Coronavirus in Sierra Leone: crolla il sistema sanitario e ricominciano gli stupri

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
7 luglio 2020

I medici della Sierra Leone non ci stanno, non questa volta. Sono in sciopero da giovedì scorso, reclamano i loro diritti, chiedono il pagamento del bonus promesso dal governo durante la pandemia, lamentano la mancanza di protezione, come mascherine, guanti, tute e quant’altro, mezzi per poter curare gli ammalati. Accusano il governo di aver acquistato una trentina di autovetture 4×4 per i funzionari con fondi riservati alla lotta contro il coronavirus. Per gli ospedali sono rimaste solo le briciole: 8 ventilatori per un totale di 85.000 dollari contro gli 850.000 spesi per le macchine.

Il piccolo Paese dell’Africa occidentale, che si affaccia sull’Oceano Atlantico, conta poco più di 7,9 milioni di abitanti. Finora sono stati registrati 1.547 casi di Covid-19, tra questi ben 160 sono operatori sanitari. Già durante l’epidemia di ebola del 2014-2015 il personale era stato duramente colpito dai contagi. Allora oltre 200 addetti ai lavori avevano perso la vita.

Sciopero dei medici in Sierra Leone

Il governo aveva promesso un bonus settimanale di 100 dollari ai medici impiegati nei centri di isolamento e attivi nella lotta per arginare il micidiale virus. La ricomepensa promessa non è mai arrivata, tanto meno gli strumenti necessari per proteggere se stessi e i malati di Covid-19, che allo stato attuale sono anche abbandonati negli ospedali, nessun dottore li ha più visitati da giorni. Da lunedì si è finalmente aperta la trattativa con il governo e i rappresentanti dell’Ordine dei medici per risolvere la crisi.

In tutto il Paese ci sono solamente poco più di 1.000 dottori e la mancanza cronica di personale specializzato si fa sentire più che mai in questo periodo di crisi sanitaria mondiale. Il sistema sanitario è più che carente, disoccupazione e povertà hanno ormai colpito i due terzi della popolazione. La corruzione è endemica; tangenti e giochi di potere sono al centro della politica sierraleonese.

L’aspettativa di vita è di cinquantuno anni e la natalità infantile risulta essere la più alta a livello mondiale e anche quella delle gestanti è tra i primi tre in questa triste classifica. La Sierra Leone è tra i Paesi più poveri del mondo: occupa il 179° posto su 188 secondo l’indice di sviluppo umano stilato dal Programma per lo sviluppo dell’ONU.

Un’altra terribile piaga che affligge la ex colonia britannica sono gli stupri, le violenze sulle donne. Già più di un anno fa il presidente Leonais Julius Maada Bio aveva dichiarato gli assalti sessuali come emergenza nazionale. A poco è servito, ancora oggi la maggior parte di questi criminali resta impunita.

Ma ora la gente è stufa. A fine giugno, in piena emergenza coronavirus, migliaia di persone sono scese nelle piazze della capitale Freetown, indignati per l’uccisione di Kadijah Saccoh, una bimba di soli 5 anni che, prima di essere stata brutalmente ammazzata, è stata stuprata da un orco. Lo conferma il certificato post mortem: la piccola è stata violentata ripetutamente e infine è stata strangolata.

La morte della ragazzina risale al 17 giugno scorso, lei è una delle tante vittime che ogni anno subiscono terribili maltrattamenti, violenze, stupri. Nel 2018 la polizia ha raccolto 8.500 denunce per tali reati. E quanti altri delitti sono stati consumati nel più assoluto silenzio?

Anche la first lady, Fatima Jabbe Bio, che da tempo ha lanciato una campagna “Hand off our girls” (giù le mani dalle nostre ragazze) volta a contrastare la violenza di genere e i matrimoni di spose bambine nell’Africa occidentale, ha chiesto giustizia per la “principessina” Khadija. La Bio ha riferito che il presidente è stato molto colpito da questo fatto e si starebbe interessando personalmente del caso.

Sierra Leone: minori nel mirino degli stupratori

Parole già pronunciate in passato, finora i risultati contro questi efferati crimini sono stati scarsi. Un associazione per i diritti umani, Equality Now, è convinta che le indagini di polizia siano insufficienti, motivo per il quale molti casi vengono archiviati.

La cultura dell’impunità per questi reati è profondamente radicata nel Paese, difficile da estirpare perchè durante la guerra civile (1991-2002) lo stupro era comunemente usato come vera e propria arma da guerra.

Marta Colomer, vice-direttore regionale di Amnesty International per l’Africa occidentale e centrale ha detto: “Le autorità di Freetown devono consegnare alla giustizia e processare con un equo dibattito in aula i responsabili dell’assassinio della piccola; il governo deve lanciare un messaggio chiaro, inequivocabile: la violenza di genere non è più tollerata”.

L’anno scorso le pene per questo tipo di reati sono state rafforzate, se le vittime sono minori, il colpevole rischia una condanna a vita.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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