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Misteriosa strage di 356 elefanti in Botswana: stavolta non sono i bracconieri

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
6 luglio 2020

Dal mese di maggio stanno morendo in modo misterioso centinaia di elefanti in un parco nazionale del Botswana. Secondo un rapporto della ONG Elephants Without Borders sono state ritrovare 356 carcasse nel Delta dell’Okavankgo, mentre Cyril Taolo, direttore dei parchi nazionali del Paese afferma che finora sono stati recuperati “solamente” 275 pachidermi morti.

“Stiamo cercando di determinare la causa di questa moria. Abbiamo inviato campioni in Sudafrica, Zimbabwe e Canada per farli analizzare anche nei loro laboratori. Abbiamo già escluso il batterio dell’antrace, malattia detta anche “carbonchio” (dal greco άνθραξ, che significa “carbone”, dal colore nero delle lesioni cutanee che si sviluppano nelle vittime di questa infezione). La strage non può nemmeno essere opera dei bracconieri, in quanto tutte le carcasse sono state ritrovate con le zanne”, ha specificato il direttore e ha aggiunto: “Abbiamo inviato uomini e mezzi nel delta per monitorare da vicino la situazione e tutta la zona viene sorvolata regolarmente anche da piccoli aerei”. Ma i risultati tardano a arrivare. Il Sudafrica ha fatto sapere che il ritardo è dovuto alla pandemia di coronavirus.

Morte di centinaia di elefanti in Botswana

Michael Chase, autore del rapporto pubblicato il 19 giugno e direttore della ONG, ha spiegato che la morte del 70 per cento degli elefanti risale a più di un mese fa, solo il 30 per cento dei decessi sembrano essere recenti (da un giorno a due settimane). Destano preoccupazione anche i pachidermi ancora in vita: sono deboli, letargici, alcuni sono anche disorientati e fanno fatica a spostarsi. La misteriosa malattia colpisce tutti: maschi, femmine, esemplari vecchi e di pochi mesi. “Abbiamo osservato un esemplare che girava in tondo, assolutamente incapace di cambiare direzione, malgrado gli incoraggiamenti ricevuti dal resto del branco”, ha aggiunto Chase.

Dal canto suo il ministero del turismo di Gaborone (la capitale del Botswana), già a maggio aveva detto di aver aperto un’inchiesta sulla strana morte di una decina di elefanti e di aver diramato un avviso alle popolazioni residenti di non consumare la carne dei pachidermi morti; gli addetti ai lavori stanno cercando di bruciare tutte le carcasse.

Gli elefanti in Botswana continuano a morire

La ONG EWB e il governo botswano sono spesso in contrasto tra loro. Nel 2018 Chase aveva denunciato l’uccisione di 90 elefanti e aveva descritto il fatto come il più grave episodio di bracconaggio in Africa. Il governo aveva smentito le cifre della ONG, affermando di aver identificato 53 carcasse e specificando che la maggior parte dei pachidermi era morta per cause naturali o per conflitti tra l’uomo. Il Botswana ospita un terzo degli elefanti in Africa, si stima che attualmente ci siano 130.000 esemplari, 15.000 tra questi vivono nel Delta dell’Okavango, uno degli ecosistemi più insoliti del pianeta.

Nel 1990 la presenza dei pachidermi nel Paese era nettamente inferiore. Allora si contavano solamente poco più di 90.000. Il presidente del Botswana, Mokgweetsi Masisi, in carica dal 1° aprile 2018, ha riaperto la caccia agli elefanti che 5 anni prima era stata vietata dal suo predecessore Ian Khama. Masisi è convinto che la proliferazione incontrollata dei giganti dell’Africa minacci i mezzi di sostentamento, cioè i raccolti agricoli, della popolazione in alcune zone rurali.

Nel 1965 una parte del territorio del delta è stato dichiarato riserva naturale, col nome di Riserva faunistica Moremi (circa 3.000 chilometri quadrati), gestita dalla Fauna Conservation Society di Ngamiland.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Elefanti in vendita: il Botswana mette all’asta lotti per la caccia autorizzata

Kenya, scienziati: per eliminare le locuste, portarle al cannibalismo o mangiarle col kebab

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 5 luglio 2020

In Africa orientale invasa dal giugno 2019 dalle locuste del deserto (Schistocerca gregaria), gli scienziati stanno lavorando duramente per liberarsene. Senza insetticidi. I pesticidi infatti sono efficaci fino a un certo punto ma micidiali soprattutto perché avvelenano acque e suolo.

Locuste in volo
Locuste in volo

All’International Center of Insect Physiology and Ecology (ICIPE ) di Nairobi, in Kenya, hanno trovato vari sistemi per eliminare la piaga di questi ortotteri. In un giorno un solo sciame riesce a divorare cibo che può nutrire 35 mila persone.

La Schistocerca gregaria, è arrivata ormai alla terza generazione grazie alle piogge abbondanti delle aree che ha colonizzato e ai venti favorevoli. Le proiezioni FAO mostrano un’espansione sia verso l’Africa occidentale, nel Sahel, che in India e Pakistan. In Mauritania gli insaziabili sciami sono previsti verso la seconda metà di luglio.

La sperimentazione con i biopesticidi

Da diversi anni gli scienziati ICIPE stanno sperimentando i biopesticidi che siano efficaci per sterminare i famelici ortotteri. Il protagonista e il Metharizium acridum, un fungo che avvelena le cavallette senza creare danni ad altri animali. Oggi è utilizzato con successo in tutta l’Africa ma, secondo l’agenzia Reuters, i ricercatori nella loro banca biologica, stanno lavorando su altri 500 funghi e microbi. L’obiettivo della sperimentazione è scoprire un altro veleno letale per la locusta.

Locuste uccise da Metarhizium acridum
Locuste uccise da Metarhizium acridum (foto:Public Domain Christiaan Kooyman)

A capo dell’equipe di ricercatori ICIPE c’è Baldwyn Torto, responsabile dell’unità di Ecologia comportamentale e chimica. Il loro lavoro è concentrato soprattutto sulla percezione degli odori e feromoni della locusta. Una tecnica simile a quella utilizzata dall’Università di Halle, in Germania. Qui, lo scienziato Hans-Jorg Ferenz sta sperimentando i feromoni che potrebbero modificare il comportamento di accoppiamento delle locuste.

Confondendo gli odori si cannibalizzano

Baldwyn Torto ha spiegato alla Reuters che la chimica delle locuste è fondamentale. “Prima che possano volare hanno un odore particolare che consente loro di rimanere in gruppo. Quando le locuste maturano quell’esalazione cambia”.

Se tra gli ortotteri giovani viene diffuso l’effluvio di un adulto il gruppo impazzisce. “Si disorientano, si dividono e si cannibalizzano a vicenda” – afferma lo scienziato – e diventano ancora più sensibili ai biopesticidi”.

Spiedini di locuste
Spiedini di locuste

Le cavallette ottime col kebab

Si sa che gli insetti sono commestibili anche per il consumo umano e animale e sono ricchi di proteine. L’ICIPE sta progettando speciali reti e una sorta di aspira-cavallette che permette di catturarle in grandi numeri. Gli insetti possono quindi diventare una nutriente farina, oppure olio o, eliminate testa e zampe, essere fritte. Come fanno Uganda dove sono un piatto tipico e vengono vendute come street food e snack da sgranocchiare davanti alla TV.

E nel bar dell’ICIPE, gli chef preparano anche piatti con cavallette che i ricercatori possono degustare fritte con salsa tartara, con verdure e kebab.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Covid aumenta e cavallette continuano a divorare il Corno, a rischio anche Africa occidentale

L’Africa in guerra su due fronti: il Covid-19 e la nuova invasione di cavallette

Guerra alle locuste: in Africa un supercomputer, in Asia 100 mila anatre

In Uganda l’invasione di cavallette è una manna: fritte sono un cibo prelibato

Cavallette, l’invasione si allarga verso il Congo-K a oriente fino all’Iran

Dopo il Corno d’Africa l’orda di cavallette divora anche Uganda, Tanzania e Sud Sudan

Cento miliardi di locuste divorano i raccolti: emergenza in Africa orientale

L’Africa orientale invasa dalle cavallette: responsabili i cambiamenti climatici

In piena emergenza Covid i voli Iran Air sbarcavano gli equipaggi nel focolaio Rimini

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi e Monica A. Mistretta
Riccione, 4 luglio 2020
(English version in here)

I voli della compagnia Iran Air che atterravano all’aeroporto Federico Fellini di Rimini tra l’inizio di febbraio e i primi giorni di marzo, in piena crisi Covid, non erano scali tecnici per il rifornimento di carburante, come dichiarato ad Africa ExPress da Leonardo Corbucci, amministratore delegato di Airiminum 2014, la società che gestisce l’aeroporto internazionale.

La smentita arriva da una fonte iraniana che riferisce ad Africa ExPress i nomi degli hotel di Rimini e Riccione nei quali la compagnia iraniana, dopo aver fatto sbarcare piloti, hostess e personal security, trasferiva tre volte alla settimana l’intero equipaggio utilizzando i servizi navetta della Shuttle Italy Aeroport.

I nomi degli hotel di Riccione dove – secondo le informazioni che abbiamo raccolto dalla fonte iraniana –  hanno soggiornato gli equipaggi della compagnia aerea asiatica sono i lussuosi Mon Cheri, Maestrale, Lungomare (tutti tre del Leardini Group) e Roma.

L’informazione arriva proprio quando i voli della Iran Air hanno ripreso a fare regolarmente scalo a Milano Malpensa. Il primo luglio i voli della compagnia, dal 2018 sotto sanzioni statunitensi, avrebbero dovuto riprendere anche su Rimini, come annunciato agli inizi di giugno dallo stesso Leonardo Corbucci, ma per ora non è accaduto.

In Iran il Covid-19 continua a mietere vittime: ieri, stando alle dichiarazioni di Sima Sadat Lari, portavoce del ministero della Salute iraniano, nel Paese sono stati registrati 2.566 nuovi casi, 154 i decessi. Al 30 giugno la provincia di Rimini con i suoi 2.101 positivi e 252 vittime risultava ancora essere uno dei tre principali focolai italiani, assieme a Codogno e Bergamo. Non è chiaro perché, in un periodo in cui tante restrizioni sui voli restano ancora in vigore in Europa, quelli da Teheran abbiano ripreso non solo in Italia, ma in tutte le capitali e città importanti europee, compresa Londra.

L’Iran Air è stata a lungo sotto sanzioni statunitensi per il suo ruolo nei traffici di armi. In queste ore la tensione tra Teheran e paesi occidentali è alle stelle: il giornale kuwaitiano Al Jarida ha attribuito a un attacco informatico israeliano l’esplosione che all’alba di giovedì ha colpito l’impianto nucleare di Natanz.

La ripresa dei voli su Rimini, oltre ai rischi sanitari, ci farebbe entrare in un ginepraio di atti e ritorsioni da cui qualsiasi Paese preferirebbe starne fuori a meno che non abbia davvero tanto da guadagnare. Non è un caso se proprio in questi giorni ha ripreso a circolare su Sky TG24 l’ipotesi che l’aereo Dc9 Itavia abbattuto su Ustica il 27 giugno 1980 sia stato colpito da caccia israeliani perché trasportava barre di uranio. Il servizio che proponiamo qui sotto – per gentile concessione di Sky – è di Manuela Iatì.

Massimo A. Alberizzimassimo.alberizzi@gmail.com – twitter @malberizzi
Monica A. Mistrettamonica.mistretta@gmail.com – twitter @monicamistretta

Dalla Cina all’Iran e poi in Siria: il coronavirus ha seguito i trafficanti d’armi

Dal massacro dei soldati turchi in Siria al traffico delle armi triangolate in Somalia

 

Coronavirus: Italia bloccata ma i voli con l’Iran continuano ostinatamente

 

Scambio di ostaggi, intrighi, spie, traffici: così il coronavirus viaggia tra Iran e Europa

Coronavirus: Italia bloccata ma i voli con l’Iran continuano ostinatamente

 

Somalia: miliziani al-Shebab scatenati, attentati a Mogadiscio e Baidoa

Africa ExPress
4 luglio 2020

Nelle prime ore di questa mattina Mogadiscio è stata svegliata da una forte esplosione in prossimità del porto.

Secondo quanto riportato da testimoni oculari, un attentatore a bordo di un’auto-bomba ha cercato di forzare il check-point all’entrata dell’area portuale a Mogadiscio. “Siamo stati colpiti da frammenti di detriti metallici e poi abbiamo sentito spari in ogni angolo della zona, che è poi stata circondata dalle forze di sicurezza”, ha precisato una persona che si trovava all’interno dello scalo marittimo.

Abdukadir Ahmed, un poliziotto, ha aggiunto che gli agenti hanno colpito l’aggressore nel momento in cui ha cercato di forzare il posto di blocco e ciò ha provocato l’immediata esplosione della vettura.

Finora le autorità non hanno rilasciato nessun commento ufficiale, sembra comunque che due agenti e cinque civili siano stati feriti. L’attentato non è stato ancora rivendicato, ma si punta il dito sul gruppo jihadista al-Shebab.

Porto di Mogadisco, capitale della Somalia

Mentre nella periferia Baidoa, città di situata 256 km a nordovest dalla capitale Mogadiscio, un ordigno esplosivo ha investito un ristorante dove molti avventori stavano consumando la prima colazione. Dai primi accertamenti sembra che quattro persone siano morte, altri hanno riportato ferite.

E sempre a Baidoa, qualche giorno fa è stato brutalmente assassinato Sharif Mukhtar, un attivista per i diritti umani paralizzato, costretto su una sedia a rotelle; viveva nel campo per sfollati allestito in prossimità della città.

Un’esecuzione in piena regola: “Mukhtar è stato ammazzato di fronte ai suoi familiari”, ha denunciato la ONG SODEN (acronimo inglese per Somali Disability Empowerment Network n.d.r). L’uomo era un militante ben conosciuto nell’ambito della società civile, mentre per i miliziani al-Shebab non era altro che un collaboratore delle autorità.

Infatti, i terroristi hanno parlato di un’operazione mirata contro coloro che cooperano con “l’amministrazione criminale”. Parecchie fonti hanno confermato che in passato Mukhatar avrebbe collaborato con i servizi, attività interrotta già anni fa.

Africa ExPress
@africexp

Il capo del commando che ha rapito Silvia arrestato ma è tornato in libertà

Preparativi di guerra nel Corno d’Africa: Egitto ed Etiopia contro Turchia e Sudan

 

In the Midst of Covid-19 Emergency, Iran Air Flights Disembarked Crews in Rimini outbreak.

Special for Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi and Monica A. Mistretta
Riccione, 4 July 2020
(Versione italiana)

The flights of the Iran Air company that landed at the Federico Fellini airport in Rimini between the beginning of February and the first days of March, in the middle of the Covid crisis, were not technical stopovers for refueling, as declared to Africa ExPress by Leonardo Corbucci, CEO of Airiminum 2014, the company that manages the international airport.

The denial comes from an Iranian source that reports to Africa ExPress the names of the hotels in Rimini and Riccione where the Iranian company, after having landed pilots, hostesses and personal security, transferred three times a week the entire crew using the shuttle services of Shuttle Italy Aeroport.

The names of the hotels in Riccione where – according to the information we have gathered from the Iranian source – the crews of the Asian airline stayed are the luxurious Mon Cheri, Maestrale, Lungomare (all three of the Leardini Group) and Roma.

The information arrives just when Iran Air flights have resumed regular stopovers in Milan Malpensa. On July 1, the company’s flights, which have been under U.S. sanctions since 2018, should have resumed on Rimini as well, as announced in early June by Leonardo Corbucci himself, but so far this has not happened.

In Iran, Covid continues to claim victims: yesterday, according to statements by Sima Sadat Lari, spokesman for the Iranian Ministry of Health, 2,566 new cases were registered in the country, 154 deaths. As of June 30, the province of Rimini with its 2,101 positives and 252 victims was still one of the three main Italian hotbeds, along with Codogno and Bergamo. It is not clear why, at a time when so many flight restrictions are still in force in Europe, those from Tehran have resumed not only in Italy, but in all major European capitals and cities, including London.

Iran Air has long been under US sanctions for its role in arms trafficking. In these hours the tension between Tehran and Western countries is sky-high: the Kuwaiti newspaper Al Jarida attributed to an Israeli cyber attack the explosion that hit the nuclear plant in Natanz at dawn on Thursday.

The resumption of flights over Rimini, in addition to the health risks, would lead us into a quagmire of acts and retaliation from which any country would prefer to stay out unless it really has a lot to gain. It is no coincidence that in recent days the hypothesis that the DC9 Itavia aircraft shot down on Ustica on 27 June 1980 was hit by Israeli fighters because it was carrying uranium rods has resumed circulation on Sky TG24. The reportage we propose below – courtesy of Sky – is by Manuela Iatì.

Massimo A. Alberizzimassimo.alberizzi@gmail.com – twitter @malberizzi
Monica A. Mistrettamonica.mistretta@gmail.com – twitter @monicamistretta

I sudanesi chiedono giustizia e riforme, in migliaia protestano in tutto il Paese

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
3 luglio 2020

Un giovane è morto martedì scorso in Sudan, altri sono stati feriti durante le manifestazioni che si sono svolte contemporaneamente in moltissime città dell’ex protettorato anglo-egiziano. Decine di migliaia di sudanesi hanno chiesto nuovamente riforme e giustizia.

La maxi protesta pacifica, denominata The one milion man march, organizzata da Sudanese Professional Association ha coinvolto non solo la capitale, dove la polizia ha usato gas lacrimogeni per disperdere la folla sulla strada che porta da Khartoum verso l’aeroporto internazionale.

Manifestazioni nelle principali città sudanesi

I manifestanti hanno sfidato il lockdown e hanno affollato i centri di molte città del Paese, da Kassala nell’est fino alle recalcitranti regioni del Darfur, cantando: freedom, peace and justice (libertà, pace, giustizia), slogan del movimento anti-al Bashir.

L’ex despota, Omar al Bashir, è stato spodestato l’11 aprile 2019 dall’esercito sudanese. Attualmente  sta scontando una pena di 2 anni per corruzione in un riformatorio statale. L’anziano ex leader dovrà affrontare molti altri processi, piano piano vengono alla luce tutte le atrocità commesse durante il suo lungo “regno”.

Al Bashir è salito al potere nel 1989, quando, come colonnello dell’esercito sudanese, ha guidato un gruppo di ufficiali in un incruento colpo di Stato militare che ha rimosso il governo del primo ministro Sadiq al-Mahdi. Finora non è stato ancora consegnato alla Corte Penale Internazionale dell’Aja, che già nel 2009 aveva spiccato un mandato di arresto nei suoi confronti per genocidio e crimini di guerra commessi in Darfur.

Ora il popolo chiede giustizia per tutte le vittime uccise durante la sua dittatura e vuole che i responsabili delle violenze, delle oppressioni, vengano processati. I manifestanti si sono rivolti anche al primo ministro Abdallah Hamdok , perchè acceleri la formazione di un Parlamento di transizione, attui quanto prima le riforme promesse,  nomini governatori civili in ogni stato. E infine, gli organizzatori della maxi-protesta hanno specificato che il governo di transizione avrebbe affidato troppi compiti ai militari, che, secondo gli accordi dovrebbero occuparsi solamente della sicurezza e non di questioni economiche e quant’altro.

Libertà, pace, giustizia sono le richieste dei manifestanti

Attualmente il Sudan sta attraversando una profonda crisi economica, la svalutazione del pound sudanese e un’inflazione che ha raggiunto il 100 per cento annuo, hanno messo in ginocchio il Paese. Durante una conferenza virtuale internazionale tenutasi a Berlino una decina di giorni fa, il governo di Khartoum ha ottenuto promesse di finanziamenti per 1,8 miliardi di dollari da partner internazionali, come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, Team Europe (UE e i suoi Stati membri) e altri. La somma dovrà essere destinata alla protezione sociale, sviluppo, lotta contro Covid-19 e aiuti umanitari. Certo, una boccata di ossigeno, anche se il primo ministro aveva chiesto e sperato in aiuti più consistenti.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Sudan: accordo tra militari e società civile per governo di transizione

Sudan, chiusa Al Jazeera mentre continua il braccio di ferro tra la piazza e i militari

Sudan, quando Bashir sbatte in carcere i vecchietti

Iraq, genocidio della Turchia nel Kurdistan: tutti lo sanno ma nessuno lo denuncia

Speciale per Africa ExPress
Rossella Assanti
giugno 2020

Si chiama Claw Eagle, artiglio d’aquila, l’operazione avviata dalla Turchia contro i territori del Kurdistan iracheno. È iniziata all’alba del 15 Giugno, quando 60 aerei da guerra di Ankara hanno bombardato 81 località, comprese Makhmour, Sinjar, Qandil, Zap e Xakurk, zone abitate da civili.

Il presidente del Governo Regionale del Kurdistan, l’entità politica responsabile della amministrazione del Kurdistan iracheno, KRG, Nechirvan Barzani a capo del PDK (Partito Democratico del Kurdistan) ha provato ad alzare la voce chiedendo che “gli scontri vengano portati fuori dalle zone dei civili.” Appello caduto nel vuoto.

“Qui a Zakho (nel governatorato di Duhok ndr) i bambini hanno smesso di dormire serenamente la notte. Hanno paura. La Turchia sta bombardando sulle nostre montagne, non c’è più pace. Iniziamo a temere davvero.” Intervistati, così esprimono i loro timori alcune famiglie yazide presenti nei campi profughi di Zakho. “Abbiamo prima subito la violenza dell’ISIS a Sinjar e ora, dove pensavamo di essere al sicuro, stiamo assistendo ancora una volta ad una guerra assurda.”

Da Sinjar, invece, i civili dicono di star assistendo “A situazioni analoghe se non addirittura peggiori di quanto accadeva quando eravamo sotto le grinfie dell’ISIS.”

Stando alle stesse dichiarazioni del regime turco di Recep Tayyip Erdogan, l’operazione Claw Eagle è stata avviata per “contrastare le forze militari del PKK presenti sulle montagne della regione del Kurdistan Iracheno.”

Truppe turche in perlustrazione

Milizie del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) hanno sempre presidiato alcune zone montuose della regione del Kurdistan dell’Iraq. “Ogni qual volta si avvicinano in villaggi abitati da noi civili, noi stessi diventiamo il bersaglio della Turchia. Eravamo abituati agli scontri tra le due fazioni sulle nostre montagne, ma adesso la situazione sta degenerando e lo dimostra il fatto che Erdogan ha avviato una vera e propria operazione millantando lotta al terrorismo. La verità è che noi ne siamo diventati i bersagli.” Affermano gli abitanti nei pressi di Zakho.

Un generale dei Peshmerga, le forze armate della regione autonoma del Kurdistan Iracheno, intervistato da Africa ExPress ha raccontato il cuore di questa operazione che, inevitabilmente, va a danni dei civili del posto.

Cosa sta accadendo e da cosa è nata l’operazione Claw Eagle contro il Kurdistan?

“Nel 2017, quando ci fu il referendum per l’indipendenza, i tre Stati Turchia, Iran e Iraq ebbero un meeting durante il quale fu stilato un piano. Nel piano erano presenti anche territori curdi sulla quale Iran e Turchia avrebbero avuto un controllo militare strategico. Tra i luoghi vi era il controllo sulla città di Kirkuk e di Afrin. Hanno sempre sostenuto di voler annientare le cellule del PKK presenti in quei posti, ma la loro è sempre e solo stata una sorta di copertura. È risaputo che, alcuni esponenti dell’esercito turco, hanno degli infiltrati all’interno delle guerrilla sulle nostre montagne. È ciò che ha portato alla situazione odierna.”

Qual era il reale intento secondo il tuo punto di vista?

“Attaccare la regione del Kurdistan e annettersi territori. L’Iran e la Turchia stanno muovendo gli eserciti insidiandosi sempre di più all’interno del territorio, non restando ai margini montuosi. Il piano è averne il pieno controllo. Gli intenti tra Turchia, Iran e Iraq sono analoghi. L’Iraq vuole avere il controllo della parte del KRG che include Erbil, Sulaymaniya mentre gli altri due Stati vorrebbero controllare la parte posteriore che si estende dai confini iraniani a quelli turchi. Semplicemente non vogliono la nostra indipendenza e l’unico modo per ostacolarla è distruggerci dall’interno. Quello stipulato tra i tre Stati confinanti è un grande piano a nostro danno.

Attacco dei militari turchi a Makhmour

Come si muoverà il governo del KRG per contrastare questa operazione?

“Ad oggi non abbiamo forze militari ed economiche sufficienti per far fronte a questo disastro. Il Coronavirus è stato impattante per la nostra politica e la regione stessa. Ha solo incrementato la crisi economica, molte delle nostre forze peshmerga sono impiegate anche nel piano di emergenza COVID-19. Non possiamo contare su alleati quali USA o UN. Questo perché tutti stanno combattendo questa dannata crisi pandemica e ci vogliono alte risorse e alleanze per contrastare la forza militare turca. I business che ci legano ai nostri Stati confinanti, che risultano essere anche i nostri primi nemici, sono una lama a doppio taglio. Vorrei solo ci fosse un Kurdistan unito, in grado di poter finalmente reclamare libertà e dare una vita dignitosa al proprio popolo.”

Una pace che tarda a venire, mentre le speranze diventano chimere.

Solo nel governatorato di Duhok sono presenti circa 500.000 sfollati, molti provenienti da Sinjar, ma altrettanti dalla Siria o dal Rojava (Kurdistan Siriano). A Makhmour vi è un campo profughi istituito dall’ONU al fine di proteggere i 13mila rifugiati, aumentati anche dopo che nel 2018 la Turchia la invase commettendo e continuando a commettere massacri ai danni della popolazione civile curda. Un vero e proprio cambiamento demografico è quanto sta avvenendo nella zona ora tra le mani del sultano Erdogan.

Un cambiamento che ora sembra aver perso tutti i confini, espandendosi in maniera virulente e violenta. Lo dimostrano i continui crimini di guerra e contro l’umanità che si consumano a cielo aperto non solo ad Afrin e villaggi limitrofi ma anche a Makhmour, dove la Turchia non perde occasione di mostrare violenza bruta continuando a bombardare un luogo ormai sotto la protezione di nessuno e dove le Convenzioni DI Ginevra sono carta straccia.

I verdi e montuosi orizzonti del Kurdistan Iracheno, ora si trasformano in nuvole di fumo nero, fuoco ardente. E l’alba quasi non ha più il sapore del pane caldo cotto per strada e del çay caldo che fuma verso un cielo dalle sfumature mozzafiato, ma ha l’odore della guerra, quella che nessun curdo vorrebbe più assaporare. Quella terra fatta di musica, colori, tradizioni, religioni, dialetti, profumi che si mescolano ad un unico sogno che li unisce e che ora si dissolve sempre più, risucchiata dalla paura e dalle bombe che risvegliano una storia fatta di incubi.

Rossella Assanti
twitter @rossellaassanti

Etiopia: manifestazioni, morti e feriti dopo l’uccisione di un popolare cantante oromo

Speciale per Africa-exPress
Cornelia I. Toelgyes
1° luglio 2020

Il cantante oromo Hachalu Hundessa è stato ucciso e i suoi fans sono scesi in piazza per protestare. La folla ha persino cercato di impedire che la salma lasciasse l’ospedale alla volta di Ambo, una cittadina a ovest della capitale, e ha chiesto funerali di Stato. L’artista è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco mentre era a bordo della sua auto lunedì notte in un quartiere periferico di Addis Ababa, la capitale dell’Etiopia.

Hachalu aveva 34 anni, ed era un cantante assai famoso. Era di etnia Oromo, il maggiore gruppo etnico dell’Etiopia che rappresenta il 32 per cento della popolazione. Non si conoscono ancora i dettagli del suo assassinio, le indagini della polizia sono ancora in corso; un portavoce ha fatto sapere che diversi sospettati sono stati già fermati dagli agenti. Per i giovani e meno giovani era un idolo, con le sue canzoni aveva denunciato tutte le ingiustizie che il suo popolo è stato costretto a subire. Alle 21.30 di lunedì scorso la sua voce è stata messa a tacere. Per sempre.

Il primo ministro Abiy Ahmed, oromo pure lui, ma fortemente contestato dal suo stesso gruppo etnico, ha espresso pubblicamente il suo dolore per la perdita di una vita tanto preziosa. A nulla sono valse le sue parole. I seguaci di Hachalu sono scesi nelle strade e nelle piazze, alcuni hanno persino cercato di impedire che la salma lasciasse l’ospedale alla volta di Ambo, a ovest della capitale, hanno chiesto funerali di Stato per l’idolo del popolo oromo.

Il cantante oromo, Hachalu Hundessa

Da quel momento in poi la situazione è precipitata nella capitale. Durante tutta la mattinata di martedì si sono sentiti spari ovunque. La polizia ha usato gas lacrimogeni per disperdere la folla. L’accesso a internet è stato bloccato in gran parte del Paese e risulta persino difficile effettuare telefonate. La polizia federale ha fatto sapere che nella tarda serata di ieri è stato arrestato Jawar Mohammed, un leader dell’opposizione molto popolare e il più critico nei confronti del governo. Jawar è anche uno dei fondatore della piattaforma Oromia Media Network (OMN), con base negli USA, e che diffonde principalmente via Facebook. Oltre a lui, sono state fermate un’altra trentina di persone. Nella macchina di Jawar sono state trovate armi e munizioni, nonché 9 trasmettitori radio. Il materiale è stato ovviamente sequestrato.

La situazione è tesa in tutto il Paese, le proteste si sono estese quasi ovunque: a Adama, una novantina di chilometri a sud-est di Addis Ababa, 5 persone sono morte, mentre altre 75 sono state ferite durante le manifestazioni, ma il numero delle vittime, compresi alcuni poliziotti, continua a salire. Martedì anche nella capitale è stato ucciso un agente e un numero imprecisato di persone ha riportato lesioni causate da tre esplosioni.

Abiy Ahmed, primo ministro etiopico

A Harar Jugol, città che si trova nella parte orientale dell’Etiopia, nell’odierna regione dell’Harari, i manifestanti hanno persino abbattuto la statua di Ras Makonnen Wolde Mikael, il padre di Haile Selassie, l’ultimo imperatore dell’Etiopia. La statua rappresenta il Ras su un cavallo: era un importante militare e governatore della provincia di Harar nel 19esimo secolo, durante il regno dell’imperatore Menelik II.

Statua di Ras Makonnen Wolde Mikael

Perchè proprio questa statua? In una recente intervista concessa a una TV locale, Oromia Media Network, il cantante aveva detto che la gente dovrebbe ricordare che tutti i cavalli montati da vecchi leader appartengono al popolo.

La situazione attuale in Etiopia è molto tesa e non solamente per la morte del cantante e le proteste. I fatti coincidono con il rinvio delle elezioni presidenziali che si sarebbero dovute tenere a agosto, ma posticipate a causa della pandemia. Sarebbe stato il primo test elettorale per Abiy, premio Nobel per la Pace 2019, salito al potere nel 2018, dopo le dimissioni di Hailé Mariàm Desalegn.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

In Etiopia la repressione colpisce gli oromo: almeno dieci morti e venti feriti

Mozambico, weekend di terrore: morti e feriti per attacco jihadista a impianti gas

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 1 luglio 2020

Sabato scorso, nel nord del Mozambico, è stato l’inizio di un orrendo fine settimana di guerra. Secondo fonti di sicurezza mozambicane, all’alba, gruppi jihadisti hanno invaso, sparando all’impazzata, la città portuale di Mocimboa da Praia. Centinaia di persone terrorizzate hanno abbandonato la città a piedi e in barca.

Mappa che indica l'attacco jihadista a Mocimboa da Praia (Courtesy: GoogleMaps)
Mappa che indica l’attacco jihadista a Mocimboa da Praia (Courtesy: GoogleMaps)

Testimoni locali, prima che cadessero le comunicazioni, hanno confermato che i ribelli sono entrati da diversi punti della città. Hanno anche raccontato che ci sono morti e feriti. Una fonte della polizia ha sostenuto all’agenzia Reuters che l’attacco è stato “molto violento”.

Elicotteri dei mercenari in aiuto all’esercito mozambicano

La risposta mozambicana è arrivata dal cielo con tre elicotteri della Dyck Advisory Group (DAG), in ritardo, per scarsa visibilità per le nuvole sulla città. Secondo il giornale sudafricano Daily Maverick  due elicotteri Gazelle e un Bell 407 arrivati su Mocimboa hanno sparato su 12 ribelli. Ci sarebbero anche 13 feriti e un militare mozambicano morto.

Il gruppo sudafricano di contractor DAG, dall’inizio dell’anno ha sostituito i mercenari russi del Wagner Group nella lotta al terrorismo a Cabo Delgado. Molto più esperti dei russi, soprattutto perché conoscono il territorio, finora hanno perso due velivoli. All’inizio di aprile un elicottero Gazelle è stato abbattuto dai jihadisti e il 15 giugno un aereo leggero Bat Hawk è precipitato durante una ricognizione.

Elicottero Gazelle utilizzato contro l'attacco dei jihadisti a Cabo Delgado, in volo sul Canale del Mozambico
Elicottero Gazelle utilizzato contro l’attacco dei jihadisti a Cabo Delgado, in volo sul Canale del Mozambico

Jihadisti più organizzati e meglio armati

L’attacco jihadista di sabato scorso è attribuito ad Al Sunnah Wa-Jama (ASWJ) chiamati dalla popolazione al Shebab, recentemente affiliati all’ISIS. Negli ultimi tempi il terrorismo islamico pare più organizzato e più pericoloso. E anche meglio armato. Dai machete degli attacchi del 2017, sono passati ai kalashnikov (AK47), lanciagranate e, nell’assalto di sabato scorso, anche ai bazooka.

L’attacco del 27 giugno è il quarto a Mocimboa da Praia dall’inizio della sovversione nell’ottobre 2017. Il 28 maggio i jihadisti hanno invaso la cittadina di Mocomia e ne hanno tenuto il controllo per tre giorni mentre il 23 marzo, a Quissanga, hanno issato la bandiera nera nella stazione di polizia distrutta.

La violenza jihadista in Mozambico preoccupa anche i Paesi confinanti. Su richiesta del presidente mozambicano, Filipe Nyusi, la Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Australe (SADC- Southern African Development Community) si è riunita il 19 maggio. Ma ha espresso solo solidarietà visto che le risorse sono utilizzate contro il Covid-19.

La penisola di Afungi, sede delle multinazionali del petrolio, a sud di Palma (Courtesy: Google Maps)
La penisola di Afungi, sede delle multinazionali del petrolio, a sud di Palma (Courtesy: GoogleMaps)

Giacimenti di gas meno sicuri

L’area dei giacimenti di gas di Palma, al confine con la Tanzania, diventa sempre meno sicura. Non a caso le multinazionali petrolifere hanno chiesto più militari a protezione dell’area. Si tratta di un progetto messo in discussione da Amici della Terra Mozambico e Justiça Ambiental, ong che accusano governo e aziende di distruzione ambientale, e di impoverire e militarizzare Cabo Delgado. Finora per il gas sono stati investiti oltre 53 miliardi di euro e sono presenti ENI, ExxonMobil e Total. ENI ed ExxonMobil inizieranno la produzione nel 2022. A seguire, Total nel 2024.

Un business miliardario che il governo del presidente Nyusi, deve difendere ad ogni costo per salvare la fragile economia dell’ex colonia portoghese.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

 

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Vittoria progressista: il Gabon cancella la legge che punisce l’omosessualità

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
30 giugno 2020

Il Senato del Gabon ha seguito le orme dei deputati del Parlamento. Lunedì anche i senatori hanno espresso parere favorevole alla depenalizzazione dell’omosessualità.

Persecuzione degli omosessuali in Tanzania
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Anche il Senato ha votato una modifica del codice penale che lo stesso aveva introdotto meno di un anno fa.

Di fatto i rapporti tra due persone dello stesso sesso non erano vietati in Gabon fino a luglio 2019; solamente con l’introduzione dell’emendamento omofobo voluto dalla Camera Alta era diventato un reato, passibile con 6 mesi di prigione e un’ammenda di 7.600 euro.

Lunedì 59 senatori hanno approvato la soppressione dell’emendamento , 17, invece, i contrari, mentre 4 si sono astenuti.

La scorsa settimana all’Assemblea nazionale, controllata dal raggruppamento politico al potere, (Partito Democratico Gabonese, PDG), 48 deputati hanno espresso parere favorevole, 24 i contrari, 25 gli astenuti. Al dibattito era presente anche il ministro della Giustizia, Julien Nkoghe Bekale.

Se nelle aule parlamentari i dibattiti sono stati piuttosto accesi, nelle strade, sui media e sui social network si continua a discutere sulla depenalizzazione e parte della popolazione è tutt’altro che favorevole all’abolizione della legge omofoba. Della stessa opinione sono un partito d’opposizione, il clero e persino la maggioranza presidenziale giacché ritengono che l’omosessualità sia contraria agli usi e costumi della società gabonese. Alcuni si sono spinti anche oltre, affermando che la proposta tanto appoggiata dal governo stesso, sia solo un modo per accontentare donatori e finanziatori occidentali.

Ali e Sylvia Bongo Odimba

Anche la first lady, Sylvia Bongo Ondimba (francese di nascita), moglie del presidente Ali Bongo Ondimba, sostiene senza se e senza ma la depenalizzazione dell’omosessualità e lunedì la sua associazione ha postato su twitter: “Le nostre differenze sono la nostra ricchezza. Essere tolleranti significa accettare di vivere insieme malgrado le nostre differenze”.

Gli appartenenti alle comunità LGBT (termine collettivo per riferirsi a persone Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender) non hanno vita facile in oltre metà dei Paesi africani. Tra questi alcuni non solo vietano e reprimono rapporti tra lo stesso sesso, ma è in vigore persino la pena di morte per i trasgressori.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes