collège de Défense du G5 Sahel”, la scuola di guerra con sede in Mauritania che ha il compito di formare i quadri militari delle forze armate saheliane. Primo step della partnership l’assegnazione al College di due ufficiali-docenti inquadrati nella MISIN, la Missione Bilaterale di Supporto in Niger che ha preso il via il 15 settembre 2018 e che, nelle dichiarazioni del Ministero della difesa, è “finalizzata a supportare l’apparato militare nigerino, concorrere alle attività di sorveglianza delle frontiere e rafforzare le capacità di controllo del territorio dei Paesi del G5 Sahel”.

Alla missione in terra africana sono assegnati attualmente 470 militari, 130 mezzi terrestri e due aerei. MISIN opera in stretto collegamento operativo e strategico con le unità da guerra degli Stati Uniti d’America dislocate in Niger e poste sotto il controllo di US Africom, il comando per le operazioni USA nel continente africano. I team addestrativi MISIN, costituiti con personale specializzato proveniente dall’Arma dei Carabinieri, Esercito, Aeronautica militare e Reparti Speciali Interforze, hanno già addestrato circa 1.800 militari delle forze di sicurezza del Niger. Articolati e complessi i war games italo-nigerini: si va dagli interventi di pronto intervento “anti-terrorismo” ai veri e propri combattimenti aerei e terrestri in aree desertiche, sino alle operazioni di “polizia” nei centri urbani, al “controllo delle folle” e alle modalità di contrasto-repressione manu militari delle proteste di massa anti-governative.

Notevole l’impegno italiano anche sul fronte della “formazione” delle unità nigerine nel primo soccorso durante i combattimenti. Un comunicato emesso il 21 ottobre dal ministero della Difesa riferisce che gli ufficiali medici di MISIN, con l’ausilio del personale del Policlinico Militare “Celio” di Roma, hanno già effettuato centinaia di ore di corsi a favore delle forze di difesa e sicurezza della Repubblica del Niger sulle tecniche di intervento sanitario sul campo di battaglia per “far acquisire le abilità per gestire emorragie massive, ostruzioni delle vie aeree e pneumotorace iperteso, responsabili della maggior parte delle morti evitabili”. Aldilà della discutibile conversione a fini bellici della medicina e della chirurgia, il programma “formativo” conferma come la missione italiana in Niger sia tutt’altro che un’operazione di peacekeeping e che, proprio per questo, sarebbe stato necessario da parte del Parlamento e delle forze politiche e sociali un approfondito dibattito sui reali fini e pericoli del coinvolgimento italiano nello scenario geostrategico dell’Africa sub-sahariana.

MISIN addestramento a truppe nigerine

Così come ormai standardizzato dai manuali di guerra NATO, la missione internazionale in Niger mescola insieme addestramenti bellici e interventi “umanitari” a favore della popolazione. Gli aiuti e i progetti pro-civili hanno assunto tuttavia contorni sempre più ambigui e contraddittori. “Con la Missione in Niger sono stati raggiunti considerevoli risultati nel campo della Sanità civile e militare attraverso la donazione di oltre 70 tonnellate tra farmaci e presidi medici”, ha spiegato un mese fa lo Stato maggiore della Difesa. A ciò si aggiungono la consegna al governo nigerino di attrezzature mediche e sanitarie per il valore di 167 mila euro e la decina di voli umanitari effettuati dall’Italia a partire del 24 aprile 2018 per trasportare medicinali e apparecchiature “resi disponibili grazie alla collaborazione tra il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, le Nazioni Unite ed altre agenzie intergovernative”.

Il 27 marzo 2019 l’Ambasciata d’Italia a Niamey e la Missione Bilaterale in Niger hanno consegnato un lotto di farmaci  raccolti dalla Fondazione Banco Farmaceutico Onlus nell’ambito di un accordo di collaborazione con il Comando Operativo di vertice Interforze (COI) e l’Ordinariato Militare, “finalizzato allo sviluppo di attività di supporto umanitario-sanitario a favore di persone in condizioni di svantaggio socio-economico nei Teatri Operativi”. Chi siano i reali beneficiari del dono lo rivelano le stesse forze armate: “i medicinali sono stati consegnati presso l’aeroporto militare di Niamey ai rappresentanti dei Ministeri della Salute Pubblica e della Difesa nigerini…”.

Ancora più evidenti le finalità militari della “donazione” effettuata a Niamey il 15 ottobre 2019: nello specifico, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione, il IV Reparto dello Stato maggiore della Difesa e il contingente MISIN hanno consegnato alle forze armate del Niger tredici mezzi militari, dieci ambulanze e tre autobotti. Inoltre è stata avviata la “formazione del personale nigerino all’uso e alla tenuta in efficienza dei mezzi (…) che si inserisce nell’ambito di una serie di iniziative di cooperazione tra l’Italia ed il Paese africano in più settori d’intervento al fine di fornire un contributo concreto alla risoluzione di particolari criticità nel campo della Difesa, costituendo una chiara dimostrazione di come le missioni svolte dalle nostre Forze Armate all’estero si caratterizzino sempre più marcatamente come interministeriali e interagenzia, nonché come espressione dell’impegno dell’intero sistema Paese”.

Il crescente impegno italiano nel Sahel è stato più volte giustificato dalle autorità di governo in chiave anti-migrazione illegale. Nel corso della sua visita in Niger a fine aprile 2019, la viceministra degli esteri Emanuela Del Re ha incontrato il Presidente Issoufou, il Primo Ministro Rafini e le massime autorità politiche e militari del Paese per “approfondire il partenariato bilaterale in tutti i settori, compresi quello della sicurezza, della gestione dei flussi migratori e della cooperazione allo sviluppo”, come ha spiegato la stessa Del Re. Simbolicamente la rappresentante della Farnesina ha “consegnato beni di primo soccorso e aiuti umanitari per la popolazione coinvolta nei recenti scontri a Diffa, nel sud del paese” e ha concluso il suo tour in Niger ad Agadez, “città di traffico fondamentale dei flussi migratori diretti a nord del Niger, dove è stata ricevuta dalle autorità locali e dalla missione europea EUCAP – Sahel, che sostiene i nigerini nel contrasto al terrorismo e alla criminalità organizzata”.

MISIN: Concluso un corso di addestramento a gendarmeria e guardia nazionale del Niger

Ad Agadez Emanuela Del Re ha avuto modo di visitare i centri di accoglienza realizzati dal Commissariato ONU per i rifugiati (UNHCR) e dall’Organizzazione Internazionale della Migrazioni (OIM) con finanziamenti del Ministero Affari Esteri e del cosiddetto Fondo Africa. Ulteriori risorse finanziarie (tre milioni di euro circa) sono state impegnate per il 2019 a favore di OIM “per migliorare la gestione dei flussi migratori e il contrasto al traffico di esseri umani ai confini del Niger con la Nigeria e con l’Algeria, tramite la fornitura di equipaggiamenti e del sistema informatico di gestione dei confini”. Persino la stessa donazione di ambulanze e autobotti alle forze armate nigerine del 15 ottobre scorso è stata presentata ufficialmente dal governo italiano come un’occasione “per rafforzare le capacità delle autorità nel soccorso dei migranti e nel contrasto al traffico di esseri umani”. Anche in questo caso le spese per l’acquisizione e il trasporto dei mezzi sono state coperte con le risorse del Fondo Africa del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

A spiegare come proprio la guerra ai migranti e alle migrazioni sia uno degli obiettivi prioritari della Missione militare italiana in Niger era stata proprio l’(ex) ministra della Difesa, Elisabetta Trenta. “Lo scopo di MISIN è quello di incrementare le capacità volte al contrasto del fenomeno dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza, nell’ambito di uno sforzo congiunto europeo e statunitense per la stabilizzazione dell’area del Sahel”, aveva dichiarato la pentastellata in occasione della sua visita ufficiale a Niamey nel febbraio 2019. “Quella in Niger è una missione importantissima per l’Italia poiché, nel sostenere le richieste del Governo nigerino, punta anche a frenare e ridurre il flusso incontrollato dei migranti verso il nostro Paese.  Una missione perfettamente in linea con l’interesse nazionale perché in questa fase è fondamentale il supporto al Niger nella lotta al terrorismo e ai traffici illeciti”. Per le politiche di contrasto all’emigrazione clandestina e di protezione delle frontiere. l’Unione europea ha stanziato a favore del Niger 190 milioni di euro, una cinquantina dei quali provengono dai fondi autorizzati nel maggio 2018 dal Ministero degli Affari esteri. “In questo modo il governo nigerino potrà istituire unità speciali di controllo delle frontiere, costruire e ristrutturare posti di frontiera e realizzare un nuovo centro di accoglienza per i migranti”, ha spiegato la Farnesina. L’aiuto anti-migranti è stato diviso in tranche e condizionato alla “diminuzione dei flussi migratori verso la Libia e un aumento rimpatri dal Niger verso i Paesi di origine”.

Se guerra globale al terrorismo e alle migrazioni è il leitmotiv di tutte le dichiarazioni ufficiali del governo, è un dato di fatto che la penetrazione militare-civile italiana nel Sahel risponde agli interessi delle grandi aziende a capitale pubblico e privato impegnate nella ricerca-sfruttamento degli idrocarburi e dei minerali strategici. Tra gli ultimi Paesi al mondo nella classifica dell’Indice di sviluppo umano (nel continente nero solo il Centrafrica vanta una performance peggiore), il Niger possiede un immenso patrimonio di risorse naturali e materie prime: oro, diamanti, petrolio, gas naturale ma soprattutto uranio, minerale fondamentale nella produzione di testate atomiche ed energia nucleare (il Niger è il terzo produttore al mondo di uranio dopo Canada e Australia, ma la sua estrazione è molto meno costosa e dunque più remunerativa di quanto accade nei due paesi concorrenti). Per l’accaparramento di uranio, gas e idrocarburi è in atto in Niger una dura competizione politico-militare-economica tra le superpotenze mondiali (Stati Uniti, Cina, india, ecc.) e i paesi leader dell’Unione europea: innanzitutto la Francia che importa dal Niger buona parte dell’uranio utilizzato per alimentare le sue numerosissime centrali nucleari e, da qualche tempo, anche la Germania. L’ENI e le aziende partner non intendono replicare la figuraccia fatta in Libia a partire del 2011: ecco allora che in nome del Sistema Paese, sempre più militari e fondi allo sviluppo vengono destinati dall’Italia agli autoritari governi dei poverissimi paesi del Sahel e dell’Africa occidentale.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

La Germania all’assalto del Sahel: si comincia con una grande base in Niger

Militari italiani in Niger, aiuto umanitario sì ma anche training antisommossa

Militari italiani in Niger, aiuto umanitario sì ma anche training antisommossa

Burkina Faso, continuano gli attacchi jihadisti alla minoranza cristiana

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 7 dicembre 2019

L’ennesimo assalto jihadista contro la minoranza cristiana ha causato 14 morti “giustiziati a freddo”, secondo una fonte Agenzia France Press (AFP), da una dozzina di individui armati. Tra le vittime anche il pastore e diversi bambini. È successo domenica scorsa a Hantoukoura, nel Burkina Faso orientale nell’attacco a una chiesa protestante durante la funzione religiosa.

Seppellimento di alcune vittime del terrorismo contro le minoranze cristiane in Burkina Faso
Seppellimento di alcune vittime del terrorismo contro le minoranze cristiane in Burkina Faso (Courtesy  ACN International)

“Non è stato rivendicato, così come non sono stati rivendicate le precedenti aggressioni contro i cristiani – afferma Justin Kientega, vescovo di Ouahigouya. Non sappiamo se si tratti di uno o più gruppi. È certo che cercano di innescare un conflitto tra religioni in un paese in cui cristiani e musulmani sono sempre andati d’accordo”.

Accuse all’Occidente

Dopo l’ultimo feroce attacco jihadista, Justin Kientega, lancia una pesante accusa all’Occidente. “Il mondo deve guardare su ciò che accade in Burkina Faso. Le potenze occidentali devono fermare chi commette questi delitti, anziché vendere loro le armi che usano anche per uccidere i cristiani”.

Gli attacchi jihadisti, dall’inizio del 2015, sono diventati sempre più frequenti e mortali soprattutto nel nord e nell’est dell’ex colonia francese. Secondo l’AFP hanno causato oltre 700 morti e circa 500mila tra sfollati interni e rifugiati.

Perseguitati più che mai

Il report “Perseguitati più che mai”, realizzato dalla Fondazione di diritto pontificio ACN International, fotografa dati del periodo 2017-2019. Nel periodo in esame, in Burkina Faso, la situazione è precipitata soprattutto nel nordest del Paese dove i jihadisti hanno colpito numerose celebrazioni cristiane.

“Nei soli primi sei mesi del 2019 sono stati uccisi 20 cristiani, tra cui tre sacerdoti ed un pastore – si legge nell’indagine. Un altro sacerdote è stato rapito nel marzo 2019. Gli autori di tali crimini cercano di infondere terrore nella comunità cristiana anche per impadronirsi delle loro terre e dei loro beni”.

Succede che, qualche giorno prima dell’attacco, passino nei villaggi, casa per casa dicendo che se i cristiani non si convertono all’islam verranno uccisi con le loro famiglie. Danno pochi giorni di tempo per prendere le loro cose e lasciare le abitazioni che verranno loro sottratte.

Mappa che mostra la situazione della minoranza cristiana in Africa Sub-sahariana
Mappa che mostra la situazione della minoranza cristiana in Africa Sub-sahariana (Courtesy acs-italia.org)

Peggiora la situazione nel Sahel

Cinque Paesi l’area sub-sahariana sono sotto attacco jihadista. Il dossier di ACN International mostra la mappa di quelli sotto attacco. In Burkina Faso, Niger, Nigeria, Camerun e Repubblica Centrafricana, la situazione è in peggioramento. Le persecuzioni contro i cristiani sono stabili in Egitto e Sudan ma sono peggiorate in Eritrea.

Ma non è solo la minoranza cristiana nel mirino dei gruppi aderenti ad Al Qaeda e allo Stato Islamico. Anche la popolazione civile musulmana viene colpita indiscriminatamente. Molti sono gli attentati contro i musulmani e le uccisioni degli iman. Ma si continuano a registrare attacchi armati contro i militari burkinabé e la polizia.

Sandro Pintus
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Niger: pronta missione italiana. I rapitori di Rossella Urru: “Abbiamo ucciso 4 marines”

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Assalto dei terroristi in Burkina Faso: ucciso un missionario spagnolo e quattro agenti della dogana