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Nigeria: come in un film dell’orrore violenze e catene per i malati mentali

Africa ExPress
16 novembre 2019

Rinchiusi, incatenati, maltrattati, soggetti ad abusi indescrivibili: non è un film horror, bensì la condizione di migliaia di malati psichiatrici in Nigeria. Lo demuncia Human Rights Watch nel suo rapporto pubblicato lunedì scorso. La ONG ha chiesto al governo di Abuja controlli urgenti alle strutture statali e private che “accolgono” questi malati, davvero tanti nel Paese.

Nel gigante dell’Africa è prassi comune incatenare, rinchiudere, gestire il paziente psichiatrico con violenza, sia negli ospedali statali, che in strutture di riabilitazione, presidi tradizionali, in centri islamici e cristiani.

Emina Cerimovic, ricercatrice per i diritti di disabili di HRW, ha precisato che i pazienti psichiatrici sono costretti a subire inimmaginabili vessazioni di ogni genere per anni senza potersi difendere.

Nigeria: pazienti psichiatrici incatenati

Negli ultimi mesi la polizia nigeriana ha liberato in varie città del Paese, in particolare nel nord, centinaia di giovani in diversi centri islamici di riabilitazione che si spacciavano per scuole coraniche. Gli agenti hanno trovato molti ragazzi in uno stato di totale degrado, tra loro parecchi erano incatenati, con evidenti segni di violenza su tutto il corpo. Secondo i rapporti delle forze dell’ordine, i metodi disumani erano volti a “raddrizzare” gli alunni. Molti detenuti di queste scuole hanno riferito di aver subito anche abusi sessuali. Da settembre a oggi la polizia ha liberato oltre 1500 persone, relegate in istituti abusivi.

In tale occasione il presidente, Muhammadu Buhari, aveva dichiarato: “Nessun governo democratico responsabile può tollerare l’esistenza di camere di tortura e abusi fisici di giovani in nome della riabilitazione delle vittime”.

HRW ha criticato Abuja, perchè tali abusi si consumano anche nelle strutture statali. Tra settembre 2018 e settembre 2019, la ONG ha visitato 28 strutture per malati di mente in 8 Stati del Paese, compreso il territorio federale della capitale. La maggior parte dei pazienti, compresi bambini, erano stati internati contro la loro volontà, generalmente costretti dai parenti.

In Nigeria i malati mentali spesso vengono arrestati dalla polizia che li trasferisce in strutture psichiatriche riabilitative, dove i più sono incatenati a una o a tutte e due caviglie, legati a oggetti pesanti o a un altro paziente. In molti casi restano in tale condizione per mesi, a volte anche anni. Nel suo esposto HRW ha precisato che i malcapitati non possono uscire, sono confinati in stanze sovraffollate, in condizioni igieniche più che precarie. Non di rado sono costretti a mangiare, dormire e svolgere i propri bisogni fisiologici nello stesso ambiente. Subiscono abusi fisici e emozionali, ovviamente vengono costretti a seguire terapie che ne annientano la volontà.

Nei centri islamici i pazienti vengono frustati, riportando spesso ferite profonde. Mentre nelle case di cura rette da cristiani, i malati vengono costretti a digiunare per alcuni giorni. I responsabili di tali strutture considerano l’astinenza da cibo come cura. Sia in quelle tradizionali e a volte anche in quelle cristiane, gli ospiti vengono forzati a bere intrugli di erbe disgustosi.

Anche negli ospedali psichiatri statali i pazienti sono forzatamente obbligati, a seguire le cure prescritte e un’infermiera ha rivelato a HRW che vengono effettuate terapie elettroconvulsivanti senza il consenso del malato.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità un nigeriano su quattro soffrirebbe di disturbi mentali. Purtroppo nella ex colonia britannica questi pazienti non possono godere di cure appropriate, sia per il magro budget che lo Stato mette a disposizione, sia per la cronica mancanza di personale specializzato.

Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria

Lo scorso anno il governo aveva stabilito un budget di 372.000 dollari per l’ospedale psichiatrico statale di Yaba – nella periferia di Lagos, la capitale economica del Paese – come spesso accade, infine ne sono stati devoluti meno del 10 per cento della somma prevista, vale a dire 36.000 dollari!

Eppure la Nigeria è firmataria insieme a altri venti Paesi dell’Unione Africana della dichiarazione di Abuja del 2001. In tale documento gli Stati in questione hanno promesso di destinare il 15 per cento delle entrate al ministero della Sanità. Peccato che lo scorso anno Buhari ne abbia devoluto solamente il 3,95 per cento, ma ha promesso che per il 2020 avrebbe messo a disposizione il 4,3 per cento.

In base a un rapporto di OMS, la Nigeria avrebbe il più alto tasso di persone affette da depressione in Africa e si posiziona al quinto posto su scala mondiale per il numero di suicidi. In questo immenso Paese, che conta oltre 200 milioni di abitanti, ci sono solamente otto ospedali neuropsichiatrici, con un budget ridotto all’osso, con medici sempre pronti a scioperare o fare i bagagli per andare a lavorare all’estero. La Nigeria è il settimo Paese per abitanti al mondo e attualmente ci sono solamente 150 psichiatri. L’OMS ritiene che solamente il 10 per cento dei pazienti che soffrono di patologie mentali ricevano cure adeguate.

Africa ExPress
@africexp

Povertà e corruzione: un 2018 vissuto con violenza senza fine in Nigeria e Camerun

 

 

 

 

Kenya, mistero sulla sorte di uno dei presunti rapitori di Silvia: fuggito o ucciso?

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Chakama (Kenya), 15 novembre 2019

Uno dei presunti rapitori di Silvia Romano è scomparso, si è volatilizzato e ha violato le consegne che lo obbligavano a ottemperare agli ordini del tribunale, cioè a presentarsi alla polizia ogni tre giorni. Ma non si esclude che sia stato ucciso per impedirgli si rivelare quello che sa sul sequestro della ragazza milanese. Ibrahim Adhan Omar venerdì scorso ha firmato l’ultima volta il registro delle presenze (procedura prevista dalla cauzione) e poi è sparito. Era stato arrestato il 10 dicembre dell’anno scorso, venti giorni dopo il rapimento di Silvia, in un covo terrorista di Al Shebab (i miliziani islamici somali legati ad Al Qaeda), armato di mitra, munizioni e granate, a Bangali, una cittadina nei pressi di Garissa (vicino al confine con la Somalia), famosa perché il 2 aprile 2015, i fondamentalisti nel campus dell’Università, trucidarono 148 studenti e ne ferirono settantanove. Ciononostante Ibrahim aveva ottenuto il permesso di pagare una cauzione per restare fuori dal carcere.

Comunque il processo è stato rimandato al 20 novembre, giorno dell’anniversario del rapimento.

La scuola di Chakama dove si è tenuta l’udienza sul rapimento di Silvia Romano

Ieri la prevista udienza è cominciata, con 4 ore e mezza di ritardo, a Chakama, il povero villaggio dove Silvia è stata portata via, a un centinaio di chilometri da Malindi. Si è tenuta lì, in mezzo al nulla, perché, secondo la ragione ufficiale, i testimoni non avrebbero avuto i soldi per raggiungere la sede del tribunale, Malindi appunto.

Alla sbarra i tre accusati, Moses Luari Chende, un keniota giriama, l’etnia che abita sulla costa del Paese, Abdulla Gababa Wari, anche lui keniota, ma della tribù orma (quella accusata di aver organizzato il sequestro) di origine somala, e poi Ibrahim Adhan Omar, il più pericoloso: ritenuto la mente organizzativa del sequestro.

L’arrivo della Corte alla scuola di Chakama dove si è tenuta l’udienza

Ma quest’ultimo non si è presentato provocando l’irritazione della giudice Julie Oseko, che ha chiesto al legale di Ibrahim cosa pensasse dell’assenza del suo cliente. L’avvocato Samsung Gekanana ha allargato le braccia e scosso la testa. “Avevamo appuntamento qui stamattina e l’ho aspettato invano anch’io”, si è sfogato con Africa ExPress subito dopo la chiusura dell’udienza. Aggiungendo poi con il cellulare in mano: “Guardi qua! Sto provando a chiamarlo, ma il suo telefono è spento”.

Ibrahim Adhan Omar, come abbiamo già denunciato, è uscito dal carcere perché la cauzione è stata pagata il 28 giugno scorso da Juma Suleiman, il padre di un presunto terrorista arrestato a Kwale, vicino Mombasa, in marzo. Il parere della procuratrice, Alice Mathangani, e del capo della polizia, Peter Muthiti, era stato negativo perché temevano la fuga del sospettato. Invece la Corte aveva deciso ugualmente di concedergli il beneficio della cauzione. Il risultato è che Ibrahim è scappato portandosi dietro i segreti di un rapimento piuttosto anomalo.

Scopo dell’udienza doveva essere quello di ascoltare i testimoni che hanno assistito al ratto, o comunque avevano informazioni importati per individuare i rapitori. Nessuno di loro è stato ascoltato nel merito. Piuttosto, tre di loro hanno chiesto la parola alla giudice Oseko ed esternato alla Corte monocratica il loro timore di essere uccisi: ”Chakama è un piccolo centro e ci conosciamo tutti. Per favore – hanno implorato – concludete questo processo in fretta. Abbiamo paura che qualcuno voglia ucciderci per tapparci la bocca. Ma non solo ormai viviamo in un clima di sospetto che sta distruggendo i rapporti tra di noi”. Affermazioni gravi che hanno sottolineato il clima di terrore che si respira a Chakama.

Ieri però, per la prima volta, finalmente ha partecipato tra il pubblico dell’udienza – piuttosto misero in verità – una funzionaria dell’ambasciata italiana. La sua presenza è stata notata ed ha avuto un effetto incoraggiante sugli inquirenti e i funzionari di polizia che si sono (finalmente!) sentiti osservati e controllati.

Purtroppo forse poteva assistere all’udienza anche la viceministra degli Esteri Emanuela Del Re, che si trova a Nairobi per partecipare al summit delle Nazioni Unite su “Popolazione e Sviluppo”. Ma si è fermata nella capitale keniota, dove ha incontrato diversi alti dirigenti dell’ex colonia britannica, inclusa la titolare degli Esteri del Kenya, Monica Juma. “La riunione – secondo un comunicato ufficiale, che non dice nulla – ha consentito di fare il punto sulla collaborazione a livello operativo tra i due Paesi per una positiva soluzione della vicenda di Silvia Romano: la ministra Juma ha ribadito il forte impegno del Kenya in tal senso”.

Nessuna risposta alle domande che la famiglia e l’opinione pubblica si fanno: dov’è Silvia? Chi l’ha rapita? E soprattutto: è ancora viva? Non rivelare nessun dettaglio di quanto è accaduto e limitarsi a frasi di circostanza, come quelle contenute nel comunicato della Farnesina, mina ancora di più il prestigio delle nostre istituzioni.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Silvia Romano: uno degli imputati non si presenta al processo, scappato è ricercato

 

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Chakama (Kenya), 14 novembte 2019

Uno dei presunti rapitori di Silvia Romano, Ibrahim Adhan Omar, non si è presentato al processo. L’udienza contro i presunti rapitori di Silvia Romano si è aperta con quasi quattro ore di ritardo e si è conclusa in meno di mezz’ora.

Strada verso la scuola di Chakama dove si tiene il processo per il rapimento di Silvia Romano

Ibrahim Adhan Omar era libero per aver pagato la cauzione di 26.000 € che era stata imposta dai giudici. Le indagini di Africa Express avevano dimostrato che la cauzione era stata pagata da un sarto il cui figlio era stato arrestato in marzo perché trovato in possesso di armi da fuoco in un covo terrorista. Presenti all’udienza soltanto Abdullah Gababa Wario e Moses Lwali Chembe.

Abdulla Gababa Wario in manette, Moses Lwali Chembe, invece, a piede libero perché anche lui ha pagato la cauzione di 26 mila euro.

Tra l’altro all’udienza di oggi era presente una funzionaria dell’ambasciata italiana ma non la sottosegretaria alla cooperazione Emanuela Del Re che pure si trova a Nairobi per incontri con la sua controparte keniota.

Ulteriori dettagli tra poco sul notiziario di Africa Express.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
@malberizzi

 

 

 

 

Corte penale internazionale: 30 anni a Ntaganda, signore della guerra in Congo

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sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
13 novembre 2019

Trent’anni di galera a Bosco Ntaganda per i crimini commessi nella Repubblica Democratica del Congo (RDC). Era a capo del gruppo ribelle Union des Patriotes Congolais (UPC) e del braccio armato Force Patriotiques pour la Libération du Congo (FPLC). Lo ha deciso la Corte Penale Internazionale dell’Aja lo scorso 7 ottobre.

Bosco Ntaganda nell'aula della Corte Penale Internazionale (Courtesy CPI)
Bosco Ntaganda nell’aula della Corte Penale Internazionale (Courtesy CPI)

La giuria, composta dal presidente Robert Fremr e dai giudici Kuniko Ozaki e Chang-ho Chung, ha dichiarato Ntaganda colpevole, al di là di ogni ragionevole dubbio, di 18 accuse.

Le imputazioni per le quali è stato condannato sono pesantissime: crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Questi delitti comprendono omicidio e tentato omicidio, stupro, schiavitù sessuale, persecuzione, trasferimento forzato e espulsione. Ma anche direzione intenzionale di attacchi contro civili, ordinando sfollamento della popolazione civile.

Ntaganda è stato condannato anche per aver arruolato bambini di età inferiore ai 15 anni. I bambini soldato erano organizzati in un gruppo armato e usati per partecipare attivamente alle ostilità.

I giudici della Corte Penale Internazionale che hanno condannato Bosco Ntaganda (Courtesy CPI)
I giudici della Corte Penale Internazionale che hanno condannato Bosco Ntaganda (Courtesy CPI)

Durante il processo, iniziato nel settembre 2015, ci sono state 248 audizioni e 80 testimoni ed esperti convocati dal procuratore della CPI, Fatou Bensouda. L’équipe della difesa, guidata da Stéphane Bourgon, ha chiamato 19 testimoni e tre testimoni dei rappresentanti legali delle vittime.

I crimini per i quali è stato condannato Bosco Ntaganda sono stati consumati nella regione dell’Ituri, a est della RDC. Il detenuto, nato in Ruanda 46 anni fa, nel 2013 si era consegnato volontariamente alla giustizia.

L’accusa e la difesa possono presentare ricorso contro la condanna entro trenta giorni mentre la procedura di riparazione delle vittime sarà affrontata in seguito.

Per il momento il detenuto rimane nel carcere dell’Aja finché non verrà deciso il Paese nel quale dovrà scontare la lunga pena.

Nel 2016
, ex vicepresidente della Repubblica Democratica del Congo dal 2003 al 2006, è stato condannato a 18 anni di prigione. Anche per lui l’accusa era di crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Ma l’8 giugno 2018 la sentenza viene ribaltata la Corte penale internazionale lo assolve in appello dalle accuse dei reati commessi tra 2002 e 2003.

La Corte Penale Internazionale ha sede all’Aja, in Olanda La sua competenza riguarda crimini che toccano la comunità internazionale nel suo insieme. Tratta il genocidio, i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra e, di recente, anche il crimine di aggressione.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Congo-K, l’ex vicepresidente Bemba condannato a 18 anni per crimini contro l’umanità

Congo-K, Bemba colpevole di crimini contro l’umanità

Sud Sudan: rinviato di 100 giorni il governo di unità, grave la situazione umanitaria

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
12 novembre 2019

Dopo la firma dell’ennesimo trattato di pace, siglato lo scorso anno dal presidente del Sud Sudan Salva Kiir e il suo arcinemico Rieck Machar, ex vicepresidente del Paese e oggi capo del maggiore partito all’opposizione, The Sudan People’s Liberation Movement-in-Opposition, è saltata nuovamente la formazione del nuovo governo di unità nazionale. La firma per la realizzazione del nuovo esecutivo era prevista già a maggio, poi rinviata a oggi, 12 novembre.

Era nell’aria da giorni, ma la conferma definitiva è arrivata domenica dal portavoce di Kiir, Ateny Wek Ateny: “Il presidente ha accettato un rinvio di 100 giorni, non per le pressioni del leader dell’opposizione, ma teme che nel Paese possa nuovamente riesplodere la guerra”.

Da sinistra a destra: Riek Machar, leader dell’opposizione sud sudanese, Salva Kiir, presidente del Sud Sudan, Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda a Entebbe

Già il 7 novembre era stato preannunciato che alle due parti in questione era stato accordato un nuovo rinvio. “I due contendenti si sono accordati di estendere il periodo di pre-tansizione di 100 giorni a partire dal 12 novembre”, aveva fatto sapere il ministro degli affari Esteri ugandese, Sam Kutesa, dopo un incontro nel palazzo presidenziale a Entebbe (Uganda), al quale hanno partecipato oltre a Kiir e Machar anche Yoweri Museveni, presidente ugandese, Abdel Fattah Al-Burhane, a capo del Consiglio sovrano del Sudan, e Kalonzo Musyoka, rappresentante speciale del Kenya per il Sud Sudan. Le parti avrebbero convenuto di fare il punto della situazione dopo 50 giorni.

Il governo di Washington, tra i maggiori sostenitori del Sud Sudan, ha espresso il proprio disappunto per questo nuovo rinvio, minacciando di rivedere le relazioni con il governo di Juba. “La loro incapacità di mantenere gli impegni stipulati da loro stessi, fa pensare che non siano in grado di saper gestire il processo di pace” , ha commentato in un tweet il segretario di Stato aggiunto per gli Affari africani, Tibor Nagy.

Papa, Francesco I ha incoraggiato le parti a lasciare da parte le loro divergenze e di formare quanto prima il governo di coalizione per il bene del Paese, per porre fine alle sofferenze della popolazione. Ha fatto sapere  che si sarebbe presto recato nel Sud Sudan. Francesco I aveva già pianificato una sua visita nel più giovane Stato della Terra nel 2017, ma il viaggio era stato annullato per problemi di sicurezza, dovuti al sanguinoso conflitto che si consuma nel Paese dalla fine del 2013.

Alluvioni in Sud Sudan

Il conflitto è cominciato quando il presidente Salva Kiir Mayardit, di etnia dinka, ha accusato il suo vice Riek Marchar, un nuer, di aver complottato contro di lui, tentando un colpo di Stato. Sono così cominciati i combattimenti tra le forze governative e quelle degli insorti fedeli a Machar. I primi scontri si sono verificati il 15 dicembre 2013 nelle strade di Juba, la capitale del Paese, ma ben presto hanno raggiunto anche Bor e Bentiu. Vecchi rancori politici ed etnici mai risolti, non fanno fatto che alimentare questo conflitto.

E mentre i due contendenti continuano la lotta per il potere, la popolazione è allo stremo. Oltre alle sofferenze causate dalla guerra civile, l’ ONU teme che a Pibor, nell’est del Paese, oltre 400.000 persone abbiano perso le loro case. Una tremenda alluvione, dovuta alle forti piogge, ha sommerso aree intere e il governo ha dichiarato lo stato di emergenza nelle zone interessate.

Inondazioni in Sud Sudan: la popolazione è costretta a lasciare le proprie case

Pochi giorni fa anche UNICEF ha lanciato un appello di 10 milioni di dollari per venire incontro alle prime necessità dei più piccoli. Intere comunità, compresi centri sanitari, nutrizionali e scuole sono sommersi dall’acqua e quasi il 90 per cento dei servizi di base sono stati sospesi in diverse aree. Oltre 90 mila piccoli non hanno così accesso all’istruzione, perchè le scuole o sono sommerse dall’acqua o vengono utilizzate come rifugio per gli sfollati o le milizie.

Regina Marco, un’operatrice umanitaria, ha detto a Reuters: “E’ una vera catastrofe. Non si è mai vista un’alluvione del genere in questa regione”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Sud Sudan: tanti soldi per restaurare le case di politici ma colletta per implementare il processo di pace

 

 

RD Congo: attacchi di gruppi armati contro i sanitari che lottano contro ebola

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
11 novembre 2019

La decima epidemia di ebola, scoppiata il 1° agosto 2018 in due province della Repubblica Democratica del Congo (Ituri e Nord-Kivu) sta finalmente rallentando la sua corsa. In poco più di 15 mesi sono morte 2.193 persone, 3287 hanno contratto il temibile virus e 1.064 sono guarite.

Eppure le violenze non cessano. Proprio questa mattina un gruppo di giovani, muniti di coltelli hanno, attaccato un centro per la cura della febbre emorragica a Biakato, località che dista 83 chilometri da Mambasa, nella provincia di Ituri.

Secondo quanto si apprende da un’organizzazione per i diritti umani, Convention pour le développement des peuples forestiers (CODEPEF), i malviventi erano intenzionati a bruciare una vettura del centro. La polizia, intervenuta tempestivamente, ha sparato qualche colpo in aria. “I giovani sono riusciti a dileguarsi. Nei prossimi giorni il comitato territoriale per la sicurezza andrà a Biakato, dove cercherà di sensibilizzare la popolazione per evitare che fatti del genere si ripetano. Inoltre rinforzeremo la sicurezza al presidio”, ha detto l’amministratore di zona aggiunto di Mambasa, Obedi Yakani.

Centro per la cura di ebola in Congo-K

Sempre nel territorio di Mambasa, Radio Lwemba, emittente locale situata a Babila-Babombi, in prima linea nella lotta contro l’ebola, ha chiuso i battenti proprio oggi, dopo l’assassinio di Papy Mumbere Mahamba di 35 anni, un loro collaboratore-giornalista, avvenuto all’inizio del mese. I criminali hanno anche ferito la moglie prima di incendiare la loro casa.

L’ufficio congolese dell’Osservatorio per la libertà di stampa in Africa (OLPA) aveva chiesto alle autorità di Ituri di procedere immediatamente con “indagini serie” per trovare i responsabili del brutale assassinio.

Radio Lwemba ha dovuto silenziare il proprio segnale, perchè i responsabili avrebbero ricevuto continue minacce di morte da miliziani del gruppo armato Maï-Maï. Joël Musavuli, direttore dell’emittente ha precisato che lui e i suoi collaboratori sono costretti a nascondersi dopo la morte di Mahamba. “Resteremo chiusi finchè non sarà nuovamente instaurato lo Stato di diritto in tutta la regione”, ha aggiunto il direttore.

Radio Lwemba, emittente locale silenzia i propri segnali

Da domenica 5 novembre tutte le strutture ospedaliere, sono chiuse a Lwemba e dintorni. I malati devono percorrere a piedi o in bicicletta 18 chilometri per raggiungere il più vicino presidio a Biakato. CODEPEF teme importanti rigurgiti della febbre emorragica nell’area, visto che anche i centri per la cura del virus sono  stati momentaneamente chiusi.

L’esercito congolese ha fatto sapere domenica che dopo 10 giorni dall’inizio delle operazioni militari contro i gruppi ribelli nel Nord-Kivu, truppe delle Forze armate congolesi (FARDC) avrebbero ucciso avrebbero neutralizzato 25 militanti di Allied Democratic Forces (ADF), organizzazione islamista terrorista ugandese, operativa anche nel Congo-K dal 1995, responsabili di sanguinarie incursioni nelle cliniche e di feroci attacchi alla popolazione civile. Purtroppo durante i combattimenti sarebbero morti anche 6 soldati e una ventina sarebbero stati feriti. Il portavoce di Sokala1 secteur grand Nord, Mak Hazukayi, ha aggiunto che diverse postazioni dei ribelli sarebbero stati distrutti. Infine ha ringraziato la popolazione per la collaborazione e il loro supporto.

E sempre nel Nord-Kivu, nel territorio di Rutshuru, tra Binza e Makoka,  le Forze di intervento rapido avrebbero ucciso un altro capo storico ribelle ruandese di RUD, dissidenti di Forces démocratiques de libération du Rwanda (FDLR), composto essenzialmente da huti. Il leader, Musabimana Juvenal, era conosciuto con il nome “général Jean Michel Africa”. A settembre i militari avevano freddato nella stessa area il comandante di FDRL, Sylvestre Mudacumura.

Dopo la morte di Mudacumura tutti ribelli ruandesi si sentivano minacciati sia dall’esercito congolese che da quello ruandese. Infatti Jena-Michel non utilizzava più il suo cellulare, per paura di essere localizzato. Il mese scorso era riuscito a salvarsi durante un’imboscata tesa dai militari congolesi.

Musabimana Juvenal, soprannominato Jean-Michel Africa

I primi di ottobre sono stati brutalmente ammazzati diversi civili in Ruanda, nel distretto di Musanze, al confine con l’ex colonia belga. Non si esclude che sia opera di miliziani di Democratic Forces for the Liberation of Rwanda (FDLR), che hanno la loro base nel Congo-K, disseminati nel Nord e nel Sud-Kivu e nella provincia del Katanga. Il gruppo è stato formato  dagli hutu ruandesi che si sono rifugiati nell’est del Congo-K dopo il genocidio in Ruanda del 1994, dove, secondo l’ONU, sarebbero state ammazzate oltre 800 mila persone in cento giorni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Ucciso in Congo-K il capo dei ribelli Hutu ruandesi accusato di aver partecipato al genocidio del 1994

Non si ferma l’epidemia di ebola in Congo-K: si tentano nuove terapie sperimentali

Ruanda, trucidati dai terroristi otto civili nel parco dei vulcani dove abitano i gorilla

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Kenya: carovane di cammelli portano aiuti medici e sanitari alle popolazioni nomadi

Africa ExPress
10 novembre 2019

La lunga carovana di cammelli, carica di medicinali e attrezzature sanitarie, si dirige, con l’andatura dell’ambio lenta e tranquilla, verso villaggi remoti, attraversando lande aride e semidesertiche, dove le strade sono impraticabili o inesistenti, abitate da comunità nomadi e seminomadi, come masai, tukuru e samburu.

Carovana di cammelli Cliniche mobili

Molti di questi gruppi etnici sono in continuo movimento in ricerca di pascoli e acqua per le loro mandrie oppure vivono lontani da ospedali e cliniche, dunque per loro è spesso difficile se non impossibile avere accesso alle cure mediche.

Da qualche anno l’Organizzazione Communities Health Africa Trust (CHAT), grazie alle sue cliniche mobili, fornisce servizi sanitari integrati a comunità nel nord e nel centro del Kenya. Il programma è ambizioso: oltre alle vaccinazioni per i più piccoli, alla cura della malaria e infezioni respiratorie, esegue test per la diagnosi di tubercolosi e infezioni da HIV/AIDS. Per tutelare la salute di queste persone, spesso poverissime – i più vivono con meno di 2 dollari al giorno –  l’organizzazione fornisce anche informazioni sulla pianificazione familiare, mutilazioni genitali, e cerca di sensibilizzare i componenti delle comunità sulla relazione tra popolazione, salute e ambiente.

La carovana è in viaggio costante per un mese o poco più, fermandosi uno, due giorni in un luogo, per poi riprendere la marcia verso la prossima tappa. I pazienti sono per lo più donne con i loro bimbi, che spesso camminano chilometri e chilometri per raggiungere la postazione della carovana.

Gruppo di persone accoglie la carovana di medici e infermieri

Si parte all’alba, quando il sole è ancora basso, con una quindicina di cammelli, carichi del materiale necessario. Lo staff accompagna gli animali a piedi. Appena si arriva alla postazione, vengono piantate le tende e inizia un meeting con tutti i presenti, durante il quale vengono date indicazioni sull’igiene e sopratutto informazioni generiche sull’importanza della pianificazione familiare, la sua rilevanza per la conservazione dell’ambiente.

Medici visitano un paziente

Successivamente si prosegue alle visite mediche e alle consultazioni con le singole persone, in particolare con le donne per la scelta degli anticoncezionali. Molte di loro hanno compreso l’importanza della pianificazione familiare e le richieste in tal senso sono notevolmente aumentate.

Il controllo delle nascite è importante per la salute delle donne, il benessere della famiglia e non per ultimo incide sull’ambiente naturale e la conservazione delle fauna selvatica. Questo concetto non è ancora molto diffuso e ben compreso in molte parti del mondo, ma con la diminuzione della pressione demografica, vengono tutelati flora e fauna locali, riducendo così i rischi per le specie in via di estinzione.

Africa ExPress
@africexp

Biciclette ambulanza in Uganda: ricoveri più veloci per donne, vecchi e bambini

 

Zimbabwe, salari svalutati oltre il 90 per cento: medici e 230mila statali in sciopero

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
9 novembre 2019

Lo Zimbabwe sta ricadendo nell’incubo dell’era Mugabe. La crisi economica e sociale dell’ex colonia britannica sta rapidamente peggiorando. Dopo l’aumento del prezzo dell’energia elettrica e la carenza di combustibile per il trasporto pubblico e privato, la situazione si è aggravata anche nella sanità.

Qualche settimana fa il Fondo Monetario Internazionale (FMI), nel suo bollettino, aveva dato l’allarme causato dall’inflazione arrivata al 300 per cento.

Manifestazione dei medici in Zimbabwe
Manifestazione dei medici in Zimbabwe

Da oltre due mesi e mezzo i medici sono in sciopero per gli aumenti salariali, mentre il settore sanitario si sta deteriorando. Con l’inflazione a tre cifre percentuali, gli stipendi dell’ex colonia britannica sono stati svalutati oltre il 90 per cento. Il salario di 2000 USD di un medico oggi ne vale 160.

Davanti alle proteste nella sanità che hanno paralizzato i maggiori ospedali pubblici i cui medici lavorano solo nelle emergenze, il governo ha risposto duramente. Ha licenziato 211 dottori perché assenti senza motivazione per oltre 5 giorni, mentre 512 sono stati o devono essere processati.

Si tratta di un terzo del 1.600 dottori impiegati nella sanità pubblica, che lamentano anche di essere stati minacciati di morte dalla polizia. Il ministro Finanze, Mthuli Ncube, ha affermato che il Paese perde ogni anno 500 milioni di USD. La causa è la fuga dei cittadini che, viste le carenze dalla sanità pubblica, vanno (perché possono permetterselo) a farsi curare all’estero. E il presidente Mnangagwa chiede pazienza ai medici mentre, con estrema difficoltà, il suo governo cerca di sollevare l’economia.

Sciopero dei medici in Zimbabwe
Sciopero dei medici in Zimbabwe

Alle proteste si sono aggiunti anche i 230mila lavoratori statali che non ce la fanno a sopravvivere a causa degli stipendi diventati bassissimi. Oggi non si possono permettere nemmeno i biglietti del bus per tornare a casa e molti impiegati dormono nel posto di lavoro. Lo stipendio più alto, equivalente a 450 USD ormai ne vale 50, assolutamente insufficienti ad avere il minimo indispensabile.

Medici e lavoratori statali vogliono che il governo leghi i loro salari al dollaro americano, (1 dollaro zimbabwiano=1 USD) come era fino a febbraio passato). Neanche l’incontro della settimana scorsa tra governo e Civil Service Apex Council (CSAC), il sindacato degli statali, è servito a qualcosa. La risposta è stata lapidaria: “Non ci sono soldi”.

Il popolo zimbabwiano pare non credere più alle promesse di Emmerson Mnangwagwa, fatte dopo il colpo di Stato del novembre 2017 contro Robert Mugabe. Promesse ripetute con la sua elezione alla presidenza della Repubblica nell’agosto 2018, un “nuovo corso” che però non riesce a realizzare.

Oltre ai problemi socio-economici si è aggiunta la grande siccità che ha colpito tutta l’Africa australe e orientale e che vede a rischio fame 50milioni di persone. Ha toccato pesantemente anche lo Zimbabwe: bruciati tutti i raccolti e decimato 9mila capi di bestiame. Dopo i gravi danni del ciclone Idai del marzo scorso, si sono aggiunti quelli della siccità.

Cascate Vittoria, a rischio per la siccità in Africa Australe
Cascate Vittoria, a rischio per la siccità in Africa Australe

Sono ormai sette milioni, circa metà della popolazione, coloro che hanno bisogno di aiuti alimentari subito. Una siccità che mette in pericolo anche la portata di acqua delle Cascate Vittoria, sito turistico che porta valuta pregiata allo Zimbabwe.

Pare che si stia avvicinando la “tempesta perfetta”. Tutto mentre il Paese si avvia rapidamente alla paralisi e all’iperinflazione che ricorda gli anni bui dell’ “era Mugabe”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

FMI: in Zimbabwe inflazione al 300 per cento, metà della popolazione alla fame

Lo Zimbabwe di Mnangagwa: speranza nell’inizio di una nuova era

Mauritius, i socialisti vincono le legislative e restano al potere

Africa ExPress
8 novembre 2019

Il partito al potere delle Mauritius, Militant Socialist Movement (MSM), secondo i primi risultati rilasciati venerdì, avrebbe vinto le elezioni legislative, aggiudicandosi ben 35 seggi sui 62 del parlamento. In tal modo ha assicurato anche al capo del governo, Pravind Kumar Jugnauth, di restare al potere per altri 5 anni.

I raggruppamenti politici all’opposizione, Labour Party e Mauritian Militant Movement (MMM) si sarebbero aggiudicati rispettivamente 15 e 10 seggi, mentre i restanti due a People of Rodrigues (OPR).

Secondo quanto riportato dalla Commissione elettorale, ieri si sarebbero recati alle urne 723.660 mauriziani, il 76,84 per cento degli aventi diritto al voto.

Pravind Kumar Jugnauth, primo ministro delle Mauritius

Durante la propaganda pre-elettorale tutti partiti avevano promesso maggiori impegni per una più equa distribuzione della ricchezza. Jugnauth, 57 anni è succeduto al padre Anerood Jugnauth, vecchia volpe della politica dello Stato insulare, che aveva rinunciato al mandato nel 2017, due anni prima della scadenza dopo aver vinto le elezioni nel 2014. E Nel corso della precedente legislatura Jugnauth (figlio) aveva già introdotto il salario minimo nel 2018 per migliorare le condizioni di vita di molti mauriziani delle classi più disagiate.

Per il prossimo anno il Paese prevede di incrementare la sua economia, basata per lo più sul turismo e servizi finanziari, del 4,1 per cento di fronte al 3,8 per cento previsto per quest’anno. Il Paese è considerato una dei più sicuri paradisi fiscali sia per le società sia i patrimoni individuali.

La Repubblica di Mauritius si trova nell’Oceano indiano, a cinquecentocinquanta chilometri a est del Madagascar. Oltre all’isola principale Mauritius, comprende anche le Agalega, Cargados Carajos e Rodrigues. Recentemente ha anche rivendicato l’arcipelago di Chagos, che comprende ben 55 isole. Secondo le autorità mauriziane, nel 1965 il Paese sarebbe stato costretto da Londra a cederlo alla Gran Bretagna. In cambio della sovranità britannica sulle Chagos, Mauritius nel 1968 avrebbe ottenuto l’indipendenza. Qualche mese fa Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, che emesso il suo parere consultivo, ha invitato la Gran Bretagna a restituire le isole alle Mauritius.

Mauritius non ha una lingua ufficiale; quella maggiormente parlata è il creolo mauriziano, basato sul francese, con influssi sudafricani, inglesi e indiani, mentre gli atti parlamentari vengono redatti in inglese, essendo stata una ex colonia britannica. Solo il quattro per cento della popolazione è francofona.

Non esiste nemmeno una religione di Stato, quella più praticata è l’induismo. Questo perché il settanta per cento della popolazione è di origine indiana, pronipoti di immigrati portati dagli inglesi durante il periodo coloniale.

Africa ExPress
@africexp

Scossa da scandali finanziari Mauritius rischia di entrare nella lista nera dei paradisi fiscali

Mauritius rivendica le isole Chagos davanti alla Corte internazionale dell’Aja

 

 

 

La comunità del west Africa al governo Guinea Bissau: sei illegale, dimettiti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
7 novembre 2019

La Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (CEDEAO o ECOSWAS, Economic Community of West African States, dall’acronimo inglese) ha lanciato un ultimatum di 48 ore al governo della Guina Bissau, guidato da Faustino Imbali, per dimettersi, salvo gravi e pesanti sanzioni.

Il presidente uscente della Guinea Bissau, José Mario Vaz, candidato a succedere a se stesso alla prossima tornata elettorale, che si terrà il 24 novembre, alla fine di ottobre ha dato il ben servito al primo ministro  Aristides Gomes e al suo governo. Gomes, fortemente appoggiato dalla comunità internazionale, ha rifiutato di lasciare l’incarico. Il giorno successivo Vaz ha nominato un nuovo esecutivo, il cui primo ministro è appunto Faustino Imbali; la CEDEAO ha subito protestato contro le misure prese da Vaz. Oggi, nel suo comunicato la Comunità ha dichiarato tale azione decisamente illegale.

José Mario Vaz, presidente della Guinea Bissau

Oggi la situazione si è inasprita maggiormente: in un comunicato il Consiglio di Difesa ha chiesto alle forze di sicurezza di facilitare l’accesso ai ministeri ai nuovi membri dell’esecutivo. Gomes aveva tenuto un breve consiglio dei ministri verso mezzogiorno al palazzo governativo, poi bloccato dalla guardia nazionale. Gomes ha specificato che il mandato del presidente è ormai scaduto e il Consiglio di Difesa è illegale. Ha chiesto alle forze di sicurezza di astenersi dalle  controversie politiche. “ Il fatto di aver rovesciato questo governo è un tentativo di colpo di Stato”.

Il Paese dell’Africa occidentale conta poco più di 2 milioni di abitanti e vive una profonda crisi politica da mesi, meglio da anni, cioè da quando nell’agosto del 2015 Vaz aveva licenziato il primo ministro Domingos Simões Pereira, leader di Parti africain pour l’indépendance de la Guinée et du Cap-Vert (partito fondato nel 1956 da militanti indipendenisti con lo scopo di liberare la Guinea Bissau e Capo Verde dal dominio coloniale portoghese). Da allora il presidente ha licenziato e nominato innumerevoli governi.

Aristides Gomes , primo ministro della Guinea Bissau. riconosciuto dalla comunità internazionale

Lo scorso giugno l’ONU e l’Unione Africana avevano accolto favorevolmente la data fissata per nuove elezioni e la CEDEAO aveva affidato all’amministrazione di Gomes il compito di preparare la tornata elettorale e di gestire gli affari correnti di governo.

Antonio Guterres sta seguendo l’intricata faccenda con apprensione e ha fatto appello a tutte le parti in causa di rispettare le indicazione della CEDEAO per quanto riguarda la governance fino alla fine delle elezioni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Guinea Bissau: maxi sequestro di cocaina poche ore prima delle elezioni legislative