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Sud Sudan, Yemen, Nigeria: Natale tra carestia, guerre, conflitti e terrorismo

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
25 dicembre 2020

La nuova ondata di coronavirus non ferma guerre, conflitti e terrorismo in Africa. E in diverse aree del continente si teme persino la carestia.

Insicurezza diffusa, effetti della pandemia, crisi economica e alluvioni rendono quasi inaccessibile alcune zone del Sud Sudan.

Fame in Sud Sudan

Nel più giovane Stato della Terra le violenze si consumano ancora su vasta scala, malgrado la firma dell’ennesimo trattato di pace siglato nell’estate del 2018.

Nella contea di Pibor, nel Jonglei State, la FAO, l’UNICEF, nonché il World Food Programme e altre organizzazioni umanitarie hanno chiesto alle autorità di interrompere immediatamente gli scontri per permettere ai convogli umanitari carichi di viveri e altri beni di prima necessità di raggiungere la popolazione. Gran parte degli abitanti della zona necessitano quanto prima aiuti alimentari; i residenti, secondo le organizzazioni, sono affamati e vivono in gravissime condizioni.

In base alle proiezioni dell’ONU, da aprile a luglio 2021, 7,24 milioni di persone, pari al 60 per cento della popolazione sud sudanese potrebbe essere colpita ufficialmente da una crisi alimentare seria o da forte peggioramento di insicurezza dal punto di vista nutrizionale.

E come accade sempre in caso di conflitti, sono i bambini a essere maggiormente colpiti. Si teme che molti piccoli tra i sei mesi e cinque anni saranno colpiti da malnutrizione acuta grave e altri, da moderata a grave. Mohamed Ayoya, rappresentante di UNICEF nel Sud Sudan, ha sottolineato che questi bimbi necessitano di cure immediate per poter essere salvati da morte certa.

Yemen: il conflitto ha portato la popolazione allo stremo

Anche in Yemen l’insicurezza alimentare è in forte aumento e, in base al rapporto dell’ONU, nei primi mesi del prossimo anno si potrebbe ritornare a una situazione catastrofica simile alla carestia, come è già avvenuto cinque anni fa. Attualmente in tale condizione si trovano già 16.500 persone, ma potrebbero diventare oltre 47.000 già dall’inizio dell’anno.

Una grande fetta della popolazione – 3,6 milioni di persone – è colpita da insicurezza alimentare seria, sono destinati a diventare 5 milioni nel primo semestre del 2021, se gli aiuti alimentari/umanitari non saranno intensificati immediatamente.

Qu Dongyu, direttore della FAO, è molto preoccupato per la situazione nel Paese. Ha puntualizzato che: “E’ imperativo mantenere il flusso alimentare per aiutare la popolazione, ma ciò non può durare in eterno. Bisogna porre fine al conflitto, che è la causa primaria dell’insicurezza alimentare. Le famiglie yemenite hanno assoluto bisogno di sicurezza e stabilità per poter diventare nuovamente autosufficienti”.

In Yemen ci troviamo di fronte a una delle peggiori crisi umanitarie, oggi di difficile soluzione, perché i tagli agli aiuti per mancanza di fondi e alla pandemia, mettono a serio rischio la vita di milioni di persone.

Anche nel nord-est della Nigeria, il colosso dell’Africa, le cose non vanno molto meglio. In diversi stati – Borno, Adamawa e Yobe – i terroristi di Boko Haram non smettono di attaccare la popolazione inerme. Anche i loro “cugini” di ISWAP (acronomio per Islamic State West Africa Province, una fazione di militanti fanatici fedeli allo Stato islamico) sono spesso in azione con attacchi efferati e crudeli. Molti residenti continuano a scappare dalle proprie abitazioni, cercando rifugio nei campi per sfollati o nei Paesi limitrofi.

Le abbondanti piogge hanno reso difficile la vita delle persone fuggite, hanno distrutto un gran numero di abitazioni e tende e reso quasi impossibile l’accesso dei camion per il trasporto di aiuti alimentari e beni di prima necessità.

Malgrado seri problemi legati alla sicurezza, covid-19 e le gravi difficoltà di accesso, le organizzazioni umanitarie hanno potuto assistere 3,6 milioni di persone. Ma anche qui i fondi scarseggiano. A settembre è stato versato solo il 40 per cento dei 1,08 miliardi di dollari per soccorrere 10,9 milioni di persone.

La situazione della sicurezza nel più popoloso Paese dell’Africa è sempre più precaria e mette a rischio anche la vita degli operatori umanitari. Negli ultimi anni diversi di loro sono stati sequestrati dai terroristi e i più sono stati brutalmente ammazzati durante la loro prigionia.

La notte di Natale un gruppo di miliziani di Boko Haram ha attaccato nuovamente un villaggio nel Borno State. A Pemi, un paese non lontane di Chibok, dove nel 2014 sono state sequestrate 276 studentesse, sono state ammazzate almeno sette persone, è stata bruciata la chiesa e diverse abitazioni. Infine i miliziani hanno portato via generi alimentari, rubato medicinali da un vicino ospedale e rapito  un sacerdote.  Alcune tra le persone che sono riuscite a scappare, risultano tutt’ora disperse.

I jihadisti hanno agito secondo il loro solito manuale: sono arrivati in sella alle loro motociclette e hanno sparato indiscriminatamente contro chiunque si trovasse in strada. L’aggressione era stata prevista: alcuni agenti addetti alla sicurezza avevano lanciato l’allarme segnalando che durante le festività cristiane i jihadisti si sarebbero scatenati.

Ma i sanguinari terroristi non uccidono solo cristiani come molti vorrebbero far credere. Non fanno distinzione tra fedeli di qualsiasi credo. Sono criminali che attaccano chiunque. In questo caso, visto che siamo a Natale, hanno optato per un villaggio cristiano per attirare maggiormente l’attenzione della comunità internazionale.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Sud Sudan: processo per stupro contro 5 straniere, solo un’italiana testimonia

Nigeria: “Il calcio è peccato”. E giù bombe e massacri

Il Marocco ritira le truppe dallo Yemen e richiama ambasciatore in Arabia Saudita

Corno d’Africa: l’America mostra i muscoli e schiera un’agguerritissima forza navale

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
Dicembre 2020

Il Pentagono schiera una forza aeronavale di pronto intervento in Corno d’Africa. US Africom, il Comando militare per le operazioni USA nel continente africano, ha comunicato lo schieramento di fronte le coste della Somalia di un’imponente task force nell’ambito dell’operazione denominata Octave Quartz che ha preso il via qualche settimana fa, dopo che l’amministrazione Trump  ha annunciato la riduzione del numero dei militari USA schierati in territorio somalo. “Lo scopo della missione Octave Quatz è quello di riposizionare le unità statunitensi presenti in Somalia  in altre località dell’Africa orientale mentre vengono mantenuti la pressione contro i gruppi estremisti violenti e il sostegno alle forze armate dei paesi alleati”, spiega US Africom.

US Makin Island Anphibious Ready Group

La componente aeronavale è costituita dal Makin Island Amphibious Ready Group, il gruppo anfibio di pronto intervento guidato dalla nave d’assalto USS Makin Island (28.000 tonnellate per una lunghezza di 258 metri e un ponte per le operazioni di volo dei cacciabombardieri F-35B Lightning II e AV-8B Harrier e dei convertiplano MC-22B Osprey) e di cui fanno parte pure le unità da trasporto USS San Diego e USS Somerset con a bordo gli uomini della 15th Marine Expeditionary Unit del Corpo dei Marines. Lo squadrone dei marines, trasferito in Africa orientale dalla base di Camp Pendleton (California), assicurerà il supporto aereo e le operazioni di strike in territorio somalo con i propri cacciabombardieri F-35B con caratteristiche di bassissima segnatura radar. Ulteriori unità imbarcate con il gruppo d’attacco anfibio sono il 23° e il 49° Squadrone elicotteri per il combattimento navale rispettivamente di stanza a San Diego e North Island (California) e l’11° Squadrone di controllo aereo tattico di Jacksonville (Florida). Il gruppo aeronavale conta infine sul supporto tecnico e logistico della Combined Joint Task Force – Horn of Africa, la forza di pronto intervento USA per il Corno d’Africa schierata a Camp Lemonnier, Gibuti.

Insieme al Makin Island Amphibious Ready Group opererà in acque somale la nuova unità di base mobile per le spedizioni della Marina militare USS Hershel “Woody” Williams con 260 uomini, numerosi elicotteri d’attacco MH-53 ed MH-60 e i velivoli senza pilota MH-8 Fire Scout. Quella in Africa orientale sarà la prima campagna militare della Hershel “Woody” Williams: varata a luglio in Virginia, l’unità aveva attraversato l’Atlantico per raggiungere Napoli a fine ottobre a supporto delle operazioni della VI Flotta USA nel Mediterraneo.

“L’arrivo del Makin Island Amphibious Ready Group e del 15th Marine Expeditionary Unit con le loro significative capacità di combattimento (oltre 5.000 tra marinai e marines in grado di condurre operazioni in ambiente marittimo e anfibio), sono la prova della nostra decisione di supportare i nostri partner e proteggere le nostre forze militari in questo processo di transizione”, ha dichiarato il generale di US Air Force, Dagvin Anderson, comandante in capo della task force Octave Quartz in Corno d’Africa. “Questo è un grande esempio di come gli Stati Uniti possono aggregare rapidamente una potenza di fuoco per rispondere alle emergenze. Noi cercheremo di far leva su questa implicita flessibilità delle forze armate USA per sostenere i nostri futuri interventi in Africa orientale. L’integrazione tra l’US Navy e il Corpo dei Marines promuoverà la sicurezza e la stabilirà marittima, proiettando la nostra potenza e assicurare il dominio dello spazio di battaglia, sia in mare aperto che nelle aree costiere”.

A fine novembre, il segretario della Difesa ad interim Christopher Miller e il responsabile di US Africa Command, il generale Stephen Townsend, si erano recati in visita ufficiale in Somalia e a Gibuti per pianificare con i capi dei reparti militari USA schierati le future strategie operative in Corno d’Africa. Il 10 dicembre, in coordinamento con il Governo federale somalo, US Africa Command aveva condotto due attacchi aerei contro alcuni presunti campi di miliziani al-Shabaab nei pressi di Jilib, a 110 km a sud circa dalla città di Kismaayo. Secondo il Pentagono, nei due attacchi sarebbero stati uccisi “otto terroristi noti per il loro importante ruolo nella produzione di esplosivi per al-Shabaab, compresi ordigni improvvisati trasportati da veicoli utilizzati frequentemente per colpire civili innocenti”.

“Dal 2018 ad oggi il gruppo ha condotto 45 attacchi di questo genere solo a Mogadiscio, causando la morte di 400 tra civili e militari somali”, aggiungeva il Pentagono. “Noi continueremo a mantenere una forte forza di protezione e a colpire chi cerca di fare del male a noi o ai nostri partner. US Africa Command e i suoi partner internazionali riconoscono l’importanza della stabilità in Somalia. Al-Shabaab rimane un pericoloso franchising di al-Qaeda. Pertanto continueremo a monitorare la minaccia e a sostenere i nostri partner attraverso l’addestramento e l’impegno militare e diplomatico. Ci stiamo riposizionamento, ma manterremo la capacità di colpire questo nemico”.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Mozambico: stop esperti UE nonostante 560mila sfollati per guerra nel nord

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
24 dicembre 2020

Ormai gli sfollati a Cabo Delgado, estremo settentrione del Mozambico, sono diventati oltre 560 mila. La conferma è arrivata la scorsa settimana dal Consiglio dei ministri mozambicano. Donne, bambini, vecchi e uomini stanno fuggendo dalla distruzione portata avanti – dall’ottobre 2017 – da gruppi jihadisti affiliati all’ISIS.

In sei settimane i profughi aumentati del 30 per cento

Il governo di Maputo ha confermato che, secondo le stime, le persone in fuga dalla guerra sono aumentate di 125 mila rispetto ad ottobre scorso. Molti rifugiati si sono spostati verso Montepuez, 370 km a sud-ovest di Mocimboa da Praia, centro nevralgico degli insorti islamisti. Molti scappano via mare, in barche di fortuna, portando via tutto cio che possono dalle case abbandonate e saccheggiate. Arrivano con sedie, materassi, pentole e altre suppellettili sapendo che hanno perso le loro abitazioni e non sanno quando potranno tornare nei villaggi.

Cabo Delgado, sfollati fuggiti dalla guerra in arrivo a Pemba
Cabo Delgado, sfollati fuggiti dalla guerra in arrivo a Pemba

Altri sono fuggiti verso Palma, area dei giacimenti di gas naturale, 80 km a nord di Mocimboa. Sono vicino alla penisola di Afungi, sede di ExxonMobil, Total ed ENI, multinazionali energetiche che dal 2022 dovrebbero dare inizio alla produzione di gas naturale. La speranza dei profughi è essere difesi dai militari che proteggono queste aziende straniere, strategiche per il Paese africano.

La maggior parte delle persone in fuga dalla guerra, sono rifugiate a Pemba, capitale provinciale di Cabo Delgado. A parte l’ospedale, secondo testimonianze locali, a Pemba esistono campi squallidi e disorganizzati.

Il Mozambico non rilascia autorizzazione all’ingresso degli esperti UE

Nonostante la situazione tragica che sta vivendo il nord del Mozambico, l’aiuto dell’Unione Europea non riesce a partire per l’ex colonia portoghese. Josep Borrell Fontelles, Alto rappresentante per Esteri dell’UE: “Stiamo solo aspettando l’autorizzazione dal Mozambico. Attendiamo il via libera per inviare una missione di esperti di sicurezza nominati da novembre e pronti a partire”. “Abbiamo problemi in Mozambico: non possiamo muoverci, non possiamo viaggiare” – ha aggiunto.

Rifugiati - Josep Borrell Fontelles, Alto rappresentante per Esteri dell'UE
Josep Borrell Fontelles, Alto rappresentante per Esteri dell’UE, espone il caso Mozambico al Parlamento europeo

Al presidente mozambicano non piacciono le critiche di Borrell

Ma che tipo di problemi ci sono tra Unione europea e Mozambico? Al presidente mozambicano Filipe Nyusi non sono piaciute le critiche di Borrell che ha sottolineato la corruzione e le cause interne della guerra. “Non possiamo dire che tutto ciò che sta accadendo in Mozambico sia semplice estensione del movimento terroristico islamico” – ha dichiarato in sessione plenaria del Parlamento europeo. “In una certa misura questo è vero ma la violenza armata nella nord del Mozambico è stata innescata dalla povertà e dalla disuguaglianza. Nella popolazione c’è mancanza di fiducia in un governo che non riesce a soddisfare i bisogni minimi”.

Al capo dello Stato mozambicano le esternazioni di Borrell non sono andate giù perché tocca una ferita aperta. Secondo gli esperti di politica dell’Africa meridionale è interesse del Mozambico far passare la guerra di Cabo Delgado come un conflitto internazionale e non come un problema locale.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Giornalisti svelano i traffici dei jihadisti in Mozambico: traffico di organi e rubini

Ecco chi sono e cosa fanno i capi dei tagliagole nel nord Mozambico

Giornalisti investigativi in Mozambico scoprono l’account FB usato dai jihadisti

Isis minaccia il Sudafrica: “Se aiutate il Mozambico veniamo da voi”

Covid-19, terrorismo e gas in Mozambico, ExxonMobil taglia investimenti del 30 %

Mozambico: chiamata alle armi anti-jihadista, ExxonMobil e Total chiedono più militari

 

Islamisti in azione in Tunisia: decapitato un pastore ventenne

Africa ExPress
22 dicembre 2020

Oqba al-Dhibi, un giovane pastore di appena vent’anni, mentre stava pascolando le sue pecore è stato brutalmente decapitato. Il procuratore generale, Mohsen Dali, ha classificato il vile omicidio come “atto terroristico”.

Finora non sono emersi ulteriori dettagli. Il ministero degli Interni non ha rilasciato alcun commento finora. Non è la prima volta che qualcuno viene decapitato in questa regione montagnosa della ex colonia francese.

Nel 2015 un 17enne subì la stessa sorte. Allora era toccato a Mabrouk Soltani a essere decapitato da un gruppo di estremisti e il fatto aveva suscitato grande indignazione in tutto il Paese. Due anni più tardi anche il corpo di suo fratello Khalifa Soltani, rapito da un gruppo di terroristi, era stato trovato senza vita durante le ricerche. Entrambi gli assassinii erano poi stati rivendicati dallo stato islamico.

Domenica, in un breve comunicato alla TV di Stato, il primo ministro tunisino Hichem Mechichi ha parlato di “operazione terrorista” e ha sottolineato che la lotta contro tale fenomeno deve continuare senza sosta.

Dal 2011 la Tunisia è soggetta a ripetuti attacchi da parte di estremisti islamici, responsabili della morte di decine e decine tra soldati e agenti di polizia. Anche se ultimamente la situazione di sicurezza è migliorata in tutto il Paese, è ancora in vigore lo stato di emergenza, imposto nel 2015, dopo l’attentato kamikaze che ha fatto saltare per aria un pullman della guardia presidenziale nell’ avenue Mohamed V, una delle principali arterie del centro di Tunisi.

Africa ExPress
@africexp

Tunisia altro attacco dei terroristi : saltato il pullman della guardia presidenziale

Ethiopia, ethnic cleansing strikes again: Melles Zenawi’s daughter arrested and released

Special for Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
December 22, 2020

The phone call from Ethiopia arrived suddenly. The voice on the other end is shaky: “They’ve arrested her! They’ve arrested her! And now she’s dying.” Semhal Melles Zenawi, daughter of Ethiopia’s architect, born after the fall of Mengistu Haile Mariam’s communist military regime, is now in jail.

Our interlocutor barely manages to pronounce other brief words: “She was blocked by the military at 1 am while she was in Makallè (the capital of Tigray, ed.). They broke down the door of her lodging and dragged her away: but she was there to take part in a demonstration in memory of her father and she had not been able to go back (to Addis Ababa, ed) because of the ongoing war”. Communication was then interrupted and impossible to re-establish for further details. Only later did a message inform Africa ExPress that Semhal was released at 9 pm.

Semhal Melles Zenawi, finita in carcera a Makallé la capitale del Tigray

I met Semhal Melles Zenawi in 2005 in Addis Ababa during the concert in honor and memory of Bob Marley. Her father had introduced her to me together with his wife Azieb. They invited me to enter the place reserved for them and so we watched part of the concert together. The woman, who is 32 years old, somehow took the political legacy of her father, Melles Zenawi, who died in a Brussels clinic in August 2012.

Together with her mother, a former guerrilla leader herself, Semhal has, however, distanced herself from the leadership of the TPLF (Tigray People’s Liberation Front) with whom she was in strong disagreement.

Melles was a visionary who dreamed of a democratic and developed Ethiopia. Perhaps the only true statesman (excluding, of course, Nelson Mandela) that Africa has ever known. He succeeded in an epochal transformation: from guerrilla leader, he became a shrewd and thoughtful politician. His liberal policies have now shattered against the ethnic and tribal selfishness that has tragically emerged with the fratricidal war unleashed by his successor Abyi Ahmed, Nobel Peace Prize 2019.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Etiopia, la pulizia etnica colpisce ancora: arrestata e rilasciata figlia di Melles Zenawi

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Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
21 dicembre 2020

La telefonata dall’Etiopia arriva improvvisa. La voce dall’altra parte è concitata: “L’hanno arrestata! L’hanno arrestata! E ora sta morendo”. Semhal Melles Zenawi, figlia dell’architetto dell’Etiopia, nata dopo la caduta del regime militar comunista di Mengistu Hailé Mariam, ora si trova in carcere.

Semhal Melles Zenawi, finita in carcera a Makallé la capitale del Tigray

Il nostro interlocutore riesce a malapena a pronunciare altre brevi parole: “E’ stata bloccata dai militari all’1 di notte   mentre si trovava a Makallè (la capitale del Tigray, ndr). Hanno sfondato la porta del suo alloggio e trascinate via: ma si trovava lì per partecipare a una manifestazione in ricordo del padre e non era riuscita a rientrare  (ad Addis Abeba, ndr) per la guerra in corso”. Poi la comunicazione è stata interrotta ed è stato impossibile ristabilirla per avere ulteriori informazioni. Solo più tardi un messaggio ha informato Africa ExPress che la ragazza è stata rilasciata alle 21.

Ho conosciuto Semhal Melles Zenawi nel 2005 ad Addis Abeba durante il concerto in onore e in ricordo di Bob Marley. Me l’aveva presentata il padre assieme a sua moglie Azieb. Mi avevano invitato a entrare nel posto a loro riservato e così avevamo assistito assieme a una parte del concerto. La donna, che  ha 32 anni, in qualche modo, ha preso l’eredità politica del padre, Melles Zenawi, morto in una clinica di Bruxelles nell’agosto 2012.

Assieme alla madre, ex capa guerrigliera anche lei, Semhal ha però preso le distanze dai vertici del TPLF (Tigray People’s Liberation Front) con cui si è trovata in forte dissenso.

Melles era un visionario che sognava un’Etiopia democratica e sviluppata. Forse l’unico vero statista (naturalmente, escluso Nelson Mandela) che abbia conosciuto l’Africa. Riuscì in una trasformazione epocale: da capo guerrigliero diventò un politico accorto e riflessivo. La sua politica liberale si è infranta ora contro gli egoismi etnici e tribali emersi tragicamente con la guerra fratricida scatenata dal suo successore Aby Ahmed, premio Nobel per la pace 2019.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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Morto Melles, il capo guerrigliero che amava Bob Marley e credeva nella democrazia

Centrafrica: il governo accusa ex presidente di preparare un colpo di Stato

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
20 dicembre 2020

Le elezioni presidenziali sono alle porte e il clima di insicurezza nella Repubblica Centrafricana si acuisce di ora in ora. E proprio in questi giorni il governo di Bangui ha accusato l’ex presidente François Bozizé, che è stato estromesso dalla corsa per la poltrona più ambita solo pochi giorni fa, di aver preparato e tentato un colpo di Stato. Bozizé sarebbe il leader di un movimento che il 15 dicembre ha firmato un documento che denunciava gli accordi raggiunti nel febbraio 2019: era l’ennesimo trattato di pace. Ma la parola “pace” in questo Paese resta ancor sempre sconosciuta.

