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Zimbabwe, impeachment contro Robert Mugabe ma non sarà facile

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sandro_pintus_francobollo
Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 21 novembre 2017


Per il 93enne dittatore-presidente Robert Mugabe
, che rifiuta di dimettersi, è stato chiesto l’impeachment per violazione della Costituzione. L’inizio dell’iter è stato deciso per giovedì prossimo ma arrivare al processo pare una strada tutta in salita.

Il dittatore, sempre agli arresti domiciliari dopo il “golpe pacifico, continua a rimanere attaccato alla poltrona e, nonostante i movimenti di piazza che in tutto il Paese hanno urlato per mandarlo a casa, si rifugia in una “realtà alternativa”, come direbbe Donald Trump.

Emmerson “The Crocodile” Mnangagwe (a sin.) e Robert Mugabe
Emmerson “The Crocodile” Mnangagwa (a sin.) e Robert Mugabe

Ieri, Paul Mangwana, ministro dell’Emancipazione economica e membro del parlamento, ha detto che Mugabe è un uomo testardo e nonostante abbia sentito cosa dice la gente si rifiuta di ascoltare. La BBC riporta che secondo Mangwana “L’accusa principale è aver permesso a sua moglie (chiamata Gucci Grace, ndr) di usurpare il potere costituzionale quando non ha il diritto di governare”.

L’impeachment contro Mugabe è stato tentato più volte dall’opposizione ma senza successo. L’unica differenza è che oggi il presidente non ha più l’appoggio dello Zanu-PF che ne ha fatto decadere la carica di presidente del partito e quindi anche di Capo dello stato.

La decisione di processare l’ex presidente spetta a Camera e Senato. Se passa a maggioranza semplice, viene nominata una commissione di indagine mista composta da deputati di entrambe le camere e se viene viene raccomandato l’impeachment, il presidente potrà essere rimosso se viene accettato dai due dei rappresentanti.

Manifestazione contro Mugabe ad Harare, capitale dello Zimbabwe, vista da un drone
Manifestazione contro Mugabe ad Harare, capitale dello Zimbabwe,  vista da un drone

Ma il vecchio dittatore se ne andrà o sarà necessaria un ulteriore prova di forza? Intanto Emmerson “The Crocodile” Mnangagwe, silurato da Mugabe dalla carica di vice-presidente per passarla alla First lady, dal Comitato centrale è stato eletto presidente dello Zanu-PF e secondo la Costituzione è presidente ad interim fino a nuove elezioni.

Mnangagwa, compagno e amico di Mugabe durante la lotta di liberazione ed ex braccio destro, ha detto di essere stato avvisato che il dittatore, dopo il licenziamento dello scorso 6 novembre, voleva ucciderlo. Per questo motivo è stato costretto a portare la famiglia al sicuro in Sudafrica. Ora, tornato in Zimbabwe gode della stima delle forze armate, della maggioranza del Partito e dell’appoggio della piazza. Riuscirà a governare o il vecchio dittatore scoverà altri trucchi per fermarlo? Le lotte di potere nell’ex Rhodesia continuano.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Nigeria, l’inferno da dove vengono gli schiavi venduti all’asta in Libia

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 20 novembre 2017

Il mercato degli schiavi, persone battute all’asta in Libia, ha suscitato grande scalpore nel mondo intero dopo la messa in rete di un filmato della CNN nei giorni scorsi. E sì, era necessario un video per smuovere le coscienze. Ciò che hanno raccontato finora i superstiti o i sopravvissuti ai lager in Libia evidentemente non era sufficiente.

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Eppure tutti sapevano della vergognosa vendita di schiavi. Lo scorso aprile l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni denunciava: “I giovani africani diretti in Europa venduti per 200-500 dollari”. Nel suo rapporto OIM non tralascia nulla. Nei centri di transito a Niamey o Agadez in Niger, gli operatori di OIM hanno ascoltato le testimonianze di moltissimi giovani sulla via di ritorno dalla Libia. Non solo libici sono coinvolti in questi loschi, disumani affari ma spesso anche africani – soprattutto nigeriani e ghanesi – collaborano con i boss della nostra ex colonia. Altri migranti, invece, sono costretti a svolgere attività come guardiani oppure  prestare assistenza ai trafficanti nei mercati degli schiavi, dove non sono in “vendita” solamente uomini, anche donne, che vengono ceduti a singoli individui.

Migranti africani in Libia
Migranti africani in Libia

Questa volta ha protestato persino l’Unione Africana. In un comunicato datato 18 novembre, il commissario dell’UA, il ciadiano Moussa Faki Mahamat, ha espresso l’indignazione di questa Istituzione e la ferma condanna di queste pratiche, come ha già manifestato in un precedente annuncio il presidente dell’UA, Alpha Condé. Il commissario ha inoltre sollecitato la Commissione per i diritti umani dell’Unione ad aprire immediatamente un’inchiesta in supporto alle misure annunciate dalle stesse autorità libiche.

Chissà se almeno uno dei tanti leader africani che oggi si scandalizzano delle violenze che i loro connazionali subiscono nei lager libici, si sarà chiesto perché queste persone si trovano lì. Perché mai avranno lasciato il proprio Paese, pur sapendo che con questo viaggio rischiano la propria vita in ogni momento, non solo durante la traversata in mare. Spesso molti di loro non arrivano nemmeno a questa ultima fase del loro itinerario. 

Mentre il Burkina Faso ha già richiamato il proprio ambasciatore da Tripoli, il governo libico respinge tutte le accuse. Anzi, Mohammed Besher, a capo di Anti-Illegal Immigration Department (AIID), in un comunicato ha fortemente contestato le accuse che sono state rivolte al suo Paese. “Sono tutte menzogne, montature create ad hoc. Il mio Dipartimento è pronto a cooperare con le delegazioni dei vari Paesi, affinchè possano andare di persona a vedere i propri connazionali nei centri libici, prima che vengano rimpatriati.
Besher ha aggiunto che i migranti stessi sono i primi ad aver infranto la legge, entrando a migliaia e migliaia nel  Paese in modo illegale. Il flusso migratorio è un problema globale, non si possono attribuire tutte le colpe alla Libia. Il ministro degli Esteri, Mohamed Taher Siala, ha fatto sapere se le accuse dovessero avere un riscontro, tutte le persone coinvolte saranno punite secondo la legge.

Molti nigeriani lasciano il gigante dell’Africa, dove sopravvivere non è sempre facile.  Nel nord-est del Paese regna ancora il terrore per i molteplici attacchi dei terroristi di Boko Haram. Pochi giorni fa sono morte almeno diciotto persone a Maiduguri, il capoluogo del Borno State, trenta i feriti, dopo quattro diversi attentati kamikaze. Mentre ieri sono stati decapitati sei contadini mentre lavoravano nei campi. I miliziani sarebbero arrivati in sella alle loro motociclette e avrebbero sequestrato sette agricoltori. Il più anziano tra loro è stato graziato dai feroci attentatori, ma ha dovuto assistere all’esecuzione dei suoi colleghi. 

Si stima che dal 2009 ad oggi siano decedute oltre ventimila persone e che più di due milioni di cittadini abbiano dovuto abbandonare le loro case, i propri villaggi a causa dei jihadisti. Più della metà delle scuole sono state chiuse nel solo Borno State o perché distrutte, o perché lo Stato non è in grado di proteggere i ragazzini. Bambini e bambine che vengono privati di un loro diritto fondamentale: il diritto all’educazione.

Miliziani Boko Haram
Miliziani Boko Haram

Anche le continue lotte tra agricoltori e i pastori semi-nomadi, che spesso vengono sottovalutate dal governo centrale, sono causa di preoccupazione. Da un rapporto di SB Morgan Intelligence consulting, negli ultimi vent’anni sono morte tra cinque a diecimila persone durante gli scontri tra agricoltori residenti e i pastori semi-nomadi. Nella pubblicazione della SB le milizie dei fulani sono da ritenersi più pericolose dei terroristi Boko Haram. E anche secondo il database di Armed Conflict Location & Event Data Project (ACLED) l’undici percento delle morti di civili in Africa sono causati da conflitti con pastori.

A Lagos, la capitale economica della Nigeria, si sono verificati nuovamente scontri tra le forze dell’ordine e centinaia di persone senza tetto. Sono stati evacuati Otodo Gbame e Itedo, due villaggi “abusivi”, abitati soprattutto da pescatori. Sono stati praticamente rasi al suolo, e i residenti ora sono  costretti a dormire per strada: hanno perso quel poco che possedevano e ogni possibilità di sostentamento. Durante lo sgombero sarebbero morte undici persone, altre diciasette sono state date per disperse.

Una Corte nigeriana aveva emesso una sentenza esemplare qualche mese fa, in particolare per quanto concerne il villaggio di Otodo Gbame, chiedendo allo Stato di Lagos di risarcire gli abitanti. Risarcimento che quella povera gente attende ancora oggi.

All’inizio di questo mese i Niger Delta Avengers, un gruppo attivo nel Delta del Niger, che lo scorso anno ha dato del filo da torcere all’economia del Paese, basato principalmente sull’oro nero, ha dichiarato di voler riprendere le ostilità,

Muhammadu Buhari, il presidente della Nigeria, ha ringraziato il suo popolo per le preghiere e la benevolenza espressa nei suoi confronti durante la sua lunga malattia. Ha promesso di occuparsi nuovamente a tempo pieno di tutte le problematiche del Paese, in particolare della lotta contro la corruzione, ormai una piaga endemica, presente a tutti livelli della popolazione. Secondo Buhari, l’economia sarebbe in leggera ripresa. Bisognerà attendere le prossime statistiche. Alla fine dell’anno scorso la disoccupazione era salita al 14,2 per cento e ciò significa che ufficialmente 11,9 milioni di nigeriani erano in cerca di lavoro.

E sembra assai curioso che durante i funerali delle ventisei ragazze nigeriane decedute durante la traversata non abbia presenziato nessun rappresentante ufficiale del governo di Abuja.

Il sessanta per cento dei bambini nigeriani sotto i cinque anni rischia un ritardo nello sviluppo, dovuto a malnutrizione. Secondo l’UNICEF (il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia) nel nord-est del Paese quattrocentocinquanta mila piccoli sono in pericolo di malnutrizione grave.

Anche quest’anno la Nigeria occupa il terzo posto nel Global Terrorism Index, anche se le morti causate da attacchi terroristici sono diminuite. Buhari dovrà rimboccarsi le maniche, se vuole sollevare le sorti del Paese e fare sì che i giovani possano vivere serenamente nella loro terra.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes 

Kenya, rigettati i ricorsi di Raila: Kenyatta riconfermato presidenza

Africa ExPress
Mombasa, 20 novembre 2017

L’attesa sentenza è di pochi minuti fa. I sei giudici della Corte Suprema hanno respinto le due petizioni che chiedevano l’annullamento della nomina di Uhuru Kenyatta alla carica presidenziale, risultata dalle elezioni del 26 ottobre. Il leader dell’Alleanza Jubilee si vede quindi riconfermato nella nomina. L’opposizione ha tempo fino alle 24 di oggi per presentare ricorso e nelle prossime ore si saprà se ha intenzione di farlo.

Kenya, Suprema Corte
Kenya, Suprema Corte

Il verdetto, appena pronunciato, ha già scatenato furiose reazioni a Kisumu con veicoli dati alle fiamme e dimostrazioni nelle strade cittadine. I disordini sono ancora in corso mentre scriviamo e ci si augura non causeranno altre vittime oltre alle quattro di ieri uccise nello slum di Mathare da aggressori armati che non sono stati identificati.

Africa Express fornirà aggiornamenti sull’evolversi della situazione.

Africa ExPress

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Zimbabwe, Mugabe licenziato dopo 37 anni ma non si dimette: il “Coccodrillo” presidente

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 19 novembre 2017

Robert Mugabe, non vuole mollare la poltrona. Sembrava che avesse accettato di lasciare la presidenza del Paese ma durante il discorso ufficiale ha gelato tutti non rassegnando le sue dimissioni.

“Lo Zimbabwe non può essere guidato con questo clima di amarezza”,  ha detto il vecchio dittatore e ha confermato che seguirà gli eventi e ciò che verrà discusso dal Comitato centrale del Partito.

Ieri sera il dittatore sembrava volesse fare uno sciopero della fame per protestare contro gli arresti domiciliari dopo il “golpe pacifico” delle forze armate zimbabwane di mercoledì scorso. E continuava a rifiutare di dimettersi.

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Per sbloccare trattativa ormai stagnante la decisione era stata presa dal Comitato centrale dello lo ZANU-PF, il partito al potere in Zimbabwe dal 1980. Oggi in una sessione a porte chiuse con i rappresentanti delle dieci province, ha decretato che l’ex presidente 93enne non è più leader del Partito e quindi decade la carica di Capo dello stato. Ora è solo membro onorario del Partito. Una decisione accolta con giubilo e canti dai politici e dalla popolazione.

Un tweet della manifestazione di ieri contro Gucci Grace: "la leadership non è sessualmente trasmissibile"
Un tweet della manifestazione di ieri contro Gucci Grace: “la leadership non è sessualmente trasmissibile”

Oltre all’epurazione di Mugabe, il Comitato centrale ha anche espulso a vita la first lady Grace Mugabe, Phelekezela Mphoko uno dei due vice presidenti e otto ministri: Walter Mzembi, ministro degli Esteri; Ignatius Chombo, ministro delle Finanze; Jonathan Moyo, ministro dell’Educazione; Saviour Kasukuwere, ministro dei Governi locali; Patrick Zhuwao, nipote di Mugabe e ministro dei Servizi pubblici.

Il Comitato centrale ha anche deciso che il vice-presidente Emmerson “The Crocodile” Mnangagwa – silurato da Mugabe per passare la carica alla moglie Grace – è il leader del Partito, con funzioni di Presidente della repubblica.

Forse non è stato tutto merito delle grandi manifestazione di ieri in tutto il Paese dove decine di migliaia di persone a gran voce hanno gridato “Mugabe must go” (Mugabe se ne deve andare). Sicuramente lo ZANU-PF non poteva non tener conto del “volere del popolo” e ha voluto battere i ferro finché era caldo.

Robert Mugabe, dal 1980 al potere senza interruzione, da eroe della lotta di liberazione dello Zimbabwe si è trasformato in un feroce tiranno. Deve sicuramente il peggioramento della sua posizione politica anche alla moglie, soprannominata Gucci Grace per le spese folli con denaro pubblico, ultima delle quali l’acquisto di una Rolls-Royce da 300mila dollari.

Il tweet di Doug Coltart zimbabwiano bianco, avvocato per i diritti umani che mostra le foto della marea di persone della manifestazione di ieri fatta da un drone
Il tweet di Doug Coltart
zimbabwiano bianco, avvocato per i diritti umani che mostra le foto della marea di persone della manifestazione di ieri fatta da un drone

La coppia presidenziale si comportava ormai come se il Paese fosse di loro proprietà e il denaro pubblico fosse patrimonio personale mentre lo Zimbabwe, ormai allo stremo, da seconda economia africana, è diventato uno dei Paesi più poveri del pianeta.

Per il momento è stato neutralizzato l’ostacolo Gucci Grace, se verrà neutralizzato anche Mugabe l’ex colonia britannica, forse, potrà tornare a sognare.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Zimbabwe, in tutto il Paese #SolidarityMarch per mandare a casa Mugabe

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 19 novembre 2017

Ieri un’ondata umana mai vista prima è scesa in piazza in Zimbabwe per una immensa #SolidarityMarch (una marcia di solidarietà) che ha chiesto le dimissioni di Robert Mugabe. L’occasione per festeggiare la fine della dittatura del vecchio leader e soprattutto dell’odiata moglie chiamata Gucci Grace che negli ultimi tempi sembrava manovrare il presidente come una marionetta.

Ci sono voluti solo due giorni (dopo vari decenni di dittatura) prima che la gente si sentisse sicura di poter manifestare liberamente e che il vecchio tiranno 93enne non era più pericoloso. La popolazione ha invaso le strade della capitale Harare e quelle di Bulawayo, maggiore città del Matabeleland, per celebrare la fine dell’era Mugabe. Ha manifestato con la bandiera nazionale sulle spalle, con canti tradizionali e scandendo lo slogan “Mugabe must go” (Mugabe se ne deve andare).

La #SolitarityMarch ad Harare
La #SolitarityMarch ad Harare

Il passaparola viaggiava velocemente su twitter con hashtag come #MyNewZimbabwe, #FreshStart (nuovo inizio) #MugabeMustFall (Mugabe deve cadere) per mobilitare tutto il Paese mentre molti dei manifestanti inneggiavano ai militari, fotografandosi con loro e ringraziando le forze armate per il colpo di stato senza spargimento di sangue e l’arresto del Capo dello stato.

Nonostante la coppia presidenziale sia ufficialmente agli arresti domiciliari, venerdì il vecchio dittatore era presente – senza la consorte – alle cerimonie di laurea all’Università di Harare. Le immagini mostrano un vecchio stanco (si è anche addormentato) che cammina con difficoltà e parla a fatica. Nonostante ciò, e con il suo partito ZANU-PF al potere dal 1980 e non più a suo favore, continua a rimanere attaccato alla poltrona diventato ormai il suo trono.

Per sostenere il Mugabe in disgrazia, da una località segreta il Sudafrica, si è fatto sentire anche il nipote Patrick Zhuwao. Alla Reuters ha affermato che il presidente dello Zimbabwe e sua moglie Grace sono “pronti a morire per ciò che è giusto” e che il Capo dello stato non infrangerà la costituzione del Paese né legittimerà il colpo di stato.

La targa della strada che porta il nome di Mugabe buttata nella spazzatura
La targa della strada che porta il nome di Mugabe buttata nella spazzatura

Ma che le cose sono cambiate lo ha confermato il notiziario di venerdì sera della tv di stato Zbc che per la prima volta nella sua storia ha trasmesso le decisioni dei delegati delle provincie: tutti hanno votato a favore delle dimissioni di Mugabe. Perfino i veterani di guerra, fino all’anno scorso fedeli al presidente, hanno detto che dovrebbe dimettersi. Continuano comunque i negoziati tra forze armate, Cina e Regno Unito per fare il modo che Mugabe lasci il potere e che si arrivi a nuove elezioni. Nel frattempo Emmerson The Crocodile Mnongagwa, vice-presidente licenziato da Mugabe il 6 novembre per cedere la carica alla moglie Grace, sarebbe presidente ad interim.

Lo Zimbabwe è ormai alla bancarotta e la popolazione alla fame. Ma una volta era il granaio dell’Africa finché Mugabe ha espropriato le fattorie e le terre ai bianchi per distribuirle ai veterani della guerra di liberazione e ai suoi amici. Il risultato è stato catastrofico e ha paralizzato tutta l’agricoltura e l’economia del Paese.

"Mugabe deve riposare ora!", si legge nel cartello
“Mugabe deve riposare ora!”, si legge nel cartello

Herman J. Cohen, diplomatico americano durante la presidenza di George Bush, che ha incontrato varie volte Mugabe, in un articolo su AllAfrica spiega che il presidente del Paese africano, dopo il fallimento delle politiche economiche che hanno causato l’instabilità della valuta locale, aveva deciso di abbandonare il dollaro zimbabwiano arrivando ad emettere sul mercato banconote per 100 trilioni di dollari: erano solo carta straccia. Oggi la moneta che ha valore è la valuta straniera e il bitcoin.

In pochi giorni il sogno della successione alla presidenza di Gucci Grace si è sgretolato. Dopo 37 anni al potere dell’ex colonia britannica senza interruzione – dal 1980, anno dell’indipendenza – tutti aspettano che lo Zimbabwe diventi un paese normale e che il 93enne, ormai troppo stanco, si riposi davvero.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Sangue per le strade di Nairobi: sei morti e molti feriti al ritorno di Raila dagli USA

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franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 18 novembre 2017

Cinque vittime uccise a colpi di pietra e una da un colpo d’arma da fuoco, oltre ad un numero imprecisato di feriti, sono il bilancio degli scontri di ieri tra i sostenitori del NASA, le forze di polizia e altri oppositori politici. Lo stesso convoglio che portava in città il leader Raila Odinga, di ritorno da un viaggio negli Stati Uniti, sarebbe stato fatto oggetto di ripetuti attacchi. La pace in Kenya sembra volersi allontanare giorno dopo giorno.

L’arrivo trionfale di Raila Odinga sulla Mombasa Rd a Nairobi
L’arrivo trionfale di Raila Odinga sulla Mombasa Rd a Nairobi

Ieri mattina Raila Odinga è rientrato in patria dopo un lungo girovagare negli Stati Uniti, in Germania e in Gran Bretagna dove ha cercato consensi internazionali alla campagna promossa da suo nuovo “Movimento di Resistenza”, in cui si è trasformata l’alleanza del NASA alla conclusione dei ripetuti processi elettorali. Il candidato presidenziale dell’opposizione ha definito i suoi incontri nei due Paesi occidentali come “soddisfacenti e proficui”, ma non ha rilevato i nomi delle autorità da cui è stato ricevuto, né quali sono state le risposte alle istanze da lui presentate.

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Un imponente folla di sostenitori si è incanalata sulla Mombasa road in direzione dell’aeroporto Jomo Kenyatta di Nairobi per dare il benvenuto al proprio leader malgrado l’assembramento fosse stato proibito dalle autorità di polizia. Gli scontri sono stati violenti. L’arteria che conduce all’aeroporto è stata a lungo bloccata mentre i dimostranti, infuriati per l’impossibilità di raggiungere il terminal, si sono lasciati andare a distruzioni e furti, malgrado l’energica risposta delle forze dell’ordine che li ha affrontati con lanci di lacrimogeni e getti di acqua. Un candelotto lacrimogeno ha anche colpito il parabrezza dell’auto che trasportava Raila Odinga, ma il cristallo antiproiettile, pur incrinandosi, ha resistito all’urto evitando lesioni agli occupanti.

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Raila aveva annunciato che, subito dopo l’arrivo a Nairobi, avrebbe parlato ai suoi supporters presso l’Uhuru Park, dove la folla, vista l’impossibilità di accedere all’aeroporto, si è quindi diretta. Ma anche qui, all’altezza della Haile Selassie avenue, si è trovata di fronte ad un massiccio sbarramento di polizia che non ha consentito l’accesso al centro cittadino. Ne sono seguiti altri violenti scontri con devastazioni e furti negli esercizi commerciali della zona. “La presenza della polizia – ha detto Odinga – è la chiara evidenza che questo governo è ormai giunto al collasso”.

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L’incontro con i sostenitori del NASA è stato quindi riprogrammato alle 17 presso il Kangemi Stadium. Anche in riferimento a questi scontri, il capo della polizia Joseph Boinnet, ha categoricamente negato che i suoi uomini abbiano fatto ricorso alle armi da fuoco per contrastare i dimostranti. “Abbiamo usato esclusivamente i getti d’acqua e i lacrimogeni – ha detto l’alto funzionario – e ci siamo limitati a rilanciare le stesse pietre che i dimostranti lanciavano contro di noi”. Questa versione non pare aver però soddisfatto Amnesty International che ha già diffuso una vibrata protesta dando per certo l’indiscriminato ricorso alle armi da fuoco verso i dimostranti. Resterebbe in ogni caso da spiegare chi ha sparato al giovane che ha perso la vita negli scontri cittadini e ai suoi due compagni rimasti feriti dalla stessa causa.

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Questa mattina il governo del Kenya, per mezzo dell’Autorità delle Comunicazioni, ha rivolto un monito ai giornalisti e alle reti televisive, affinché si astenessero dal diffondere notizie in diretta relative agli scontri tra polizia e dimostranti. La lettera inviata ai media dal direttore dell’Autorità, Francis W. Wangusi, recita testualmente: “Si ricordano ai media le loro dirette responsabilità nel diffondere notizie che possono infiammare gli animi e indurli a ulteriori violenze”. Al momento in cui scriviamo, questo monito sembra essere caduto totalmente nel vuoto e ha ottenuto solo una nuova ondata di dimostrazioni a favore della libertà di stampa.

Franco Nofori
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Guinea Equatoriale, la lotta per il potere passa dalla Total

andrea-spinelli-barrile82Speciale per Africa ExPress
Andrea Spinelli Barrile
Roma, 17 novembre 2017

Lo Zimbabwe di Mugabe non è l’unica nazione africana che soffre il peso di un dinosauro al potere: in Africa c’è l’Eritrea e c’è l’Etiopia, c’è l’Egitto e la Mauritania, il Gabon e il Sud Sudan. E la piccola e sconosciuta Guinea Equatoriale, un regime talmente consolidato che può permettersi di ospitare l’esilio dorato dell’ex-dittatore gambiano Yahya Jammeh, che il “nuovo” Gambia vorrebbe estradato in patria per portarlo in Tribunale.

Nell’VIII libro del De vita Caesarum di Svetonio l’autore latino racconta che l’imperatore Vespasiano impose una tassa sull’urina raccolta nelle pubbliche latrine, da cui veniva ricavata l’ammoniaca necessaria alla concia delle pelli. Svetonio attribuisce all’imperatore la locuzione “Pecunia Non Olet”, letteralmente “il denaro non ha odore”, rispondendo al figlio Tito contrario a questa imposta.

Declinata in una cleptocrazia come quella al potere in Guinea Equatoriale questa locuzione non produce più entrate per le casse pubbliche dello Stato ma grandi abbuffate per l’elìte al potere: il clan di Mongomo. In Guinea non è l’urina di Vespasiano a puzzare ma il petrolio di Gabriel Mbega Obiang Lima, ministro del petrolio, signore incontrastato dell’oro nero equatoguineano e co-protagonista nell’ombra della lotta per la successione al potere di papà Teodoro Obiang Nguema Mbasogo.

Teodoro Obiang Nguema Mbaso, presidente dittatore della Guinea Equatoriale
Teodoro Obiang Nguema Mbaso, presidente dittatore della Guinea Equatoriale

Protagonista della lotta fratricida per prendere le redini del padre, leader africano più longevo ancora al potere e secondo nella classifica assoluta, dietro solo a Muammar Gheddafi, c’è sempre lui: Teodorin Nguema Obiang Mangue, vicepresidente con deleghe per la difesa e la sicurezza nazionale, che tuttavia ha una posizione sempre più debole all’interno della famiglia e del clan.

Se per anni Teodorin è stato il favorito, e incontrastato, erede al trono di Malabo, dopo la condanna nel processo francese Bien Mal Acquis le carte sono state rimescolate: la Corte parigina lo ha riconosciuto colpevole di corruzione, appropriazione indebita, riciclaggio di denaro e falso e lo ha condannato a 3 anni di carcere e 30 milioni di euro di multa con pena sospesa cui gli avvocati del vicecapo di Stato hanno già fatto ricorso in Appello. Oggi il favorito per la successione al padre non è più Teodorin ma il fratello Gabriel, fondamentalmente della stessa pasta ma caratterialmente più calcolatore e meno impulsivo.

Teodorin Nguema Obiang nel suo jet privato. Fonte Instagram.
Teodorin Nguema Obiang nel suo jet privato. Twicsy Instagram Followers.

Pochi giorni dopo la condanna di Teodorin a Parigi, il 27 ottobre scorso, si è tenuta a Cape Town il meeting Africa Oil Week, organizzata da ITE Group, cui ha partecipato Gabriel Mbega Lima, che voluto inviare un messaggio chiaro al fratello: “La Total – ha detto Gabriel riferendosi alla compagnia petrolifera francese, che in Guinea Equatoriale ha interessi miliardari – non dovrebbe subire le conseguenze del processo Bien Mal Acquis contro il vicepresidente della Repubblica e incaricato per la Difesa e la Sicurezza Nazionale, Teodoro Nguema Obiang Mangue, appena condannato dalla Corte di primo grado a Parigi a tre anni di carcere. La dichiarazione riportata da Africa Intelligence, sarebbe stata pronunciata durante una conversazione con Guy Maurice, vice-presidente di Total Africa E&P, e Charles Fernandes, project director di Total.

Parole forti che suonano come un avvertimento, non fosse altro perché la posizione ufficiale del governo di Malabo circa quella sentenza è di scontro frontale con la Francia: l’Appello, le dichiarazioni al vetriolo e persino un ricorso annunciato al Tribunale Internazionale dell’Aja, da cui probabilmente il regime si terrà bene alla larga.

Gabriel Mbega Obiang Lima e il fratello Teodoro Obiang Nguema Mangue.
Gabriel Mbega Obiang Lima e il fratello Teodoro Obiang Nguema Mangue.

Nella lotta di potere tra il Caino e l’Abele africani la compagnia petrolifera francese giocherà un ruolo fondamentale, ragion per cui proprio Teodorin, in passato, ha cercato più volte di escludere la compagnia francese dalle attività estrattive in Guinea Equatoriale: Total attende da mesi l’autorizzazione ad esplorare due giacimenti off-shore e dopo la condanna a Teodorin tutto ciò che è francese è stato messo alla berlina nel piccolo Paese africano: l’attività dei francesi “potrebbe avere dei problemi in futuro, nonostante i favori di Gabriel Mbega Obiang Lima” ,scrive Africa Intelligence.

L’infantile reazione di Teodorin alla condanna in Francia potrebbe rovinare gli affari di Gabriel e di una delle prime quattro compagnie petrolifere al mondo. Teodorin sta cercando di utilizzare tutto il proprio potere e la propria influenza per cacciare, letteralmente, la compagnia francese dalla Guinea Equatoriale e, proprio per questo, viene visto come un ostacolo per i piani ed i progetti del regime: il petrolio infatti resta oggi la principale fonte di reddito del Paese e, quindi, del clan al potere. Perdere un attore come Total significa perdere milioni, se non miliardi, di dollari e questo, sopratutto dopo la crisi petrolifera degli ultimi anni, il potere costituito non può tollerarlo.

Oggi la produzione petrolifera nel paese è gestita quasi interamente da compagnie petrolifere americane: ExxonMobil, Marathon Oil, Noble Energy, Hess le più importanti. Total lavora a singhiozzo dal 1984 e nell’agosto scorso il regime ha ingiunto alla compagnia francese il pagamento di una multa da 73 milioni di dollari: i francesi sono stati accusati di frode e di non avere versato tutte le tasse (o meglio, le mazzette) sulle estrazioni tra il 2010 e il 2012. Il ministro delle finanze Miguel Egonga (indovinate un po’ il cognome) Obiang parlò di “sospetta frode” e sulla base di questo ingiunse il pagamento.

Oggi Total attende l’autorizzazione del governo di Malabo ad esplorare tre pozzi offshore e su uno di questi, chiamato Block K, pone questioni territoriali spinose perché si trova lungo il confine meridionale marittimo con il Gabon ed è oggetto del desiderio di molte compagnie.

La posizione di Teodorin Nguema in Guinea Equatoriale è molto simile, mutatis mutandis, a quella di Grace Mugabe in Zimbabwe: tanto odiato quanto temuto da tutti, il “fratello maggiore” ripaga con la stessa moneta i suoi compatrioti. Odio e timore, che al potere si declinano con spietatezza e violenza.

Andrea Spinelli Barrile
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Zimbabwe: A Mnangagwe il Coccodrillo il primo round ma Mugabe riappare in pubblico

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 17 novembre 2017

A Emmerson Mnangagwe non era proprio andato giù che Grace Mugabe, oggi ex First lady, lo avesse offeso e diffamato con false accuse davanti a migliaia di persone. Era successo domenica 6 novembre durante il meeting delle Sette apostoliche che si celebrava al National Sports Stadium di Harare.

In un incontro con Robert Mugabe aveva detto che la Prima dama lo aveva accusato di insubordinazione verso la Prima carica dello stato, di essere divisivo e che da Mugabe sarebbe stato licenziato. Tutto questo senza avere la possibilità di difendersi.

Emmerson Mnangagwe, vice-presidente silurato da Robert Mugabe
Emmerson Mnangagwe, vice-presidente dello Zimbabwe, silurato da Robert Mugabe

Il giorno dopo il siluro è arrivato e puntualissimo: Gucci Grace (nota con questo soprannome per le spese milionarie) avrebbe preso la vice-presidenza e nel 2018 si sarebbe candidata per la presidenza dello Zimbabwe. Mnandagwe era quindi volato in Sudafrica per proteggere sé stesso e la famiglia.

Tutto questo non se lo sarebbe mai aspettato visto che, oltre che essere il braccio destro del presidente, secondo lui il rapporto con Mugabe era come tra padre e figlio oltre che essere una relazione consolidata tra combattenti per la lotta di liberazione dell’ex Rhodesia. Ma negli ultimi tempi le cosa non andavano per niente bene.

L’ex vice-presidente del Paese africano, oggi 75enne, è conosciuto come Ngwenya (Coccodrillo il lingua shona, stesso gruppo etnico di Mugabe). Si è guadagnato il soprannome perché faceva parte della Crocodile Gang, gruppo specializzato in atti di sabotaggio in Rhodesia durante il regime della minoranza bianca quando era al potere Ian Smith. Sabotaggi sotto la bandiera dell’Unione nazionale africana dello Zimbabwe (ZANU), utili a tenere occupate le forze armate durante la guerra per l’indipendenza.

Fin da bambino viveva in Zambia perché la sua famiglia, attivista contro il regime dei bianchi era stata bandita dalla Rhodesia e in quel Paese aveva aderito alla lotta di liberazione dell’odierno Zimbabwe.

Militare addestrato in Cina e in Egitto, il Coccodrillo nel 1980 è stato responsabile del “giro di vite” contro gli oppositori dello ZANU-PF in Matabeleland, regione ‘Ndebele che è sempre stata in conflitto con l’etnia Shona del Partito al potere. Un intervento che ha causato tra 10mila e 20mila civili morti.

Durante i 37 anni di potere ininterrotto del 93enne ormai ex presidente, Emmerson ha sempre fatto parte del governo. Nel 1980, con l’indipendenza del Paese è stato nominato ministro della Sicurezza, poi nel 1988 ministro della Giustizia e presidente del Parlamento nel 2000. Nel 2005 la nomina a ministro al decastero dell’Edilizia rurale, una retrocessione voluta dal Grande vecchio.

Dopo le contestate elezioni del 2008 nelle quali ha avuto un importante ruolo di intermediazione per mantenere Mugabe al potere, è tornato a un ministero chiave come responsabile della Difesa, quindi come ministro delle Finanze poi ministro della Giustizia e, nel 2014, vice-presidente.

Mnangagwe, Mugabe e la moglie Grace
Mnangagwe, Mugabe e la moglie Grace

Per alcuni è considerato un leader spietato mentre per altri è una persona di sani principi che non ha peli sulla lingua con Mugabe: “Questo è un partito controllato da due persone che prende forma nella First Family e che ha privatizzato e commercializzato le istituzioni – aveva detto al vecchio presidente – Questo partito non è una tua proprietà personale né di tua moglie. Combatterò con le unghie e coi denti contro coloro che si fanno beffe del Partito, dei suoi valori e dei suoi principi fondanti”.

Di fatto il Coccodrillo non piace a Gucci Grace che lo considera “un serpente da schiacciare” e l’ex First lady non piace a Emmerson che crede di essere proprietaria del partito e del Paese e l’ha persino accusata di aver tentato di avvelenarlo con un gelato lo scorso agosto nel sud del Matabeleland, durante un raduno politico della Gioventù Zanu-PF.

Si sa che nel Partito esiste la “Lacoste faction”, un gruppo di veterani di guerra leali al Coccodrillo che cercano di eliminare Mugabe.  L’intervento dell’esercito e la detenzione della coppia presidenziale mette fine ai sogni di potere di Gucci Grace che un personaggio come Mnangagwe non poteva accettare.

Il Gen. Moyo legge il comunicato delle forze armate nella TV pubblica dello Zimbabwe
Il Gen. Moyo legge il comunicato delle forze armate nella tv dello Zimbabwe

L’intervento delle forze armate – dove Emmerson gode di grande supporto –  è avvenuto, per ora, senza spargimento di sangue. Chiude un lungo capitolo durato quasi quattro decenni e lascia spazio a nuovi scenari in un Paese con una situazione economica e umanitaria catastrofica.

La Costituzione dello Zimbabwe prevede che, con l’arresto del Presidente della Repubblica, prenda il potere ad interim il Primo vice-presidente (nell’ex colonia britannica sono due) per 90 giorni. È ciò che si accinge a fare Emmerson Mnangagwe che per il momento ha vinto il primo round.

Intanto Robert Mugabe pare che non voglia cedere il potere ed è uscito dal suo domicilio dove sarebbe dovuto essere  agli arresti domiciliari con la moglie Grace. Secondo la rete televisiva Al Jazeera il vecchio dinosauro oggi ha assistito ad una cerimonia di laurea universitaria ad Harare.

Le forze armate stanno cercando di mediare per fare in modo che la presidenza passi a Mnangagwe in modo indolore con l’aiuto di Gran Bretagna e Cina, storico alleato dello Zimbabwe. Ma l’ex presidente non intende mollare.

(ultimo aggiornamento 17 novembre 2017)

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

João Lourenço, il nuovo presidente dell’Angola, silura Isabel dos Santos

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 16 novembre 2017

Il neoeletto presidente dell’Angola, João Lourenço, ha rimosso ieri mattina Isabel dos Santos da presidente della Sonangol, la compagnia petrolifera di Stato. Nel 2016, proprio il padre di Isabel, Josè Eduardo dos Santos, che allora era il presidente dell’ex colonia portoghese, l’aveva promossa alla guida della società.

Proprio come fece dos Santos allora, oggi Lourenço ha licenziato con un colpo da maestro tutto il consiglio d’amministrazione della Sonangol. Il nuovo presidente della società è Carlos Saturnino, ex segretario di Stato del petrolio.

Isabel dos Santos, figlia dell'ex presidente dell'Angola
Isabel dos Santos, figlia dell’ex presidente dell’Angola

Dos Santos ha detenuto il potere nella ex colonia portoghese dal 1979 – era stato nominato presidente dopo la morte di Agostinho Neto – fino allo scorso agosto e come molti governanti africani, anche lui si è trasformato da combattente per la libertà in feroce dittatore.

L’anziano leader aveva scelto di non ripresentarsi all’ultima tornata elettorale. Ma pochi mesi prima di lasciare il potere aveva fatto approvare una legge, passata in Parlamento a stragrande maggioranza, secondo cui  non avrebbero potuto essere rimossi i dirigenti delle aziende di Stato che lui aveva nominato, in pratica i membri della sua famiglia e del suo entourage. Oltre a Isabel, al comando della Sonangol, il figlio amministra il fondo statale petrolifero e altre persone di sua fiducia occupano i vertici della polizia, dei servizi segreti e dell’esercito.

Isabel è stata inserita da Forbes nella classifica dei dieci personaggi più ricchi dell’Africa. Ha interessi in svariati settori strategici, come l’estrazione di diamanti, banche, editoria, petrolio, telecomunicazioni in diversi Paesi africani e non.

Jose Eduardo Dos Santos, ex presidente dell'Angola, con il suo successore, João Lourenço, a destra
Jose Eduardo Dos Santos, ex presidente dell’Angola, con il suo successore, João Lourenço, a destra

Essere considerata la donna più ricca del Continente africano da Forbes, aveva suscitato molte critiche nella ex colonia portoghese. In particolare l’opposizione aveva accusato dos Santos di aver privatizzato l’economia del Paese a beneficio dei familiari e di altri pochi eletti.

Durante la sua campagna elettorale il presidente attuale aveva promesso di voler combattere la corruzione e di voler rilanciare l’economia, attualmente in grave crisi. 

Forse con la mossa di oggi, Lourenço ha voluto dare un segnale forte: basta con il nepotismo, della quale Isabel rappresenta la massima esponente. Un’azione azzardata, visto che proprio il nuovo presidente è un uomo di dos Santos, da lui designato come delfino, e scelto come candidato presidente alle ultime elezioni dal Movimento popolare per la liberazione dell’Angola (Mpla), partito al potere dall’indipendenza nel 1975.

Alcuni osservatori politici hanno elogiato la decisione di Lourenço, che, secondo loro, rappresenta un segnale forte. Non sarebbe sua intenzione, insomma, continuare sulla scia del suo predecessore perché il Paese necessita di una migliore governance e di riforme importanti per potersi risollevare. Durante l’era dos Santos i diritti umani erano praticamente inesistenti. Oppositori, ma anche giovani dissidenti pacifisti venivano sbattuti in galera ed è proprio da qui che l’attuale presidente intenderebbe ricominciare le riforme per guadagnarsi la fiducia della popoalzione.

João Lourenço è nato nel 1954 e ha iniziato la sua carriera militare combattendo contro i portoghesi durante la guerra dell’indipendenza e in seguito nelle file del MPLA durante la guerra civile angolana. Nel 1978 è partito per l’Unione Sovietica, dove si è laureato in storia. Tornato nel suo Paese nel 1982 è diventato generale dell’artiglieria, ma con un occhio puntato alla carriera politica, dove non sono tardati ad arrivare i primi frutti.

Gli incarichi importanti sono arrivati nel 2003, quando è stato eletto vice presidente dell’Assemblea nazionale, funzione che ha mantenuto fino al 2014, anno in cui dos Santos lo ha nominato ministro della Difesa.

Cornelia I. Toelgyes
corneliaicit@hotmail.it
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Zimbabwe, Gucci Grace, l’ex first lady odiata e spendacciona

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 15 novembre 2017

Lady Mugabe, l’ex Prima dama dello Zimbabwe, tutti la conoscono come Gucci Grace ma il suo nome è Grace Ntombizodwa Marufu. Cinquantadue anni, è nata in Sudafrica ed era la segretaria di Robert Mugabe diventandone la sua amante.

Chiacchiere malevole dicono che il presidente-dittatore, come cattolico non potesse divorziare dalla prima moglie, Sally Hayfron, e l’unica soluzione fosse il suo decesso. Cosa che avvenne, ufficialmente, per insufficienza renale nel 1992. La relazione con la segretaria divenne ufficiale e Mugabe la sposò nel 1996.

Robert Mugabe e Gucci Grace
Robert Mugabe e Gucci Grace

Con un dottorato in sociologia preso dopo due mesi di iscrizione all’Università dello Zimbabwe, il soprannome Gucci Grace è dovuto alle spese pazze degne di una regina, e da sovrana si è sempre comportata, come se il Paese fosse suo.

Negli anni intorno al 2000 ha usato la Banca centrale dello Zimbabwe come il suo bancomat ritirando circa 5,5 milioni di dollari. Nel 2003 sono state documentate spese per oltre 120 mila dollari durante un breve shopping a Parigi. L’ex Prima dama non ha mai badato a spese quando il marito andava a curarsi a Singapore mentre in Zimbabwe la sanità è ormai inesistente da anni.

Questo accade in un Paese allo stremo dove tutto il Matabeleland, la regione a ovest, popolata dagli ‘Ndebele etnia antagonista di Mugabe, è letteralmente alla fame da oltre un decennio e il resto della nazione africana non se la passa meglio.

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All’ex First lady,  se non per incontri internazionali, è vietato l’ingresso in tutta l’Unione Europea e negli Stati Uniti per il suo ruolo nella dittatura dello Zimbabwe. È odiata dalla gente per il suo comportamento arrogante e viziato e per i noti maltrattamenti a tutti coloro che le sono intorno.

Per un momento aveva creduto di ereditare la dittatura che il marito 93enne aveva pianificato di cederle ma non aveva fatto i conti con Emmerson Mnangagwa, vicepresidente silurato da Mugabe lo scorso 6 novembre e con le forze armate che hanno deciso di interrompere la farsa con un’azione militare.

Sandro Pintus
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Africa-Express-breaking-news-600Colpo di Stato in Zimbabwe: “Colpiremo i criminali che hanno impoverito il Paese”