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Niger, morto Maman Abou il giornalista che mi accompagnò al mercato degli schiavi

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Speciale per Senza Bavaglio
Massimo A. Alberizzi
15 luglio 2020

Colpito un paio d’anni fa da un ictus dal quale non si era mai più ripreso è morto a Niamey, capitale del Niger, Mamane Abou, il giornalista che aveva rivoluzionato la stampa e l’editoria nel suo Paese. Pur essendo membro del partito al potere dalle pagine del suo giornale Le Républicain non disdegnava pesanti critiche al governo e all’establishment, accusato di corruzione e distrazione di fondi pubblici.

Maman Abou, giornalista nigerino

Di nazionalità tuareg attaccava spesso la sua tribù che accusava di perpetrare ancora la vecchia e disumana pratica ancestrale dello schiavismo.

In questa veste mi ha aiutato molto, quando ho visitato il Niger i villaggi sahariani alla ricerca di uno schiavo o di una schiava da comprare e liberare. Mi aveva procurato i contatti per entrare al mercato clandestino dei dannati a Tchintabaraden, un villaggio del Niger centrale.

Gli articoli che ho scritto allora li ripubblichiamo di nuovo qui e li dedico al mio amico Maman Abou, a ricordo della sua lotta per l’emancipazione dei più poveri e diseredati.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com

Niger, quando gli schiavi non vogliono essere liberati

Massimo Alberizzi FrancobolloDal nostro inviato
Massimo A. Alberizzi
Abalak (Niger centrale), 23 agosto 2005

Le donne vestite di nero, con la pelle scurissima e il volto incorniciato da un paio di orecchini e da una collanina d’oro, si avvicinano all’auto sorridenti. Vogliono vendere panetti di formaggio di capra. L’autista, Addu, ne è goloso e ne acquista un paio. “Queste sono le schiave dei tuareg – spiega –. Il ricavato di ciò che vendono finisce direttamente nelle tasche dei loro padroni che le ricompenserà con un paio di pugni di miglio in più”.

DSCN0053Ajudat, 35 anni, rimane stupita e sorpresa quando le chiedo – attraverso Addu che fa da interprete – di poterle rivolgere alcune domande. “Questo capo bianco vuol parlare con me che sono una taklit, una schiava?”. “Vorrebbe portarti via e liberarti a Niamey” (la capitale del Niger, ndr)>, le risponde l’autista. Lei scoppia in una risata. “E il padrone? Chi glielo dice al padrone? E poi che ci vado a fare laggiù? Il marabù mi ha detto che se scappo, o denuncio il mio maitre, Allah mi trasformerà in una capra e poi addio al paradiso che mi aspetta dopo la morte. No, no, questo è il mio posto e io resto qui”.

Il marabù è il gran sacerdote che da queste parti ha saputo coniugare i precetti dell’islam con quelli delle più antiche tradizioni animiste africane. Il risultato è strabiliante: all’inizio del terzo millennio, giocando sulla superstizione, sui tabù e sulle disgrazie umane, il marabù riesce a far credere agli schiavi che la loro condizione è una benedizione di Dio e quindi va accettata perché non durerà in eterno: chi si rassegna alla volontà di Allah, alla fine verrà ricompensato, dopo la morte, con il paradiso. Quello sì che durerà in eterno! Chi si ribella in vita, invece sarà punito e andrà all’inferno.

Ma il vero inferno, per gli schiavi, intanto è quaggiù. La loro vita è crudele e scandita dall’obbedienza e dal lavor

DSCN0076Si calcola che in Niger ci siano 870 mila schiavi – al servizio delle tre grandi tribù: i poel, i djermà e i tuareg, ma non della quarta, gli hausa – su 13 milioni di abitanti. Le condizioni di vita di questi poveracci sono disumane: le donne ogni giorno percorrono chilometri e chilometri nel deserto infuocato di sabbia per raggiungere un pozzo, caricare gli otri d’acqua, tornare a casa e poi rigovernare e cucinare; gli uomini badano agli animali, raccolgono la legna, montano e smontano tende e capanne durante le migrazioni dei padroni nomadi. Riposo è un termine sconosciuto, come, per altro, scuola, salario, medicine, diritti… Lo schiavo si sveglia per primo e va a dormire per ultimo. La disobbedienza viene punita con la severità necessaria a servire d’esempio. Insulti, botte violenze e poi stupri per le donne e castrazione per i maschi particolarmente riottosi.

I marabù, naturalmente, sono quelli che posseggono il maggior numero di schiavi. I padroni, pelle bianca, hanno nomi arabi; gli schiavi, pelle nerissima, come il carbone, nomi africani. Ma ci sono anche padroni della pelle nera e dai nomi africani che comandano neri come loro.

In Niger è rimasta soltanto la schiavitù ereditaria e per via materna. Formalmente anche quella è vietata dalla legge; sostanzialmente i bellà (o taklit, come vengono chiamati a seconda delle tribù) vivono in condizioni di plagio psicologico che si può riassumere così: “Siamo nati per servire e moriremo servitori”, nella fanatica convinzione di andare in paradiso dopo la morte.

Weila Ilguilas è il presidente dell’organizzazione Timidria (“Solidarietà e fraternità” in tamashek, la lingua tuareg) che dal 1991, lotta contro la schiavitù in Niger. Timidria, riconosciuta da Anti-Slavery International, è assai critica con il governo del Niger e con il suo presidente Mamadou Tandja (uno dei pochi eletti democraticamente in Africa): “Combatte lo schiavismo solo a parole, in realtà non solo lo tollera, ma non favorisce le pratiche per abolirlo e liberare chi è senza libertà, spiega Weila.

In febbraio scorso Weilà è stato messo in carcere per 48 giorni, accusato di aver distratto i fondi della sua organizzazione. “Tutto falso. Volevano solo intimidirci. Infatti le accuse sono cadute e mi hanno liberato senza processo”. Poi mostra una lettera che sarebbe all’origine dell’arresto. La scrive Arrissak Amdagh, capo tuareg del raggruppamento nomade di Tahabanatt. Su carta intestata “Repubblica del Niger – Regione di Tillabery”, datata 28 settembre 2004, il leader tribale annuncia ”la decisione solenne di abolire ufficialmente tutte le pratiche di schiavitù, come sancito dalla legge” e quindi di liberare “più di 7000 persone considerate come schiave”.

DSCN0050Arrissak – che quindi ufficialmente sostiene per iscritto: “Qui esistono gli schiavi”, cosa sempre negata dal governo – chiede l’aiuto di Timidria “per il reinserimento nella società di queste vittime”. La sua iniziativa ha indispettito il governo, giacché molti dei suoi membri – secondo l’organizzazione – si servono di schiavi. “Temono che qualcuno possa imitare gesti come questo e che i bellà prendano coscienza delle proprie condizioni e si ribellino. Da qui il tentativo di screditarci”.

Naturalmente la grande cerimonia programmata per la liberazione il 25 febbraio è stata annullata e i 7000 disgraziati sono rimasti ancora sotto il loro padrone.

Maman Abou è figlio del capo tuareg di una potente tribù che vive vicino a Niamey dirige il giornale progressista e antigovernativo Le Républicain: “Mio padre aveva un numero enorme di schiavi, uomini donne bambini”, racconta. Duecento? “No, no, molti di più. Ma facevano parte della famiglia. Noi, figli del padrone, giocavamo con loro e con i loro figli, che venivano a scuola con noi. Mio padre ha creato le condizioni perché potessero essere affrancati, ha cominciato a pagar loro un salario, a permettergli il possesso delle loro cose e infine ha loro detto:’ se volete potete andare via’. Pochi se ne sono andati. Ma la seconda generazione, cioè i loro figli hanno quasi trovato una propria strada e se ancora lavorano per la mia famiglia sono pagati, hanno le loro case e non devono scattare a ogni ordine. Soprattutto non hanno più paura di diventare una capra”. Ride Maman Abou, ma non tutte le famiglie tuareg sono come la sua.

E’ vero non esiste più il mercato pubblico degli schiavi, ma il loro commercio è ancora vivo anche se clandestino. Vengono regalati o venduti sottobanco e nella loro vita possono passare da un padrone all’altro. Le famiglie dei signori, gli imijighane, i ricchi, i nobili che vengono prima solo dei marabù, riconoscono e disprezzano chi appartiene alla classe “ inferiore e negletta” degli schiavi.

Nei villaggi del Niger colpiti dalla carestia, il cibo sta pian piano arrivando, grazie agli sforzi del World Food Programme, l’agenzia dell’Onu che opera nelle aree più disastrate del pianeta. Un sacco o due a famiglia, utili per sfamare i padroni. Nulla è previsto per gli schiavi. Per loro restano solo le briciole.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Le foto sono di Massimo A. Alberizzi

Niger, a colloquio con gli schiavi: ”Cos’è la libertà”?

Dal nostro inviato
Massimo A. Alberizzi
Tchintabaraden (Niger), 29 Giugno 2004

“No, signore. Io sono una taklit, una schiava. Non posso venire via con te. Appartengo al mio padrone”. Ma chi è il tuo padrone? “Si chiama Mussa ed è capo villaggio a Garò. E’ lui che decide dove posso andare”. Altana Algamis dice di avere 35 anni. I suoi occhi sono neri come il carbone e penetranti come una spada. La incontro davanti a un pozzo, a un’ottantina di chilometri da Tchintabaraden, un villaggio tuareg in Niger, arrostito dal sole, nella cintura semidesertica del Sahara meridionale.

DSCN0068Prende l’acqua assieme ad altre donne, alcune più giovani, che hanno il loro bimbo attaccato alla schiena come fanno tutte le mamme africane. “Se vieni con noi potrai avere un tuo lavoro, un giorno di riposo alla settimana e poi soprattutto la tua libertà”, le spiega Amaloz Al Gamiss, che fa da interprete dal francese alla lingua tamashek, quella dei tuareg. “Cos’è la libertà? – chiede lei tranquilla –. Qualcosa che si mangia?”.

Le altre donne, colpite da quella conversazione, si avvicinano, scoppiano a ridere perché non capiscono di cosa stia parlando quello straniero che ha la pelle bianca (ma loro dicono rossa) identica a quella dei loro padroni. Altana, hai un marito? “Sì, certo. Si chiama Wassididan ed è schiavo anche lui. Alleva gli animali del nostro maître”. Chi ha deciso che dovevate sposarvi? I vostri genitori? Altana scoppia in una risata. “Il padrone, naturalmente. E’ lui che ha stabilito anche la dote”. Beh, allora ti ha dato qualcosa. “Sì. Ha disposto una dote di 4 capre”. Che vi siete spartite tu e Wassididan? “No, noi non possiamo possedere nulla. Tutto quello che abbiamo appartiene al padrone”. Quindi anche le capre! “Certo. Infatti dopo avercele date, se l’è riprese”.

E la collanina di perline che hai al collo? E gli orecchini? “Me li ha regalati il padrone, ma sono suoi”. E i due figli Al Kassan e Agali? “Sono grandi ormai. Non so bene dove siano finiti. Probabilmente in Libia”. Sono scappati o sono stati venduti? “Non lo so”. Cos’è la Libia? “Qualcosa che è lì, oltre l’orizzonte. Li aspetto perché un giorno torneranno”.

DSCN0069Amaloz insiste per farla partire con noi. “Andiamo a prendere tuo marito nella piana dove sta pascolando gli animali, abbandonate tutto e venite via con noi. A Niamey troverai in lavoro. Cos’è che desideri di più? “Dormire. Vorrei poter non alzarmi alle quattro del mattino e andare a coricarmi alla sera tardi”.

“Allora vieni con noi”, incalza Amaloz. E lei scuotendo la testa, spaventata, preoccupata e abbandonando il suo cordiale sorriso: “Io conosco solo questo posto. Se mi allontano avrò sicuramente grandi problemi. Il marabù mi ha detto che non posso lasciare il padrone altrimenti potrei morire o essere trasformata in animale. Io non voglio diventare una capra”!

Il marabù è il gran sacerdote del villaggio. Una sorta di imam musulmano che ha “ereditato” i poteri magici dalla stregoneria animista africana, più efficaci, da queste parti, di quelli del Profeta. E’ lui che considera gli schiavi una benedizione di Dio e che, così, ne giustifica l’esistenza. I marabù, in effetti, sono quelli che posseggono il maggior numero di schiavi.

Loro e la loro famiglia non fanno nulla. Non muovono un dito. Esercitano solo il potere assoluto su una moltitudine di poveracci che dipendono in tutto e per tutto da loro: donne che percorrono chilometri e chilometri nel deserto infuocato di sabbia per raggiungere un pozzo, caricare gli otri d’acqua, tornare a casa e poi rigovernare e cucinare; uomini che badano agli animali, raccolgono la legna, montano e smontano tende e capanne durante le migrazioni dei padroni nomadi.

DSCN0052La vita degli schiavi si può riassumere in due parole: obbedienza e lavoro. Condizioni terribili nelle quali l’uomo è ridotto a una macchina.. Riposo è un termine sconosciuto. Lo schiavo si sveglia per primo e va a dormire per ultimo. La disobbedienza viene punita con la severità necessaria a servire d’esempio. Per i maschi è prevista perfino la castrazione.

Aljaoudat ha 25 anni. Seduta su un asino traballante sta portando a casa gli otri stracolmi d’acqua. All’inizio nega di essere una schiava ma viene tradita dagli abiti, neri, e dai monili fatti con perline colorate. Sembra quasi un’uniforme quella che indossano le donne senza libertà, ben diversa dai multicolori vestiti e dagli orecchini e collane d’oro o d’argento delle loro padrone.

Così Aljaoudat racconta la sua vita. “Sono nata schiava e Dio mi ha creato per questo. Quando avrò finito questa vita, finalmente raggiungerò il paradiso che mi è stato promesso. I miei genitori erano schiavi di Muala Mugaiala, il mio padrone che ora comanda su 200 persone: 100 uomini, 50 donne e 50 ragazzi. Sai, è una persona importante – aggiunge senza nascondere una punta d’orgoglio -. Lui va sempre a Niamey a parlare con i ‘capi’”.

Aljaoudat non ha mai visto una televisione e non sa bene cosa sia l’energia elettrica. In compenso sa accendere uno scoppiettante fuoco sbattendo per meno di mezzo minuto due pezzi di selce.

DSCN0068Il padrone di Idiokul si chiama invece Abdullahi: “Ogni tanto fa le feste con i suoi amici e alla fine chiede loro di appartarsi con noi, così ci mettono incinte e partoriamo un altro schiavo”. Lo schiavismo, infatti, in Niger è soltanto ereditario. I figli degli schiavi sono schiavi, mentre nessun altro può essere ridotto in schiavitù.

Ma com’è la tua vita? “Mi alzo prima dell’alba e preparo il the e la colazione per il padrone le sue due mogli e i loro figli. Poi vengo al pozzo e ci metto parecchio tempo”. Quante ore? “Cos’è l’ora?”. Va bene continua. “Quindi torno a casa e cucino, spazzo le tende in continuazione perché sabbia e polvere qui entrano dappertutto. Per tutto il giorno, ma anche la notte, eseguo gli ordini dei miei padroni. Scatto appena mi chiamano e questo può accadere in qualunque momento”.

E se non scatti? “La punizione può essere terribile. Abdullahi mi picchia o mi lascia senza mangiare o mi fa accoppiare con un uomo diverse volte in un giorno. Sono sommersa poi dagli insulti, anche se non disubbidisco”. Hai mai pensato di scappare? “E perché mai? Io eseguo solo la volontà di Dio. Certo mi pesa un po’, però prima o poi finirà”.

DSCN0107Se si ammalano, gli schiavi lavorano lo stesso e nessuno passa loro una medicina. I vecchi che hanno perso le forze e non servono più, in caso di malattia vengono lasciati morire. E’ un’ottima occasione per sbarazzarsi di una bocca famelica che, comunque, secondo il Corano, deve essere sfamata. Il libro sacro dei musulmani – raccontano da queste parti – impone ai fedeli di Allah di trattare bene gli schiavi e di non far loro mancare nulla, salvo la libertà.

Weila Ilguilas è il presidente dell’organizzazione Timidria (“solidarietà in lingua tamashek), che lotta contro la schiavitù in Niger : “I padroni – spiega – hanno tutti nomi islamici Mohammed, innanzitutto, Ali, Abdulkadir e così via. Gli schiavi nomi africani. Quando un bimbo nasce in schiavitù è il proprietario del padre che gli dà il nome che, quindi, non può accettare che si chiami come il proprio figlio”.

Timidria – nata nel 1991 e riconosciuta da Antislavery International, con sede a Londra – ha calcolato che in Niger vivano 870 mila schiavi su una popolazione di 11 milioni d’abitanti. Tutte le più grandi tribù la esercitano (i tuareg, i djermà, i poel) tranne gli hausa. La pratica è vietata dalla legge.

L’ultimo di una lunga serie di decreti – tutti per altro il gran parte inapplicati – che puniscono chi se ne serve è stato promulgato il 7 aprile scorso. “Non basta una legge per abolire la schiavitù – aggiunge Weilà -. Occorre creare le condizioni economiche perché gli schiavi possano diventare liberi. Oggi il loro padrone è per loro una protezione: mangiano tre volte al giorno e questo ai loro occhi giustifica maltrattamenti e angherie”.

DSCN0075In teoria uno schiavo potrebbe lasciare la casa in cui vive, salutare, prendere la porta e andarsene. Invece, di fatto, non può farlo. Fuori di lì c’è l’incognita di un mondo sconosciuto e misterioso che, grazie a credenze, superstizioni e tabù, terrorizza. Chi “ha scelto la libertà”, inoltre, viene visto come un traditore perfino dagli stessi ex compagni, tenuti uniti e soggiogati da fortissimi legami psicologici.

“Oggi non si deve pensare che gli schiavi siano tenuti incatenati con ceppi e ferri – chiarisce Weilà -.  Lo schiavismo, piuttosto, è un atteggiamento mentale, congeniale agli interessi dei proprietari. Il governo non fa nulla per affrancarli perché i suoi membri sono i primi a servirsene. Le loro case sono piene di servitori e di famigli che non ricevono alcun salario e debbono solo obbedire agli ordini. Non esiste più il mercato degli schiavi ma il loro commercio è ancora vivo anche se clandestino. Vengono regalati o venduti sottobanco e nella loro vita possono passare da un padrone all’altro. A questi esseri che vivono in uno stato subumano vien fatto credere che Dio li abbia creati solo per servire. Appartengono a una casta dalla quale non si può uscire neppure una volta riacquistata la libertà. Le famiglie dei padroni, gli imijighane, i ricchi, i nobili che vengono prima solo dei marabù,  riconoscono e disprezzano chi appartiene alla classe “ inferiore e negletta” degli schiavi. E’ una forma ignobile di razzismo e per giustificarla si chiama in causa Allah, che, invece, non c’entra proprio nulla. Occorre dire basta a questa ignobile pratica. Non è concepibile che mentre l’uomo va sulla luna, qui ci sia ancora gente costretta alla schiavitù”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

 Le foto di questo gruppo di schiavi sono di Massimo A Alberizzi. La seconda è il ritratto di Altana Algamis

Mali: cadono le prime teste del potere, ma la situazione resta tesa a Bamako

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Africa ExPress
14 luglio 2020

Karim Keïta, figlio del Capo di Stato maliano, Ibrahim Boubacar Keïta, ha rassegnato le dimissioni come presidente della commissione parlamentare Difesa. La notizia è stata resa pubblica ieri sera. Karim occupa questo incarico da tempo, ben prima delle contestate legislative dello scorso aprile e gli è stato riaffidato dopo la sua rielezione. Il giovane è stato eletto per la prima volta al Parlamento nel 2013. Continuerà a mantenere il suo seggio e resterà nella commissione come semplice membro.

Il giovane Keïta è stato fischiato ripetutamente insieme a altri durante le manifestazioni a Bamako, in particolare nell’ultima di venerdì scorso, sfociata in gravi disordini e scontri tra dimostranti e forze dell’ordine e della  sicurezza.

Karim Keita, deputato e figlio del presidente maliano

I manifestanti avevano usato poster con immagini di Karim che lo riprendono con amici in compagnia di donne in abiti succinti. Il figlio del presidente ha assicurato che viaggi e feste non sono stati a carico del contribuente.

Il rampollo di casa Keïta ha dichiarato che dall’inizio delle contestazioni il Movimento 5 giugno si è accanito contro di lui. Ma si dice convinto che le vere cause di questa rabbia va cercata altrove, è persuaso di essere vittima di un “delitto patronimico”.

Mali, manifestazioni nella capitale

Infatti, dalla creazione del Movimento 5 giugno, Karim è stato spesso criticato dai membri dell’organizzazione che chiedono con veemenza le dimissioni di suo padre e denunciano corruzione, cattiva governance, accaparramento del potere da parte di clan.

Ieri sera sono stati liberati militanti e leader del Movimento, arrestati lo scorso fine settimana, ma la situazione resta sempre tesa a Bamako, la capitale del Paese, teatro dei violenti scontri di questi giorni.

L’ex presidente nigeriano, Goodluck Jonathan è stato nominato inviato speciale di ECOWAS (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentali) per agevolare il dialogo tra tutte le parti in causa: il presidente maliano, leader dell’opposizione, religiosi, esponenti della società civile.

Africa ExPress
@africexp

Terroristi in azione in Mali: scontri, agguati e bombe situazione sempre più difficile

Dura repressione in Mali: la condanna dell’ONU e dell’Unione Africana

Dura repressione in Mali: la condanna dell’ONU e dell’Unione Africana

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
13 luglio 2020

L’Organizzazione delle Nazioni Unite e l’Unione Europea hanno aspramente criticato il governo maliano per le forze messe in campo per reprimere la contestazione di questo fine settimana e chiedono la liberazione immediata di tutti leader dell’opposizione.

Mali, manifestazioni nella capitale

In un comunicato pubblicato nella tarda serata di domenica, MINUSMA (Missione di pace dell’ONU in Mali), UE, Unione Africa e ECOWAS (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentali) hanno espresso il loro disappunto per i vandalismi perpetrati dai manifestanti, ma hanno sopratutto puntato il dito contro le autorità di Bamako e hanno chiesto al governo di aprire immediatamente un dialogo politico con il Movimento 5 giugno e i partiti all’opposizione.

L’imam Mahmoud Dicko, figura centrale del movimento di contestazione contro il presidente del Mali, Ibrahim Boubacar Keita, ha richiamato i manifestanti alla calma dopo due giorni di violenze, che hanno lasciato sul campo 11 morti. Tra venerdì, giornata della terza protesta a Bamako – organizzata dal Movimento 5 giugno, che raggruppa membri della società civile, partiti dell’opposizione e religiosi, in particolare il Coordinamento CMAS, guidato da Dicko – e domenica, sono state ferite anche oltre 120 persone.

Manifestanti chiedono dimissioni del presidente Keita

Malgrado l’invito alla calma rivolto all’ora di pranzo, nel pomeriggio centinaia di aderenti al movimento erano ancora nelle strade della capitale e diversi punti stradali strategici della città erano bloccati da pneumatici dati alle fiamme. Secondo quanto riferito da Agence France Presse, nella V munipalicità di Bamako un tribunale e un seggio di quartiere del partito del presidente, simboli del potere, sono stati saccheggiati.

Ieri sera comunque non ci sono stati più interventi diretti da parte delle forze dell’ordine, che i due giorni precedenti aveva sparato contro la folla. Ma la situazione era ancora tesa. Sabato, infatti, la polizia non aveva fatto sconti a nessuno nelle strade del quartiere, fino ad ora tranquillo di Badalabougou, diventato epicentro delle contestazioni e aveva aperto il fuoco contro i manifestanti. Lì, oltre alla moschea dell’imam Dicko, si trova anche la sede del partito d’opposizione Unione per la Repubblica e la Democrazia (URD), il cui leader è Soumaïla Cissé, sequestrato a fine marzo a Niafunké – la sua roccaforte vicino a Tumbuktu – durante un comizio elettorale in vista delle legislative. A tutt’oggi il leader dell’URD è ancora in mano ai suoi aguzzini.

Il presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keïta

Pur di placare gli animi, il presidente si è rivolto alla nazione sabato sera per la quarta volta in un mese e ha comunicato ai maliani lo scioglimento della Corte costituzionale. Keita si è reso anche disponibile di far svolgere elezioni legislative parziali nelle aree dove la massima autorità giudiziaria aveva convalidato i risultati tanto contestati.

La popolazione è stanca, chiede le immediate dimissioni del presidente, perchè, secondo loro, incapace di risolvere i molteplici gravi problemi, quali la crescente insicurezza, la galoppante corruzione, la chiusura di molte scuole, il collasso del sistema sanitario e quant’altro.

Soldati della Minusma in pattugliamento
Soldati della Minusma in pattugliamento

E a proposito di sicurezza, malgrado la presenza di già oltre 13.000 caschi blu di MINUSMA e l’Operazione francese Barkhane presente in tutto il Sahel con base a N’Djamena, la capitale del Ciad,  con più di 5.000 soldati, la Francia ha lanciato una nuova task force, Takuba, che prenderà il via il 15 luglio 2020.

Un centinaio di militari estoni e francesi inizieranno il loro addestramento insieme a soldati maliani sul campo in Mali. Il ministro della Difesa di Parigi, Florence Parly ha fatto sapere domenica che a ottobre arriveranno anche 60 uomini delle forze speciali ceche, mentre a gennaio altri 150 militari svedesi si uniranno a Takuba; anche l’Italia dovrebbe inviare uomini e mezzi per contrastare i continui attacchi dei terroristi nel Paese.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Terroristi in azione in Mali: scontri, agguati e bombe situazione sempre più difficile

Sudafrica: muore di Covid-19 la regina degli AmaRharhabe, sorella del re degli zulu

Africa ExPress
12 luglio 2020

Il regno AmaRharhabe è in lutto. La regina Noloyiso Sandile è morta mercoledì scorso all’ospedale Cecilia Makhiwane a Mdantsane, nella provincia del Capo Orientale, in Sudafrica.

La regina era stata ricoverata per una apparente “banale” influenza. Dopo essere stata sottoposta al tampone, la diagnosi è stata chiara: coronavirus. La 56enne è deceduta a causa del temibile virus, che, stando alle cifre ufficiali ha causato la morte di 3.860 sudafricani; dall’inizio della pandemia sono state contagiate 251.000 persone, tra queste ben 118.000 sono guarite. E’ il Paese africano maggiormente colpito da Covid-19.

Noloyiso Sandile, regina degli AmaRharhabe, Sudafrica

Noloyiso Sandile, di nobili origini – era figlia del defunto re degli zulu Cyprian Bhekuzulu ka Solomon e sorella dell’attuale monarca tradizionale di questo gruppo etnico, Goodwill Zwelithini ka Bhekuzulu – nel 1988 ha sposato Maxhoba Sandile, re degli AmaRharhabe, morto nel 2011. Fino alla maggiore età del figlio, Jonguxolo Sandile, ha esercitato le funzioni di regina reggente.

E il fratello Goodwill, re degli zulu, solo due mesi prima in un discorso, volto a convincere la sua gente di rispettare le regole e il lockdown imposti dal governo, aveva detto: “La pandemia Covid-19 è una punizione di Dio”. Oggi è affranto, distrutto per la perdita della sorella minore.

Il re degli Zulu, Goodwill Zwelithini ka Bhekuzulu

Gli Rharhabe sono un sotto-gruppo degli Xhosa, un’etnia bantu originaria del Capo Occidentale. Xhosa era Nelson Mandela, l’eroe antiapartheid e compianto presidente del Sudafrica. La loro lingua, isiXhosa è la seconda lingua più parlata del Paese arcobaleno, dopo quella zulu.

Pochi sanno che anche nello Zimbabwe c’è una piccola comunità che ancora oggi parla l’isiXhosa, lingua ufficialmente riconosciuta da Harare. Nel 1896 Cecil John Rhodes aveva portato un gruppo di giovani nella ex Rhodesia (odierno Zimbabwe).

Il capo dei leader tradizionali della Provincia Occidentale, Mwelo Nonkonyana, ha detto: “La regina sarà ricordata da noi tutti perchè durante la sua reggenza ha saputo mantenere le tradizioni, gli usi e i costumi degli AmaRharhabe e Xhosa”.

La presidenza di Pretoria ha decretato il lutto nazionale per la morte della regina e per due giorni (l’11 e il 12 luglio); le bandiere saranno issate a mezz’asta. I funerali si svolgeranno a Mngqesha Great Place a King William’s Town.

I monarchi sudafricani, anche se oggi “declassati” a capi tradizionali, svolgono ancora un ruolo sociale importante in quanto rispettati, ascoltati e riconosciuti come autorità dalla loro gente. Attualmente il governo sudafricano riconosce 7 monarchie tradizionali: Zulu, Xhosa, Thembu, Venda, Ndebele, Mpondo e Bapedi.

Africa ExPress
@africexp

Sudafrica: lockdown vieta trasporto alcolici birrificio dovrà eliminare milioni di bottiglie

Tedeschi e sudafricani aprono una fabbrica d’armi in Arabia Saudita, rischio Al Qaeda

Mali: “Vattene”, migliaia manifestano contro il presidente a Bamako

Africa ExPress
11 giugno

Aggiornamento ore 16.30
Il bilancio della manifestazione di ieri è stato più pesante di quanto annunciato in precedenza: i morti sono almeno due, mentre il numero dei feriti è salito a 55. La polizia ha effettuato diversi arresti, tra questi anche Issa Kaou Djim del movimento dell’imam Mahmoud Dicko (CMAS) e Clément Dembélé, della piattaforma contro la corruzione e la disoccupazione (PCC). Sulla pagina Facebook di CMAS, in continuo aggiornamento, sono riportati i nomi di altri membri del movimento fermati dalle forze dell’ordine.

Nato solo poco più di un mese fa, il Movimento 5 giugno, che raggruppa membri della società civile, partiti dell’opposizione e religiosi, in particolare il Coordinamento CMAS, guidato dall’ influente imam Mahmoud Dicko, ha riempito per la terza volta dall’inizio di giugno strade e piazze della capitale maliana per chiedere le immediate dimissioni del presidente Ibrahim Boubacar Keïta (IBK). Ovunque cartelli e striscioni con scritte come: IBK dégage (IBK vattene) e Nous voulons le changement (Vogliamo il cambiamento).

Manifestanti chiedono dimissioni del presidente Keita

Malgrado un massiccio spiegamento delle forze dell’ordine e della sicurezza, questa volta la manifestazione è presto degenerata. Un primo bilancio parla di un morto e una ventina di feriti; sono stati attaccati edifici pubblici, tra questi anche l’Assemblea Nazionale, dove parecchi uffici sono stati saccheggiati e molti documenti sono stati bruciati. Nel pomeriggio sono state interrotte le trasmissioni delle due emittenti di Stato Office de Radiodiffusion-Télévision del Mali (ORTM), perchè, secondo i reporter di Agence France Presse, diversi dimostranti avrebbero occupato il cortile di ORTM.

Altri partecipanti alla protesta hanno eretto barricate su uno dei ponti di Bamako, mentre in altri punti della capitale sono stati incendiati pneumatici.

Il presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keïta

Migliaia e migliaia di persone si sono riversate sulle strade di Bamako venerdì, solo due giorni dopo il discorso del presidente alla nazione, volto a smorzare la tensione. In tale occasione Keïta aveva fatto intendere che una trentina di risultati delle legislative – causa delle proteste – sarebbero eventualmente potuti essere riesaminati.

A nulla sono valse le parole di Keïta. “Ha deluso tutti con il suo ultimo intervento”, ha detto Nouhounm Sarr, uno degli organizzatori della protesta. I responsabili della manifestazione hanno anche stilato un documento in dieci punti nel quale fanno appello alla disobbedienza civile. Nell’elenco figura anche il blocco dei servizi dello Stato, eccetto quelli legati alla sanità e, se le autorità dovessero staccare o rallentare internet, saranno attivate squadre volanti per la comunicazione e gli incroci stradali più importanti verranno bloccati.

Il Movimento 5 giugno è determinato. Chiede anche lo scioglimento del Parlamento, la formazione di un governo di transizione, il cui primo ministro dovrà essere scelto dal movimento e infine esigono la sostituzione dei 9 membri della Corte costituzionale, accusata di collusione con il governo.

Africa ExPress
@africexp

Nuove truppe straniere in Mali e nel Sahel, ma gli attacchi dei terroristi continuano

 

Burkina Faso: Human Rights Watch denuncia uccisioni extra-giudiziali a Djibo

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
10 luglio 2020

Oltre 180 civili sarebbero stati assassinati dalle forze armate del Burkina Faso e seppelliti poi in grandi fosse comuni nella città settentrionale di Djibo, 200 km circa a nord della capitale Ouagadougou, al centro di violenti scontri tra l’esercito burkinabé e gruppi armati di matrice jihadista. E’ quanto denunciato in un report dell’organizzazione non governativa statunitense Human Rights Watch (Hrw); le vittime, tutte di sesso maschile, sarebbero morte tra il novembre 2019 e il giugno 2020.

“Djibo è stata trasformata in un campo di morte e le prove a nostra disposizione suggeriscono il coinvolgimento delle forze di sicurezza nelle esecuzioni di massa extragiudiziali”, ha dichiarato Corinne Dufka, direttrice per il Sahel di Human Rights Watch. “Gli abitanti della città ci hanno raccontato che molte vittime sono state rinvenute con i volti bendati e le mani legate e con i evidenti di colpi d’arma di fuoco alla testa, a fianco delle strade, sotto i ponti, nei campi e in alcune abitazioni abbandonate”.

Fosse comuni a Djibo, Burkina Faso

Sempre secondo le testimonianze raccolte da Hrw, la maggior parte delle persone trucidate apparterrebbe alle comunità nomadi dei Fulani o Peuhl. Alcune erano sparite dopo essere state fermate nel corso delle operazioni dell’esercito, altre erano sfollate insediatesi nell’area urbana di Djibo dopo aver abbandonato i loro villaggi natii. Dato l’avanzato stato di decomposizione, i residenti della città erano ricorsi al seppellimento dei corpi in fosse comuni. L’8 e 9 marzo, in particolare, sono state sepolte 114 persone in 14 fosse comuni. A metà marzo, altre 20 persone sono state seppellite in un terreno vicino al cimitero di Boguelsawa, un quartiere della periferia sud di Djibo. Il 30 giugno scorso, sono state inumate 18 persone: i corpi erano stati ritrovati a metà maggio nei pressi dell’aeroporto della città.

“Le forze armate del Burkina Faso sono impegnate dal 2017 a combattere i gruppi di militanti armati legati ad al Qaeda e allo Stato islamico e centinaia di civili sono stati uccisi mentre sono almeno un milione gli sfollati dal conflitto che coinvolge anche i paesi vicini come Niger e Mali”, scrive Corinne Dufka. “I gruppi di auto-difesa filo-governativi, istituzionalizzati nel gennaio 2019 dal governo burkinabé, sono accusati di numerose violazioni compreso l’assassinio di 49 uomini nel 2019 e di altri 43 nel marzo 2020. Gli omicidi perpetrati dalle forze di sicurezza e dai gruppi sostenuti dal governo favoriscono il reclutamento da parte dei gruppi armati islamisti. L’assenza di progressi nelle inchieste su queste violazioni accresce lo stato di impunità e la crisi generale. Per questo facciamo appello alle Nazioni Unite o ad altri esperti forensi internazionali perché forniscano il loro aiuto nella raccolta e nell’analisi dei resti rinvenuti nelle fosse comuni”.

Il 28 giugno 2020 Human Rights Watch ha rivolto un analogo appello alle autorità politiche e militari del Burkina Faso. Un’assai poco credibile risposta è giunta il 3 luglio per bocca del ministro della Difesa, Moumina Chériff. “Ci impegniamo a indagare sulla veridicità delle accuse ma assicuriamo sul massimo rispetto dei diritti umani durante le operazioni di sicurezza”, ha dichiarato Chériff. “Gli assassinii sono avvenuti nel corso del lieve aumento degli attacchi da parte degli islamisti armati e potrebbero essere stati commessi proprio da essi, dopo essersi appropriati di uniformi ed altro equipaggiamento dell’esercito. E’ difficile per la popolazione distinguere tra gruppi di terroristi armati e le forze di difesa e sicurezza”.

Human Right Watch aveva già denunciato pubblicamente il sanguinoso conflitto in atto in Burkina Faso in occasione della 41esima sessione del Consiglio dei diritti umani della Nazioni Unite, tenutasi il 24 giugno 2019 a Ginevra. “Le esecuzioni illegali di civili da parte dei gruppi armati islamisti, delle forze di sicurezza e delle milizie filo-governative hanno provocato sfollamenti assai diffusi e hanno reso più profonde le tensioni etniche e la mancanza di fiducia nello stato”, riferì allora la Ong. “A partire del 2017 abbiamo documentato l’omicidio di 407 civili da parte dei gruppi islamisti. Accusando le vittime di legami con il governo, l’Occidente e la fede Cristiana, questi gruppi hanno attaccato chiese, moschee, bar, convogli di aiuti umanitari e scuole con inimmaginabile crudeltà. In risposta alla crescente presenza dei gruppi islamisti armati, le stesse forze di sicurezza hanno perpetrato omicidi illegali. Abbiamo documentato l’assassinio di oltre 500 persone, la maggior parte delle quali è stata trovata morta dopo essere stata presa in custodia delle forze di sicurezza. Nel 2019, un autorevole gruppo locale di diritti umani ha rivelato altre 60 esecuzioni”.

Villaggio in Burkina Faso

Anche Amnesty International accusa i gruppi militari e paramilitari vicini al governo per le sparizioni forzate e le efferate stragi nel distretto di Djibo. Con un recente comunicato, l’Ong ha ricostruito quanto accaduto il 9 aprile nella città del Sahel: “Trentuno residenti sono stati arrestati in diversi quartieri e successivamente assassinati dal Groupement des Forces Anti-Terroristes (GFAT), gruppo d’élite delle forze anti-terrorismo – scrive Amnesty -. Dieci delle vittime erano sfollati ricollocati a Djibo. I corpi delle 31 vittime sono stati recuperati dai familiari la sera stessa a sud-est di Kourfayel, un villaggio a 7 km da Djibo”.

Gli unici a non accorgersi di quanto accade in Burkina Faso sono i politici italiani di governo ed opposizione. Il 1° luglio 2019 l’allora ministra della Difesa, Elisabetta Trenta (M5S) e l’omologo collega burkinabé Moumina Chériff hanno firmato a Roma un Accordo bilaterale relativo alla cooperazione nel settore della difesa, la cui ratifica parlamentare è attesa nelle prossime settimane. L’Italia si è impegnata a fornire assistenza militare e logistica, nuovi sistemi d’arma e addestramento al partner africano.

Inoltre, entro la fine dell’anno, sarà avviata in Sahel la nuova missione multinazionale “Takouba” a guida francese. Le forze armate italiane assicureranno all’operazione alcuni elicotteri da trasporto e unità per l’addestramento delle forze armate di Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger “al fine di contrastare il fenomeno terroristico e le altre gravi minacce che minano la sicurezza dell’intera area sub sahariana.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Burkina Faso: efferati crimini contro l’umanità ma l’Italia fa accordi militari

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Terroristi in azione in Mali: scontri, agguati e bombe situazione sempre più difficile

Sud Sudan: nono anniversario dall’indipendenza tra violenze e fame

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
9 luglio 2020

C’è ancora molto da fare nel più giovane Stato della Terra, che oggi celebra il nono anno dall’Indipendenza. Per il quinto anno consecutivo non si sono tenute celebrazioni ufficiali, questa volta non a causa della guerra, ma per la pandemia.

Finora sono stati registrati 2.106 casi di Covid-19. Il sistema sanitario è estremamente fragile, quasi inesistente, dilaniato da anni di guerra civile, si trova ora a dover affrontare questa nuova emergenza. David Shearer, rappresentante speciale del segretario generale dell’ONU in Sud Sudan, durante il suo intervento al Consiglio di Sicurezza dello scorso giugno, ha esposto la difficile situazione della sanità nella giovane nazione. “Anche se l’ospedale per le malattie infettive della capitale Juba è stato ampliato grazie agli aiuti internazionali e il contributo del ministero della Salute – ha detto – sarà una vera e propria sfida per il sistema sanitario affrontare l’epidemia. UNMISS (United Nations Mission in South Sudan) e diverse ONG hanno provveduto a equipaggiare e formare il personale del nosocomio più grande del Paese e quelli sparsi nei 10 Stati, ma questi sforzi non bastano per soddisfare le necessità della popolazione, già duramente provata da anni di guerra civile. Tra i malati ci sono già una novantina di medici e infermieri perchè il materiale per proteggersi contro Covid-19 non è sufficiente; è assolutamente indispensabile tenere aperte le cliniche, anche se il compito è arduo, visto che i dottori governativi non vengono pagati da mesi e mesi”.

Shearer si è espresso invece positivamente per quanto concerne il processo di pace, sottolineando che in questi mesi si sono potuti constatare miglioramenti, anche se non va assolutamente abbassata la guardia. Basti pensare ai rigurgiti inter-etnici che sporadicamente riaffiorano.

Il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir

Kiir, nel suo discorso alla nazione in occasione dell’anniversario dell’indipendenza, ha detto: “Abbiamo ormai superato la fase di violenze politiche, ora dobbiamo mettere un punto finale agli scontri etnici che ancora riaffiorano in diverse aree del Paese. Abbiamo bisogno del disarmo totale, che in diverse zone è già in atto”.

Mentre il ministro della Pace, Steven Par Kuol, si è espresso senza mezzi termini: “Abbiamo davvero mal gestito la politica, i leader di questo Paese sono responsabili della recrudescenza delle violenza da quando abbiamo ottenuto l’indipendenza”.

Corre l’anno 2011, quando i primi di febbraio Omar al Bashir, allora presidente del Sudan, annuncia i risultati del referendum: il 98,83 per cento delle schede sono a favore della secessione; i sud sudanesi scelgono l’indipendenza. La vittoria dei sì – giunta dopo oltre trent’anni di guerra – viene festeggiata nelle città e nei villaggi del sud. Ma, secondo gli accordi di pace, l’indipendenza viene proclamata il 9 luglio 2011.

Le speranze, la gioia della gente sono ben presto seppellite quando il presidente Salva Kiir Mayardit accusa il suo vice Riek Marchar di complottare contro di lui e aver  tentato un colpo di Stato. Iniziano i combattimenti tra le forze governative e quelle fedeli a Machar. I primi scontri risalgono al il 15 dicembre 2013 nelle strade di Juba, la capitale del Paese, ma ben presto raggiungono anche Bor e Bentiu. Vecchi rancori politici ed etnici mai risolti, non fanno che alimentare questo conflitto.

Sfollati in Sud Sudan

L’ennesimo trattato di pace viene firmato nell’estate del 2018, ma solo a febbraio di quest’anno è sciolto il vecchio governo. Kiir, il presidente, resta al suo posto, mentre Machar viene nuovamente insediato come primo vice-presidente. Durante la cerimonia tenutasi nella capitale Juba, Kiir dichiara ufficialmente conclusa la guerra, aggiungendo: ” “Dobbiamo perdonarci a vicenda e estendo questo appello alle popolazioni di etnia dinka e nuer” (i due gruppi etnici rivali n.d.r.).

Il conflitto interno ha provocato la morte di oltre 400mila persone e milioni di sfollati che  hanno dovuto lasciare le proprie case. La popolazione è alla fame. Ci sono state violenze in ogni dove, lo stupro era una delle armi preferite. Durante la guerra civile hanno perso la vita 116 operatori umanitari per lo più sud sudanesi.

Secondo quanto riportato da UNHCR negli ultimi mesi molte persone stanno ritornando nei loro luoghi di origine. Un segnale positivo, la gente ha fiducia nel nuovo trattato di pace, che, si spera, venga messo in atto in toto quanto prima.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Etiopia: oltre 230 morti e valanga di arresti dopo l’assassinio del cantante icona

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
8 luglio 2020

Non si placa la rabbia degli etiopi dopa l’uccisione del cantante Hachalu Hundessa, un oromo , il maggiore gruppo etnico dell’Etiopia che rappresenta il 32 per cento della popolazione. L’artista era molto apprezzato in tutto il Paese, anche se era il portavoce della gente della sua etnia.

Mustafa Kedir, vice-capo della polizia dell’Oromia, in un suo intervento alla TV di Stato di poche ore fa ha fatto sapere che durante gli scontri della scorsa settimana sono morte 239 persone: 215 civili, 9 poliziotti e 5 membri di milizie.

Manifestazioni dopo l’uccisione del cantante Hachalu Hundessa

Addis Ababa, la capitale, e l’Oromia, Stato che la circonda, sono stati teatro di veementi proteste durante tutta la scorsa settimana. Un rigurgito di violenza mai visto dopo l’insediamento di Abiy Ahmend come primo ministro nel 2018 in seguito alle dimissioni del suo predecessore Hailé Mariàm Desalegn.

Il governo ha lasciato sottintendere che l’assassinio dell’artista è stato amplificato per destabilizzare il Paese. E Abiy, durante un suo intervento ha detto: “Con il loro gesto, gli assassini del cantante hanno tentato di uccidere anche l’Etiopia”.

Il cantante oromo, Hachalu Hundessa

Nel frattempo si cercano ancora i fautori (e/o eventuali mandanti) del vile gesto e per non sbagliare, le forze dell’ordine hanno arrestato 3.500 sospetti. Durante il suo intervento in TV, Kedir ha specificato che le persone fermate sono state individuate come soggetti contrari alla pace, hanno perpetrato attacchi strumentalizzando la morte del cantante per cercare di smantellare con la forza il sistema costituzionale”.

Hachalu era considerato una icona politico-culturale. Aveva sempre denunciato la marginalizzazione economica e politica della sua gente durante le manifestazioni prima dell’arrivo al potere di Abiy, premio Nobel per la Pace 2019 e oromo pure lui, ma fortemente contestato dal suo stesso gruppo etnico specie in questo ultimo periodo.

Le tensioni degli ultimi giorni hanno evidenziato la fragilità della transizione democratica che Abiy cerca di mettere in atto. Ma appare evidente che così facendo ha spalancato le porte alle violenze tra etnie che mettono a dura prova il sistema etiopico basato sul federalismo etnico.

Sfollati etiopi

Conflitti inter-etnici sono all’ordine del giorno in Etiopia, quasi sempre causati da controversie sui confini distrettuali. Anche se il Paese è unificato politicamente da secoli, la convivenza di oltre cento milioni di persone, appartenenti a oltre ottanta gruppi, non è semplice. Molti osservatori ritengono che il tipo di federalismo etiopico potrebbe essere una delle cause delle rivalità comunitarie, una visione che però non è sempre condivisa.

La seconda nazione più popolosa in Africa è il Paese con il maggior numero di sfollati nel range mondiale; in base all’ultimo rapporto pubblicato congiuntamente da Internal Displacement Monitoring Center e Norwegian Refugee Council, le persone che sono fuggite dalle proprie abitazioni, villaggi di origine per lo più per contrasti inter-etnici, sono attualmente 2,9 milioni.

L’Etiopia non sta passando un momento felice nemmeno dal punto di vista economico, dovuto anche alla pandemia. Inoltre, proprio a causa di Covid-19, le elzeoni generali, previste inizialmente per aprile, sono state dapprima posticipate a agosto e infine rinviate a data da stabilire. Sarebbero state il primo test elettorale per Abiy e le sue riforme.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Preparativi di guerra nel Corno d’Africa: Egitto ed Etiopia contro Turchia e Sudan

In Etiopia la repressione colpisce gli oromo: almeno dieci morti e venti feriti

Assassinati 4 funzionari in Etiopia: scoppiano scontri etnici 44 morti e 70 mila sfollati

The Sudanese are calling for justice and reform, thousands are protesting all over the country

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Special for Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
3 July 2020

A young man died last tuesday in Sudan, others were injured during demonstrations that took place simultaneously in many cities of the former Anglo-Egyptian protectorate. Tens of thousands of Sudanese have again called for reform and justice.

The big peaceful protest, called The one million man march, organized by the Sudanese Professional Association involved not only the capital, where police used tear gas to disperse the crowd on the road from Khartoum to the international airport.

 

Demonstrations in major Sudanese cities

Protesters challenged the lockdown and crowded the centres of many cities in the country, from Kassala in the east to the recalcitrant regions of Darfur, singing: freedom, peace and justice, the slogan of the anti-Bashir movement.

The former despot, Omar al Bashir was ousted on 11 April 2019 by the Sudanese army. He is currently serving a 2-year sentence for corruption in a state reformatory. The former former leader will face many more trials, and all the atrocities committed during his long “reign” gradually come to light.

Omar al Bashir

Al Bashir came to power in 1989 when, as a colonel in the Sudanese army, he led a group of officers in a bloodless military coup that removed the government of Prime Minister Sadiq al-Mahdi. So far, he has not yet been handed over to the International Criminal Court in The Hague, which had already issued a warrant for his arrest in 2009 for genocide and war crimes committed in Darfur.

The people are now demanding justice for all the victims killed during their dictatorship and want those responsible for the violence and oppression to stand trial. The demonstrators also called on Prime Minister Abdallah Hamdok to speed up the formation of a transitional parliament, to implement the promised reforms as soon as possible and to appoint civil governors in every state. And finally, the organizers of the maxi-protest specified that the transitional government would entrust too many tasks to the military, who, according to the agreements, should only deal with security and not with economic and other issues.

 

Freedom, peace, justice are the demands of the protesters

Sudan is currently going through a deep economic crisis, the devaluation of the Sudanese pound and an inflation rate of up to 100% per year have brought the country to its knees. During an international virtual conference held in Berlin about ten days ago, the government in Khartoum obtained promises of funding of $1.8 billion from international partners such as the World Bank, the International Monetary Fund, Team Europe (EU and its member states) and others. The sum is to be allocated to social protection, development, the fight against Covid-19 and humanitarian aid. Of course, a breath of fresh air, even though the Prime Minister had asked for and hoped for more substantial aid.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Coronavirus in Sierra Leone: crolla il sistema sanitario e ricominciano gli stupri

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
7 luglio 2020

I medici della Sierra Leone non ci stanno, non questa volta. Sono in sciopero da giovedì scorso, reclamano i loro diritti, chiedono il pagamento del bonus promesso dal governo durante la pandemia, lamentano la mancanza di protezione, come mascherine, guanti, tute e quant’altro, mezzi per poter curare gli ammalati. Accusano il governo di aver acquistato una trentina di autovetture 4×4 per i funzionari con fondi riservati alla lotta contro il coronavirus. Per gli ospedali sono rimaste solo le briciole: 8 ventilatori per un totale di 85.000 dollari contro gli 850.000 spesi per le macchine.

Il piccolo Paese dell’Africa occidentale, che si affaccia sull’Oceano Atlantico, conta poco più di 7,9 milioni di abitanti. Finora sono stati registrati 1.547 casi di Covid-19, tra questi ben 160 sono operatori sanitari. Già durante l’epidemia di ebola del 2014-2015 il personale era stato duramente colpito dai contagi. Allora oltre 200 addetti ai lavori avevano perso la vita.

Sciopero dei medici in Sierra Leone

Il governo aveva promesso un bonus settimanale di 100 dollari ai medici impiegati nei centri di isolamento e attivi nella lotta per arginare il micidiale virus. La ricomepensa promessa non è mai arrivata, tanto meno gli strumenti necessari per proteggere se stessi e i malati di Covid-19, che allo stato attuale sono anche abbandonati negli ospedali, nessun dottore li ha più visitati da giorni. Da lunedì si è finalmente aperta la trattativa con il governo e i rappresentanti dell’Ordine dei medici per risolvere la crisi.

In tutto il Paese ci sono solamente poco più di 1.000 dottori e la mancanza cronica di personale specializzato si fa sentire più che mai in questo periodo di crisi sanitaria mondiale. Il sistema sanitario è più che carente, disoccupazione e povertà hanno ormai colpito i due terzi della popolazione. La corruzione è endemica; tangenti e giochi di potere sono al centro della politica sierraleonese.

L’aspettativa di vita è di cinquantuno anni e la natalità infantile risulta essere la più alta a livello mondiale e anche quella delle gestanti è tra i primi tre in questa triste classifica. La Sierra Leone è tra i Paesi più poveri del mondo: occupa il 179° posto su 188 secondo l’indice di sviluppo umano stilato dal Programma per lo sviluppo dell’ONU.

Un’altra terribile piaga che affligge la ex colonia britannica sono gli stupri, le violenze sulle donne. Già più di un anno fa il presidente Leonais Julius Maada Bio aveva dichiarato gli assalti sessuali come emergenza nazionale. A poco è servito, ancora oggi la maggior parte di questi criminali resta impunita.

Ma ora la gente è stufa. A fine giugno, in piena emergenza coronavirus, migliaia di persone sono scese nelle piazze della capitale Freetown, indignati per l’uccisione di Kadijah Saccoh, una bimba di soli 5 anni che, prima di essere stata brutalmente ammazzata, è stata stuprata da un orco. Lo conferma il certificato post mortem: la piccola è stata violentata ripetutamente e infine è stata strangolata.

La morte della ragazzina risale al 17 giugno scorso, lei è una delle tante vittime che ogni anno subiscono terribili maltrattamenti, violenze, stupri. Nel 2018 la polizia ha raccolto 8.500 denunce per tali reati. E quanti altri delitti sono stati consumati nel più assoluto silenzio?

Anche la first lady, Fatima Jabbe Bio, che da tempo ha lanciato una campagna “Hand off our girls” (giù le mani dalle nostre ragazze) volta a contrastare la violenza di genere e i matrimoni di spose bambine nell’Africa occidentale, ha chiesto giustizia per la “principessina” Khadija. La Bio ha riferito che il presidente è stato molto colpito da questo fatto e si starebbe interessando personalmente del caso.

Sierra Leone: minori nel mirino degli stupratori

Parole già pronunciate in passato, finora i risultati contro questi efferati crimini sono stati scarsi. Un associazione per i diritti umani, Equality Now, è convinta che le indagini di polizia siano insufficienti, motivo per il quale molti casi vengono archiviati.

La cultura dell’impunità per questi reati è profondamente radicata nel Paese, difficile da estirpare perchè durante la guerra civile (1991-2002) lo stupro era comunemente usato come vera e propria arma da guerra.

Marta Colomer, vice-direttore regionale di Amnesty International per l’Africa occidentale e centrale ha detto: “Le autorità di Freetown devono consegnare alla giustizia e processare con un equo dibattito in aula i responsabili dell’assassinio della piccola; il governo deve lanciare un messaggio chiaro, inequivocabile: la violenza di genere non è più tollerata”.

L’anno scorso le pene per questo tipo di reati sono state rafforzate, se le vittime sono minori, il colpevole rischia una condanna a vita.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Il presidente della Sierra Leone: “Guerra allo stupro emergenza nazionale”