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La culla dell’umanità è in Botswana: lo sostengono ricercatori australiani

Africa Express
Gaborone, 30 ottobre 2019

L’attuale Botswana è la culla dell’umanità. Lo sostiene Vanessa Hayes, genetista del Garvan Institute of Medical Research, in Australia, secondo cui i nostri progenitori avrebbero vissuto in una regione nel nord dell’attuale Paese dell’Africa australe. La Hayes ha recentemente pubblicato un articolo con le sue ricerche sulla rivista Nature.

Makgadikgadi ,Botswana

Oggi la vasta zona del Makgadikgadi Pan è un complesso di saline, ma 200 mila anni fa era un vero e proprio Eden, umido, rigoglioso e i nostri avi avrebbero vissuto attorno un grande lago. Un habitat ideale per gli umani e la fauna moderna. Dopo 70 mila anni hanno iniziato a spostarsi a causa dei cambiamenti climatici e per l’evoluzione delle precipitazioni, che hanno generato ondate di grandi migrazioni tra 110 e 130 mila anni fa.

“Ormai sappiamo tutti che gli umani anatomicamente moderni sono apparsi 200 mila anni fa in Africa, ma finora non siamo stati in grado di determinare il luogo e la successiva dispersione dei nostri antenati”.

Secondo la ricercatrice, i primi migranti si sarebbero avventurati verso il nord, mentre la secondo ondata si sarebbe diretta verso sud-ovest; una terza sarebbe rimasta nel Paese d’origine, dove vive ancora oggi.

Il gruppo di ricercatori ha esaminato centinaia di campioni di DNA mitocondriale (il frammento di DNA  trasmesso solo dalla madre al figlio) di africani viventi per ricostruire l’albero genealogico umano. E infine, unendo la genetica con la geologia e grazie alla ricostruzione sul computer di modelli climatici, sono riusciti a ottenere un quadro della situazione dell’Africa di 200 mila anni fa.

Tuttavia le affermazioni della Hayes hanno suscitato non poche perplessità, non tutti ricercatori in questo campo concordano con la tesi dell’Istituto australiano. Un esperto ha fatto notare che non è possibile ricostruire la storia delle origini umane basandosi sul DNA mitocondriale, mentre altri analisti hanno dato risposte diverse; la loro ricerca, incentrata sul ritrovamento di fossili, ritengono che la culla dell’umanità sia l’Africa dell’est.

Chris Stringer, del Natural History Museum di Londra, è convinto che non sia possibile utilizzare solamente la distribuzione mitocondriale moderna per determinare il luogo d’origine dei nostri antenati e ha aggiunto in un’intervista concessa ai reporter della BBC: “E’ esagerato, perchè si prende in considerazione solo una minima parte del genoma e ciò non è in grado di dare tutte le informazioni a riguardo di tutta la storia delle nostre origini”.

 Africa ExPress
@africexp

Hi-Tech dai Grandi Laghi: nasce il primo smartphone made in Ruanda

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 28 ottobre 2019

Si chiamano Mara X e Mara Z i primi due smartphone made in Africa. Sono fabbricati in Ruanda dalla Mara Phones di Ashish Thakkar, 38 anni, imprenditore nato in UK ma, fin da adolescente, residente nel Paese africano.

Il Mara X, smartphone fabbricato in Ruanda
Il Mara X, smartphone fabbricato in Ruanda

Il lancio sul mercato, nel piccolo Stato dei Grandi Laghi, è stato fatto in pompa magna dal presidente ruandese, Paul Kagame. “La Mara Phone si unisce all’elenco dei prodotti di alta qualità che vengono fabbricati nel nostro Paese” – ha dichiarato Kagame. Alla Mara Phones lavorano 200 persone – 60 per cento donne – e l’azienda ha una capacità di produzione di due milioni di smartphone all’anno.

Con un profilo di leone stilizzato sul retro, i due modelli sono prodotti in tre colori e con sistema operativo Android. Il modello Mara X ha 16Gb di memoria, 1Gb Ram, schermo da 5,5 pollici e accesso a impronta digitale e viene venduto a 159USD. Il Mara Z ha lo schermo più grande (5,7), riconoscimento facciale e impronta digitale, 32Gb di memoria e 3Mb di Ram. Viene venduto a 229USD.

In Ruanda il 15 per cento della popolazione ha telefoni cellulari cinesi di fascia bassa con prezzi che vanno tra i 40 e i 70USD. Secondo Thakkar, l’obiettivo della Mara Phones è mettere in vendita smartphone “made in Africa” di migliore qualità. Vuole competere all’interno in un mercato in grande espansione come l’area centro orientale del continente.

Il Mara Z, smartphone fabbricato in Ruanda
Il Mara Z, smartphone fabbricato in Ruanda

C’è da dire che, date le caratteristiche dei due smartphone, il prezzo è molto caro per un Paese africano che ha un reddito procapite di 720USD all’anno. Pur una crescita del 7 per cento annuo, solo pochi si possono permettere un oggetto che costa due-tre mesi di stipendio.

Intanto Ashish Thakkar, che è il fondatore di Mara Group e Mara Foundation e co-fondatore di Atlas Mara, pensa in grande. Ha appena aperto una seconda fabbrica di smartphone in Sudafrica mercato molto più robusto dove è maggiore la penetrazione cinese. Da lì è più facile andare alla conquista del mercato dell’Africa Australe.

Sandro Pintus
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Aggiornato il processo ai presunti rapitori di Silvia: indagini keniote verso gli shebab

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Da Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Malindi, 25 ottobre 2019

L’ennesima udienza che si doveva tenere sul rapimento di Silvia Romano il 24 ottobre è saltata. Lo si era capito già dal 16 ottobre, quando nell’aula dove doveva tenersi quella che qui viene chiamata pre-udienza, un incontro durante il quale le parti decidono come trattare gli argomenti, non si è presentato nessuno. Ufficialmente perché la signora Julie Oseko la magistrato che deve giudicare i tre accusati del sequestro, Ibrahim Adhan Omar, Abdulla Gababa Wario e Moses Luwali Chembe, era assente. Nelle carte del processo c’è però la richiesta della procuratrice Alice Mathangani di tenere la pre-udienza il 23 ottobre. Dobbiamo essere pronti e preparati per tenere l’udienza il 24, aveva scritto. Invece mercoledì non è successo nulla e ieri mattina stessa cosa.

Questa volta la scusa ufficiale è stata: “Il difensore di due degli imputati Moses e Gababa è ammalato”. La pre-udienza è quindi stata fissata per il 6 novembre e il processo vero e proprio per il 14, 15 e 20 novembre, il giorno dell’anniversario del rapimento di Silvia. Al di là del pretesto accampato ufficialmente (“Udienza differita per motivi tecnici”) qualche domanda è impossibile non porsela.

Silvia Romano con il suo cucciolo

La prima è semplice e chiara: perché tutti questi ritardi in un processo che apparentemente il Kenya ritiene importante e necessario per difendere la sua immagine? E perché ai tre imputati per un reato gravissimo come il sequestro di persona è stata data la possibilità di uscire dal carcere pagando una cauzione, nonostante il parere contrario della procura e della polizia?

La pubblica accusa, spalleggiata dagli investigatori che stanno conducendo le indagini, aveva insistito perché il ricorso alla cauzione fosse negato. Invece i magistrati giudicanti l’hanno concesso.

Ma qualcuno suggerisce un altro motivo: dal 30 settembre in Kenya è in corso una caccia al terrorista, mantenuta segreta ma piuttosto allarmante. Qualche giorno prima durante un raid della polizia a Likoni, sobborgo di Mombasa, erano stati ammazzati tre jihadisti e altri sette arrestati che, sembra, abbiano “cantato”, fornendo un po’ di informazioni sulle attività di Al Shebab (filiale di Al Qaeda in Africa orientale) in Kenya. I metodi per estorcere informazioni in Africa non sono proprio a prova di diritti umani, ma sono “convincenti”

Le armi sequestrate nel covo di Al Shebab a Likoni

La retata era avvenuta due giorni dopo l’arresto a Mombasa di un terrorista, Fawaz Ahmed Hamdun, accusato di essere da tempo l’organizzatore di cellule sulla costa keniota e di aver aiutato i militanti a compiere attentati, tra l’altro quello del 15 gennaio scorso in un hotel di Nairobi (21 morti).

“L’assalto – ha spiegato Paul Leting dirigente della polizia criminale – è avvenuto dopo un’attenta indagine. Abbiamo appurato che questo gruppo criinale stava pianificando attentati a Likoni e in altre città della costa Kwale, Bamburi, Kisauni e Mazeras. Nel loro covo abbiamo trovato un ingente arsenale: fucili, granate, oltre 1.600 proiettili e materiale per fabbricare bombe, nove passamontagna, uniformi militari, machete e coltelli”. Durante quest’operazione sono state arrestate diverse persone, sulle quale si sta indagando in profondità. Anche in relazione al rapimento di Silvia.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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Polizia in stato d’allerta a Mombasa, sgominata cellula di terroristi Shebab

 

La missione italiana in Niger: assistenza umanitaria o lotta armata ai migranti?

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Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
26 ottobre 2019

L’intervento veniva replicato il 3 giugno 2019, giorno successivo alla festa della Repubblica italiana: stavolta con fondi della cooperazione italiana, venivano inviati in Niger con un nuovo volo umanitario dell’Aeronautica cinque tonnellate di kit sanitari. “Il provvedimento è stato predisposto dalla Vice Ministra Emanuela Del Re, in risposta ad una richiesta delle autorità nigerine per far fronte alla perdurante emergenza sanitaria nel paese, che si è ulteriormente aggravata a causa dei recenti episodi di violenza”. Il tono insomma è lo stesso della missione del 26 aprile, così come è confermata la provenienza dei farmaci dai depositi della Base di Pronto Intervento di Brindisi. E, per l’ennesima volta, la gestione degli aiuti italiani e ONU è affidata alle forze armate nigerine, al di fuori di ogni controllo da parte della Missione MISIN.

Ancora più grave quanto avvenuto invece lo scorso 17 settembre, quando il contingente militare in Niger ha “portato a termine” una donazione di aiuti umanitari provenienti da comuni, parrocchie, associazioni di volontariato e scuole della provincia di Salerno. “Si tratta di circa 400 colli di materiale: abbigliamento, giocattoli, cancelleria e materiale sportivo nonché alimenti a lunga conservazione”, riportano le cronache.

Addestramento delle truppe nigerine

“Il progetto – sorto sulla base di precedenti esperienze intraprese in operazioni fuori area condotte in Kosovo, Libano e Afghanistan – ha coinvolto anche gli alunni della scuola elementare di San Pietro al Tanagro che, grazie a un progetto formativo incentrato sulle condizioni di povertà in Africa e sul multiculturalismo, ha avviato un gemellaggio con due scuole materne di Niamey. Inoltre, l’associazione sportiva calcistica dello stesso comune, impegnata nel settore giovanile Under 14, ha raccolto materiale sportivo con il quale ha suggellato il gemellaggio con la squadra dei piccoli calciatori nigerini di Camp Bagaji”. Chi sono stati in quest’occasione i destinatari dei pacchi dono? “Principalmente Enti di Protezione Sociale militari che si occupano dell’assistenza agli orfani e alle vedove Caduti in servizio delle Forze Armate del Niger e della Guardia Nazionale”, aggiunge l’ufficio stampa MISIN.

Uno degli obiettivi dichiarati della cooperazione umanitaria in salsa militare in Niger non poteva non essere il sostegno alle attività anti-migrazioni irregolari. Lo scorso 16 ottobre, ad esempio, il governo italiano ha donato al governo nigerino dieci ambulanze e tre autobotti “per rafforzare le capacità delle autorità nel soccorso dei migranti e nel contrasto al traffico di esseri umani”, si legge nella nota ufficiale della Farnesina. “La donazione, resa possibile dalle risorse del Fondo Africa, è stata eseguita dal Ministero della Difesa italiano, a cui appartenevano i veicoli. La cerimonia di consegna si è volta a Niamey  alla presenza dell’Ambasciatore d’Italia Marco Prencipe. I nuovi veicoli consentiranno alle autorità nigerine di ampliare il raggio d’azione delle proprie attività, a beneficio sia delle comunità locali che dei migranti in transito nel Paese”.

Invio di medicinali in Niger

Mentre crolla la spesa della cooperazione allo sviluppo verso il continente africano (nel 2018 l’Italia ha destinato risorse all’Africa inferiori del 21% rispetto a quelle dell’anno precedente), l’intervento governativo viene indirizzato sempre di più solo verso quei Paesi che vengono ritenuti partner fondamentali nella lotta alle migrazioni. “La politica del governo italiano verso l’Africa, nelle aree strategiche evidenziate dall’esecutivo, è concentrata alla riduzione delle partenze, principalmente attraverso l’aiuto militare al controllo del territorio e in chiave anti terrorismo”, scrive il giornalista Angelo Ferrari dell’AGI – Agenzia Italia. “Aiuto militare che spesso si concentra su paesi governati da regimi autoritari, non democratici e non in condizione di poter soddisfare i bisogni di base delle loro popolazioni”. In quest’ottica va interpretato lo stanziamento di 50 milioni di euro a favore del Niger, autorizzato nel maggio 2018 dal Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione. “In questo modo il governo nigerino potrà istituire unità speciali di controllo delle frontiere, costruire e ristrutturare posti di frontiera e realizzare un nuovo centro di accoglienza per i migranti”, ha spiegato la Farnesina. L’aiuto anti-migranti è stato diviso in tranche e condizionato alla “diminuzione dei flussi migratori verso la Libia e un aumento rimpatri dal Niger verso i Paesi di origine”.

A spiegare che proprio la guerra ai migranti e alle migrazioni sia uno degli obiettivi prioritari della Missione militare italiana in Niger è stata proprio l’allora ministra della Difesa, Elisabetta Trenta. “Lo scopo di MISIN è quello di incrementare le capacità volte al contrasto del fenomeno dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza, nell’ambito di uno sforzo congiunto europeo e statunitense per la stabilizzazione dell’area e il rafforzamento delle capacità di controllo del territorio da parte delle autorità nigerine e dei Paesi del G5 Sahel”, ha dichiarato la pentastellata in occasione della sua visita ufficiale a Niamey. “Quella in Niger è una missione importantissima per l’Italia poiché, nel sostenere le richieste del Governo nigerino, punta anche a frenare e ridurre il flusso incontrollato dei migranti verso il nostro Paese. Una missione perfettamente in linea con l’interesse nazionale perché in questa fase è fondamentale il supporto al Niger nella lotta al terrorismo e ai traffici illeciti, incluso quello di esseri umani”. Anti-terrorismo, migrazioni ed idrocarburi: gli interessi strategici del sistema Italia sono davvero un cocktail dal sapore esotico ed esplosivo.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

(2 – fine)

Militari italiani in Niger, aiuto umanitario sì ma anche training antisommossa

Omosessuali ancora nel mirino della polizia in Uganda: pronto l’ergastolo

Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes

26 ottobre 2019

Sedici militanti LBGT (termine collettivo per riferirsi a persone Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender) sono stati arrestati dalla polizia ugandese e costretti a sottoporsi al controllo anale.

Sui giovani, tutti tra 22 e 35 anni, pende ora l’accusa di gay sex e rischiano una condanna all’ergastolo. Tutti 16 sono stati prelevati lunedì dall’ufficio di “Let’s Walk Uganda”(un’organizzazione per la salute sessuale), dove lavorano e vivono.

Gli agenti sono intervenuti perchè chiamati dai vicini, che lamentavano comportamenti sospetti delle persone all’interno della casa dell’organizzazione. I 16 uomini sono stati arrestati e all’esterno dell’ufficio un folto gruppo aveva circondato l’edificio, urlando slogan omofobi contro i giovani.

La polizia ha raccontato di aver trovato lubrificanti, preservativi e farmaci antiretrovirali negli uffici dell’associazione. Gli accusati sono stati rilasciati con l’obbligo di firma a giorni prestabiliti presso la stazione di polizia giudiziaria.

L’Uganda, come molti Paesi africani, ha ereditato dalla potenza coloniale che la governava, il Regno Unito, parecchie norme tra cui quella che punisce l’omosessualità, anche tra persone adulte e consenzienti, come un qualunque reato.

Recentemente il ministro per l’Etica e l’Integrità, Simon Lokodo, aveva proposto di ripresentare in Parlamento la legge che prevede la pena di morte per i gay, ma il presidente Yoweri Museveni ha subito bloccato tale iniziativa e ha precisato: “L’ergastolo è più che sufficiente”.

Proposte del genere erano già state avanzate anche in passato, ma la comunità internazionale aveva minacciato che avrebbe sospeso finanziamenti e programmi di sviluppo se la legge fosse entrata in vigore.

La comunità LBGT è soggetta a discriminazioni e violenze nel Paese. Frank Mugisha, direttore esecutivo per le Minorità Sessuali in Uganda (SMUG) ha espresso preoccupazione per l’escalation degli attacchi omofobi.

Due settimane fa due donne transgender sono state aggredite e picchiate all’uscita di un night club e qualche giorno prima un giovane gay ruandese è stato malmenato davanti al suo ufficio a Kampala. Gli attivisti lamentano un forte aumento degli attacchi: solo quest’anno 4 persone sarebbero stata uccise. L’ultimo assassinio risale al 4 ottobre, quando un militante per i diritti dei gay è stato picchiato a morte.

La legge omofoba ugandese è stata pesantemente criticata anche dall’arcivescovo anglicano del Sud Africa e premio Nobel Desmond Tutu che l’ha paragonata alle leggi razziali varate in Germania durante il nazismo e all’apartheid nel suo Paese.

Sui temi della sessualità l’Uganda è assai conservatrice. Anni fa, nella battaglia contro l’AIDS il governo aveva lanciato una pesante e convincente campagna per l’uso del preservativo per contenere la malattia. I risultati erano stati ottimi. Poi c’erano state le proteste di gruppi cristiani integralisti (finanziati dall’amministrazione di George W. Bush) che predicavano la fedeltà, la campagna era stata sospesa e i progressi contro il male erano stati vanificati. Forse è stata salvata l’anima, ma il corpo è stato devastato.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Militari italiani in Niger, aiuto umanitario sì ma anche training antisommossa

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
24 ottobre 2019

Cosa fanno le forze armate italiane in Niger? Addestrano le unità locali alla guerra globale e alla repressione delle proteste economiche e sociali. E, di tanto in tanto, distribuiscono aiuti umanitari pagati con i soldi della cooperazione allo sviluppo, sotto la supervisione delle autorità politiche e militari nigerine.

Più di un anno fa, il 15 settembre 2018, prendeva il via l’operazione MISIN (Missione Bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger), che – come riferito dal Ministero della Difesa – è “finalizzata a supportare l’apparato militare nigerino, concorrere alle attività di sorveglianza delle frontiere e rafforzare le capacità di controllo del territorio dei Paesi del G5 Sahel (Niger, Mali, Mauritania, Chad e Burkina Faso)”. Alla missione concorrono 470 militari, 130 mezzi terrestri e due aerei; MISIN opera in stretto collegamento operativo e strategico con le unità da guerra degli Stati Uniti d’America dislocate in Niger e poste sotto il controllo di US Africom, il comando per le operazioni USA nel continente africano. A guidare i reparti schierati in Niger è stato chiamato da qualche mese il generale Claudio Dei, con un ampio curriculum operativo in ambito NATO ed UE, già in forza al Comando Militare Esercito della Sicilia.

Missione italiana MISIN

I team addestrativi MISIN, costituiti con personale specializzato proveniente dall’Arma dei Carabinieri, dall’Esercito, dall’Aeronautica militare e dalle Forze Speciali Interforze, ha già addestrato sul campo circa 1.800 militari delle forze armate e di sicurezza nigerine. Per comprendere appieno le controverse finalità strategiche delle attività addestrative e formative condotte dai militari italiani è opportuno soffermarsi su alcune delle esercitazioni bilaterali più recenti. A metà settembre, ad esempio, presso l’area dell’Armée de Terre della Repubblica del Niger, sono state svolte lezioni teorico-pratiche della durata di due settimane in “tecniche di combattimento a favore del battaglione paracadutisti nigerino”.

Nello specifico, il Mobile Training Team dell’Esercito Italiano con personale proveniente dal 186° Reggimento paracadutisti “Folgore” di Siena ha addestrato i parà nigerini a condurre specifiche azioni tattiche di attacco e difesa in ambiente boschivo non permissivo. “Gli obiettivi formativi raggiunti hanno compreso le tecniche di movimento e di occultamento, nonché quelle del colpo di mano e dell’imboscata e l’analisi dei compiti assegnati all’unità operativa e le fasi di pianificazione, organizzazione e condotta, svolte dai comandanti ai vari livelli”, spiega in una nota il Ministero della Difesa italiano. “Sono stati approfonditi durante il corso anche gli aspetti relativi alla gestione dello sgombero di feriti, al first aid, alle problematiche relative agli ordigni esplosivi improvvisati”. L’attività formativa rientrava in un corso molto più ampio, della durata di nove settimane, in cui le Forze Speciali tricolori hanno anche spiegato ai militari nigerini come “operare in ambiente urbano ed in particolare nella bonifica di ambienti ristretti, tipici dei complessi abitativi” e come “maneggiare correttamente ed utilizzare le armi individuali in dotazione”. Parliamo dunque di vere e proprie tecniche di azione e combattimento in aree urbanizzate, con tanto di simulazioni di attacco e occupazione di edifici civili.

Il 25 aprile 2019, festa nazionale della liberazione dal fascismo, diciassette paracadutisti italiani della Brigata “Folgore” si sono addestrati presso il Centro d’istruzione militare di Niamey al lancio con il paracadute ad apertura automatica sia in caduta libera, insieme a cinquantacinque colleghi del Niger. “L’occasione è stato il completamento dell’iter formativo condotto dal Mobile Training Team della Missione Bilaterale di Supporto in NigerMISIN”, spiega lo Stato Maggiore della Difesa. “La missione MISIN ha anche supportato la controparte locale nelle attività di definizione e validazione della zona di lancio, nonché nel garantire assistenza per la pianificazione e l’organizzazione dell’attività addestrativa. Ciò è stato reso possibile anche grazie al contributo dell’Aeronautica Militare, che ha messo a disposizione un velivolo da trasporto C130 e della Brigata Paracadutisti che ha fornito l’assistenza tecnica all’aviolancio, i paracadute e tutto il materiale necessario all’esercitazione”.

Rilevante pure il contributo formativo dei Mobile Training Team dell’Arma dei Carabinieri. Sempre come riportato dall’ufficio stampa della Difesa, il 20 agosto 2019, nei centri della Gendarmeria e della Guardia Nazionale del Niger si sono svolte le cerimonie di chiusura del 3° corso di ordine pubblico e del 4° corso di tecniche investigative di base. “L’addestramento rivolto a ufficiali e sottufficiali nigerini aveva principalmente l’obiettivo di far conoscere e comprendere i problemi di ordine pubblico e le relative azioni tecnico-tattiche utilizzate per pianificare, organizzare e condurre efficacemente l’intervento antisommossa”.

Addestramento dunque al contrasto e repressione delle proteste e delle lotte sociali e quasi sempre in ambiente urbano, esattamente come viene fatto dalle forze armate italiane in Kosovo, Libano, Somalia e Iraq nell’ambito delle cosiddette missioni internazionali di pace che dilapidano annualmente più di un miliardo e cento milioni di euro, ma che, di contro, consentono ai reparti d’élite di sperimentarsi nelle operazioni di controllo militare dell’ordine pubblico.

Militari italiani in Niger

Con il bastone anche la carota: così, congiuntamente all’addestramento bellico, le forze armate italiane sono impegnate nel povero paese dell’Africa occidentale in alcuni progetti sanitari e di aiuto alla popolazione dai contorni ambigui e contraddittori. “Con la Missione in Niger sono stati raggiunti considerevoli risultati nel campo della Sanità civile e militare attraverso la donazione di oltre 70 tonnellate tra farmaci e presidi medici”, ha segnalato meno di un mese fa lo Stato maggiore della Difesa. A ciò si aggiungono la consegna al governo nigerino di attrezzature mediche e sanitarie per il valore di 167 mila euro e la decina di voli umanitari effettuati dall’Italia a partire del 24 aprile 2018 per trasportare medicinali e apparecchiature “resi disponibili grazie alla collaborazione tra il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, le Nazioni Unite ed altre agenzie intergovernative”. Il 27 marzo 2019 l’Ambasciata d’Italia a Niamey e la Missione Bilaterale in Niger – MISIN si sono incaricate della consegna di un lotto di farmaci  raccolti e messi a disposizione dalla Fondazione Banco Farmaceutico Onlus nell’ambito di un accordo di collaborazione con il Comando Operativo di vertice Interforze (COI) e l’Ordinariato Militare, “finalizzato allo sviluppo di attività di supporto umanitario-sanitario a favore di persone in condizioni di svantaggio socio-economico nei Teatri Operativi”. Chi siano i reali beneficiari del dono lo rivelano le stesse forze armate: “i medicinali sono stati consegnati presso l’aeroporto militare di Niamey ai rappresentanti dei Ministeri della Salute Pubblica e della Difesa nigerini…”.

Il 26 aprile 2019, cioè il giorno successivo all’esercitazione dei parà italiani e nigerini a Niamey, il ministero degli Affari Esteri e della cooperazione ha emesso un eloquente comunicato: “A seguito dei recenti scontri in Niger nell’area di Diffa e alla luce delle richiesta di assistenza a favore della popolazione sfollata da parte delle autorità nigerine, la Vice Ministra agli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale, Emanuela Del Re, ha predisposto, in collaborazione con l’Aeronautica Militare, un volo umanitario per Niamey per l’invio di beni di primo soccorso e assistenza umanitaria (tende, potabilizzatori d’acqua, generatori di elettricità, presidi igienico-sanitari) in deposito presso la Base di Pronto Intervento Umanitario delle Nazioni Unite di Brindisi”.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

(1 – continua)

La missione italiana in Niger: assistenza umanitaria o lotta armata ai migranti?

Polizia in stato d’allerta a Mombasa, sgominata cellula di terroristi Shebab

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Mombasa, 24 ottobre 2019

Un paio di settimane fa la polizia keniota dopo un’attenta investigazione ha smantellato una cellula jihadista sulla costa dell’oceano Indiano, a Mombasa e sulla costa. E’ stato arrestato un gruppo di sospetti che si suppone siano collegati ai terroristi Shebab somali. Secondo fonti della polizia domenica scorsa, durante le celebrazioni del “Mashujaa Day”, una delle feste più importanti della regione il gruppo di terroristi aveva pianificato almeno due attacchi.

Ma il 1 ° ottobre, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione in alcune abitazioni nel centro di Mombasa. Tre terroristi che hanno tentato una resistenza sono stati uccisi e altri (non è chiaro il numero) arrestati. La polizia ha sequestrato un arsenale e più di venti telefoni cellulari.

Secondo le autorità, la cellula di terroristi islamici aveva pianificato attacchi per domenica scorsa a Mombasa, a Kwale, a Kilifi  e in altri siti costieri. L’operazione è cominciata oltre un mese fa quando la polizia ha individuato alcune persone sospette. Ne ha quindi monitorato i movimenti e le comunicazioni e scoperto i loro collegamenti con gli Shebab somali. Un primo iniziato e stato arrestato e il suo interrogatorio ha fornito informazioni definite “interessanti e utili”.

Fort Jesus è il simbolo di Mombasa

Le forze dell’ordine sono state messe in stato d’allerta. Senza pubblicità sono stati rafforzati i controlli attorno a stazioni di polizia, scuole, chiese, hotel, spiagge e supermercati.

Le comunicazioni intercettate hanno svelato che i sospetti terroristi hanno  inviato sette complici nelle contee di Kwale e Kilifi per lanciare attacchi. Le autorità hanno quindi esteso la segnalazione all’intera regione intorno a Mombasa. Finalmente è stata individuata tutta le rete pronta a colpire e il 1 ° ottobre è stata smantellata.

Almeno due sospetti si sono dichiarati non colpevoli. Altri invece sembra che si siano rifugiati nei boschi e siano scomparsi. In tutta la costa keniota polizia, esercito e anche le guardie dei parchi restano in un causo e silenzioso stato d’allerta.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Mozambico, Elezioni 2019: Renamo chiede annullamento e ripetizione del voto

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sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze 24 ottobre 2019

La Commissione politica della RENAMO, a Maputo, lunedì scorso ha deciso di chiedere l’annullamento delle elezioni 2019, le seste multipartitiche dal 1994. “Abbiamo avuto le elezioni più fraudolente mai viste nel nostro Paese. Di fronte a questa scandalosa frode, bisogna ripristinare la verità elettorale.” Sono le dichiarazioni di Ossufo Momade, leader della Resistenza Nazionale Mozambicana (RENAMO).

“Queste elezioni, sono avvenute nel contesto della firma dell’Accordo di Pace e della visita di Papa Francesco – ha continuato Momade -. Pensavamo che fossero libere, eque e trasparenti”.

Mozambico, Elezioni presidenziali 2019, schede elettorali precompilate
Mozambico, Elezioni presidenziali 2019, schede elettorali precompilate

Terminata l’euforia per la firma degli Accordi di Pace

Dopo le dichiarazioni del leader RENAMO, pare che l’euforia per la firma del terzo Accordo di Pace con il FRELIMO stia rapidamente svanendo. “Spero che la decisione consenta il mantenimento della pace”, ha affermato il capo del secondo partito mozambicano.

Il partito di Momade, ereditato da Afonso Dhlakama, storico nemico che guidava la guerriglia contro il FRELIMO finanziata dal Sudafrica dell’apartheid, non ha mai vinto. Ma ha sempre gridato alle frodi.

Il conteggio delle schede elettorali continua e, giorno dopo giorno, conferma la vincita del Fronte di Liberazione del Mozambico (FRELIMO). Conferma anche l’assestamento di Filipe Nyusi al 71 per cento delle preferenze a livello nazionale. Ormai ha la garanzia del secondo mandato presidenziale.

Al FRELIMO, secondo il quotidiano Noticias, è stata confermata maggioranza nelle province di Maputo e Gaza, nel sud del Paese, e Sofala. Vince, come previsto anche a anche Cabo Delgado, provincia di nascita di Nyusi, nell’estremo nord.

Le elezioni generali nell’ex colonia portoghese, lo scorso 15 ottobre, si sono svolte alla presenza di quasi sette mila osservatori. Oltre che mozambicani erano dell’UE, dei Paesi lusofoni, degli USA, Unione Africana e Comunità di sviluppo dell’Africa Australe.

La maggior parte degli osservatori ha dichiarato che il processo di votazione si è svolto pacificamente e in modo ordinato. Gli osservatori di UE, USA e Paesi lusofoni sono stati più critici riguardo ai disordini ma hanno, in linea di massima, concordato.

I brogli durante e dopo il voto

Che alle elezioni ci sia stato qualcosa di poco trasparente, si nota da vari fatti accaduti durante la campagna elettorale e durante il voto. Un tweet di Zenaida Machado, giornalista e ricercatrice di Human Rights Watch, mostra una prova evidente di brogli. Il TG STV, in un seggio di Beira, seconda città mozambicana, mostra il numero dei votanti, 158, mentre le schede nell’urna sono 252.

L’omicidio del responsabile degli osservatori elettorali del Comitato di Integrità Pubblica (CIP) di Gaza, ammazzato da uno squadrone della morte della polizia. L’attentato con armi da fuoco a un politico del MDM nella provincia di Maputo e le prove di schede precompilate a favore del FRELIMO.

L’Istituto Elettorale per la Democrazia Sostenibile in Africa (EISA) riferisce ciò che accaduto nelle province di Gaza, Nampula e Zambezia. “Le commissioni elettorali provinciali si sono rifiutate di accreditare 3 mila dei 6.955 osservatori elettorali. Ad alcuni debitamente accreditati è stato impedito di lavorare per ordine dei presidenti dei seggi elettorali. È accaduto nelle province di Gaza, Nampula e Zambezia”, ha affermato Domingos do Rosario, funzionario dell’EISA

Una denuncia viene fatta sul quotidiano mozambicano online “Verdade” da Joseph Hanlon, direttore del “Bollettino Elezioni” del Centro di Integrità Pubblica (CIP). “A Gaza, sono state registrate oltre 300mila elettori in più rispetto alla popolazione elettorale adulta” – scrive Hanlon. “Quando il presidente dell’Istituto nazionale di Statistica ha rifiutato di falsificare i risultati è stato costretto a dimettersi dal presidente della Repubblica, Filipe Nyusi. Un chiaro messaggio del controllo del Frelimo”.

E mentre si continuano a contare i voti che confermano la vittoria di Nyusi e del FRELIMO, a Tete, nel nord del Paese, sono  stati trovati due morti. In un altro tweet Zenaida Machado, mostra la foto di una coppia. Sono la leader della Lega delle Donne del Renamo e suo marito. Erano spariti il giorno prima delle elezioni mentre distribuivano le credenziali ai delegati di partito. Sono stati ammazzati con diversi colpi d’arma da fuoco. Dall’inizio della campagna elettorale, secondo il CIP, ci sono stati 46 morti di cui 10 per omicidio.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Mozambico, tra Frelimo e Renamo pace per la terza volta. Ma qualcuno non ci sta

Mozambico, Elezioni 2019. Aumentate le violenze pre-elettorali: 44 morti, 7 omicidi

 

Guinea: condannati gli oppositori al terzo mandato di Alpha Condé

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
23 ottobre 2019

Gli organizzatori delle manifestazioni che stanno mettendo in ginocchio la Guinea da una settimana sono stati tutti condannati ieri da un tribunale di Conakry, che ha inflitto pene da 6 mesi a un anno di prigione ai responsabili.

I verdetti sono stati accolti nell’aula con grida “Giustizia corrotta” e Mohamed Traoré, avvocato di uno dei condannati ha commentato così le sentenze: “E’ un processo iniquo, i magistrati sono stati influenzati dall’esecutivo. In questo modo il potere vuole intimidire la popolazione. In altre parole: chi si oppone al terzo mandato del presidente Alpha Condé sarà condannato”.

Abdourahamane Sanoh, coordinatore di Fronte Nazionale per la Difesa della Costituzione (FNDC) è stato condannato a un anno di galera, mentre altri quattro responsabili a sei mesi. Gli avocati hanno annunciato che ricorreranno in appello.

Arresto di un manifestante in Guinea

Da oltre una settimana la Guinea è teatro di violente manifestazioni e contestazioni volte a ostacolare un eventuale terzo mandanto del presidente in carica Alpha Condé. Il governo sostiene che le manifestazioni sarebbero illegali e ha accusato gli organizzatori di grave turbativa dell’ordine pubblico.

Durante le proteste sono morte almeno 8 persone (10 secondo gli oppositori) e le Organizazioni per la Difesa dei diritti umani hanno denunciato un eccessivo uso della forza della polizia, arresti arbitrari e atti di reppressione per far tacere la contestazione. E François Patuel, ricercatore di Amnesty international ha precisato che nessuno può essere arrestato per aver organizzato una manifestazione pacifica. “I leader di FNDC devoo essere liberati incondizionatamente subito”, ha aggiunto il tecnico della ONG.

Anche in altre città della Guinea diversi membri di FNDC sono stati arrestati e processati. Ora la comunità internazionale, l’ONU, la Comunità Economica dell’Africa occidentale (Cédéao), gli Stati Uniti, l’Unione Europea e la Francia temono un escaltion delle situazione e hanno chiesto a entrambe le parti di dialogare, mentre hanno richiamato il governo guineano di rispettare la libertà di manifestare.

Alpha Condé, ormai ottantunenne, è stato eletto per la prima volta nel 2010, dopo anni di regimi autoritari. E’ stato poi rieletto nel 2015. Da mesi sono in atto consultazioni per cambiare la Costituzione, che non prevede un terzo mandato. Condé non commenta, ma non nega nemmeno che vorrebbe ricandidarsi. Ma malauguratamente in un video sfuggito alla censura, è stato ripreso il presidente con alcuni sostenitori guineani a New York. Nel filmato parla di un referendum e delle elezioni.

Mappa della Guinea e il presidente guineano Alpha Condé
Mappa della Guinea e il presidente guineano Alpha Condé

Il 7 ottobre FNDC, che comprende raggruppamenti politici dell’opposizione, sindacati,movimenti della società civile, ha chiesto alla popolazione di manifestare e di paralizzare l’economia del Paese.

La Guinea conta 13 milioni di abitanti, il pil pro capite supera di poco 850 dollari all’anno, malgrado le immense ricchezze: dispone tra le più importanti riserve di bauxite al mondo, giacimenti di oro e diamanti.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Gambia vs Myanmar alla Corte Internazionale di Giustizia per genocidio Rohingya

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze 22 ottobre 2019

“Ho sentito puzza di genocidio a miglia di distanza quando ho visitato il campo profughi rohingya di Cox’s Bazar. È stato tutto troppo familiare per me, dopo un decennio di interazioni con le vittime degli stupri di massa del Ruanda, omicidi e genocidi”. Sono granitiche e senza appello le parole di Abubacarr Marie Tambadou, procuratore generale e ministro della Giustizia del Gambia.

Campo profughi rohingya a Cox's Bazaar
Campo profughi rohingya a Cox’s Bazaar

Abubacarr ha così accusato l’ex Birmania di genocidio contro la minoranza musulmana rohingya. “Posso confermare che il 4 ottobre ho incaricato i nostri avvocati di portare il caso alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG)” – ha dichiarato.

Secondo il ministro gambiano i crimini commessi contro il popolo rohingya sono il fallimento della comunità internazionale nella prevenzione del genocidio. “Tutto ciò succede – ha affermato –  75 anni dopo la promessa fatta dopo i processi di Norimberga, che non sarebbe mai più accaduto”.

La decisione di portare il Myanmar alla CIG è stata presa lo scorso 18 ottobre all’Aja. Un incontro a porte chiuse su “Giustizia e responsabilità per i rohingya”, tenuto all’International Institute of Social Studies dell’Università Erasmus. Il conclave è stato convocato dalla Asia Justice Coalition e dal Centro di pace e giustizia della BRAC University di Dhaka.

Mappa con la posizione del campo profughi rohingya di Katupalong al confine tra Myanmar e Bangladesh (Courtesy Google Maps)
Mappa con la posizione del campo profughi rohingya di Katupalong, al confine tra Myanmar e Bangladesh (Courtesy Google Maps)

Oltre cento specialisti hanno discusso di questioni di giustizia e responsabilità per i crimini contro l’umanità commessi contro i rohingya. Tra questi erano presenti alti funzionari governativi, importanti avvocati internazionali per i diritti umani, attivisti per i diritti umani e leader della comunità rohingya.

L’Asia Justice Coalition è una rete di organizzazioni che promuove la giustizia e la responsabilità per gravi violazioni del diritto internazionale dei diritti umani in Asia. Fanno parte dell’Asia Coalition anche la Burmese Rohingya Organization, Centre for Peace and Justice, Asia Justice and Rights, Amnesty International, Human Rights Watch e International Commission of Jurists.

Il campo di Katupalong, nell’area di Cox’s Bazaar, in Bangladesh, al confine con il Myanmar accoglie oltre 420mila profughi rohingya. Nel 2015 il Gambia, piccolo Stato occidentale africano a maggioranza musulmana, si era offerto di accogliere i profughi rohingya.

Posto sanitario del campo profughi rohingya di Katupalong
Posto sanitario del campo profughi rohingya di Katupalong

I rohingya, in Myanmar, erano un milione di persone e secondo l’ONU sono una delle minoranze più perseguitate della Terra. Secondo una legge varata in Myanmar nel 1982, questa etnia non fa parte delle 135 riconosciute quindi non hanno cittadinanza birmana. Durante le repressioni del 2016/2017, sono stati espulsi dall’ex Birmania verso il Bangladesh. Qui vivono 650mila profughi di questa etnia musulmana.

Oggi, il gambiano Abubacarr Tambadou, con la sua esperienza sul genocidio in Ruanda, chiede il conto al Myanmar. E lo fa attraverso la Corte Internazionale di Giustizia, la massima istituzione giuridica dell’ONU.

Nel frattempo la Corte Penale Internazionale (CPI), contro il Myanmar sta indagando, per crimini contro l’umanità e deportazione del popolo rohingya. Lo stesso tribunale, nel 2016, ha condannato l’ex vice-presidente della Repubblica Democratica del  Congo, Jean-Marie Bemba, a 18 anni di galera per genocidio.

(ultimo aggiornamento 22 ottobre 2019, 16:25)

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Il governo del Gambia vuole accogliere i rifugiati rohingya birmani