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Rugby mondiali 2019: vinti dal Sudafrica e dal primo capitano nero

Dal Nostro Inviato Sportivo
Costantino Muscau
6 novembre 2019

Un fatto epocale.

Un capitano nero del Sudafrica che innalza la Coppa del Mondo di rugby.

Due mani nere che sollevano un trofeo in argento dorato di 38 centimetri e 4,5 kg di peso.

Quella coppa  prende il nome dal pastore (d’anime) William Webb Ellis, perfetto wasp (white-anglo-saxon-protestant) : protestante, bianco, inglese, considerato l’inventore del gioco della palla ovale.

Da sempre (“In 130 anni” specifica il sito Daily Maverck) questo  simbolo di uno sport per bianchi è stato esibito da mani bianche. Anche quando la squadra del Sud Africa, per tutti Springboks (come l’omonima antilope), simbolo dell’oppressione coloniale e razzista, ha vinto il titolo mondiale di rugby nel 1995, di fronte a Nelson Mandela.

Nel 1995 c’era una sola, emblematica, dileggiata presenza, quella di Chester Williams, la perla nera (celebrato in un film di Clint Eastwood).

Nel 2007, in una squadra che tentava di gettarsi dietro le spalle anni di apartheid, i neri erano due.

Invece, l’altro giorno, sabato 2 novembre,  gli Springboks , che hanno conquistato, a Yokohama , in Giappone, il terzo titolo battendo l’Inghilterra 32-12, avevano nientemeno che il capitano nero, il primo capitano nero: Siyamthanda “Siya” Kolisi, 28 anni, un gigantesco giovanotto, nato e cresciuto nella miseria profonda del sobborgo ghetto di Zwide, a Port Elizabeth.

Zwide è un non luogo, una baraccopoli  “senza anima dove alcolismo, prostituzione e miseria di tutti i tipi sono la quotidianità e dove cresci con la rabbia di essere nato”, ha sintetizzato Umberto Piccinini su Avantionline.it.

E Siya forse di rabbia non ne aveva, ma fame e disperazione tanta. E’ nato il 16 giugno 1991, il giorno prima dell’abolizione delle leggi razziali; è rimasto orfano a 15 anni, è stato allevato dalla nonna che faceva la domestica e i salti mortali per mettere assieme pranzo e cena (quando ci riusciva). Dormiva su qualche cuscino buttato sul pavimento, giocava a rugby scalzo in campi spelacchiati, alla prima prova, dodicenne, si presentò in mutande. Non aveva altri capi di abbigliamento. Ebbe la fortuna di essere adocchiato da un allenatore che lo aiutò a ottenere una borsa di studio alla Grey High School della sua città. Poi il passaggio al professionismo  e il successo. Lo stesso che sognano centinaia di ragazzi, poveri e scalzi del suo quartiere ghetto – ha ricordato l’altro giorno la giornalista Fahmida Miller di Aljazeera – sperando di fare fortuna con la palla ovale.

Ha scritto la BBC:  “Quando hai l’occasione di entrare in un altro mondo, non lasci mai la vita che ti sei lasciato alle spalle”. Il capitano degli Springboks, in effetti, aiuta molti ragazzi bisognosi ora che è un mito e un (ricco) modello da imitare. Secondo il sito Informationcradle, che si diverte a fare conti in tasca ai personaggi famosi, Siya guadagnerebbe circa 4 mila euro al mese. (Non male in un Paese dove il salario minimo mensile supera di poco  220 euro).

E dopo la vittoria sugli inglesi, l’atleta superstar ha dichiarato: “Abbiamo affrontato tante sfide, ma il popolo sudafricano ci è stato vicino. Abbiamo tanti problemi nel nostro Paese. Nella nostra squadra ci sono tante storie e origini diverse. Lo abbiamo fatto per il Sudafrica, speriamo di aver dimostrato che possiamo stringersi in gruppo se vogliamo ottenere qualcosa, non ho mai visto così il Sudafrica. Il coach ci ha detto che non stavamo più giocando solo per noi stessi, ma anche per tutte le persone a casa. Grazie a tutti per il sostegno, alle persone nei pub, nelle fattorie, ai senzatetto e alle persone che vivono nelle aree più rurali”.

Belle e significative parole. Esse però stridono alquanto con quello che mostra un filmato di 8 minuti postato suYoutube.

Ci mostra Siya Kolisi che sposa Rachel, bianca e bionda, nel 2016 a Stellenbosch, la zona dei vini. Sono attorniati dai loro due pargoli adottivi, da compagni di squadra, da stiliste e altri esponenti del bel mondo sudafricano.

E’ vero che ai campioni assurti a icone si perdona tutto, ma di quell’esibizione di sfarzo poteva fare a meno.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Angherie contro i rifugiati burundesi in Tanzania per scacciarli dai campi profughi

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toegyes
6 novembre 2019

Il governo tanzaniano vuole assolutamente rimandare a casa i rifugiai del Burundi e fa di tutto per rendere difficile la vita ai 70.000 profughi del campo di Nduta nel nord-ovest del Paese.

Dodoma vieta ora qualsiasi attività commerciale all’interno del campo. I proprietari hanno ricevuto un laconico  preavviso poco prima che gli agenti di sicurezza iniziassero a demolire i loro negozi. Per molti profughi queste entrate erano un’importante risorsa, inoltre il piccolo commercio li rendeva indipendenti, senza essere costretti a dipendere dalle donazioni. Gli aiuti spesso non sono sufficienti per le famiglie, che stentano a mettere un pasto decente in tavola almeno una volta al giorno.

Rifugiati burundesi in Tanzania

Secondo i rifugiati pare evidente che il divieto di tenere aperta qualsiasi attività e il fatto che domenica scorsa il principale mercato sia stato distrutto, sono angherie per costringerli a lasciare “volontariamente” il Paese, visto che il governo tanzaniano ha dovuto abbandonare il progetto dei rimpatri forzati.

Alla fine di agosto i ministri dell’Interno Kangi Lugola (Tanzania) e Pascal Barandagiy (Burundi) avevano siglato un documento per il rimpatrio forzato di 200.000 burundesi, attualmente ospitati nei campi in Tanzania. Tre settimane fa tale progetto è stato bloccato dall’UNHCR, che aveva espresso perplessità circa la sua attuazione, specificando che nessuno può essere costretto a far ritorno a casa, visto che a tutte queste persone, in quanto profughi, è stato riconosciuto il diritto di asilo.

Nel 2017 i due Stati – Tanzania e Burundi – e l’UNHCR avevano sottoscritto un accordo sui rimpatri, ma solamente relativo a quelli volontari, secondo le norme internazionali. Dal settembre 2017, 75.000 burundesi hanno lasciato liberamente il Paese ospitante.

La situazione nel Burundi è tutt’altro che rassicurante. Lo ha spiegato la commissione d’inchiesta del ONU  che ha denunciato gravi violazioni dei diritti umani in questo periodo pre-elettorale; già ora nel Paese si respira un clima di paura. Le presidenziali e legislative sono praticamente alle porte: sono state messe in calendario per il mese di maggio 2020 e Nkurunziza, grazie al referendum del 2018 si è assicurato altri due mandati. L’UNHCR ha anche confermato che mensilmente centinaia di persone fuggono dal Burundi e ha chiesto agli Stati confinanti di non chiudere le frontiere e di concedere asilo alle persone che necessitano di protezione.

Il clima nel Paese è talmente teso, che persino il rappresentante speciale del segretario generale dell’ONU in Burundi, Michel Kafando, ha gettato la spugna, rassegnando le proprie dimissioni. Il 30 ottobre scorso Kafando ha spiegato al Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU che la situazione nel Paese non è serena, dovuta all’ escalation di intolleranza politica e violazioni dei diritti civili e politici. Il governo avrebbe cercato di correre ai ripari, cercando di instaurare un dialogo con tutti partiti, gli amministratori locali e le forze di sicurezza.

Michel Kafando, rappresentante del segretario generale dell’ONU in Burundi

Il contesto socio-economico continua a peggiorare, ma bisogna ammettere, che per quanto concerne la sicurezza, la situazione è migliorata, anche se resistono focolai di abusi, violazioni dei diritti umani. “E’ opportuno incoraggiare il governo affinchè faccia seguito ai suoi obblighi e garantisca la sicurezza a tutti i suoi cittadini. Deve mettere un punto finale all’impunità”. E ha aggiunto: “Mi auguro che la prossima tornata elettorale sia trasparente, perchè elezioni mal organizzate e contestate, si sa, sono sempre causa di conflitti”.

“Anche se la situazione umanitari resta ancora preoccupante, bisogna sperare che i rifugiati facciano ritorno a casa volontariamente”, ha detto Kafando.

Nel suo rapporto il rappresentante del segretario generale dell’ONU ha sottolineato che il dialogo interburundese non è mai decollato per mancanza di volontà degli attori politici, parere contestato da Chauvineau  Mugwengezo, presidente della coalizione per la restaurazione degli accordi di Arusha. Secondo  Mugwengezo l’opposizione sarebbe sempre stata disponibile al dialogo, Nkurunziza si sarebbe sempre rifiutato di comunicare con le parti in causa, sfidando così anche la comunità internazionale.

La pace non è ancora tornata nell’ex protettorato belga, le violazioni dei diritti umani e civili persistono. Mentre Kafando presentava le sue dimissioni, sono stati arrestati 4 giornalisti del gruppo editoriale Iwacu, uno dei pochi media indipendenti ancora rimasti aperti nel Paese, in manette assieme al loro autista. I 5 erano in procinto di partire per un servizio sull’incursione di miliziani Red-Tabara, gruppo ribelle burundese, che aveva appena oltrepassato la frontiera provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo. Nei giorni scorsi si sono verificati forti scontri nella provincia di Bubanza tra i ribelli e l’esercito burundese.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Burundi in piena guerra civile. E il mondo sta a guardare‏

 

 

 

Strage continua in Mali: uccisi soldato francese e una cinquantina di maliani

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
4 novembre 2019

Gli attacchi dei diversi gruppi terroristi attivi nel Sahel sono sempre più sfacciati e temerari, eppure c’era chi li dava per indeboliti fino a non poco tempo fa.

Ronan Pointeau, soldato francese ucciso in Mali

Sabato mattina ha perso la vita Ronan Pointeau, un soldato francese della missione Barkhane, attiva in tutto il Sahel con 4500 uomini, di cui oltre 1500 in Mali. Al passaggio della vettura blindata su cui viaggiava Pointeau è stata fatto detonare un ordigno esplosivo. “La vittima è deceduta a causa delle gravi ferite”, ha spiegato l’Eliseo in un comunicato.

L’attentato è stato rivendicato con un messaggio su Telegram dall’organizzazione Stato Islamico (EI): “I soldati del califfato hanno colpito un convoglio delle forze francesi nelle vicinanze di Indelimane nella regione di Ménaka (al confine con il Niger n.d.r.) facendo esplodere un ordigno…….” firmato: Province Afrique de l’Ouest.

Operazione Barkhane nel Sahel

Secondo Wassim Nasr, giornalista di France 24, specializzato in terrorismo, il soldato sarebbe la prima vittima ufficiale dell’esercito francese uccisa da miliziani dello Stato islamico nella regione. Florence Parly, ministro della Difesa di Parigi ha annunciato che si rencherà molto presto in Mali per fare il punto della situazione.

Ieri mattina le forze maliane hanno comunicato che sabato nel centro del Mali sono stati uccisi anche due loro soldati, mentre altre tre sono stati feriti.

Nella regione di Menaka, nei pressi con il confine con il Niger, venerdì 1° novembre c’è stata un’altra aggressione, la peggiore degli ultimi anni: nella base di Indelimane, in località Ansongosono, è stata brutalmente trucidata una cinquantina di militari maliani e un civile . Una ventina di militari che erano scappati al momento dell’attacco sono stati ritrovati dai terroristi, riportati al campo e ammazzati.

La dinamica dell’assalto non è ancora ben chiara, le relative indagini sono ancora in corso. Da una prima ricostruzione dei fatti sembra che intorno all’ora di pranzo un centinaio di uomini armati, suddivisi in tre gruppi, siano arrivati alla base in moto e con velivoli pick-up  La violenza dell’aggressione, iniziata con tiri di mortaio, ha messo in grande difficoltà i soldati maliani. Secondo un portavoce del governo gli attaccanti sarebbero poi scappati in direzione del vicino Niger. Durante l’incursione sono state bruciate alcune vetture, Altre, invece, se le sono portate via i terroristi.

Anche questo attacco è stato rivendicato da EI, probabilmente si tratta del gruppo Stato Islamico nel Grande Sahara (acronimo EIGS, dal francese Etat islamique dans le Grand Sahara). Sabato è stato pubblicato un messaggio su Telegram simile a quello postato per rivendicare l’assassinio del militare francese: “I soldati del califfato hanno attaccato una base militare nel villaggio Indelimane, nella regione Ménaka, dove sono presenti soldati dell’esercito maliano”. Firmato: Province Afrique de l’Ouest .

La missione dell’ONU in Mali, MINUSMA, ha fortemente condannato gli ultimi fatti di sangue e ha affermato che è in corso la messa in sicurezza della zona con l’appoggio dei caschi blu.

Dopo il duplice massacro che si è consumato all’inizio di ottobre a Mondoro e Boulkessy, villaggi del Mali al confine con il Burkina Faso, durante il quale sono stati uccisi due civili, quaranta soldati maliani e una quindicina di jihadisti, l’esercito di Bamako il 18 ottobre aveva annunciato di aver “neutralizzato” almeno 50 terroristi. A tutt’oggi mancano all’appello 27 militari maliani, spariti in seguito all’aggressione del 30 settembre e 1° ottobre.

Miliziani del gruppo terrorista “Stato islamico nel grande” Sahara

Il 17 ottobre sono stati invece uccisi 8 miliziani di EIGS nel corso di un’operazione condotta da Barkhane con l’appoggio di Mirages 2000 e elicotteri Tigre. E qualche giorno prima Bamako ha reso noto che la polizia, settore Brigade Recherche de la Gendarmerie, avrebbe arrestato a Gao, il terrorista Alpha Ag Ibrahim Mohamed Alias Jafar, accusato di essere il principale informatore di Abdel Hakim Al Sahraoui, leader di EIGS. Pare che Jafar abbia al suo attivo parecchie imboscate nei confronti di convogli dell’esercito maliano e i servizi di Bamako lo hanno accusato di essere il capo di un gruppo terrorista, incaricato di posare ordigni esplosivi su percorsi stradali strategici.

Malgrado le forze messe in campo dagli Stati del Sahel e i loro partner, l’insicurezza si inasprisce di giorno in giorno in tutta la regione e rischia di espandersi verso altri Paesi del golfo di Guinea.

Se nel 2012 le attività dei terroristi erano concentrate solamente nel nord del Mali e nel bacino del lago Ciad, da qualche anno le attività dei gruppi armati hanno colpito anche altre aree, come alcune zone nell’ovest del Niger, il centro del Mali e naturalmente il nord e l’est del Burkina Faso, dove alla fine di ottobre si è consumato nuovamente un’aggressione a opera dei jihadisti. Come spesso accade, uomini armati sono arrivati durante la notte nel comune di Pobé-Mengao, nella provincia di Soum, nel nord del Burkina Faso. Secondo le testimonianze raccolte, diversi negozi sarebbero stati saccheggiati e diversi abitanti sono stati sequestrati. La maggior parte dei residenti sono scappati verso Djibo, capoluogo della regione di Soum. La città ospita attualmente oltre 80.000 sfollati, scappati dai loro villaggi a causa delle incessanti incursioni jihadiste nell’area.

E un altro mortale attacco si è consumato nel Burkina Faso nell’ultimo fine settimana: Oumarou Dicko, deputato e sindaco di Djibo, è stato ucciso ieri, mentre si recava a Ouagadougou, la capitale della ex colonia francese. Insieme a lui hanno perso la vita anche gli altri occupanti della sua vettura, caduta in un’imboscata a Gaskindé, località all’uscita di Djibo. Dicko era anche vicepresidente del partito Congrès pour la démocratie et le progrès (CPD). L’incidente di ieri non è ancora stato rivendicato.

