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Rifiuto all’estradizione di Assange in USA fa bene anche al giornalismo africano

sandro_pintus_francobollo

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
4 gennaio 2021

Anche il giornalismo africano potrà gioire perché Julian Assange non sarà estradato negli Stati Uniti. È la decisione di stamane della giudice distrettuale, Vanessa Baraitser, alla Central Criminal Court di Londra. Uno smacco per gli USA e uno schiaffo per Trump. Una sentenza che conferma il diritto di avere un giornalismo libero che sicuramente farà eco almeno nelle ex colonie britanniche in Africa. Tra queste il Ghana, dove Anas Aremeyaw Anas, giornalista investigativo ghanese lavora da anni sotto copertura contro la corruzione.

Il governo USA ha richiesto insistentemente l’estradizione di Assange accusando il giornalista di cospirazione e spionaggio. Con queste accuse rischia una pena di 175 anni di carcere di massima sicurezza e perfino la pena capitale. Anche Reporters sans frontieres (RSF), con una petizione, qualche giorno fa si è schierata per la liberazione di Assange e contro l’estradizione.

Julian Assange
Julian Assange

Una vittoria della democrazia

Una grande vittoria della democrazia e del giornalismo libero e indipendente. Per il momento. Perché gli Stati Uniti non si faranno intimidire da una sentenza che non convalida le loro accuse. È molto probabile che la sentenza venga impugnata in appello dai funzionari statunitensi vogliono di perseguire a tutti i costi il giornalista australiano. La sentenza è stata accolta con applausi, all’esterno dell’Old Bailey (il tribunale), da un gruppo di sostenitori di Assange con cartelli e slogan davanti ai media di tutto il mondo.

Manifestazione pro Assange
Manifestazione pro Assange

Il giornalista, 49 anni, fondatore dell’organizzazione WikiLeaks, ha passato gli ultimi 20 mesi in un carcere londinese. Prima di essere trasferito nella prigione aveva chiesto asilo politico all’ambasciata dell’Equador a Londra, dove è rimasto per sette anni. Nel frattempo è arrivata l’accusa di stupro da parte del governo svedese che ne ha chiesto l’estradizione per poterlo giudicare. Un’accusa, poi archiviata, che serviva agli Stati Uniti per aggirare l’impossibilità di estradizione dal Regno Unito.

Lo scandalo che imbarazza gli USA

Negli Stati Uniti lo scandalo WikiLeaks è scoppiato nel 2010 con la pubblicazione di documenti sulla guerra in Afghanistan e Iraq. Il primo documento è stato la pubblicazione del video di un elicottero USA Apache che uccide 11 civili in Iraq. Lo scalpore per i documenti pubblicati è continuato con la pubblicazione su WikiLeaks e sui media americani di decine di prove che mostravano abusi dei militari USA. Tra questi documenti, tutti top secret, anche un video dell’uccisione di un giornalista della Reuters.

Assange ha agito nell’interesse pubblico

Assange, davanti alle accuse del governo statunitense, ha sempre dichiarato che pubblicava il materiale come giornalista. I suoi avvocati hanno invece accusato gli Stati Uniti di voler giudicare il giornalista perché ha divulgato cose non gradite e imbarazzanti. Soprattutto prove su crimini di guerra e abusi sui diritti umani dei militari USA.

A difesa di Julian Assange anche Daniel Ellsberg, giornalista che ha fatto trapelare i documenti del Pentagono sulla guerra del Vietnam. Secondo Ellsberg il giornalista australiano ha agito nell’interesse pubblico e negli Stati Uniti non avrebbe un processo equo.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Ghana, il giornalismo sotto copertura: “Anas sta guardando. Fai la cosa giusta”

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Sahel: massacro di 100 civili in Niger, altri 2 militari francesi uccisi da una mina in Mali

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
4 gennaio 2020

Gli uomini armati sono arrivati in sella su un centinaio di moto, poi si sono divisi. Un gruppo ha attaccato il villaggio di Tchoma Bangou, un secondo Zaroumadareye. La distanza tra i due paesini è di soli 7 chilometri e si trovano nell’ovest del Niger, a poco più di 100 chilometri dalla frontiera con il Mali.

I presunti terroristi – l’attentato non è ancora stato rivendicato – hanno aperto il fuoco e hanno sparato alla cieca a chiunque fosse a portata di tiro.

Massacro di civili in Niger

Cento, forse più, i civili assassinati barbaramente, senza pietà. Tchoma Bangou, sindaco di Tondikiwindi, comune che amministra anche i due villaggi, ancora sotto shock, ha riferito ai reporter che l’agressione è stata perpetrata sabato mattina, 2 gennaio. “Quando siamo arrivati a Tchoma Bangou abbiamo trovato 70 corpi senza vita, mentre a Zaroumadareye 30. In tutto ci sono anche 25 feriti. Alcuni gravi, che sono stati evacuati a Niamey e a Ouallam per ricevere le cure necessarie”.

E’ il peggior massacro di civili che la ex colonia francese abbia mai subito e questo in piene elezioni presidenziali. Il presidente uscente, Mahamadou Issoufou, ha fatto le condoglianze via Twitter alla popolazione colpita e per stamattina è stato convocato un Consiglio di sicurezza nazionale straordinario.

La carneficina si è consumato nella regione di Tillaberi, la più instabile del Paese, spesso teatro di attacchi di gruppi terroristi. Da tempo è vietato circolare con la moto in quell’area, proprio per evitare incursioni con le due ruote. Il 21 dicembre sono stati uccisi nella stessa zona 7 soldati nigerini, mentre nella regione di Diffa, al confine con la Nigeria, sono stati massacrati 34 residenti il mese scorso.

Mali, Niger e Burkina Faso sono i Paesi maggiormente colpiti dalle incursioni jihadiste, durante i quali, secondo un rapporto dell’ONU nel 2019 avrebbero perso la vita oltre 4.000 persone

C’è il forte sospetto che i presunti jihaduisti siano arrivati dal vicino Mali, dove, sempre sabato mattina, sono morti due militari francesi dell’ Opération Barkhane, presente in tutto il Sahel con 5.100 uomini.

Yvonne Huynh e Loïc Risse, uccisi in Mali

Altri due militari francesi sono morti in Mali sabato mattina. L’incidente si è verificato nei pressi di Ménaka, nella “regione delle tre frontiere” (Mali, Niger, Burkina Faso), mentre erano in missione di ricognizione. Il loro veicolo ha urtato una mina artigianale ed è esploso. Un terzo soldato è rimasto ferito, mentre Yvonne Huynh di 33 anni e Loïc Risser di 24 sono deceduti. Yvonne è la prima donna militare francese che ha perso la vita nel Sahel. La Francia è presente nell’area dal 2013, dapprima con l’operazione Several, poi con la Barkhane.

Lunedì scorso sono morti in un incidente simile altri tre soldati francesi, attentato che è stato rivendicato sabato 2 gennaio dal raggruppamento terrorista fondato nel 2017, Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani, guidato da Iyad Ag-Ghali, sulla loro piattaforma di propaganda Al-Zallaqa.

Cornelia I. Toelgyes
cotcorneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Benin: designato il nuovo sovrano del vodoo e del regno di Dahomey

Mali ancora nel caos, nulla di fatto dopo il vertice con 5 capi di Stato a Bamako

Congo-K: i gruppi armati si scatenano, nuova mattanza nel Nord-Kivu

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
3 gennaio 2021

Le forze armate della Repubblica Democratica del Congo (FARDC) sostengono di aver ucciso 14 miliziani del gruppo terrorista del gruppo armato Allied Democratic Forces, un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995 e, secondo il giornale online Congo-Uni, tra questi ci sarebbero anche 2 arabi bianchi.

Che ci siano miliziani di diverse nazionalità tra i ribelli, non è nuovo. Basti pensare che un anno fa su 36 membri di ADF arrestati, 22 erano ugandesi, 3 tanzaniani, 2 keniani, 4 congolesi, 2 ruandesi, 1 centrafricano e un burundese.

Attacco del gruppo armato ADF in Congo-K

I militari di FARDC e il miliziani ADF si sono scontrati il 1° gennaio nel territorio di Beni, nel Nord-Kivu, nel villaggio di Loselose. I ribelli del gruppo armato il giorno precedente avevano brutalmente ammazzato 24 persone a Tingwe. Le autorità locali hanno confermato l’attacco e un esponente della società civile ha chiesto una maggiore presenza delle forze dell’ordine, visto che ormai è noto a tutti che i terroristi prendono sempre la stessa strada per uccidere la gente quando ritorna dal lavoro nei campi.

I soldati governativi sono arrivati solamente nel pomeriggio, a strage ormai consumata. Dalla fine di ottobre, con il lancio dell’Operazione Soukula – campagna militare contro i ribelli ADF – gli attacchi sono leggermente diminuiti, ma mai cessati completamente. E, in base a un rapporto di CEPADHO (Centre d’étude pour la promotion de la paix, la démocratie et les droits de l’homme), un’organizzazione della società civile, dall’inizio di dicembre 2019 a fine novembre 2020 sono stati uccisi 1.135 civili nel territorio di Beni.

“Sono riuscito a scappare, hanno cercato di inseguirmi. Ero preoccupato per le mie bambine, erano con la nonna. Le piccole sono riuscite a fuggire, ma i criminali hanno preso l’anziana donna. Era tra i morti, tutta gente che stava ritornando dal duro lavoro nei campi”, ha dichiarato un testimone ai reporter di Radio France International.

Fortunatamente i militari sono intervenuti tempestivamente la notte tra il 1° e il 2 gennaio, mentre miliziani di ADF stavano per attaccare un altro villaggio nella zona di Ituri. Erano le 2 di notte, quando gli abitanti di Mayitatu sono stati svegliati da colpi di arma da fuoco.

E’ evidente che le incursioni e le violenze dei ribelli ADF non sono altro che ripercussioni nei confronti dei soldati governativi e dei caschi blu di MONUSCO (acronimo per Missione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione nella Repubblica Democratica del Congo), ma le reali vittime sono i civili.

E sempre nella stessa provincia, nel territorio di Walikale, durante la notte di capodanno sono fuggite centinaia di persone di tre villaggi: Bukumbirwa, Kilambo e Misambo per i pesanti scontri tra il gruppo armato Nduma défense du Congo-Rénové (NDCR-R) guidato dal signore della guerra Shimiray Mwisa Guidon e quello di un raggruppamento maï-maï (Forces patriotiques populaires, Armée du peuple (FPP-AP) capeggiato da Kabidu, acerrimo nemico di Guidon. La gente in fuga è disperata, ma sembra che non ci siano stati né morti e né feriti tra i civili. Radio Okapi, emittente e giornale online congolese di proprietà dell’ONU ha riportato proprio oggi che sei miliziani sono morti durante gli scontri. La popolazione è stanca dei continui attacchi dei gruppi armati, che impediscono lo sviluppo dell’intera area.

Gruppo armato nel Congo-K

I maï maï sono guerrieri tradizionali, combattenti che si sottopongono a iniziazioni magiche e partecipano a riti esoterici; sono stati molto attivi negli anni ’90. Sono comparsi per le prime volte nelle guerriglie subito dopo l’indipendenza, nel 1960. Da tempo sono di nuovo attivi e sono responsabili di molti scontri avvenuti in tutto il Kivu. I maï maï dovrebbero proteggere la popolazione, ma di fatto quasi mai è così: razziano, rapinano, violentano.

Giedeon, invece, è sulla lista nera del Consiglio di Sicurezza dell’ONU dal 2018, perché accusato di arruolare anche bambini soldato nei suoi ranghi e di violazione di diritti umani nel Nord-Kivu. Inoltre, secondo il rapporto del Consiglio, impone tasse illegali nelle aree aurifere e infine è accusato di procurarsi armi illegalmente. Vige a tutt’oggi il divieto di vendere armi ai gruppi ribelli nel Paese.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Congo-K nel caos: ebola non si ferma e milizie armate devastano l’est del Paese

Coronavirus e recrudescenza di ebola, cocktail micidiale in Congo-K

ENI rafforza presenza negli Emirati Arabi Uniti con nuove acquisizioni offshore

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
gennaio 2021

Negli stessi giorni in cui il Parlamento chiedeva al Governo la proroga della sospensione dell’esportazione di alcuni sistemi d’arma ad Arabia saudita ed Emirati Arabi Uniti per i crimini commessi in Yemen, il colosso energetico ENI – controllato in parte dallo Stato italiano – decideva di espandere la propria presenza in territorio emiratino.

Claudio Descalzi, amministratore delegatodell’ENI

A fine dicembre l’azienda italiana ha firmato infatti un contratto per l’acquisizione di una quota del 70% della concessione nel Blocco esplorativo 3, situato nell’offshore nord-occidentale di Abu Dhabi. L’accordo di concessione è stato firmato dal ministro dell’Industria degli Emirati Arabi nonché amministratore delegato dell’Abu Dhabi National Oil Company (ADNOC) Sultan Ahmed Al Jaber, dall’Ad di ENI Claudio Descalzi e da Phongsthorn Thavisin, general manager della società petrolifera thailandese PTT Exploration and Production Public Company Limited (PTTEP), anch’essa parte del consorzio con una quota di minoranza.

La più grande area esplorativa

Il Blocco esplorativo 3 rappresenta l’area più grande assegnata nell’ultimo anno dalla compagnia nazionale petrolifera emiratina e copre una superficie di circa 11.660 chilometri quadrati. La fase esplorativa avrà una durata massima di nove anni, mentre i termini della concessione saranno estesi per 35 anni dall’inizio della fase esplorativa; in caso di esito positivo, per le fasi di sviluppo e produzione l’ADNOC avrà un’opzione per detenere una quota del 60%. La nuova licenza si trova in prossimità di altri grandi giacimenti, tra cui le concessioni offshore dei Blocchi esplorativi 1 e 2 che l’holding italiana ha ottenuto dopo il bando concessione di ADNOC del maggio 2019.

“La concessione è molto importante non solo sotto il profilo economico-commerciale, ma anche per quello che riguarda le relazioni tra Italia ed Emirati”, ha dichiarato l’amministratore delegato di ENI, Claudio Descalzi. “Essa rappresenta un ulteriore importante passo verso la realizzazione della strategia per rendere ENI protagonista nel settore dell’oil and gas ad Abu Dhabi, regione leader nel settore, contribuendo ad aggiungere ulteriori risorse e a sfruttare tutte le potenziali sinergie con i giacimenti circostanti”.

Ministro soddisfatto

Ampia soddisfazione per l’accordo italo-emiratino è stata espressa dal ministro Sultan Al Jaber. “Questa concessione rafforza ulteriormente la partnership tra ADNOC ed ENI”, ha dichiarato Al Jaber. “Ciò conferma ancora una volta il nostro approccio mirato alle partnership ad alto valore aggiunto che contribuisce alla giusta combinazione di capitale, tecnologia, capacità e accesso al mercato per accelerare lo sviluppo delle risorse di idrocarburi di Abu Dhabi. Nonostante le condizioni di mercato instabili (…) continuiamo ad accogliere i partner che condividono la nostra visione per liberare valore dalle nostre risorse di idrocarburi in modo sostenibile e con reciproco vantaggio, mentre portiamo avanti la nostra strategia verso il 2030”.

ENI blocco offshore Emirati Arabi Uniti

ENI opera negli Emirati Arabi Uniti dal marzo 2018 quando firmò un accordo per l’acquisto di due concessioni, la prima con una quota del 5% nel giacimento a petrolio di Lower Zakum a 84 km a nord-ovest di Abu Dhabi, la seconda del 10% nel campo sottomarino a olio, condensati e gas di Umm Shaif e Nasr, a circa 135 chilometri dalla costa di Abu Dhabi e un target di produzione di 460mila barili al giorno. A presenziare alla firma dell’accordo tra l’Ad Claudio Descalzi e l’ente petrolifero emiratino, il principe ereditario di Abu Dhabi Mohamed bin Zayed Al Nahyan e l’allora primo ministro italiano Paolo Gentiloni, a riprova della rilevanza politico-economica riservata dai due governi all’evento. Coincidenza vuole che negli stessi mesi si registrava l’ennesima escalation del conflitto nel vicino Yemen con il sempre più diretto coinvolgimento delle forze armate emiratine.

La fabbrica di droni da guerra

Per ottenere lo sfruttamento per 40 anni dei giacimenti di Lower Zakum, Umm Shaif e Nasr, l’ENI ha sborsato 875 milioni di dollari reinvestendo i ricavi di una contemporanea triangolazione con Mubadala Petroleum, la società petrolifera del fondo sovrano emiratino Mubadala, la stessa che controlla il complesso militare-industriale nazionale e che ha acquisito in Italia Piaggio Aereo Industries per dotare l’emirato di droni da guerra. ENI ha aveva ceduto al gruppo Mubadala il 10% della concessione offshore di Shorouk in Egitto per il giacimento a gas di Zohr, il più grande del Mediterraneo, incassando 934 milioni di dollari. Il 12 novembre 2018, l’ENI aveva poi ulteriormente rafforzato le relazioni d’affari con la cassaforte finanziaria del regime di Abu Dhabi: il presidente di Mubadala Petroleum, Musabbeh Al Kaabi, e l’amministratore delegato Claudio Descalzi sottoscrivevano infatti un accordo per la cessione da parte di ENI del 20% della concessione del blocco esplorativo a gas di Nour situato nel bacino del Delta del Nilo orientale, a circa 50 km dalla costa egiziana.

Negli Emirati Arabi Uniti il colosso energetico italiano opera inoltre nella concessione di Ghasha, la maggiore area estrattiva offshore di gas e per la quale l’ENI sta negoziando con l’Abu Dhabi National Oil Company l’acquisizione di una quota dell 25%. La concessione di Ghasha è stata ottenuta nel novembre 2018 e ha una durata anch’essa di 40 anni; consiste nei giacimenti di Hail, Ghasha, Dalma e in altri campi offshore situati nella regione di Al Dhafra da cui si prevede di estrarre più di 1,5 miliardi di piedi cubi di gas e 120.000 barili al giorno di olio e condensati. Sempre in ambito esplorativo/estrattivo, l’ENI opera nel giacimento petrolifero offshore di Ras Al Khaimah in un’area di 2.412 km2 ottenuta in concessione dall’omonimo emirato nell’aprile 2019 e in quello onshore (gas e condensati) di Mahani, grazie alla costituzione nel gennaio 2020 di una joint venture paritaria con la società petrolifera di Stato SNOC dell’Emirato di Sharjah.

La partecipazione italiana nella raffineria

L’holding italiana detiene inoltre una quota del 25% di ADNOC Refining, società di raffinazione della compagnia petrolifera nazionale di Abu Dhabi, titolare delle raffinerie situate a Ruwais ed Abu Dhabi, con una capacità produttiva di oltre 922 mila barili al giorno di greggio. Il complesso di Ruwais, in particolare, è il quarto al mondo come dimensione ed è oggetto di ulteriore espansione e integrazione al fine di sviluppare il più grande sito di raffinazione e petrolchimica a livello mondiale. Per l’operazione di acquisizione di un quarto di questi impianti, l’ENI ha sborsato 3,24 miliardi di dollari circa con l’accordo firmato il 27 gennaio 2019 alla presenza dello Sceicco Mohamed bin Zayed Al Nahyan, Principe della Corona di Abu Dhabi e Vicecomandante Supremo delle forze armate degli Emirati Arabi, e il presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte. Con ADNOC e la società austriaca OMV, l’azienda italiana ha poi costituito una nuova joint venture per la commercializzazione dei prodotti petroliferi raffinati.

Meno di un anno fa il ministro e amministratore delegato della Abu Dhabi National Oil Company, Sultan Ahmed Al Jaber, e l’Amministratore delegato di ENI, Claudio Descalzi, hanno anche firmato un memorandum d’intesa per lo sviluppo congiunto di iniziative di ricerca “mirate alla realizzazione di soluzioni tecnologiche avanzate per la riduzione, cattura, utilizzo o confinamento in giacimenti delle emissioni di CO2”. La santa alleanza Italia-Emirati fatta sino ad oggi di armi, gas e petrolio potrà così tingersi di green e divenire, forse, più sostenibile…

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Spunta in Algeria parte del riscatto pagato per il rilascio di 4 ostaggi (2 italiani) in Mali

Speciale per Africa ExPree
Cornelia I. Toelgyes
1° gennaio 2021

All’inizio della settimana il governo algerino ha annunciato di aver recuperato oltre 80 mila euro, parte del riscatto pagato per la liberazione di quattro ostaggi in Mali. La trattativa per il loro rilascio comprendeva anche la scarcerazione di oltre 200 jihadisti. Africa ExPress aveva ampiamente documentato dettagli delle negoziazioni.

Padre Maccalli e Nicola Chiacchio liberati in Mali
Padre Maccalli, a sinistra, Nicola Chiacchio, a sinistra

Tutti, ma proprio tutti, sono rimasti in religioso silenzio quando, dopo la liberazione di Soumaïla Cissé – uomo politico dell’opposizione maliana deceduto pochi giorni fa di Covid-19 a Parigi –  la francese Sophie Pétronin e i due italliani, Padre Pierluigi Maccalli e Nicola Chiacchio – si è parlato del pagamento di un lauto riscatto. Allora era emersa la corresponsione  di 30 milioni di euro. Anzi, a dirla tutta, la Francia aveva negato categoricamente di aver sborsato un solo centesimo. E Florence Parly, ministro alla Difesa del Paese d’Oltralpe aveva sottolineato: “Nessuna implicazione di Parigi nei negoziati per la liberazione degli ostaggi in Mali”. Già allora Algeri non aveva apprezzato il rilascio dei terroristi per timore che potessero riprendere la loro attività nel Paese.

Operazione anti-terrorista delle forze algerine

Secondo quanto riportato dalle autorità di Algeri, la somma sarebbe stata ritrovata dai militari il 28 dicembre durante un’operazione anti terrorista. L’ingente somma era nascosta in alcuni bunker che servivano ai criminali come nascondiglio nelle campagne vicino alla città di Djidjelli. I jihadisti non sono più attivi in quella zona, che viene ora utilizzata per lo più da chi è ricercato, come nascondiglio di materiale e  famiglie dei terroristi. E secondo quanto riporta Le Monde, quotidiano francese, sarebbe stato proprio uno degli oltre 200 miliziani rilasciati in Mali, poi arrestato in Algeria a aver rivelato la presenza dei soldi vicino a Djidjelli.

Algeri non ha rivelato ulteriori dettagli, ha solamente assicurato che è stato sventato un piano di riorganizzazione nel Paese di AQMI (acronimo per Al Qaeda nel Maghreb Islamico), che fa parte del raggruppamento terrorista fondato nel 2017 Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani, guidato da Iyad Ag-Ghali, vecchia figura indipendentista touareg, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine – in italiano: ausiliari della religione (islamica) – e alleato con al-Qaeda e i talebani afgani. Il leader di AQMI, l’algerino Abdelmalek Droukdel e alcuni suoi stretti collaboratori sono stati uccisi lo scorso giugno nel nord del Mali dai militari francesi di Opération Barkhane, presenti in tutto il Sahel con 5.100 uomini.

E sempre il 28 dicembre scorso sono morti tre militari di Barkhane nella zona delle “tre frontiere” (Mali, Niger,Burkina Faso) in territorio maliano. Si chiamavano Tanerii Mauri, Quentin Pauchet e Dorian Issakhanian ed erano arrivati sul terreno solo a novembre.

Operazione Barkhane in Mali

L’incidente si è verificato appunto lunedì mattina, mentre i tre stavano rientrando dalla base di Hombori dove avevano scortato un convoglio con viveri, acqua, carburante e materiale logistico ed erano diretti a Gossi (un tragitto di una novantina di chilometri). Il blindato leggero ha urtato una mina artigianale e è saltato per aria, imboscata secondo il manuale dei miliziani dei gruppi armati del Sahel. E con questo agguato salgono a otto i militari di Barkhane morti nel 2020, 47 dal 2013, da quando la Francia è presente militarmente in Mali.

Quest’area è uno dei santuari dei terroristi attivi nel Sahel e per questo motivo dall’inizio dell’anno gran parte delle operazioni di Barkhane sono concentrate lì, anche grazie ai rinforzi inviati da Parigi dopo il vertice a Pau, città della Francia, dello scorso gennaio. Africa ExPress ha documentato dettagliatamente l’incontro tra Emmanuel Macron e i Capi di Stato del G5 Sahel.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

ESCLUSIVA/Trenta milioni e 203 terroristi rilasciati: il riscatto per i liberati in Mali

Mali: Parigi esulta per l’uccisone di capo jihadista, contestato il presidente Keita

Sahel-Francia: formata nuova coalizione per combattere sul campo i terroristi

Il Pentagono insiste con interventi nel Corno d’Africa: arrivata la portaerei Nimitz

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
dicembre 2020

Le acque più armate e militarizzate del pianeta a fine 2020? Quelle del Corno d’Africa. Il 28 dicembre, l’United States Africa Command, il Comando militare per le operazioni USA nel continente africano ha reso noto il trasferimento a largo della Somalia del gruppo navale d’attacco guidato dalla portaerei a propulsione nucleare “Nimitz” per fornire un sostegno operativo alla Joint Task Force Quartz, la forza di pronto intervento attivata dal Pentagono in Corno d’Africa. Del Nimitz Carrier Strike Group fanno parte oltre alla portaerei “Nimitz” e ai sessanta velivoli da guerra imbarcati (cacciabombardieri, aerei spia, ecc.), gli incrociatori lanciamissili “USS Princeton” e “Philippine Sea” e il cacciatorpediniere “Sterett”.

La oortaerei a propulsione nucleare Nimtz

Il gruppo aereonavale proviene dal Golfo Persico dove ha effettuato una serie di esercitazioni congiuntamente alle forze armate di Oman e Bahrein. “Il Nimitz Carrier Strike Group è stato schierato nell’area operativa controllata dalla V Flotta USA per garantire la stabilità e la sicurezza nella Regione Centrale, mettendo in connessione il Mediterraneo e il Pacifico attraverso l’Oceano Indiano occidentale e i tre stretti marittimi critici per il libero flusso del commercio globale”, riporta US Africom. “Il gruppo aereonavale porta incredibili capacità belliche all’Operazione Octave Quartz, il cui scopo è quello di ricollocare le forze militari USA presenti in Somalia in altre località operative dell’Africa Orientale mentre continuiamo a mantenere la pressione contro le minacce regionali e i gruppi estremisti violenti e a supportare le forze armate dei paesi partner”.

La componente aeronavale dell’Operazione Octave Quartz è costituita dal Makin Island Amphibious Ready Group, il gruppo anfibio di pronto intervento guidato dalla nave d’assalto “USS Makin Island” con i cacciabombardieri F-35B Lightning II e AV-8B Harrier e i convertiplano MC-22B Osprey e di cui fanno parte pure le unità da trasporto “San Diego” e “Somerset” con a bordo gli uomini della 15th Marine Expeditionary Unit del Corpo dei Marines. A fianco dei due gruppi aeronavali il Pentagono ha schierato a largo della Somalia pure la nuova unità di base mobile per le spedizioni della Marina militare USS Hershel “Woody” Williams con 260 uomini, numerosi elicotteri d’attacco MH-53 ed MH-60 e i velivoli senza pilota MH-8 Fire Scout.

La Joint Task Force Quartz è stata attivata a largo delle acque somale subito dopo la visita in Africa Orientale del comandante dell’U.S. Africa Command, il generale Stephen Townsend, a metà dicembre. Nel corso dei suoi incontri con i leader politici e militari Kenya, Somalia e Gibuti, il gen. Townsend ha spiegato che il “ritiro” dei 700 militari schierati in territorio somalo “non rappresenta uno sganciamento degli Stati Uniti dall’Africa Orientale”. “Noi continuiamo ad essere impegnati ad aiutare gli alleati africani per costruire un futuro più sicuro”, ha dichiarato il comandante di US Africom. “Restiamo sempre pronti a colpire gli Shebab in ogni momento e in ogni luogo sia necessario”.

Miliziani al Shebab

Le intenzioni di Washington di schierare un’invincibile armata in Corno d’Africa non solo per mostrare i muscoli ma anche per portare a termine una serie di strike in territorio somalo trovano conferma dall’attacco aereo condotto alla vigilia di Natale contro un presunto compound degli al-Shabaab nelle vicinanze di Saakow, cittadina nel sud della regione del Medio Giuba. “L’attacco, condotto in coordinamento con il Governo federale della Somalia, ha danneggiato il compound e diversi combattenti di al-Shabaab sono fuggiti, e ciò consente di contrastare così le loro attività nefaste”, ha dichiarato l’ammiraglio Heidi Berg, direttore dell’intelligence del Comando di U.S. Africom. “Nessun civile è stato ferito o ucciso nel corso di quest’operazione. Gli sforzi per disgregare le attività nemiche continueranno così come l’attenzione verso ogni minaccia in Africa Orientale. Al-Shabaab cerca non solo di distruggere la governance e la sicurezza in Somalia, ma colpisce civili innocenti in Kenya e in altre aree e pertanto continueremo a monitorare e opporci a questa rete terroristica”.

Le forze USA avevano effettuato altri due attacchi in Somalia il 10 dicembre, distruggendo alcuni campi di miliziani nei pressi di Jilib, a 110 km a sud circa dalla città di Kismayo. Secondo il Pentagono, nei due attacchi sarebbero stati uccisi “otto terroristi noti per il loro importante ruolo nella produzione di esplosivi ed ordigni improvvisati trasportati da veicoli utilizzati frequentemente per colpire civili innocenti”. Con l’arrivo del gruppo aeronavale guidato dalla portaerei “Nimitz” è presumibile che nei prossimi giorni saranno lanciati nuovi massicci attacchi in territorio somalo.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Corno d’Africa: l’America mostra i muscoli e schiera un’agguerritissima forza navale

Mozambico, respinto attacco jihadista alle porte dei giacimenti di gas dell’ENI

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
29 dicembre 2020

I giacimenti di gas naturale (GNL-LNG) di Cabo Delgado, provincia del nord, sono sotto attacco jihadista. L’assalto è avvenuto a una ventina di km da Palma, dove nella penisola di Afungi c’è la sede di ENI, ExxonMobil e Total. A protezione dell’area dei giacimenti ci sono almeno 500 militari e ne sono stati richiesti altri 300.

Si tratta di un impianto da 18 miliardi di euro, uno dei gioielli del forziere di Maputo. È un’area che, insieme al giacimento di rubini di Montepuez, è strategica per l’economia mozambicana dei prossimi decenni.

 giacimenti di gas - militari mozambicani
Militari mozambicani a Cabo Delgado

L’attacco è stato effettuato a Mute nella notte del 23 dicembre, 40 km a nord di Mocimboa da Praia, zona sotto controllo jihadista da agosto scorso. È il secondo attacco a Mute nel giro di poche settimane. I rivoltosi, secondo il ministro della Difesa mozambicano, Jaime Neto, sono stati respinti dalle Forze Armate Mozambicane (FADM). Il sito portoghese Africa Monitor scrive che le FADM non hanno capacità di risposta e hanno difficoltà nella logistica. A causa della disorganizzazione è difficile anche il trasferimento dei feriti e il trasporto dei caduti in aereo all’ospedale di Pemba.

Dyke Advisory Group e Paramount Group in aiuto del Mozambico

Dopo il fallimento dei russi del Wagner Group, per contrastare la violenza dei gruppi jihadisti di al Sunnah Wa-Jama Maputo si serve di altri mercenari. Da febbraio scorso si appoggia al Dyke Advisory Group (DAG). Interviene in aiuto soprattutto con mezzi aerei: un elicottero Gazelle (un altro Gazelle è stato abbattuto) e un aereo leggero Bat Hawk. Da novembre si è aggiunto Paramount Group, un cartello di società sudafricane che operano nei settori della difesa globale.

giadimenti di gas - blindato Marauder
Blindati Marauder di Paramount Group

Secondo indiscrezioni di Defence Web, da Paramount Group sono arrivati almeno cinque Marauder. Sono mezzi blindati da 17 tonnellate, che trasportano fino a 12 militari e resistono alle esplosioni dirette di 8 kg di TNT. E si parla anche di altri due blindati leggeri. Il Parlamento sudafricano ha autorizzato la spedizione di armamenti al vicino Mozambico ma, a parte i Marauder, non se ne conosce il quantitativo.

Una guerra da 2.500 morti e 560 mila sfollati

La guerra a Cabo Delgado, dall’ottobre 2017, è diventata sempre più cruenta. Si contano tra 2.000 e 2.500 morti, soprattutto tra la popolazione civile. Davanti a questa situazione tragica che sembra peggiorare quotidianalmente, il Parlamento europeo ha proposto l’invio di esperti per valutare gli aiuti. Il presidente mozambicano, Filipe Nyusi, ha però fermato i visti d’ingresso perché non ha gradito le esternazione di Josep Borrell, Alto rappresentante UE per gli Esteri.

giacimenti di gas -campo profughi
Campo profughi a Cabo Delgado

USA e Portogallo offrono aiuto militare

Mentre gli insorti, ora affiliati all’ISIS, continuano ad avvicinarsi ai giacimenti di gas di Palma, USA e Portogallo offrono a Nyusi aiuto nella formazione militare. “Gli Stati Uniti vogliono essere partner privilegiato contro il terrorismo a Cabo Delgado”, ha dichiarato Nathan Sales, coordinatore per l’antiterrorismo del Dipartimento di Stato USA. Lo ha detto durante la visita a Maputo il 3 dicembre ma ha precisato che sul campo di battaglia non ci saranno militari americani.

Anche il ministro della Difesa portoghese, João Gomes Cravinho, era a Maputo pochi giorni dopo Sales. Cravinho ha incontrato il suo omologo mozambicano Jaime Neto al quale ha affermato l’appoggio del Portogallo nella guerra a Cabo Delgado. “Siamo disponibili ad aiutare le autorità mozambicane nel combattere il terrorismo secondo ciò che il Mozambico ritiene necessario”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Crediti foto:
– Marauder
Di Gulustan – Opera propria, CC BY-SA 3.0, Collegamento

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Covid-19 mutato provoca seconda ondata in Sudafrica: 1 milione di infezioni registrate

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
28 dicembre 2020

Impennata di contagi da Covid-19 in Sudafrica, che domenica sera ha raggiunto un milione di casi. Già all’inizio del mese, il ministro della sanità, Zweli Mkhize, aveva confermato che la seconda ondata – che si presenta con una variate del virus mutata –  aveva investito il Paese, il più colpito del continente africano, con 26.735 decessi.

Il ministro ha però precisato che finora non ci sono indicazioni che la variante del virus, identificata appunto in Sudafrica, sia più pericolosa o più contagiosa della cugina isolata in Gran Bretagna. Mkhize ha rincarato la dose, rispondendo al suo omologo di Londra: “Non ci sono elementi che provano che 501.V2 sia più  pericoloso, che provochi un aumento della mortalità rispetto a quello britannico”.

Mercoledì Matt Hancock, ministro della sanità britannico, aveva dichiarato che la nuova variante del virus identificato nel Paese dell’Africa meridionale è altamente preoccupante e per questo motivo la Gran Bretagna ha interrotto i voli con il Sudafrica e poche ore dopo altri Paesi hanno seguito la scia di Londra.

Ma il ministro di Pretoria ha precisato che Londra avrebbe comunicato la variante britannica solamente a metà dicembre, mentre era già apparsa il 20 settembre nel Kent, dunque ben un mese prima della comparsa di quella sudafricana.

Ma la situazione in Sudafrica è davvero preoccupante. Tra sabato e domenica i nuovi contagi hanno superato 14mila casi, contro gli 8-10mila riscontrati all’inizio della scorsa settimana. Un picco che ha superato persino quello dello scorso luglio.

Nelle prossime ore il presidente Cyril Ramaphosa potrebbe comunicare nuove restrizioni e nell’attesa la popolazione sta facendo incetta di alcolici per festeggiare, malgrado tutto, l’arrivo del nuovo anno.

Intanto medici e ospedali lamentano la penuria di posti letto sia nei reparti comuni che in quelli intensivi. Manca materiale sanitario, oltre che personale specializzato.

In tutto il continente africano i casi segnalati ufficialmente sono 2,6 milioni con 62.469 decessi (dati del 27 dicembre scorso). Il Marocco occupa il secondo posto per numero di contagi, che attualmente sono ben 432.079, mentre i morti sono 7.240. In terza posizione troviamo l’Egitto con 131.315 casi e 7.352 morti, seguito dalla Tunisia con 130.230 casi, 4.426 decessi, e dall’Etiopia che registra 122.413 infetti e 1.901 morti.

Soumaila Cisse

Malgrado il sistema sanitario fragile, il continente africano è (per ora) meno toccato dalla pandemia. Eppure diversi politici hanno contratto il letale virus, come Ambrose Dlamini, primo ministro di Eswatini, che è deceduto a metà dicembre in Sudafrica, dove era ricoverato da oltre un mese.

Pochi giorni fa Covid-19 ha fatto un’altra vittima illustre, il maggior oppositore del Mali, Soumaïla Cissé, è morto in Francia a cavallo delle feste natalizie. Cissé era stato sequestrato il 25 marzo 2020 e rilasciato l’8 ottobre insieme all’ostaggio francese Sophie Pétronin e i due italiani, Padre Maccalli e Nicola Chiacchio.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Padre Maccalli e Nicola Chiacchio liberati in Mali

Il presidente del Madagascar:”Le nostre piante guariranno il mondo dal Covid-19″

 

Il Niger ha votato per il presidente senza incidenti: i candidati in lizza sono 29

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
27 dicembre 2020

Oggi 7,4 milioni di nigerini sono stati chiamati alle urne per le elezioni presidenziali. I candidati in lizza sono ben 29, tra loro anche Mohamed Bazoum, scelto dal raggruppamento politico al potere, Parti Nigérien pour la Démocratie et le Socialisme (PNDS-Tarayya) e delfino del presidente uscente, Mahamadou Issoufou, che non partecipa alla corsa alla poltrona più ambita, perché la Costituzione  prevede solo due mandati consecutivi. Lui, saggiamente, al contrario di molti suoi omologhi del continente, ha preferito non indire un referendum per cambiare l’ordinamento vigente. Un eventuale ballottaggio è previsto per il 20 febbraio 2021.

Seggio elettorale in Niger

I 26mila seggi sono stati aperti poco dopo le 8.00 e sono stati chiusi alle 19.00, per garantire 11 ore di voto. Non sono stati segnalati incidenti di rilievo. Il materiale è stato preparato ieri e solo la scorsa notte trasferito nei  seggi elettorali, sorvegliati dalla guardia nazionale. Una volta esercitato il diritto di voto, il dito indice dei ciascun elettore è stato marchiato con inchiostro blu, per evitare la possibilità di una seconda votazione.

In corsa ci sono parecchie facce note anche tra l’opposizione, come  Seyni Oumarou, primo ministro dell’ex presidente Mamadou Tandja (al potere dal 1999 al 2010) e Albadé Abouba ex ministro dell’agricoltura di Issoufou. Rappresentano però un elettorato piuttosto anziano, sopra i 60 anni, e questo in un Paese popolato soprattutto da giovani.  

ll principale leader dell’opposizione, Hama Amadou, ex presidente dell’Assemblea nazionale, è stato escluso dalla corsa alla presidenza dalla Corte costituzionale per una condanna a un anno di galera per un losco affare di traffico di bambini dalla Nigeria. Africa-ExPress aveva ampiamente documentato questa squallida vicenda. Il raggruppamento politico, Moden Fa Lumana Africa, del quale Amadou è il leader,  ha chiesto ai suoi seguaci di sostenere Mahamane Ousmane, ex presidente in carica dal 1993 al 1996. Il raggruppamento politico, Moden Fa Lumana Africa e il partito di Ousmane,  Renouveau Démocratique et Républicain (RDR Tchanji) fanno parte della stessa  coalizione politica dell’opposizione, CAP 20-21.

Alcuni osservatori hanno fatto notare che le presidenziali 2020 non hanno suscitato grande entusiasmo tra gli aventi diritto al voto: manca infatti un serio rinnovamento della classe politica.

Mahamadou Issoufou, presidente uscente del Niger

Il presidente uscente addita il Niger come “Esempio di democrazia in Africa”, mentre Moussa Tchangari, attivista della società civile, ha fortemente criticato i dieci anni di governo di Issoufou: “Il nostro Paese è alla deriva, non funziona nulla: la sicurezza è precaria quanto il sistema sanitario, lo sviluppo sociale e l’istruzione. La libertà è assente, ma  la corruzione è presente ovunque”.

Una delle principali sfide del nuovo presidente sarà quella di riportare la pace nella ex colonia francese. Gli attacchi continui perpetrati a ovest da gruppi terroristi attivi nel Sahel, come EIGS (Stato islamico del grande Sahara) e a est dai jihadisti nigeriani Boko Haram hanno ucciso centinaia di persone negli ultimi dieci anni e centinaia di migliaia hanno dovuto lasciare le proprie case per fuggire alle incessanti aggressioni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Niger, lo scandalo del “traffico dei neonati” investe la politica

Benin: designato il nuovo sovrano del vodoo e del regno di Dahomey

 

Kenya: da rifugiato a imprenditore, sapone a basso prezzo per combattere Covid-19

Africa ExPress
26 dicembre 2020

Innocent Havyarimana è scappato dal suo Paese natale, il Burundi nel 2015 e è approdato a Kakuma, un grande campo per profughi in Kenya.

Fortemente traumatizzato dagli eventi che lo avevano costretto a fuggire, ha iniziato una piccola attività artigianale. Da un lato voleva provvedere quanto prima da solo al suo mantenimento e dall’altro questo nuovo impegno lo aiutava a dimenticare le sofferenze.

Innocent produce ormai saponi da anni, ma mai aveva sognato o pensato che la sua piccola attività avrebbe contribuito a salvare vite in piena pandemia.

Quando ha capito che il sapone è uno dei componenti essenziali nella lotta contro il Coronavirus, ha aumentato la produzione, ha abbassato i prezzi e ha iniziato a proporre confezioni più piccole, accessibili anche ai poveri. Lavarsi spesso le mani è indispensabile per evitare il contagio, specie a Kakuma, dove oltre 200mila persona vivono l’una accanto all’altra.

“Tutti hanno bisogno di sapone, ma non tutti possono permettersi di acquistarlo. Ho quindi abbassato i prezzi. In un momento come questo bisogna proteggere le persone, inutile voler pensare al profitto”, ha raccontato il giovane ai reporter della BBC. E ha aggiunto: “Alle persone diversamente abili, a quelle vulnerabili e agli anziani lo regalo”.

UNHCR, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per i rifugiati, apprezza molto il lavoro del giovane burundese e ha sottolineato quanto sia importante il contributo imprenditoriale dei profughi nelle comunità che li accolgono.

Innocent Havyarimana, rifugiato e imprenditore a Kakuma, Kenya

Eujin Byun, portavoce dell’UNHCR in Kenya ha sottolineato che la funzione dei rifugiati è essenziale in questo periodo; molti si danno da fare per contrastare la propagazione del virus. C’è chi diffonde informazioni, chi aiuta alle persone più vulnerabili a metterle in pratica.

La Byun ha detto che a Kakuma ci sono parecchi piccoli imprenditori. Tra questi c’è anche Maombi Samil della Repubblica Democratica del Congo. Una volta era sarto, ora cuce mascherine per la comunità e non solo. Tutto lo staff dell’ONU qui in Kenya fa uso delle sue protezioni.

Innocent ha creato anche lavoro. Ora ha 42 impiegati, tra questi anche 18 kenyani, che producono sapone per la sua piccola impresa, la GLAP (acronimo inglese per: God Loves All People), che rifornisce non solo i residenti del campo, ma anche imprese, enti locali e ONG che operano nel settore umanitario. E proprio quest’ultime acquistano i saponi della GLAP per distribuirli gratuitamente ai rifugiati.

Africa ExPress
@africexp