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Suk de Noël: a Milano mercatino benefico tanti regalini africani per Natale

Afrixa ExPress
27 novembre 2019

Mercatino benefico di Natale
Suk de Noël, sabato 30 novembre e domenica 1 dicembre 2019, Milano, Basilica di San Simpliciano, Via dei Chiostri 8, Entrata dall’oratorio (orario continuato 09.30-19.30)

Torna come ogni anno il Suk de Noël, mercatino benefico di artigianato africano che propone una ricca selezione di pezzi ricercati e originali realizzati a mano dalle tribù dei masai e dei turkana e provenienti dal Kenya, dalla Tanzania e dall’Uganda.

Tra questi, le collane e bracciali di ceramica kazuri, i bijoux di legno e ornamenti tipici tribali; tazze e vassoi di metallo dipinti a mano con motivi animali; pupazzi di lana lavorati a maglia raffiguranti leoni, leopardi, scimmie e altri animali della Savana provenienti da Njoro (Lago Nakuru); i cestini portafrutta di varie misure e colori ugandesi.

Bracciale Masai

Si potranno trovare, inoltre, le classiche coperte Masai, le stoffe Kikoy, Kitenge e Kanga (da usare come parei, sciarpe o, nel caso di dimensioni extra, come tovaglie e copriletto); i cestini e sporte di paglia, presepi, collane e orecchini di ceramica e di carta, animali e oggetti di pietra saponaria.

Leone in alluminio, decoro da appendere all’albero

E quest’anno, per la prima volta, l’originale calendario africano 2020.

La confezione regalo è garantita per ogni acquisto (anche il più piccolo).

Tuc tuc (apecar), magnete di legno dipinto a mano.

Tutto il ricavato della vendita è destinato alla missione di Matiri in Kenya, dove i padri della Consolata sono impegnati a garantire l’istruzione a centinaia di bambini e ragazzi africani.

Africa ExPress
africexp

Alex Zanotelli vs Salvini: “Uomo insensibile al dolore altrui ma non mi fa paura”

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Speciale per Africa Express
Costanza Troini
Roma, 26 novembre 2019

“Non ho paura di hater e fake news contro di me, ma possono fare gravi danni alimentando razzismo, paura ed egoismo. E’ da un po’ di tempo che sono nell’occhio di Matteo Salvini”, racconta padre Alex Zanotelli, il missionario comboniano che ha dedicato la vita all’umanità più indifesa, in Africa come in Italia e anche se in effetti la notizia non è nuova, offre una visione d’insieme non solo sul fatto in sé ma anche sulla terribile macchina da guerra formata da odio e fake news.

“L’ex ministro dell’Interno ha iniziato a bersagliarmi – ricorda Zanotelli – da quando ho definito inaccettabile il Decreto Sicurezza (in particolare il Decreto Sicurezza bis approvato nell’agosto 2019 n.d.r.). Ma come si fa a considerare reato salvare una persona in mare? La questione si è recentemente riaperta quando Adnkronos mi ha chiesto cosa pensassi dell’apertura a Salvini da parte del cardinal Camillo Ruini. E io sono stato chiaro: non è possibile dialogare con il capo della Lega. Sarebbe come dare l’Italia in mano all’estrema destra. Rimango esterrefatto di fronte a un alto prelato che apre così a Salvini. Ho espresso il mio giudizio etico e morale sulla cosa, e da lì è ripartito l’attacco sui social. Che personalmente non uso, ma ho trovato messaggi anche sulla mia email”.

Il padre combinano Alex Zanotelli

Padre Alex le sembra possibile una tale insensibilità, appena dopo il naufragio di questa notte, proprio di fronte alla spiaggia dei Conigli di Lampedusa, con ancora morti, non certo pericolosi terroristi come vorrebbe far credere la propaganda salviniana, ma genitori con i loro bambini?  E come mai non ci si vergogni a prendersela con chi è dalla parte di chi soffre?

“Salvini non si lascia toccare dal dolore altrui. E quando non ci si lascia toccare dal dolore altrui le conseguenze sono terribili, le conosciamo tutti. Con lo stop all’operazione Mare Nostrum la situazione è peggiorata. Ora è doppiamente grave respingere chi non è migrante ma profugo in fuga dai lager libici, dove vigono torture, violenze e stupri”.

Ma che senso hanno queste campagne denigratorie, gli insulti degli hater, le fake news montate per intimidire chi va per la sua strada e per confondere acque già abbastanza torbide?

“Il leader della Lega è un animale intelligente, si è circondato da venti o trenta giovani esperti di web, a modo loro intelligenti e soprattutto scaltri, e hanno creato la Bestia: una macchina che una volta che ti prende di mira non dà tregua, è finita. E’ quel che è stato fatto con Liliana Segre ad esempio. Allo stato attuale delle cose il potere dei social è enorme: sono in grado di pilotare risultati elettorali lavorando nel virtuale. Ma non è solo virtuale il vero e proprio potere economico sostenuto da Internet. Basti pensare che cinque tra gli uomini più ricchi del mondo appartengono al web, Amazon, Microsoft, Facebook, Twitter, Google non producono beni materiali ma hanno tanto denaro e tanto potere finanziario che si fa presto a trasformare in potere politico”.

Ma perché in tanti credono alle fake news? Perché in tanti perdono tempo a gettare fango sui social? Perché in tanti odiano e aspettano solo di avere un nemico concreto su cui scatenarsi?