Nella stessa area sono stati rapiti anche due italiani. Dallo scorso dicembre non si hanno più notizie di Luca Tacchetto, giovane architetto originario di Vigonza, in provincia di Padova, e della sua compagna canadese Edith Blais.  I due si stavano recando da Bobo-Dioulasso, città nella parte sudoccidentale del Burkina Faso, verso la capitale Ouagadougou. Mentre il sacerdote italiano, Pierluigi Maccalli è stato rapito nel settembre 2018 in Niger, a pochi chilometri dal confine con il Bukina Faso.

Negli ultimi due anni, in seguito all’estensione geografica delle zone colpite, sono in evidente aumento il numero delle vittime, sfollati e rifugiati.

 

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Niger: sequestrato operatore umanitario statunitense

Niger: pronta missione italiana. I rapitori di Rossella Urru: “Abbiamo ucciso 4 marines”

Niger: pronta missione italiana. I rapitori di Rossella Urru: “Abbiamo ucciso 4 marines”

49° maratona di New York: la Grande Mela divorata dal Kenya

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
4 novembre 2019

Un re e una regina del Kenya a New York

La 49° edizione della maratona più celebre, più ricca, più partecipata del mondo è stata dominata da due atleti della Rift Valley: Geoffrey Kamworor, tra gli uomini, Joyciline Kepkosgei, tra le donne.

Entrambi di 26 anni, entrambi detentori del record del mondo della mezza maratona, entrambi protagonisti di una cavalcata trionfale negli ultimi chilometri. Alle loro spalle, nel traguardo soleggiato del Central Park, si sono piazzati altri due connazionali: Albert Korir, 25 anni, e Mary Keitany, 37, la superfavorita in quanto conquistatrice di questa gara già per quattro volte.

Geoffrey Kamworor e Joyciline Jepkosgei, vincitori della Maratona di New York 2019

Grandi sconfitti i maratoneti etiopi, sia in campo maschile sia in quello femminile: Lelisa Desisa. fresco campione mondiale a Doha, ritiratosi, dopo metà gara, e Ruti Aga, stroncata dalle scarpette rosse di Joyciline. Fra gli uomini, niente da fare anche per Girma Bekele Gebre, giunto terzo che con i compatrioti Tola e Kitata ha alzato bandiera bianca negli ultimi chilometri.

Di fronte ai runner kenyani pigliatutto c’è stato poco da fare. Come sempre il percorso è stato molto scenografico con partenza dal Ponte di Verrazzano ed arrivo ormai storico a Central Park, ma lungo i 42195 metri c’è stato anche un dislivello di 253 metri che si sono fatti sentire eccome sulle gambe dei 36 professionisti al via. Parliamo di loro, perché i “dilettanti” sono stati circa 52 mila (compresi 2844 italiani).

La fatica però non sembra aver inciso su Geoffrey Kamworor giunto alla meta, dopo 2 ore 8 minuti e 12 secondi sorridente, radioso, e lanciando saluti a destra e a manca. Forse anche perché intascava 115 mila dollari. Ne avrebbe presi di più se avesse battuto il record della corsa che è di 2h05’06” e risale al 2011.

Ha guadagnato di più la sua conterranea. Alla soldatessa Joyciline Jepkosgei, esordiente alla Grande Mela con un tempo di 2 ore 22 primi e 39, sono andati ben 145 mila dollari (100 mila per il primo posto più un bonus). Come abbiamo scritto recentemente, Joycilne aveva stupito il mondo battendo il primato mondiale femminile

Maratona di New York 2019

Da sempre il primo premio, a New York, è uguale per uomini e donne: 100 mila dollari.

Il dominatore maschile, Kamworor, nato nel villaggio di Chepkorio nella Rift Valley, non è un novellino: il 15 settembre ha conquistato il record maschile della mezza maratona in Danimarca, era giunto primo anche nel 2017 e terzo lo scorso anno dietro gli etiopi Desisa e Kitata.

Questa volta si è rifatto con gli interessi.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Mozambico: attacco jihadista, decapitati 20 militari mozambicani e 7 mercenari russi

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sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
3 novembre 2019

Continua l’azione terroristica jihadista a Cabo Delgado, estremo nord del Mozambico. L’ultima, pesantissima, del 27 ottobre scorso è stata un’imboscata nella provincia di Muidumbe, 170 a sud-ovest di Palma, dove operano ENI e ExxonMobil. Il bilancio è stato di venti morti tra le Forze di Sicurezza mozambicane e cinque militari russi.

Mappa del nord del Mozambico con il punto dell'imboscata jihadista e l'area di sfruttamento LNG ENI (Courtesy Google Maps)
Mappa del nord del Mozambico con il punto dell’imboscata jihadista e l’area di sfruttamento LNG ENI (Courtesy Google Maps)

Al giornale online Carta de Moçambique una fonte ha detto che i jihadisti hanno atteso un convoglio militare mettendo un blocco sulla strada. All’arrivo del mezzo hanno cominciato a sparare lasciando sull’asfalto 25 morti. Il massacro lo  hanno “firmato” decapitando i cadaveri.

Una vera e propria azione militare che indica l’aumento del livello di pianificazione mai avuto fino a questo momento. Secondo il giornale mozambicano i cinque russi sono mercenari del Gruppo Wagner che appoggia il governo del Paese lusofono nella guerra contro i jihadisti.

I dati di Zitamar News, dal 5 ottobre 2017 – data di inizio del jihadismo in Mozambico – al 23 settembre 2019, mostrano 170 attacchi. Le vittime, tra militari e soprattutto civili – molti dei quali decapitati – sono state 436. A queste si aggiungono i 25 dell’ultima imboscata.

Secondo Zitamar News, la violenza jihadista in undici mesi ha fatto 116 attacchi con 310 morti
Secondo Zitamar News, la violenza jihadista negli ultimi undici mesi è stata responsabile di 116 attacchi con 310 morti

Il periodo di maggiore violenza jihadista di Al Sunna wa-Jama’s, chiamati dalla popolazione al Shebab, si è avuto negli ultimi undici mesi. Secondo Zitamar News ci sono stati 116 assalti armati che hanno causato 310 morti. La maggior parte a poca distanza da Palma, dove, off-shore, opera ENI per lo sfruttamento degli immensi giacimenti di gas naturale (LNG).

Lo scorso 22 agosto, a Mosca, il presidente mozambicano Filipe Nyusi ha firmato un accordo con Vladimir Putin per aiuti militari contro il jihadismo. Nella seconda metà di settembre sono arrivati in Mozambico tra 160 e 200 mercenari. E il quotidiano russo indipendente The Moscow Times rivela che, lo scorso 10 ottobre, altri due mercenari russi sono morti durante un altro attacco jihadista. È la prima volta che si sente parlare di morti russi. E probabilmente non sarà l’ultima.

(ultimo aggiornamento 3 novembre 2019, 10:58)

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Ennesimo attacco jihadista in Mozambico pericolosamente vicino all’ENI: 11 morti

ENI si rafforza in Mozambico con nuove acquisizioni nel settore del gas naturale

Marocco: condannati a morte i tre assassini delle due ragazze scandinave

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Africa ExPress
2 novembre 2019

Un tribunale antiterrorista del Marocco ha confermato in appello la pena di morte ai tre autori materiali dell’assassinio di due ragazza scandinave.

L’efferato delitto si è consumato lo scorso dicembre in una regione montagnosa non sorvegliata in provincia di El Haouz, Marocco ad una decina di chilometri da Imlil, ai piedi del monte Toubkal, la più alta vetta del nord Africa. Luoisa Vesterager Jespersen e Maren Ueland, danese di ventiquattro anni la prima, norvegese di ventotto la seconda,  sono state uccise in nome di Al Qaeda nel Maghreb Islamico.

Mercoledì scorso sono state emesse le sentenze per i 24 uomini implicati nel delitto o perchè appartenenti a una cellula terrorista jihadista. Per tre di loro è stata emessa la condanna a morte: Abdessamad Ejjoud, 25 anni, ambulante, reo confesso di aver organizzato la spedizione insieme a due compagni, Younes Ouaziyad, un falegname di 27 anni e il trentatrenne Rachid Afatti, che aveva filmato la scena. La diffusione del video sui social network aveva suscitato orrore nel mondo intero.

Le due ragazze uccise in Marocco nel dicembre 2018

A Abderrahim Khayali è stata risparmiata la pena capitale, perchè, pur avendo partecipato alla spedizione, ha lasciato l’area prima che si consumasse la tragedia. Khayali è stato condannato all’ergastolo.

Il tribunale antiterrorista di Salé, città vicino alla capitale Rabat, ha confermato le condanne per 19 co-imputati con pene da 5 a 30 anni di carcere, mentre solo uno si è visto infliggere 20 anni di galera invece dei 15 previsti dalla sentenza di primo grado. Sono stati giudicati in quanto accusati di “formazione di banda armata con volontà di commettere atti terroristi”. Tutti quanti hanno implorato la clemenza della Corte mercoledì scorso, dichiarandosi innocenti; alcuni hanno persino presentato le condoglianze ai familiari. Tra i condannati c’è anche uno straniero:  lo svizzero-spagnolo Kevin Zoller Guervos, convertito all’islam. Dovrà passare i prossimi 20 anni in un carcere marocchino.

Da sinistra Abdessamad Ejjoud, Rachid Afatti e Younes Ouaziyad condannati alla pena capitale per l’assassinio delle due ragazze scandinave in Marocco

Il tribunale ha anche confermato l’indenizzo di 190.000 euro richiesto dai genitori di Maren Ueland ai 4 principali indiziati, mentre ha respinto la richiesta dei familiari di Louisa Vesterager Jespersen che avevano chiesto un risarcimento di 930.000 euro a Rabat perchè ritengono che lo Stato marocchino sia moralmente responsabile dell’uccisione della loro ragazza. L’avvocato ha fatto sapere che si rivolgerà al Tribunale amministrativo per risolvere la questione.

Hafida Mekessaoui, difensore d’ufficio dei tre condannati alla pena capitale, dopo aver chiesto nuovamente che i suoi clienti venissero sottoposti a perizia psichiatrica, ha annunciato che per tale diniego ricorrerà alla Corte di cassazione.

La corte antiterrorista Salé, Marocco

Benchè in Marocco vengano ancora emesse sentenze capitali, de facto viene applicata una moratoria sulle esecuzioni del 1993. Da tempo si discute sull’abolizione di tale pena, ma in appello la procura aveva chiesto l’esecuzione effettiva delle sentenze.

Pochi istanti prima che la Corte emettesse la sentenza per i principali indiziati, il capo della presunta cellula jihadista, Abdessamad Ejjoud, ha voluto sfidare i giudici: “Se ci condannate, se sarà eseguita la condanna a morte, io vi scomunico, non credo nè nelle vostre leggi, nè nei diritti umani”.

Anche Younes Ouaziyad e Rachid Afatti hanno voluto sfidare i giudici, citando alcuni versetti bellicosi del Corano, suscitando così attimi di paura nell’aula; mentre Abderrahim Khayali ha solamente confermato di non aver partecipato all’uccisione delle ragazze.

Il doppio omicidio delle giovani scandinave ha fortemente scosso il Marocco che, dopo l’attentato del 2011, quando furono ammazzate sedici persone a Marrakech, tra loro 11 turisti stranieri, era stato risparmiato da altri attacchi terroristi.

Africa ExPress
@africexp

Rivendicano in un video l’assassinio di due turiste scandinave: arrestati in Marocco

 

 

Eswatini: 20 Rolls-Royce per le molte mogli del re, mentre la popolazione è allo stremo

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
1° novembre 2019

I funzionari statali di Eswatini, il nuovo nome dello Swaziland, l’unico Paese al mondo  governato da una monarchia assoluta non ci stanno, giovedì sono scesi nuovamente in piazza per protestare contro lo sfarzo dei membri della casa reale, mentre la popolazione è allo stremo. Dirigenti e quadri chiedono immediatamente un aumento dei loro salari.

Eswatini: Il re acquista 20 Rolls Royce per le sue molte mogli

La rabbia della gente si è scatenata dopo l’acquisto di vetture di lusso per i familiari di Mswaiti III, malgrado l’attuale situazione economica particolarmente difficile del Paese. E la confederazione sindacale  Tucoswa, sconcertata, ha fatto sapere che il Paese non necessita di vetture lussuose, bensì di beni di prima necessità, come corrente elettrica, acqua, carburante a prezzi accessibili. “Negli ultimi tre anni abbiamo chiesto un aumento dei nostri salari, ma la risposta è sempre stata la stessa: non è possibile, non possiamo permettercelo”.

Regali di Natale giunti in anticipo per le molte mogli del re. Ben 4 autotreni con 20 Rolls-Royce nuove fiammanti sono stati visti davanti al palazzo reale mentre venivano scaricate le vetture di superlusso, destinate ai membri della sua grande famiglia.

Una fonte ufficiale che ha optato per l’anonimato, ha assicurato all’Agence France Presse (AFP), che le vetture non sarebbero state acquistate con denaro pubblico. Le Rolls-Royce sarebbero state finanziate tramite fondi della famiglia reale, incrementati recentemente grazie alla vendita di altri beni appartenenti al re.

Re Mswati III dello Swaziland

Il monarca, nominato ufficialmente principe ereditario nel settembre 1983 è stato incoronato sovrano dello Swaziland il 25 aprile del 1986, all’età di 18 anni. Fino alla sua maggiore età le funzioni regali sono state assunte dalla regina madre. In quanto monarca assoluto, governa solamente con decreti legge e non di rado viene criticato per il suo stile di vita sfarzoso, pur sapendo che gran parte della popolazione vive in miseria.

Nell’ex protettorato britannico il reddito annuo pro capite supera di poco i tremila dollari. Un Paese povero, che vanta il triste primato di avere la più alta incidenza di infezione HIV al mondo. L’aspettativa di vita è inferiore ai quarantanove anni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Le ventisette mogli infelici del re “padre padrone” dello Swaziland

Swaziland vuol cambiare nome, una spesa eccessiva per un Paese così povero

 

Mozambico, Elezioni 2019: vince il Frelimo, Nyusi presidente al secondo mandato

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze 1° novembre 2019

Il risultato era scontato. Filipe Nyusi, che voleva il secondo mandato alla presidenza della Repubblica, ha vinto le presidenziali 2019. Ha raggiunto 4,5 milioni di voti, 1,7 milioni in più rispetto alla sua prima elezione. Ha ottenuto la maggioranza assoluta con il 73 per cento. Il Fronte di Liberazione del Mozambico (FRELIMO), al governo dal 1975 – anno dell’indipendenza – rimane al potere.

Filipe Nyusy, al suo secondo mandato alla presidenza della Repubblica del Mozambico
Filipe Nyusy, al suo secondo mandato alla presidenza della Repubblica del Mozambico

I risultati definitivi delle seste elezioni generali multipartitiche dal 1994, sono stati ufficializzati dalla Commissione elettorale nazionale (CNE). La Commissione ha anche rigettato, con 9 voti contro 8, le richieste di annullamenti per brogli fatte dall’opposizione.

Il FRELIMO, all’Assemblea Nazionale, (il Parlamento) guadagna 40 seggi, passando da 144 a 184 dei 250 totali. Invece l’opposizione perde su tutto. Il secondo partito, Resistenza Nazionale Mozambicana (RENAMO), di Ossufo Momade, perde il 30 per cento dei seggi passando da 89 a 60. Il Movimento Democratico del Mozambico (MDM), di Daviz Simango, perde il 60 per cento dei seggi passando da 17 a 6. Nessuno degli altri partiti è entrato in parlamento.

Vittoria netta del FRELIMO anche nelle dieci province del Paese lusofono. Il partito del neo presidente Nyusi ha conquistato tutti i dieci governatorati. Nell’Assemblea Provinciale guadagna 628 seggi dei 794 totali. Al RENAMO ne vanno 156 e al MDM 10 seggi.

Secondo i dati della CNE è andata a votare poco più della metà degli elettori (50,74 per cento). Un’affluenza inferiore a quella delle amministrative del 2018 ma la più alta dal 1999.

Filipe Nyusy durante la campagna elettorale
Filipe Nyusy durante la campagna elettorale

Grande delusione del leader RENAMO, Momade, che – secondo i dati CNE – ha ottenuto solo il 20 per cento dei consensi. La firma del terzo Accordo di Pace con Nyusi, gli aveva dato la speranza di una maggiore trasparenza ma è andata peggio delle sue previsioni.

Elezioni molto politicizzate secondo il Centro per l’Integrità Pubblica (CIP) che ha monitorato puntualmente lo svolgimento delle elezioni. Ma anche sanguinose e violente. Nei disordini tra le diverse fazioni sono stati registrati 46 morti. Tra questi ben dieci per omicidio. Il capo della polizia ha affermato che uno squadrone della morte composto cinque persone tra le quali quattro poliziotti, ha ucciso un osservatore elettorale.

Il CIP ha denunciato brogli e soprusi riportati dagli osservatori elettorali. Tremila osservatori che avevano il compito di effettuare il conto parallelo delle schede sono stati bloccati dalle autorità provinciali. “Rifiutiamo questi risultati perché non riflettono fedelmente la volontà popolare” hanno dichiarato gli otto rappresentanti di minoranza della Commissione elettorale nazionale.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Mozambico, tra Frelimo e Renamo pace per la terza volta. Ma qualcuno non ci sta

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Diluvio universale in Camerun, Nigeria, Centrafrica: morti, feriti, dispersi

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
31 ottobre 2019

Ci risiamo. Come succede ormai da tempo, l’effetto dei cambiamenti climatici si è fatto sentire anche quest’anno in diverse zone dell’Africa. In questi giorni forti piogge hanno colpito parte del Camerun, Nigeria e Centrafrica causando morte e distruzione.

Nella città di Bafoussam, nell’ovest del Camerun, una frana ha seppellito  42 persone, tra loro almeno 20 bambini e donne incinte. Lo smottamento è avvenuto nella notte tra lunedì e martedì e le operazioni di soccorso per recuperare i dispersi si sono protratti fino a mercoledì sera. Disperazione tra la popolazione, 13 case completamente distrutte, macerie in ogni dove.

Frana in Camerun

Le piogge torrenziali sono la causa dello smottamento. “Ora gli abitanti del quartiere dovranno andarsene, è troppo pericoloso”, ha dichiarato Awa Fonka Augustine, governatore della provincia dell’Ovest del Paese, zona montagnosa e la più fertile di tutto il Camerun.

L’area colpita dalla frana è situata tra due colline, attraversate da una vallata paludosa. Il terreno è molto argilloso e i soccorsi hanno trovato non poche difficoltà ad accedere alla zona disastrata. Le operazioni di recupero sono state complesse. Intanto Younadé ha stanziato immediatamente 25 milioni di CFA (poco più di 38 mila euro) per le famiglie sinistrate.

Mentre nello stato di Kobi, nel centro della Nigeria, centinaia di detenuti sono riusciti a evadere da un carcere dopo il crollo della recinzione. Le piogge torrenziali hanno allagato persino le celle e 122 prigionieri sono riusciti a forzare le porte interne e si sono dati alla macchia; alcuni sono stati riacciuffati poche ore dopo, una volta terminata la terribile tormenta, che si è abbattuta sull’intera zona verso le due del mattino.

Prigione a Kogi, Nigeria

Gli stati Niger, Benue, Kogi e Taraba – tutti nel centro della ex colonia britannica – sono stati particolarmente colpiti da copiose precipitazioni negli ultimi mesi. In tutta la regione, considerata il granaio del Paese, i raccolti sono andati distrutti e ha costretto migliaia di persone a lasciare le loro abitazioni.

Anche nell’Adamawa state, nel nord-est, gli acquazzoni hanno completamente allagato e devastato 40 villaggi.

Nella Repubblica Centrafricana, già teatro di un sanguinoso conflitto interno, 28 mila persone si sono ritrovate da un momento all’altro senza nulla, nemmeno un tetto per potersi riparare a causa di eccezionali precipitazioni e le esondazioni del fiume Ubangi e i suoi affluenti. Una nuova tragedia umanitaria si somma alle altre che si consumano da anni nella ex colonia francese.

Inondazioni in Centrafrica

Nella capitale Bangui molte case sono distrutte, in particolare quelle costruite con mattoni di fango si sono letteralmente dissolte nell’acqua e ora, per spostarsi da un luogo all’altro, la gente è costretta a usare le piroghe invece dei tassì o altri mezzi di trasporto.

Ora manca l’acqua potabile e le zone colpite sono a rischio epidemia. Il portavoce del governo, Ange-Maxime Kazagui, ha ammesso che non sanno dove trasferire le persone colpite dalle inondazioni, mancano strutture adeguate. Non ci sono bagni, fa freddo, ma le zanzare non mancano. “Attendiamo che le ONG ci portino tende per mettere in sicurezza tutte le persone colpite dalla tragedia”, ha aggiunto il portavoce.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

La rete dei terroristi islamici dietro il rapimento di Silvia

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi

Mombasa (Kenya), 30 ottobre 2019

Il padre di un presunto terrorista, arrestato durante una retata della polizia contro gli shebab sulla costa del Kenya, ha pagato la cauzione per tirar fuori di galera Ibrahim Adhan Omar, uno dei presunti rapitori di Silvia Romano, sequestrata il 20 novembre dell’anno scorso.

Da qualche mese le unità antiterrorismo della polizia (ATPU, Anti Terrorism Police Unit) stanno scandagliando a tappeto la costa keniota a caccia di terroristi che si sarebbero infiltrati dalla Somalia. Il 15 marzo scorso, alle 4 del mattino, durante una retata nel villaggio di Kiteje, nella contea di Kwale, poco a sud di Mombasa, gli agenti arrestano alcuni presunti appartenenti alle milizie shebab. Il padre di uno degli ammanettati, Juma Suleiman, dopo aver cercato il figlio Abdallah Juma, 25 anni, in tutte le stazioni di polizia, non avendolo trovato, va al comando centrale a Mombasa, e protesta per la scomparsa del ragazzo di cui non sa più nulla. Nessuno gli spiega che fine abbia fatto.

Silvia gioca con uno dei piccoli che aiutava a Chakama

Quattro mesi prima discretamente, subito dopo il rapimento di Silvia, erano stati arrestati nei villaggi intorno a Chakama, dove la volontaria milanese abita ed è stata portata via, Abdulla Gababa Wario e Moses Luwali Chembe. Il 10 dicembre era stato catturato, Ibrahim Adhan Omar. Era ben nascosto, assieme al suo arsenale, in un covo nella cittadina di Bangali nei pressi di Garissa (vicino al confine con la Somalia), dove il 2 aprile 2015, durante un assalto dei miliziani islamici al campus dell’università, 148 studenti erano stati trucidati e 79 feriti. Abdulla Gababa, non trova i soldi per pagare la cauzione e resta così in carcere, mentre gli altri due escono di galera pagando una somma abbastanza elevata per le tasche keniote: 26 mila euro.

Africa ExPress e il Fatto Quotidiano sono andati a controllare chi sono quelli che hanno versato la somma per tirare fuori dal carcere gli inquisiti. E così si scopre che per Moses Luwali Chembe sono intervenuti lo zio e il nonno con titoli di proprietà di alcuni terreni. Ma il primo dichiara un guadagno di cento euro al mese e il secondo solo cinquanta.

La rivelazione più inquietante riguarda però Ibrahim Adhan Omar, il più pericoloso dei tre arrestati: la sua garanzia per uscire dal carcere il 28 giugno scorso viene pagata da Juma Suleiman, il padre del presunto terrorista arrestato a Kwale in marzo. Come mostra il documento che pubblichiamo qui sotto Juma Suleiman (attenzione, sul documento c’è scritto Seleiman con la “e”, ma spiegano alla cancelleria del tribunale che simili errori sono comuni) si definisce amico del presunto sequestratore Ibrahim. Juma di mestiere dichiara di fare il sarto, ma al villaggio dove dice di risiedere, come ha accertato un breve sopralluogo, non lo conosce nessuno.

il documento con cui Juma Suleiman (o Seleiman) ha pagato la cauzione per Ibrahim Adhan Omar

Ora quindi, finalmente, la pista per individuare i rapitori di Silvia Romano è chiara.  Ed è diventata qualcosa di credibile dopo che a metà settembre le unità antiterrorismo della polizia keniota hanno arrestato in un sobborgo di Mombasa Fawaz Ahmed Hamdun, un ex calciatore che ai campi sportivi ha preferito quelli di battaglia. Fawaz, di buona famiglia musulmana ma non radicale, viene descritto dagli investigatori come un “talent scout”. Il suo compito è reclutare giovani, indottrinarli e spedirli in Somalia, per il training necessario a diventare un bravo terrorista. Opera per conto dell’organizzazione jihadista Jeshi Ayman, la filiale keniota di Al Shebab (legata ad Al Qaeda) le cui basi si trovano nella foresta di Boni, un’inespugnabile giungla ai confini tra Kenya e Somalia.  All’appello dei ricercati per il rapimento, non ancora assicurati alla giustizia, mancano, Yusuf Kuno Adan e Said Adan Abdi, che potrebbero essere passati in Somalia, eventualmente portando con sé Silvia. Manca però la conferma del possibile trasferimento.

Le investigazioni dopo un periodo di stagnazione dovute anche al fatto che la cooperazione tra Kenya e Italia nei primi mesi dopo il rapimento non funzionava a dovere (gli investigatori del ROS erano stati bloccati a Nairobi e non era stato dato loro il premesso di andare sulla costa), ora sono riprese con una certa forza, anche perché la cattiva pubblicità creata dal rapimento sta mettendo in ginocchio l’industria turistica locale, una volta assai fiorente.

In attesa delle ulteriori indagini in corso, quindi, l’ennesima udienza contro alcuni presunti rapitori di Silvia – che si doveva tenere il 24 ottobre al tribunale di Malindi – è saltata. Gli accusati Ibrahim Adhan Omar, Moses Luwali Chembe sono tornati a casa e Abdulla Gababa Wario in prigione. L’udienza è stata spostata al 14, 15 e 20 novembre. A un anno esatto dal rapimento.

Massimo A. Alberizzi
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twitter @malberizzi