Aggiornato il processo ai presunti rapitori di Silvia: indagini keniote verso gli shebab

Da Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Malindi, 25 ottobre 2019

L’ennesima udienza che si doveva tenere sul rapimento di Silvia Romano il 24 ottobre è saltata. Lo si era capito già dal 16 ottobre, quando nell’aula dove doveva tenersi quella che qui viene chiamata pre-udienza, un incontro durante il quale le parti decidono come trattare gli argomenti, non si è presentato nessuno. Ufficialmente perché la signora Julie Oseko la magistrato che deve giudicare i tre accusati del sequestro, Ibrahim Adhan Omar, Abdulla Gababa Wario e Moses Luwali Chembe, era assente. Nelle carte del processo c’è però la richiesta della procuratrice Alice Mathangani di tenere la pre-udienza il 23 ottobre. Dobbiamo essere pronti e preparati per tenere l’udienza il 24, aveva scritto. Invece mercoledì non è successo nulla e ieri mattina stessa cosa.

Questa volta la scusa ufficiale è stata: “Il difensore di due degli imputati Moses e Gababa è ammalato”. La pre-udienza è quindi stata fissata per il 6 novembre e il processo vero e proprio per il 14, 15 e 20 novembre, il giorno dell’anniversario del rapimento di Silvia. Al di là del pretesto accampato ufficialmente (“Udienza differita per motivi tecnici”) qualche domanda è impossibile non porsela.

Silvia Romano con il suo cucciolo

La prima è semplice e chiara: perché tutti questi ritardi in un processo che apparentemente il Kenya ritiene importante e necessario per difendere la sua immagine? E perché ai tre imputati per un reato gravissimo come il sequestro di persona è stata data la possibilità di uscire dal carcere pagando una cauzione, nonostante il parere contrario della procura e della polizia?

La pubblica accusa, spalleggiata dagli investigatori che stanno conducendo le indagini, aveva insistito perché il ricorso alla cauzione fosse negato. Invece i magistrati giudicanti l’hanno concesso.

Ma qualcuno suggerisce un altro motivo: dal 30 settembre in Kenya è in corso una caccia al terrorista, mantenuta segreta ma piuttosto allarmante. Qualche giorno prima durante un raid della polizia a Likoni, sobborgo di Mombasa, erano stati ammazzati tre jihadisti e altri sette arrestati che, sembra, abbiano “cantato”, fornendo un po’ di informazioni sulle attività di Al Shebab (filiale di Al Qaeda in Africa orientale) in Kenya. I metodi per estorcere informazioni in Africa non sono proprio a prova di diritti umani, ma sono “convincenti”

Le armi sequestrate nel covo di Al Shebab a Likoni

La retata era avvenuta due giorni dopo l’arresto a Mombasa di un terrorista, Fawaz Ahmed Hamdun, accusato di essere da tempo l’organizzatore di cellule sulla costa keniota e di aver aiutato i militanti a compiere attentati, tra l’altro quello del 15 gennaio scorso in un hotel di Nairobi (21 morti).

“L’assalto – ha spiegato Paul Leting dirigente della polizia criminale – è avvenuto dopo un’attenta indagine. Abbiamo appurato che questo gruppo criinale stava pianificando attentati a Likoni e in altre città della costa Kwale, Bamburi, Kisauni e Mazeras. Nel loro covo abbiamo trovato un ingente arsenale: fucili, granate, oltre 1.600 proiettili e materiale per fabbricare bombe, nove passamontagna, uniformi militari, machete e coltelli”. Durante quest’operazione sono state arrestate diverse persone, sulle quale si sta indagando in profondità. Anche in relazione al rapimento di Silvia.

Massimo A. Alberizzi
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Polizia in stato d’allerta a Mombasa, sgominata cellula di terroristi Shebab

 

Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi