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Luanda Leaks (1): Angola, crolla l’impero miliardario di Isabel dos Santos

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
17 dicembre 2020

La donna più ricca d’Africa, Isabel dos Santos, demolita da Luanda Leaks. Salita in brevissimo tempo nell’olimpo della ricchezza, la miliardaria angolana sta cadendo pesantemente nella polvere. Secondo la classifica della rivista Forbes è al 13° posto tra le persone più ricche d’Africa, con un patrimonio stimato di 1,6 miliardi di USD nel 2020. Il suo impero economico-finanziario si sta sgretolando a causa di una possente indagine del Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi (ICIJ).

Luanda Leaks - Isabel dos Santos nella pagina web di Forbes
Isabel dos Santos nella pagina web di Forbes (Courtesy Forbes)

Chi è Isabel dos Santos

La miliardaria angolana, primogenita dell’ex presidente-dittatore Eduardo dos Santos, è un ingegnere, da molti viene definita intelligente, capace manager e grande businesswoman. In Portogallo e Africa ha cospicui interessi in settori strategici dell’economia e nella finanza: energia, telecomunicazioni, media, vendita al dettaglio. È azionista dell’azienda olandese di telefonia mobile Unitel International Holdings BV, che ha sedi in Angola, Zambia, São Tomé e Principe e Capo Verde. Detiene azioni di varie aziende di diamanti e produzione di petrolio e del Nova Cimangola, il più importante cementificio angolano.

Con l’uscita di Eduardo dos Santos dalla vita politica, nel 2017, è iniziata la discesa della miliardaria. João Lourenço, eletto alla presidenza dell’Angola, l’ha licenziata da capo della compagnia petrolifera nazionale Sonangol incarico avuto dal padre nel 2016. Secondo i Luanda Leaks per diversi mesi, avrebbe fatto trasferire da Sonangol almeno 115 milioni di USD. I bonifici sono andati sul conto della società offshore Matter Business Solutions con sede a Dubai che non fa domande sull’origine del denaro. Quindi Isabel dos Santos si è trasferita in Portogallo e in seguito negli Emirati Arabi. Lo scorso 22 gennaio, il governo angolano l’ha accusata di riciclaggio e corruzione, accuse che lei respinge e si definisce perseguitata politica.

Luanda Leaks Sede della Sonangol, a Luanda
Sede della Sonangol, a Luanda (Courtesy ICIJ)

Passati al setaccio settecentomila documenti

Dietro Luanda Leaks il team comprendeva giornalisti della BBC, The Namibian, New York Times e il settimanale portoghese Expresso. I reporter investigativi, seguendo gli indizi in decine di Paesi, nel 2019 hanno setacciato settecentomila documenti sulle attività di Isabel. La documentazione è stata condivisa con ICIJ dalla Platform to Protect Whistleblowers in Africa (PPLAAF), gruppo di difesa legale con sede a Parigi.

Quei documenti sono stati una manna per il presidente angolano João Lourenço. Eletto dopo 37 anni di ininterrotta presidenza di Eduardo dos Santos, Lourenço ha promesso di combattere la corruzione. E, secondo il capo dello stato, Isabel dos Santos si è arricchita in modo illecito anche attraverso la corruzione. Anche se a volte viene da pensare che la “persecuzione” di Isabel sia una resa dei conti tra Lourenço e dos Santos padre.

Luanda Leaks Joao Lourenço e Eduardo dos Santos
Da sinistra: l’attuale presidente dell’Angola, Joao Lourenço e l’ex presidente Eduardo dos Santos

I Leaks hanno messo a fuoco corruzione

L’ICIJ lo scorso gennaio ha pubblicato i Luanda Leaks. Un lavoro di documentazione con 20 Paesi partner che ha spaziato in un ventennio di attività di Isabel dos Santos. “I Leaks – scrive Will Fitzgibbon di ICIJ  – hanno messo a fuoco corruzione e fuga della ricchezza verso i centri offshore. Ma anche una tentacolare industria di fondi neri che consentono e accelerano il saccheggio di intere nazioni”.

Consulenza milionaria

Tra i consulenti di Isabel dos Santos c’è la PricewaterhouseCoopers (PwC), la seconda tra le quattro più grandi aziende di revisione dei bilanci al mondo. Per i suoi servigi ha avuto oltre un milione di USD nonostante ci fossero segnali che si trattava di corruzione. Intorno alla miliardaria ora si è creato il vuoto e avvocati, consulenti e contabili sono spariti. Come succede spesso in queste situazioni.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin
(1/2 – continua)

Crediti foto:
– Sede della Sonangol a Luanda
Martin WolterPanoramio (transferred from de.wikipedia)

– João Lourenço, presidente dell’Angola
Olaf Kosinsky (kosinsky.eu) Licence: CC BY-SA 3.0-de

– Eduardo dos Santos, ex presidente dell’Angola
Ricardo Stuckert/PRAgência Brasil
Licence: CC BY 3.0 br

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Nigeria: liberati 340 studenti rapiti da Boko Haram

 

Africa ExPress
17 dicembre 2020

La maggior parte degli studenti della Government Science secondary school di Kankara, nel distretto di Katsina, nel nord-ovest della Nigeria, rapiti da Boko Haram tra venerdì e sabato notte, sono stati liberati.

Liberati gran parte degli studenti della Government Science secondary school di Kankara, Nigeria

Lo ha confermato in un breve intervento nella TV di Stato Nigerian Television Authority (NTA), il governatore di Katsina, Aminu Bello Masari. “In tutto sono stati liberati 344 ragazzi;  sono stati sequestrati dai terroristi e trattenuti per quasi una settimana in una foresta nel vicino stato di Zamfara. Non siamo ancora riusciti a recuperare tutti”.

Boko Haram aveva confermato il rapimento in un video, nel quale sono stati ripresi anche alcuni degli studenti sequestrati.  Il filmato è stato ritenuto autentico, mentre un audio-messaggio, non è stato attribuito al leader di Boko Haram, Abubakar Shekau. Secondo gli esperti si tratterebbe di un impostore.

Abubakar Shekau, leader di Boko Haram

I ragazzi sono ora a Katsina e dopo le visite mediche saranno restituiti alle famiglie. Sembra che nessuno sia stato ucciso dai sequestratori, ma molti dettagli di questo rapimento restano tutt’ora oscuri.

Africa-ExPress
@africexp

Articolo in aggiornamento

 

Amnesty accusa militari e governo nigeriano: ignorati avvisi sul rapimento delle ragazze

 

 

Fashion week a Dakar: un’esplosione di bellezza e di colori sotto i baobab del Senegal

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
16 dicembre 2020

La fantasia e la creatività africana non conosce limiti. Stilisti e grandi sarti hanno dato il meglio di sé anche in tempo di pandemia e per le sfilate di quest’anno hanno scelto un set insolito, ma incredibilmente affascinante.

Due  baobab in mezzo alla savana ha fatto da sfondo a modelle e modelli di straordinaria bellezza. Corpi scolpiti, perfetti, unici, tra loro anche albini, hanno valorizzato in modo eccelso le eccezionali creazioni dei migliori stilisti africani, pronti a conquistare i mercati del mondo intero.

Dakar, Fashion week 2020

La fashion week di Dakar è arrivata alla sua 18esima edizione;  la prima, ideata dalla stilista senegalese Adama Paris, si è svolta nel 2003 e da allora è stato un susseguirsi di successi e ogni anno è il parquet dei migliori creatori di moda del continente.

E anche quest’anno Dakar vibra letteralmente al ritmo delle sfilate, ma non mancano conferenze, ateliers, serate a tema che hanno come filo conduttore la moda, la bellezza, la creatività, il talento.

Una modella sfila durante la Dakar Fashion week 2020

Come ogni anno, gli organizzatori puntano a valorizzare diversità, talento originalità dei tanti stilisti del continente, che, come d’abitudine, portano una ventata di  rivoluzione nel mondo della moda africana.

Nel corso degli ultimi 5 anni diversi giovani talenti hanno sfondato porte che sembravano inaccessibili. Alcune celebrità, come  Beyoncé, Alicia Keys, Rihanna, durante le loro apparizioni in pubblico, hanno sfoggiato con grande classe abiti di stilisti africani.

E’ il caso di Sarah Diouf, fondatrice del marchio Tongoro, che ha avuto la fortuna vedere alcune sue creazioni indossate da Beyoncé, che le ha anche ampiamente pubblicizzate sui social network e che sono diventati il principale trampolino di lancio delle nuove tendenze.

Beyoncé con un abito di Tongoro

Invece altre, come Fatima Zahra Ba, fondatrice del marchio So’fatoo, hanno fatto parlare di sé grazie alla rielaborazione di stoffe tradizionali, con le quali creano abiti eleganti, che si ispirano, come lei stessa ama definirli “alla regalità africana”.

Secondo gli organizzatori, la fashion week di quest’anno si ispira alla ricchezza culturale dell’Africa. Perché al di là delle sfilate che rivelano i talenti di giovani stilisti, l’edizione 2020 va oltre: all’appuntamento odierno si associano anche la riscoperta dell’artigianato e la musica africana che contribuiranno ai giovani stilisti senegalesi di affermarsi sulla scena internazionale.

Cornelia I. Toelgyes 
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Appello di donne africane ai leader del mondo: “Muovetevi per la pace nel Corno d’Africa”

Africa ExPress
16 dicembre 2020

Africa ExPress partecipa all’iniziativa delle Donne per la Pace nel Corno d’Africa e pubblichiamo qui un loro documento. Qualora donne africane, residenti all’estero, volessero aderire, possono scrivere una mail a:  africanwomenforpeaceappeal@gmail.com.

“Noi, donne dell’Africa, chiediamo ai leader del mondo intero di agire di fronte alla tragica situazione di ostilità tra tutti i nostri popoli del Corno d’Africa.

Il 4 novembre è scoppiato un terribile conflitto nella regione. Riguarda tutti noi: madri, sorelle e nonne del continente. Conosciamo la sofferenza delle armi che mettono fratelli e sorelle l’uno contro l’altro e questo deve finire.

Come donne, riconosciamo il dolore delle nostre sorelle.

Le madri, in attesa di notizie dei loro figli, che combattono battaglie che non hanno scelto, che hanno dovuto indossare uniformi che non sono le loro e costretti a uccidere i loro cari in una guerra che non volevano. Chiediamo la pace.

Le madri, alla ricerca dei loro figli non hanno nessuno che le aiuti, senza sicurezze cui rivolgersi, magari rapite e trasferite in luoghi dove non sono al sicuro, affamate e in lotta per cibo e sopravvivenza, ferite in terra straniera, da sole. Ridategli i loro figli.

Madri, che piangono per i loro figli che avevano sogni brutalmente infranti. Madri che hanno bisogno di sostenerli, che hanno bisogno di scuola e di lavoro per se stesse e per tutti noi. La loro resilienza è la nostra resilienza. Il loro futuro è il nostro futuro. Abbiamo bisogno dei figli del nostro grande continente. Ogni violenza deve cessare.

Il Corno d’Africa è il luogo di nascita dell’umanità. I suoi tesori sono il nostro patrimonio comune. È l’orgoglio dell’Africa. Abbiamo bisogno della sua pace per la prosperità e per il futuro del nostro grande continente.

Ecco perché oggi annunciamo il lancio dell’Iniziativa delle donne per la pace nel Corno d’Africa”.

Africa ExPress
@africexp

Nigeria: Boko Haram rapisce oltre 300 studenti nello stato di Katsina

Speciale per Africa-ExPress
Cornelia I. Toelgyes
16 dicembre 2020

Sono arrivati nella Government Science secondary school di Kankara, nel distretto di Katsina, nel nord-ovest della Nigeria, venerdì, poco prima delle dieci di sera, in sella alle loro motociclette, armati di Kalašnikov. E poche ore fa i terroristi Boko Haram hanno rivendicato l’attacco. Altro che “banditi” comuni, come è stato annunciato in precedenza dal governo di Abuja.

Il gruppo armato ha ingaggiato una sparatoria con gli addetti alla sicurezza e hanno minacciato i ragazzi che li avrebbero uccisi qualora avessero tentato di fuggire. Molti sono riusciti a scappare ugualmente e si sono salvati. Hanno rilasciato le loro testimonianze, ma taluni aspetti dell’assalto non sono ancora stati chiariti e a tutt’oggi mancano all’appello ancora 333 studenti.

L’ufficio del presidente, Muhammadu Buhari, ha detto lunedì di essere in contatto con i rapitori per la liberazione dei ragazzi. Garba Shehu, portavoce del Capo dello Stato anche affermato che è già stato localizzato il covo dove vengono tenuti nascosti gli ostaggi e che  è stato impegnato un massiccio spiegamento di truppe nella zona, e infine ha aggiunto: “I militari sono in possesso delle coordinate dei banditi e degli ostaggi; tutta l’area è circondata”. Sembra che la base dei “banditi” si trovi area boschiva di Zango/Paula a Kankara.

E il governatore di Katsina, Aminu Bello Masari, dopo aver incontrato il presidente che si trova in visita privata nel suo stato di origine, ha rassicurato i reporter: “Stiamo facendo grandi progressi”.

Infatti Buhari si trova attualmente a Daura, la sua città natale e è stato molto criticato perché non si è precipitato immediatamente sul luogo del rapimento, ha inviato invece una delegazione da Abuja, la capitale amministrativa e sede del governo.

Buhari ha condannato l’attacco apostrofando la banda “quei codardi di banditi” e ha aggiunto: “Accompagniamo con le nostre preghiere i ragazzi e le loro famiglie, le autorità scolastiche e coloro che sono stati feriti”.

La parola “banditi” è diventato un nome collettivo nel nord-ovest della Nigeria. Vengono così chiamati sia i pastori semi-nomadi che gruppi di vigilanza privata e altri.

Finora non è stata avanzata nessuna richiesta di riscatto. La tattica di questo rapimento è la fotocopia di quello perpetrato a Chibok nel 2014. Allora i miliziani Boko Haram rapirono oltre 300 ragazze dal dormitorio in un collegio. Molte di loro non sono mai più ritornate a casa.

La maggior parte dei sequestri messi in atto dai “banditi” si sono risolti in passato pagando un lauto riscatto e la popolazione è tutt’ora convinta che è un modo veloce di risolvere il problema laddove falliscono operazioni di polizia.

E mentre i terroristi hanno messo a segno il maxi-sequestro nel nord ovest, altri miliziani di Boko Haram si sono scatenati in Niger, al confine con la Nigeria, dove hanno brutalmente ammazzato 27 persone. Il fatto è avvenuto la notte tra sabato e domenica, giorno nel quale si sono svolte le elezioni regionali e comunali nella ex colonia francese.

Toumour, Niger

I residenti di Toumour, nel dipartimento di Bosso sono ancora in stato di shock. Oltre ai morti, ci sono parecchi feriti e altri risultano ancora dispersi. I terroristi hanno anche incendiato tra 800 e 1000 edifici, tra cui il mercato.

Un testimone ha riferito che i terroristi sarebbero arrivati a piedi dopo aver attraversato a nuoto le acque del lago Ciad. “Erano una settantina e per tre ore hanno scatenato l’inferno a Toumour”, ha specificato un residente.

La regione di Diffa ospita, secondo l’ONU, 300mila profughi scappati dalle regioni del nord-est della Nigeria per mettersi in salvo dalle continue aggressioni di Boko Haram. La regione e la città du Diffa, sono stati attaccati a più riprese in maggio. Allora hanno perso la vita almeno 12 soldati nigerini,

La Nigeria è considerata tra i Paesi più pericolosi del mondo, ma condivide questo triste primato con altri Paesi africani. Secondo l’ultimo risk-indices, elaborato da Verisk Maplecroft, società globale di consulenza strategica e di rischio con sede a Bath, Regno Unito, 7 dei 10 Paesi a alto rischio si trovano in Africa. Ai primi posti troviamo Somalia, Burkina Faso e Mali, seguiti da Camerun, Mozambico, Niger, Congo-K. La Nigeria si posiziona all’undicesimo.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
#BringBackOurBoys

Mattanza in Nigeria: sale il numero di contadini sgozzati, ora le vittime sono oltre 100

Nigeria: sparite nel nulla oltre 100 delle ragazze rapite dai Boko Haram nel 2014

Orrore in Nigeria: i Boko Haram sgozzano a sangue freddo 43 contadini nel Borno State

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Povertà estrema: nuove piante nutrienti per il sostentamento alimentare in Africa

Speciale per Africa ExPress
Elisabetta Crisponi
dicembre 2020

È sempre più frequente che Stati africani si interessino all’importazione di piante che possano dare un sostentamento a chi le coltiva. L’obiettivo? Migliorare la situazione alimentare di famiglie che si trovano in condizioni di povertà estrema. Una di queste piante è la moringa.

Di regola in Italia, la Moringa Oleifera, può essere coltivata in pieno campo solo nelle regioni più calde del Sud e nelle Isole. Se il clima è ideale (temperature comprese tra i 10 e i 35 gradi) può fiorire sino a tre volte l’anno. Noi abbiamo intervistato il Professor Guido Vanetti, ricercatore indipendente che coltiva le piante di Moringa, tra altre importate da tutto il mondo, nella tenuta Casa Zuccala a Marentino, sulla collina di Torino.

Casa Zuccala è una la dimora signorile, ogni domenica accoglie chiunque voglia scoprire la sua storia e quella della famiglia Zuccala, che l’ha abitata per oltre cinque secoli. All’interno della dimora si trova il GEA (Giardino delle Erbe Aromatiche), un orto botanico finalizzato alla raccolta di essenze autoctone e alloctone, ai fini di valutare le loro possibilità di ambientazione nei nostri climi e gli effetti dei mutamenti climatici.

Professore, che tipo di studi sta facendo sulla moringa? “Io sto cercando di vedere se può essere coltivata da noi. Possiedo da tre anni due piantine, riprodotte da seme. Una la tengo dentro la serra e l’altra fuori, per vederne le rispettive reazioni. In inverno in genere ci sono dei problemi, perde le foglie, dunque, per lo stress, non arriva alla fioritura in primavera. Ha moltissime proprietà, dovrebbe interessare Paesi con problemi alimentari”. Ritiene che, resa stabile e possibile la coltivazione, possa diventare una pianta alimentare anche per noi? “A mio parere, da noi ha un valore di curiosità. Mi sembra la classica “moda alimentare”, frutto dei Mass media occidentali. Invece per l’Africa potrebbe essere una risorsa e soluzione interessante, perché ricchissima di proprietà. Inoltre, non ha malattie, non subisce forti stress e in periodo di siccità perde la foglia, ma non muore.” Ha qualche esempio specifico da fare? “Sì. Noi viviamo vicini a Chieri, città gemellata col Burkina Faso. In questa nazione hanno iniziato, da qualche anno, la produzione di moringa per scopi alimentari. Ma non solo. Segnalo anche un’altra pianta, di cui mi sono stati portati i semi da dei volontari in Uganda, uno pseudocereale senza glutine, utile da noi per i celiaci e nelle nazioni africane per mangiarne le foglie cotte”.

Questa pianta è l’amaranto

 

L’amaranto comune è di origine centro-americana, poi introdotta in altre parti del mondo. Pianta infestante, ha scarse esigenze idriche, con un valore nutrizionale elevato. Infatti, i suoi semi sono ricchi di proteine ad alta digeribilità. Si parla sempre più spesso di questa pianta come rimedio nelle regioni con crisi alimentari.

“La coltivazione dell’amaranto – continua il Professor Vanetti– forse in Africa potrebbe avere più probabilità anche rispetto alla moringa”. Crede ci possano essere problemi di adattamento? “Sono processi che vanno studiati e seguiti. Il nostro giardino è specifico per le piante aromatiche (non nostrane) e da frutto, quindi con zuccheri o olii essenziali. Sono piante che vengono da ogni parte del mondo, passando dalle aromatiche alle PANC (Piante Alimentari Non Convenzionali). Quindi entra in gioco l’adattamento e il discorso del cambiamento climatico, che ha fatto salire la media delle temperature. Essendo ormai un problema esistente con cui dobbiamo fare i conti, io cerco di studiarne i benefici”.

Per esempio? “Si può dire che ormai in Piemonte abbiamo la temperatura che prima era delle nostre Isole. Qui ho gli aranci in piena terra, come in Sicilia. Per questo, credo che le zone più calde dell’Italia dovrebbero modificare il sistema di coltivazione, per reggere meglio la concorrenza con Spagna, Israele, ecc. Qui abbiamo dei problemi con le piante tipiche che hanno bisogno del freddo, perché ormai in Piemonte c’è siccità”. Insomma, se in Piemonte si coltivano le arance, in Sicilia si possono coltivare datteri o banane. “Lei sorride, ma è proprio così. In Sicilia ci sono già sperimentazioni di coltivazione di canna da zucchero. Purtroppo da noi sono cose viste solo come tendenze temporanee e di nicchia, ma serve il coraggio di comprendere che il mondo si sta aprendo, e anche le coltivazioni vanno reinventate”.

Elisabetta Crisponi
elicrisponi@hotmail.it

Mezza maratona: record mondiale fatto con i piedi… anzi con le scarpe (high tech)

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Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
13 dicembre 2020

“Basta la salute e un par de scarpe nove, poi girà tutto ermonno”? L’interrogativo si è riproposto domenica 6 dicembre scorso dopo un record fatto non solo con i piedi, ma con le…scarpe. E che scarpe. Parliamo della mezza maratona Valencia Trinidad Alfonso in Spagna.

La gara è stata vinta, con un tempo monstre, dal keniano Kibiwott Kandie, 24 anni. Oh, che novità, verrebbe da dire! Ma guarda: un giovane runner keniano che domina nei 21 km e 0975 metri! E invece i motivi di stupore e meraviglia sono più di uno.

Kandie ha polverizzato il record della mezza maratona impiegando 29 secondi in meno del limite precedente: 57’32” contro i 58’01”. Questo era stato stabilito il 15 settembre 2019 a Copenaghen dal suo connazionale Geoffrey Kamworor, 28 anni.

Record mondiale alla mezza maratona di Valencia, Spagna, per il keniota Kibiwott Kandie,

Ma alle spalle di Kandie si è registrato un altro fatto senza precedenti: tre corridori, in un colpo solo, sono scesi tutti sotto i 58’01”. Il secondo classificato, Jacob Kiplimo, ugandese, appena ventenne, ha segnato 57’37”; il terzo Rhonex Kipruto, 21 anni, keniano 57’49”; il quarto Alexander Mutiso Munyao, 24 anni, sempre di Nairobi, ha fermato il cronometro a 57’59”.

Strabiliante. I primi quattro che violano il record del mondo.

Certo, il più felice è stato Kandie: ha messo in riga quell’ugandese prodigio, Kiplimo, che gli aveva fregato il titolo mondiale sui 21 km in Polonia, il 17 ottobre scorso (ne abbiamo parlato); ha sconfitto Kipruto, che è recordman dei 10 mila metri.

E infatti Kandie ha commentato: “Sono felice per me e per il mio Paese. Nelle ultime sette settimane ho pensato solo a questa gara. Per battere Kiplimo sapevo che avrei dovuto puntare al record. All’inizio dell’anno mi stavo preparando per i 10 mila e la mezza maratona, poi è arrivata la pandemia e ha annullato tutto il lavoro fatto. Non mi sono arreso e ho continuato ad allenarmi, allenarmi…per 6 mesi”.

E così si è messo in saccoccia – il che non guasta –  100 mila euro, in quanto doppio premio per vittoria e primato. Tutto grazie a un paio di scarpe nove?

Quella domenica 6 dicembre è successo – in effetti – un altro fatto straordinario. Le scarpe da corsa high tech scendono ufficialmente in pista

WORLD ATHLETICS, l’associazione che si occupa dell’Atletica leggera a livello mondiale (prima si chiamava Iaaf), ha approvato un cambiamento delle regole che governano l’utilizzo – per 12 mesi – delle scarpe prototipo degli atleti.

World Athletics in questo modo si rimangia una precedente decisione e consente le calzature volanti in tutte le gare eccetto che in quelle olimpiche e in quelle più importanti organizzate dalla stessa associazione (World athletic series).

Questo per venire incontro – è scritto nel sito dell’associazione – alle richieste delle case produttrici di scarpe e del loro organismo di rappresentanza il World Federation of the Sports Goods Industry (WFSGI).

Il ricorso a questi calzari è un fatto controverso in Atletica, specie dopo alcune performance che hanno lasciato perplessi.

In settembre, ad esempio, quando, a Bruxelles sir Mo Farah, 37 anni,(il campione britannico di origine somala) aveva stabilito il record orario dell’ora maschile (km 21,330 metri) e Sifan Hassan, 27 anni, (olandese di origine etiope) quello femminile (18930 metri). O in ottobre quando, ancora a Valencia, l’ugandese Joshua Kiprui Cheptegei, 34 anni, aveva sbriciolato il limite nei 10 mila metri che durava da 15 anni (in 26’ 11” 00) e Letesenbet Gidey, 32, etiope, nei 5 mila donne (14’06”65). Tutti avevano gareggiato utilizzando le Nike Zoom X Dragonfly, con plantare di carbonio e schiuma.

Eliud Kipchoge, 35 anni, il 12 ottobre 2019 a Vienna aveva infranto uno degli ostacoli simboli della corsa, la maratona, in meno di 2 ore, mentre Birigid Kosgei, 36 anni, il giorno dopo ma nella maratona di Chicago donne aveva segnato il record mondiale con le scarpette Nike’s Vaporfly.

Si gridò al doping tecnologico; si parlò di scarpe più veloci di sempre. E ora a Valencia in una mezza maratona già favorita dalle perfette condizioni del meteo (amatissima anche dagli italiani) e agevolata da un percorso piatto, la questione si è riproposta.

Kibiwott Kandie (che fa parte della “scuderia” internazionale dell’italiano Gianni Demadonna) come era “calzato”?

Non con le “Nike”, ma le nuove ipertecnologiche Adidas Adizero Adios Pros.

 

Kibiwott Kandie con le scarpe high tech Adidas Adizero Adios Pros

Esse contengono 39 millimetri di schiuma ultraleggera ammortizzante e 5 cinque asticelle infuse di carbonio infilate nelle suole e si allineano con le ossa metatarsali, quelle ossa sottili che scorrono dalle dita dei piedi alle caviglie.

Il dilemma ricompare più impellente e conturbante: contano (più) le scarpe o le gambe? I risultati sempre più mirabolanti sono opera del corridore o delle scarpe? Secondo Sebastian Coe, 64 anni, presidente di World Athletics ed ex campione (4 medaglie d’oro olimpiche e 12 record del mondo) non c’è niente di nuovo sotto il sole. “Siamo di fronte a un cambiamento tecnologico evoluzionario che c’è sempre stato. E siamo in grado di regolamentarlo. In ogni caso buona parte di queste performance eccezionali sono legate alla voglia tremenda degli atleti di ritornare alle competizioni dopo anni in cui hanno sfruttato troppo il loro fisico. Ora hanno imparato a dominare il lockdown e sono ripartiti alla grande”.

Siamo entrati a pieno nell’era dei calzari alati. Che Mercurio ci protegga.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Vince alla mezza maratona di Newcastle: la keniana Brigid Kosgei entra nella storia

Guerra e disperazione in Etiopia: arrivato il primo convoglio umanitario in Tigray

Africa ExPress
12 dicembre 2020

Finalmente, dopo settimane di attesa, oggi è arrivato il primo convoglio carico di aiuti umanitari nel Tigray, dove dal 4 novembre si consuma un sanguinoso conflitto. Da settimane la comunità internazionale sta chiedendo corridoi umanitari per la popolazione duramente provata dalla guerra e dalla fame.

Primi aiuti umanitari per il Tigray

Il convoglio, ha precisato il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), è stato organizzato dal governo di Addis Ababa e dalla Croce Rossa etiopica. Sette camion hanno trasportato soprattutto medicinali e materiale sanitario per poter curare gli oltre 400 feriti e gli altri pazienti ricoverati all’Ayder, il principale ospedale di Makallé, capoluogo del Tigray. Il nosocomio aveva dovuto chiudere diversi reparti, tra questi le sale operatorie e le cure intensive, proprio per la mancanza di materiale sanitario, medicamenti e carburante per i generatori.

Già all’inizio del mese le Nazioni Unite avevano ottenuto  dalle autorità federali le autorizzazioni per accessi senza restrizioni, ma a causa dei continui scontri in atto, non era stato possibile portare aiuti alla popolazione e nei campi profughi, che ospitano anche un gran numero di rifugiati eritrei.

E l’Alto Commissario per i rifugiati (UNHCR), Filippo Grandi, è molto preoccupato per i profughi eritrei nel Tigray. In un comunicato ha confermato che per oltre un mese la sua Organizzazione che fa capo all’ONU non ha avuto accesso ai campi nella regione del nord dell’Etiopia. Grandi ha spiegato che le notizie giunte nell’ultimo mese, se confermate, sarebbero a dir poco terrificanti. A quanto pare diversi eritrei sarebbero sati ammazzati, altri feriti e qualcuno addirittura costretto a far ritorno in Patria, da cui erano fuggiti: “Rappresenterebbero una gravissima violazione delle leggi internazionali  se dovessimo accertare che queste notizie corrispondano al vero”, ha commentato il capo dell’UNHCR. Grandi ha chiesto all’Etiopia di mantenere i propri impegni nei confronti dei rifugiati.

Molti eritrei sono fuggiti dai campi per poter sopravvivere. E il governo di Addis Ababa ha ammesso di averli riportati indietro. Nel Tigray, da anni, vivono oltre 90mila rifugiati, scappati dal regime di Asmara. Le autorità etiopiche hanno affermato che si sarebbero allontanati senza regolare autorizzazione e che ora avrebbero provveduto a inviare cibo nei campi. Ieri una colonna di pullman con a bordo oltre 400 eritrei si è mossa da Addis Ababa verso il Tigray, precisando che i campi sarebbero sotto controllo delle truppe etiopiche. Affermazioni difficilmente verificabili, in quanto tutte le comunicazioni – telefoniche e internet – non sono ancora state ristabilite. Nessun giornalista indipendente ha accesso alla regione dall’inizio del conflitto.

Rifugiati eritrei in Tigray

D’altro canto due ONG hanno raccontato che quattro loro collaboratori sono stati brutalmente ammazzati dai militari delle forze armate etiopiche: tre, uccisi in novembre, erano addetti alla sicurezza della Danish Refugee Council, mentre il quarto era un funzionario di International Rescue Committee.

Le autorità hanno ammesso il fatto e il portavoce delle forze armate del governo etiopico in Tigray, Redwan Hussein, ha raccontato ai reporter che il team non si sarebbe fermato a due posti di blocco. Secondo Redwan guidavano molto velocemente in una zona dove l’accesso era vietato; “Quando non hanno rispettato l’alt nemmeno al terzo check-point, i nostri soldati hanno sparato e li hanno arrestati”, ha precisato il portavoce.

Letesenbet Gidey, primatista mondiale dell’atletica

E in mezzo al caos, alla guerra, durante la quale si teme siano morte migliaia di persone e si calcola che 950mila residenti abbiano abbandonato le proprie case, 47mila tra queste persone hanno cercato protezione nel vicino Sudan, si sono persi anche i contatti con  Letesenbet Gidey.

La giovane, originaria del Tigray, primatista mondiale dei 5.000 metri avrebbe dovuto partecipare alla mezza maratona che si è disputata a Valencia, Spagna, domenica scorsa, ma impossibile entrare in contatto con lei. La Gidey non è mai arrivata a destinazione, si spera che si sia rifugiata in Sudan. La giovane ha portato solo onore alla sua terra natia, all’Etiopia tutta. A quanto pare questa orribile guerra ha inghiottito persino una stella che fino a poche settimane fa non solo ha illuminato il cielo di tutto il Paese, ma ha portato la propria luce insieme a quella dell’Etiopia nel mondo intero.

Africa ExPress
@africexp

Etiopia: Abiy rifiuta la mediazione dell’Unione Africana e continua la guerra

 

Nuovi affari ENI in Libia: Descalzi incontra il presidente al-Sarraj

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
dicembre 2020

Giungono i primi importanti risultati per il colosso energetico ENI dopo il pressing dei suoi manager e del governo Conte sulle autorità politiche e militari di Tripoli. Il 30 novembre scorso il capo del Governo di Accordo Nazionale Fayez al-Sarraj e il presidente della compagnia petrolifera libica statale NOC – National Oil Corporation, Mustafa Sanalla, hanno accolto nella capitale libica l’amministratore delegato ENI Claudio Descalzi per fare il punto sui nuovi progetti esplorativi ed estrattivi di idrocarburi e gas da parte della società italiana.

Claudio Descalzi, amministratore delegato di ENI incontra a Tripoli Fayez al-Sarraj, presidente del Consiglio Presidenziale e Primo ministro del Governo di Accordo Nazionale

“Claudio Descalzi ha confermato ad al-Sarraj il pieno impegno della società, con particolare focus sullo sviluppo dei progetti gas che consentiranno di estendere il plateau di produzione di Bahr Essalam, giacimento off-shore a 120 Km a nord-ovest di Tripoli, assicurando l’approvvigionamento di gas al mercato locale, di cui ENI continuerà a essere il principale fornitore nei prossimi anni”, riporta l’ufficio stampa del gruppo con quartier generale a San Donato Milanese (MI).

L’amministratore delegato di ENI non ha fatto mancare il suo apprezzamento per gli sforzi compiuti dal management e dai contractor della National Oil Corporation per “riprendere in sicurezza” la produzione e l’esportazione di petrolio da tutti i giacimenti petroliferi onshore partecipati dalla transnazionale italiana, come quello di Elephant Field (El Feel) situato nell’area desertica di Murzuq a 800 km a sud da Tripoli, ed Abu-Attifel a 300 km a sud dalla città di Bengasi, in una regione che è stata contesa a lungo dalle milizie del GAN e da quelle fedeli al generale Khalifa Haftar.

Descalzi ha pure ringraziato il presidente della compagnia petrolifera libica per aver garantito la “continuità operativa, il supporto logistico e la turnazione nei siti operativi”, nonché per l’“impegno profuso” in questi mesi dal management e dai contrattisti della Mellitah Oil & Gas BV Libyan Bran, la joint venture paritaria di NOC ed ENI che gestisce diversi giacimenti onshore sparsi nel paese e i giacimenti offshore costituiti da tre piattaforme e un serbatoio galleggiante nel mar Mediterraneo.

“Le parti hanno discusso inoltre dell’avvio di progetti pilota nelle rinnovabili nel Paese, mettendo a disposizione know-how e sviluppo di nuove competenze”, riferisce l’ENI. “L’introduzione, per la prima volta, di energie rinnovabili in Libia risponderà all’aumento di energia elettrica per la popolazione senza aumentare il consumo locale di idrocarburi e le emissioni di CO2. L’amministratore delegato ha infine rinnovato l’impegno di ENI nel campo sociale, in particolare nel supporto a NOC per quanto riguarda la fornitura di attrezzature medicali di protezione, diagnosi e trattamento essenziali nella risposta contro la pandemia di Covid-19”. Per il gruppo italiano, poco importa dunque che il sanguinoso conflitto in Libia sia lontano da una soluzione diplomati; che gli affari continuino nonostante tutto e tutti, magari con un po’ di green e qualche pacco di mascherine chirurgiche in più.

Claudio Descalzi era già stato in missione ufficiale a Tripoli l’8 luglio scorso per incontrare anche in quell’occasione il capo del GAN Fayez al-Sarraj e i vertici della National Oil Corporation. Tra i temi all’ordine del giorno di quel vertice, innanzitutto le attività avviate con la firma del Memorandum of Understanding tra ENI e la General Electric Company Of Libya (GECOL), la società statale di produzione e commercializzazione dell’energia elettrica. “ENI sta dando un grande contributo al miglioramento del settore dell’energia, fornendo pezzi di ricambio fondamentali per garantire la continuità di generazione pari a 3 GW”, riferiva nell’occasione il gruppo di San Donato Milanese. “ENI sta assicurando in Libia formazione e supporto tecnico per la definizione del codice di rete nazionale e per migliorare l’operabilità della rete stessa. Inoltre, ENI sta studiando lo sviluppo di una nuova centrale elettrica a gas e sta sostenendo l’avvio di progetti pilota di energie rinnovabili”.

Nel faccia a faccia con il presidente della NOC, Mustafa Sanalla, Claudio Descalzi si era soffermato invece sulle modalità di attuazione del  mega progetto Structures A&E relativo all’estensione dell’area esplorativa e della produzione dei campi di gas offshore di Bahr Essalam, oltre alla possibilità di sviluppare ulteriormente un altro giacimento offshore nel Mediterraneo, quello di Bouri Field, a 120 km di distanza dalle coste libiche.

Campi di gas offshore di Bahr Essalam,

Buona parte delle attività di ENI in Libia sono riprese a partire dell’ottobre 2018 (ossia proprio in una delle fasi più acute del conflitto tra il regime di al-Sarraj e il generale Khalifa Haftar), dopo che fu firmata a Londra una lettera d’intenti tra il presidente della National Oil Corporation, l’amministratore delegato dell’holding petrolifera britannica BP, Bob Dudley, e Claudio Descalzi, per l’assegnazione all’ENI di una quota del 42,5% nell’Exploration and Production Sharing Agreement (EPSA) di BP nelle aree contrattuali onshore ed offshore della Libia.

“Si tratta di un importante traguardo che darà la possibilità di liberare il potenziale esplorativo della Libia riavviando le operazioni dell’EPSA sospese dal 2014”, dichiarava con orgoglio Claudio Descalzi. “L’accordo contribuisce a creare inoltre un contesto attrattivo per gli investimenti, volto a ripristinare i livelli di produzione e le riserve di idrocarburi del paese attraverso le infrastrutture già esistenti”.

ENI opera in Libia dal lontano 1959 e la produzione netta si attesta attualmente in 170.000 barili di petrolio equivalente al giorno. Secondo i dati forniti dal gruppo italiano, nel 2019 sono stati estratti dal sottosuolo libico 37 milioni di barili di petrolio e condensati, 106 milioni di barili di idrocarburi e 10,6 miliardi di meri cubi di gas. “Deteniamo in Libia undici titoli minerari (quattro permessi esplorativi e sette permessi produttivi), regolati da contratti di Exploration and Production Sharing Agreement (EPSA)”, spiega l’ENI. “Le attività di esplorazione e sviluppo nel Paese sono raggruppate in sei aree contrattuali con un interesse del 100% per la fase esplorativa e 50% per la fase di sviluppo”.

“Onshore siamo presenti con i giacimenti di Bu-Attifel, El Feel (33,3%), KNOC (16,6%) e Wafa, nel deserto libico. Per quanto riguarda l’offshore le nostre attività si concentrano nel giacimento a olio di Bouri e nell’area di Bahr Essalam, con la messa in produzione di dieci nuovi pozzi”.

Recentemente ENI ha anche completato le attività di potenziamento degli impianti di trattamento gas di Mellitah (poco ad ovest della città costiera di Misurata) e di Sabratha (nell’omonimo distretto nordoccidentale della Libia), incrementando la capacità di trattamento fino a 1.100 milioni di piedi cubi al giorno. Nel complesso di Mellitah converge il gas estratto dai giacimenti di Wafa e Bahr Essalam. Dopo il trattamento il gas raggiunge Gela in Sicilia grazie al gasdotto Greenstream che attraversa il Mediterraneo per 520 chilometri. Il gasdotto, realizzato in meno di due anni, fu inaugurato l’1 ottobre 2004 dall’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e da Muhammar Gheddafi, il leader libico deposto e assassinato sette anni dopo. Secondo quanto riferito dall’ENI, la capacità del gasdotto Greenstream ammonta annualmente a circa 8 miliardi di metri cubi.

Antonio Mazzeo
@amazzeo61@gmail.com

Sudafrica: coronavirus aggredisce ancora, arrivata seconda ondata

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
11 dicembre 2020

Il Sudafrica è stato colpito dalla  seconda ondata della pandemia. Lo ha confermato il ministro della salute, Zweli Mkhize, mercoledì scorso. Le infezioni sono in netto aumento, dal 25 novembre all’8 dicembre sono stati rilevati ben 49.637 casi. E solo negli ultimi giorni, secondo Mkhize, quotidianamente ci sarebbero stati oltre 6.000 contagi.

Dall’inizio della pandemia il Sud Africa ha registrato 829mila infetti, tra questi i decessi sono stati 22.574, mentre i guariti 755.000. Il picco maggiore delle infezioni è stato raggiunto in luglio, con 15.000 contagi al dì.

Sudafrica: seconda ondata di Covid-19

“Abbiamo nuovamente registrato un netto aumento in sei province. Dobbiamo assolutamente riconoscere che siamo in piena seconda ondata del virus”, ha detto il ministro durante un suo intervento alla TV e lui stesso ha contratto la temibile patologia l’ottobre scorso. Mkhize ha sottolineato che attualmente sono colpiti anche molti giovani e giovanissimi tra i 15 e 19 anni.

In Sudafrica sta per iniziare l’estate, che coincide con la fine dell’anno scolastico, e per questo si organizzano molte feste negli istituti. E il ministro ha messo in guardia tutti: “Il virus circola velocemente, state attenti e durante le festività natalizie ognuno deve dimostrare grande senso di responsabilità”.

Gran parte dei sudafricani residenti nelle città hanno l’abitudine di passare il Natale con i propri cari nei villaggi d’origine. “Durante i pranzi in comune devono assolutamente indossare le mascherine, nessuno deve abbassare la guardia – ha raccomandato il presidente e ha aggiunto -. “Dobbiamo cambiare le nostre abitudini per prevenire un nuovo picco come quello di luglio. Immaginiamo questa pandemia come un incendio boschivo. Va spento prima che si propaghi in tutta la foresta e diventi un inferno”.

Cyril Ramaphosa, capo di Stato del Sudafrica e presidente di turno dell’Unione Africana.

Per il momento le autorità di Pretoria non intendono ricorrere a nuove misure restrittive a livello nazionale, tanto meno a un lockdown. Sarebbe un grave colpo per l’economia, già fortemente provata dalla prima ondata di Covid-19.

Attualmente solo gli abitanti di una delle maggiori metropoli del Paese,  Nelson Mandela Bay, città nota anche con il nome di Port Elizabeth, devono osservare un coprifuoco notturno. E’ vietato l’acquisto di alcolici e il loro consumo in pubblico. Anche le riunioni sono stati limitate a 250 persone all’esterno e non più di 100 se gli eventi si svolgono all’interno.

Mentre in tutto il Paese sono vietati assembramenti dopo i funerali, che il presidente Cyril Ramaphosa ha apostrofato come “festeggiamenti dopo le lacrime”.

Durante la prima fase, il governo sudafricano aveva imposto regole molto severe per due mesi (marzo-aprile), con chiusura totale delle scuole, negozi, frontiere e divieto di uscire .

I medici sono fortemente preoccupati per l’evoluzione dell’epidemia e temono che le misure attualmente in vigore non siano sufficienti per arrestare la seconda ondata.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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