Il ministero degli Esteri del regime di Asmara ha convocato l’ambasciatore tedesco accreditato nel Paese, Gerald Wolf, per l’insistente campagna diffamatoria da parte dell’emittente tedesca Deutsche Welle (DW)
Il ministro per le Comunicazioni, Yemane Gebremeskel, in un suo post su Twitter ha scritto che il ministero degli Esteri del regime eritreo attende chiarimenti/rettifica da parte del rappresentante diplomatico tedesco per gli “spregevoli” articoli sul servizio militare/civile nel Paese.
Isaias Afewerki, presidente dell’Eriitrea
Finora l’emittente tedesca, tanto meno il governo di Berlino non hanno rilasciato commenti in merito. Da tempo le relazioni tra i due Paesi sono piuttosto tese, proprio per le continue violazioni dei diritti umani che persistono nella ex colonia italiana.
E come dare torto alla DW? Negli ultimi mesi il regime fascista di Asmara ha confiscato ospedali e scuole alla Chiesa cattolica nel Paese. Asmara ha sempre giustificato le sue rappresaglie con l’applicazione di una normativa del 1995 che limita le attività delle istituzioni religiose.
Ha preso di mira la Chiesa cattolica ponendo i sigilli alle scuole, dove i religiosi cercano di dare un’istruzione ai figli di famiglie povere. Ma, come sempre, giovani istruiti, che hanno ricevuto un’educazione libera, volta a sviluppare uno spirito critico, non piacciono alle dittature.
Gli uomini di Isaias Afewerki, presidente del piccolo Stato del Corno d’Africa, hanno chiuso ospedali, presidi medici senza pietà, senza curarsi dello stato di salute degli ammalati, terrorizzando suore, infermieri e ammalati, chiunque osava opporsi al loro operato.
E’ evidente che la pace con l’Etiopia non ha frenato le continue violazioni dei diritti umani nella ex colonia italiana. Se ne è parlato anche durante 41esima sessione del Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite, che si è svolta dal 24 giugno al 12 luglio a Ginevra. E nel suo rapporto Daniela Kravetz, inviata speciale delle Nazioni Unite per l’Eritrea, ha parlato anche delle persecuzioni religiose tutt’ora in atto nel Paese, della chiusura forzata di ospedali e cliniche cattoliche, sparsi su tutto il territorio nazionale, in particolare nelle zone rurali, dove spesso erano l’unico punto di riferimento per la popolazione.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
20 ottobre 2019
Le inondazioni in Niger hanno costretto oltre 23.000 residenti a lasciare le loro case dall’inizio del mese. A causa delle piogge eccezionali cadute in queste settimane nella regione di Diffa, una zona semi-desertica nel nord-est della ex colonia francese, è esondato il fiume Komadougou Yobé, che alimenta il lago Ciad. Due villaggi sono completamente allagati e numerose risaie sono coperte dall’acqua. Un vero disastro e si prospetta una nuova crisi umanitaria in quest’area, già duramente provata dai continui attacchi dei jihadisti Boko Haram, molto attivi nella regione.
Secondo l’Ufficio degli affari umanitari dell’ONU (OCHA), nell’area colpita vengono ospitati oltre 120.000 rifugiati, tra loro 109.000 sono sfollati.
Da giugno a oggi sono morte 57 persone solo a causa delle inondazioni, 130.000 sono state colpite dalla calamità nel resto del Paese e centinaia di ettari di risaie sono andate distrutte. Questo Stato del Sahel, generalmente molto secco, negli ultimi anni a causa dei cambiamenti climatici deve fare i conti con inondazioni che colpiscono anche le zone desertiche.
Inondazioni in Niger
Anche in questo periodo di calamità naturali i terroristi continuano incessantemente le loro attività. All’inizio di ottobre sono stati ammazzati due militari nigerini, mentre altri 5 sono stati feriti nel sud-est del Niger, al confine con la Nigeria, ma lontano dalla zona che solitamente subisce gli attacchi dei Boko Haram. E’ la seconda volta quest’anno che il dipartimento di Dogondoutchi viene colpito da gruppi armati terroristi.
La prima aggressione risale allo scorso febbraio; allora sono stati uccisi due gendarmi e un civile. Fino a allora la zona non era mai stata presa di mira dai jihadisti. Dogondoutchi è poco lontana dalla regione di Tahoua, confinante con il Mali, dove vige lo stato di emergenza da novembre 2015 (dopo l’attacco terrorista a un grande albergo di Bamako e rivendicato da due gruppi islamisti: Kātiba al-mulaththamīn “battaglione mascherato”, capeggiato da Muktar Belmuktar e al Qaeda nel Magreb islamico) e il Consiglio dei ministri maliano lo ha appena esteso per un altro anno, vista l’incessante attività dei vari gruppi armati e i conflitti interetnici, che hanno colpito il centro del Paese dall’inizio dell’anno.
Il Niger risente anche della chiusura delle frontiere con la Nigeria che si estendono su oltre 1.400 chilometri. Muhammadu Buhari, presidente dell’ex colonia britannica ha preso tale decisione alla fine di agosto per contrastare il contrabbando di riso verso il suo Paese. Una delle aree più colpite dal provvedimento è la regione di Maradi. L’omonima città è la terza della ex colonia francese e si è sviluppata come centro commerciale della rotta carovaniera che conduceva a Kanu in Nigeria. La regione è prevalentemente abitata da agricoltori di etnia Hausa, conosciuti anche come abili commercianti e uomini d’affari.
I commercianti locali sono allo stremo e non comprendono la ragione di tale chiusura. La situazione è davvero difficile, sia per i nigerini che per i nigeriani. Ma secondo il rappresentante del Consiglio dei trasportatori, il contrabbando si sarebbe accentuato dopo il severo provvedimento adottato da Abuja. Ora si utilizzano solamente i moto-taxi, che riescono a passare anche attraverso i campi. Il traffico illecito sarebbe più fiorente che mai anche grazie alla complicità dei doganieri nigeriani.
Recentemente la missione francese Barkhane ha “messo in letargo” la sua base di Madama con tanto di aeroporto, nel nord del Niger, in prossimità di Libia e Ciad. Madama era nata dal nulla nel 2014 per controllare i movimenti dei terroristi e per interventi speciali nella regione. Ora gli obiettivi della Francia sono cambiati, Barkhane preferisce concentrare forze e uomini in strategie convenzionali in diverse regioni per ottenere risultati immediati e visibili, volti alla messa in sicurezza di alcune aree e contribuire al loro sviluppo.
Madama si trova in una zona climatica estrema, temperature altissime, battuta da venti di sabbia e di conseguenza con alti costi di manutenzione. Nessun Paese europeo ha mostrato interesse a condividere l’insediamento miliare e le relative spese con i francesi. Comunque Parigi mantiene sempre attiva la base aerea più importante: è quella di Niamey, punto strategico per molte operazioni dei militari di Oltralpe.
Attualmente Barkhane è presente il tutto il Sahel con oltre 4.500 uomini, mentre la Germania ha una base aerea con 100 uomini a Niamey, per facilitare l’intervento delle proprie truppe in Mali. Il ministro della Difesa di Berlino, Annegret Kramp-Karrenbauer, si è recata la scorsa settimana nel Sahel, dove ha avuto colloqui anche con le autorità politiche del Niger e del Mali. Brigi Rafini, primo ministro nigerino, ha chiesto maggiori impegni per quanto riguarda la sicurezza nel Paese.
Il Niger, uno tra i Paesi più militarizzati dell’Africa, ospita anche contingenti statunitensi nell’ambito della missione AFRICOM e proprio a agosto United States Air Force (USAF) ha inaugurato la sua nuova base a Agadez, utilizzata anche per svolgere missioni di velivoli teleguidati (UAV) MQ9 Reaper armati e non armati nell’intera regione del Sahel, in particolare per interventi contro i terroristi. Gli USA dispongono di un’altro dispositivo a Niamey. Mentre i militari canadesi, nell’ambito della Missione Naberius, sono impegnati nell’addestramento delle forze di sicurezza locali.
Nello scenario militare internazionale nigerino non poteva mancare l’Italia, presente con la MISIN, acronimo per Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger. I nostri militari sono impegnati nella formazione e nell’addestramento delle Forze armate nigerine. A fine agosto si è concluso un corso di tecniche di combattimento in aree urbanizzate.
Poche settimane fa, in presenza di Issoufou Katambé, ministro della Difesa di Niamey e il Capo di Stato Maggiore della Difesa del Niger e Claudio Dei, a capo di MISIN e dell’ambasciatore italiano Marco Prencipe accreditato nel Paese, il ministero degli Esteri e della Cooperazione internazionale (MAECI) ha consegnato alle Forze armate nigerine 13 mezzi militari, 10 ambulanze e 3 autobotti.
Da sinistra Luca ed Edith, rapiti in Burkina Faso e padre Maccalli, rapito in Niger
Nel settembre 2018, in Niger vicino al confine con il Burkina Faso è stato rapito il sacerdote italiano Pierluigi Maccalli. Il governo di Niamey non ha rilasciato dichiarazioni sulle condizioni di Maccalli, perché, secondo quanto ha riferito lo stringer di Africa ExPress, Niamey non sarebbe coinvolta nelle trattative per la liberazione del nostro connazionale. Finora nessun raggruppamento terrorista attivo nell’area ha rivendicato il suo rapimento.
Un altro giovane italiano, Luca Tacchetto, architetto, originario di Vigonza, e la sua compagna canadese Edith Blais, sono spariti nel nulla nel dicembre dello scorso anno mentre si recavano a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, provenienti da Bobo-Dioulasso, città nella parte sudoccidentale del Paese.
Malgrado le forze messe in campo dagli Stati del Sahel e i loro partner, l’insicurezza si inasprisce di giorno in giorno in tutta la regione e rischia di espandersi verso altri Paesi del golfo di Guinea.
Se nel 2012 gli attacchi dei terroristi erano concentrati nel nord del Mali e nel bacino del lago Ciad, da qualche anno le attività dei gruppi armati hanno colpito anche altre aree, come alcune zone nell’ovest del Niger, il centro del Mali e il nord e l’est del Burkina Faso.
Secondo il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ebola resta ancora un’emergenza mondiale. Tedros ha rilasciato questo commento dopo la riunione del Comitato d’urgenza dell’OMS del 18 ottobre scorso. La decima epidemia è sempre complessa e pericolosa. “Rivaluteremo la situazione fra 3 mesi”, ha aggiunto.
Il 17 luglio scorso l’OMS aveva dichiarato l’attuale epidemia come “Emergenza di salute pubblica di interesse internazionale” (PHEIC, Public Health Emergency of International Concern). E’ la quinta volta che l’OMS emette un’emergenza di tale gravità. Le precedenti quattro PHEIC erano realitive all’influenza suina del 2009, alla polio nel 2014, all’epidemia di ebola in Africa occidentale nel 2014 e a quella da Zika virus nel 2016.
Ervebo, vaccino contro l’ebola
La 10ma epidemia della febbre emorragica è scoppiata il 1° agosto 2018 in due province, Ituri e Nord-Kivu e ora si sta propagando più lentamente rispetto ai mesi precedenti; secondo l’ultimo bollettino rilasciato da OMS, finora sono morte 2162 persone, mentre 3233 hanno contratto il temibile virus e fortunatamente 1038 sono guarite.
E continuano gli attacchi di bande armate ai centri per ebola; il 17 ottobre scorso ne sono state presi di mira ben quattro in una sola notte. Sei persone sono state fermate dalla polizia in relazione al saccheggio e, secondo alcune fonti, sembra che la razzia abbia avuto luogo dopo la morte di un uomo nella clinica di Mangina, nel Nord Kivu. I malviventi hanno persino minacciato di morte il responsabile della struttura.
Michael Ryan, responsabile del programma d’emergenza dell’OMS, la settimana scorsa aveva mostrato un cauto ottimismo, spiegando che attualmente l’epidemia sarebbe stata “confinata” in un’area rurale relativamente piccola, ma di difficile accesso e con molti problemi legati alla sicurezza.
Un nuovo vaccino sperimentale prodotto dalla filiale belga del colosso farmaceutico Johnson & Johnson dovrebbe essere introdotto il mese prossimo. Secondo l’OMS questa profilassi dovrebbe essere utilizzata solamente nelle zone non ancora raggiunte dal virus.
Mentre l’altro vaccino, già utilizzato su ampia scala con linee guida d’emergenza per proteggere le persone dall’epidemua di ebola nel Congo-K, ha finalmente ricevuto il via libera per l’immissione in commercio dal Comitato per i medicinali per uso umano (Chmp) dell’EMA, Agenzia europea del farmaco. Ervebo potrà essere somministrato solamente a persone di età pari o superiore ai 18 anni.
Nelle scorse settimana è stata gradualmente implementata la chiusura delle frontiere del Sudan con la Repubblica Centrafricana e la Libia, misura disposta a fine settembre dal Consiglio supremo di Khartoum per questioni di sicurezza.
I confini sono porosi e da anni sono battuti da trafficanti di merci, di droga, di uomini e migranti. La chiusura era stata decisa dopo che a metà settembre nella Repubblica Centrafricana sono state uccise 23 persone mentre erano in corso scontri armati tra gruppi ribelli a Birao, città nel nord-est della ex colonia francese, in prossimità del confine con il Sudan.
Secondo l’ONU, Mohamed Hamdan Daglo, meglio conosciuto come Hametti, attuale capo delle forze paramiliatri di Rapid Support Forces (ex janjaweed) e numero due del Consiglio Supremo sudanese, avrebbe incontrato diverse volte leader di gruppi ribelli attivi nel CAR quest’anno mentre armi e vetture militari attraversavano il confine. E, in base al rapporto pubblicato dall’ONU a luglio e ripreso a agosto dal quotidiano online con base a Londra, Middle East Eye, le RFS avrebbero venduto armi a gruppi ribelli della coalizione ex Seleka (movimenti armati nel CAR, ai quali aderiscono per lo più miliziani di fede musulmana). In particolare FPRC (The Popular Front for the Rebirth of CAR) e UPC (Union for Peace in CAR), avrebbero acquistato munizioni, armi e automezzi pickup grazie alla complicità di membri delle RFS, anche dopo la firma dell’ottavo tratto di pace, siglato proprio a Khartoum lo scorso febbraio.
Sta di fatto che non è ancora ben chiaro quali siano stati i motivi che abbiano spinto il nuovo governo a chiudere queste due frontiere. Per alcuni Khartoum potrebbe voler impedire che gruppi ribelli sudanesi vengano addestrati in Libia o possano equipaggiarsi di armi e quant’altro nei Paesi vicini. Si dice che 1500 miliziani abbiano persino raggiunto le fila del generale libico Khalifa Haftar per combattere al suo fianco come mercenari.
Contrabbando di merci verso il Sudan
E’ risaputo che il Sudan è anche un Paese di transito per molti migranti, e proprio alla fine di settembre le autorità di Khartoum hanno fatto sapere di aver arrestato una decina di trafficanti e fermato 120 “illegali”.
Alcuni analisti ritengono che il Consiglio Supremo sudanese abbia sigillato i confini sia per motivi economici (contrabbando di merci), sia per ragioni di sicurezza.
La realizzazione di questo articolo è stata possibile grazie al finanziamento ricevuto
da tanti lettori dopo il lancio della campagna di crowdfunding.
Ringraziamo chi ci sta dando una mano per reperire i mezzi necessari a continuare le inchieste giornalistiche Chiediamo ancora il vostro aiuto. Vogliamo andare in Somalia. Vogliamo scoprire la verità.
E ci riusciremo grazie a voi. Africa ExPress Clicca qui se vuoi aiutare l’indagine giornalistica
Speciale per Africa ExPress Massimo A. Alberizzi
7 Ottobre 2019
Silvia Romano sarebbe stata costretta a convertirsi all’islam, a studiare la religione di Maometto, a sposarsi con un signore locale che la tiene prigioniera nel sud della Somalia. Questa la sintesi di due articoli apparsi in due giorni consecutivi su un quotidiano milanese. Testi basati su informazioni provenienti da fonti di intelligence, assicura l’estensore. Gli articoli, ben strutturati e con descrizioni ad effetto, non rispondono però ad alcune domande che sorgono spontanee.
Per esempio se gli apparati dello Stato italiano hanno queste informazioni perché hanno chiesto uno stretto riserbo e solo ora hanno voluto fare trapelare qualcosa? Ufficialmente hanno sempre sostenuto che la diffusione di notizie sul rapimento metterebbe in pericolo la vita di Silvia. Una spiegazione che però non chiarisce perché i nostri uomini non abbiano già pianificato un assalto o abbiano stanziato il denaro per pagare un riscatto. Dov’è Silvia? Chi ce l’ha in mano? Chi l’ha sequestrata? Tutte domande che meriterebbero una risposta da parte delle nostre autorità. Se poi le risposte devono, per motivi comprensibili, restare segrete ci si aspetta un’azione a tempi brevi. Invece nulla.
Silvia Romano e il suo sorriso smagliante
E restano ancora irrisolti quei misteri di cui Africa ExPress ha rivelato l’esistenza e ai quali andrebbe data una risposta. Eccone alcuni: perché all’aeroporto di Mombasa è sparito il file con le impronte digitali e la fotografia della ventiquattrenne milanese? Chi ha usato il suo telefono il 6 aprile per uscire da un gruppo di WhatsApp in cui era iscritta? Dove sono finite le schede telefoniche (due keniote e una italiana) usate da Silvia? Perché la polizia di Mombasa è stata reticente con quella di Malindi decisa a continuare le indagini. Con chi ha passato Silvia la sua ultima notte a Mombasa? E perché i tabulati telefonici della compagnia Safaricom fino ai primi di luglio non erano stati richiesti dagli inquirenti?
A queste e altre domande sarebbero gradite risposte chiare e certe che da un lato mettano a tacere voci e insinuazioni prive di riscontri e prive di fondamento, dall’altro invece portino nuovi elementi per capire cosa sia successo a Silvia.
Per altro la notizia secondo cui la ragazza sarebbe stata portata in Somalia non è nuova. Ma è stata smentita dal governo di Mogadiscio. E non è mai stata confermata ufficialmente. Certo, è un’ipotesi e potrebbe essere vera. Ma è possibile anche che i servizi potrebbero averla diffusa ad arte. Per trarre in inganno qualcuno. Ma a parte questo come nasce tutto il resto? Matrimonio, islamizzazione, lavaggio del cervello… Pura fantasia. Una fantasia che fa danni perché non ha riscontri con la realtà fattuale. Occorre capire invece, per esempio, se Silvia è in mano ad islamisti o ad una banda di criminali comuni.
Africa ExPress, con l’aiuto dei lettori impegnati a finanziare le nostre ricerche e le nostre indagini, seguirà il 24 ottobre le udienze che si terranno a Malindi e che vedono imputate tre persone accusate di avere materialmente rapito Silvia. Su alcune di loro sono state portate prove incontrovertibili, che comunque sono al vaglio dei giudici. Gli inquirenti italiani hanno fatto pressioni perché fossero tenuti dietro le sbarre, ma invece, mentre la procura si è detta favorevole, il giudice ha deciso il contrario e così pagando una cauzione, due dei tre imputati sono stati liberati.
Lo strano è che abbiano versato in garanzia 25 mila euro mentre le loro dichiarazioni dei redditi mostrano guadagni di 50 euro al mese uno e di 100 l’altro.
Silvia Romano abbraccia e coccola un cucciolo
La notizia secondo cui Silvia sarebbe stata portata in Somalia è stata smentita da un dirigente dei servizi segreti somali e, soprattutto dalla procura di Malindi, rimasta assai sorpresa quando Africa ExPress ha chiesto informazioni in proposito: “Non ne sappiamo nulla. Questa informazione è nuova per noi”, ha detto il nostro interlocutore sbarrando gli occhi.
Ma conoscendo la situazione in Somalia e visto che l’Italia oramai non ha più una profonda penetrazione informativa laggiù, può essere che i nostri servizi abbiano avuto notizie da organizzazioni analoghe di altri Paesi, probabilmente degli Emirati Arabi e/o del Kenya, con cui dovrebbero avere buoni rapporti di collaborazione. Magari anche dagli americani che dopo l’intervento del 1992/1994, hanno ricostruito una rete ragguardevole.
Ma passare attraverso organizzazioni non nazionali può essere controproducente perché ogni informazione rischia di essere strumentalizzata a vantaggio di qualcuno o di qualche altro Paese. Il palcoscenico somalo è assai complicato. Se si tratta di pagare un riscatto, i rapitori a questo punto potrebbero chiedere il triplo dei soldi o creare il triplo dei problemi.
Silvia Romano a Chakama festeggia i suoi 23 anni il 13 settembre 2018
“Temo che l’Italia non abbia sondato i vari canali locali, cercando i capi tribù e i capi dei clan e dei sotto clan. Si sarebbe risolto tutto in pochi giorni – spiega un analista contattato a Nairobi e gran conoscitore dei problemi dell’Africa Orientale -. E poi si sono avviate indagini in Kenya? Si sarebbero dovuti setacciare a tappeto tutti i luoghi dove Silvia era stata, le sue conoscenze, le sue amicizie. Quando era andata a lavorare in un orfanotrofio per bambini a Likoni (sobborgo di Mombasa n.d.r.) aveva incontrato qualche personaggio influente, magari connesso con affari loschi?”
L’FBI ha scoperto un importante traffico di cocaina (tonnellate) in partenza da Mombasa e dirette negli Stati Uniti. Ha arrestato i boss fatti arrivare con un tranello a New York. Ha individuato persino un italiano complice di qual cartello della droga. Chi è questo signore? Ha un nome e cognome? Si sono cercate le eventuali connessioni con il rapimento di Silvia e/o con gli amici di Silvia a Mombasa?
Nessuno, probabilmente, ha da tempo informazioni dirette dalla “maglia somala” (o meglio, quella che era la maglia somala) costruita e organizzata dagli italiani. Il nostro Paese in Africa orientale aveva una superba rete di spionaggio che ci invidiavano tutti: inglesi, francesi, americani venivano a chiedere informazioni a quegli “straccioni” di italiani (non nascondiamoci: ci hanno sempre considerato così, anche se poi apprezzavano il lavoro dei nostri uomini). Poi quella rete è andata distrutta, smantellata e i vari agenti che, come giornalista (felice e gelosissimo del mio ruolo, senza indebite interferenze), incontravo nei posti più impensati dell’Africa si sono dimessi, hanno lasciato, se ne sono andati sbattendo la porta. Ne ricordo parecchi.
La vicenda di Silvia è stata dimenticata dalla stampa. Molti giornali non hanno scritto una riga se non in qualche occasione. Forse perché non c’era niente da scrivere. Ma le notizie, quelle importanti, si devono cercare, non atterrano sulle scrivanie, sui computer o sui cellulari da sole. E i grandi giornali non hanno mandato nessuno a investigare sulle sorti di una povera ragazza che “è andata ad aiutare i bambini a casa loro”.
Noi le notizie le abbiamo cercate sul posto con il grande e concreto aiuto dei nostri lettori e degli amici e parenti di Silvia. Il loro contributo è stato essenziale per permetterci di lavorare. E continueremo a voler capire. Andremo anche in Somalia per verificare la consistenza di quelle notizie secondo cui Silvia è lì. E vogliamo scoprire i nomi di coloro che hanno organizzato il rapimento della volontaria di Africa Milele. Per questa ragione sulla home page di Africa ExPress abbiamo tenuto in evidenza alcuni degli articoli scritti sul sequestro. Per non dimenticare!
Se volete continuare ad aiutarci vi garantiamo professionali e serie inchieste giornalistiche sul caso di Silvia.
Massimo A. Alberizzi massimo.alberizzi@gmail.com twitter @malberizzi
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 17 ottobre 2019
Alle Presidenziali 2019 le prime proiezioni sul voto in Mozambico arrivano dalla Sala della Pace, forum della società civile mozambicana. Per il momento, con il 72 per cento, pare certa la vittoria dell’attuale presidente e candidato FRELIMO Filipe Nyusi. Con le proteste dell’opposizione.
Ossufo Momade (RENAMO), maggiore sfidante di Nyusi è al 21 per cento, e per il candidato dell’MDM Daviz Simango le proiezioni danno il 5,8 percento dei voti. Il fatto preoccupante, per la società civile mozambicana, è che l’astensione dell’elettorato è arrivata al 50 per cento.
Istituto per la Promozione della Democrazia Sostenibile in Africa (EISA) e Centro de Integritade Pubblica (CIP) hanno a denunciato frodi elettorali, abusi e violenze. L’arcivescovo anglicano, Carlos Matsinhe, nel rapporto presentato mercoledì 16, ha segnalato l’intimidazione degli osservatori in tutto il Paese. I casi di intimidazione sono avvenuti soprattutto durante il conteggio delle schede.
Il CIP denuncia frodi elettorali in varie parti del Paese. Soprattutto nelle Province di Nampula, Zambezia e Sofale, aree di maggiore influenza del RENAMO, maggiore partito di opposizione. In almeno una decina di distretti sono state trovate schede elettorali precompilate a favore del FRELIMO e del candidato e attuale presidente, Filipe Nyusi.
Presidenziali 2019. Mozambico, un elettore mostra la scheda elettorale precompilata (Courtesy Sala da Paz)
Sono state chieste spiegazioni riguardo alle schede precompilate a Felisberto Naife, direttore del Segretariato Tecnico dell’Amministrazione Elettorale (STAE). Ha affermato che, per determinare l’autenticità delle schede elettorali in questione è necessaria un’indagine preliminare.
La polizia ha arrestato nove membri RENAMO accusati di aver istigato trecento simpatizzanti ad azioni violente. Ha arrestato anche José Manteigas, rappresentante di RENAMO nella provincia di Inhambane e portavoce nazionale del partito.
Ossufo Momade ha mostrato ai giornalisti le prove delle schede elettorali precompilate a favore del FRELIMO. E ha dichiarato che il RENAMO non è disposto ad accettare brogli che nel passato hanno causato ostilità militari . “Esortiamo il FRELIMO a non continuare con questo sistema perché non avremo mai la pace” – ha affermato Momade.
La conferma della vittoria del FRELIMO è sempre più vicina. E, come previsto, Nyusi avrà il secondo mandato alla presidenza della Repubblica. La percentuale esatta della vittoria si avrà a fine mese, quando saranno scrutinati tutte le schede dei 20.162 seggi.
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau 15 ottobre 2019
“Salve, abbiamo vinto”, disse Filippide (o Fidippide) annunciando agli ateniesi la vittoria di Maratona. E stramazzò al suolo, stecchito, per la fatica della corsa. Correva l’anno 490 a.C., era l’agosto di oltre 2500 anni fa.
“Oggi siamo andati sulla Luna e siamo tornati; ognuno di noi, se si prepara, può raggiungere risultati impossibili”, ha dichiarato Eliud Kipchoge, 34 anni, keniano, dopo aver finito, primo uomo sulla Terra, la Maratona in meno di 2 ore: 1h 59’ 40. Correva l’anno 2019, era ottobre, il 12, sabato scorso, Prater di Vienna, il celebre parco sulla sponda del Danubio.
“Il mio corpo si muoveva da solo, ho capito che poteva essere la giornata giusta e ci ho provato. Dove arriveremo? Io voglio andare oltre…”, ha annunciato Brigid Jepscheschir Kosgei, 25 anni, keniana, dopo aver segnato, prima donna sulla Terra, il record del mondo della Maratona femminile: 2h 14’04. Correva l’anno 2019, era ottobre, il 13, domenica scorsa, a Chicago.
Eliud e Brigid, un uomo e una donna extraterrestri.
Eliud e Brigid – già noti ai nostri lettori – confermano che Il Kenya in atletica, soprattutto nella distanza dei 42,195 km – è proprio un altro pianeta.
In appena 24 ore sono state compiute due imprese al limite del reale, più che da leggenda.
Eliud Kipchoge
L’exploit della Kosgei – ha sottolineato la Federazione italiana di Atletica leggera (Fidal) – è di quelli che scavano un solco profondo con il passato. “La maratona mondiale sta trovando una nuova incredibile dimensione – ha scritto il sito Atleticalive.it – gli atleti sempre più preparati e velocissimi stanno riscrivendo qualunque libro dei record”.
Una riscrittura facilitata al massimo, nel caso dell’impresa di Eliud a Vienna – il cui primato, però, non è omologabile. Questo perché non si è trattato di una gara ufficiale, ma di un tentativo solitario nel quale Kipchoge ha sfruttato l’aiuto di 35 “lepri” che, nella prima parte della sfida contro il tempo, gli hanno dettato il ritmo. E che “lepri”: fior di corridori che si sono messi a disposizione del keniano: l’argento mondiale sui 5 mila metri, Selemon Barega, etiope, gli statunitensi Matt Centrowitz e Bernard Lagat, i fratelli norvegesi Henrick, Filip e Jacob Ingebrigtsen. Eliud li ha poi ringraziati: “Stiamo parlando di alcuni tra i più grandi atleti del mondo, li apprezzo per ciò che hanno fatto”. Kipchoge si è avvalso pure di ristori volanti, di auto frangi-vento e di un raggio laser colorato proiettato a terra che gli fatto da <pacemaker>. Un’impresa scientifica, spaziale, in cui sono stati coinvolti esperti di tutti i settori: dalla meteorologia, alla fisiologia, alla posturologia, alla nutrizionistica…
La sfida rientra nel progettoIneos 1:59 challenge finanziato dall’omonimo colosso chimico londinese. Già due anni fa l’atleta della contea di Nandi aveva provato nell’autodromo di Monza, ma aveva fallito per 26 secondi; poi lo scorso anno, a Berlino, aveva ottenuto il record del mondo ufficiale (2:01:39). E ora il volo sulle onde del Danubio, alla media pazzesca di 2 minuti e 50 secondi a chilometro. “Volevo ispirare tante persone – ha commentato Eliud – nell’dea di spingersi oltre i limiti umani, ci ho provato altre volte, ora ci sono riuscito”, tra il delirio dei tifosi a Vienna e a Nairobi trepidanti davanti agli schermi televisivi montati nelle piazze.
Eliud è, apprezzato oltre che per le sue capacità atletiche, per la sua forza mentale e per la semplicità di vita che conduce nella sua terra natale. “Non è una questione di danaro – ha ribadito –Volevo mostrare al mondo che quando credi in ciò che fai lo puoi ottenere, sia tu una corridore, un professore o un avvocato”.
Stessa fiducia e determinazione ha dimostrato Brigid Jepscheschir Kosgei nella mattinata fresca e ventosa di domenica a Chicago. La fuoriclasse keniana ha cancellato dopo 16 anni il primato stabilito dall’inglese Paula Radcliffe, che si è complimentata di persona con Brigid, più veloce di lei di ben 81 secondi. Sembrava imbattibile, il record della Radcliff del 2003, invece – come lei stessa ha riconosciuto – prima o poi questo giorno sarebbe dovuto arrivare. Certo all’epoca non avrei creduto che il mio primato sarebbe durato così a lungo>.
La Kosgei non è una sorpresa nel jet set della maratona mondiale femminile: dopo la vittoria a Milano nel 2016 ha spiccato il volo, arrivando prima, sempre a Chicago, nel 2018, a Londra nell’aprile scorso e, a settembre, battendo un altro record nella mezza maratona a Newcastle. Eppure questa ultima conquista deve aver , in qualche modo, dato un po’ di fastidio allo sport britannico. Probabilmente non è un caso se il Guardian, con qualche sapiente (malizioso?) sottinteso, ricorda che Brigid corre per la scuderia dell’italiano Federico Rosa, che ha avuto <un preoccupante numero di atleti messi al bando: Asbel Kiprop, Jemina Sumgong, Rita Jeptoo. Ma niente fa pensare a comportamenti scorretti di Rosa o di Kosgei>. Quest’ultima, riservatissima per carattere e scelta, ha sempre fatto spallucce dichiarando: “Tutti possono correre in modo pulito, dobbiamo solo lavorare duramente”.
Eppure il quotidiano inglese lancia un altro piccolo sospetto: la giovane a Chicago “calzava, come fanno anche altri corridori, una variante di quel tipo di scarpe controverse che hanno aiutato Eliud Kipchoge a essere il primo uomo al mondo a scendere sotto le 2 ore”. Queste scarpette supersofisticate darebbero un vantaggio di 60-90 secondi a chi le usa. Per ora sono allusioni che lasciano il tempo che trovano e non oscurano i trionfi keniani.
Brigid Kosgei
Anche se il risultato eccezionale di Brigid nella metropoli dell’Illinois ha fatto passare in secondo piano la vittoria di un altro fortissimo keniano nella gara maschile: Lawrence Cherono, 31 anni, che fino al 2017 aveva già intascato oltre 200 mila dollari (secondo la Association of Road Racing statiticians). Col tempo straordinario di 2h05’45” al termine di uno sprint da infarto ha battuto due etiopi, Dejene Debela, 24 anni, e Asefa Mengistu, 31, e il connazionale Bedan Karok Muchirii, 29 anni. (Karoki ha cominciato la carriera podistica in Giappone, dove ha studiato e di cui voleva prendere la nazionalità).
Comunque, è inutile girarci intorno.
Ne son successe di cose dal 490 a.C., quando Fidippide (o Filippide) corse da Maratona fino ad Atene per annunciare la vittoria di Milziade sui Persiani. Oggi siamo su un altro pianeta, che si chiama Kenya.
Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.
Ha vinto con un risultato strabiliante, l’austero professore universitario Kaïs Saïed. L’Instance Supérieure Indépendante pour les Élections (Alta Autorità indipendente per le elezioni, l’agenzia governativa incaricata di organizzare e supervisionare le elezioni e i referendum in Tunisia) ha confermato Saïed vincitore delle elezioni presidenziali. Il nuovo leader tunisino ha ottenuto il 72,71 per cento delle preferenze, ossia 2,77 milioni di tunisini si sono espressi in favore del professore. Il suo avversario, il controverso uomo d’affari, scarcerato solo pochi giorni fa, Nabil Karoui, si è aggiudicato un milione di voti in meno, fermandosi così al 27,29 per cento. Il tasso di partecipazione al voto è stato 51 per cento.
Kaïs Saïed. il nuovo presidente della Tunisia
Karoui, patron di Nessma tv, principale rete privata del Paese, fondatore e presidente del partito Qalb Tounes (Al cuore della Tunisia), era stato arrestato a fine agosto con pesanti accuse: riciclaggio e frode fiscale. L’ISIE aveva autorizzato Karoui a restare in lizza alla tornata elettorale malgrado il suo arresto, in quanto indagato e non condannato. E’ stato scarcerato, anche se le accuse nei suoi confronti sono ancora in piedi e l’inchiesta prosegue a 360 gradi. L’uomo d’affari si è congratulato con il suo avversario ancora prima che fossero stati resi noti i risultati ufficiali. In un comunicato ha promesso che avrebbe sostenuto il nuovo presidente, che ora “dovrà completare la transizione democratica e risollevare l’economia del Paese”.
L’indipendente Kaïs Saïed è un professore universitario conservatore, che ha vinto sopratutto grazie ai voti dei giovani, è ben cosciente delle difficoltà che dovrà affrontare, in particolare la lotta contro la corruzione. E non sarà nemmeno semplice il dialogo con il Parlamento: durante le elezioni parlamentari che si sono svolte il 6 ottobre scorso, nessun partito, secondo i risultati preliminari ufficiali, si sarebbe aggiudicato la maggioranza assoluta. Il partito islamico Ennahda con 52 seggi su 217, avrebbe ottenuto la maggioranza relativa.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 15 ottobre 2019
Secondo il Comitato per l’Integrità Pubblica (CIP) in tutto il Paese, soprattutto nell’ultima settimana, sono aumentate le violenze pre-elettorali. Persone assassinate, aggressioni con armi da fuoco, coltelli e pietre, case incendiate. Solo nell’ultima settimana della campagna elettorale sono stati registrati sei decessi, 42 feriti e 10 arresti
Omicidi pre-elettorali: le ammissioni della polizia
Le notizie sulle violenze elettorali somigliano a un bollettino di guerra. L’omicidio che ha destato maggior scalpore è stato quello di Anastácio Matavele, leader della delegazione per il controllo elettorale che conta seimila persone. L’assassinio, presumibilmente a colpi di kalashnikov, è avvenuto a Gaza, nel sud del Mozambico.
In una conferenza stampa, il capo della polizia ha ammesso che l’uccisione è stata opera di una squadra speciale. Da qualche anno nell’ex colonia portoghese si parla di attività degli squadroni della morte. Per l’omicidio di Matavele sono stati arrestati quattro agenti e un civile.
Violenze pre-elettorali. Fori di proiettile sul parabrezza dell’auto di Augusto Pelembe (MDM), scampato a un attentato
Attentato anche al capo-lista dell’MDM, Augusto Pelembe, a colpi d’arma da fuoco mentre era nella sua auto nella provincia di Maputo. Ne è uscito illeso. Il CIP ha confermato nei 43 giorni di campagna elettorale, 44 persone sono state uccise in incidenti di cui sette per omicidio. Da aggressioni fisiche e incidenti sono rimaste ferite 271 persone e almeno una sessantina sono state arrestate.
I dati delle passate elezioni
Nelle elezioni del 2014, che hanno portato Nyusi alla presidenza, il FRELIMO ha vinto con il 56 per cento delle preferenze (nel 2009 era il 74,6). In Parlamento il FRELIMO ha conquistato 160 seggi su 250 (nel 2009 erano 191).
La RENAMO, maggior partito di opposizione, nel 2014 ha avuto il 32,5 per cento dei voti (nel 2009 era il 17) e ha guadagnato 89 seggi (nel 2009 erano 51. Il terzo partito, MDM, nato da una frangia RENAMO, nel 2014 ha raggiunto il 6,4 per cento degli elettori (nel 2009 era al 3,9) con 17 seggi (erano 8 nel 2009).
Le autorità hanno messo una guardia nazionale a sorvegliare la salma di un migrante camerunense, annegato a largo delle coste del Messico.
Il naufragio di una piccola imbarcazione con a bordo una decina di persone si è verificato venerdì scorso nelle acque antistanti allo stato di Chiapas, confinante con il Guatemala. Durante la navigazione il natante, per cause ancora da verificare, si è inclinato verso un lato e tutti gli occupanti sono caduti in acqua.
Il corpo di un uomo di 39 anni è stato recuperato, come pure quello di un secondo, a un centinaio di metri più in là. Restano dispersi i resti di un terzo, mentre altri 8 uomini sono stati tratti in salvo. Tutti quanti provenivano dal Camerun, dove dalla fine del 2016 si consuma un violento conflitto nelle due zone autonome anglofone. Molti residenti delle province del Nord-Ovest e Sud-Ovest hanno lasciato le loro case per ricominciare una nuova vita altrove, lontana da guerra, morti, violenze e povertà.
Naufragio di migranti a largo delle coste del Messico
Il Chiapas è il maggiore crocevia per migliaia di migranti che vogliono raggiungere gli Stati Uniti. I più provengono dal Centro America, ma da diversi anni simsono aggiunti gli africani, per lo più eritrei, somali e camerunensi. E’ facile per loro raggiungere con un volo di linea l’Equador o il Brasile, che concedono senza troppi intoppi i visti d’entrata.
Nel 2013 gli agenti dell’immigrazione messicana hanno avvistato per la prima volta sei africani nella zona di Tapachula, vicino al confine con il Guatemala. Negli ultimi anni ne sono arrivati a centinaia ogni giorno e chiedono alle autorità messicane di poter continuare il viaggio verso la frontiera americana.
Per sfuggire ai controlli nel sud del Messico, dove il governo da tempo ha dispiegato 6000 agenti della guardia nazionale, i migranti si spostano con imbarcazioni di fortuna.
Questa via di fuga, oltre a essere costosissima, è pericolosa quanto le altre principalmente scelte dai migranti. Una volta giunti con un volo di linea in America Latina, i giovani di origine sub sahariana si affidano ai trafficanti di esseri umani e questi spesso li costringono al contrabbando di droga mentre attraversano i vari confini.
Un giovane somalo ha raccontato di essere partito in aereo da Mogadiscio alla volta del Brasile. Poi ha attraversato ben sette Paesi, in parte con il pullman, camion, a piedi e con il barcone. Ha speso un mucchio di soldi, e quei pochi rimasti li tiene gelosamente nascosti nella biancheria intima e nei calzini, perchè capita che i migranti vengano attaccati, picchiati e derubati da bande criminali locali. Ora attende da mesi in Messico, in prossimità del confine per poter entrare negli USA.
Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice.