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lunedì, Aprile 6, 2026

Caso Al Masri: la portata internazionale dello schiaffone della Corte Internazionale all’Italia

EDITORIALE Valerio Giacoia 5 aprile 2026 Sarebbe gravissimo sottovalutare –...

Colpo grosso messo a segno da Trump: diplomatico USA capo della missione ONU in Congo-K

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Rimuovere un tiranno è facile. Cambiare un regime invece è difficile

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Morti due campioni dello sport che hanno dato lustro al Madagascar

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
11 gennaio 2021

Due icone dello sport si sono spente a pochi giorni di distanza e il Madagascar è in lutto. Al dolore si è aggiunta, però, una sorta di offesa Due alla memoria di chi ha dato tanto onore al proprio Paese.

Dominique Rakotorahalahy e Ferdinand Rafalimanana non erano accomunati solo da un cognome chilometrico e quasi impronunciabile (almeno per noi europei). Li univa una stessa aura da leggenda.

Ferdinand Rafalimanana, portiere malgascio (quarto a sinistra in basso con la maglia diversa

Dominique Rakotorahalahy è deceduto a 76 anni il 7 gennaio nella sua terra natale, Ambositra (città delle rose, è definita). Era un recordman del salto con l’asta negli anni ’70. Il suo limite è rimasto imbattuto per 39 anni, fino al 10 aprile 2009 quando lo superò Ali Kame con 4,44 metri. Quella di Dominque comunque resta la seconda migliore performance malgascia di tutti i tempi. La sua fama risaliva alle Olimpiadi messicane del 1968 quando gareggiò nella proibitiva specialità del Decathlon. Nel 1973 difese i colori nazionali anche ai Giochi Africani di Lagos. Poi divenne allenatore nazionale. “Dominique ha dato un tocco di nobiltà alla nostra atletica”, ha commentato Newsmada.

Sempre agli anni ’70 risale l’epoca d’oro di Ferdinand Rafalimanana, unanimemente giudicato il più grande portiere della storia del calcio malgascio. Non a caso il suo soprannome Gôly Be veniva scherzosamente storpiato in Goal. Quei goal che ha cercato di non prendere nella sua luminosa carriera trascorsa nelle prestigiose squadre locali: il Fortior Club de la Côte Ouest, della città turistica Mahajanga (dove esordì), il Sotema (pure di Mahajanga), la Dynamo di Fima (Antananarivo). “Ma soprattutto a livello internazionale, facendo conoscere il Madagascar in tutta l’Africa continentale grazie alle sue prodezze tra i pali”, ha commentato Lucien Luc Randrianantenaina, senatore e vicepresidente della Federazione calcistica malgascia (la FMF). “Purtroppo – come ha commentato Nigrizia, che ha dato per prima la notizia del decesso – l’ultima parata non gli è riuscita”.

Ferdinand Rafalimanana

Si è spento, infatti, a Bordeaux, in Francia, nella notte tra il 29 e il 30 dicembre scorsi, proprio nel giorno del suo sessantasettesimo compleanno. “Gôly Be faceva parte – ha scritto Actu.orange – di una generazione indimenticabile. Per citare i più illustri: Kiki, Alban e Baovola”. Ma anche Thomas Be, Younouss, Lala Be, Rakotovao, Rabearisoa….

“Avrebbe potuto legittimamente pretendere di giocare in un grande club europeo – ha ricordato L’Express de Madagascar – ma ha preferito restare nel suo Paese per difendere l’onore nazionale”. Le imprese che lo hanno immortalato nell’isola risalgono alla fine degli anni Settanta con la nazionale chiamata oggi Barea (una specie di zebù), ma allora nota come il Club M, allenato dal tecnico tedesco Peter Schnittger (1978-1985). Con Rafalimanana, c’erano tutti i migliori scorpioni (appellativo dei giocatori della nazionale) e il Club M ottenne i successi più prestigiosi fermando due superpotenze del calcio africano come l’Egitto e il Camerun. Grazie ai miracoli di Gôly Be fra i pali.

Solo alla fine della carriera, spinto dalla figlia Stella, Ferdinand è giunto in Europa, andando a vivere a Bordeaux, città dell’ex campione e allenatore Alain Giresse, cui il portiere era molto legato. Proprio la figlia Stella in un comunicato ha dichiarato: “È incredibile l’affetto che abbiamo ricevuto in questi giorni da tutti gli sportivi malgasci. Ovviamente non avrei mai voluto dirlo, ma la morte di mio padre è stata occasione di unione, anche sociale. Tutti i malgasci hanno reso omaggio ad un uomo che ha fatto la storia sportiva del nostro Paese, andando oltre e superando le diversità, uniti e solidali”.

Purtroppo la scomparsa di Ferdinand è stata oscurata da un episodio paradossale e poco onorevole: la difficoltà a riportare in patria la salma di Rafalimanana. Per farlo erano necessari 8 mila euro, ma nessuna istituzione pubblica si è fatta avanti – fino al momento in cui scriviamo – a finanziare l’estremo omaggio. Dopo la cerimonia funebre religiosa svoltasi l’8 gennaio a Bordeaux nella chiesa cattolica di Notre-Dame de Talance, la famiglia dell’ex portiere si è vista costretta a lanciare una sottoscrizione sulla piattaforma Leetchi.com.

Dominique Rakotorahalahy, atleta malgascio

Il fatto ha provocato sdegno fra i tifosi ed ex calciatori che, attraverso la loro associazione (ASEFIMA), hanno sostenuto la raccolta fondi e organizzato una commemorazione per l’8 e 9 gennaio ad Analakely (Antananarive) davanti alla stele Jean Ralaimongo, dedicata alla figura dell’omonimo nazionalista, in modo da stimolare l’intervento pubblico.

“Per tutto quello che ha fatto per i nostri colori, Ferdinand merita un nostro, ultimo regalo. Goly Be deve ritornare a casa sua. E’ il grande vecchio che ha portato in alto i colori della nostra terra – ha dichiarato Menahely Rufin, presidente dell’Asefima -. Daremo i soldi raccolti direttamente alla figlia. Fernand voleva essere sepolto e qui e lo sarà”. Ad Anjabe, nel distretto di Andritsara.

All’iniziativa ha preso parte, sabato 9 gennaio, anche Nicolas Dupuis, 53 anni, l’attuale commissario tecnico (francese) della nazionale: “Ha fatto la storia del Madagascar tra gli anni ’70 e anni ’90. Il supporto alla famiglia è doveroso”.

Amaro il commento de L’Express:  “Quasi tutti i grandi sportivi subiscono questa sorte. Finita la loro carriera, sono abbandonati a se stessi. Ferdinand non è un caso isolato”. E ricorda lo sprinter Jean-Louis Ravelomanantsoa, finalista olimpico ai 100 metri di Città del Messico, “il più grande atleta malgascio di tutti i tempi vittima dell’indifferenza delle autorità fino alla morte nel settembre 2016. Il ministro dello Sport dell’epoca non sapeva neppure chi fosse”.

Con Gôly Be – conclude il giornale – ora se ne è andato anche un altro grande nostro atleta di quella stessa epopea del 1968, Dominique Rakotoirahalhay: avranno le esequie degno del loro rango?

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
twitter @africexp

Madagascar, Ahmad Ahmad numero 1 del calcio africano arrestato e subito liberato

Della serie “al diavolo i diritti umani”: aiuti alla Giordania per 235 milioni di euro

Speciale per Africa ExPress
Mohammad Alguzo
4 gennaio 2021

Il ministro giordano per gli Affari Esteri, Ayman Safadi, ha confermato che l’Italia metterà a disposizione 235 milioni di euro sotto forma di prestiti agevolati e aiuti per sostenere e finanziare progetti di sviluppo nel Regno Giordano.

Ayman Safadi, ministro degli esteri giordano e Luigi di Maio, il suo omologo italiano

In una conferenza stampa congiunta con il suo omologo italiano Luigi Di Maio, Safadi ha sottolineato che le relazioni giordano-italiane sono forti e radicate e risalgono agli anni Quaranta del secolo scorso. E ha inoltre ringraziato l’Italia per il sostegno che fornisce ai programmi di sviluppo economico del Regno, spiegando che verrà firmato un nuovo programma per gli anni 2021-2023.

Safadi ha aggiunto che è stato concordato una cooperazione nei settori della sicurezza alimentare e dell’agricoltura e, in collaborazione con i ministeri competenti; saranno elaborati piani d’azione sia per i settori pubblici che privati.

Il ministro giordano ha sottolineato che manca un orizzonte politico per risolvere la questione palestinese. Le misure del governo israeliano minacciano la creazione di due Stati (israeliano e palestinese). Bisogna riprendere negoziati efficaci, volti a trovare una soluzione, tra questi uno Stato palestinese indipendente con i confini previsti dall’accordo del 4 giugno 1967 e con Gerusalemme est come capitale.

Il capo della diplomazia giordana ha apprezzato la chiara posizione dell’Italia a sostegno di una soluzione per i due Stati oltre a quello per l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione. Nel corso dei colloqui si è discusso della situazione in Libia, della necessità di sostenere gli sforzi per ripristinare la sicurezza e la stabilità nel Paese. Inoltre è necessario trovare una soluzione politica in Siria con nuovi impulsi alla risoluzione della crisi in atto: “È necessario uno sforzo concertato a questo proposito”, ha aggiunto Safadi.

È interessante notare che la Giordania ha sciolto il sindacato degli insegnanti e incarcerato il consiglio sindacale per un anno, dopo che questi hanno avanzato richieste per un aumento degli stipendi.

Il governo di Amman ha fatto arrestare anche alcuni giornalisti, ha limitato le libertà e impedito manifestazioni. E l’Italia non ha stipulato con la Giordania alcun accordo per il rispetto delle libertà e dei diritti civili in cambio degli  aiuti

Mohammad Alguzo

Nella morsa di Boko Haram e secessionisti in Camerun resistono antiche tradizioni

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
9 gennaio 2020

Nell’estremo nord del Camerun, dove miliziani di Boko Haram terrorizzano la popolazione, sono morte 14 persone nella notte tra il 7 e l’8 gennaio.

Un gruppo di ribelli è arrivato con un kamikaze, che si è fatto esplodere a Mozogo, nel dipartimento di Mayo Tsanaga. Secondo fonti ufficiali hanno perso la vita 12 civili e, oltre all’attentatore suicida, un altro jihadista.

Solo pochi giorni prima, il 4 gennaio, presunti miliziani di Boko Haram, hanno fatto irruzione a Kaliari, uccidendo 3 persone, membri di un gruppo di autodifesa. Queste associazioni sono incaricate di denunciare, dare informazioni ai militari governativi sugli spostamenti dei terroristi.

I sanguinari guerriglieri islamici Boko Haram,

Anche nelle due province anglofone le cose non vanno molto meglio. Il 4 gennaio scorso sono stati uccisi 4 militari e un civile, altre tre persone hanno riportato ferite, in un imboscata tesa dai secessionisti al convoglio del prefetto di Momo, nel nord-ovest del Paese.

Rebecca Jemem responsabile delle comunicazioni del prefetto, ha fatto sapere che l’alto funzionario si è salvato per miracolo. La prima vettura del convoglio, scortato dai militari, è stata colpita da una bomba, uccidendo, appunto, quattro persone.

Anche se finora nessuno ha rivendicato il massacro, le autorità accusano i secessionisti. Dopo la decisione del presidente-dittatore Paul Biya, presa nel 2016, di voler spostare gli insegnanti francofoni nelle scuole anglofone del Camerun, del nord-ovest e del sud-ovest, è in atto conflitto un tra ribelli indipendentisti e l’esercito regolare. I separatisti, che vorrebbero trasformare le due regioni in uno Stato autonomo chiamato “Ambazonia”, denunciano da anni la loro marginalizzazione da parte del governo centrale e della maggioranza francofona.

Morti dopo un attentato dei secessionisti in Camerun

Solamente in 2 delle 10 province del Camerun si parla inglese. All’inizio del ‘900 il Paese era una colonia tedesca. Dopo la prima guerra mondiale nel 1919, è stata divisa tra Francia e Gran Bretagna, secondo il mandato della Lega delle Nazioni. La parte francese, molto più ampia, aveva come capitale Yaoundé, mentre quella inglese era stata annessa alla Nigeria, si estendeva fino al Lago Ciad e aveva per capitale Lagos. Gli inglesi erano poco presenti in questa regione, perché la loro attenzione era concentrata sui territori dell’attuale Nigeria.

Le due province anglofone e quella dell’estremo nord  la malnutrizione dei bambini sotto i cinque anni è molto diffusa. La zona settentrionale  è da anni gravemente colpito dalle aggressioni dei jihadisti. Quest’ultima è anche teatro di cambiamenti climatici importanti, siccità e inondazioni, fattori anche loro  responsabili dello stato di salute fragile di molti piccoli. Il 32 per cento soffre di malnutrizione cronica e tra questi il 20,2 sono gravemente sottopeso.

Secondo OCHA, Ufficio di coordinamento per gli affari umanitari dell’ONU, il 33 per cento della popolazione di questa provincia vive in stato di insicurezza alimentare. La mancanza di acqua potabile e l’assenza delle più elementari regole di igiene sono causa prima della malnutrizione infantile.  Ma anche la giovane età delle madri e la scarsa istruzione giocano un ruolo importante. Le mamme non credono che i figli muoiano perché incredibilmente sottopeso, ma sono convinte che siano gli stregoni “a mangiare i loro piccoli”.

Ma in nord del Camerun è anche popolato da una tribù che cerca di sopravvivere grazie alle vecchie tradizioni e mestieri tramandati da generazioni. I mafa sono presenti non solo in Camerun, ma anche in Nigeria e sono maestri nella lavorazione dell’argilla che usano per fabbricare  grandi giare – chiamati comunemente “frigoriferi naturali”-  dove conservano l’acqua.

Dakalak è una mafa che vive con la sua famiglia nel villaggio di Mandaka Chechem. La sua mamma era una vasaia, che le ha insegnato i lei il mestiere che ora sta  tramandando alla figlia diciassettenne.

Tra questa etnia ci sono anche bravissime tessitrici e grandi maestri fabbri. Guideyme Dadadak, marito della vasaia, fabbrica machete, forconi e quant’altro nella fucina insieme all’apprendista, suo figlio tredicenne, che non vede l’ora di diventare bravo quanto il papà.

Artigianato dei mafa che si trasmette da generazioni

Per sopravvivere e potersi prendere cura della famiglia, Guideyme, è costretto a dedicarsi anche a una seconda attività: seppellisce i morti: è infatti il becchino del villaggio. Un compito di cui va fiero avuto in eredità dai suoi avi. Malgrado la sua passione per i vecchi mestieri e le tradizioni, Guideyeme è preoccupato per la lenta estinzione dei valori ancestrali.

“Una volta era diverso – racconta la coppia -. Malgrado gli attacchi dei Boko Haram nella zona e nel villaggio, si vedeva qualche turista, curioso di ammirare in nostro artigianato e comprare anche qualcosa come ricordo. Ma ora, con il coronavirus, anche queste rare visite sono scomparse. Speriamo che torni presto”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Gli attacchi dei nigeriani Boko Haram provocano in Ciad una crisi umanitaria profonda

Le tentazioni golpiste di Donald Trump, presidente come tanti in Africa

Dalla Nostra Corrispondente
Blessing Akele
Benin City (Nigeria), 8 gennaio 2021

Avete visto e letto quello che i seguaci di Trump hanno fatto a Capitol building? Cercavano di fermare la certificazione dei risultati elettorali di novembre a favore di Biden. Ci sono Stati cinque morti. Voglio dire, che diavolo sta succedendo in Occidente, tra le restrizioni di coronavirus e la conseguente sospensione dei diritti personali indisponibili, ormai disponibilissimi?

Boris Johnson in Gran Bretagna vuole fare carta straccia del diritto internazionale – vedi il Good Friday agreement tra England e Ireland – e Trump che letteralmente incita alla violenza, pisciando – scusate passatemi il termine, che trovo appropriato – sulla Costituzione americana che sono gli Amendments.

Il presidente USA imbarazzante

Alla luce di quanto sta accadendo in USA, in relazione all’uscita di scena di Donald Trump, la declinazione che egli sta offrendo, lascia stupefatti. Ovvero , è decisamente incredibile, oltreché imbarazzante vedere un presidente americano sconfitto alle elezioni libere e democratiche, non vuole andarsene e resta isolato perché vuole rimanere al potere a tutti i costi. Ricorrendo finanche alla violenza. Com’è successo ora. Eppure, fino a ieri pensavamo che queste reazioni violente  fossero proprie dei Paesi del Terzo mondo, meno avvezzi alla democrazia, e in particolare dell’Africa. Da oggi – grazie a Trump – anche questo stereotipo è frantumato.

Vengono in mente gli scenari più tragici. Chissà! Se fosse riuscito a vincere il secondo mandato, avrebbe poi voluto modificare la costituzione per tentarne un terzo?

La ricerca di un terzo mandato

L’ ex presidente della Nigeria, Olusegun Obasanjo, dopo essere stato eletto per la seconda volta, provò a suo tempo, di cambiare la Costituzione dopo il secondo mandato. Non ci riuscì. In Russia Vladimir Putin ci è riuscito benissimo. Per lui è stato come un gioco da bambini. E’ alla sua terza incarico e sembra aver nessuna intenzione di ritirarsi.

Cosa sta accadendo ai politici dell’Occidente ricco e democratico? E’ un atto una regressione alla Putin o al presidente nigeriano Buhari? Certo è che, quanto è accaduto non è degno degli Stati Uniti. Anche se, ormai la storia ce l’ha insegnato, gli USA hanno spesso esagerato, come quando hanno giustificato l’invasione in Iraq con la pretesa di esportare la democrazia.

Blessing Akele

Caso Assange: in attesa dell’Appello il fondatore di WikiLeaks resta in galera

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Speciale per Africa ExPress e Senza Bavaglio
Cornelia I. Toelgyes
7 gennaio 2021

Julian Assange dovrà restare nella sua cella nella Her Majesty Prison Belmarsh, dove si trova dall’11 aprile 2019. Lo ha stabilito il giudice, Vanessa Baraitser, ieri, in quanto teme che possa non ripresentarsi in Tribunale per discutere l’appello per la sua estradizione, proposto dagli Stati Uniti.

Lunedì scorso la Baraitser aveva rigettato la richiesta di estradizione delle autorità giudiziarie di Washinton per il  precario stato pisco-fisico di Assenge, non escludendo persino la possibilità che possa tentare il suicidio.

Durante l’udienza di lunedì scorso il fondatore di WikiLeaks aveva chiesto di essere rimesso in libertà per poter stare con la sua compagna e i suoi due bambini. Peccato, visto che un suo amico e sostenitore gli aveva messo a disposizione un appartamento a Londra in attesa dell’appello, periodo durante il quale avrebbe indossato un braccialetto elettronico per non eludere la sorveglianza della polizia.

Julian Assange
Julian Assange

Non è dato sapere quando si terrà la prossima udienza. Edward Fitzgerald, l’avvocato di Assange, ha detto che esiste una remota possibilità che il nuovo presidente Joe Biden potrebbe anche rinunciare di proseguire con la richiesta di estradizione e ha aggiunto che la decisone presa dalla Baraitser mercoledì ha cambiato un po’ tutto. Assange sarà ricordato nei libri di storia come uno che potrebbe fuggire, anziché rimanere in Gran Bretagna con la sua giovane famiglia.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Cucchiarelli: “Ecco la verità su Ustica. DC9 abbattuto dalla sfiammata di un caccia”

Rifiuto all’estradizione di Assange in USA fa bene anche al giornalismo africano

Kenya: Schools Open, but Curfew will Continued to mid-March

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Special from our Correspondent
Michael Backbone
Nairobi, 6th January 2021

Whilst Europe is challenged between the surge of infection and the slow pace of the liberatory vaccinations, Kenya is on its side about to reach the 100.000 infected patients from the virus since its inception.
Schools have opened yesterday for 10 Million Kenyan students, with a balance of requirements that should be mitigating the risks of such a large intake: it remains that this is a variable that could topple the country if not well managed.

Traffic has returned to pre-Covid levels everywhere, with congestions recorded primarily in the large towns and in the Capital city Nairobi of course.

The Government has however not relented on the restrictive measures, establishing yesterday that the curfew shall be continued until at least mid-March, whilst the current moment sees the total number of hospitalized patients standing at 614, however a more limited number in ICU and a large portion of the other cases (more than 2,000) are on home care, meaning their condition caters for less assistance.

What strikes is that the number of patients in ICU is very low (15), when one considers that about 500 ICU beds are declared as total availability in the entire country when the average stay in ICU is from a minimum of one week to up to three.

What also strikes, is that in the very precise statistics the Government issues daily since almost 300 days now, patients affected by Covid never are from the affluent neighborhoods of either the Capital or the other main towns in Kenya, as if the pandemic was rife in the lower estates than in the richer ones. It is a fact though that a former Minister and a Governor both passed away due to Covid recently, and word of mouth tells that several cases have been recorded in the expat and high revenue earning communities but have been kept in low profile.

Covid-19 and the impact of Kenyan’s economy

What matters is that the economy took a dramatic hit this year, by defeating prospects of growth as heralded in the early days of 2020, coming down to close to 0% growth, forcing the Government to rethink the already heavily indebted position of the economy by taking more loans and surpassing the current consolidated 9Tr Shillings debt (82Bn$), well above the 60% of its Gross Domestic Product.

To make matters worse, the partial cushions prepared by the Government offsetting some points of VAT and reducing the incidence of Personal Taxation have been lifted as of January 1st, while the mobile money commissions, the pulse of the real economy have also been restored through the lobbying of the market leader in the market, Safaricom who by the way recorded a loss in the third quarter although only in its traditional line of business, telephony.

With the US$ close to 10% and the € at more than 10% above its normal levels, all leads to believe for a devaluation of the shilling rendering Kenya’s exports (flowers, coffee, tea and agricultural products) more attractive whilst at the same time high hopes are on the return of tourists, bringing more than 10% of the national GDP in terms of foreign currency to the Country and reviving the ailing hospitality sector, most hit by the pandemic.

People have certainly gotten poorer through this year, it is up now to the President to enter 2021 with some encouragement, because it must be noted that 2022 is Election year, and people tend to remember why and whom made them struggle.

Michael Backbone
michael.backbone@gmail.com

Kenya adopts more draconian measures to fight COVID-19

 

Attacco jihadista di Capodanno a giacimenti gas in Mozambico, Total evacua il personale

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
6 gennaio 2021

La multinazionale petrolifera francese Total ha deciso l’evacuazione del suo personale dai giacimenti di gas naturale di Cabo Delgado, estremo nord del Mozambico. L’evacuazione di tutte le persone che si trovano sul posto per un periodo indefinito, è una scelta obbligata fino al ripristino delle condizioni di sicurezza. La decisione è stata presa a causa della situazione di estremo pericolo, salita a “livello 4”, per gli ultimi attacchi del 1° e 2 gennaio.

Momenti di una delle battaglie contro i jihadisti a Cabo Delgado
Momenti di una delle battaglie contro i jihadisti a Cabo Delgado e profughi in fuga

L’attacco più ravvicinato ai giacimenti di gas

I jihadisti, presumibilmente di Al-Sunnh wa-Jamma, hanno attaccato la penisola di Afungi, 5km dal campo Total, e ai cancelli del progetto, a 1km dalla pista aerea. È l’assalto più ravvicinato dall’inizio del terrorismo jihadista, oggi affiliato all’ISIS. Si sa che ci sono stati vari scontri e vittime ma non è possibile stabilirne la gravità di questi due attacchi. È confermato che i jihadisti, durante i raid si sono impadroniti di riserve di cibo, assaltando anche la dispensa della task force di difesa Total.

Afungi sotto assedio?

La settimana scorsa, secondo il sito Pinnacle News, gli insorti hanno attaccato i villaggi di Mondlane e Olumbi (distano 7 e 10 km dal campo Total). Quindi hanno cercato di sfondare nel cantiere che ospita i lavoratori Total e società controllate. Il gruppo di terroristi è stato messo in fuga dai militari, bene armati, delle Unità di intervento rapido (UIR).

Mappa dell'area degli ultimi attacchi vicini ai giacimenti di gas dove operano Total, ENI, ExxonMobil
Mappa dell’area degli ultimi attacchi vicini ai giacimenti di gas dove operano Total, ENI, ExxonMobil (courtesy: OpenStreetMap)

La difesa delle Forze speciali di polizia

Le UIR sono forze speciali di polizia, le più addestrate e pagate, assegnate dal governo mozambicano per proteggere gli impianti di Afungi. Purtroppo, dai movimenti dei jihadisti, pare che stiano stringendo sempre più il cerchio attorno ai giacimenti di gas dell’area. Due settimane fa l’attacco a Mute, 20km da Afungi ha allarmato Total, ExxonMobil e ENI che operano ad Afungi. Gli assalti a Monjane e Olumbi hanno aumentato l’inquietudine, fino all’attacco del 1° gennaio che ha fatto scattare l’evacuazione.

Total Albergo galleggiante per la penisola di Afungi
Albergo galleggiante per la penisola di Afungi

Pinnacle News scrive che da due settimane c’è il divieto di navigazione tra Pemba, capitale di Cabo Delgado, e Palma. Nel porto di Pemba, ci sono dodici navi con viveri, attrezzature e perfino un albergo galleggiante destinato ad Afungi. Si stima che dall’inizio del terrorismo jihadista nell’ottobre 2017 ci siano stati 2.500 morti (anche decapitati), soprattutto tra i civili, e 570 mila profughi.

Forze armate francesi a difesa di Total?

Secondo l’analista Joseph Hanlon, docente alla Open University (Regno Unito), lo sgombero del personale degli impianti di Afungi è un segnale preoccupante. “Quando Total decide di evacuare significa chiaramente che ha concluso che il governo non può proteggerlo”, scrive nella sua newsletter settimanale. E chiede: “Total proverà a costringere il governo ad accettare una presenza importante dell’esercito e della marina francese? O potrebbe arrendersi? Potrebbe decidere che le attività di gas Anadarko/Occidental che ha acquistato altrove in Africa sono una scommessa migliore?”.

Progetto dell'area degli impianti Total di Afungi
Progetto dell’area degli impianti Total di Afungi (Courtesy: Total)

Total ha programmato la prima produzione di gas naturale liquefatto (GNL-LNG) per il 2024 con una produzione stimata di 43 milioni di tonnellate all’anno. Il megaprogetto di Cabo Delgado vale 18mld di euro e Total ne detiene una partecipazione del 26,5 per cento acquistato nel settembre 2019 per 3,3mld di euro. Nell’estrazione del gas, off-shore, partecipano anche il gigante petrolifero italiano ENI, che dovrebbe iniziare la produzione nel 2022, e l’americana ExxonMobil.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Mozambico, respinto attacco jihadista alle porte dei giacimenti di gas dell’ENI

Mozambico: stop esperti UE nonostante 560mila sfollati per guerra nel nord

Mozambico: chiamata alle armi anti-jihadista, ExxonMobil e Total chiedono più militari

Mozambico: attacco jihadista, decapitati 20 militari mozambicani e 7 mercenari russi

Il mercenario Dyck: “Fermiamo jihadismo in Mozambico o colpirà l’intera regione”

Mozambico, jihadisti occupano porto di Mocimboa vicino a giacimenti di gas

Caso Assange occasione per svelare qualche mistero italiano: Silvia Romano e Ustica

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Speciale per Senza Bavaglio
Massimo A. Alberizzi
Milano, 5 gennaio 2021

La decisione della giudice londinese Vanessa Baraitser di non concedere l’estradizione di Julian Assange verso gli Stati Uniti, dove potrebbe essere persino condannato a morte, è importante per chi crede in un giornalismo libero e indipendente. La libertà di stampa è fondamentale per la democrazia e la sua crescita. Invece spesso è guardata con sospetto dalla politica e da chi la esercita.

Proprio in quest’occasione vale la pena richiamare la massima attribuita a Joseph Pulitzer: “Non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio e vizio che non vivano della loro segretezza. Portate alla luce del giorno questi segreti, descriveteli, rendeteli ridicoli agli occhi di tutti e prima o poi la pubblica opinione li getterà via. La sola divulgazione di per sé non è forse sufficiente, ma è l’unico mezzo senza il quale falliscono tutti gli altri”. E Assange ha fatto questo: ha rivelato segreti inconfessabili.

Viviamo in un Paese in cui il giornalismo investigativo non è certo praticato con  forza  e vigore e sono pochi quei giornalisti che lo esercitano con determinazione e passione. I direttori poi preferiscono far finta di non vedere e non sapere. Le commistioni tra editoria e politica sono evidenti e sotto gli occhi di tutti. I giornali, rinunciando alla loro funzione di informatori del pubblico, hanno assunto un ruolo di propagandisti. Non sono più mezzi di informazine di massa, nel senso più nobile di questo concetto, ma strumenti di lotta politica.

Non per niente l’Italia si colloca al quarantunesimo posto nella classifica stilata dall’organizzazione Reporters sans frontières sulla libertà di stampa nel mondo. Siamo superati perfino da Burkina Faso, Botswana e Senegal.

Oggi però la vittoria in tribunale del fondatore di Wikileaks ci fornisce l’occasione per lanciare un appello sia al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, sia al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, perchè svelino i misteri che circondano un paio di vicende italiane. In particolere ci riferiamo al segreto di Stato imposto sul caso Ustica (ne abbiamo parlato su Africa ExPress) e all’oscuro rapimento della volontaria Silvia Romano, su cui il presidente della Repubblica – volato nel gennaio dell’anno scorso in Qatar (la giovane milanese è stata lberata in maggio) – dovrebbe avere preziose e approfondite informazioni.

L’opinione pubblica non deve essere considerata alla stregua dei sudditi di una monarchia medioevale. In una democrazia deve essere tenuta informata e messa al corrente della vita del Paese.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twiiter @malberizzi

Ecco alcuni degli articoli che abbiamo pubblicato
sul rapimento di Silvia Romano e sul caso Ustica

Silvia Romano: tutti i link della videoinchiesta delle Iene che conferma le tesi di Africa Express

Dossier Silvia/Il Qatar si prende l’uranio e paga il riscatto che servirà a costruire grattacieli in Occidente

Dossier Silvia/Italia e Qatar: le due intelligence riunite a tavola in villa romana

Dossier Silvia/Ricucci il buon giornalismo salvato da Africa ExPress

Dossier Silvia/Altre armi vendute dall’Italia al Qatar per oltre 6 miliardi di euro

Rimandato processo ai rapitori di Silvia: emergono quarto uomo, errori, omissioni

Cucchiarelli: “Ecco la verità su Ustica. DC9 abbattuto dalla sfiammata di un caccia”

 

 

Dopo tre anni di liti Qatar e Arabia Saudita fanno la pace con la benedizione USA

Speciale per Africa ExPress
Mohammad Alguzo
4 gennaio 2021

Un accordo appena raggiunto ha posto fine alla disputa tra Qatar e Arabia Saudita. Il confine terrestre è stato aperto questa sera. Con il beneplacito di Stati Uniti e Kuwait, l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad, firmerà domani il trattato di riconciliazione con il re dell’Arabia Saudita, Salman bin Abd al-Aziz Al Saud  che pone così fine a una controversia durata quattro anni.

È interessante notare che il 5 giugno 2017 l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrain e l’Egitto hanno interrotto le relazioni diplomatiche con il Qatar. Secondo loro, infatti, il Paese sarebbe un sostenitore del terrorismo e della Fratellanza Musulmana.

La riconciliazione è avvenuta sotto gli auspici degli Stati Uniti, poiché Gernard Kushner, genero e consigliere del presidente americano uscente, Donald Trump, sarà presente domani a Riyad durante la cerimonia prevista per la firma dell’accordo.

Non ancora chiaro se anche gli altri Paesi che avevano mosso le stesse accuse rivolte dal regno saudita al Qatar firmeranno l’intesa. Ma intanto lo spazio aereo dell’Arabia Saudita sarà aperto per il transito degli aerei civili.

Il vertice del Consiglio di cooperazione del Golfo si terrà domani a Riyad alla presenza dei leader del Paesi membri dell’organizzaione.

Gli osservatori ritengono che creare un’atmosfera di riconciliazione nel Golfo sia un interesse americano per unificare gli sforzi di fronte a un possibile attacco USA all’Iran prima che Trump lasci la Casa Bianca e consegni a Joe Biden la presidenza.

Mohammad Alguzo

 

Rifiuto all’estradizione di Assange in USA fa bene anche al giornalismo africano

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
4 gennaio 2021

Anche il giornalismo africano potrà gioire perché Julian Assange non sarà estradato negli Stati Uniti. È la decisione di stamane della giudice distrettuale, Vanessa Baraitser, alla Central Criminal Court di Londra. Uno smacco per gli USA e uno schiaffo per Trump. Una sentenza che conferma il diritto di avere un giornalismo libero che sicuramente farà eco almeno nelle ex colonie britanniche in Africa. Tra queste il Ghana, dove Anas Aremeyaw Anas, giornalista investigativo ghanese lavora da anni sotto copertura contro la corruzione.

Il governo USA ha richiesto insistentemente l’estradizione di Assange accusando il giornalista di cospirazione e spionaggio. Con queste accuse rischia una pena di 175 anni di carcere di massima sicurezza e perfino la pena capitale. Anche Reporters sans frontieres (RSF), con una petizione, qualche giorno fa si è schierata per la liberazione di Assange e contro l’estradizione.

Julian Assange
Julian Assange

Una vittoria della democrazia

Una grande vittoria della democrazia e del giornalismo libero e indipendente. Per il momento. Perché gli Stati Uniti non si faranno intimidire da una sentenza che non convalida le loro accuse. È molto probabile che la sentenza venga impugnata in appello dai funzionari statunitensi vogliono di perseguire a tutti i costi il giornalista australiano. La sentenza è stata accolta con applausi, all’esterno dell’Old Bailey (il tribunale), da un gruppo di sostenitori di Assange con cartelli e slogan davanti ai media di tutto il mondo.

Manifestazione pro Assange
Manifestazione pro Assange

Il giornalista, 49 anni, fondatore dell’organizzazione WikiLeaks, ha passato gli ultimi 20 mesi in un carcere londinese. Prima di essere trasferito nella prigione aveva chiesto asilo politico all’ambasciata dell’Equador a Londra, dove è rimasto per sette anni. Nel frattempo è arrivata l’accusa di stupro da parte del governo svedese che ne ha chiesto l’estradizione per poterlo giudicare. Un’accusa, poi archiviata, che serviva agli Stati Uniti per aggirare l’impossibilità di estradizione dal Regno Unito.

Lo scandalo che imbarazza gli USA

Negli Stati Uniti lo scandalo WikiLeaks è scoppiato nel 2010 con la pubblicazione di documenti sulla guerra in Afghanistan e Iraq. Il primo documento è stato la pubblicazione del video di un elicottero USA Apache che uccide 11 civili in Iraq. Lo scalpore per i documenti pubblicati è continuato con la pubblicazione su WikiLeaks e sui media americani di decine di prove che mostravano abusi dei militari USA. Tra questi documenti, tutti top secret, anche un video dell’uccisione di un giornalista della Reuters.

Assange ha agito nell’interesse pubblico

Assange, davanti alle accuse del governo statunitense, ha sempre dichiarato che pubblicava il materiale come giornalista. I suoi avvocati hanno invece accusato gli Stati Uniti di voler giudicare il giornalista perché ha divulgato cose non gradite e imbarazzanti. Soprattutto prove su crimini di guerra e abusi sui diritti umani dei militari USA.

A difesa di Julian Assange anche Daniel Ellsberg, giornalista che ha fatto trapelare i documenti del Pentagono sulla guerra del Vietnam. Secondo Ellsberg il giornalista australiano ha agito nell’interesse pubblico e negli Stati Uniti non avrebbe un processo equo.

Sandro Pintus
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