Rugby mondiali 2019: vinti dal Sudafrica e dal primo capitano nero

Dal Nostro Inviato Sportivo
Costantino Muscau
6 novembre 2019

Un fatto epocale.

Un capitano nero del Sudafrica che innalza la Coppa del Mondo di rugby.

Due mani nere che sollevano un trofeo in argento dorato di 38 centimetri e 4,5 kg di peso.

Quella coppa  prende il nome dal pastore (d’anime) William Webb Ellis, perfetto wasp (white-anglo-saxon-protestant) : protestante, bianco, inglese, considerato l’inventore del gioco della palla ovale.

Da sempre (“In 130 anni” specifica il sito Daily Maverck) questo  simbolo di uno sport per bianchi è stato esibito da mani bianche. Anche quando la squadra del Sud Africa, per tutti Springboks (come l’omonima antilope), simbolo dell’oppressione coloniale e razzista, ha vinto il titolo mondiale di rugby nel 1995, di fronte a Nelson Mandela.

Nel 1995 c’era una sola, emblematica, dileggiata presenza, quella di Chester Williams, la perla nera (celebrato in un film di Clint Eastwood).

Nel 2007, in una squadra che tentava di gettarsi dietro le spalle anni di apartheid, i neri erano due.

Invece, l’altro giorno, sabato 2 novembre,  gli Springboks , che hanno conquistato, a Yokohama , in Giappone, il terzo titolo battendo l’Inghilterra 32-12, avevano nientemeno che il capitano nero, il primo capitano nero: Siyamthanda “Siya” Kolisi, 28 anni, un gigantesco giovanotto, nato e cresciuto nella miseria profonda del sobborgo ghetto di Zwide, a Port Elizabeth.

Zwide è un non luogo, una baraccopoli  “senza anima dove alcolismo, prostituzione e miseria di tutti i tipi sono la quotidianità e dove cresci con la rabbia di essere nato”, ha sintetizzato Umberto Piccinini su Avantionline.it.

E Siya forse di rabbia non ne aveva, ma fame e disperazione tanta. E’ nato il 16 giugno 1991, il giorno prima dell’abolizione delle leggi razziali; è rimasto orfano a 15 anni, è stato allevato dalla nonna che faceva la domestica e i salti mortali per mettere assieme pranzo e cena (quando ci riusciva). Dormiva su qualche cuscino buttato sul pavimento, giocava a rugby scalzo in campi spelacchiati, alla prima prova, dodicenne, si presentò in mutande. Non aveva altri capi di abbigliamento. Ebbe la fortuna di essere adocchiato da un allenatore che lo aiutò a ottenere una borsa di studio alla Grey High School della sua città. Poi il passaggio al professionismo  e il successo. Lo stesso che sognano centinaia di ragazzi, poveri e scalzi del suo quartiere ghetto – ha ricordato l’altro giorno la giornalista Fahmida Miller di Aljazeera – sperando di fare fortuna con la palla ovale.

Ha scritto la BBC:  “Quando hai l’occasione di entrare in un altro mondo, non lasci mai la vita che ti sei lasciato alle spalle”. Il capitano degli Springboks, in effetti, aiuta molti ragazzi bisognosi ora che è un mito e un (ricco) modello da imitare. Secondo il sito Informationcradle, che si diverte a fare conti in tasca ai personaggi famosi, Siya guadagnerebbe circa 4 mila euro al mese. (Non male in un Paese dove il salario minimo mensile supera di poco  220 euro).

E dopo la vittoria sugli inglesi, l’atleta superstar ha dichiarato: “Abbiamo affrontato tante sfide, ma il popolo sudafricano ci è stato vicino. Abbiamo tanti problemi nel nostro Paese. Nella nostra squadra ci sono tante storie e origini diverse. Lo abbiamo fatto per il Sudafrica, speriamo di aver dimostrato che possiamo stringersi in gruppo se vogliamo ottenere qualcosa, non ho mai visto così il Sudafrica. Il coach ci ha detto che non stavamo più giocando solo per noi stessi, ma anche per tutte le persone a casa. Grazie a tutti per il sostegno, alle persone nei pub, nelle fattorie, ai senzatetto e alle persone che vivono nelle aree più rurali”.

Belle e significative parole. Esse però stridono alquanto con quello che mostra un filmato di 8 minuti postato suYoutube.

Ci mostra Siya Kolisi che sposa Rachel, bianca e bionda, nel 2016 a Stellenbosch, la zona dei vini. Sono attorniati dai loro due pargoli adottivi, da compagni di squadra, da stiliste e altri esponenti del bel mondo sudafricano.

E’ vero che ai campioni assurti a icone si perdona tutto, ma di quell’esibizione di sfarzo poteva fare a meno.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com