La dichiarazione di Kamba Kota (nome di una località nel nord-est del Paese) è stata siglata da ben 6 gruppi armati:  MPC (Mouvement patriotique pour la Centrafrique, raggruppa miliziani musulmani, per lo più pastori arabi e fulani), 3R (Retour, Réclamation et Réhabilitation, il cui leader è Bi Sidi Souleymane, alias Sidiki Abbas, fulani di origine camerunense), FPRC  (Front populaire pour la renaissance de la Centrafrique), UNPC (Unité pour la paix en Centrafrique),  anti-balaka della fazione Mokom e anti-balaka fazione Ndomaté.

Il raggruppamento politico KNK (Convergenza Nazionale “Kwa Na Kwa”), partito fondato da Bozizé nel 2004, nega qualsiasi coinvolgimento del loro leader. E bisogna anche precisare che il documento in questione è stato siglato non direttamente dai grandi capi, bensì solo da rappresentanti dei vari movimenti, che, senza ombra di dubbio, sono i raggruppamenti armati più forti e potenti nella ex colonia francese.

MINUSCA, la Missione delle Nazione Unite, presente nel Paese dal 2014, conta attualmente 13.432 uomini. Sostiene  che nel tentativo di sovvertire le regole e di prendere il potere siano implicati MPC, 3R e degli anti-balaka. Mentre l’UPC ha confermato la propria adesione alla nuova coalizione. Fino a questo momento la situazione di FPRC è poco chiara. E’ possibile che solamente alcuni membri si siano associati. I miliziani ex Séléka aderiscono ai partiti musulmani, mentre gli anti-balaka raggruppano cristiani e animisti.

Venerdì scorso MINUSCA è intervenuta nell’ovest del Paese, perché i gruppi armati in questione hanno occupato alcune località che si trovano lungo la strada verso la capitale Bangui, minacciando il presidente uscente Faustin-Archange Touadéra, che  prenderanno il potere se si dovessero verificare brogli elettorali.

Touadéra si è ricandidato per un secondo mandato. Gli altri due concorrenti sono: Catherine Samba-Panza,ex capo di Stato del Paese dal 2014-2016. e Martin Ziguélé, già primo ministro dal 2001-2003.

Il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha chiesto a tutte le parti in causa di risolvere le divergenze in modo pacifico nell’interesse della popolazione, già duramente provata da anni di conflitti e instabilità.

La tensione è tangibile in ogni angolo della Repubblica Centrafricana, specie dopo le accusa rivolte dal governo di Bangui a Bozizé di voler destabilizzare il Paese. Anche l’annuncio dell’opposizione di temere brogli durante la tornata elettorale, non ha certamente placato gli animi.

Gruppi armati in Centradrica

E, secondo il giornale online “Le Potentiel Centrafricain”, truppe ciadiane sarebbero già schierate alla frontiera con il Centrafrica per venire in aiuto a Bozizé se dovesse riconquistare il potere.

Un Paese ricco di risorse naturali, che purtroppo dipende in gran parte dagli aiuti internazionali che sono passati dal 46,6 del 2018, al 52,6 per cento nel 2019. Secondo Han Fraeters, rappresentante della Banca Mondiale, se tali aiuti dovessero venire a mancare, il Paese si troverebbe in serie difficoltà per assicurare la continuità dello Stato: “tale dipendenza va ben oltre le entrate pubbliche”, ha precisato Fraeters. Infatti, il budget annuale medio del Paese – senza aiuti esterni – è di 156 milioni di euro;  MINUSCA gestisce un pacchetto di oltre 800 milioni e i vari enti internazionali per lo sviluppo sborsano più o meno altrettanto ogni anno.

François Bozizé

Pur troppo tale assistenza viene utilizzata per lo più in investimenti a breve termine e i soldi servono soprattutto per aiuti umanitari immediati e non sono sufficientemente strutturati. Denis Vasseur, direttore  Agence française de développement (AFD) nel Centrafrica, ha reso bene il concetto: “Gli aiuti umanitari ti danno il pesce, ma non necessariamente la canna da pesca”.

La crisi dell’ex colonia francese comincia alla fine del 2012: il presidente François Bozizé ex golpista del 2003, dopo essere stato minacciato dai ribelli Séléka alle porte di Bangui, chiede aiuto all’ONU e alla Francia. Nel marzo 2013 Michel Djotodia, prende il potere, diventando così il primo presidente di fede islamica del Paese. Dall’era post François Bozizé il Paese ha visto alternarsi ben quattro presidenti: Michel Djotodia, Alexandre-Ferdinand N’Guende, Catherine Samba-Panza e infine Faustin-Archange Touadéra, eletto nel marzo 2016.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@htmail.it
@cotoelgyes

I janjawid in Sudan obbediscono all’Europa e terrorizzano i civili ai confini con l’Eritrea

 

Guterrez: 3000 miliardi di $ per l’Africa ma il Coronavirus farà milioni di morti

Guterrez: 3000 miliardi di $ per l’Africa ma il Coronavirus farà milioni di morti

Mosca alla conquista della Repubblica Centrafricana regala armi e blindati

 

Luanda Leaks (2): corruzione in Angola continua anche senza dos Santos

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
19 dicembre 2020

La miliardaria Isabel dos Santos, i suoi collaboratori e le società collegate sono sotto inchiesta penale in tre Paesi. La donna d’affari non può utilizzare di risorse economiche e finanziarie per centinaia di milioni di dollari. Almeno sette società sono state sequestrate per cause legali, è stata costretta a cedererne il controllo di tre e un’altra è in bancarotta. Anche la società civile angolana trova ulteriori motivazioni dopo i Luanda Leaks del Consorzio internazionale di giornalisti investigativi (ICIJ) su Isabel.

Luanda Leaks come una boccata d’aria

L’attivista Laura Macedo: “Luanda Leaks è stata una boccata d’aria fresca che ci è entrata dalla finestra”. E Karina Carvalho, direttrice di Transparency International in Portogallo, rincara la dose: “Luanda Leaks è stata la chiave per un aumento dell’attivismo anti-corruzione in Angola. Ha portato nuova attenzione ai contabili e ad altri che sono complici nella deviazione sistemica di fondi pubblici per guadagni privati”.

Luanda Leaks Isabel dos Santos
Isabel dos Santos

Rintracciati 24 mld di USD rubati da dos Santos ma la corruzione continua

“Nessuno è abbastanza potente per non andare in prigione”, ha affermato il presidente angolano João Lourenço. La sua amministrazione ha rintracciato almeno 24 miliardi di dollari rubati sotto il precedente regime e accusa l’ex presidente-dittatore Eduardo dos Santos. La corruzione nell’ex colonia portoghese però continua anche sotto la presidenza di Lourenço. Edeltrudes Costa, capo dello staff presidenziale e braccio destro del capo dello Stato, avrebbe acquistato case di lusso all’estero tramite conti bancari offshore. L’acquisto, secondo i Leaks, sarebbe avvenuto dopo un contratto del governo per la ricostruzione degli aeroporti.

Manifestazioni contro la corruzione

Tra ottobre e novembre la gente e scesa in piazza con la parola d’ordine “L’Angola dice basta”, per protestare contro la crescente crisi economica del Paese. Ma anche perché la campagna anti-corruzione annunciata dal presidente non funziona. Secondo i manifestanti la classe politica attuale sta semplicemente sostituendo un gruppo di funzionari disonesti con un altro.

Da Dubai Isabel denuncia il governo angolano a colpi di tweet e appoggia i movimenti di piazza. “A Luanda, questo sabato più di 200 giovani, uomini e donne, hanno manifestato in piazza 1° maggio. Esigono i 500 mila posti di lavoro promessi nel 2017 dal presidente João Lourenço”.

Accusa anche la polizia di aver sparato contro chi manifestava davanti al tribunale di Luanda. “La polizia spara sui dimostranti davanti al tribunale di Luanda” – si legge nel tweet. “Manifestavano per il rilascio di diversi giornalisti arrestati mentre documentavano una marcia per i diritti civili, per l’occupazione e per migliori condizioni di vita. Sparatoria al tribunale”

Scetticismo sulla morte del marito della miliardaria

Durante la tragedia che sta facendo crollare l’impero economico di Isabel dos Santos, a ottobre, le è arrivato un colpo durissimo: la morte del marito, Sindika Dokolo, in un incidente subacqueo. Dokolo, di origine congolese, era un uomo d’affari e collezionista d’arte, anche lui implicato in schemi di corruzione rivelati dai Luanda Leaks. Ma qualcuno è scettico sulle cause della sua morte. Tra questi Ana Gomes, già eurodeputada socialista (2014-2019) e candidata alla presidenza alle elezioni portoghesi 2021. “Quando ha saputo la notizia della morte di Sindika Dokolo, sui social, ha reagito affermando: ‘Strano, molto strano’”, scrive Portal de Angola.

Un giornale scagiona dos Santos sul caso Sonangol

Mentre i Luanda Leaks fanno il giro del mondo, nel momento in cui scriviamo, un giornale portoghese scagiona Isabel dos Santos riguardo ai presunti 135 milioni di dollari americani di Sonangol, compagnia petrolifera nazionale. Il Jornal de Negocios scrive: “Il denaro è stato trasferito a Matter Business Solutions a Dubai in modo che, in qualità di ente coordinatore del processo di ristrutturazione di Sonangol, pagasse i servizi di consulenza”. E ricorda che “A gennaio 2020 l’ICIJ aveva indagato sul caso affermando che nonostante le fatture per i servizi, erano state presentate pochissime informazioni sulle consulenze. Questo fatto aveva sollevando dubbi sul controllo e la verifica di queste spese da parte di Sonangol ”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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(2/2 – fine)

Crediti foto:
-Isabel dos Santos
Di Nuno CoimbraOpera propria, CC BY-SA 4.0, Collegamento

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Mali: abolita oltre 100 anni fa, la schiavitù per discendenza persiste ancora oggi

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
18 dicembre 2020

Pochi giorni fa il governo di transizione del Mali ha inviato un folto gruppo di assistenti legali nella regione di Kayes per informare e sensibilizzare la popolazione sullo “schiavismo per discendenza”. Pratica ancora molto diffusa nella zona, malgrado una legge del 1905 che la abolisce ufficialmente.

I 28 paralegali sono stati formati grazie all’iniziativa Emifo, un vasto programma di ricerca-azione contro la schiavitù e la migrazione forzata a Kayes.

Sono molti gli errori commessi in passato: violenze, uccisioni e sfollati, problemi sorti in seguito al desiderio di emancipazione dei presunti schiavi. E Bakary Camara, docente alla facoltà di diritto pubblico all’università di Bamako ha precisato: “Tale ricerca fondamentale e applicata è finalizzata all’emanazione di una legge che criminalizzi la schiavitù.

Gli esperti dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite i primi di settembre hanno lanciato un appello al governo di Bamako: “Niente può giustificare il persistere della pratica della schiavitù in Mali”. Hanno inoltre specificato che è altrettanto importante che le istituzioni del Paese contrastino i leader religiosi che tollerano queste pratiche spaventose.

La tiratina alle orecchie alle autorità del Mali è sopraggiunta dopo l’uccisione di quattro militanti anti-schiavisti  nella notte tra il 1° e il 2 settembre 2020.

Il terribile fatto di sangue è avvenuto a Djandjoumé, nella regione di Kayes. I quattro sono stati legati, picchiati a sangue, poi buttati in acqua, perché si rifiutavano di riconoscere il loro status di “schiavi per discendenza”. Anche i familiari sono stati linciati a colpi di machete.

Tra le persone che hanno subito il linciaggio, c’è anche un uomo di 69 anni, che già due anni fa era stato bastonato con forza. Allora gli aggressori erano stati condannati a un anno di prigione con la condizionale. Nessuno di loro è mai stato in galera, nemmeno mezza giornata e la vittima non ha ricevuto nessuna protezione dopo l’aggressione del 2018.

L’MSDH, Movimento per la Salvaguardia dei Diritti Umani (in Mali) ha condannato severamente questi gravissimi fatti e ha chiesto che i responsabili vengano arrestati e processati.

Schiave in Mali

Mentre la Commission Nationale des Droits de l’Homme (CNDH) ha ricordato a Bamako, che, secondo l’articolo 2 della Costituzione “Tutti i cittadini maliani nascono liberi e uguali in dignità, diritti e doveri. Ogni discriminazione fondata sull’origine sociale, colore, lingua, razza, genere, religione, opinione politica è vietata”.

Il CNDH ha fatto riferimento anche alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e dei Popoli e ha invitato il governo a aprire quanto prima un dialogo inclusivo volto a risolvere una volta per tutte la questione “schiavitù per discendenza”. Infine il presidente di CNHD ha lanciato un appello alla popolazione di cessare tutte le violenze e di operare per la pace e coesione sociale.

Secondo la ricercatrice Benedetta Rossi dell’università di Birmingham (Dipartimento di  Studi africani e antropologia), nel Sahel l’ideologia che giustifica la schiavitù non è ancora completamente sradicata. Purtroppo in Africa la schiavitù per discendenza coesiste con la tratta degli esseri umani  e la schiavitù sessuale, fenomeni particolarmente diffusi in zone dove in tempi recenti si sono consumati conflitti. Ma soprattutto la schiavitù per eredità è ancora presente nella cultura di queste società (Ciad, Mali, Mauritania, Burkina Faso e Niger).

In Mali le etnie soninke, malinke o fulani sono suddivise in caste: i nobili, gli artigiani, i griots (poeti, cantori) e gli schiavi. E appunto nella regione di Kayes esiste ancora il fenomeno specifico della schiavitù per discendenza.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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Standing up to the bandits: A Nigerian community looks to forge its own peace

‘We reasoned that all this running and suffering is not going to end;
the best thing is we should look for peace.’

The New Humanitarian
Oby Anyadike
Senior Editor, Africa

Solomon Magaji can still see what’s left of his home from the opposite bank of the Kaduna River, but he can also see the men who torched it grazing their cattle untroubled on the abandoned fields around his village in northwestern Nigeria.

Magaji, a quietly spoken single father, lost everything in the attack one night in May – so sudden all he had time to do was grab his eight-year-old son and run. “Two of my cousins were killed,” he told The New Humanitarian. “My house, my grain: It was all burnt to ashes.”

No help has come for the roughly 1,500 people scattered by the attack. Instead, survivors are being looked after by friends, relatives, and private charities. They have zero plans to return home: That would require the help of the police to guarantee their safety.

Overstretched, the police justify their inaction by blaming the remoteness of the village, Unguwar Haraha Gofe, and the difficulty of the terrain.

“The government is not doing anything,” said Magaji – a not-so-subtle suggestion that the authorities have little sympathy for opposition-supporting communities in the Southern Kaduna region. “Even if we could go back, all our houses are destroyed. Where would we stay?”

The village of Goska, in Southern Kaduna, was attacked and homes torched in 2017. (Obi Anyadike/TNH)

What happened in Unguwar Haraha Gofe has been replicated in scores of villages in Southern Kaduna in recent years. At least 366 people were killed in communal violence in the first seven months of this year alone – deepening the bitterness that has complicated the many attempts to find peace.

This fertile agricultural zone is home to at least 30 ethnic groups – predominantly Christian farming communities. Collectively, they are a minority within Kaduna state, where political and economic power is held by the Hausa-Fulani majority, who are almost exclusively Muslim.

The flashpoint for conflict is typically a dispute between “indigenous” farmers and Fulani pastoralists, who range across West Africa with their herds. The expansion of settled farmland has blocked legally-demarcated stock routes, and when crops have been trampled and water points fouled – or cattle killed or stolen – trouble has quickly followed in a tit-for-tat spiral of ever-worsening violence that has displaced an estimated 50,000 people in recent years.

More than tribe

Jonah Luka has been both victim and culprit. The stocky businessman is from Doka village, where 14 people were killed in a single July attack carried out by men he recognised only as Fulani. What followed was two weeks of reprisals that Luka – after totting up the toll settlement by settlement – calculated had killed over 40 Fulani.

Yet Luka, Doka’s saraki or community leader, has no evidence those killed in revenge had anything to do with the original attack. All he knows is they were Fulani, and because there’s no faith in the state’s corrupt and over-burdened judicial system, that was – for him – enough reason for them to die.

“People’s blood was boiling,” he told TNH. “We had lived peacefully with the Fulani. There was nothing between us. But on the night of the attack, they left without informing us, so we assume they knew the attack was coming.”

The violence in Southern Kaduna increasingly goes beyond ethnic conflict: Old-fashioned banditry has complicated the picture, with a surge in attacks that appear to target anyone and everyone.

Typically, the attackers are young Fulani men who may have lost their own herds to earlier banditry – a body blow in a culture that revolves around cattle. From their accents, many are believed to come from further north, from Nigeria’s poorest state of Zamfara, itself roiled by violence.

The men occupying Magaji’s village, for instance, are Fulani, but he’s sure they are not from his local community. He doesn’t know why they came, only that they are on his land and he is now struggling to find odd jobs to feed his son.

“What is purely criminal is being interpreted along religious and ethnic lines,” said Maurice Amollo, country director of Mercy Corps, an international humanitarian NGO working on conflict resolution in Southern Kaduna.

But that’s little comfort for the communities suffering the sudden attacks, trying to understand why they are victims; why the security forces are failing to protect them; and why the state government isn’t providing them with aid.

Blame game

Patrick Margai chairs the Kajuru Trust and Reconciliation Committee, which brings together the Adara – the majority ethnic group in the area – and the Fulani and Hausa communities to seek solutions to the conflict.

Ahead of the start of a mediation effort, his committee, supported by the state-appointed Kaduna Peace Commission, has asked community leaders in the Kajuru district to prepare formal position papers to better understand their grievances.

All the papers TNH has seen cite banditry as the overwhelming threat, but that’s where the common understanding ends.

The Adara accept the attacks are by external Fulani “criminals and terrorists” but allege they are abetted by “bad eggs” within the local Fulani community. “The accusation is that they invite the bandits to help them settle scores,” said Margai, a former Adara politician.

For the Fulani in Kajuru, the speed with which that suspicion hardens to accusation, and then retribution, is the problem.

“They always accuse us of knowing about the attacks, but the attacks continue when [we are no longer in the community],” said Yusuf Suleiman of Miyetti Allah Cattle Breeders Association of Nigeria (MACBAN), the main Fulani lobby group.

MACBAN insists its members are the original victims of the violence. It’s now too dangerous to roam any distance with cattle, and more and more Fulani are abandoning the nomadic lifestyle, opting to settle and urging the authorities to set aside land and open schools.

Banditry is an equal opportunities employer. The money to be made means young people in every community are increasingly involved – and perceptions are slowly changing over who is likely to be an outlaw. “There can be informers even within your [Adara] family,” Margai noted.

A local deal

Communities can unite around that mutual threat, Margai suggested. And the village of Doka is now an example – perhaps a surprising one – of how Adara and Fulani can build bridges to try to overcome divisions and return to co-existence.

It began with the realisation that the tit-for-tat violence had hurt everyone. Markets in the area closed as people became too nervous to mingle, and the local economy – based on livestock and agricultural sales – tumbled.

It’s not clear who had the idea first to reach out in friendship; it seems both Adara and Fulani communities had independently been discussing a peace initiative to find a way out of the impasse.

In their words:  Jonah Luka, businessman from Doka

“We were looking for a solution,” said Luka. “We reasoned that all this running and suffering is not going to end; the best thing is we should look for peace.”

In August, he got a phone call from Amadu Suleiman, the ardo or Fulani community leader in next-door Kasuwan Magani, inviting him to a meeting. “As we talked together, discussing what had happened, both sides agreed to forget, and build a new peace,” Luka told TNH.

At the meeting, it was floated that the Fulani should return to Doka, and that the weekly market should reopen as a sign of unity.

“They gave us security guarantees: that no Fulani man would be harmed; that they should come back with their families and animals,” said MACBAN’s Suleiman, the ardo’s son. “When you hear that, from the people that live in that place, it gives you confidence.”

In the final step to reconciliation, the elders were invited to Doka. The Fulani mosque was swept clean, and community leaders assembled for Friday prayers.

“That sealed the deal,” said Suleiman. “Both sides had discussed what had happened and agreed to forgive and let the issue go.”

Joint community patrols now keep an eye open for anybody that looks suspicious. Armed with just flashlights and machetes, they would be no match for AK-47-wielding assailants. So far, though, there has been no trouble.

Bigger picture

Cafra Caino, the Kajuru Local Government Area chairman, swept into his office with a small entourage in tow. He’s not in every day, preferring to spend most of his time in Kaduna, so the sofas lining one wall were filled with people trying to grab his attention.

Young and energetic, he saw the banditry problem as his biggest challenge. He applauded what happened in Doka, but was under no illusion that it was a hyper-local deal in a small corner of Southern Kaduna – Kajuru can’t insulate itself from the broader conflict dynamics.

He estimated that there may be as many as 1,000 bandits, drawn from across northern Nigeria, roaming a vast tract of empty land, taking advantage of poor communications coverage and barely motorable roads.

“No one controls the bush; they control it,” Caino told TNH. “It could have repercussions next year: If farmers keep getting attacked and there’s no farming, then there’s no food.”

He spoke animatedly about the need for military boots on the ground, better intelligence, and the creation of local armed vigilantes. But this is an old, exhausted playbook that has achieved little success in other parts of the country – in Zamfara it made things worse, as vigilante groups started targeting Fulani indiscriminately.

Margai, of the Kajuru peace committee, argued that resolving the crisis will require more than just Adara and Fulani sitting down together. He called for a rural development plan and a state government that is “impartial” – his implication being that the authorities are pro-Fulani.

Suleiman of MACBAN acknowledged those fears. “People don’t have confidence in the government, so we prefer to do this ourselves,” he told TNH. “It must be from the grassroots. We’re the people that can bring peace.”

As Suleiman sat on a wooden bench outside his home in Kasuwan Magani, a neatly dressed man approached. He spoke politely in Hausa, the lingua franca of the north, and left a while later.

“He’s from [the village of] Afogo and he wants to meet with my father,” explained Suleiman. “He wants to speak to him about the Fulani returning: There is not one single Fulani man living there anymore. I think we’ll agree.”

Oby Anyadike