Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Bruxelles, 28 novembre 2017
“L’Europa deve parlare con una voce forte, unica e credibile. Mentre Cina, India, Turchia e Singapore continuano a investire in Africa, all’Unione europea manca il coraggio. Il piano d’investimenti per l’Africa di 3,4 miliardi di euro, è un importante passo nella giusta direzione. Ma è lungi dall’essere sufficiente”.
Ma come fermare i migrati che vengono dall’Africa? Secondo Tajani con una strategia che permetta ai giovani di rimanere nei loro Paesi perché nessuno vuole abbandonare la propria terra. Le strategie sono: maggiori investimenti, sconfiggere il terrorismo e il cambiamento climatico, maggiore stabilità e diplomazia economica.
Ma come si può essere sicuri che i fondi stanziati vadano nelle mani giuste? “La strategia consiste anche nel controllare come vengono utilizzati i soldi” risponde.
Il presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani alza il tiro sugli investimenti e conferma maggiori contributi che l’Ue destinerà per il continente africano nel prossimo bilancio pluriennale. “Il fondo d’investimenti per l’Africa sia dotato di almeno 40 miliardi. Grazie all’effetto leva e sinergie con la Banca europea d’investimento, si potrebbero mobilizzare investimenti pubblici e privati per circa 500 miliardi”.
Filo conduttore di tutta la conferenza sono stati il problema della corruzione e lo stato di diritto, la stabilità e la sicurezza dei governi africani, la creazione delle infrastrutture e le reti (dalle comunicazioni alle reti energetiche). Se il continente africano avrà un clima favorevole al business potrà attirare anche investimenti privati e il grande progetto avrà successo.
Montagna di denaro che esce illegalmente
“Viene calcolato che tra 50 e 100 mdl euro ogni anno escono dall’Africa illegalmente che significa 3-4 volte di quanto viene investito per lo sviluppo – ha sottolineato Michael Gahaler, presidente della delegazione per le relazioni con il Parlamento Pan-africano nella fase conclusiva dei lavori – Il flusso di denaro illegale che esce va bloccato insieme con tutti gli strumenti a disposizione”.
La staffilata di “Mo” Ibrahim
Ma il colpo di scena è arrivato con miliardario-filantropo sudanese Mohammed “Mo” Ibrahim che ha bacchettato l’Europa senza mezzi termini. Dopo aver confermato che è fondamentale la formazione dei giovani africani per evitare che cadano tra le braccia di Boko Haram ha confermato che i governi devono risolvere i loro problemi da soli, che senza una buona governance non c’é speranza e che è impossibile lavorare quando c’è la corruzione. Quindi è arrivata la staffilata.
“Se chiedete lo stato di diritto applicatelo, osservate la trasparenza, sanzionate la corruzione. Non posso avere trasparenza in Africa se non c’è in Europa – ha chiosato Mo” Ibrahim – E la corporate governance nelle aziende? Non si può chiederla da un lato e non averla dall’altro. Il governo Usa ha sanzionato le aziende europee con 1 miliardo di dollari per la corruzione in Africa. Perché non lo avete fatto voi? Avreste guadagnato un miliardo di dollari”.
Mohammed “Mo” Ibrahim parla alla Conferenza sulla partnership Africa-Eu
Poi rivolgendosi ai Paesi africani: “Voi ragazzi dovreste ripulire i vostri governi. In questo modo potremo avere un rapporto migliore con i nostri partner europei”.
Una strada in salita
Pensando ai vari Obiang, Mugabe, Kabila e la cleptocrazia africana, la riuscita della proposta europea sembra una strada in salita. Vediamo cosa succederà al quinto summit Unione europea-Unione africana che si svolge il 29 e il 30 novembre ad Abidjan, in Costa d’Avorio.
E alla vigilia del vertice, Antonio Tajani ha confermato: “Questo vertice deve porre il continente africano, stabilmente, in cima alla nostra agenda politica. Il Parlamento europeo svolge un ruolo centrale nella definizione di un nuovo partenariato con l’Africa”.
Musa Hilal, uno dei capi della tribù Rezegat (lui è del sottoclan Mahameed e della famiglia Um Jalul), in passato accusato di crimini di guerra da diverse Organizzazioni per i diritti umani, ed ex janjaweed, da tempo in conflitto con il suo governo è stato arrestato lunedì scorso nel Darfur da Mohamed Hamdan Daglo, (aka Hametti), comandante di Rapid Support Forces (RSF).
Hilal è accusato di essere coinvolto in una cospirazione da parte di stranieri contro il Sudan. Secondo Daglo, domenica sono scoppiati forti scontri tra i miliziani delle RSF (anche loro per lo più ex janjaweed, i diavoli neri, che durante la guerra in Darfur violentavano le donne, ammazzavano gli uomini e rapivano i bambini) e le guardie del corpo di Hilal nella sua roccaforte a Mistiriyha, nel Nord Darfur.
Il capotribù è stato arrestato insieme a tre dei suoi figli ed alcune guardie del corpo, mentre diversi membri delle RSF sono morti durante il combattimento. Hilal è stato consegnato alle autorità di Khartum.
Qui sotto pubblichiamo – per gentile concessione di Al Jazeera, un articolo in inglese con il ritratto di Musa Hilal.
Al Jazeera International
Ahmed H Adam*
Tensions between the Sudanese regime and militia commander Sheikh Musa Hilal has reached a tipping point in recent weeks.
On July 20, Sudanese Vice President Hassabo Abdel Rahman announced the launch of a disarmament campaign to confiscate weapons and unlicensed vehicles across Darfur. In response, Hilal made a number of inflammatory statements, saying that the disarmament campaign aimed to eliminate him and threatened military action against it. As the commander of the Border Guards militia, he currently has around 3,000 men based in an enclave under his control in North Darfur.
The situation could easily escalate and trigger a new phase of war and chaos in Darfur and threaten the capital Khartoum. Controlling Hilal would be difficult and Sudanese President Omar al-Bashir does not have many options to do so.
Musa Hilal
Who is Musa Hilal?
Musa Hilal was involved in the founding of the notorious Janjaweed, a loose group of armed militias which have fought since 2003 alongside the Sudanese government in its brutal war in Darfur. He is also the sheikh (tribal leader) of the Mahamid clan of the Rizeigat Arab tribe of northern Darfur.
Hilal was recruited by Bashir’s regime to organise and lead the Janjaweed to fight against the Darfuri armed groups of the black African tribes of Darfur. Land, money and power were the incentives that Bashir offered the commander and his militiamen to fight on his side. Throughout the 14 years of conflict, Hilal was insisting that he was defending his people and the country against the armed movements.
The Janjaweed and its sub-group, the Border Guards militia, committed heinous crimes against the black African tribes of Darfur, for which the UN Security Council imposed sanctions on Hilal in April 2006. According to Human Rights Watch, “Hilal and his men played an integral role in the two-year campaign of ethnic cleansing by the Sudanese army and the Janjaweed militia.”
In July 2004, the Security Council adopted Resolution 1556 demanding that the Sudanese government disarm and disband the Janjaweed and bring their leaders to justice. Defying the United Nations, Bashir not only did not disband the militias but also in 2013 ended up incorporating the fighters into the Central Reserve Police, Border Guards and the newly created Rapid Support Forces (RSF). Thus, the Borders Guards and the RSF are just different names for the Janjaweed.
Hilal was also a member of Bashir’s ruling National Congress Party and held a seat in the Sudanese parliament. In 2008, Bashir appointed him special adviser for the ministry of federal governance.
In 2016, a confidential UN report surfaced in the media revealing that Hilal was making $54m a year exploiting unregulated gold mines in Jebel Amer in North Darfur. The Sudanese army had effectively given away the area to his forces by withdrawing in 2013 to avoid clashes.
The rift
The rift started in mid-2013, when Hilal left Khartoum angry that the regime was ignoring his political demands. He returned to his hometown of Mustariaha in North Darfur. The situation deteriorated further when Bashir appointed the second most prominent Border Guard commander, Hamdan Hemeti, field commander of the RSF, which is attached directly to the presidency.
Sudanese President Omar al-Bashir (L) celebrates with tribal leader Musa Hilal (R) at the wedding of the Hilal’s daughter and Chad’s President Idriss Deby in 2012 [Reuters/ Mohamed Nureldin Abdallah]In 2014, Hilal withdrew from the ruling party and established the Awakening (El Sahaw) Revolutionary Council to serve as a political body representing his interests. The council also has an administrative and judicial role in the areas controlled by Hilal in Darfur.
Since his relations with the ruling regime soured, Hilal has accused the Sudanese security agencies of attempting to assassinate him several times. He has also repeatedly said that Bashir did not treat him fairly and did not reward him for the sacrifices that he made when he fought with the government against the armed rebellion in Darfur.
Hilal crossed the regime’s redlines by establishing contact with the Libyan General Khalifa Haftar.
In recent weeks, Hilal has escalated his war of words against some of the government’s officials, accusing them of corruption, conspiracy and betrayal. He has mainly attacked Vice President Abdel Rahman and General Hemeti. In a widely circulated video, Hilal accused the two men of stealing millions of dollars that Saudi Arabia and the UAE offered the Sudanese government for its participation in the war in Yemen.
Hilal has opposed the deployment of the RSF militia in Yemen and has been openly calling on his fellow tribesmen not to go and fight there. Most importantly, Hilal crossed the regime’s redlines by establishing contact with the Libyan General Khalifa Haftar. The Sudanese government considers Haftar an enemy and has accused him of supporting armed groups to destabilise Darfur. For his part, General Haftar has repeatedly accused the Sudanese government of supporting his opponents in Libya. Last month, the government arrested many of Hilal’s militiamen, including his personal guard, as they were entering Darfur from Libya.
A military threat
It is evident that Hilal has become a real problem for Bashir and his inner circle, posing a real military and political threat. He is also a judicial and legal liability for Bashir, as he possesses a lot of important information and evidence about the early stages of the Darfur conflict.
Nevertheless, the regime is not in a good position to confront Hilal militarily, as its armed forces and militias are over-stretched. These forces are currently deployed around the capital city Khartoum to defend it against any potential rebel attack and in Yemen as part of the Saudi-led coalition against the Houthi rebel group.
Furthermore, the government fears that any confrontation with Hilal might trigger massive defections from the RSF. Many reliable sources confirm that General Hemeti is reluctant to implement the government’s disarmament plan in Darfur and is avoiding any military confrontation with Hilal.
Some elements within Hilal’s group are urging him to confront the government militarily, but he is also wary of starting an outright rebellion. He knows that his stronghold in Mastarhia in North Darfur is surrounded by many government military bases and that the government enjoys air force supremacy. Therefore, Hilal would not confront the government willingly unless he secures the full support of President Idriss Deby of Chad (the husband of Hilal’s daughter) and the Libyan General Haftar.
Bashir’s options
It is obvious that Hilal is an angry man; he has repeatedly expressed his bitterness and dissatisfaction with Bashir for not rewarding him properly. Thus, the current tensions are essentially about power and money and do not reflect a genuine change of heart for Hilal or his total break with his criminal past. He never apologised for his crimes and it is unlikely that he all of a sudden started feeling remorse.
That is why Hilal chooses his words carefully; he has never openly attacked Bashir or the Sudanese army. On the contrary, he keeps repeating that his Border Guards militia is still a part of the Sudanese armed forces.
It is, therefore, likely that Bashir will eventually try to contain Hilal by offering him concessions in terms of power and resources as he has done many times in the past. It is possible that he is considering removing Vice President Abdel Rahman to defuse tensions and offering Hilal a say over certain political appointments at the state and federal levels of government. He might also be granted full access to the Jebel Amer area to continue extracting gold undisturbed.
Bashir may also just let Hilal’s Border Guards and Hemeti’s RSF fight it out and weaken each other. As the Darfuri armed rebellion diminished in recent years and the services of the pro-government Janjaweed militias (like Hilal’s) are no longer needed, they logically pose a security threat for Bashir’s regime. Infighting is the perfect solution to the problem, from the regime’s perspective.
But as Bashir tries to reign in the very militiamen he empowered 14 years ago, some two million internally displaced persons are still languishing in camps, living in dire conditions. The cholera epidemic, which the government has not publicly acknowledged, has affected thousands and claimed hundreds of lives.
Shifting regional dynamics, including the Gulf crisis, General Haftar’s growing strength in Libya and Chad’s decision to break off relations with Qatar, could spill over to Darfur and worsen the crisis. Sudan urgently needs a comprehensive peace plan and a well-managed political transition to democratic government. This is the only way to avert the risk of renewed conflict or disintegration, which could have disastrous consequences for regional and international peace and security.
Ahmed H Adam
Ahmed H Adam is a Research Associate at SOAS’ School of Law, University of London. He was a visiting fellow at Cornell University’s Institute for African Development, and a research fellow at the Department of Public Policy and Administration at the American University in Cairo.He is the former Co-chair of the Two Sudans Project at Columbia University, Institute for the Study of Human Rights (ISHR).
Dal nostro Corrispondente Franco Nofori
Mombasa, 28 novembre 2017
Il tormentone elettorale, iniziato lo scorso 8 agosto si è finalmente concluso nella tarda mattinata di oggi allo stadio Kasarani della capitale, dove Uhuru Kenyatta e il suo vice William Ruto, hanno prestato il giuramento che assegna loro il secondo mandato alla guida del paese. Mentre all’esterno si svolgono duri scontri tra polizia e dimostranti, che cercano di introdursi a forza, lo stadio straripa di folla festante. Alla cerimonia attendono oltre 40 leader di paesi amici. Si tratta in grande prevalenza di nazioni africane, ma ci sono anche quasi tutte le rappresentanze diplomatiche europee.
Il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, che era giunto ieri per congratularsi con Kenyatta, ha però disertato la cerimonia, pare per ragioni di sicurezza, ma ha tuttavia confermato la sua presenza al pranzo che farà seguito alla cerimonia. Sin dai tempi dell’incursione a Entebbe, quando Jomo Kenyatta autorizzò l’aereo israeliano a fare rifornimento a Nairobi, i leader israeliani hanno sempre avuto un occhio di riguardo per il Kenya, sostenendo apertamente la riconferma di Uhuru alla carica. Del resto l’ipotesi di un successo di Raila Odinga che conta, tra i suoi sostenitori, una larga parte della presenza islamica nel paese, non poteva certo essere tranquillizzante per la piccola nazione mediorientale che, fin dalla sua esistenza vive in stato di permanente tensione con i paesi arabi circostanti.
Giuramento di Uhuru Kenyatta, , rieletto presidente del Kenya
Insomma, il Kenya ha finalmente il suo quarto presidente e come un’auto malandata andata in panne, può ora muoversi, se pur scricchiolante e con la lancetta in riserva, verso quei traguardi sempre promessi e mai pienamente raggiunti. Certo che l’abbondanza di sorrisi tra Uhuru e Ruto, un tempo acerrimi nemici e che ora si dicono “fratelli”, possono suscitare qualche perplessità, ma a queste latitudini, la coerenza non pare avere alloggio. Nei non troppo lontani disordini del 2008 i due “fratelli” di oggi, si scambiavano accuse velenose: “Un macellaio privo di pietà”, diceva Uhuru di Ruto. “Un ubriacone affamato di potere”, replicava il rivale al suo indirizzo. Ma ora, tutto è passato e possono tornare a spartirsi tranquillamente il potere. Del resto, un vecchio proverbio arabo suggerisce: “Bacia la mano che non hai il coraggio di mordere”.
Tutte le zone feudo del NASA – Kisumu, Migori e gli slum di Nairobi, sono rimaste relativamente tranquille e i tafferugli all’ingresso del Kasarani sembrano – almeno dalle notizie giunte fino ad ora – provocati dagli stessi sostenitori dell’Alleanza Jubilee, inferociti perché, essendo lo stadio già pieno, la polizia aveva sbarrato l’accesso impedendo loro di partecipare alla festa. Così purtroppo non è stato al Jacaranda Ground di Naiorbi dove Raila doveva tenere una conferenza, poi annullata. Qui, i suoi sostenitori si sono abbandonati ad atti di violenza duramente repressi dalla polizia che ha sparato causando due morti e numerosi feriti.
Uhuru Kenyatta presta giuramento come quarto presidente del Kenya
Sembra che il sangue debba essere un’ineliminabile componente delle elezioni in Kenya. Un aspetto del tutto deprecabile di cui polizia e dimostranti devono spartirsi la colpa. Intanto, a partire da domani, sia quelli che oggi inneggiano esaltati dalla vittoria, sia quelli che si macerano nella delusione della sconfitta, torneranno ad affrontare i problemi di sempre: il prezzo crescente dell’ugali; una parodia di sistema sanitario; l’imperante corruzione; una sistema giudiziario dove la giustizia si compra in soldoni; una scuola zoppicante ed esosa.
Sia il presidente riconfermato, che il suo vice, hanno assicurato che la vittoria non è la loro, ma è del popolo intero e che, a partire da domani, è solo del popolo che si occuperanno. Lo doteranno di migliori infrastrutture; di un più efficiente sistema di trasporti e si concentreranno sul bisogno di fornire impiego a tutti. “Sarò il vostro presidente – ha detto Uhuru – sia di voi che mi avete votato, sia di voi che avete scelto l’avversario. Mi occuperò di tutti voi con lo stesso impegno e con la stessa dedizione”.
La speranza, ma soprattutto una necessità disperata, spinge il paese a credergli.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 27 novembre 2017
Il Ruanda è pronto ad accogliere trentamila migranti dalla Libia. Lo ha fatto sapere il governo di Kigali tramite il suo ministro degli esteri, Louise Mushikiwabo, dopo la pubblicazione del filmato della CNN .
Il ministro ha motivato l’offerta ruandese con queste parole: “Sembra la nostra storia, ben pochi allora si erano occupati del genocidio. Non possiamo restare in silenzio quando degli esseri umani vengono venduti all’asta come delle bestie”.
Durante il genocidio dell’ex protettorato belga, che cominciò il 6 aprile 1994, quando fu abbattuto l’aereo su cui volava il presidente hutu di allora, Juvenal Habyarimana, e durò cento giorni, furono ammazzate un milione di persone, tutsi e hutu antigovernativi.
Benjamin Netanyahu, Primo ministro israeliano, a sinistra e Paul Kagame, presidente del Ruanda
La Mushikiwabo ha sottolineato che il suo Paese è piccolo, “ma troveremo un posto dove accoglierli”. Il ministro ha anche accennato al fatto che il suo governo è in trattative con quello israeliano per il trasferimento di richiedenti asilo presenti sul territorio israeliano.
Da diversi anni Israele è in contatto con alcuni Paesi africani per scaricare i rifugiati subsahariani richiedenti asilo che considera infiltrati. Eppure sono persone residenti da anni in territorio israeliano, molti di loro sono vittime della terribile tratta nel Sinai.
Ma il ministro ruandese ha “dimenticato” di esporre nella sua dichiarazione un piccolo particolare: il governo israeliano è pronto a versare cinquemila dollari per ogni persona che il governo dello Stato africano è pronto ad accogliere, ossia oltre diecimila persone.
I dettagli della trattativa non sono ancora stati resi noti; un portavoce del governo di Tel Aviv ha solamente fatto sapere che avrebbe dato un contributo di tremilacinquecento dollari a ciascun richiedente asilo, pronto a lasciare il Paese, oltre al biglietto aereo, per poter affittare una casa e cercare un lavoro. E la Mushikiwabo ha aggiunto: “Non vogliamo che vivano in campi per profughi, ma che possano iniziare una nuova vita nel nostro Paese”.
Attualmente sono presenti oltre ventisettemilacinquecento eritrei e settemilaottocento sudanesi in Israele. Deportazioni “volontarie”, soprattutto di eritrei e sudanesi, sono già state effettuate in passato. Le persone in questione possono scegliere tra una detenzione a tempo indeterminato oppure accettare di essere trasferiti. Recentemente la Suprema Corte dello Stato ha reso legittimo il trasferimento dei rifugiati in un Paese terzo anche senza il loro consenso.
Una decina di giorni fa il governo israeliano ha deciso di chiudere Holot, un centro di accoglienza situato nel deserto di Negev, dove moltissimi richiedenti asilo sono stati deportati negli ultimi anni. Misrad Hapnim, e Gliad Erdan, rispettivamente ministro per gli Interni il Primo e ministro per la Pubblica sicurezza il secondo, vorrebbero chiudere il centro entro marzo 2018. Da quel momento in poi tutti i richiedenti asilo che si trovano in territorio israeliano, dovranno scegliere tra detenzione indeterminata o deportazione in un Paese africano (Ruanda), con o senza il consenso dell’interessato.
Sigal Rozen di Hotline for Refugees and Migrants con sede nella capitale del Paese, ha spiegato: “Siamo in stato di allerta, vedremo cosa succederà effettivamente, ma sta di fatto che i provvedimenti che il governo intende attuare, sono immorali, nonché in violazione alle leggi israeliane e internazionali”.
La parola d’ordine della politica israeliana è ormai la seguente: “Detenzione o deportazione”; moltissimi richiedenti asilo sono in preda al panico. “Non siamo infiltrati, cerchiamo solo di vivere in pace e tranquillità in questo Paese”, hanno dichiarato i più, ma sono voci inascoltate dai politici, che non vedono l’ora di liberarsi da queste persone.
A questo proposito il primo ministro Benjamin Netanyahu in un comunicato di pochi giorni fa ha sottolineato: “La politica nei confronti degli infiltrati è giunta ormai alla terza fase, che può essere descritta come “aumentare gli allontanamenti”. Questo è reso possibile grazie ad un accordo internazionale che ho ottenuto e che consiste nell’allontanamento dei restanti quarantamila infiltrati senza il loro consenso”.
Netanyahu non ha specificato il o i Paesi nei quali dovrebbero essere trasferiti i richiedenti asilo, ma la stampa locale ha parlato come destinazione il Ruanda.
Da dicembre 2013 a giugno 2017 sono già stati “trasferiti” oltre quattromila persone tra sudanesi ed eritrei in Uganda o Ruanda, secondo un “programma volontario”, come ha specificato l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Ma lo stesso Organismo internazionale ha ammesso che è molto difficile seguire e monitorare il trasferimento di queste persone nei Paesi africani in questione.
“Come firmatario della Convenzione di Ginevra del 1951, Israele ha l’obbligo di proteggere i rifugiati e tutte le persone che necessitano protezione internazionale”, ha evidenziato Volker Turk, assistente dell’Alto commissario dell’UNHCR per la protezione.
Dal 2009 ad oggi, Israele ha riconosciuto solamente a otto eritrei e a due sudanesi lo status di rifugiato e a duecento sudanesi, provenienti dal Darfur, è stato concesso il permesso per motivi umanitari. Sono anni che il governo di Tel Aviv rende difficile la vita ai profughi con tutta una serie di leggi restrittive, come detenzioni a Holot, arresti, limitazioni di movimento nel Paese, accesso ridotto all’istruzione e al mercato del lavoro.
Copia del Sunday Vision, quotidiano governativo ugandese
L’Uganda poi ha sempre negato una sua collaborazione con Israele per quanto riguarda il trasferimento di richiedenti asilo, eppure a settembre il quotidiano filo governativo ugandese “Sunday Vision” ha pubblicato in prima pagina: “Israel sends 1,400 refugees to Uganda” (Israele ha inviato millequattrocento rifugiati in Uganda). Nell’articolo si parla dell’intervista a dieci rifugiati, che, forti delle promesse fatte dalle autorità israeliane, avevano accettato il trasferimento, illudendosi di trovare un futuro, invece sono stati abbandonati a se stessi e perseguitati in continuazione dagli agenti di Kampala. “Ci avevano promesso di legalizzare il nostro status, e per incentivare la nostra partenza ci hanno anche dato tremilacinquecento dollari”, ha raccontato Hebreges Tayes al giornale.
Da anni si parla di accordi, mai resi pubblici, tra Uganda, Ruanda e Israele circa la vendita di armi, training militare e altre facilitazioni in cambio di rifugiati eritrei e sudanesi. Nessuna delle tre parti ha mai commentato o accettato di parlare apertamente di questo “ipotetico” mercato: rifugiati – accordo armi. Le armi israeliane, anche di seconda mano fanno, gola a tanti. Si sa, molti Stati africani sono interessati al loro acquisto, anche se il loro prezzo è elevato. Avere arsenali potenti è più importante che avere granai pieni, dare cibo alla propria gente.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Bruxelles, 25 novembre 2017
L’inchiesta della CNN in Libia sulle aste dei migranti venduti come schiavi ha mostrato uno scenario del quale l’Unione Europea era a conoscenza. “È una situazione che si protrae da almeno due anni”, ha affermato Federica Mogherini, rappresentante degli Esteri dell’Unione.
Una collaborazione che ha permesso l’assistenza di oltre 10 mila migranti e il loro rientro volontario verso i Paesi di origine. Lo sviluppo della Libia e della regione per Werner Hoyer, presidente della Banca europea di investimento, è una priorità sia per il medio che per il lungo termine.
Chiudere i campi di detenzione
Ancora una volta si parla della chiusura dei famigerati lager libici. Il primo obiettivo dell’Ue è la chiusura dei campi di detenzione e fermare qualsiasi tipo di abuso, poi entro dicembre 2017 l’Ue vuole fare in modo che 15 mila africani possano tornare volontariamente nei loro Paesi di origine. È necessario investire “non in certe mani libiche”, ha sottolineato Tajani, e sostenere anche altri Paesi per interrompere il corridoio illegale che passa dalla Libia.
La maggior parte del lavoro svolto dall’Unione Europea nel frammentato Stato nord africano è quello diplomatico sostenuto insieme al rappresentante delle Nazioni unite per unire il Paese “ma su questo argomento i media non ne scrivono molto, non si finisce in prima pagina”, ha detto Federica Mogherini.
Mentre Mogherini esprimeva sdegno e preoccupazione sulla situazione dei migranti nel Paese nordafricano, circa 250 camerunesi, tra i quali nove donne incinte, sono tornati in Camerun grazie a un volo organizzato dall’Oim.
“La Libia è l’inferno – hanno raccontato ai media belgi e francesi – i libici non hanno alcuna considerazione per i neri. Ci trattano come animali e violentano le nostre donne. Se qualcuno di noi si oppone gli sparano. Ci sono stati anche dei morti”.
Il problema dei centri di detenzione in Libia e la situazione dei migranti schiavi è nell’agenda del summit che si tiene il prossimo 28 novembre ad Abidjan, in Costa d’Avorio.
Partenariato strategico contro lo schiavismo
A rafforzare le posizioni di Tajani anche Faustin Touadéra, presidente della Repubblica Centraficana, secondo il quale occorrono investimenti e un partenariato strategico rafforzato che fermi l’emigrazione verso il Sahel.
“È un nuovo tipo di partenariato e il summit di Abidjan non è la fine ma l’inizio – ha concluso Mogherini – Non possiamo ignorare i rapporti sui trattamenti umani dei migranti e come europei dobbiamo far fronte al problema dei fratelli africani che sono in schiavitù”.
Dal Nostro Corrispondente Franco Nofori
Mombasa, 22 novembre 2017
Si tratta di una legge controversa di cui si parla da anni e che, come buona parte delle regolamentazioni locali, brilla per la sua difficoltà di lettura, per la prosa burocratese e per la confusione che è riuscita a creare in chi dovrebbe esserne interessato. Tutto questo non è un problema da poco, visto che gli inadempienti rischiano un multa di 100,000 scellini (circa 850 euro) e/o la detenzione fino a sei mesi nelle ben poco confortevoli carceri del Kenya.
Il tutto si riferisce alla legge 494 che, nel suo più recente emendamento del 4 marzo 2007, stabilisce che, oltre ad alberghi, residence e ristoranti; la licenza turistica dev’essere ottenuta anche dalle “case di proprietà privata che siano in grado di offrire ospitalità a terzi, sia a pagamento che a titolo gratuito”. Ora, sarebbe davvero sensazionale scoprire l’esistenza di abitazioni private che, almeno a livello potenziale, non siano “in grado di fornire ospitalità a terzi”. La norma precisa inoltre che l’obbligo comprende anche gli immobili detenuti in affitto. Cioè, ogni abitazione presente in Kenya, sarebbe quindi soggetta alla tassa turistica in argomento.
Una villa privata sulla costa del Kenya
Secondo alcuni criteri di lettura della legge, la stessa si riferirebbe esclusivamente alle abitazioni presenti nelle zone turistiche del paese. Qualche altra interpretazione la riferirebbe, invece, alle sole seconde case, ma nei fatti, nessuna parte del testo riporta simili distinzioni e pertanto, almeno stando alla lettera del disposto, nessuna abitazione ne risulterebbe esente. Chi, quindi, vuole mettersi in regola dovrà versare presso, l’Ufficio Regionale del Turismo di zona, la somma di 27,000 scellini (poco più di 220 euro) entro il 31 dicembre di quest’anno e ottenere la prevista licenza, pena le sanzioni sopra descritte.
Come spiega una circolare esplicativa del ministero, lo spirito di questa legge è di proteggere l’attività del settore turistico, in quanto, ospitando gente a casa nostra, si sottrae lavoro ad alberghi e ristoranti, con negativi riflessi sull’occupazione e sui proventi governativi. Tutto sommato – e pur nelle perplessità di una norma così bizzarra – si tratta comunque di una cifra abbordabile e apparirebbe perciò ragionevole farsene carico, in modo da poter così ospitare chi ci pare, evitando ogni possibile problema. Ma è proprio in questa convinzione che risiede il seme capace di far germogliare conseguenze da incubo.
Il Ministro del Turismo Najib Balala
L’incauto proprietario o conduttore di un’abitazione che, avendo ottenuto la licenza offra tranquillamente ospitalità a chi desidera, si troverà a dover fronteggiare così tanti guai da fargli presto recriminare questa scelta. E’ tipico del sistema africano che ogni ministero, corporazione, dipartimento, emetta proprie normative del tutto incurante delle implicazioni che le stesse possono comportare nei confronti di istituzioni sorelle e questo è esattamente ciò che le autorità del dicastero turistico hanno fatto inducendo disinvoltamente in errore coloro che, in buona fede, intendono uniformarsi alle norme da loro emanate.
L’offerta di vitto e di alloggio, cade sotto un cumulo di disposizioni che coinvolgono vari organismi governativi: La NEMA, ente preposto alla conservazione dell’ambiente e dell’igiene; La KRA, Kenya RevenueAutority, che corrisponde alla nostra Agenzia delle Entrate; L’ufficio licenze della Contea di appartenenza e infine, se l’interessato non è un cittadino keniano, il permesso di lavoro rilasciato dall’Immigrazione che gli permetta di svolgere un’attività nel paese. In sostanza, il malcapitato che ha deciso di mettersi in regola, si troverà a dover adempiere a tutte le non semplici normative emanate da ben cinque autorità governative. Adempimenti a cui la circolare esplicativa del ministero del Turismo, si guarda bene dal fare cenno.
Questa mancata informazione non è cosa di poco conto, visto che la non osservanza della gran parte delle norme sopra descritte comporta pesanti sanzioni, oltre all’arresto, alla galera o, nel caso più fortunato, all’espulsione dal paese. A meno che, naturalmente non si ricorra al “Kitu kidogo” (qualcosa di piccolo) che di “piccolo” non ha proprio nulla e altro non è che la famigerata bustarella. Questa, data l’imperante corruzione esistente in Kenya, ci salverà certamente dal problema contingente, ma sarà molto più costosa e – soprattutto – ci condannerà a vita al sempre più esoso ricatto dei nostri “benefattori”.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Bruxelles, 23 novembre 2017
“Il destino dell’Africa non può che essere nelle mani degli africani. Ma un’Europa amica deve fare la sua parte”. Così Antonio Tajani, il 22 novembre ha aperto la Conferenza di alto livello sul partenariato tra Unione europea e il continente africano.
A dieci anni dall’adozione della strategia comune Africa-Ue, il presidente dell’Europarlamento propone un piano Marshall attraverso il quale intende aiutare i Paesi africani a creare posti di lavoro, attraverso investimenti alle piccole e medie imprese, sviluppo delle competenze e nell’educazione delle nuove generazioni e, visto il successo avuto in Europa, anche annuncia anche un progetto Erasmus.
Investimenti su vari campi
Altre priorità del partenariato sono investimenti per una scelta industriale sostenibile e un’agricoltura efficiente; fondi per fonti rinnovabili e infrastrutture, per acqua, energia, mobilità, logistica e per il digitale.
Ma occorre risolvere alcune questioni fondamentali: pace e sicurezza, governance tra cui democrazia, diritti umani, migrazione e mobilità, conservazione dell’ambiente e cambiamenti climatici.
Partnership Africa-Unione europea
Partenariato su basi paritarie
Per la prima volta il presidente del Parlamento europeo e la rappresentante per la Politica estera europea, Federica Mogherini, non hanno parlato di cooperazione come quella intesa dei passati decenni ma della realizzazione di un nuovo partenariato realizzato su basi paritarie.
L’Africa viene inserita a tutti gli effetti nell’agenda politica dell’Unione europea. L’incontro del 22 novembre è servito a mettere le basi in previsione del summit di Abidjan, in Costa d’Avorio tra Unione africana e Ue, che si tiene il 29 e 30 novembre prossimi il cui tema è “Investire nella gioventù”.
Giovani africani come priorità
Sia per l’Africa che per l’Ue giovani sono una delle priorità in un continente che oggi ha 1 miliardo e 200 milioni di abitanti dove, secondo stime Onu, entro il 2050 è previsto il raddoppiamento della popolazione a 2,5 miliardi. Diventa però necessario affrontare e risolvere problemi enormi che vanno dai cambiamenti climatici alla desertificazione e il terrorismo.
L’Africa negli ultimi decenni ha avuto un rapido sviluppo economico con Paesi che hanno avuto una crescita del Pil superiore al 7 per cento all’anno. Questo fattore è uno dei cambiamenti in positivo del continente, oltre al lento rafforzamento delle istituzioni e dello stato di diritto. C’è però ancora molta strada da fare e per Tajani, “Portare avanti l’Africa è un obiettivo condiviso”.
Un progetto ambizioso quello dell’Ue che dovrà fare i conti con le complessità dei 54 Paesi africani, con la povertà e la fame della maggioranza della popolazione che vive con meno di un dollaro al giorno, con l’alto livello di corruzione, con le dittature plutocratiche il cui interesse è mantenere l’ignoranza e la poca partecipazione alla vita pubblica.
Per Cecile Kyenge, deputata europea di origine congolese nelle file del Partito democratico, presente alla conferenza, “l’Africa ha tutti i presupposti per diventare un continente democratico e rispettoso dei diritti umani”. L’Africa, nel bene e nel male, è sempre più vicina e il futuro dell’Europa è sempre più legato al quel grande continente.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 23 novembre 2017
I ribelli sud sudanesi stanno reclutando giovani disoccupati in Uganda, nel distretto di Kitgum, nel nord dell’Uganda, al confine con il Sud Sudan. L’allarme è stato lanciato dal commissionario del distretto.
I soldati di Uganda People’s Defence Force (UPDF) hanno intensificato i controlli in tutta la zona, per evitare che i giovani si lascino convincere a combattere una guerra non loro; inoltre le autorità ugandesi sono preoccupate che il conflitto sud sudanese possa oltrepassare i confini ed allargarsi nell’ex protettorato britannico. All’inizio della guerra civile sud sudanese, Kampala aveva inviato un suo battaglione per appoggiare il regime di Salva Kiir, il presidente del più giovane Stato della Terra. http://www.africa-express.info/2014/01/17/luganda-manda-truppe-sud-sudan-appoggio-del-governo/. Attualmente il governo di Kampala ospita oltre un milione di sfollati sud sudanesi ed il flusso non tende a diminuire.
Ribelli sud sudanesi
Il conflitto interno nel Sud Sudan è iniziato ormai quasi quattro anni fa: il presidente Salva Kiir Mayardit, dell’etnia dinka, aveva accusato il suo vice Riek Marchar, un nuer, di aver complottato contro di lui, tentando un colpo di Stato. Da allora sono iniziati i combattimenti tra le forze governative e quelle fedeli a Machar. I primi scontri si sono verificati il 15 dicembre 2013 nelle strade di Juba, la capitale del Paese, ma ben presto hanno raggiunto anche Bor e Bentiu. Vecchi rancori politici ed etnici mai risolti, non fanno che alimentare il conflitto.
Anche ieri ventisettesoldati sono stati uccisi durante combattimenti tra governativi e ribelli nello Southern Liech State. Secondo fonti di Juba, la capitale del Sud Sudan, sarebbero morti ventiquattro ribelli e tre militari delle truppe regolari.
Giovane madre sud sudanese con il suo neonato
Con la fine della stagione delle piogge il conflitto è riesploso con tutta la sua violenza. Tutti i colloqui di pace finora non sono riusciti a porre fine a queste atrocità che si consumano nel Paese da quattro anni, che hanno ucciso decine di migliaia di persone e sono oltre due milioni quelli che hanno dovuto lasciare le loro case e cercare protezione in Paesi limitrofi. Un milione e più si trovano appunto in Uganda, un altro milione circa sono in Sudan, Etiopia, Repubblica centrafricana e Congo-K, mentre 1,88 milioni sono sfollati.
Secondo gli ultimi dati rilasciati dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) al 31 ottobre 2017. 4,8 milioni di persone – quasi la metà dell’intera popolazione – necessita di assistenza umanitaria, tra loro molti sono in stato di necessità estrema. La siccità non ha certamente contribuito a migliorare la già precaria situazione alimentare.
Il Fondo delle Nazioni Uniteper l’infanzia (UNICEF) prevede addirittura un peggioramento per il prossimo anno. Si stima che nel 2018 1,1 milioni di bambini sotto i cinque anni saranno soggetti a malnutrizione, trecentomila tra loro vanno incontro a malnutrizione severa/grave.
Nikki Haley, ambasciatore USA all’ONU e Salva Kiir, presidente del Sud Sudan
L’insicurezza impedisce ai contadini di lavorare i campi e di vendere la produzione nei mercati, dove i prezzi sono saliti alle stelle. Ovunque nel Paese milioni di persone per sopravvivere dipendono dalle Organizzazioni umanitarie, che riscontrano enormi difficoltà per la scarsa sicurezza a raggiungere i villaggi.
Kiir ha autorizzato nuovamente solo pochi giorni fa il libero accesso delle Organizzazioni umanitarie in tutto il Paese. Il suo ordine scritto, dopo mesi e mesi di tentennamenti ora è chiaro: “Libertà di movimento, senza impedimenti e ostacoli per le ONG”. Questo lasciapassare è stato rilasciato dopo un colloquio tra il presidente del Sud Sudan e Nikki Haley, ambasciatore degli Stati Uniti d’America (USA) accreditato alle Nazioni Unite (ONU). Haley ha fatto sapere che il governo di Juba rischia di perdere importanti finanziamenti e l’appoggio diplomatico degli USA nel caso non fosse dato libero accesso ovunque nel Paese alle ONG che operano nel settore umanitario.
Se si resta, si rischia di morire di fame, o di essere ammazzati, se si parte per cercare rifugio, spesso si muore ugualmente.
Anna ha appena partorito la sua bambina in un campo per profughi in Uganda. E’ sola, non sa che fine abbia fatto il marito. Durante la fuga sono stati separati. Non sa se il papà della bambina sia vivo o morto.
Dal nostro Corrispondente Franco Nofori
Mombasa, 22 novembre 2017
Dis-Grace Mugabe, (Grace disgrazia) come l’avevano soprannominata i cittadini dello Zimbabwe, insieme all’altro appellativo di “Grace-Gucci-Mugabe” per la sua sfrenata attitudine di spendacciona a caccia delle più prestigiose creazioni dell’alta moda internazionale, dov’è finita? Dopo l’uscita del coniuge dalla scena politica è sparita. Il tentativo del marito di silurare il vice presidente, Emmerson Mnangagwa, per sostituirlo con la moglie assicurandole così la successione al trono, è miseramente fallito e non solo: è stata probabilmente la classica goccia che ha fatto esaurire i 37 anni di pazienza verso il regime feudale instaurato dalla coppia che ha portato alla rovina un paese considerato uno dei più fulgidi gioielli africani, secondo solo al Sudafrica.
Se per il novantatreenne Robert Mugabe, le forzate dimissioni devono essere state estremamente umilianti e angosciose, molto peggio è l’effetto che avranno avuto sulla moglie Grace che, appena cinquantaduenne, elegante e ancora belloccia, stava pregustando, molti anni di incontrastato potere su un popolo ridotto alla disperazione ed alla fame. Un traguardo senz’altro stupefacente per una semplice segretaria che, grazie alle arti amatorie espresse nel talamo presidenziale, aveva raggiunto la prestigiosa posizione di First Lady, con indiscutibili ed efficaci attitudini ad influenzare le scelte del marito.
Scambio di effusioni tra la coppia Mugabe
Subito dopo l’incruento colpo di stato, si era diffusa la notizia che Grace si fosse rifugiata in Namibia, ma la notizia è stata immediatamente smentita dalle autorità dell’ex colonia tedesca e un portavoce dell’esercito ha dichiarato che la first lady silurata è stata immediatamente arrestata dopo il colpo di stato e tradotta in uno dei numerosi istituti di pena militari del Paese, separandola dal marito per evitare reciproche influenze contrarie alla volontà espressa dal popolo e dalle forze che hanno preso il potere. Si presume sia attualmente soggetta a forti pressioni perché anche lei si dimetta da ogni incarico che deteneva a fianco del coniuge. Intanto la sua ubicazione e mantenuta strettamente segreta.
Alla notizia dell’avvenuto colpo di Stato, poco prima che fosse arrestata, Grace Mugabe, ha avuto il tempo di rilasciare infuocate dichiarazioni ai media. “Io sono la first lady – ha detto quasi gridando – non ho paura di nulla e di nessuno, perché nessuno ha l’autorità di rimuovermi dalla mia posizione. Se credono possono venire qui e spararmi. Io non ho paura!”. Dopo anni di assoluto e incontrastato potere, con arricchimenti da Re Mida, doveva sembrarle del tutto improbabile che quel potere potesse esserle sottratto per l’insignificante volontà di semplici sudditi. Questo atteggiamento ricorda un po’ quello della coppia
Nicolae Ceausescu e la moglie, a seguito del colpo di Stato del 1989 in Romania, mantennero inalterata la propria arroganza, anche di fronte ai fucili che li avrebbero sbrigativamente giustiziati contro uno squallido muro cittadino. Esecuzione raccapricciante che a Grace sarà certamente risparmiata.
Così i trentasette anni di dominio feudale della coppia Mugabe si sono definitivamente conclusi. Il passaggio dinastico del potere, dal marito alla consorte, non potrà realizzarsi, pur contro le sicure aspettative di Grace. Benché a lei e al marito, sia stata garantita l’immunità, è naturale chiedersi cosa farà e dove andrà Grace dopo questa inattesa e pesante debacle, sempre che in un prossimo futuro le sia consentito l’espatrio e non si proceda al sequestro degli ingenti capitali accumulai all’estero ai danni di un popolo che – è la speranza di tanti – ora potrà finalmente dedicarsi al faticoso recupero della propria economia e dei propri diritti sociali, troppo a lungo calpestati.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 21 novembre 2017
Il dittatore ha ceduto. Non ci sarà l’impeachment. Una lotta durata una settimana, che non poteva vincere contro il suo partito Zanu-Pf, le forze armate, il popolo zimbabwiano e anche con l’opposizione di molti dei Paesi del Sadcc (Southern African Development Coordination Conference), area sud del continente africano.
Rimasto solo contro tutti e completamente isolato il vecchio 93enne, presidente dello Zimbabwe dal 1980, ha gettato la spugna, unico modo per evitare l’impeachment.
Robert Mugabe si è dimesso per evitare l’impeachment
Era subentrato ad Abel Muzorewa, vescovo anglicano e primo presidente dell’ex Rhodesia, nella fase di transizione da ex colonia britannica a stato indipendente e per 37 anni, senza interruzioni, Robert Mugabe è rimasto al potere trasformandosi sempre più in un feroce dittatore.
Mappa dello Zimbabwe e collocazione nel continente africano, con la bandiera
Con l’annuncio delle sue dimissioni ci sono state scene di giubilo tra i deputati dello Zanu-Pf, partito al potere, deputati delle opposizioni e soprattutto la popolazione che dal “colpo di stato soft” delle forze armate, prima timidamente e poi con forza è scesa nelle strade sempre più numerosa.
Decine di migliaia di persone in tutto il Paese – dalla capitale Harare a Bulawayo, nel Matabeleland – sventolando le bandiere e avvolgendosi in esse hanno gridato e cantato #MugabeMustGo (Mugabe deve andarsene), un forte segnale per lo Zanu-Pf e per le istituzioni.
Il vecchio leone ormai sdentato w senza unghie ha cercato di prendere tempo, ha tentato di fare lo sciopero della fame, ha sentito le proteste del suo popolo nelle piazze senza ascoltarle. Durante il suo ultimo discorso alla Nazione, nella televisione di stato Zbc, ha persino convocato il Consiglio dei ministri per il giorno seguente, facendo finta che niente fosse cambiato ma dopo l’annuncio dell’impeachment è dovuto tornare con i piedi per terra.
Manifestazione contro Mugabe a Londra
Sicuramente la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata quella dello scorso 6 novembre quando il dittatore ha silurato il vice-presidente Emmerson Mnongagwe “The Crocodile”, veterano come Mugabe della guerra di liberazione, e suo braccio destro. Lo sbaglio che ha decretato l’inizio della fine del vecchio Bob è stato passare la carica di Mnongagwe alla moglie Grace.
Un’offesa alla Costituzione e una provocazione inaccettabile per tutto l’establishment dell’ex colonia britannica e alle istituzioni che ha dato il via al procedimento di impeachment per “aver permesso a sua moglie di usurpare il potere costituzionale quando non ha il diritto di governare”.
Negli ultimi anni Robert Mugabe è passato da eroe dell’indipendenza a brutale tiranno portando il Paese, considerato la “Svizzera dell’Africa” e seconda economia del continente dopo il Sudafrica, al crack economico-finanziario dove la valuta nazionale – il dollaro zimbabwiano – non viene più utilizzato. Oggi in Zimbabwe la valuta ufficiale è il dollaro americano e, come valute non ufficiali, vengono accettate euro, yen giapponese, rand sudafricano, sterlina britannica e pula del Botswana.
Robert Mugabe e la moglie Grace
Un Paese considerato il granaio dell’Africa oggi è allo stremo e la popolazione alla fame. Ma una grossa responsabilità per la catastrofe che ha colpito lo Zimbabwe è anche dell’ex Prima dama Grace, conosciuta da tutti come “Gucci Grace” per la sua capacità di sperperare denaro delle casse dello stato con esagerata disinvoltura e senza un minimo di vergogna.
La coppia presidenziale agiva e si comportava come se il Paese, il partito e le poche risorse rimaste risorse fossero di sua proprietà vivendo nel lusso più sfrenato come dei monarchi. Ora il giocattolo durato troppo di Robert e Grace si è rotto e i sogni, soprattutto quello della 52enne Grace si sono infranti definitivamente.
Con Emmerson Mnongagwe, rinominato dal Comitato centrale del Partito vice-presidente e per la Costituzione, Presidente ad interim, chissà se lo Zimbabwe riuscirà a tornare il Paese ricco che era una volta.
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