Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 14 ottobre 2019
Condita anche da fake news, sabato in Mozambico è terminata la campagna delle elezioni generali 2019. Tra partiti grandi e piccoli quelli che “contano” sono tre. Ma tutti si muovono sui social network considerati gli strumenti migliori e più efficaci perché immediati.
Nella campagna elettorale 2019, in Mozambico, i social network più utilizzati sono Facebook e i gruppi Whatsapp
Facebook e Whatsapp i più utilizzati
Il social network di Zuckerberg e gruppi creati con Whatsapp sono gli strumenti social maggiormente usati in questa campagna elettorale. Il Frelimo su Facebook ha 92mila follower, segue RENAMO con oltre 23mila e il Movimento Democratico del Mozambico (MDM) con circa 11mila. Altri partiti in lizza sono: Nova Democracia, Podemos, il Partito Ecologista e il Movimento Unito d’Azione per la Salvezza Integrale (AMUSI). Tutti vogliono fermare lo strapotere del FRELIMO che è al governo, senza interruzione, dal 1975, anno dell’indipendenza dal Portogallo.
Fake news contro Momade
Nei giorni scorsi è circolata anche una fake news per screditare il candidato RENAMO alla presidenza, Ossufo Momade. Appare l’immagine una schermata con il tg dell’emittente cinese CNTV e nel titolo si annuncia che Momade ha firmato un accordo con la China National Nuclear Corporation. È allegato a un post ma non si capisce di quale social.
“Secondo l’accordo, in cambio di appoggio al RENAMO, la Cina potrà avere un sito per seppellire scorie radioattive in Mozambico – si legge nel post. Tutto ciò distruggerà la terra, ucciderà gli animali e ammazzerà lentamente il nostro popolo”. Il post è firmato “Daviz Simango para sempre” (Simango è il candidato MDM). La notizia è stata smentita da Venancio Mondlane, portavoce Renamo.
Fake news contro il candidato Ossufo Momade fatta circolare sui social e smentita dal RENAMO
Paura di brogli
Tutta l’opposizione è preoccupata per i brogli e via Facebook ha pubblicato un post di allerta. “I partiti politici dell’opposizione avviano il progetto di vigilanza congiunta delle elezioni del 15 ottobre – si legge. In particolare Nova Democracia, Renamo, MDM-Movimento Democratico de Moçambique, AMUSI, Partito Podemos Moçambique e Partito Ecologista. L’obiettivo è anche quello di ridurre i tassi di frode promuovendo la giustizia elettorale”.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes Quartu Sant’Elena, 14 ottobre 2019
Il Burkina Faso, uno tra i Paesi più poveri al mondo, da oltre 4 anni è nella morsa di sanguinose violenze; gli attacchi di gruppi armati – alcuni affiliati a al Qaeda, altri allo stato islamico (ISIS) – si susseguono quasi giornalmente.
Venerdì scorso sono state brutalmente ammazzate 16 persone mentre erano radunate in preghiera in una moschea a Markoye, nella fascia del Sahel, nel nord del Paese. Una fonte della sicurezza ha confermato questa ennesima tragedia e ha precisato che l’aggressione è avvenuta durante la preghiera della sera, tra le 19.00 e le 20.00 (ora locale). Tredici persone sarebbero morte all’istante, mentre tre poco dopo a causa delle gravi lesioni riportate, mentre le condizioni di altri due, scampati al massacro, sarebbero assai critiche.
La popolazione ora è in fuga, ha paura di nuove rappresaglie, malgrado la massiccia presenza dell’esercito, inviato a tragedia già consumata. Finora l’attacco non è stato ancora rivendicato da nessuno dei gruppi armati attivi nel’area; le autorità attribuiscono la responsabilità ai jihadisti, che già nel recente passato avevano preso di mira fedeli musulmani e imam.
All’inizio della settimana un gruppo di 8 uomini armati si è presentato a Tongomayel, nella provincia di Soum, nella regione del Sahel; ha chiesto alla popolazione di lasciare l’area entro le prossime 72 ore. Già a giugno un villaggio della zona ha subito un attacco jihadista, durante il quale sono morti 17 residenti. La popolazione non ha avuto scelta e 2000 e più persone si sono dati immediatamente alla fuga portando con sé solo pochi effetti personali. Ora Tongomayel è completamente vuota, vi regna un silenzio spettrale.
E lo scorso fine settimana sono stati uccisi una ventina di minatori nella zona di Arbinda, nella provincia di Soum. Secondo alcune fonti il sito aurifero impedirebbe un attacco alla città di Arbinda. Un residente della zona ha detto che i presunti jihadisti avrebbero attaccato anche un ponte sulla strada che collega Arbinda a Djibo, città che dista solo una quarantina di chilometri dal confine con il Mali.
L’UNHCR ritiene che dall’inizio della crisi mezzo milione di persone avrebbero dovuto lasciare le proprie case, i loro villaggi e attualmente è in corso una crisi umanitaria che colpirebbe 1,5 milioni di abitanti del Paese.
Massacro in una mosche nella zona di Markoye, Burkina Faso
Nel frattempo, nella capitale Ouagadougou migliaia di persone hanno manifestato contro il terrorismo e la presenza delle basi straniere in Africa. La “giornata anti-imperialista” è stata coordinata da una decina di organizzazioni della società civile davanti alla Bourse du travail e non nelle vie del centro come inizialmente previsto, perchè le autorità della capitale avevano vietato l’evento per motivi di sicurezza.
Il portavoce delle organizzazioni civili, Gabin Korbéogo, ha denunciato la presenza di potenze straniere, sottolineando che con il pretesto del terrorismo controllano le immense ricchezze della regione.
“Il terrorismo è diventato il pretesto ideale per le grandi potenze mondiali per installare basi militari ovunque nelle varie regioni del Sahel. Gli eserciti di Francia, Germania, USA, Canada e altri ancora dicono di voler combattere il terrorismo, ma malgrado la presenza delle più forti unità armate del mondo, i gruppi sovversivi violenti continuano a uccidere Anzi, il loro potere è persino aumentato”, ha precisato il portavoce.
Nello specifico, la Francia è presente a Kamboinsin, nella periferia di Ouagadougou, con 200 uomini delle Forze speciali, supportati dalla missione Barkhane, operativa in tutto il Sahel con 4.500 militari. E proprio nelle ultime settimane i loro interventi sono stati specificamente richiesti dalle autorità bourkinabè, il cui esercito è mal equipaggiato, non addestrato a dovere e non sufficientemente strutturato. Il governo del Burkina Faso è generalmente reticente nel chiedere aiuto alla Francia, in questi casi però indispensabile per spalleggiare le proprie truppe, incapaci di arginare l’avanzamento dei jihadisti. E proprio per questo fatto Barkhane ha installato un nuovo campo a Gourma (Mali), a pochi chilometri dal confine con il Burkina Faso.
Negli ultimi mesi sembra che Ouagadougo voglia tornare sui propri passi. Il ministro degli esteri bourkinabè, Alpha Barry, ha ammesso: “Abbiamo problemi di sicurezza, la situazione sta peggiorando di giorno in giorno. C’è stata una presa di coscienza, abbiamo bisogno di aiuto”. Questo perchè non bisogna sottovalutare il forte rischio che il flagello terrorista possa espandersi verso gli altri Paesi del golfo di Guinea.
Il terrorismo difficilmente può essere sradicato solamente militarmente. E’ una guerra che coinvolge e colpisce soprattutto le persone del luogo e dunque è assolutamente indispensabile trovare soluzioni politiche e sociali per arginarlo..
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 14 ottobre 2019
Il 15 ottobre, in Mozambico, si saprà se l’attuale presidente Filipe Nyusy, del FRELIMO, sarà confermato per il secondo mandato. E se il partito che rappresenta, al potere da 44 anni, manterrà il 56 per cento di voti. Teoricamente, dovrebbe vincere senza troppi ostacoli.
Bandiera del partito FRELIMO
La crescente insicurezza
Il FRELIMO vuole rimanere il partito dominante ma in questa tornata elettorale, per varie ragioni, pare avere maggiore difficoltà che in passato. Uno dei problemi è la “questione islamista di Cabo Delgado” che crea crescente insicurezza. Da due anni, la provincia più ricca del Paese, al confine con la Tanzania, e sotto attacco da parte di cellule islamiste.
Fotogramma del video dei jihadisti che terrorizzano Cabo Delgado
Le Forze armate mozambicane fanno fatica a proteggere i giacimenti di gas naturale (off-shore opera ENI) e i rubini del più grande giacimento del pianeta. E fanno fatica anche a proteggere l’avorio degli elefanti del Parco Niassa e il legname pregiato che, insieme ai rubini, foraggia il contrabbando jihadista.
Ad aumentare l’insicurezza si aggiunge la posizione della frangia armata autonominatasi “Giunta militare Renamo”. La Giunta, ha bocciato il terzo accordo di pace firmato ad agosto tra Filipe Nyusi e Ossufo Momade, leader RENAMO (ex partito di guerriglia, oggi maggior partito di opposizione) e candidato alla presidenza della Repubblica.
Non riconosce la leadership di Momade, definito “traditore”. Per boicottare le elezioni, nel centro del Paese, ha già realizzato almeno quattro attacchi armati a pullman civili lungo la N1, importante arteria autostradale Nord-Sud. È il secondo fronte, non previsto, che si aggiunge a quello di Cabo Delgado.
Mitra AK-47 in mano a un militare della Giunta Renamo
Il braccio di ferro USA-Mozambico
Altro problema è quello della corruzione ad alti livelli del governo che fa aumentare la sfiducia nel partito FRELIMO. L’ex ministro delle Finanze mozambicano, Manuel Chang, accusato negli Stati Uniti di corruzione, è stato arrestato in Sudafrica. Gli americani lo vogliono processare per frode e riciclaggio e, sia Guebuza che Nyusi potrebbero essere coinvolti nello scandalo. Questa pare essere la ragione del braccio di ferro tra USA e Mozambico che ne chiede l’estradizione per processarlo in casa
La povertà non diminuisce
C’è poi la questione della povertà della popolazione. Nonostante la guerra sia terminata nel 1992 e l’economia del Mozambico sia enormemente cresciuta, la povertà non è diminuita. Ma è notevolmente aumentato l’accumulo di ricchezza della classe politica e di alcuni militari di alto rango. Nonostante questa situazione poco favorevole al FRELIMO, secondo Joseph Hanlon, esperto di Mozambico e docente alla Open University (GB), il partito reggerà.
I veterani non cedono il potere ai giovani
Hanlon dice che il potere del FRELIMO sta nella capacità di rimanere unito e con una struttura di partito riconoscibile dalla politica europea. A suo vantaggio ha una democrazia interna che non permette al presidente e agli altri leader di essere onnipotenti.
“Riuscirà il FRELIMO a rimanere il partito dominante? – si chiede Hanlon su African Arguments – I veterani della guerra di liberazione sono riluttanti a cedere il potere a una generazione più giovane – scrive. E poi conclude – E lo sono anche coloro che hanno ricoperto posizioni di medio livello poco dopo l’indipendenza. Una generazione che sta voltando le spalle alla politica”.
L’ultimo migrante si chiama Raymond. La Sierra Leone, suo Paese d’origine, l’ha scacciato con l’interminabile guerra civile dei diamanti insanguinati. L’implicazione di Charles Taylor, attualmente in carcere per crimini contro l’umanità, non ha fatto che peggiorare le cose.
Un Paese allo sbando che ha costretto Raymond e migliaia come lui, ad abbandonarlo e cercare altrove la salvezza. Raymond ha 42 anni e da quando era quattordicenne non ha vissuto altro che la guerra, durata qualcosa come undici anni. Da rifugiato si è gradualmente trasformato in emigrante e infine in “irregolare”. Con la complicità dell’OIM, Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, da presunto “criminale” ha potuto accedere allo statuto di libero migrante rispedito in patria. Un’identità che si è costruita e disfatta col tempo, la sabbia, i documenti e le frontiere, labili, dell’umana avventura. Raymond era passato per salutare il giorno prima di tornare al suo Paese natale.
Migranti nel deserto
Era il mese di giugno di quest’anno e aveva giurato davanti al dio dei migranti, che poi è un dio a parte, che sarebbe rimasto nel Paese che era stato costretto a lasciare quasi trent’anni prima. Raymond non ha saputo resistere al canto delle sirene di sabbia che, dopo l’esperienza deludente di Ulisse, hanno fatto dei migranti il loro bersaglio favorito. Nessuno ha legato Raymond all’albero della nave e così, senza offrire resistenza, lui è ripartito.
Presenta con sapiente lentezza il passaporto che teneva in tasca assieme ad una moltitudine di fogli scritti a mano. Indirizzi, numeri telefonici, promesse di matrimonio e codici segreti per un conto in banca inesistente. Aveva appena attraversato la frontiera della Nigeria dopo aver passato quella del Benin, del Togo, del Ghana, della Costa d’Avorio e della Guinea. Il tutto per via delle sirene di sabbia che, evidentemente, avevano legami con quelle del mare e fianco con quelle della foresta. Una sorte di multinazionale delle sirene che, facilitate dalla globalizzazione, hanno la possibilità di comunicare in tempo reale gli spostamenti dei migranti e delocalizzare i loro canti. Raymond è rimasto giusto due mesi in Sierra Leone dove la pace non basta per mangiare la dignità e lamenta di non aver ricevuto il fondo previsto di rinserimento al Paese. Detto fondo è previsto dagli accordi informali tra gli Stati Finanziatori e l’OIM, che si occupa dei ‘liberi’ rimpatri dei migranti che le sirene hanno abbandonato al loro destino, usa i milioni che a questo titolo riceve, nella totale opacità di gestione. Raymond non sa resistere e abbandona di nuovo il suo Paese per cercare quanto non è sicuro di trovare nella sua terra d’origine, matrigna che ha da anni abbandonato i propri figli al miglior offerente delle transazioni umanitarie.
Appena prima di lui, che cerca casa senza trovarla, erano passate tre signore della Repubblica Centrafricana. Proprio mentre a Niamey si svolgeva un seminario sulla democrazia in Africa occidentale, arrivano senza nulla da promettere agli elettori. Dal loro Paese, in guerra dall’ultimo colpo di stato del 2013, hanno transitato il Camerun e poi la Nigeria per raggiungere il Niger. Le sirene le hanno accompagnate, per solidarietà di genere, sane e salve fino ad Agadez, nel nord del Niger, nuova frontiera dell’Europa. Non hanno però potuto fare nulla per impedire che, ad un giorno e mezzo di viaggio dalla città, fossero fatte prigioniere da banditi armati che parlavano, a loro dire, arabo. Le tre signore, i mariti e gli altri passeggeri del camion sono stati derubati di tutti i loro averi e le signore hanno patito quanto non si racconta mai in pubblico. Fatima, una delle tre, raccontava che anche sua figlia undicenne era passata per la stessa esperienza. La bimba vive con sua madre, per ora, in una delle numerose stazioni delle corriere della capitale, che fungono anche da alberghi dei poveri, con docce, bagni e materassini di gomma. Prima di partire ha confessato, sotto lo sguardo pùdico delle sirene di sabbia, che la figlia undicenne si chiama Maryam, Maria.
Jeffery Woodke, un operatore umanitario statunitense, sequestrato nel Niger due anni fa, “è vivo e sta bene”, ha assicurato il presidente nigerino Mahamadou Issoufou durante un’intervista, realizzata dall’emittente ABC a settembre a margine dell’Assemblea generale dell’ONU a New York, e andata in onda mercoledì scorso.
“Secondo le informazioni in nostro possesso, l’ostaggio è vivo e sta bene. Faremo tutto il possibile per creare le condizioni affinchè possa essere liberato quanto prima. Mi dispiace molto che sia stato sequestrato. Questo americano era in Niger da tanti anni e ha dato sempre una mano alle nostre popolazioni”, ha dichiarato Issoufou.
Muhamadu Issoufou, presidente del Niger
Nel giugno 2018 il leader aveva detto più o meno le stesse parole durante una trasmissione a TV France 24 a proposito del rapimento di Woodke e dell’ostaggio Jörg Lange, un operatore umanitario tedesco, sequestrato in Niger, poco distante dal confine con il Mali nell’aprile 2018.
Sempre nel Niger, ma a pochi chilometri dal confine con il Burkina Faso è stato rapito il sacerdote italiano Pierluigi Maccalli nel settembre 2018. Finora il governo di Niamey non ha lasciato dichiarazioni sulle condizioni di Maccalli, perchè, secondo quanto ha riferito lo stringer di Africa ExPress, Niamey non sarebbe coinvolto nelle trattative per la liberazione del nostro connazionale.
Pierluigi Maccalli, sacerdote italiano rapito nel Niger nel settembre 2018
Infatti, le uniche informazioni sul sequestro di Macchalli e la sparizione di Luca Tacchetto, giovane architetto originario di Vigonza e la sua compagna canadese Edith Blais, risalgono allo scorso aprile. Dei due giovani si sono perse le tracce mentre si recavano da Bobo-Dioulasso, città nella parte sudoccidentale del Paese, verso la capitale Ouagadougou.
Durante un’intervista a Rémi Dandjinnou, portavoce del governo burkinabé, trasmessa dalla RAI, Ouagadougou assicura che i due italiani e la canadese sono vivi.
Queste informazioni risalgono a sei mesi fa. Il portavoce aveva allora rivelato che poco dopo il sequestro Maccalli sarebbe stato portato nel Burkina Faso, poi nuovamente in Niger. Mentre Tacchetto e la compagna di viaggio, “dati per dispersi” dallo scorso dicembre, non si troverebbero più nel Paese.
Speciale per Africa ExPress Massimo A. Alberizzi
11 ottobre 2019
Un africano, un politico africano che vince il Nobel per la pace? Ma la politica in Africa non è sinonimo di malgoverno, corruzione, plutocrazia, appropriazione indebita, repressione, propensione alla guerra e alla violenza e così continuando?
No, il comitato per il Nobel ha guardato al futuro e ha scommesso su Abiy Ahmed Ali, il premier etiopico che in pochi mesi ha rivoluzionato il suo Paese, tentando anche di chiudere la guerra ventennale con l’Eritrea. E gli ha conferito il Premio per la pace. Altri africani hanno vinto il prestigioso riconoscimento (Nelson Mandela, Dermond Tutu, De Clerk e Johnson Sirleaf) ma in contesti assai differenti e avevano terminato il loro lavoro. Abiy, che ha 43 anni, l’ha appena cominciato.
Il premier etiopico Abiy Ahmed, ripreso anche nella foto qui sotto
Un monito verso altri leader africani? Può essere. Lui ha anteposto gli interessi concreti del suo Paese a muscolose dichiarazioni di principio, usate dai leader africani per rimpinguare i loro conti in banca (all’estero e in dollari).
Solo il 2 aprile 2018 è stato nominato primo ministro dell’Etiopia, unico Stato africano a democrazia parlamentare, scelto tra gli oromo, etnia maggioritaria ma anche abbastanza emarginata; in Etiopia, infatti comandano i tigrini. Aveva le idee molto chiare su cosa fare.
Immediatamente la pace con l’Eritrea. Ed è stato il primo passo. E’ andato ad Asmara ad abbracciare il sanguinario dittatore Isaias Afeworki e ha subito annunciato che avrebbe ubbidito alla risoluzione della commissione indipendente che aveva assegnato all’Eritrea la sovranità sul piccolo villaggio di Badme, causa della guerra scoppiata nel luglio 1998. “Perché devo combattere per il controllo di una sperduta pietraia in mezzo al nulla? – aveva spiegato. – I motivi di orgoglio non sono sufficienti a mantenere uno stato di allerta lungo i confini con i nostri fratelli eritrei”, era stato il succo del suo discorso.
La successiva visita di Isaias ad Addis Abeba, e la firma del trattato di pace nel settembre 2018, avevano aperto la porta a grandi speranze soprattutto in Eritrea. Spiragli di libertà in un Paese guidato con il pugno di ferro da una tirannia che sul pianeta trova qualcosa di simile solo in Corea del Nord. Se Isaias avesse aperto le galere dove sono stipati centinaia di prigionieri politici, compresi i suoi amici e compagni di lotta durante la guerra di liberazione, probabilmente oggi gusterebbe il sapore dell’assegnazione del Nobel con Abiy.
Già perché la pace si fa in due, e il comitato del Nobel lo sa bene. Se il premier etiopico è stato ricompensato per questo, perché lo stesso riconoscimento non è andato al suo antagonista eritreo? Semplice, perché il secondo dopo aver aderito alla richiesta di far la pace, si è ritirato.
E così le frontiere terrestri che, con grande ma frettoloso entusiasmo, erano state aperte, sono state richiuse, con conseguente blocco dei commerci transfrontalieri necessari a sostentare l’economia di regioni lontane da tutto. Mentre Abiy in Etiopia ha continuato a varare riforme l’Eritrea è rientrata nei suoi ranghi fatti di servizio militare ad libitum, repressione di ogni dissenso, pugno di ferro con conseguenti incarcerazioni di massa, controllo totale dei mezzi di informazione che inneggiano così unanimi al regime fascistoide e corruzione.
Ad Addis Abeba, al contrario, venivano liberati i prigionieri politici, legalizzati i partiti di opposizione, tolta la censura, privatizzate molte imprese statali, allentati i controlli sui mezzi di comunicazione, abolito il divieto di associazione e arrestati i secondini riconosciuti colpevoli di aver violato i diritti umani. Anche Abiy ha aperto un fronte di guerra: quella contro la corruzione. Il tutto in 18 mesi di governo. Un record non solo per l’Africa, ma per l’intero pianeta.
Abiy si è poi prodigato per appianare le differenze etniche all’interno del suo Paese e smussarne le tensioni, ha tentato di mediare tra le fazioni somale in guerra dal 1990 e di risolvere la disputa tra Somalia e Kenya per il controllo dei campi petroliferi off shore, rivendicati da entrambi.
Il primo ministro etiopico Abiy Ahmed (e sinistra) brinda alla pace con il dittatore eritreo Isaias Afeworki
Ad Abiy sono arrivate le più sentite congratulazioni dei capi di Stato e di governo di tutto il mondo. Solo da Asmara – fino al momento di andare in macchina – silenzio tombale. Un silenzio assordante che assomiglia proprio a una sberla sulla faccia di Isaias Afeworki, colpito nella sua tracotante arroganza.
Per il premier etiopico il lavoro non solo non è finito, ma è appena cominciato. E il Nobel vuol essere anche un’esortazione a proseguire sulla strada intrapresa. Pur godendo di una grande popolarità il suo modo di procedere gli ha procurato anche una gran quantità di inimicizie. Infatti è già stato oggetto di almeno tre attentati. Chi in Etiopia ha perso potere e privilegi non è contento del nuovo corso e fa fatica ad adeguarsi. E poi contro di lui sono schierati i nostalgici di Ethiopia Tikdem, cioè della dittatura militar-comunista di Menghistu Hailè Mariam del Derg, che sognano un ritorno al passato.
Abiy Ahmed Ali sta comunque seguendo la strada avviata del suo predecessore Melles Zenawi ed interrotta bruscamente da moti di piazza. Melles è l’uomo che, a capo dei guerriglieri di Tigray People’s Liberation Front, dopo diversi anni di guerriglia, nel 1991, era riuscito a cacciare il dittatore militar-comunista Mengistu Hailè Mariam. E’ morto per un tumore nell’agosto 2012 in un ospedale di Bruxelles, ma credeva sinceramente nei valori della democrazia e della pace.
Durante un’intervista gli avevo chiesto di alcune incongruenze nella sua politica. Rispose un po’ accigliato: “Purtroppo la democrazia non si impara né a scuola, né all’università. Lo so, abbiamo fatto parecchi errori ma per mera mancanza di esperienza e non certo perché vogliamo far ripiombare l’Etiopia nell’oscurità della dittatura”.
Il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi, e, a destra, l’ex premier Melles Zenawi, morto nel 2012, durante un’intervista nel palazzo presidenziale ad Addis Abeba. Al cetro il consigliere diplomatico del Primo Ministro
E in un altro incontro poche settimane prima di morire aveva scherzato: “Vorrei essere ricordato per aver messo l’Etiopia sulla strada giusta della democrazia, della giustizia e della libertà. Lo so che la rovina dell’Africa è sempre stata il culto della personalità. Sembra che i nomi dei dittatori comincino sempre con la M: Mobutu, Mengistu, Mugabe… Beh, non voglio assolutamente aggiungere Melles a questa lista”.
Melles a differenza del suo amico diventato arcinemico Isaias Afeworki, una volta al potere aveva cambiato la sua impostazione mentale, trasformandosi da capo guerrigliero ad abile statista. Cosa che non è accaduta in Eritrea dove i leader della guerra di liberazione che avevano tentato la strada della democrazia sono stati inghiottiti dalle carceri segrete e sono emersi solo i militari (uno dei quali addirittura analfabeta). Il potere è rimasto quindi in mano ai vecchi miliziani incapaci di affrontare l’agone politico e di articolare parole come libertà, democrazia, giustizia, sviluppo e perfino pace, estranee al loro vocabolario.
Abiy sembra che abbia raccolto l’eredità di Melles e ne prosegua l’esperienza. L’Africa ha bisogno di leader illuminati e lui può dimostrare di esserlo.
Il premier etiopico Abiy Ahmed ha ricevuto il premio Nobel per la pace, assegnatogli a Oslo stamattina. In carica dell’aprile del 2018, Abiy appena eletto si è occupato di ricercare la pace con l’Eritrea. In parte c’è riuscito, ma poi il governo di Asmara ha piano piano ritirato le concessioni che aveva accettato, prima tra tutti l’apertura della frontiera.
Il mondo aveva sperato che gli sforzi di Abiy per pacificare i due Paesi (sforzi riconosciuti dal premio Nobel odierno) potessero avere successo. Invece il regime eritreo, militarizzato fino al midollo, non ha reagito con l’entusiasmo che ci sarebbe aspettato. All’inizio ha mostrato segni di apertura ma poi si è richiuso su se stesso, continuando con le sue politiche repressive e dal pugno di ferro.
L’assegnazione oggi del premio Nobel ad Abyi oltre che essere un riconoscimento alla politica del premier, definita dagli osservatori saggia e lungimirante, è uno schiaffo inferto al dittatore eritreo, Isayas Afeworki e alla sua politica oscurantista e guerrafondaia.
Il premier etiopico Abiy Ahmed
Una delle domande che ci deve porre ora è: come reagirà il tiranno eritreo? Si teme che possa reagire inconsultamente magari riaprendo il fronte di guerra oppure vendicandosi ancora di più sui suoi sudditi. Vediamo se oggi si congratulerà con il premier premiato.
Speciale per Africa Exress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 11 ottobre 2019
Rischia di saltare l’incontro previsto a Juba, capitale del Sud Sudan, il 12 novembre tra governo e opposizione per varare un nuovo governo di unione nazionale. Puok Bot, portavoce del maggiore partito all’opposizione, The Sudan People’s Liberation Movement-in-Opposition, (del quale Riek Machar, ex vicepresidente, è il leader) ha fatto sapere lui e i suoi non parteciperanno alla cerimonia, in quanto diversi punti del trattato di pace sono ancora aperti. Un accordo per mettere fine a sei anni di conflitto è stato firmato l’anno scorso dal presidente Salva Kiir e il suo arcinemico Rieck Machar.
Salva Kiir, presidente del Sud Sudan, a destra e Riek Machar, leader dell’opposizione
“In particolare la questione della sicurezza, il numero delle province e i relativi confini e una modifica alla Costituzione sono i punti di maggior rilievo che devono essere risolti quanto prima, se vogliamo stabilizzare il Paese e avere un governo che sia davvero utile alla gente. La firma doveva già aver luogo sei mesi fa. I motivi sono molteplici, sopratutto l’assenza di volontà politica e la mancanza di fondi per finanziare i diversi progetti per la realizzazione del cambiamento. Il governo aveva promesso di sbloccare il denaro necessario, ma così non è stato; ciò significa che preferisce mantenere lo status quo attuale. L’accordo che abbiamo firmato non è perfetto, ma come in tutti negoziati è necessario fare delle concessioni, ne eravamo consapevoli tutti quando le parti hanno siglato il trattato di pace. Dobbiamo davvero mettere da parte le nostre differenze politiche per il bene del Paese”, ha precisato Puok Bot.
Insomma Machar tiene nuovamente tutti con il fiato sospeso. Secondo lui le condizioni di sicurezza sono insufficienti, la creazione di un esercito unificato è in ritardo rispetto alla tabella di marcia prevista, per non parlare della questione degli Stati federali.
E c’è chi suppone che Kiir voglia manipolare le frontiere tradizionali in favore della sua etnia, i dinka. Una commissione avrebbe dovuto studiare e analizzare dettagliatamente questo problema, ma i lavori sono bloccati. E, secondo Alfred Youhanis Magok, uno dei portavoce di Machar, bisogna trovare soluzioni per gli argomenti ancora non definiti. Solo allora il leader di SPLM-IO tornerà nel Paese.
Alcuni analisti non sono assolutamente sorpresi di questi risvolti; infatti ritengono che la volontà politica sia ancora molto fragile e che le condizioni di sicurezza siano assolutamente insufficienti.
Il conflitto è cominciato quando il presidente Salva Kiir Mayardit, di etnia dinka, ha accusato il suo vice Riek Marchar, un nuer, di aver complottato contro di lui, tentando un colpo di Stato. Sono così cominciati i combattimenti tra le forze governative e quelle degli insorti fedeli a Machar. I primi scontri si sono verificati il 15 dicembre 2013 nelle strade di Juba, la capitale del Paese, ma ben presto hanno raggiunto anche Bor e Bentiu. Vecchi rancori politici ed etnici mai risolti, non fanno fatto che alimentare questo conflitto.
Donna sud sudanese
Secondo un rapporto pubblicato un anno fa da London School of Hygiene and Tropical Medicine e finanziato dal Dipartimento di Stato americano durante gli anni di conflitto sarebbero morte 383.000 persone: la metà tra loro sono stati uccisi durante i contrasti su base etnica in tutto il Paese, mentre l’altra metà è morta a causa di malattie, fame e altre cause che si sono esacerbate per le continue violenze. Oltre 2,5 milioni di persone hanno dovuto lasciare le loro case, i loro villaggi.
Il numero delle persone ammazzate risulta ben più elevato di quello stimato precedentemente dall’ONU. La tragedia di un conflitto che si consuma lentamente, giorno per giorno, nella quasi indifferenza della comunità internazionale.
E nel suo rapporto pubblicato il 7 ottobre 2019, Amnesty International accusa il governo di Juba di impunità per gravi violazioni dei diritti umani, crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi durante il conflitto.
“Da Juba a Malakal, Wau, Bentiu, ovunque nel Paese sono stati commessi crimini mostruosi contro i civili; a volte il governo sud sudanese ha istituito commissioni investigative, i cui risultati, se mai hanno davvero visto la luce del sole, sono stati raramente presi in considerazione, visto che molte atrocità sono state commesse anche dalle forze governative”, ha evidenziato Joan Nyanyuki, direttore di Amnesty International per l’Africa dell’Est, il Corno d’Africa e i Grandi Laghi. E ha aggiunto: “Il governo non punisce e non consegna alla giustizia i responsabili, colpevoli di violazioni del diritto penale internazionale; crimini commessi da tutti gli attori del conflitto, forze governative e gruppi armati dell’opposizione”.
Nella sua relazione Amnesty chiede che l’Unione Africana istituisca uno speciale Tribunale per il Sud Sudan, una Corte imparziale che possa finalmente dare giustizia alle innumerevoli vittime del conflitto tutt’ora in atto.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 9 ottobre 2019
Il governo del Gambia ha messo a disposizione 900.000 euro al fondo per le vittime della dittatura. Il denaro è frutto delle vendite dei beni appartenuti a Yahya Jammeh, ex tiranno del Paese.
Jammeh, che è stato al potere per oltre ventidue anni nell’ex colonia britannica,, un’enclave anglofona all’interno del Senegal francofono, ha perso le elezioni alla fine del 2016. Ha dovuto lasciare il Paese nel gennaio 2017 sotto le pressioni della comunità internazionale e solo dopo aver svuotato le casse del governo.
Ex presidente del Gambia Yahya Jammeh
L’ex leader e tiranno possedeva oltre 280 proprietà, tra questi anche esercizi commerciali, estensioni di foreste, isole. Tutti questi beni sono stati sequestrati dal governo di Banjul e la loro vendita dovrebbe fruttare davvero parecchio e riempire un pochino le magre casse delle Stato. Jammeh, prima della sua partenza, aveva fatto trasferire 360 milioni di denaro pubblico sui suoi conti privati all’estero.
Sheriff Kijera, presidente del centro delle vittime di Jammeh, ritiene che la somma messa a disposizione dallo Stato non sia sufficiente, ma, ha aggiunto: “E’ un primo segnale”.
Truth, Reconciliation and Reparations Commission (TRRC), commissione istituita un anno fa, per fa luce sulle atrocità commesse durante il “regno” di Jammeh, dovrà ora definire le regole per la distribuzione di questo denaro in base alla storia delle vittime. I 900.000 euro costituiscono sola la base del fondo, che in futuro dovrà essere ben più consistente per risarcire familiari e/o sopravvissuti alle torture del dittatore.
Ad agosto la liberazione di tre membri degli ex Junglers (squadroni della morte agli ordini del tiranno), dopo la loro confessione pubblica davanti alla Commissione d’inchiesta, ha creato forte disappunto in tutto il Paese, in particolare tra le vittime e i familiari di chi è morto nelle galere del regine durante il regno di Jammeh. Il ministro della Giustizia, Abubucarr Tambadou, ha giustificato il suo operato per incoraggiare in tal modo altri colpevoli di violazioni contro i diritti umani durante la dittatura a venire a testimoniare.
Il Gambia
Jammeh, che “ha conquistato” il potere con un colpo di Stato nel 1994, è stato rieletto una prima volta nel 1996 grazie a “libere e democratiche elezioni”, chiaramente truccate. Si dice che battezzato dai genitori si sia anche convertito all’islam, ma solo per ottenere più consensi, visto che la maggior parte della popolazione è musulmana. Il suo regime è stato accusato di tutte le ignominie possibili: arresti illegali, morti sospette, accanimento contro i media, violazione dei diritti fondamentali dell’uomo e repressione verso i difensori di quei diritti, per non parlare del suo odio atavico verso gay e lesbiche.
Il Gambia è anche un Paese di transito per migranti. Nel luglio del 2005 sono sparite nel nulla oltre cinquanta persone provenienti dall’estero e dirette verso l’Europa. Tra loro c’erano nigeriani, senegalesi, ivoriani e quarantaquattro ghanesi. Martin Kyere, ghanese, l’unico miracolosamente sopravvissuto al massacro, oggi testimone prezioso. Tutti gli altri sono stati ammazzati in Gambia da una squadra della morte paramilitare “Junglers” che prendeva ordini direttamente da Jammeh, come è stato affermato in un rapporto di Human Rights Watch del maggio 2018.
E’ difficile ricostruire un Paese dopo oltre due decadi di dittatura, Jammeh ha lasciato una pesante eredità: una gestione dei fondi pubblici, finalizzata soltanto all’arricchimento di se stesso, della sua famiglia e di quella dei suoi più stretti collaboratori. Il nuovo presidente, Adama Barrow, che ha vinto le elezioni nel dicembre 2016, è sempre più criticato ed è accusato di non aver mantenuto le promesse elettorali, come la creazione di nuovi posti di lavoro, contrastare la corruzione galoppante, risollevare l’economia del Paese, abrogazione di alcune leggi ingiuste istituite dal precedente governo. Secondo molti suoi elettori finora i progressi raggiunti non sono sufficienti e la popolarità di Barrow è in forte calo.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus
Firenze, 8 ottobre 2019
A Cabo Delgado, da qualche settimana, sono arrivati almeno 160 mercenari russi, comprese truppe d’élite, bene equipaggiati e addestrati. Saranno dislocati tra i distretti di Macomia e Mueda, dove è massiccia la presenza dei jihadisti Al-Sunna wa Jama’a, chiamati al-Shabab. Nel distretto di Mueda è nato l’attuale presidente Filipe Nyusi.
Mappa dell’area nord di Cabo Delgado con l’area di intervento dei mercenari russi e l’area dove opera ENI (Courtesy Google Maps)
Il 3 agosto scorso, José Pacheco, ministro degli Esteri mozambicano, la annunciato che la Russia ha fornito all’esercito mozambicano equipaggiamento militare per combattere i gruppi armati nell’estremo nord dell’ex colonia portoghese. Da due anni i miliziani islamisti seminano terrore e hanno fatto oltre 200 morti, comprese donne e bambini, molti dei quali sgozzati in villaggi indifesi.
Con gli accordi firmati dal presidente Nyusi e l’omologo russo Vladimir Putin il 22 agosto a Mosca, la presenza militare russa si è concretizzata. Indian Ocean Newsletter conferma che, dal 24 al 26 settembre, un Antonov An-124, della compagnia militare statale russa 224 Flight Unit, un gigante dei cieli con una capacità di 230 tonnellate, è atterrato a Nacala..
Ha consegnato materiale bellico, droni e un elicottero Mi-17 attrezzato per operazioni di sorveglianza. Il Mi-17, con i colori mimetici dell’aviazione mozambicana, sostituisce un Mi-8 andato distrutto in uno schianto lo scorso aprile nella provincia di Cabo Delgado.
Elicottero Mi-17, trasportato dall’Antonov AN-124, all’aeroporto di Nacala
L’arrivo dei contractor russi in Mozambico è il primo passo concreto degli accordi tra Nyusi e Putin. L’accordo Maputo-Mosca ha sostituito i mercenari di Blackwater di Erik Prince, presenti nel Paese da diversi mesi ma fermi. L’intesa non si limita solo alla cooperazione militare; ci sarà anche collaborazione tra ministeri degli Interni, su informazioni classificate, gas e petrolio.
Negli accordi c’è anche Rosneft, la maggiore azienda petrolifera russa, attiva nell’upstream e nel downstream di petrolio e gas naturale e diretta concorrente di ENI. Il colosso italiano opera nei giacimenti di gas naturale (LNG) nel bacino del Rovuma a Cabo Delgado. Recentemente ha acquisito licenze di sfruttamento al largo di Angoche e nel bacino dello Zambesi.
In due anni il presidente Nyusi non è riuscito a fermare i gruppi islamisti di Cabo Delgado. Non c’è dubbio che voglia risolvere definitivamente la questione. Il 15 ottobre ci saranno le elezioni presidenziali in un clima di insicurezza e corruzione. Sembra che Cabo Delgado, area strategica piena di risorse minerarie, sia diventata una priorità. Il presidente, per avere il secondo mandato, deve mettere in sicurezza il forziere del Nord del Paese.
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