“Dobbiamo capire che il razzismo ce lo siamo portato dietro coperto per almeno 500 anni. La ‘tribù bianca’ è rimasta per secoli nella convinzione di essere depositaria di civiltà e così si è immensamente arricchita con il colonialismo. Ora che le altre tribù si stanno affacciando alla ribalta e si stanno rafforzando, spesso risollevandosi dalla miseria in cui lo stesso colonialismo le ha condannate per decenni se non per secoli, la ‘tribù bianca’ ha paura. Scatta l’egoismo. Egoismo e paura vengono utilizzati per alimantare falsità, per rendere credibile quel che fa più comodo. Dovremo tutti rinunciare a qualcosa, rinunciare a parte del nostro egoismo per il bene del pianeta e dell’umanità che lo abita, ma non fa comodo. Ci si scaglia allora contro nemici immaginari, si inventano fake news per manipolare scelte individuali e collettive”.

Come si può arginare questa marea nera?

“I governi devono imporre regole contro le fake news . Ma gli stessi governi sono troppo deboli rispetto ai padroni della rete dei quali abbiamo appena parlato”. 

Padre Alex ha paura degli hater?

“No, non ho paura. Ma possono fare danni. Addirittura influenzare pesantemente atteggiamenti e convinzioni. I loro insulti però non cambiano le mie opinioni”.

Costanza Troini
ctroini@gmail.com

Congo-K: precipita bi-motore nel Nord-Kivu, almeno 26 morti

Africa ExPress
25 novembre 2019

Un incidente aereo questa mattina ha causato la morte di almeno 26 persone a Goma, capoluogo della  travagliata provincia del Nord-Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo.

Il Dornier 228, numero di immatricolazione 9S-GNH, è precipitato al suolo poco dopo il suo decollo alle 09.10 sulla pista 17 dell’aeroporto di Goma, costruito a poca distanza dalla frontiera con il Ruanda. Il piccolo aero, di proprietà della società Busy-Bee, era diretto a Beni con a bordo 17 passeggeri e due membri di equipaggio, tutti morti dopo la tragedia.

Precipita aereo della compagnia Busy Bee in Congo-K

Il bimotore, appena decollato è caduto su un’abitazione di Birere, quartiere densamente popolato nelle vicinanze dell’aeroporto. Al momento del terribile impatto erano presenti 9 membri della famiglia, proprietaria della casa; si stavano preparando per andare in chiesa, non hanno fatto in tempo. Sono tutti stati estratti senza vita da sotto le macerie.

Secondo alcune fonti, poco dopo il decollo si avrebbe udito una forte detonazione, proveniente da uno dei motori del velivolo. Lo stringer di Africa ExPress ha precisato che il proprietario è particolarmente attento alla manutenzione degli aerei della sua flotta, che vengono regolarmente revisionati in Germania. Dunque sembra poco probabile che il Dornier sia precipitato per mancanza di manutenzione.

A destra e a sinistra nella foto due piloti morti nell’incidente (foto Africa ExPress)

L’apparecchio avrebbe dovuto percorre 350 chilometri per raggiungere Beni con scalo a Butembo. Tra i passeggeri, vittime dell’incidente, c’erano anche tre alti funzionari dell’amministazione forestale. Dovevano raggiungere il loro posto di lavoro a Beni e Butembo. Si trovavano nel capoluogo per una riunione di lavoro indetta dal ministro per la Tutela dei Beni Agricoli e Forestali, Molendo Sakombi. Anche Mambo Zawadi, coordinatrice di un’organizzazione per la Difesa delle Donne figurava tra i passeggeri e come tutti gli altri è morta durante la tragedia.

Il governatore della provincia, Nzanzu Kasivita, ha espresso le sue condoglianza da Beni, dove si trovava domenica, per dare conforto alla popolazione di quella città, fortemente provata dalla decima epidemia di ebola e dai continui attacchi di gruppi armati. Nei giorni scorsi l’Allied Democratic Forces (ADF), organizzazione islamista terrorista ugandese, operativa anche nel Congo-K dal 1995, ha perpetrato due aggressioni simultanee a Beni e in una zona vicino a Oïcha, che dista una trentina di chilometri più a nord solo pochi giorni fa, uccidendo almeno 21 persone.

Al centro della foto, sotto la scaletta, Ted, il proprietario della compagnia aerea Busy Bee (foto Africa ExPress)

Dalla fine di ottobre, cioè dall’inizio delle operazioni militari contro i gruppi ribelli nel Nord-Kivu sarebbero state massacrate tra 60 e 70 persone nella regione di Beni, malgrado la massiccia presenza di truppe dell’esercito congolese.

Denise Mukwege, Premio Nobel per la Pace 2018, ha lanciato un appello alla Francia e all’Unione Europea, chiedendo loro sostegno militare per mettere fine agli incessanti massacri a Beni. Il Nobel ha invocato il capitolo 7 della Carta dell’ONU che prevede l’uso della forza in caso aggressione, minaccia o violazione della pace.

Africa ExPress
@africexp

Il Nobel Denis Mukwege: “Creare fondo globale per vittime di violenza sessuale”

Ruanda, trucidati dai terroristi otto civili nel parco dei vulcani dove abitano i gorilla

Pedofilia recidiva del responsabile Caritas in Centrafrica: ONU interrompe i rapporti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
24 novembre 2019

OCHA, l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari, ha sospeso qualsiasi attività con la Caritas nella Repubblica Centrafricana. L’ex segretario generale dell’organizzazione cattolica nel Paese, Luc Delft, sarebbe sospettato di aver commesso abusi sessuali contro minori a Bangui, la capitale, e a Kaga Bandoro, città nel nord.
Il procuratore generale di Bangui, ha aperto un’inchiesta il 7 ottobre scorso. “La bomba” è scoppiata dopo un servizio della CNN, emittente televisiva statunitense.

Secondo quanto riportato dalla stampa belga, Delft sarebbe stato indagato per molestie sessuali su minori, per fatti risalenti al 2001. All’epoca era educatore in un collegio gestito da salesiani a Gand in Belgio e nel 2009 è stato arrestato perché trovato in possesso di materiale video-pornografico. Nel 2012 è stato poi condannato a un anno e mezzo di prigione con la condizionale, l’interdizione dei diritti civili per cinque anni e l’obbligo di sottoposizione a cicli di cure e controlli psicologici, volti a monitorare il relativo stato di salute mentale.

Luk Delft circondato dai bambini di cui si prendeva cura

Malgrado l’interdizione a svolgere qualsiasi attività con bambini e/o minori, nel 2013 è stato inviato nella Repubblica Centrafricana e nel 2015 ha ricevuto un importante incarico in seno alla Caritas nell’ex colonia francese.

In un comunicato, l’Agenzia dell’ONU, che coordina tutte le attività umanitarie nazionali e internazionali nel Paese, ha fatto sapere: “Tolleranza zero per abusi e sfruttamento sessuale nei confronti del personale e di quello dei nostri partner, come la Caritas, che è nel Paese per aiutare la popolazione”.

La Caritas è attiva con missioni di sviluppo e assistenza alle vittime dal 2013, subito dopo l’inizio del sanguinoso conflitto interno scoppiato alla fine del 2012. Inoltre sostiene giovani e giovanissimi vulnerabili, tra cui ex bambini soldato.

Malgrado le pesanti condanne, il prete è stato inviato nella Repubblica centraficana per occuparsi nuovamente di bambini e giovanissimi. Dignity, fondazione cattolica belga che lotta contro gli abusi sessuali in seno alla Chiesa, aveva espresso perplessità  già a giugno, quando il sacerdote era ritornato in patria, precisando che secondo loro non avrebbe mai dovuto ricoprire alcun incarico nell’ex colonia francese.

Nella mappa, la posizione della Repubblica Centrafricana
Nella mappa, la posizione  geografica della Repubblica Centrafricana (Courtesy Google Maps)

In passato, anche caschi blu di MINUSCA, Missione multidimensionale integrata dell’ONU nella Repubblica Centrafricana – rinnovata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza, con risoluzione 2499 (2019) il 15 novembre scorso per un altro anno – sono stati accusati di abusi sessuali su minori. L’inchiesta è poi stata archiviata. Lo stesso è accaduto a diversi militari francesi della Operazione Sangaris – Missione terminata nell’ottobre 2016 – indagati dalla Procura di Parigi per gli stessi reati. Ma anche in questo caso i soldati sono stati scagionati.

MINUSCA è attualmente presente nel Paese con 11.650 militari e 2080 poliziotti. L’ultimo trattato di pace, preparato minuziosamente sin dal 2017 dall’Unione Africana e tutti gli attori del conflitto è stato siglato a Khartoum, la capitale del Sudan, i primi di febbraio. Nessuno dei precedenti accordi è stato in grado a riportare stabilità nel Paese e ora, a quanto sembra, nemmeno l’ultimo, l’ottavo. Ancora oggi 2,6 milioni di persone necessitano di aiuti umanitari e il 38 per cento dei bambini sotto i 5 anni soffrono di denutrizione cronica. 1,2 milioni di centrafricani hanno dovuto lasciare le proprie case, tra loro 581 mila sfollati interni, mentre 598 mila hanno cercato protezione nei Paesi confinanti.

Il conflitto ha anche conseguenze sull’educazione dei bambini. Molte scuole sono chiuse, perchè distrutte o occupate da gruppi armati; si stima che il 31 per cento dei piccoli in età scolare sia attualmente privo di istruzione.

Camionetta della MINUSCA

L’assistenza sanitaria, poi, è una delle peggiori al mondo anche per mancanza di medici e personale paramedico, 7,1 ogni 10.000 abitanti. Anche il tasso di vaccinazione è piuttosto basso e ciò aumenta il rischio di propagazione di epidemie.

L’insicurezza costante e le cattive condizioni delle strade, rendono davvero difficile il trasporto degli aiuti umanitari, per non parlare degli attacchi a convogli e operatori da parte di gruppi armati e criminali.

La crisi dell’ex colonia francese comincia alla fine del 2012: il presidente François Bozizé dopo essere stato minacciato dai ribelli Séléka, soprattutto musulmani)  alle porte di Bangui, chiede aiuto all’ONU e alla Francia. Nel marzo 2013 Michel Djotodia, prende il potere, diventando così il primo presidente di fede islamica del Paese. Dall’ottobre dello stesso anno i combattimenti tra gli anti-balaka, miliziani cristiani,  e gli ex-Séléka si intensificano e lo Stato non è più in grado di garantire l’ordine pubblico. Francia e ONU temono che la guerra civile possa trasformarsi in genocidio. Il 10 gennaio 2014 Djotodia presenta le dimissioni e il giorno seguente parte per l’esilio in Benin. Il 23 gennaio 2014 viene nominata presidente del governo di transizione Catherine Samba-Panza, ex-sindaco di Bangui.

Dall’era François Bozizé il Paese ha visto alternarsi ben quattro presidenti: Michel Djotodia, Alexandre-Ferdinand N’Guende, Catherine Samba-Panza e infine Faustin-Archange Touadéra, eletto nel marzo 2016.

Il 15 settembre 2014 arrivano anche i caschi blu dell’ONU (MINUSCA), che attualmente sono presenti con 12.870 uomini in divisa, oltre allo staff civile forte di 1.162 persone (tra volontari ONU, personale internazionali e locale).

Il 31 ottobre 2016 la Francia ritira ufficialmente le sue truppe dell’operazione Sangaris, che si è protratta per ben tre anni.

 

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

In cambio di licenze minerarie Putin invia armi all’esercito centrafricano: l’ONU acconsente

Centrafrica: i militari francesi accusati di molestie sessuali verso minori

Diluvio universale in Camerun, Nigeria, Centrafrica: morti, feriti, dispersi

 

 

 

 

Seychelles: gli eroinomani, il 10 per cento della popolazione, trattati come malati

Africa ExPress
23 novembre 2019

Chi non ha mai sognato di passare una vacanza alle Seychelles, costituite da un arcipelago che comprende 115 isole nell’Oceano Indiano, a 1500 chilometri a est delle coste dell’Africa orientale. Uno Stato insulare con immense distese di sabbia bianca, natura incontaminata, come l’Atollo corallino di Aldabra, che è il secondo più grande al mondo e patrimonio mondiale dell’UNESCO. Grand Terre, Malabar, Picard e Polymnie, sono 4 grandi isole che fanno parte dell’enorme barriera corallina che racchiude la laguna, l’habitat naturale delle tartarughe giganti e dei rari granchi del cocco.

Questo paradiso terrestre, visitato ogni anno da oltre 360.000 turisti, è abitato solamente da 95.600 persone, eppure il 10 per cento della popolazione attiva fa regolarmente uso di droghe pesanti, come l’eroina. Secondo l’Agenzia per la Prevenzione di Abuso di Droghe e il Reinserimento sociale (APDAR) delle Seychelles, lo Stato insulare soffre del più alto tasso di dipendenza da eroina al mondo.

Spiaggia delle Seychelles

Generalmente i giovani iniziano con il consumo sporadico di cannabis per poi passare al fumo di eroina e, una volta sviluppata una certa tolleranza a questa droga, occorrono sempre maggiori quantità. Le persone che fumano eroina spesso hanno le dita delle mani e le mani sporche di nero. Queste macchie sono causate dalla carta stagnola quando la si riscalda.

La droga deve fare un lungo tragitto prima di giungere a destinazione. Il più delle volte proviene dall’Afghanistan, via l’Africa dell’est. Lo Stato insulare proprio per il fatto che comprende 115 isole, ha frontiere assai permeabili e difficilmente controllabili. La scarsa sorveglianza inoltre facilita l’entrata della droga nel Paese.

Piuttosto che intentare una “guerra contro gli stupefacenti”, che criminalizzerebbe gran parte della popolazione, il capo dell’agenzia antri-droga ha optato per una politica di tipo portoghese: il tossicomane viene considerato come un malato cronico e come tale viene seguito e curato.

APDAR è stata creata nel 2017 e il suo direttore, Patrick Herminie, ha detto che dallo scorso anno è stato introdotto un programma di trattamento metadonico di mantenimento (MMT).

Lotta contro l’eroina alle Seychelles

Il drogato intossicato da tempo deve accettare il ricovero per il periodo necessario e deve esprimere la ferma volontà di volersi disintossicare. Mentre per coloro a stadio meno avanzato, il programma mette l’accento sulla riduzione dei danni provocati dall’assunzione di sostanze stupefacenti. Naturalmente le persone vengono seguite da medici e supportate da psicologi.

Attualmente sono iscritte 2000 persone nei programmi di recupero e il 68 per cento già ha trovato un lavoro rimunerato. Da quando il governo di Victoria ha adottato l’MMT, il prezzo dell’eroina è crollato notevolmente.

Le Seychelles sono state colonia francese fino al trattato di Parigi del 1814, per poi diventare formalmente possedimento britannico fino all’indipendenza ottenuta nel 1976. La composizione etnica è estremamente eterogenea. Con il passare del tempo le varie etnie si sono fuse pacificamente tra loro e oggi la stragrande maggioranza dei seychellesi ha origini miste.

Il 90 per cento della popolazione è quindi definita creola, discendente dai colonizzatori provenienti dalle colonie francesi ed i loro schiavi africani, mentre il 10 per cento è di origine europea. Le radici multietniche degli abitanti hanno saputo dar origine a una vibrante società pacifica.

Le lingue ufficiali sono il creolo, l’inglese ed il francese. Oltre l’82 per cento dei seychellesi professa la religione cattolica, il 6,4 sono anglicani, mentre gli induisti rappresentano il 2 e i musulmani l’1,1 per cento. Il reddito pro capite supera quello di alcuni Paesi europei.

Africa ExPress
@africexpress

Quattordicenne camerunense Premio per la Pace per l’impegno contro Boko Haram

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
22 novembre 2019

La giovanissima Divina Maloum, camerunense di soli 14 anni, ha ricevuto il Premio Internazionale per la Pace per il lavoro svolto con i suoi coetanei, vittime di violenze degli estremisti nel nord del Paese, dove da anni la popolazione subisce feroci attacchi dei terroristi Boko Haram.

Il prestigioso premio è stato conferito alla ragazza dall’organizzazione olandese KidsRights (Diritti dei bambini), che lotta perché vengano riconosciuti gli sforzi messi in campo dai giovanissimi per migliorare la propria situazione e quella degli altri. Insieme a Divina è stata premiata anche la militante ecologista Greta Thunberg.

Divina Maloum, inignita del premio ChildsRights

Nel 2014 la ragazzina africana ha fondato il movimento: “Bambini per la Pace” per poter svolgere attività con i piccoli vittime di terrorismo. Da allora non ha mai smesso di recarsi nelle comunità per parlare con i suoi coetanei  dei propri diritti e che si può remare contro la violenza e non farsi trascinare da essa.

Dopo una breve pausa – durata ben poco – gli attacchi dei terroristi sono ricominciati quasi giornalmente nella provincia dell’Estremo Nord, al confine con la Nigeria. La popolazione si sente abbandonata dal governo centrale, ha paura. E il 9 novembre i residenti di Moskota  sono scesi in piazza e hanno urlato tutto il loro disappunto, la loro paura: “Basta con le uccisioni, basta con il silenzio dello Stato”.

“I miliziani di Boko Haram bruciano le nostre case, le nostre moschee, le nostre chiese. I soldati vengono, controllano, ripartono e noi seppelliamo i nostri morti nell’indifferenza e nel silenzio”, ha detto un coltivatore di cereali.

Tutte le sere alle 18.00, quest’uomo, la sua famiglia e i suoi vicini, armati di stuoie, vanno a passare la notte nella vicina foresta per non essere sorpresi e ammazzati dai terroristi nigeriani. Altri si nascondono dietro grandi rocce o passano la notte sopra gli alberi, mentre i più abbienti si recano in villaggi sicuri, che distano una decina di chilometri. All’alba ritornano tutti, per occuparsi dei campi e del bestiame.

Chi resta a casa durante la notte, rischia di essere ucciso. E’ successo al pastore David Mokoni, trucidato durante la notte del 6 novembre nella sua casa. E’ stato ingenuo, era rimasto nel villaggio, convinto che ci fosse una maggiore sorveglianza quella notte, visto che un ministro si trovava nella zona. La stessa sera è morto un altro residente e decine di case sono state saccheggiate. Cinque giorni più tardi un contadino è stato ucciso e un centinaio di mucche sono state portate via.

I sanguinari guerriglieri islamici Boko Haram, attivi soprattutto nel nord della Nigeria

Le incursioni ora sono più frequenti, anche perchè i comitati di vigilanza, generalmente composti da anziani che conoscono bene il territorio, hanno abbandonato questo tipo di servizio. Riuscivano a dare l’allarme alla popolazione quando stavano per arrivare i sanguinari miliziani dalla vicina Nigeria. Il presidente Paul Biya aveva stanziato oltre 300mila euro per questi preziosi collaboratori, ma la maggior parte di loro non ha visto più di 15 euro a testa per tutto il periodo. “Che fine hanno fatto tutti questi soldi?” ha riferito Jean Areguema, capo ufficio nell’Estermo Nord del trisettimanale L’Œil du Sahel, ai giornalisti di Le Monde Afrique. E ha aggiunto: “ Le ragioni dei continui attacchi sono molteplici, una è certamente la pressione esercitata dell’esercito nigeriano e Boko Haram ha problemi di approvvigionamento, dunque cerca di procurarsi quanto serve nel Camerun. Inoltre, molti posti di blocco dell’esercito sono stati eliminati nei nostri villaggi. Non si capisce per quale ragione”.

Ovviamente le autorità camerunensi smentiscono, l’esercito non avrebbe mai abbandonato i residenti. “Boko Haram è ormai stato annientato militarmente in Camerun”, hanno spiegato alcune fonti della Sicurezza. E, secondo loro, le incursioni degli ultimi tempi sarebbero opera di miliziani isolati che cercherebbero di sopravvivere.

Peccato che le fonti della Sicurezza abbiano omesso di citare le esecuzioni extragiudiziali, commesse dai militari stessi nel recente passato. Crimini venuti alla luce grazie a Amnesty International.

Cornelia I. Toelgyes
corneliaict@hotmail.it
@cotoelgyes

Video con esecuzioni extragiudiziali in Camerun: Amnesty International accusa

 

 

 

 

Yemen: gli houthi sequestrano rimorchiatore e piattaforma sudcoreana

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
20 novembre 2019

I ribelli houthi hanno sequestrato una nave nel Mar Rosso. Lo ha comunicato la coalizione, capeggiata dall’Arabia Saudita. Domenica mattina l’imbarcazione, la Rabigh-3, si trovava nel sud del Mar Rosso e stava rimorchiando una piattaforma di perforazione, quando è stata attaccata da un gruppo di uomini armati affiliati ai combattenti in guerra con il governo.

Secondo il portavoce del ministero della Difesa del regno wahabita, Turki al-Maliki, la piattaforma sarebbe di proprietà di una società sud-coreana. Non è dato sapere il numero dei membri dell’equipaggio a bordo del rimorchiatore al momento del sequestro.

Il rimorchiatore Rabigh-3, battente bandiera saudita, sequestrato dagli houthi

Un leader dei ribelli, Mohammad al-Houthi, ha confermato la cattura dell’imbarcazione a largo dello Yemen e ha precisato che al momento attuale la guardia costiera del Paese sta svolgendo indagini per determinare la proprietà del natante.

Secondo quanto riporta sul suo sito Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), il rimorchiatore batterebbe bandiera saudita e il suo porto di attracco sarebbe Gedda. L’ambasciatore sud-coreano accreditato nello Yemen, durante un incontro con il ministro degli esteri yeminita, Mohammed Abdullah al-Hadrami, ha condannato severamente il sequestro e ha chiesto l’immediato rilascio del natante, aggiungendo: “Questi atti provocatori e illegali hanno effetto negativo sulla libertà di navigazione internazionale”.

E Gerry Northwood, della compagnia per la sicurezza marittima internazionale MUST ha sottolineato che in questi anni di guerra gli houthi avrebbero dimostrato di avere grandi capacità in svariati campi, sia che si tratti di attacchi missilistici, di posa di  mine, o, come in questo caso, del sequestro di un’imbarcazione. “Il fatto che i sauditi non siano in grado di proteggere tutte le loro navi in questo tratto di mare è un bel problema per loro”, ha commentato.

Il clima tra gli attori di questa sanguinosa guerra è nuovamente teso. Eppure, dallo scorso settembre, dopo il raid sugli impianti petroliferi sauditi, sono in atto colloqui tra gli houthi e l’Arabia Saudita con l’intermediazione dell’Oman, Paese che confina sia con lo Yemen che con il regno wahabita. Gamal Amer, un negoziatore degli houthi, ha fatto sapere che le parti comunicano via video conferenza da ben due mesi. Anche un alto funzionario di Riad ha confermato che sono in atto dialoghi con gli avversari yementi. “Bisogna trovare una soluzione per porre fine a questo conflitto”, ha sottolineato durante un incontro con alcuni giornalisti all’inizio del mese a Washington.

Mentre il 5 novembre scorso i separatisti del sud e il governo riconosciuto a livello internazionale, hanno firmato un accordo a Riad.

Firma del trattato tra il presidente yemenita Abd Rabbo Mansour Hadi e Aidarous Al-Zoubeïdi, leader STC

Alla cerimonia, trasmessa in diretta TV, oltre alle massime autorità saudite erano presenti anche esponenti degli Emirati Arabi Uniti. Il presidente Abd Rabbo Mansour Hadi e il capo di STC (Consiglio di Transizione del Sud, un’organizzazione politica secessionista dello Yemen, fondato nell’aprile 2017), Aidarous Al-Zoubeïdi. Il documente prevede l’integrazione di membri si STC nel governo, in cambio del ritorno dell’amministrazione di Hadi a Aden. I secessionisti del sud, durante i combattimenti dello scorso agosto avevano preso il controllo della città portuale, costringendo Hadi a lasciare il palazzo governativo, e aprendo così una profonda crepa nell’alleanza sunnita. (Dopo il colpo di Stato del 2014 da parte degli houthi, la cui roccaforte è tutt’ora la capitale Sanaa, nel nord del Paese, Hadi è stato costretto a trasferire il governo a Aden, che si trova nel sud).

STC era alleato dei miliziani fedeli al presidente contro gli houthi, nemico comune da combattere, sennonchè lo scorso agosto i secessionisti del sud avevano chiesto il riconoscimento di autogoverno della città portuale.

Durante la cerimonia, che si è svolta nel palazzo reale a Riad, la capitale saudita, il principe ereditario Mohammed ben Salmane ha detto: “Questo accordo aprirà un nuovo periodo di stabilità nello Yemen”. Anche l’inviato speciale dell’ONU nel travagliato Paese della penisola araba, Martin Griffiths, ha salutato positivamente la firma dell’accordo.

Finora, però, il governo riconosciuto a livello internazionale non ha potuto fare ritorno nella propria sede di Aden e fonti ufficiali hanno deplorato i separatisti del sud per aver ancora mantenuto le posizioni chiave nella città portuale.

Per il momento la pace è ancora lontana. A pagare il prezzo più alto sono ovviamente i bambini: 12 milioni – quasi tutta la popolazione infantile – sono in stato di necessità.

Eppure nel 1991 lo Yemen fu tra i primi Stati a ratificare la Convenzione per i Diritti dell’infanzia, approvata dall’ONU il 20 novembre 1989. Purtroppo il governo non ha saputo mantenere la promessa fatta. Troppi bambini sono brutalmente stati uccisi durante gli attacchi. A tutt’oggi cinque milioni di piccoli non hanno accesso all’istruzione

Una guerra che si combatte su più fronti. I dati ufficiali parlano di 17 mila morti tra il 2015 e il 2018, altre fonti stimano siano tra i 70 e i 100 mila. Milioni di persone sono state costrette alla fuga. Secondo Relief Web, dall’inizio di quest’anno le vittime civili sarebbero 700, mentre i feriti 1.600.

La guerra in Yemen vede contrapposte due fazioni: da un lato gli houti, un movimento religioso e politico sciita, che appoggiano il presidente destituito Ali Abd Allah Ṣaleḥ, ucciso nel dicembre 2017; dall’altro le forze del presidente Mansur Hadi, rovesciato dagli houthi con un colpo di Stato nel gennaio 2015.  La coalizione saudita è entrata nel conflitto nel marzo 2015 a sostegno di Hadi, che a tutt’oggi è riconosciuto dalla comunità internazionale come capo di Stato.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Houthi rivendicano attacco all’Arabia Saudita: “I droni erano 10 e con i motori jet”

 

Silvia Romano, la pista porta in Somalia dagli shebab ma non tutti ci credono

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 19 novembre 2019

Domani sarà un anno da quando Silvia Romano, la ventiquattrenne volontaria milanese che si occupa dei bambini diseredati in Kenya, è stata rapita a Chakama, un povero villaggio a un’ottantina di chilometri da Malindi. E domani, nel giorno dell’anniversario del sequestro, in Kenya riprenderà anche il processo. Ma ad andare avanti è anche, finalmente, l’inchiesta della procura di Roma. I tasselli dell’indagine dei carabinieri del Ros, coordinati dal sostituto procuratore Sergio Colaiocco, sono legati all’analisi dei documenti messi a disposizione dei nostri inquirenti dalle autorità keniote nell’agosto scorso (con un certo ritardo), in particolare verbali e tabulati telefonici: la ragazza – questa ormai è la certezza dei magistrati italiani – si trova in Somalia nelle mani di un gruppo legato ai terroristi di Al Shebab. E a provarlo sarebbero anche i contatti telefonici captati tra gli autori materiali del rapimento, un commando di almeno 7 persone (sotto processo in 3), e loro contatti in Somalia, nei giorni subito successivi al 20 novembre, giorno del sequestro. Ma in Kenya gli inquirenti sentiti da Africa ExPress non ne sono convinti: “Per capire d0v’è Silvia, occorre prima capire chi sono i veri mandanti, chi ha ordinato il sequestro”.

Sono stati gli stessi tre presunti rapitori a processo (Ibrahim Adhan Omar, libero su cauzione, scappato e ora irreperibile; Moses Lwali Chembe, a piede libero per aver pagato la garanzia; Abdullah Gababa Wario, in carcere) a confessare com’è nata la vicenda. Reclutati da Said Adhan, l’uomo che avrebbe pianificato il sequestro, con lui hanno pattuito un compenso di 100 mila scellini (più o meno 890 euro). Said Adhan è stato per ben tre volte a Chakama e ha dormito nella guest house Togo, di fronte a quella dove abitava Silvia, affittata dalla sua organizzazione Africa Milele. Said Adhan, keniota di etnia somala orma, è attivamente ricercato dallo scorso gennaio, ma risulta scomparso. Una delle sue mogli, Rukia, abita in un villaggio poco a nord di Malindi, Gersen, verso il confine con la Somalia: dice che il marito non si fa vedere da più di un anno. Proprio a Garsen hanno soggiornato in gennaio, cioè dopo il rapimento due volontari italiani colleghi di Silvia.

Rukia moglie di Said Adhan

Gli imputati hanno poi confermato che a prelevare la volontaria italiana sarebbero stati in sette. Said Adhan, il capo, avrebbe caricato la ragazza in spalla e tutti assieme hanno guadato a piedi il fiume Galana, al di là del quale avevano lasciato due motociclette. Quattro sono saliti in sella assieme a Silvia e si sono allontanati, dando appuntamento agli altri tre per l’indomani, e assicurando che avrebbero pagato il pattuito. Invece sono scomparsi, lasciando i tre complici a bocca asciutta.

Secondo fonti vicine al governo somalo, esisterebbe un video che mostra Silva prigioniera. Nel video si vedrebbe un villaggio somalo, ma non è detto che sia in Somalia, giacché i somali vivono a cavallo del confine, e non c’è traccia di una conversione forzata all’Islam della ragazza né tantomeno di un suo matrimonio musulmano. Il filmato sarebbe nelle mani dei nostri agenti in missione nella capitale somala. Ma alla richiesta di fornire almeno un fotogramma del girato, per avere la sicurezza che esiste davvero, la risposta è stata evasiva.

Gli inquirenti stanno valutando l’ipotesi di inviare una rogatoria internazionale alle autorità somale. Ma il governo di Mogadiscio, va ricordato, a malapena controlla Villa Somalia, il palazzo presidenziale, e certamente non è in grado di onorare una richiesta di rogatoria. La Somalia è un Far West impazzito dove imperversano bande armate di tutti i generi e dove nessuno controlla niente.

Piuttosto, voci più insistenti – ma occorre sottolineare ancora una volta che sempre di voci si tratta – concordano nel sostenere che Silvia sarebbe stata portata nella foresta di Boni al confine tra Kenya e Somalia, una giungla impenetrabile frequentata da bande di criminali, bracconieri (tra l’altro Moses Lwali Chembe, uno dei tre sotto processo, ha precedenti proprio per bracconaggio), integralisti islamici kenioti e somali, fuorilegge in fuga, piccoli plotoni dell’esercito e guardie forestali asserragliate nei loro fortini. Non esistono villaggi civili. Lì, a cavallo tra i due Paesi, si può attraversare il confine quotidianamente.

Silvia Romano con un bimbo di cui si stava prendendo cura. Foto in esclusiva per Africa ExPress

Altre voci parlano di un suo trasferimento all’arcipelago delle isole Bajuni, di fronte al porto somalo di Chisimaio, dove però solo un paio di isole hanno pozzi d’acqua. Nel sud della Somalia il governo di Mogadiscio è totalmente assente. A Chisimaio si è insediato l’amministrazione del Jubaland che dovrebbe comandare su quella parte del territorio, fino a Ras Chiamboni e ai confini con il Kenya. Intavolare trattative è intricato e arduo.

Ma è complicato anche cercare il bandolo della matassa quando continuano a circolare false informazioni e depistaggi.

Non si riescono per esempio a giustificare le dichiarazioni delle nostre autorità secondo cui la collaborazione tra Kenya e Italia è fattiva ed efficiente. Ma allora come mai ai carabinieri italiani è stato concesso di andare a Chakama a visitare la misera stanza dove viveva Silvia soltanto il 23 d’agosto scorso? E perché solo in quei giorni sono stati consegnati agli italiani i tabulati dei numeri telefonici di Silvia? Forse occorrerebbe che qualcuno spiegasse tutti questi silenzi, queste omissioni, queste reticenze.

E’ bene poi qui ricordare il caso di Stefano Cucchi. Se la sorella Ilaria non avesse battuto i pugni sui tavoli sarebbe morto per un’overdose. Era questa la tesi ufficiale.

E intanto di lei, di Silvia, da quel 20 novembre di un anno fa, non si sa più niente. Bocche cucite dei carabinieri, i diplomatici italiani tacciono, e continuano i misteri che si moltiplicano, via via che passa il tempo.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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Emergenza siccità in Africa australe: morti 300 elefanti, 600 saranno trasferiti

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 18 novembre 2019

La siccità in Africa Australe è ormai emergenza con temperature che hanno raggiunto 51°C. “In Zimbabwe sono morti di fame e sete 200 elefanti tra settembre e ottobre”. Lo ha affermato alla BBC Tinashe Farawo, portavoce del Zimbabwe National Parks e Wildlife Management Authority (ZimParks). “Le carcasse di alcuni di questi giganti sono state trovate a 50 metri dalla pozza d’acqua che non sono riusciti a raggiungere”.

africa caldissima aggiornata al 16nov2019
Africa bollente aggiornata al 16 novembre 2019 (Courtesy WeatherOnline)

Sono gli effetti evidenti del cambiamento climatico che ha colpito anche il continente africano. Agli elefanti morti dello Zimbabwe si aggiungono quelli del Chobe National Park, in Botswana. Sono più di cento, negli ultimi due mesi, uccisi da  un’epidemia di antrace che rischia di espandersi.

Una grave siccità che, oltre a minacciare emergenza alimentare a 52 milioni di persone (Rapporto Oxfam), sta decimando la fauna selvatica africana. Lo Zimbabwe, colpito dalla peggiore siccità e carestia dal 1981, sta lottando per salvare il suo tesoro naturale: ambiente e fauna selvatica. Un forziere che porta valuta pregiata grazie al turismo nel parchi nazionali e alle cascate Vittoria, ora in grave secca.

Siccità, immagine aerea delle cascate Vittoria al minimo della loro portata
Siccità, immagine aerea delle cascate Vittoria, al minimo della loro portata

“Oltre alla pesante siccità, esiste il problema della sovrappopolazione degli elefanti – ha spiegato Farawo. – Il Hwange National Park ospita 53mila elefanti ma ha spazio per 15mila. Una sovrappopolazione che ha creato gravi danni alla vegetazione del parco. Ogni elefante ha bisogno, quotidianamente, di 600/650 litri di acqua e di circa 400kg di cibo. Non c’è più cibo per loro nel parco e l’acqua ormai è scarsa per tutti gli animali.

Una situazione, questa, che intensifica il conflitto uomo-fauna selvatica mentre i pachidermi cercano cibo e acqua all’esterno del parco e distruggono le coltivazioni dei villaggi. “Da gennaio di quest’anno sono morte 22 persone a causa del conflitto tra elefanti ed esseri umani”, racconta Farawo.

ZimParks ha programmato di trasferire 600 pachidermi del Savé Valley Conservancy, parco privato di 300mila ettari, nei parchi nazionali del sudest del Paese. In quella vasta area si trovano il Northern e il Southern Gonarezhou National Park, che occupano oltre 500mila ettari. L’operazione, durante la stagione delle piogge, prevede il ricollocamento di due famiglie di leoni, 50 bufali, 40 giraffe, 2.000 impala e licaoni.

Carcassa di elefante morto a causa della siccità
Carcassa di elefante morto a causa della siccità

Le più numerose popolazioni di elefanti sono in Botswana (130mila) e in Zimbabwe (85mila). Insieme hanno un terzo della popolazione africana del maggior mammifero terrestre. Anche il Botswana afferma di avere un eccessivo numero di elefanti in proporzione alle risorse del Paese. Ha pensato di riaprirne la caccia per diminuirne il numero, tra lo sdegno degli ambientalisti e la gioia dei cacciatori.

Il governo dello Zimbabwe sta cercando di mantenere la sua popolazione di pachidermi vendendo le scorte di avorio. Per raccogliere fondi, tra le polemiche a livello internazionale, sta esportando elefanti vivi che in due anni gli hanno fruttato 2,7mln di dollari. Fondi che servono per la conservazione e per alleviare la congestione nei parchi che li ospitano.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Botswana: “Riapriamo la caccia agli elefanti”, diventeranno cibo per cani e gatti

Zimbabwe, elefantini strappati alle madri per essere spediti negli zoo in Cina

Costa d’Avorio maxi sequestro farmaci contraffatti: mercato criminale da 200 mld

Speciale per Africa ExPress
Cornelia Toelgyes
17 novembre 2019

Le forze dell’ordine della Costa d’Avorio hanno sequestrato 200 tonnellate di medicinali contraffatti in una villa a Cocody, un sobborgo della capitale economica Abidjan. Secondo un portavoce della polizia, un cinese e tre ivoriani sarebbero stati interrogati al commissariato di zona. Le autorità sanitarie hanno già portato i prodotti illegali nelle discariche.

L’enorme quantitativo di farmaci  era stipato in ogni dove nell’edificio ed imballato in cartoni con scritte in cinese, probabilmente già pronto per essere introdotto nel circuito di distribuzione convenzionale delle farmacie o nei mercatini locali dove ci sono pochi controlli e dunque i medicinali sono meno cari e più accessibili ai poveri.

Sequestro record di medicinali contraffatti

Un anno e mezzo fa gli agenti del reparto anti-droga avevano già sequestrato 400 tonnellate di farmaci falsi.  Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il traffico illecito di medicinali sarebbe il più lucrativo a livello mondiale, con un fatturato annuo di oltre 200 miliardi di dollari. L’Africa sub-sahariana rappresenterebbe il 42 per cento dei canali di distribuzione e proprio la Costa d’Avorio è particolarmente colpita da questo flusso criminale. Ma secondo un’inchiesta del Financial Times, solo in Africa, dove vengono prodotti i farmaci illeciti meno importanti, il fatturato sarebbe di 14 miliardi di dollari, mentre gli altri, compreso l’emergente mercato cinese, ricaverebbero centinaia di miliardi di dollari.

In tutta l’Africa ci sono solamente 375 fabbriche farmaceutiche per ben 1,2 miliardi di persone, dunque il continente è costretto a importare tra il 70 e il 90 per cento dei medicinali; una vera e propria manna per produttori, società disoneste operanti nel settore e ovviamente i contrabbandieri.

L’ OMS ha precisato che nel solo continente africano ogni anno morirebbero 100mila persone, forse più, a causa di farmaci contraffatti. I trafficanti criminali, perché è di questo si tratta, approfittano del fatto che, al contrario dei loro colleghi che si occupano  di stupefacenti, restano quasi sempre impuniti. Al massimo viene inflitta una sanzione amministrativa, perchè viene preso in considerazione solamente la violazione dei diritti di proprietà intellettuale, ossia un’infrazione relativa ai brevetti dei marchi di fabbrica, senza tener conto delle tragiche conseguenze, spesso fatali.

L’Associazione dei farmacisti francofoni dell’area sub-saharina, fondata a gennaio 2018, proprio a settembre, tramite il suo presidente, Frédéric Lieutaud, ha chiesto di partecipare, tra gli attori principali, alla lotta contro la contraffazione dei medicinali e alla relativa promozione dei valori etici e morali.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes