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Liberia, via libera al ballottaggio tra Weah e il vicepresidente uscente

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Monrovia, 9 dicembre 2017

La Corte suprema della Liberia ha dato finalmente il via libera al ballottaggio tra George Weah e Joseph Nyuma Boakai. Il secondo turno delle elezioni era stato sospeso, dopo il ricorso presentato da Charles Brumskine (Liberty Party), politico e avvocato; aveva chiesto che venisse aperta un’inchiesta per frode elettorale. Nella prima tornata, Brumskine si era posizionato al terzo posto, con meno del dieci per cento delle preferenze. (http://www.africa-express.info/2017/11/06/brogli-elettorali-liberia-rinviato-il-ballottaggio-di-domani-tra-weah-e-boakai/)

Ieri i giudici di Monrovia hanno finalmente dato il loro tanto atteso parere: “In assenza di sufficienti prove, questa Corte non può annullare le elezioni precedenti”. E Philip Banks, il giudice che letto la sentenza, ha aggiunto:” C’erano oltre cinquemila seggi elettorali e sono stati evidenziati pochissimi problemi. Le irregolarità riscontrate non sono tali da compromettere il risultato finale della tornata elettorale del 10 ottobre scorso”.

Weah e Bokai, i due sfidanti al ballottaggio in Liberia
Weah e Bokai, i due sfidanti al ballottaggio in Liberia

Un portavoce di “Liberty Party”, Darius Dillion, ha fatto sapere che il partito accetta la decisione della Corte suprema e ha aggiunto: “La Liberia ha vinto, ha vinto la democrazia”.

Ora la Commissione elettorale (NEC) dovrà fissare la data del ballottaggio tra i due sfidanti per la prima poltrona del Paese: George Weah, l’ex calciatore del Milan, “Pallone d’oro 1995”, che nel 1999 fu anche scelto come miglior calciatore africano del secolo dalla Federazione Internazionale di Storia e Statistiche Calcio (IFFHS), che si era aggiudicato il 38,4 per cento dei voti nella prima tornata elettorale e il vicepresidente uscente, Joseph Nyuma Boakai, con il 28,8 per cento delle preferenze.  Un secondo round si è indispensabile, non avendo raggiunto nessuno dei due favoriti il cinquanta per cento.

Secondo Henry Flomo, un portavoce di NEC, il ballottaggio potrebbe svolgersi già tra due settimane.

Africa ExPress

 

Congo-K uccisi 14 caschi blu, 5 militari congolesi, altri 54 feriti

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Africa ExPress
Kinshasa, 8 dicembre 2017

Quattordici caschi blu della Missione dell’Organizzazione delle Nazioni unite per la stabilizzazione nella Repubblica democratica del Congo (MONUSCO) e cinque militari congolesi sono stati barbaramente ammazzati ieri sera durante un attacco alla base delle forze dell’ONU di Semuliki, nel territorio di Beni, nel nord Kivu. Probabilmente gli aggressori siano membri delle Forces démocratiques alliées (ADF).

Durante i violenti combattimenti sono stati feriti cinquantatrè caschi blu.  MONUSCO, nel suo comunicato sulla sua pagina ufficiale non ha rilasciato altri dettagli finora, nemmeno la nazionalità di soldati dell’ONU uccisi. Ma Gilbert Kambale, presidente di un gruppo di attivisti con sede a Beni, ha fatto sapere che sarebbero tutti di nazionalità tanzaniana1d5cb59d00cd4fad62d892ba0b4a26ea150eec6a.

Secondo Kambale, l’attacco è avvenuto a cinquanta chilometri a nord-est dalla città di Beni, sulla strada che porta verso il confine con l’Uganda, dove, nel mese di ottobre, hanno trovato la morte ben ventisei persone.

MONUSCO è attiva nel Congo-K dal 2010. Da allora sono morte ben novantatrè persone inquadrate nella missione: militari, forze di polizia e personale civile.

Caschi blu di MONUSCO
Caschi blu di MONUSCO

La situazione nella ex colonia belga peggiora di giorno in giorno. Le violenze si susseguono e la popolazione è costretta a fuggire. (http://www.africa-express.info/2017/12/06/congo-k-popolazione-fuga-dalle-violenza-e-il-governo-arruola-ex-ribelli/).

Africa ExPress

Il continente nero si tinge di giallo: la Cina alla conquista dell’Africa

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francoDal nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 8 dicembre 2017

Si tratta ormai di un processo inarrestabile: la Cina sta invadendo l’Africa. Ovviamente non si tratta di un’invasione militare, ma si tratta di un processo che appare inesorabile anche se lento. E’ un fatto che non si può più ignorare né minimizzare. La voracità del gigante asiatico non conosce freni inibitori, pressata com’è dagli urgenti bisogni dal suo miliardo e quattrocentomila abitanti di cui ben 500 milioni vivono tuttora sotto la soglia di povertà. Il suo rampante apparato produttivo, intenso in ogni settore industriale, ha già portato la Cina al primo posto nella lista dei paesi importatori di petrolio, sorpassando anche gli Stati Uniti, con un’incidenza del 15 per cento sull’importazione mondiale del greggio.

Ma, a differenza delle mire del vecchio colonialismo europeo, l’obiettivo cinese è molto più commerciale che politico e non nasconde anche un altro progetto: quello di preparare centinaia di milioni di cinesi a trasferirsi nel continente nero, dove, insieme alle infrastrutture, nascono, ad opera di imprese cinesi,  migliaia di complessi residenziali che restano desolatamente vuoti perché non alla portata economica della gran parte degli  africani. Questo stato di cose fa prevedere agli osservatori internazionali che nello spazio di mezzo secolo l’intero continente africano sarà totalmente nelle mani del dragone asiatico.  

Operai africani e tecnici cinesi impegnati in un’opera pubblica in Africa
Operai africani e tecnici cinesi impegnati in un’opera pubblica in Africa

L’approccio cinese all’Africa è ben diverso da quello a suo tempo attuato dall’Europa che aveva conquistato il continente grazie alla forza dei rispettivi eserciti. La Cina agisce, invece, in modo silenzioso, indolore e anche un po’ subdolo, facendo leva sulle carenze, sulle debolezze e anche su una delle più peculiari cattive abitudini africane: la corruzione. La Cina non dice mai di no, anche alle richieste più sconvenenti e questo atteggiamento – certamente criticabile sul piano etico – le ha però consentito di piazzarsi nei territori più ricchi di risorse minerarie del mondo intero. Risorse che, del resto, i governi africani non sarebbero in grado né di estrarre né di commercializzare e di cui la Cina ha disperato bisogno. 

Si stima che negli ultimi dieci anni già un milione di cinesi si siano trasferiti in Africa, ma il progetto del governo di Pechino è molto più ambizioso perché si propone, entro il 2020, di dar luogo ad un imponente esodo di biblica memoria che ricollochi in Africa circa 400 milioni di cinesi i quali prenderanno gradualmente il posto dei milioni di africani che fuggono ogni giorno dai loro paesi per cercare rifugio – economico e/o politico in Europa. Così, mentre il vecchio continente si dibatte in meri distinguo di carattere socio-umanitario, nella sua disastrosa carenza di strutture atte all’accoglienza, oppure si accapiglia sull’opportunità o meno di abolire i canti natalizi e i crocefissi dalle scuole,  la Cina procede nel progetto di sostituzione etnica del continente nero.   

Nigeria, Guinea Equatoriale, Ciad, Sudan, Zambia, Zimbabwe, Mozambico, Etiopia, Angola, Kenya, sono già di fatto, nella sfera di influenza commerciale cinese e altre nazioni africane si aggiungeranno presto alla lista. Da un certo punto di vista si potrebbe ritenere che questa affluenza di tecnici qualificati cinesi in Africa, non potrà che portare beneficio al continente, dotandolo finalmente degli strumenti conoscitivi e pratici per dare vita alla così lungamente attesa affermazione economica. Resta però da vedere chi beneficerà di questi risultati: l’Africa o la Cina?

In complesso residenziale costruito da imprese cinesi in Angola
In complesso residenziale costruito da imprese cinesi in Angola

A questo riguardo Gianpiero Spinelli, analista della Stam Strategic e Partners Group di Londra, sembra non avere dubbi: sarà la Cina a beneficiarne attraverso la sua nuova forma di colonialismo. “I cinesi – afferma l’esperto – hanno già avviato da alcuni anni, grandi operazioni di land grabbing (accaparramento di terreni) per acquisire su larga scala terreni agricoli nei paesi in via di sviluppo così da potersi garantire, entro dieci anni, anche il totale controllo delle risorse alimentari africane”.  Mentre quindi l’Africa si trasferisce in Europa, la Cina si trasferisce in Africa, senza per questo rinunciare alla sua inarrestabile conquista delle economie occidentali.

Questa impetuosa avanzata del gigante asiatico, lascia l’Occidente sempre più attonito e imbelle a macerarsi nel dubbio di cosa potrebbe fare per contrastarlo, ma quello che può fare è davvero poco, se non nulla. Il regime cinese risponde a un’autorità verticistica che può permettersi di passare, all’istante, dalle decisioni alle attuazioni, senza sottostare, come avviene in Occidente, all’estenuante giogo del confronto politico, troppo spesso mirato a infliggere colpi all’avversario, piuttosto che a perseguire il bene comune del paese. Così, mentre la Cina avanza, l’Europa del prossimo futuro, sembra sempre più destinata a diventare la nuova Cenerentola del pianeta. 

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Trump riapre la caccia all’elefante africano. Zambia e Zimbabwe ringraziano

sandro_pintus_francobollo
Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 6 dicembre 2017
“L’amministrazione Trump intende cancellare il divieto dell’era di Obama sull’importazione di trofei di elefanti dall’Africa. Ottime notizie per @DonaldJTrumpJr”. Così ha scritto in modo provocatorio, nel suo account Twitter Scott Dworkin. La CNN ha convermato che gli Stati Uniti hanno abolito le restrizioni all’importazione di trofei di elefanti dallo Zimbabwe e dallo Zambia .

Accompagnano i tweet una foto del figlio di Trump con la coda di un elefante appena ucciso nella mano sinistra e nella destra il coltello con il quale ha tagliato il trofeo.

Il tweet di Scott Dworkin con la foto di Donald Trump Jr. con la coda di un elefante appena ucciso
Il tweet di Scott Dworkin con la foto di Donald Trump Jr. con la coda di un elefante appena ucciso

Se sono buone notizie per il rampollo Trump con il vizietto di sparare al più grande mammifero terrestre per divertimento, le notizie sono pessime per gli elefanti africani che faticosamente cercano di sopravvivere al bracconaggio internazionale e all’estinzione.

Negli Stati Uniti i pachidermi africani, come specie in via di estizione, sono protetti dalla legge ma la legislazione americana permette al Fish and wildlife service (Fws) di autorizzare l’importazione di trofei se la caccia degli animali uccisi contribuisce alla sopravvivenza della specie.

Infatti uno degli articoli dell’African Elephant Conservation Act del 1989 recita: “Non vi è alcuna prova che la caccia sportiva faccia parte del bracconaggio che contribuisce al commercio illegale di avorio dell’elefante africano, e vi sono prove che il corretto utilizzo di popolazioni di elefanti ben gestite fornisce un’importante fonte di finanziamento per il programma di conservazione degli elefanti africani”.

E proprio a questo articolo si affida Donald Trump che sembra voler fare un bel regalo a Donald Junior. Il presidente Usa ha cancellato in bando di Barack Obama nel quale, del 2015, aveva vietato l’importazione di trofei da Zimbabwe e Zambia perché non si avevano dati sufficienti sul numero e sulla protezione degli elefanti nei due Paesi africani.

Con la cancellazione del divieto, permesso di importazione dei trofei (avorio compreso) è valido per tutti gli animali che sono stati cacciati in modo legale tra il 21 gennaio 2016 e il 31 dicembre 2018. Zimbabwe e Zambia, secondo le autorità degli Stati Uniti, hanno già dato l’approvazione.

Secondo un documento pubblicato dal Safari Club International in Zambia la caccia agli elefanti controllata può generare quasi $1 milione in tasse e, a causa dele restrizioni, nel biennio 2014-2015 ha portato nelle tasse dello stato $150 mila. Il 75 per cento di queste entrate è stato finalizzato a contrastare il bracconaggio.

La popolazione di elefanti africani continua a diminuire soprattutto a causa della caccia per contrabbando di avorio. Agli inizi del secolo scorso, in tutto il continente africano, se ne contavano milioni mentre oggi ne sono rimasti tra 319 mila e 600 mila. Stime dell’associazione Save the elefants dicono che in nove anni (2002-2010) si sia ridotta del 62 per cento e che in soli due anni (2010-2012), per l’avorio, siano stati uccisi 100 mila pachidermi. Secondo i dati dell’ong, lo scorso anno sono stati uccisi 33 mila elefanti.

E a Nairobi, in Kenya, esiste il David Sheldrick Wildlife Trust , che ospita l’Orphan’s project, conosciuto come Orfanotrofio degli elefanti, un centro di accoglienza, recupero e riabilitazione per i cuccioli di elefante scampati all’uccisione della madre provenienti da tutto il Kenya.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
twitter: @sand_pin

Congo-K: popolazione in fuga dalle violenze e il governo arruola ex ribelli

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 5 dicembre 2017

Dall’inizio dell’anno oltre dodicimila persone sono fuggite dalla Repubblica Democratica del Congo (RDC oppure Congo-K) verso lo Zambia. Ottomilaquattrocento hanno attraversato il confine in questi ultimi tre mesi.

La maggior parte di loro proviene dalle province del Haut-Katanga e Teanganyika. Si tratta per lo più di donne e bambini, sono stati costretti a lasciare i loro villaggi per l’estrema violenza che si consuma in quest’area della ex colonia belga. Le milizie, dopo aver saccheggiato i poveri beni di queste persone, hanno incendiato le loro umili case; secondo i loro racconti, molte donne sono state violentate e diversi residenti sono stati uccisi. Proprio in queste ultime settimane i combattimenti si sono nuovamente intensificati, dunque è probabile che presto altri profughi cercheranno di raggiungere lo Zambia; altri 4,1 milioni di congolesi sono sfollati in diverse parti del Congo-K.

Lo Zambia rischia una crisi umanitaria e non ci sono fondi a sufficienza per far fronte al crescente numero dei profughi. Il portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) Babar Baloch ha fatto sapere in un suo comunicato di qualche giorno fa che i fondi per rispondere alle necessità della popolazione in fuga sono assolutamente insufficienti, sia per gli sfollati che per i profughi nello Zambia.

Profughi del Congo-K in Zambia
Profughi del Congo-K in Zambia

Il centro di transito Kenani accoglie ottomila persone. Lo Zambia  attualmente ospita più di sessantacinquemila rifugiati, tra loro trentatremila provengono dal Congo-K. E’ disposto a mettere a disposizione altri terreni, ma mancano i fondi per allestirli.

In un suo rapporto pubblicato pochi giorni fa, l’organizzazione Human Rights Watch accusa alti ranghi militari di Kinshasa di aver arruolato clandestinamente – per sedare le proteste anti-Kabila del 2016 e per proteggere il presidente del Paese –  almeno duecento vecchi ribelli M23, sconfinati in Uganda e Ruanda dopo essere stati sconfitti nel 2013 nel Congo orientale. Durante le manifestazioni, che si sono svolte nella capitale tra il 19 e il 22 dicembre dello scorso anno, hanno perso la vita almeno sesssantadue persone.  Ovviamente Kinshasa nega qualsiasi coinvolgimento.

ribelli m23 Congo-K

L’ M23 è un gruppo creato alla fine della guerra del Kivu ed è formato da ex ribelli del  Congrès national pour la défense du peuple (CNDP), poi reintegrati nelle forze armate congolesi in seguito ad un accordo firmato il 23 marzo 2009. Nel 2012 si sono ammutinati, perché il governo non avrebbe rispettato gli accordi. I suoi miliziani sono accusati da diverse ONG, nonché dal Corte Penale Internazionale e dal governo degli Stati Uniti, di essersi macchiato di violenze nei confronti della popolazione civile.

Human Right Watch precisa che alcuni alti ranghi militari dell’ex colonia belga si sarebbero recati nei campi profughi in Uganda e Ruanda, per reclutare in gran segreto vecchi ribelli, promettendo loro, oltre a cibo e moneta sonante, protezione. Ad alcuni è stata paventata anche la possibilità di essere integrati nell’esercito regolare.

I ribelli sarebbero stati trasferiti nelle città di Kinshasa, Goma e Lubumbashi, equipaggiati di armi e uniformi nuove, per combattere accanto le forze dell’ordine (polizia, esercito o guardia nazionale). Alcuni testimoni citati nel rapporto hanno riportato che l’ordine era: “Guerra a tutti quelli che erano contrari che Kabila rimanesse al potere, con l’ordine di sparare alla minima provocazione dei civili”.

Sempre secondo i ricercatori di HRW, la maggior parte degli ex M23 sarebbero rientrati tra dicembre e gennaio nei Paesi dove erano in esilio. E ancora, tra maggio e luglio, altri sarebbero stati fatti rientrare nuovamente nel Congo-K e spediti a Kisangani per un addestramento speciale, utile per eventuali interventi futuri.

Crispin Atama Thabe, ministro delle Difesa congolese ha sottolineato: “Tali accuse sono frutto di fantasia, per sminuire la credibilità del nostro esercito”. Infine ha aggiunto: “Mi adopererò personalmente affinchè questa ONG non possa più operare nel nostro Paese”. Mentre Bertrand Bisimwa, presidente dell’M23, ritiene possibile che il governo di Kinshasa abbia reclutato in gran segreto disertori o quelli radiati dall’M23 per indisciplina o per delle attività che noi ignoriamo”.

In seguito ai violenti scontri dello scorso dicembre, la maggior parte dei partiti all’opposizione avevano firmato un accordo, grazie alla mediazione della Chiesa cattolica con il governo. http://www.africa-express.info/2017/01/15/congo-k-la-firma-di-un-accordo-tra-governo-e-opposizione-non-ferma-le-violenze/.

L’accordo prevedeva inizialmente nuove elezioni per la fine di quest’anno. Ma ovviamente Kabila è ancora al potere, almeno fino a dicembre 2018. Il presidente della Commissione elettorale (Céni), Corneille Nangaa, ha annunciato un mese fa come data il 23 dicembre 2018.

Joseph Kabila, presidente del Congo-K
Joseph Kabila, presidente del Congo-K

Intanto la repressione di Kabila non si ferma. La scorsa settimana è stato ammazzato un altro giovane mentre era in corso una manifestazione non autorizzata a Butembo, nel Nord-Kivu.
La libertà di stampa resta un optional. Da oltre sei mesi due giornalisti stanno marcendo in galera senza processo, perché accusati di collaborazione con dei gruppi armati. Journaliste en danger (JED) ha denunciato pochi giorni fa che Fidel Nsikundi e Heri Makyambi, due reporter di Radio Communautaire de Libunda , sono stati arrestati a fine luglio in un villaggio nel territorio di Fizu, mentre preparavano un servizio sugli scontri tra i militari e una milizia locale. Da allora sono detenuti a Uvira, in precarie condizioni di salute a causa delle frequenti punizioni corporali.

Il presidente Joseph Kabila è salito al potere dopo l’assassinio del padre, Laurent-Désiré Kabila, nel 2001. E’ stato rieletto nel 2006 e nel 2011; il suo mandato era scaduto nel dicembre dello scorso anno. Ma lui ne ha chiesto un altro, il terzo, e la sua pretesa è stata fortemente contestata dall’opposizione, perché anticostituzionale. (http://www.africa-express.info/2016/10/20/congo-k-elezioni-rinviate-al-2018/). Intanto Kabila rimane al potere, cercando in tutti modi di mettere a tacere gli oppositori.

Lo scorso ottobre l’ONU ha accettato la candidatura del Congo-K, che è stato eletto nel Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani. (http://www.africa-express.info/2017/10/17/congo-k-eletto-nel-consiglio-delle-nazioni-unite-per-diritti-umani/). Intanto dal CongoK si continua a fuggire.

Cornelia I. Toelgyes
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@cotoelgyes

Jacob Zuma vuole passare lo scettro del Sudafrica all’ex moglie

sandro_pintus_francobollo
Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 4 dicembre 2017

Il presidente Zuma deve aver imparato dal vecchio dittatore dello Zimbabwe, Robert Mugabe, da poco caduto in disgrazia perché voleva “cedere lo scettro” alla First lady Grace. Anche l’attuale Capo dello stato del Sudafrica, ha intenzione di passare il comando a Nkosazana Dlamini-Zuma, ex seconda moglie delle quattro attuali consorti del presidente.

Zuma, amico della famiglia Mugabe, si sta muovendo affinché Nkosazana, dalla quale si è separato nel 1998, diventi Presidente della Repubblica sudafricana. E i primi passi sono già stati fatti con successo. Lo scorso 1° dicembre l’African national congress (Anc), il partito al potere dalla presidenza di Nelson Mandela, nella provincia di Mpumalanga, nel nord est del Paese, l’ha scelta come candidata che sostituisce Jacob Zuma alla leadership del partito.

Nkosazana Dlamini-Zuma e Jacob Zuma
Nkosazana Dlamini-Zuma e Jacob Zuma

La conferma della sua candidatura alla presidenza della repubblica si avrà al 54° Congresso del partito che si tiene dal 16 al 20 dicembre a Gauteng, la più ricca provincia del Paese africano. Se Dlamini-Zuma diventa presidente dell’Anc potrà candidarsi alle elezioni politiche del 2019.

Nkosazana Dlamini-Zuma, medico di 68 anni, è una donna che ha avuto cariche istituzionali di alto livello e ha notevole esperienza politica. Durante la presidenza di Nelson Mandela, dal 1994 al 1999 è stata ministro della Salute e dopo con Thabo Mbeki e Kgalema Motlanthe che seguirono a Madiba, ha avuto il dicastero degli Esteri fino al 2009. Con la presidenza dell’ex marito, ha avuto il ministero degli Interni e nel 2012 è stata la prima donna eletta come presidente dalla Commissione dell’Unione africana.

Certo niente a vedere con l’arrogante Grace Mugabe, chiamata Gucci Grace  per la grande disinvoltura nello scialacquare denaro pubblico dello Zimbabwe ridotto alla fame. Indica però la continua involuzione della politica africana degli ultimi decenni che cede sempre più spazio al nepotismo divenuto nel continente nero (e non solo) ormai il modo comune di governare.

Mappa del Sudafrica
Mappa del Sudafrica

L’attuale presidente sudafricano Zuma, in carica dal 2009, durante il suo mandato è stato condannato per aver utilizzato fondi pubblici per ristrutturare il suo compound nella provincia sudafricana del KwaZulu-Natal e ha collezionato 783 accuse che vanno dalla corruzione al riciclaggio di denaro, dall’evasione fiscale ai traffici illeciti. Un po’ troppo per un Capo di stato, motivo per il quale l’opposizione ne chiede l’impeachment senza riuscirci.

Con l’elezione alla presidenza di Nkosazana, Jacob Zuma teoricamente si garantirebbe la continuazione della sua politica e dei suoi affari. Bisogna però vedere se l’Anc accetta questo “passaggio di potere” all’ex moglie o se reagisce con un rifiuto come ha fatto lo Zanu-Pf, il partito di Robert Mugabe in Zimbabwe. E se, una volta eletta, Nkosazana permetterà all’ex marito di continuare a fare ciò che vuole.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Crediti immagini:
-Mappe sudafrica
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L’Africa oggi, tra fallimento della democrazia e corruzione in crescita

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 3 dicembre 2017

“In un paese tipico africano, il cittadino medio non si aspetta molto dai suoi politici perché si stanca di ripetute promesse che non vengono mantenute”.

Lo scrive in un editoriale pubblicato su BizNews, Prince Mashele, intellettuale sudafricano, direttore esecutivo del Centro per la politica e la ricerca, istituto di Pretoria che si occupa di analisi e sviluppo delle strategie politiche.

Lo studioso sudafricano analizza minuziosamente la situazione e la deriva politica del grande Paese africano (e di tutto il continente subsahariano): dal sogno di Nelson Mandela che con la sua presidenza era riuscito a unire il Sudafrica, ai disastri dell’attuale presidente Jacob Zuma e alla crescita esponenziale della corruzione degli ultimi anni.

Il presidente sudafricano, e l’African nacional congress (ANC), il partito al potere, sono stati accusati di corruzione e Zuma è stato condannato per aver utilizzato 215mln di rand (circa 13mln di euro) di fondi pubblici per la ristrutturazione e la “messa in sicurezza” del suo lussuoso compound a Nkandla, nella provincia sudafricana del KwaZulu-Natal.

Un tweet che mostra il compound di Jacob Zuma
Un tweet che mostra il compound di Jacob Zuma

Il capo dello stato sudafricano, dopo la condanna, continua a rimanere al suo posto e nonostante la richiesta di impeachment dell’opposizione e le 783 accuse di corruzione, traffici illeciti, riciclaggio di denaro, frode ed evasione fiscale, Zuma pare saldo al potere.

L’idea che un cittadino comune possa esprimere dubbi o mettere in discussione l’uso di denaro pubblico speso sulla casa di un re o di un capo non è africano – scrive provocatoriamente Mashele – I membri dell’ANC nel Parlamento sudafricano che hanno difeso Jacob Zuma sono veri africani”.

Dobbiamo ringraziare Zuma per averci rivelato il nostro vero carattere africano. Per averci mostrato che l’idea dello stato di diritto non fa parte di ciò che siamo e che il costituzionalismo è un concetto molto distante da noi come popolo. Come possiamo spiegare le migliaia di persone che riempiono gli stadi per applaudire un presidente che ha violato la Costituzione del suo paese e che non hanno alcuna idea su cosa sia il costituzionalismo?”

Mappa dell'Africa
Mappa dell’Africa

Secondo Mashele gli africani e i loro leader non amano copiare nulla dall’occidente. Sono felici di rimanere africani e di fare le cose “il modo africano”. In pratica la figura di un capo dello stato si avvicina sempre più a quella di un re e da sovrano si comporta con il suo Paese e con i suoi abitanti. I cittadini diventano sempre più sudditi che ammirano e applaudono il re che a sua volta aiuta la sua famiglia, il suo gruppo tribale e i suoi amici.

Tweet della manifestazione del Partito comunista sudafricano per l'arresto di Zuma
Tweet della manifestazione del Partito comunista sudafricano per l’arresto di Zuma

L’intellettuale sudafricano ricorda che l’idea di Stato come strumento per sostenere lo sviluppo del Popolo è un concetto occidentale come è occidentale il pretendere un leader affidabile. “In una situazione in cui vi è conflitto tra il leader e le leggi del paese, gli africani semplicemente modificano le leggi per proteggere il leader – continua Mashele nel suo pensiero – Essendo il nostro paese africano, non apparirà come la Germania. Il Sudafrica può essere più simile al Kenya, dove il tribalismo è il fattore centrale della controversia politica. L’idea che un presidente può essere licenziato perché un tribunale ha deciso contro di lui è occidentale. Solo il premier dell’Islanda lo fa. I leader africani non lo faranno mai”.

E come tutti sappiamo, un popolo istruito fa bene alla democrazia ma non fa comodo né a dittatori né a sovrani-presidenti, anzi, per loro l’istruzione del popolo è nociva. Infatti, Mashele afferma che “I leader africani non amano l’idea delle persone istruite, perché è difficile governare persone intelligenti. Mandela e Mbeki stessi furono corrotti dall’istruzione occidentale mentre Zuma rimane africano. La sua mentalità si allinea con quella di Boko Haram: non crede alle persone istruite, quelle che lui chiama ‘negri bravi’. Ricordiamo che Boko Haram significa ‘Contro l’istruzione occidentale’ ”.

Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe e nuovo "Goodwill Ambassador" dell'OMS
Robert Mugabe, ex presidente dello Zimbabwe

Prince Mashele asserisce che il futuro del Sudafrica sarà più simile a quello dello Zimbabwe, dove un leader come Mugabe ha più potere rispetto al resto della popolazione. E conclude che “bisogna ringraziare Jacob Zuma per aver svelato la vera Repubblica africana del Sudafrica, non un avamposto dei valori europei”.

Un ragionamento, quello di Mashele, che ci fa pensare alle ultime decadi della politica italiana con le leggi “ad personam”: dalla “salva Previti” al “lodo Alfano”; dal “legittimo impedimento” alla “legge Frattini”; dalla “depenalizzazione del falso in bilancio” al “decreto salva Rete4”. Fino al comportamento anti costituzionale che in parlamento ha visto passare la legge elettorale con la fiducia.
Forse l’Italia si sta africanizzando.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
twitter: @sand_pin

Crediti immagini:
– mappa Africa:
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Profughi provenienti dalla Siria in Madagascar inquietano la popolazione

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 2 dicembre 2017

La popolazione malgascia ha espresso preoccupazione per la presenza di rifugiati stranieri sull’Isola. Da diversi giorni i cittadini di Antsiranana, Mahajanga, Antananarivo e Sainte Marie, le città più grandi in Madagascar, segnalano numerosi presunti immigranti sul loro territorio, ma le autorità competenti non hanno dato spiegazione alcuna a questo proposito. Secondi i residenti sarebbero tutti “clandestini”.

Solo un paio di giorni fa la polizia di frontiera (PAF) ha preso posizione. Ha fatto sapere che si tratta di siriani, giunti nel Paese con visto turistico dalla Turchia, valido per tre mesi e dunque al momento attuale queste persone non sono affatto illegalmente in territorio malgascio. I siriani sarebbero arrivati non via mare, bensì con aerei di linea nei diversi aeroporti internazionali dello Stato insulare. Qualcuno si è lasciato sfuggire che i controlli negli aeroporti lascerebbero al quanto desiderare, chiunque può entrare senza grandi difficoltà.

Aeroporto internazionale. Madagascar
Aeroporto internazionale. Madagascar

In molti temono che queste persone vogliano restare in Madagascar. La polizia ha assicurato di essere in possesso della lista completa degli arrivi e che a tempo e debito avrebbero effettuato i controlli necessari. E’ comunque curioso che i turisti frequentino corsi intensivi di lingua in un centro a Andohatapenaka, un quartiere nella capitale Antananarivo.

Già qualche mese fa la popolazione aveva espresso il suo disappunto circa l’accoglienza di rifugiati siriani provenienti dalla Turchia (http://www.africa-express.info/2017/09/06/unhcr-al-madagascar-accogliete-profughi-siriani-la-popolazione-e-contraria/). Una richiesta di accoglienza in tal senso era giunta in agosto dall’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (UNHCR) del Sudafrica, ma l’allora ministro per gli Esteri, Béatrice Atallah, aveva assicurato che il Paese non era tenuto a dare seguito a questa istanza.

A parte la PAF, il governo di Antananarivo non rilasciato alcun comunicato circa l’accoglienza di profughi.

Il Madagascar è uno tra i Paesi più poveri al mondo. Attualmente il 90 per cento della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà (calcolata su una base di 1,90 dollari al giorno) ed è il Paese che, dopo la Corea del Nord, ha accesso al minor contributo internazionale con soli 24 dollari all’anno per abitante.

Recentemente ha dovuto confrontarsi nuovamente con un epidemia di peste che regolarmente si presenta durante il periodo delle grandi piogge. Quest’anno è stata più severa del previsto. È una zoonosi, il cui bacino è costituito da varie specie di roditori e il cui unico vettore è la pulce. E’ la malattia dei poveri, del degrado.

Questa patologia infettiva è di origine batterica causata dal batterio Yersinia pestis. Il periodo di incubazione è molto breve: da due a sette giorni, e, una volta fatta la diagnosi, la peste bubbonica è facilmente curabile con antibiotici. Ma spesso la malattia può progredire in peste polmonare, il cui esito è letale, generalmente dopo soli 4 giorni. Questa variante si trasmette per le vie aeree. Infatti, secondo il ministro della Sanità malgascio, la maggior parte delle persone affette da questa patologia hanno contratto la forma polmonare.

Un gruppo di Karana, indiani del Madagascar
Un gruppo di Karana, indiani del Madagascar

Gli abitanti sono contrari ad accogliere i profughi, eppure lo Stato insulare ospita un’importante comunità di indiani del Madagascar, chiamati Karana (Corano), un’espressione xenofoba malgascia del passato, ma ora entrata nel linguaggio comune, per denominare questi migranti sciiti, giunti fin qui nel diciasettesimo secolo. Oggi la comunità conta oltre venticinquemila persone e sono considerati la spina dorsale dell’economia locale. Sono per lo più commercianti e ricchi imprenditori.

Anche qui, come quasi ovunque oggi, i migranti, non sono benvenuti. La maggior parte della popolazione teme che i siriani possano godere di privilegi a loro negati. Il fatto che scappino da situazioni di guerra non viene preso in considerazione.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Summit Europa-Africa: Amnesty attacca l’Italia sugli schiavi venduti in Libia

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Bruxelles, 1° dicembre 2017

“Con il finanziamento, l’equipaggiamento e l’istruzione delle autorità libiche responsabili di gravi violazioni dei diritti umani contro rifugiati e migranti, i paesi dell’UE, e in particolare l’Italia, sono diventati complici dei loro abusi”. L’ha scritto ieri – in una nota in occasione del summit tra Unione Europea e Unione Africana del 29 e 30 novembre ad Abidjan, in Costa d’Avorio –  Amnesty international che accusa esplicitamente il nostro Paese di responsabilità verso ciò che sta succedendo ai migranti.

“Le riprese sconvolgenti di un’asta di schiavi migranti in Libia pubblicata dalla CNN devono servire come campanello d’allarme per i leader europei e africani che si occupano di impedire ai migranti e ai rifugiati di lasciare la Libia esponendoli a orribili abusi dei diritti umani, ha sostenuto  John Dalhuisen, direttore regionale per l’Europa di Amnesty International.

Schiavi in una stampa dell'800
Schiavi in una stampa dell’800

Amnesty dice di aver documentato per anni ciò che accadeva ai migranti: detenzione arbitraria, torture, uccisioni, stupri, estorsioni e sfruttamento e l’asta di esseri umani ha messo in luce l’orribile realtà nella quale sono intrappolati.

L’organizzazione, che si occupa di diritti umani, chiede così ai leader europei e africani di respingere qualsiasi partnership che violi i diritti delle persone. Invita poi capi europei perché spingano l’Unione Europea e i suoi stati membri ad aprire vie più sicure e legali per rifugiati e migranti.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Summit Europa-Africa per bloccare i migranti: le soluzioni non convincono

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Massimo AlberizziDal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Accra, 30 novembre 2017

Il 6° simposio Unione Europea-Unione Africana si è aperto ieri ad Abidjan in Costa d’Avorio con un titolo trionfante, ma anche piuttosto curioso “Investire sui giovani per la crescita”. I ventotto leader europei sono arrivati nell’ex colonia prediletta francese con uno scopo ben preciso: bloccare il flusso migratorio verso l’Europa. Hanno incontrato i potenti del continente nero per studiare una soluzione all’esodo massiccio degli ultimi anni.

Il presidente del parlamento europeo, Antonio Tajani, ha cercato una soluzione che ha chiamato Piano Marshall: “Sono anni che le nostre politiche non sono coordinate e gli investimenti dei singoli Stati non sono coerenti. L’Europa deve diventare il motore per un cambiamento profondo nelle condizioni economiche e sociali in Africa. Se non ci riusciremo l’afflusso dei migranti metterà in crisi i nostri sistemi politici”. Un’analisi impietosa che trova nella dichiarazione finale la sua ricetta: “Investire sui giovani e nelle future generazioni è un prerequisito per costruire un futuro sostenibile nel continente”.

Vertice UA-UE ad Abidjan, Costa d'Avorio
Vertice UA-UE ad Abidjan, Costa d’Avorio

Principi sacrosanti che non si possono non condividere ma che si scontrano con la cruda realtà di un continente gestito in maggioranza da despoti e tiranni cleptocrati cui importa poco delle loro popolazioni e del loro futuro. E molti dei leader africani trovano una stampella di sostegno proprio in quei Paesi europei e occidentali che a parole chiedono un cambiamento ma che poi in realtà si adeguano alla realpolitik fatta di sfruttamento delle risorse minerarie, petrolio in primis, necessarie a garantire lo sviluppo delle nazioni già ricche.

Non è vero che l’Africa sia una continente povero, ci sono Paesi del continente che potrebbero avere redditi procapite enormi. Peccato che tutto il reddito finisca nelle tasche di poche famiglie e dei loro conti correnti nelle banche dei paradisi fiscali. I giovani scappano da Paesi retti da dittatori incalliti o da signori della guarra in perenne conflitto per il controllo delle risorse. Come si fa a pensare che laggiù si possa “investire sui giovani”.

E’ vero, come dice Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo, che gli investimenti in Africa sono stati scoordinati e incoerenti (bisogna poi capire coerenti con che cosa. Con gli interessi convergenti di dittatori e multinazionali?). Ma qualcuno crede che interventi coordinati e coerenti avrebbero portato a una riduzione dei flussi migratori.

L’”aiutiamoli a casa loro” non funziona finché la loro casa è occupata dai tiranni il cui fine ultimo non è per niente impedire l’esodo delle loro popolazione, ma arricchirsi a dismisura.

Qualcuno potrebbe obbiettare: non è proprio così alcuni governi tentano di arginare gli espatri illegali. Per esempio l’Eritrea le cui guardie di frontiera sparano contro i propri cittadini che tentano di passare la frontiera.

Come facevano i VoPos, i poliziotti della Volkpolizei della Germania occidentale a Berlino durante la guerra fredda. Allora tutti si indignavano, forse anche Tajani, e ora invece cooperiamo con quel regime, lo coccoliamo chiedendogli di non lasciar partire i ragazzi e di tenerli a casa. A casa vuol dire in centri di detenzione come il campo militare di Sawa, dove si sa quando si entra, ma non quando si esce. E lì le angherie sono tante e continue.

E’ questa la vergogna dei governi dell’Occidente, che sull’altare della protezione della vecchia Europa sacrificano le vite di centinaia di giovani.

Giovani africani cercano di raggiungere le nostre coste
Giovani africani cercano di raggiungere le nostre coste

Conosco la domanda: cosa facciamo, dovremmo invadere l’Africa per abbattere i regimi forti? Certamente no. Ma per esempio dovremmo smettere di vendere armi e altri strumenti di repressione utilizzati da quei governi. E smettere di far credere alla nostra opinione pubblica, che, parlando con governi che controllano a malapena l’isolato del palazzo del presidente, si risolve il problema dell’immigrazione.

Marco Minniti, il nostro ministro degli Interni, per giorni e giorni ha illuso il pubblico sostenendo che il governo libico di Fāyez Muṣṭafā alSarrāj potesse frenare l’afflusso umano. Minniti, l’uomo delle spie, come l’ha definito il New York Times, conosce a fondo la situazione libica e sa perfettamente che non avrebbe dovuto/potuto fidarsi di un governo che non c’è. E così è stato. E quanti soldi versati alla nostra ex colonia finiti nelle casse di miliziani e signori della guerra.

E allora perché tutta questa manfrina?

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi