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Colpo di Stato in Zimbabwe: “Colpiremo i criminali che hanno impoverito il Paese”

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Africa-Express-breaking-news-600Africa Express
Harare, 15 novembre 2017

L’esercito ha preso il potere in Zimbabwe ma la situazione è assai confusa. Stamattina il generale capo della logistica, Sibusiso Moyo, il tenuta da guerra, ha letto uno comunicato alla televisione annunciando tra l’altro che il presidente Robert Mugabe  – 93 anni, al potere dal 1980 – sta bene “assieme alla sua famiglia”. il dittatore è agli arresti domiciliari. Ha negato, comunque, che si tratti di un colpo di Stato.

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“Non abbiamo intenzione di fargli del male – hanno assicurato i golpisti – . Colpiremo i criminali che gli sono intorno, i responsabili del impoverimento del Paese e delle sofferenze della gente” . Il ministro delle finanze Ignatius Chombo è già stato arrestato.

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L’azione dei militari è stata decisa dopo che, il 6 novembre scorso, Mugabe ha destituito il suo vice, Emmerson Mnangagwa, e nominato alla vicepresidenza del Paese sua moglie Grace.

Lo stringer di Africa ExPress, contattato al telefono da Nairobi, ha raccontato di aver sentito stamattina all’alba colpi di cannone e di mitra.

Intervista di Marina Lalovic a Massimo Alberizzi su Rai Radio3Mondo

Africa ExPress

Robert Mugabe e Gucci Grace
Robert Mugabe e Gucci Grace

Zimbabwe, Gucci Grace, l’ex first lady odiata e spendacciona

La polizia del Kenya? Secondo un rapporto tra le tre peggiori al mondo

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francoDal nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 14 novembre 2017

Doccia ghiacciata per gli uomini in blu del Kenya. Un recente rapporto diffuso dall’osservatorio internazionale del WISPI (World Internal Security and Police Index) la definisce la terza peggiore polizia del mondo, preceduta solo da Nigeria e Congo. La valutazione del WISPI, che emette i suoi rapporti a cadenza annuale, ha preso in esame la situazione presente in 127 paesi, considerando l’operato delle varie forze dell’ordine in termini di professionalità, efficienza, integrità e rispetto dei diritti umani.

Secondo questo rapporto, la migliore polizia del pianeta è risultata essere quella di Singapore, seguita nell’ordine da Finlandia, Danimarca, Austria e Germania, mentre, relativamente all’Africa, primeggia, per qualità, la polizia del Botswana. I recenti disordini esplosi in Kenya dopo le due tornate elettorali dell’8 agosto e del 26 ottobre e le oltre quaranta vittime che ne sono derivate, hanno certamente contribuito al poco lusinghiero posizionamento del Kenya in questa classifica.

Josehp Boinnet, attuale capo della polizia del Kenya
Josehp Boinnet, attuale capo della polizia del Kenya

Un furioso, Joseph Boinnet, capo della polizia nazionale, ha categoricamente respinto questo rapporto definendolo, falso, provocatorio ed esclusivamente mirato a creare instabilità nel Paese, ma al di là del fatto che il Kenya meriti o no la posizione che gli è stata assegnata, è incontestabile che brutalità e corruzione siano pervicacemente radicati nell’attività dei tutori dell’ordine, come qualsiasi cittadino può quotidianamente sperimentare.  

Il WISPI è un’organizzazione senza scopo di lucro, nata in Florida (USA) nel 2013, che si è data il compito di monitorare i comportamenti delle forze di polizia mondiali. Benché non sia ancora molto nota in campo internazionale, occorre darle atto che gli studi e i criteri di valutazione, che sono alla base dei suoi rapporti, sono trasparenti, minuziosi e tali da fornire una buona credibilità. Cosa, questa, che va detta con un certo rammarico, visto che l’Italia, nell’elenco delle polizie “buone”, riesce solo a piazzarsi al 33° posto, in coda ad alcune polizie del mondo arabo.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Ecco la classifica stilata dal WISPI

Accanto ad ogni Paese il coefficiente di qualità in base a criteri di capacità di risposta, addestramento e legittimazione tra la popolazione. 

1 Singapore 0.8978
2 Finland 0.8637
3 Denmark 0.8594
4 Austria 0.8499
5 Germany 0.8475
6 Australia 0.8413
7 Netherlands 0.8405
8 Norway 0.8315
9 Sweden 0.8300
10 Switzerland 0.8250
11 Iceland 0.8227
12 New Zealand 0.8222
13 Ireland 0.8183
14 Slovenia 0.8124
15 Japan 0.8075
16 Estonia 0.8046
17 Canada 0.8013
18 Belgium 0.7934
19 Spain 0.7875
20 United Kingdom 0.7812
21 Portugal 0.7806
22 France 0.7770
23 Poland 0.7754
24 Czech Republic 0.7716
25 South Korea 0.7705
26 Slovakia 0.7655
27 Croatia 0.7622
28 Taiwan 0.7611
29 United Arab Emirates 0.7598
30 Cyprus 0.7334
31 Georgia 0.7274
32 Kuwait 0.7261
33 United States 0.7235
34 Italy 0.7227
35 Uruguay 0.7189
36 Lithuania 0.7187
37 Jordan 0.7178
38 Montenegro 0.7148
39 Israel 0.7123
40 Kosovo 0.7094
41 Bahrain 0.7067
42 Latvia 0.7054
43 Chile 0.6990
44 Bosnia And Herzegovina 0.6979
45 Romania 0.6886
46 Armenia 0.6876
47 Botswana 0.6854
48 Greece 0.6843
49 Serbia 0.6838
50 Rwanda 0.6827
51 Bulgaria 0.6778
52 Saudi Arabia 0.6727
53 Malaysia 0.6711
54 Hungary 0.6609
55 Macedonia (FYR) 0.6422
56 Tajikistan 0.6413
57 Belarus 0.6335
58 Algeria 0.6235
59 Vietnam 0.6157
60 Turkey 0.6145
61 Uzbekistan 0.5954
62 Sri Lanka 0.5891
63 Azerbaijan 0.5854
64 China 0.5843
65 Jamaica 0.5735
66 Mongolia 0.5716
67 Trinidad And Tobago 0.5708
68 Senegal 0.5672
69 Thailand 0.5645
70 Nepal 0.5621
71 Lebanon 0.5550
72 Tunisia 0.5544
73 Panama 0.5514
74 Albania 0.5508
75 Kazakhstan 0.5477
76 Egypt 0.5422
77 Argentina 0.5421
78 Moldova 0.5349
79 Ecuador 0.5296
80 Iran 0.5243
81 Guyana 0.5159
82 Russia 0.5150
83 Burkina Faso 0.5137
84 Indonesia 0.4989
85 Ghana 0.4988
86 El Salvador 0.4965
87 Costa Rica 0.4949
88 Kyrgyzstan 0.4947
89 South Africa 0.4936
90 Morocco 0.4915
91 Cambodia 0.4889
92 Mali 0.4886
93 Sudan 0.4795
94 Brazil 0.4789
95 Dominican Republic 0.4735
96 Colombia 0.4581
97 Philippines 0.4571
98 Malawi 0.4566
99 Nicaragua 0.4528
100 Burundi 0.4518
101 Myanmar 0.4469
102 Yemen 0.4415
103 Zimbabwe 0.4384
104 India 0.4382
105 Peru 0.4340
106 Liberia 0.4320
107 Guatemala 0.4260
108 Guinea 0.4249
109 Cote d’Ivoire 0.4230
110 Tanzania 0.4175
111 Madagascar 0.4164
112 Zambia 0.4159
113 Paraguay 0.4053
114 Bolivia 0.4030
115 Ethiopia 0.3999
116 Honduras 0.3989
117 Sierra Leone 0.3974
118 Mexico 0.3943
119 Venezuela 0.3812
120 Cameroon 0.3760
121 Bangladesh 0.3753
122 Mozambique 0.3488
123 Pakistan 0.3486
124 Uganda 0.3119
125 Kenya 0.2982
126 Congo, DRC 0.2720
127 Nigeria 0.2554

Il Fondo per l’Africa finanzia la Guardia costiera libica, denuncia dell’Asgi

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 12 novembre 2017

Due milioni e mezzo di euro stanziati con la legge bilancio dal nostro Parlamento per il Fondo per l’Africa, destinati allo sviluppo e agli aiuti umanitari, sono stati utilizzati per la riparazione delle quattro motovedette di classe “Bigliani” dismesse dalla Guardia di finanza. Soldi che dovevano essere utilizzati per alleviare le sofferenza della popolazione sono finiti per rafforzare l’apparato militare. Lo sostiene L’ASGI (Associazione Studi Giuridici per l’Immigrazione) che ha impugnato il decreto “Fondo per l’Africa” davanti al TAR del Lazio.

Le navi erano state consegnate una prima volta ai libici tra il 2009 e il 2010, ma sono state considerevolmente danneggiate durante gli scontri del 2011. Marco Minniti, il nostro ministro degli Interni, ha restituito le quattro imbarcazioni riparate alla Guardia costiera libica nel maggio scorso. Un’ottantina di uomini di questo corpo libico, tra l’altro, è stato addestrato, nell’ambito dell’operazione Sophia di Eunavfor med, anche grazie al contributo dell’Italia. (http://www.africa-express.info/2016/10/29/al-via-laddestramento-della-guardia-costiera-libica-importante-ruolo-dellitalia/)

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Secondo il decreto che regola il “Fondo per l’Africa” il finanziamento di duecento milioni di euro, erogato al ministero degli Esteri e della Cooperazione internazionale, all’inizio di febbraio di quest’anno, doveva essere utilizzati principalmente per interventi di cooperazione allo sviluppo straordinari con l’obbiettivo di aprire un nuovo dialogo e interventi nei Paesi che originano il maggior flusso migratorio verso le nostre coste, senza escludere gli Stati africani di transito, come Libia, Niger e altri.

Dunque, come sottolinea l’ASGI, lo scopo principale di questo fondo, dovrebbe essere la riapertura dei dialoghi e cercare di risolvere la crisi umanitaria che si sta consumando sotto gli occhi del mondo in Libia e non quella di armare con motovedette l’esercito libico al fine di effettuare i respingimenti in mare. Ed è questo il punto del ricorso. Secondo l’ASGI, fondi del finanziamento concesso dal nostro Parlamento con la legge di bilancio, approvata il 16 dicembre 2016, sono stati utilizzati per scopi diversi da quelli stabiliti. E secondo Giulia Crescini, avvocato dell’ASGI: “Ci sono tutte le condizioni affinché sia la Corte dei Conti, sia il Tar del Lazio, giudichino illegittimi i provvedimenti emanati”.

Motovedetta italiana in dotazione alla Guardia costiera libica
Motovedetta italiana in dotazione alla Guardia costiera libica

Ricordiamo inoltre qui il Memorandum of Understanding (MoU), siglato dal nostro presidente del Consiglio dei ministri e da Fāyez al-Sarrāj, presidente del Consiglio presidenziale (CP) della Libia, riconosciuto dall’ONU. Il MoU era stato sospeso dal Tribunale d’appello di Tripoli in via cautelativa il 23 marzo 2017 (http://www.africa-express.info/2017/03/28/pasticci-dellunione-europea-che-non-riesce-fermare-migranti-e-profughi/), per poi essere dichiarato valido dalla stessa Corte libica alla fine di agosto. Tale accordo è volto essenzialmente ad arginare il flusso migratorio verso le nostre coste ed è stato fortemente sostenuto dall’Unione Europea durante il vertice informale dei Capi di Stato e di Governo europei, tenutosi a Malta il 3 febbraio.

Come se ciò non bastasse, il capo del Viminale ha anche firmato un accordo con autorità locali libiche (http://www.africa-express.info/2017/04/09/salta-libia-laccordo-tra-italia-e-tribu-del-sud-per-il-controllo-dei-migranti/), contestato inizialmente da alcuni esponenti della nostra ex colonia, per poi essere rilanciato e approvato nuovamente il 26 agosto 2017 a Roma, incontro al quale hanno partecipato, oltre a Minniti e esponenti libici,  anche il nostro ambasciatore in Libia, Giuseppe Perrone, il segretario generale della Farnesina, Elisabetta Belloni, il presidente dell’Associazione nazionale sindaci italiani (ANCI), Antonio Decaro, nonché rappresentanti dell’Unione europea (UE).  Tale accordo ha scatenato in seguito una guerra tra gruppi rivali, cioè tra chi è stato pagato dall’Italia e chi no. A fare le spese di questa guerra, sono stati ovviamente i migranti. Si mormora che l’Italia abbia stanziato cinque milioni di euro ad alcuni clan libici per fermare le partenze, ma la Farnesina smentisce qualsiasi coinvolgimento.

Un centro di detenzione per migranti in Libia
Un centro di detenzione per migranti in Libia

Se in un primo momento le partenze dalla Libia sembravano ferme o quasi, grazie agli accordi bilaterali, la guerra tra i vari clan ha fatto ripartire sistematicamente decine e decine di gommoni, carichi di migranti, esposti a mille pericoli, vista l’assenza di molte Organizzazioni attive in operazioni Search and Rescue (SAR) nel Mediterraneo centrale dopo la firma del codice Minniti. In molti casi si è mobilitata la guardia costiera libica, cercando di recuperare i gommoni carichi di migranti. In più occasioni questo corpo non ha esitato di sparare contro le ONG e persino contro la nostra stessa Guardia costiera italiana, che ha contribuito all’addestramento dei libici (http://www.africa-express.info/2017/05/27/guardia-costiera-libica-addestrata-dagli-italiani-spara-su-motovedette-italiana/). La Guardia costiera di questo Paese nordafricano, pur di riportare i migranti in Libia, non ha esitato abbordaggi spavaldi nei confronti di imbarcazioni di alcune ONG, mettendo a rischio la vita dei naufraghi e quella degli equipaggi dei natanti delle ONG, mentre erano in corso operazioni di salvataggio. Da tempo la Corte penale internazionale dell’Aja ha aperto un fascicolo contro la Guardia costiera libica (http://www.africa-express.info/2017/07/02/la-tribunale-internazionale-indaga-sulla-guardia-costiera-libica-accusata-di-violenze/), eppure il nostro Paese continua ad intrattenere rapporti stretti con questo corpo, con il Paese stesso, dove i disperati hanno subito angherie, torture, violenze di tutti i generi nelle luride galere per mesi, a volte anni.

 Il nostro Paese ha siglato accordi poco trasparenti e chiari, certamente non del tutto conformi al decreto del Fondo per l’Africa anche con altri Stati africani.

Migranti in viaggio dal Niger alla Libia
Migranti in viaggio dal Niger alla Libia

Ad aprile, per esempio, è stato firmato un intesa con il Niger. Per rinforzare le sue frontiere, l’Italia ha stanziato cinquanta milioni, suddivisi in diverse tranches. Il Paese sahariano è uno dei maggiori punti di transito dei migranti che cercano di raggiungere la Libia, per imbarcarsi da uno dei suoi porti verso le nostre coste. La parola d’ordine è: “Per arginare il flusso migratorio, i giovani vanno fermati alla partenza oppure durante il tragitto”. Se muoiono nel deserto, oppure in altre parti durante il lungo viaggio pieno di insidie – specie da quando i confini sono particolarmente controllati grazie agli accordi stretti con l’Italia e l’Unione Europea con i diversi governi dei Paesi di transito per arginare il flusso migratorio – non importa a nessuno, né l’UE, tanto meno l’Italia. Le rotte sono sempre più pericolose per i migranti, spesso si viaggia solo di notte, su sentieri impervi, su camion stracarichi di persone.

Per consolidare maggiormente l’intesa con il Niger, Roberta Pinotti, ministro della Difesa, ha siglato un ulteriore accordo di cooperazione militare con il suo omologo nigerino, Kalla Moutari. Non sono stati resi noti i dettagli di tale trattato, ma senz’altro rientra nella strategia di relazioni che hanno come solo obiettivo quello di fermare persone in fuga da guerre, conflitti interni, terrorismo, oppressione, fame. Insomma, invece del dialogo, del supporto in infrastrutture e la creazione di posti di lavoro, i Paesi africani ad altro rischio socio-economico e politico vengono militarizzati.

Roberta Pinotti, nostro ministro alla Difesa con il suo omologo nigerino Kalla Moutari
Roberta Pinotti, nostro ministro alla Difesa con il suo omologo nigerino Kalla Moutari

Alla fine di agosto Minniti ha invitato a Roma i suoi omologhi di Libia, Niger Ciad e Mali per fare il punto della situazione circa il controllo delle frontiere. Naturalmente l’Italia ha confermato il suo supporto per la formazione delle guardie di frontiera. Oltre ad altri vari ed eventuali, durante la riunione è emersa la necessità di un maggiore coinvolgimento dell’Alto commissariato delle Nazione unite per i rifugiati (UNHCR) e dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), per la realizzazione di centri di accoglienza in Niger e Ciad e migliorare quelli già esistenti in Libia. 

Anche il partenariato tra Italia e Tunisia è stato rafforzato in quest’ultimo anno e in occasione della visita del presidente tunisino, Beji Caid Essebsi a Roma lo scorso febbraio, Alfano ha precisato: “la Tunisia esercita un ruolo chiave per la stabilità dell’intera regione mediterranea su temi centrali come il contrasto al terrorismo, il traffico illegale di esseri umani e la Libia”.

Il 9 febbraio tra il nostro ministro degli Esteri e il suo omologo tunisino, Khemaies Jhinaoui, sono state siglate una dichiarazione congiunta e altre intese che interessano vari ambiti. Tali atti sono volti ad intensificare la cooperazione tra i due Stati. Alfano ha anche confermato il sostegno del nostro Paese per quanto concerne la manutenzione delle motovedette fornite dall’Italia alla guardia costiera tunisina qualche anno fa. Il capo della Farnesina si è anche impegnato di cooperare nella fornitura di attrezzature e della formazione per il controllo delle frontiere marittime e di prendere in esame, all’occorrenza, ulteriori richieste in tale ambito, per contrastare il flusso migratorio.

Il ministro degli Esteri tunisino Khemaies Jhinaoui con Angelino Alfano a Roma
Il ministro degli Esteri tunisino Khemaies Jhinaoui con Angelino Alfano a Roma

Dunque da questo elenco figurano ben pochi finanziamenti volti a migliorare la vita delle popolazioni nei cosiddetti Paesi africani a rischio. La deputata del PD Lia Procopio Quartapelle, insieme ad altri colleghi ha chiesto chiarimenti sulle somme spese dal Fondo per l’Africa durante l’interrogazione parlamentare del 13 settembre scorso. A nome della Farnesina, il sottosegretario agli Esteri, Benedetto della Vedova ha esposto il seguente quadro circa il Fondo per l’Africa:

Finora sono stati spesi centoquaranta milioni di euro, così suddivisi:
il quarantotto per cento è stato devoluto per il Niger
il ventotto per cento alla Libia
l’8,5 per cento alla Tunisia
il 7 per cento al Ciad
Il resto delle somme elargite sono state destinate per progetti in Etiopia, Sudan, Senegal, Mali, Gambia, Guinea Conakry, Guinea Bissau.

Nel dettaglio: tredici milioni sono stati trasferiti all’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo per diversi progetti: Niger, tre milioni per programmi agricoli nelle zone ad alto rischio socio-economico; Sudan, un milione di euro per la realizzazione di un progetto del Fondo delle Nazioni unite per l’infanzia (UNICEF) volto alla protezione di minori; Etiopia, due milioni per i rifugiati in quattro campi profughi e altri 3,5 milioni per creare occupazione nel settore tessile; 3,5 milioni per un programma regionale in Africa occidentale (Senegal, Mali, Gambia, Guinea Conakry, Guinea Bissau e Niger), attuato dall’Alto commissariato per i Diritti umani per la protezione dei minori. 

Quindici milioni sono stati destinati al partenariato UE-OIM nel Sahel, con priorità per il Niger, per assistenza ai migranti e i rimpatri volontari assistiti dei migranti in transito.

Cinquanta milioni al Niger per rafforzare il controllo delle frontiere, volto a contrastare il traffico di esseri umani.

Dieci milioni sono stati erogati per il programma di Minniti per la Libia, per un sistema integrato del controllo delle frontiere, mentre altri 2,5 milioni sono stati destinati al ministero degli Interni per altre attività nello stesso ambito (ecco i 2,5 milioni di euro per le riparazioni dei natanti della guardia costiera libica n.d.r)

Dieci milioni al Ciad per rafforzare il controllo delle frontiere e riforme in ambito della sicurezza.

Diciotto milioni all’OIM per rimpatri volontari assisti per i migranti in Libia, per l’assistenza di rifugiati in difficoltà.

Dieci milioni all’UNHCR per il miglioramento dei centri di detenzione in Libia, assistenza ai migranti e sostegno alle comunità locali.

7,5 milioni sono stati destinati all’ Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine per progetti di cooperazione giudiziaria in Africa occidentale e orientale.

L’unico degli interventi finora già approvato è il pacchetto di dodici milioni di euro riservato alla Tunisia. Per questo finanziamento non occorre la valutazione dell’Italia secondo i criteri dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e il Comitato per lo sviluppo economico (DAC).  Sarà erogato prossimamente al ministero degli Interni per i progetti a sostegno delle autorità tunisine per la lotta al traffico di migranti, un maggiore controllo delle frontiere e la riparazione delle motovedette, per la formazione di agenti di polizia più efficienti e i rimpatri volontari.

Migranti nel Mediterraneo centrale
Migranti nel Mediterraneo centrale

Secondo gli ultimi dati forniti dall’OIM, dal 1. gennaio all’11 novembre 2017 sono giunte sulle nostre coste 114.411 persone e 2.791 hanno perso la vita durante la traversata. Non sapremo mai quanti sono morti nei lager della Libia durante la loro detenzione, o durante il viaggio per superare il continente africano.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Panama Papers 3: Mozambico, i sette milioni di dollari spariti nel nulla

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 12 novembre 2017

Il generale Pachinuapa possiede altre 20 licenze per lo sfruttamento dei rubini di Montepuez e altre licenze sono state concesse al generale Joaquim Alberto Chipande, all’ex ministro Felício Zacarias e al sindaco della capitale Maputo David Simango, al ministro José Pacheco, all’avvocato Lukman Assada Amane e al generale Lagos Lidimo.

Inoltre la Regius Resources Group Ltd, azienda di Felício Zacarias, è in partnership con la britannica Redstone Mining PLC. Zacarias poi ha anche collegamenti con l’australiana Mustang Resources Ltd che ha però solo mansioni esplorative e non estrattive e di vendita delle pietre preziose.

Rubini grezzi
Rubini grezzi

Secondo la Gemsfields, da quando Montepuez Ruby Mining ha iniziato l’attività in Mozambico nel 2011, ha investito nel progetto 70 milioni di USD e, fino al dicembre 2016, ha pagato 55,3 milioni USD allo Stato mozambicano sotto forma di tasse e royalties.

Spariti quasi 7 milioni di dollari

Le pietre preziose di Montepuez hanno avuto grande successo a livello mondiale. Fino ad oggi sono state piazzate in otto aste che, secondo Gemsfields, hanno segnato una pietra miliare per il commercio globale del rubino.

Già dalla prima asta, che si è tenuta a Singapore nel giugno 2014, il risultato è stato eccelente: 33,5 milioni di USD. L’ultima vendita all’incanto di rubini grezzi è dello scorso giugno, sempre a Singapore, arrivata a 54,8 milioni di USD.

Secondo quanto affermato da Gemsfields, nelle casse della Montepuez Ruby Mining è entrato un fatturato di 288 milioni di USD. La multinazionale britannica dice di aver pagato tasse per 29 milioni di USD dei quali il 2,75 per cento sarebbe dovuto andare al distretto di Montepuez per un totale di 7 milioni di USD, una manna per lo sviluppo dell’area estremamente povera. Invece sono arrivate solo le briciole: 100 mila USD. I restanti 6,9 milioni sono misteriosamente spariti.

dollari panamapapers

Il rapporto del Cojito dice che il partner operativo di Gemfields è lo Stato mozambicano. Il generale Pachinuapa, suo figlio Raime e Samora Machel jr (figlio dell’ex presidente Samora Machel), come membro del consiglio e altri sono influenti proprio per i loro contatti politici.

Il documento conclude con una domanda alla quale Gemfields non ha risposto: perché la multinazionale britannica è in partnership con generali e politici che, invece di migliorare la governance la peggiorano invece che essere in affari con businessmen reali?

L'edificio del Consiglio comunale di Montepuez, Mozambico
L’edificio del Consiglio comunale di Montepuez, Mozambico

Nonostante le richieste nessun commento è arrivato dal né dal generale Pachinuapa, né dal Frelimo e neppure dal ministero dell’Interno, tantomeno dal ministero per le Miniere e dal ministero per l’Ambiente. In Mozambico sui rubini di Montepuez tutto tace.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin
(3/3 – fine)

Le puntate precedenti

Copertina del rapporto del Cojito
Copertina del rapporto del Cojito

Panama Papers 1: Mozambico, coinvolti ministri e generali nel saccheggio di pietre preziose

 

 

Panama papers Mozambique
Panama papers Mozambique

Panama Papers 2: Mozambico, i rubini di Montepuez tra violenze e omicidi

Italian prosecutors wiretap Guardian journalist Lorenzo Tondo

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Pubblichiamo qui un articolo del Guardian, riguardante il giovane eritreo, Medhane Tesfarmariam Berhe, estradato dal Sudan in Italia (http://www.africa-express.info/2016/06/13/tranello-agli-italiani-per-arrestare-il-falso-trafficante-eritreo-pagato-del-denaro/), perchè ritenuto un pericoloso trafficante. Tutti ritengono il contrario, la sua famiglia e persino la moglie del reale trafficante Medhanie Yehdego Mered. E’ ovvio che si tratta di uno scambio di persona, eppure il giovane continua a marcire in galera. Il giornalista del quotidiano britannico, Lorenzo Tondo, è stato intercettato su ordine dei giudici italiani accusati di non aver valutato lo scambio di persona in  cui caduti. Secondo il quotidiano britannico è una grave violazione dei suoi diritti professionali

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Journalist working on case of refugee mistaken for people trafficker says transcripts are ‘attack on investigative journalism’

Jon Henley
London, 11 novembre 2017

Journalist working on case of refugee mistaken for people trafficker says transcripts are ‘attack on investigative journalism’

Italian prosecutors accused of mistaking a refugee for one of the world’s most notorious people-smugglers have wiretapped the conversations of a reporter working for the Guardian who helped expose their alleged error.

Documents produced in court on Friday show prosecutors in Sicily secretly recorded two conversations between the journalist, Lorenzo Tondo, and one of his sources, in apparent violation of his professional rights.

The documents identify Tondo as a reporter for the Guardian and say he is “working on the case” of Medhanie Yehdego Mered, a key north African people-trafficker who has sent thousands of Eritrean refugees from Libya to Italy.

The suspect Italian police have been holding in pretrial detention since June 2016, however, has insisted to the court in Palermo that he is Medhanie Tesfamariam Berhe, a 29-year-old refugee wrongly arrested in Sudan and extradited to Italy with the help of the British Foreign Office.

Investigators in both countries hailed 35-year-old Mered’s arrest last year, with an Italian prosecutor calling him “the boss of one of the most important criminal groups” in central Africa and Libya and the UK’s National Crime Agency (NCA) “one of the world’s most-wanted people-smugglers”.

Medhane Tesfarmariam Berhe, a sinistra, Medhanie Yehdego Mered, al centro,
Medhane Tesfarmariam Berhe, a sinistra, Medhanie Yehdego Mered, al centro, a destra sempre Mered, durante una cerimonia

But within hours three close friends had told the Guardian the detainee was the victim of mistaken identity. His familyFacebook account and even Mered’s wife, who has said the detainee is not her husband, have since reinforced the view that Italian prosecutors have the wrong man.

After nearly 18 months of judicial proceedings, prosecutors have not produced a single witness against the man they still claim is Mered – who, it has since emerged, was in jail in the UAE for using a fake passport when he was supposedly arrested in Sudan.

Il giornalista palermitano Lorenzo Tondo del Guardian
Il giornalista palermitano Lorenzo Tondo del Guardian

The court documents released on Friday include transcripts of two conversations between Tondo and Hayle Fishaye Tesfay, an Eritrean who has lived in Palermo for more than 20 years. A former court interpreter described in the documents as a friend of the detained man, Tesfay now works as cleaner.

In the transcripts, which the documents state were the result of wiretaps, Tondo and Fishaye discuss a documentary Tondo is working on about the case and whether Fishaye could interpret during an interview with another source.

The public prosecutors’ office in Palermo did not immediately respond to a request for comment. But Tondo said the transcripts were “a clear violation of my rights as a professional journalist”.

He added: “I don’t see any reason for them, if not to try to discredit the Guardian’s work. I’m a professional journalist in Italy, holding a professional journalist’s card. They cannot reveal my sources, or publish my conversations with them.

“But in these documents they identify a source, and they reveal that I am using him to talk to another source. It is an attack on investigative journalism.”

Jon Henley

Sentenza ribaltata per il blogger condannato a morte in Mauritania

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 9 novembre 2017

Cheikh Ould Mohamed Ould Mkheitir, un blogger mauritano, era stato condannato a morte per apostasia,  oggi, nella seconda istanza di appello, la sentenza è stata ribaltata. Secondo il suo legale, il trentaduenne musulmano, che è in carcere da diversi anni, dovrebbe essere liberato nei prossimi giorni. La pena capitale è stata tramutata in due anni di galera – già scontati abbondantemente – e ad una multa di sessantamila ouguiyas, che corrispondono a circa centoquaranta euro. (http://www.africa-express.info/2016/04/06/mauritania-blogger-accusato-di-apostasia-rischia-pena-capitale-appello-di-amnesty/)

Cheikh Ould Mohamed Ould Mkheitir, il blogger della Mauritania condannato a morte e dopo molti processi, finalmente libero
Cheikh Ould Mohamed Ould Mkheitir, il blogger della Mauritania condannato a morte e dopo molti processi, finalmente assolto

Il giovane era stato condannato a morte per un suo post su facebook, dove aveva criticato che l’uso della religione giustifica spesso la discriminazione sociale. Per l’accusa questo rappresentava un insulto al profeta Maometto. Il blogger aveva dimostrato di essersi pentito e per ben due volte aveva chiesto scusa durante le udienze per il suo post. Malgrado ciò la corte non aveva mostrato alcuna indulgenza nei suoi confronti e il giudice del tribunale di Nouadhibou, la seconda città della Mauritania (nelll’omonima baia si trova uno tra i più grandi cimiteri navali al mondo),  lo aveva condannato alla peggiore delle pene.

Il caso è stato molto seguito in Mauritania, perché ha messo a fuoco la divisione sociale, i problemi etnici del Paese, dove la schiavitù esiste nei fatti, anche se formalmente illegale, perché abolita ufficialmente nel 2015 (http://www.africa-express.info/2015/08/18/mauritania-abolita-di-nuovo-la-schiavitu-lanciata-una-petizione-per-liberare-liberatori/) e (http://www.africa-express.info/2016/05/19/la-corte-suprema-della-mauritania-ordina-scarcerate-i-due-militanti-antischiavismo/).

Durante i primi processi a Nouakchott, la capitale della ex colonia francese e in altre città, hanno protestato migliaia di persone chiedendo la condanna a morte per il blogger. E’ dal 1987 che nel Paese non vengano più eseguite pene capitali, eppure lo scorso anno un gruppo di religiosi e influenti musulmani aveva insistitito che la condanna inflitta a Mkhaitir venisse applicata al più presto.

Muhamed Ould Moine, avvocato difensore del blogger
Muhamed Ould Moine, avvocato difensore del blogger

L’avvocato del più celebre detenuto del Paese, Muhamed Ould Moine, si è mostrato raggiante davanti ai giornalisti dopo la sentenza e si è espresso con questi termini: “Questa è veramente una grande conquista per la giustizia mauritana. I magistrati hanno rispettato la legge e hanno preso in considerazione il suo pentimento”. Moine ha poi lasciato il Palazzo di giustizia scortato dalle forze dell’ordine.

Anche Alioune Tine, direttore di Amnesty International per l’Africa occidentale, ha tirato un sospiro di sollievo, ma ha sottolineato che il blogger dovrà essere protetto dalle autorità, una volta liberato, per poter vivere serenamente, senza dover temere aggressioni fisiche. Ma secondo alcune indiscrezioni è possibile che Mkhaitir chiederà asilo in qualche Stato confinante, per questioni di sicurezza.

Il processo in appello si è svolto anche questa volta a Nouadhibou, dove le forze della gendarmeria nazionale hanno presidiato le arterie principali della città e dopo la lettura della sentenza, tutti le serrande dei negozio sono state abbassata per paura di manifestazioni o disordini.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Panama Papers 2: Mozambico, i rubini di Montepuez tra violenze e omicidi

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 9 novembre 2017

Il Consorzio di giornalismo investigativo del Togo mette sotto la lente d’ingrandimento l’area di Montepuez, nella provincia di Cabo Delgado. Una zona del Paese questa che dal 2011 è sotto i riflettori del mondo per la scoperta di un enorme giacimento di rubini e vastissimi giacimenti di gas naturale off-shore il cui sfruttamento è stato affidato a Eni.

Panama papers Mozambique
Panama papers Mozambique

A Muntepuez c’è il più recente e il più vasto giacimento di rubini del pianeta e qui opera la Montepuez Ruby Mining, una partnership che vede la multinazionale britannica Gemfields con il 75 per cento della proprietà e la mozambicana Mwiriti Lda, che appartiene al generale Raimundo Pachinuapa, con il 25 per cento.

Gensfields, acquisita recentemente da Pallinghurst Resources, è un produttore di pietre preziose di colore raro e, nel 2011 dal governo mozambicano, attraverso la Montepuez Ruby Mining, ha avuto una licenza di sfruttamento fino al 2036 su un’area di 33.600 ettari.

Villaggi distrutti e omicidi per estrarre rubini rosso sangue

L’indagine registra anche una dichiarazione piuttosto infelice ma purtroppo reale di Martin Potts: ”Il problema principale è come buttar fuori la gente che ci vive…”. Potts è direttore della ricerca mineraria dell’azienda di brokeraggio britannica finnCap che valuta il potenziale delle imprese del settore.

Il problema posto da Potts è stato subito “risolto” dalle Forze di sicurezza mozambicane: gli abitanti e i minatori locali che da generazioni estraevano artigianalmente le pietre preziose scavando buche di qualche metro sono stati espulsi con la forza: botte, violenze e uccisioni in un clima di terrore.

Dal 2012 i minatori locali vengono considerati ladri perché da quel momento il giacimento è stato dato in concessione alle multinazionali straniere in partnership con le aziende mozambicane controllate da generali e politici nazionali.

Secondo il rapporto, i danni causati agli abitanti di Montepuez, tra cui anche la distruzione di villaggi e aziende agricole, non è stato compensato dall’aumento dei servizi alla popolazione (elettricità, acqua, scuole e negozi) come era stato promesso dalla società mineraria e dai suoi partner la cui élite era al governo nel 2014. E la Gemfields? Ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento nelle violenze minacciando di denunciare i giornalisti che la accusano di complicità.

Mappa del nord del Mozambico con la localizzazione della Montepuez Ruby Mining (courtesy Google Maps)
Mappa del nord del Mozambico con la localizzazione della Montepuez Ruby Mining, dove è situato il giacimento di rubini (courtesy Google Maps)

Contro i soprusi, le violenze alla popolazione e gli omicidi si è mosso però l’avvocato Pompilio Uazanguia, spiega il documento del Cojito, che ha denunciato i fatti al procuratore generale della repubblica Beatriz Uchili (probabilmente un refuso perché il procuratore si chiama Beatriz Buchili).

Il magistrato ha promesso di seguire uno dei casi di omicidio denunciato da Uazanguia ma l’iter giudiziario è stato misteriosamente ostacolato. Nel rapporto si legge che negli ultimi due anni il procuratore non ha dato alcun segno di farlo mentre l’avvocato, con un timing molto sospetto, è stato fermato da “boatos”, voci senza prove che lo dicevano coinvolto in un contrabbando di legname.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
twitter: @sand_pin
(2/3 – continua)

La puntata precedente

Copertina del rapporto del Cojito
Copertina del rapporto del Cojito

Panama Papers 1: Mozambico, coinvolti ministri e generali nel saccheggio di pietre preziose

State Bank Mauritius on the finish line for Kenyan Chase Bank buyout

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Michael Backbone FrancobolloSpecial for Africa ExPress
Michael Backbone
Nairobi, 7 November 2017

It is news this week that at long last State Bank Mauritius (SBM) staff shall be in Nairobi for conducting the due diligence on Chase Bank’s accounts, last procedural stage for them to  then issue a binding offer to the Central Bank of Kenya for buying the assets.

Sofar a non-binding offer for taking over troubled Chase Bank of Kenya in receivership since April 2016 had been accepted by the Central Bank of Kenya who mandated Kenya Deposit Insurance Corporation (KDIC), a state body that protects depositors in case of a bank failure to manage Chase in this interim period.

The delay in such transaction was obliged by the uncertainty the recent Presidential rerun election had triggered, advising to prudently postpone the due diligence to this week. The due diligence is an in-depth audit of Chase’s balance sheet and assets in order to transition the non-binding offer made by SBM for Chase into a binding one. 

State bank Mauritius
State Bank Mauritius Headquarters in Port Louis  

What triggered the news is the agreement found on how and what would the new owner, State Bank of Mauritius headquartered in the Island’s capital, Port Louis, would acquire from Chase’s Balance sheet.

The State Bank of Mauritius is not new to acquisitions in Kenya, since it bought in early 2017 for a nominal 100Shillings (less than 1US$) the full ownership of Fidelity Bank: this bank was one of those institutions that put shame on the industry for being the pinstripe-suited window on street aimed at fleecing the savings of naïve customers. In this past case, it is unlikely that depositors to Fidelity were recognized a penny for their savings into Fidelity, as this was amongst the worst examples on how liberally were banking concessions granted some time ago in Kenya to deliberate fraudsters.

With Chase the situation is somewhat different, although it is rumored that the stern and rigid attitude exercised by the Central Bank of Kenya in putting the Bank into receivership was not motivated by the “qualified opinion” of the Bank’s Auditors (Deloitte and Touche) which is in some way a formal right to dissent raised by the mandated auditor of the Institution, but rather based upon a forensic audit  commissioned to KPMG South Africa, remitted in draft mode and rather unofficially in August 2016 to CBK by the experts once the Central Bank took over the control of Chase.

Such forensic was not signed as the experts did not want to subscribe the alleged findings which they found disproportioned to what really happened in Chase.

Chase has in the interim disputed its auditors on record Deloitte and hence opened another track to follow in the saga.

For memory, two elements transpired from Deloitte’s audit have so far been informally challenged by the Chase leadership, these would be illicit transfers of funds for personal benefit disguised under Islamic financing, and the second count is about loans, interest free, that have been granted to Directors of the Bank.

We know the former Managers of the Bank are preparing their formal position to such allegations disputing Deloitte’s findings.

The Chase Bank branch in Mama Ngina St. downtown Nairobi
The Chase Bank branch in Mama Ngina St. downtown Nairobi

Back to SBM, the model according to which this Mauritian Bank will acquire Chase articulates as follows:

SBM will take over as of 31st December 2017, 75% of all deposits owed to depositors. This should be in the waters of 57Bn Shillings (about ½ Bn US$). In layman terms, 75 cents US to the Dollar are being returned to depositors in time.

As of January 1st, 50% of the moved deposits will be made available: in layman terms again, 37.5 cents to the Dollar will go back to depositors as of 2018, whereas a remaining 37.5 cents to the Dollar will be made available “within” three years, without giving firm dates.

There is a little 25% that is missing to the count, but the buyer has specified that the same shall be “recovered” from the assets of the former Chase Bank Directors.

This implies that legal action shall be moved against Chase Bank Directors in order to recover the missing quarter of the funds.

If we were to be drawing conclusions on what we witnessed as of today, a few things come to mind:

First, clients of Chase Bank have been offered a pretty good (for today’s standards) recovery of their deposits; it is however daunting that customers that have put faith in a Bank that is operating in strictly regulated and audited environment should bear the brunt. Money is the most important asset for any consumer and because Banks are tightly regulated, these should be insured against alleged wrongdoings.

Second, the findings of the investigations report only one side of the matter, as never have shareholders or Directors of the Bank had the opportunity to defend themselves: the Central Bank has put a lid on the right of replies in quite an orthodox manner.

Third and finally, this is the third case of a Bank entangled in bad waters (Imperial Bank and Fidelity Bank are the two recent others): time seemingly is not a priority when defending depositors’ interest, but even less so is safeguarding their interests as these will be directly impacted for the wrongdoings others have committed.

Michael Backbone
michael.backbone@com

Perché l’Occidente non vuole Raila Odinga al potere in Kenya

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francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa,

Soprattutto per acquietare i pesanti sensi di colpa prodotti dal lungo dominio coloniale, l’Occidente non ha mai preso formali posizioni nelle contese politiche dei paesi africani, trincerandosi sempre dietro al principio della “non ingerenza”. Tuttavia le sue simpatie verso l’uno o l’altro dei candidati al potere, sono sempre apparse alquanto trasparenti, anche per il più distratto degli osservatori. Nel caso del Kenya non è azzardato concludere che il candidato alla presidenza, Raila Odinga, non gode delle simpatie occidentali.

Nato nel 1945 a Maseno, nella contea di Kisumu, la vita di Raila Odinga è fitta di eventi clamorosi e drammatici che, al di là dei consensi che possono riscuotere, hanno comunque contribuito a creargli un indiscutibile carisma. Quel carisma che, presso i suoi sostenitori, gli ha fatto attribuire il soprannome di “Baba” (padre). Sulle orme di Jaramogi Odinga, genitore altrettanto carismatico e decisamente orientato all’ideologia marxista, il giovane Raila crebbe e si formò su quei concetti, che dopo la rivoluzione russa di ottobre, contagiarono una gran parte del mondo, soprattutto là dove indigenza e sfruttamento avevano raggiunto livelli insopportabili.

Ritenendosi tradito dal primo presidente, Jomo Kenyatta che, appena al potere (primo di una lunga schiera di leader africani) abiurò all’istante l’ideologia marxista e strinse un patto con i vecchi dominatori britannici, Raila si dedicò pienamente all’instaurazione di una democrazia reale che, sia durante il governo Kenyatta, che in quello del suo successore Daniel arap Moi, si concretizzò solo nel 1992, quando finalmente il paese approdò ad un sistema multipartitico. Non si può negare che l’attività politica di Raila Odinga ebbe una parte di rilievo nel conseguire questo traguardo.  

Raila Odinga
Raila Odinga

 

Fedele all’ideologia paterna, Raila, completata l’istruzione secondaria in patria, compì gli studi superiori nella Germania Orientale che, nel patto di Varsavia, era ritenuta la nazione più asservita alla nomenclatura sovietica. Qui soggiornò per ben otto anni, laureandosi in varie discipline tecniche e assorbendo tutto ciò che si poteva assorbire delle dottrine rivoluzionarie sovietiche. In quel tempo si era nel momento più teso della guerra fredda che aveva sfiorato la tragedia con la decisione del 1962 di John Kennedy di bloccare le navi russe dirette a Cuba. L’arroganza imperialista degli Stati Uniti, così come lui dovette vederla, rafforzò una volta di più la scelta di campo del giovane Raila.

Infatti, rientrato in Kenya nel 1970, si dedicò alacremente a contrastare il regime autocratico di Moi, facendosi portavoce delle proteste popolari, contro povertà e corruzione e perseguendo l’instaurazione di un sistema realmente democratico. La sua fede marxista trovò un’ulteriore conferma quando nel 1973 diede il nome di Fidel Castro al suo primo figlio, in onore del dittatore cubano. Pur volendo apprezzare lo sforzo verso la democrazia espresso da Raila, appare però piuttosto singolare, se non del tutto contraddittorio, che nel perseguire il suo obiettivo, si ispirasse a regimi – quello sovietico e quello cubano – che della democrazia erano l’esatta negazione.

Il figlio, Fidel Castro Odinga, morì nel 2015 a soli quarantadue anni. La sua morte resta tuttora avvolta nel mistero ed è stata attribuita a molteplici cause, tra queste: l’omicidio e la micidiale assunzione di un cocktail di alcol e droga. Forse per evitare imbarazzi alla famiglia, la verità su questo decesso non fu mai completamente svelata, ma la cronaca rivela comunque che durante i suoi studi negli Stati Uniti, Fidel Odinga subì due condanne per possesso di droga e una per furto.  Questo triste evento, non può tuttavia essere in alcun modo correlato all’attività politica del padre Raila al quale, comunque la si pensi, va riconosciuta una costante coerenza con i principi da lui propugnati.

Nel 1982, per sua stessa, anche se parziale, ammissione, Raila Odinga fu accusato di essere uno dei finanziatori del fallito colpo di stato per rovesciar il regime di Daniel arap Moi. Il tentativo, promosso da alcuni reparti dell’aviazione militare e costellato da incredibili errori, fu sventato nel giro di 24 ore dalle forze lealiste. Venticinque golpisti furono impiccati, cento militari e oltre duecento civili restarono uccisi negli scontri. Raila fu arrestato e rilasciato più volte, senza mai subire un processo, durante ben nove anni.  Quando nel 1991 uscì infine di galera, per sottrarsi alla vendetta di Moi e temendo per la propria vita, si rifugiò in Norvegia dove ottenne asilo politico.

Durante l’ascesa di Raila Odinga, negli anni ’80, lo sforzo della NATO era di creare equilibri geopolitici favorevoli che contrastassero l’espansionismo sovietico. Conclusa l’era coloniale europea, restavano larghi spazi all’insediamento dell’avversario che vi si introdusse con successo, creando molte situazioni destabilizzanti per l’Occidente. L’Uganda, l’Etiopia, la Tanzania e altri paesi africani entrarono nell’orbita russa e con la sanguinosa rivolta dei mau mau, la stessa cosa fu tentata in Kenya, dove però, grazie al tempestivo ripensamento di Jomo Kenyatta, non ebbe successo. Il Kenya restò quindi un’isola filo-occidentale nel panorama centro-africano. E’ quindi comprensibile che Europa e Stati Uniti vedessero con apprensione l’avvento di leader carismatici di dichiarata fede marxista, come Raila Odinga. 

Rientrato in Kenya nel 1992 quando il paese, pur se ancora governato da Moi, era finalmente approdato a una democrazia parlamentare, Raila tornò a dedicarsi all’attività politica, rinunciando a promuovere azioni per le torture ricevute durante la detenzione. Nel frattempo, il disfacimento dell’Unione Sovietica, lo indusse ad aprirsi un po’ all’economia di mercato, pur senza farlo rinunciare all’approccio populista che, all’insegna della dichiarata lotta senza quartiere alla corruzione, ai privilegi della classe politica e alla povertà, gli valse sempre più ampi consensi, soprattutto nelle aree di maggior sofferenza, come gli slum cittadini e le zone rurali del paese.   

Nella sua sempre infuocata campagna contro le speculazioni e la gestione straniera delle risorse africane, Raila, almeno fino a qualche anno fa, si lasciò andare a dichiarazioni stile Mugabe, che non gli attirarono certo le simpatie degli investitori europei presenti nel Paese. Oggi, la sua strategia è cambiata, forse anche in senso un po’ più opportunista. Infatti cerca il supporto alla sua causa contro i brogli elettorali, che lui attribuisce al governo, anche di quei Paesi capitalisti che un tempo la sua formazione marxista gli faceva aborrire. Oggi la domanda da porsi è: Raila Odinga è davvero cambiato? Forse, ma i più non ci credono e ritengono che la volpe abbia solo perso il pelo.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Eritrea: il pugno di ferro del regime, la disobbedienza dei giovani

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 8 novembre 2017

L’insurrezione di martedì scorso ad Akria, un quartiere nella periferia di Asmara, la capitale dell’Eritrea, ha dato del filo da torcere ad Isaias Afeworki, presidente della nostra ex-colonia, al potere dal 1991. Il dittatore ha concesso ampi poteri a l’ Eritrea National Security Agency per sedare la manifestazione e per cercare di evitare l’espandersi delle proteste. La solita oppressione ad ampio raggio. (http://www.africa-express.info/2017/11/03/eritrea-dopo-il-massacro-di-martedi-non-si-placa-il-dissenso-contro-il-governo/)

Isaias Afeworki, presidente dell'Eritrea
Isaias Afeworki, presidente dell’Eritrea

Asmarino Indipendent, giornale e emittente online con base in Francia, ha riportato che praticamente tutto l’esecutivo della Diaa Islamic School è stato arrestato. Anche altre persone si trovano in prigione per aver partecipato alle proteste e, secondo Martin Plaut, un giornalista ben informato su avvenimenti in questa area geografica, sembra che sia stato ordinato di deportare i  ragazzi, che hanno manifestato ad Adi Halo, (altri momenti di protesta a sostegno degli studenti di Akria hanno avuto luogo in diverse zone della Paese) nella pianura di Naro, una zona desertica nel nord-est del Paese.  

Certamente saranno tutti giudicati dai tribunali speciali, istituiti dal dittatore nel 1996, composti da soli giudici militari, dove non sono ammessi avvocati e non esiste l’appello.  

 Hajji Musa
Hajji Musa

La Diaa è una scuola privata con indirizzo islamico. Secondo le nuove direttive del ministero della Pubblica istruzione, l’ora di religione non doveva più essere inserita nel programma didattico della scuola. Gli alunni dell’istituto non hanno accettato questa imposizione ed hanno protestato contro l’ennesimo atto di tirannia del governo di Asmara.

Molte scuole hanno chiesto ai loro studenti di evitare qualsiasi contatto con i compagni di religione musulmana, ma i giovanissimi hanno disobbedito anche questa volta. Sostengono i loro amici e coetanei e sui loro cellulari hanno postato le immagini di Haji Musa Mohammed Nur, il preside della scuola sotto accusa, ora in galera. Diversi dirigenti scolastici hanno vietato ai propri alunni di portare il cellulare a scuola.

Volantino per manifestazione a Roma, 11.11.2017
Volantino che invita a manifestare a Roma sabato prossimo, 11 novembre 

Il governo vorrebbe dividere ora musulmani e cristiani, spaventando la popolazione che teme di finire in galera ma finora questa tattica non ha funzionato. Anche se la popolazione è intimorita, in particolare le persone più anziane, i giovani vogliono riprendersi quella libertà, che gli è stata negata sin dalla nascita. E non si piegano.

Fonti ben informate hanno fatto sapere ad Africa ExPress che l’ufficio del presidente, dei ministri dell’Informazione e della Difesa sono soggetti a sorveglianza speciale delle forze dell’ordine dopo i fatti del 31 ottobre.

A sostegno delle proteste in patria, gli eritrei della diaspora hanno organizzato delle manifestazioni nel mondo interno, da Washington a Melbourne, passando per Stoccolma e Londra. A Roma è prevista per sabato mattina, 11 novembre 2017.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes