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Ammazzato in Nigeria un ostaggio britannico sequestrato tre settimane fa

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Africa ExPress
Abuja, 6 novembre 2017

Un missionario britannico, rapito tre settimane fa in Nigeria, nel Delta State, è stato brutalmente ammazzato, mentre i suoi tre compagni di sventura sono stati liberati.

Il sequestro è avvenuto il 13 ottobre scorso (http://www.africa-express.info/2017/10/19/nigeria-quattro-missionari-britannici-sequestrati-nel-delta-del-niger/), inizialmente erano trapelati poco dettagli e il rapimento dei quattro britannici non era nemmeno stato subito confermato da Londra.

 Ian Squire, il missionario britannico ammazzato in Nigeria

Ian Squire, il missionario britannico ammazzato in Nigeria

Le circostanze dell’uccisione di Ian Squire sono ancora poco chiare. Lui, David e Shirley Donovan e Alanna Carson, sono stati portati via con la forza nelle prime ore del 13 ottobre dalla loro abitazione nella Comunità di Enukorowa, situata nel governo locale di Burutu, Delta State. Tutti e quattro operavano nel campo medico e distribuivano gratuitamente medicinali alla popolazione rurale, poverissima in quell’area.

La liberazione della coppia Donovan e della Carson è stata possibile grazie ai negoziati delle autorità nigeriane, se il loro compagno sia stato ammazzato durante la prigionia oppure solamente alla fine, nella fase delicata del rilascio non è ancora stato reso noto. Un portavoce del Foreign Office ha  detto in un comunicato: “Supportiamo le famiglie di quattro nostri concittadini, sequestrati lo scorso 13 ottobre in Nigeria, uno di loro è stato ucciso in circostanze tragiche”.

Finora non è dato di sapere chi siano i responsabili del rapimento dei quattro, dell’uccisione di Squire.Poco giorni dopo il loro sequestro, la polizia aveva puntato il dito su un gruppo che si fa chiamare “The Karowei”, notizia che oggi non è stata però confermata.

Niger Delta Avengers
Niger Delta Avengers

Il 3 novembre il gruppo Niger Delta Avengers (NDA), attivo nel Delta del Niger, ha interrotto il cessate il fuoco; riprenderà le ostilità, che lo scorso anno ha quasi messo in ginocchio l’economia nigeriana, basata principalmente sull’oro nero. Il giorno seguente la Coalizione dei militanti del Delta del Niger ha sottolineato che questa volta andranno avanti senza pietà alcuna. (http://www.africa-express.info/2017/06/30/nigeria-tra-corruzione-miseria-e-boko-haram/)

Africa ExPress

Kenya: nuovo ricorso alla Corte Suprema impedisce a Kenyatta di giurare da presidente

franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 6 novembre 2017

Dopo la proclamazione ottenuta dalla Commissione Elettorale (IEBC), Uhuru Kenyatta è il nuovo presidente del Kenya, ma lo è solo in pectore, visto che una nuova petizione, presentata alla Corte Suprema da un sedicente movimento “We-The-People”, gli impedisce di prestare il giuramento che lo consacri nella carica. Le motivazioni di questa petizione sono quelle già note: “le elezioni non sono state credibili ed hanno gettato il paese nello sconcerto”. Il movimento che ha posto in atto l’iniziativa, non si identifica – almeno sul piano formale – con l’alleanza del NASA, ma si definisce “una libera associazione di cittadini insoddisfatti per come il processo elettorale è stato condotto”.

Alcune dichiarazioni degli esponenti del movimento in questione, hanno creato non poca inquietudine nel Paese già prostrato da molti mesi di tensioni e di incertezze. Fino all’ultimo la preparazione del ricorso è stata mantenuta segreta perché, come riporta il Nation “Si temevano attacchi da parte di gruppi criminali sponsorizzati dal governo”. Accuse gravissime, queste, e del tutto incompatibili con un sistema che si definisce democratico. Accuse che hanno fatto esplodere sui social network la reazione dei cittadini stanchi ed esasperati da questi interminabili scambi di accuse e di illazioni. Molti sono quelli che rivolgono accorati appelli ai due contendenti affinché siedano presto ad un tavolo e raggiungano un accordo che salvi il Kenya dalla rovina. “Vi prego, vi prego, Uhuru e Raila – scrive Julius Barasa – incontratevi e parlate di pace!!”

Demo NASA

 In effetti i due antagonisti si sono entrambi detti disponibili ad un accordo e nell’incontro che è avvenuto ieri durante la celebrazione religiosa presso l’Anglican All Saints Cathedral di Nairobi, si sono anche scambiati – almeno all’apparenza – una molto cordiale stretta di mano. Le successive dichiarazioni dei due non sembrano però essere il linea con le aspettative di pace che il popolo chiede poiché si mostrano entrambi non disposti a recedere dalle rispettive posizioni, questo anche malgrado le esortazioni pubblicamente rivolte loro dall’Arcivescovo Justin Welby: “La riconciliazione è un supremo dono di Cristo – ha detto l’alto prelato anglicano – il non perseguirla con forza, lo fa nuovamente morire sulla croce”.

 Intanto altre afflizioni sembrano incombere su Raila Odinga che, dopo la sua ferma convinzione di essere stato defraudato dalla vittoria elettorale, deve ora vedersela con presunte ribellioni all’interno della sua stessa alleanza. I due più importanti governatori della costa; Ali Hassan Joho e Amason Kingi, a capo delle rispettive Contee di Mombasa e Kilifi, sono stati accusati da Moses Kuria, un deputato nell’area Jubilee di Uhuru Kenyatta, di aver registrato un partito indipendente staccandosi dal NASA. Gli interessati hanno seccamente smentito definendo l’asserzione di Kuria “mera propaganda” a favore del governo, ma vera o no che sia la notizia, contribuisce a riscaldare sempre di più un clima già incandescente.

Insomma, anche in questa occasione, sembra che tutto possa risolversi solo attraverso una spartizione del potere che soddisfi entrambi i contendenti. L’Africa ci ha del resto abituati a questo peculiare modo di intendere la democrazia. Le istanze dei popoli non sono mai prioritarie, ma sempre subordinate agli interessi dei potenti e quando questi interessi non sono garantiti, per i popoli sono guai. Il Kenya, grazie anche alla mancanza di disordini e di violenze a sfondo politico, tenta faticosamente di tornare alla normalità, ma le cupe nubi che incombono sul suo futuro sono tutt’altro che dissipate.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Brogli elettorali in Liberia: rinviato il ballottaggio di domani tra Weah e Boakai

Africa ExPress
Monrovia, 6 novembre 2017

Per il momento è stato sospeso il ballottaggio in Liberia, inizialmente previsto per il 7 novembre. Non si esclude che le elezioni generali, che si sono svolte lo scorso 10 ottobre, debbano essere rifatte, come è successo in Kenya (http://www.africa-express.info/2017/09/01/breaking-newsannullate-le-elezioni-kenya-si-vota-entro-60-giorni/).

George Weah, l’ex calciatore del Milan, “Pallone d’oro 1995”, che nel 1999 fu anche scelto come miglior calciatore africano del secolo dalla Federazione Internazionale di Storia e Statistiche Calcio (IFFHS), si è aggiudicato il 38,4 per cento dei voti nella prima tornata elettorale, mentre il suo diretto sfidante, il vicepresidente uscente, Joseph Nyuma Boakai, il 28,8 per cento delle preferenze. Non avendo raggiunto nessuno dei due favoriti il cinquanta per cento, si doveva ricorrere al ballottaggio, previsto inizialmente, per martedì prossimo (http://www.africa-express.info/2017/10/16/elezioni-liberia-possibile-ballottaggio/)

Palazzo di Giustizia a Monrovia, sede della Suprema Corte
Palazzo di Giustizia a Monrovia, sede della Suprema Corte

Ma qui entra in scena Charles Brumskine (Liberty Party), politico e avvocato, che ha fatto ricorso alla Suprema Corte di Monrovia, chiedendo che venisse aperta un’inchiesta per frode elettorale. Nella prima tornata, Brumskine si era posizionato al terzo posto, con meno del dieci per cento delle preferenze.

Boakai, che per dodici anni è stato il vicepresidente di Ellen Johnson-Sirleaf, premio Nobel per la pace e prima donna alla guida di un Paese africano, ha sostenuto la causa di Brumskine e del Liberty party, anzi, ha persino accusato la Johnson-Sirleaf, membro del suo stesso partito, il Unity Party, di interferenze elettorali.

George Weah, ex calciatore, candidato alla presidenza della Liberia
George Weah, ex calciatore, candidato alla presidenza della Liberia

Sta di fatto che gli osservatori dell’Unione Europea e del Carter Center, non hanno rilevato anomalie di rilievo durante lo svolgimento delle elezioni. Ma dopo la figura piuttosto sconfortante che hanno fatto in Kenya, dove avevano detto che tutto era andato bene alle elezioni dell’8 agosto scorso annullate il 1° settembre, gli osservatori non possono essere certo una fonte autorevole.

Mercoledì scorso i presidenti della La Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS), il presidente togolese Faure Gnassingbé e dell’Unione africana, Alpha Condé, Capo di Stato della Guinea si sono recati in Liberia per colloqui con i politici implicati in questa ingarbugliata faccenda.

Il presidente della Suprema Corte di Monrovia, Francis Korkpor, ha fatto sapere lunedì mattina che la Commissione elettorale (NEC) deve tener conto dell’esposto del partito di Brumskine e prima di procedere è necessario che il ricorso sugli eventuali brogli elettorali venga discusso in aula.  

La situazione nel Paese sembra tranquilla. Solo nella capitale il Palazzo di Giustizia della Suprema Corte e l’edificio della NEC sono presidiati dalla polizia in tenuta antisommossa.

Africa ExPress

Al Shebab attacca nord del Mozambico in area ricca di rubini e gas naturale

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 5 novembre 2017

Una trentina di estremisti islamici armati hanno assaltato tre posti di polizia a Mocimboa da Praia, cittadina di 30 mila abitanti, nella provincia di Cabo Delgado, 2.500km a nord della capitale Maputo.

L’attacco è avvenuto nelle prime ore della mattina del 5 ottobre scorso e secondo Inacio Dina, portavoce del comandante generale della polizia mozambicana in una conferenza stampa a Maputo, il bilancio è stato di due poliziotti e due terroristi uccisi anche se fonti locali parlano di 17 morti di cui 14 terroristi e 3 poliziotti. E’ il primo attacco dei fondamentalisti islamici nell’ex colonia portoghese.

Poliziotti mozambicani
Poliziotti mozambicani

Il gruppo di terroristi è stato definito di al Shabaab, stesso nome degli integralisti islamici somali che rivendicano gli attacchi in Somalia e in Kenya. Il 20 ottobre la polizia mozambicana con l’arresto di tre cittadini mozambicani, attraverso un comunicato, ha confermato l’appartenenza degli arrestati ad al Shabaab.

Secondo la nota “i tre arrestati facevano disinformazione alla popolazione dicendo alla gente che (in Mozambico ndr) non esiste un governo e suggerendo di non rispettare l’autorità, di non frequentare le scuole e di utilizzare coltelli e altre armi da taglio per autodifesa”.

Pochi giorni dopo, il 22 ottobre, ci sono stati altri scontri nel villaggio di Columbe, a soli 16 km dagli impianti della compagnia petrolifera texana Anadarko. Secondo David Machimbuko, amministratore del distretto di Palma, 11 giovani implicati nell’attacco di Macimboa da Praia che si nascondevano nel villaggio sono stati consegnati alla polizia dagli abitanti.

Mocimboa da Praia
Mocimboa da Praia

Il giorno successivo altro attacco di quattro terroristi contro comando provinciale di polizia di Malema, nella provincia di Nampula, 400 km a sud di Montepuez. Volevano liberare 52 persone arrestate qualche giorno prima perché implicate nell’attacco di Mocimboa da Praia. La polizia ha sparato uccidendo uno degli aggressori.

La provincia di Cabo Delgado, nell’estremo nord del Paese che confina con la Tanzania, da qualche anno è diventata un’area strategica per l’economia mozambicana.

A un centinaio di km a nord di Mocimboa da Praia sono stati scoperti immensi giacimenti di gas naturale che hanno una capacità di 450 miliardi di metri cubi, la cui licenza di sfruttamento è stata affidata a Eni ed Anadarko.

Mappa del nord del Mozambico con la localizzazione di Macimboa da Praia, la Montepuez Ruby Mining e l'area del giacimento di gas Eni e Anadarko (cortesy Google Maps)
Mappa del nord del Mozambico con la localizzazione di Macimboa da Praia, la Montepuez Ruby Mining e l’area del giacimento di gas Eni e Anadarko (cortesy Google Maps)

A soli 260 km a sudovest della cittadina attaccata, dal 2011, è pienamente operativo il più grande giacimento di rubini del mondo della Montepuez Ruby Mining. La concessione dello sfruttamento lo detengono la britannica Gemsfields con 75 per cento e la mozambicana Mwiriti Lda di proprietà del generale mozambicano Raimondo Pachinuapa (implicato nei Panama Papers) con il 25 per cento.

Da giugno del 2011 allo stesso mese del 2017, in otto aste mondiali, la Montepuez Ruby Mining ha venduto rubini per quasi 290 milioni di dollari. Alla popolazione locale ne sono arrivati solo 100 mila  dei circa 7 milioni dovuti.

In Mozambico il 50 per cento della popolazione è animista, il 30 è cristiana e il restante 20 per cento è islamica in prevalenza sunnita che vive soprattutto nel nord del Paese e lungo le coste. Una comunità che a volte sente l’emarginazione anche a causa dell’insegnamento statale nelle scuole che non tiene conto della differenza religiosa.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Kenya: contro il governo Raila annuncia il boicottaggio dell’economia

franco nofori francobolloDal nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 4 novembre 2017

Nel suo comunicato di ieri il NASA, la Super Alleanza che fa capo a Raila Odinga, sconfitto alla presidenza del Kenya, annuncia l’inizio del boicottaggio economico già proclamato nei giorni scorsi. Sono misure pesanti che, se adottate dai suoi sostenitori, non mancheranno di infliggere al Paese un altro stallo economico dalle conseguenze imprevedibili. Soprattutto considerando il fatto che proprio questa mattina il governo ha lanciato la richiesta di un prestito di circa 300 milioni di euro per completare l’ultimo tratto della nuova ferrovia che dovrà raggiungere Kisumu.

Negozio del gruppo Safaricom in Kenya
Negozio del gruppo Safaricom in Kenya

Anche in questa occasione, il NASA ha ribadito che lo scopo della colizione, oggi convertita in “Movimento di Resistenza”, è quello di “porre termine al regime autocratico, che si è instaurato con la nomina di Kenyatta alla presidenza, per far tornare il paese ad un sistema democratico attraverso, libere, corrette e credibili elezioni”. E’ stato precisato che, per conseguire il risultato che si propone, il movimento darà luogo a manifestazioni pacifiche e ad atteggiamenti “non cooperativi con un governo che – a loro dire – ha assunto il potere illegalmente”.

Brookside diaries
Brookside diaries

Una delle misure adottate dal NASA, sarà quella di boicottare alcuni grossi gruppi industriali e commerciali che sarebbero collusi con il “regime”. “Abbiamo una lunga lista di società, – specifica il comunicato – locali e internazionali, che comunicheremo di volta in volta alla popolazione affinché possa mettere in atto il boicottaggio”. Nel comunicato di ieri il NASA ha già indicato le prime tre: La Safaricom, la Brookside Dairies e La Bidco Inustries, assicurando che a queste ne seguiranno presto altre in modo che i cittadini siano correttamente informati delle loro nefandezze e del perché, insieme al governo, anche loro abbiano “le mani sporche di sangue innocente”. Nelle società in questione vi sono consistenti quote azionarie detenute da membri dell’alleanza Jubelee. Nel caso della Safaricom, il controllo societario è nelle mani del governo di Uhuru Kenyatta.

 

Bidco Industries
Bidco Industries

Difficile predire quanti seguiranno le indicazioni del NASA, visto che si tratta di aziende con grande distribuzione di servizi e prodotti che non sarà facile sostituire con validi equivalenti, ma è comunque certo che un’azione di disturbo, queste misure indubbiamente lo creeranno e benché, a cinque giorni di distanza dalla riconferma di Uhuru Kenyatta, nel Paese non vi siano stati scontri e dimostrazioni violente, i propositi del NASA non mancano di creare qualche apprensione, anche perché l’atmosfera politica è tutt’altro che serena ed ogni giorno giungono notizie di aspri confronti, di minacce, di denunce, anche all’interno della stessa alleanza all’opposizione.

Ieri sera, anche Papa Bergoglio ha inviato un messaggio al Kenya, in cui esprime le condoglianze per le vittime dei recenti disordini e si augura che il dialogo tra le parti prevalga sui conflitti. Dal canto suo l’ONU, per bocca del portavoce, Stephane Dujarrik, si è complimentato ieri con Roselyne Akombe, membro di rilievo dell’IEBC (Commissione Elettorale), per essere rientrata in Kenya ed aver ripreso la posizione che deteneva prima di quella, da tutti ritenuta, fuga a New York per proteggere la propria incolumità messa a rischio dalle pesanti minacce di alcuni colleghi. Anche questo episodio non è mai stato esaurientemente chiarito e resta tutt’ora avvolto in un alone di mistero. Neppure giova a far luce sulla vicenda la dichiarazione rilasciata dall’interessata che ha detto alla stampa: “Sì, riprendo il mio posto, ma come condizione devo rispettare il divieto di parlare di quanto accaduto prima della mia partenza per gli Stati Uniti”.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Dopo le bombe a Mogadiscio l’Etiopia invia altre truppe in Somalia

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Africa ExPress
Mogadiscio – Addis Ababa 4 novembre 2017

Gli abitanti di Dolow, la città al confine con l’Etiopia, nella regione somala di Gedo, hanno raccontato che giovedì scorso hanno visto transitare almeno trenta camion che trasportavano truppe etiopiche.

Si stima che Addis Ababa abbia inviato un migliaio di soldati per sostenere il governo somalo nella caccia ai sanguinari al Shebab, che nelle ultime settimane hanno seminato morte e distruzione nella capitale Mogadiscio. (http://www.africa-express.info/2017/10/29/blitz-delle-forze-di-sicurezza-nellhotel-assalito-25-morti-morti-uccisi-anche-3-bimbi/) (http://www.africa-express.info/2017/10/16/lattentato-di-mogadiscio-e-nuovi-scenari-della-crisi-somala/)

Truppe etiopiche dell'AMISOM, Somalia
Truppe etiopiche dell’AMISOM, Somalia

L’Etiopia è già presente con i suoi uomini nella Missione dell’Unione africana in Somalia (AMISOM), le nuove truppe inviate ora, sono una risposta alle richieste fatte da Mohamed Abdullahi Mohamed Farmajo: un’offensiva massiccia contro i terroristi somali.

Nell’attesa di ordini più precisi e dei dettagli operativi circa l’imponente offensiva contro gli Shebab, una maggiore presenza di truppe e uomini sul territorio somalo dovrebbe rafforzare la stabilità e la sicurezza nell’ex colonia italiana.

Meles Alem, un portavoce del ministero degli Esteri etiopico, ha precisato: “Il fatto che abbiamo inviato altri militari in Somalia per lottare contro i terroristi, è semplice routine, visto che facciamo parte di AMISOM”.

Mentre le truppe dell’AMISOM sono ancora in stanby, il comando degli Stati Uniti d’America in Africa ha effettuato per la prima volta due raid aerei contro l’ISIS nel nord-est del Paese, grazie ai quali sono stati uccisi diversi terroristi. Il primo ha avuto luogo attorno la mezzanotte del 2 novembre, il secondo nella mattinata del 3 novembre. L’offensiva aerea è stata condotta in collaborazione con il governo somalo.

Africa ExPress

Eritrea: dopo il massacro di martedì non si placa il dissenso contro il governo

Massimo Alberizzi FrancobolloDal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 2 novembre 2017

La violenta repressione del 31 ottobre perpetrata dalle forze dell’ordine eritree contro gli inermi studenti nelle strade di Asmara ha causato 28 morti e una trentina di feriti. Il bilancio è stato diffuso da gruppi dell’opposizione in esilio e non è stato possibile confermarlo da fonti indipendenti. Ma i filmati che sono stati pubblicati sui social media (alcuni dei quali sono riportati anche qui) sono inequivocabili, nonostante il ministro dell’Informazione eritreo Yemane Gebremeskel si sia sforzato di sostenere in un twitt che “una piccola protesta in una scuola sia stata domata facilmente e senza nessuna vittima”.Propaganda di un regime che ha fatto della repressione il proprio sistema di vita.

Per altro il twitt diffuso l’altro ieri dall’ambasciata degli Stati Uniti ad Asmara è molto chiaro: parla di colpi d’arma da fuoco e ammonisce i cittadini americani di stare lontani dalle zone dove si stanno svolgendo manifestazioni di protesta.

Isaias must go
Una manifestazione di eritrei contro il governo organizzata in America

Il gruppo d’opposizione Red Sea Afar Democratic Organization riferendosi alla repressione ha lanciato un appello alla comunità internazionale perché intervenga per assicurare alla giustizia i leader della dittatura eritrea, prima di tutto il presidente mai eletto Isaias Afeworki. Da più parti si è anche chiesto che il tiranno venga tradotto davanti alla Corte Penale Internazionale dell’Aja e giudicato per crimini contro l’umanità.

Migranti eritrei protestano di fronte all’ambasciata dell’Unione Europea a Ramat Gan, vicino Tel Aviv, per chiedere di processare la leadership eritrea per crimini contro l’umanità credito foto Tomer Neuberg/Flash90
Protesta un anno fa dei migranti eritrei di fronte all’ambasciata dell’Unione Europea a Ramat Gan, vicino Tel Aviv, per chiedere di processare al Tribunale Internazionale de l’Aja la leadership eritrea per crimini contro l’umanità credito foto Tomer Neuberg/Flash90

Le notizie trapelate nei momenti immediatamente successivi alla manifestazione sono certe e sicure, compresi i video che non hanno bisogno di ulteriori spiegazioni. Poi le autorità hanno chiuso i rubinetti di internet e le notizie non sono più filtrate. Le uniche comunicazioni ora arrivano via radio, ma sono pericolose, difficili e precarie.

il dittatore eritreo Isaias Afeworki e il suo braccio destro Yemane Gebreab recentemente ferito da un dissidente a Roma
il dittatore eritreo Isaias Afeworki e il suo braccio destro Yemane Gebreab recentemente ferito da un dissidente a Roma

Oggi è venerdì, giornata di preghiera. C’è il rischio che le manifestazioni religiose si trasformino in proteste. La gente non ne può più. Quasi trent’anni fa, quando è finita la guerra di liberazione con l’Etiopia tutti si aspettavano prosperità, pace e crescita. Nessuno pensava che un combattente per la libertà come Isaias Afeworki, si trasformasse in un sanguinario tiranno, che ha tradito i suoi amici sbattendoli in galera. Di loro si è persa ogni traccia dal settembre 2001. Nessuno pensava di dover scappare in massa verso l’Europa su barconi dove morire è di una facilità impressionante. E all’estero le manifestazioni di dissenso si moltiplicano fino ad arrivare ad aggredire fisicamente gli esponenti del regime in visita fuori dal loro Paese, come è successo a Roma poche settimane fa.

Dimostrazione in America
Dimostrazione in America

Secondo alcuni attivisti antigovernativi esuli in Europa e in America sentiti da Africa ExPress, le proteste sono cominciate la settimana scorsa quando il governo ha intimato alla Diaa Islamic School di Asmara, un istituto privato a indirizzo musulmano, ma né integralista né a direzione fanatica, di piegarsi alle direttive didattiche del governo, cioè di cancellare dal curriculum degli studenti le ore di religione.

Il presidente onorario della scuola, cui sono iscritti quasi 3000 studenti ed è stata fondata negli anni ‘60,Hajji Musa Mohamed Nur, 92 anni, eminente personaggio di cultura impegnato da anni in attività sociali e assistenziali, ha protestato pacificamente tentando di far capire ai militari l’importanza del suo istituto radicato non solo nella comunità islamica ma anche nella società eritrea. E’ stato arrestato e portato in caserma. L’intenzione evidente delle autorità è quella di impadronirsi della struttura scolastica. Infatti il 31 ottobre, cioè qualche giorno dopo la prima visita, i soldati si sono ripresentati ordinando che fossero immediatamente eseguite le direttive decise dal governo.

Sono scattate da un lato la protesta pacifica e dall’altro la reazione violenta delle forze dell’ordine che hanno sparato ad altezza d’uomo sui dimostranti. Alivideo postati su Africa ExPress martedì scorso ne è seguito un altro qui. Si vede l’arrivo dei soldati nel campus della scuola e i colpi di mitra sparati dagli agenti.

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Ma i colpi di mitra non hanno fermato la protesta che si è spinta fuori dal recinto dell’istituto nelle strade del quartiere Akria, abitato soprattutto dai musulmani. E agli studenti si sono aggiunti comuni cittadini, a formare un corteo. Ci vuole un grande coraggio in Eritrea a scendere in strada e protestare. Il regime tirannico – che riunisce assieme le peggiori caratteristiche del fascismo e dello stalinismo – non permette libertà di espressione o di riunione e tantomeno di critica. Gli scherani della dittatura sono pronti a sbattere in galera quelli che manifesto anche il più piccolo dissenso. Nelle classifiche internazionali della repressione l’Eritrea occupa l’ultimo posto, assieme alla Corea del Nord: non c’è Costituzione, è vietato manifestare il proprio pensiero, non esistono partiti politici né giornali indipendenti. I giovani non hanno un futuro se non quello di finire in un campo di lavoro per un servizio militare che non si sa bene quando termina. Il dittatore ha organizzato un sistema basato sulla paura e sul terrore dove esercita il potere con il pugno di ferro e il cinismo più spietato. Una società piena di spie pronte a denunciare comportamenti non favorevoli al regime.

 Hajji Musa
Hajji Musa Mohammed Nur 

Questa volta però sono scese in piazza centinaia di persone sfidando i mitra dell’esercito che non hanno tardato a gracchiare mentre le manette tintinnavano prima di chiudersi ai polsi di dimostranti giovani e vecchi. Tra gli arrestati figurano Mahmud Yemen, Nureddin Osman Enkir, Yasin Osman Enkir, Mohammed Abdella Taha, studenti finiti dietro le sbarre.

E la protesta si è estesa in altre aree del Paese. Si dice che a Tesseney, quasi al confine con il Sudan, i dimostranti hanno circondato la guarnigione del locale carcere e liberato i detenuti, molti dei quali politici, mentre ad Assab, come mostra il video qui sotto una gruppo di ragazzi ha preso a sassate i soldati che pattugliavano un quartiere.

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Il regime eritreo si trova ora a fronteggiare la sua gente inerme e indifesa e molti sono convinti che le proteste non si fermeranno. La paura della repressione ormai è in secondo piano rispetto alla voglia di rovesciare un regime che nega tutte le libertà e costringe i suoi giovani e fuggire in Europa affrontando un viaggio difficile e pericolosissimo. La numerosa diaspora eritrea che vive all’estero si domanda perché il mondo è pronto a contrastare la Corea del Nord, mentre fa poco o nulla per far tornare alla democrazia un Paese che avrebbe possibilità enormi, se non fosse in mano a un crudele dittatore che ha distrutto il tessuto sociale del Paese riducendolo a un’enorme prigione a cielo aperto.

In un’intervista rilasciata al network televisivo Al Jazeera, Saleh Gadi Johar, un attivista eritreo basato in California editore del sito antigovernativo awate.com ha spiegato come secondo lui le proteste di martedì “spalancano una grande porta” . “I dimostranti sono scattati e penso che altri seguiranno, soprattutto i giovani che sono apparsi uniti e determinati”.

“Non credo che il twitt diffuso dall’ambasciata americana – ha proseguito – sia un segnale di grande sviluppo politico. Non mi aspetto nulla da Stati Uniti e Occidente, nonostate le sofferenze del popolo eritreo. È il cinismo della politica, un copione già visto altre volte e che al solito si ripete. Io non voglio che nel mio Paese sia sparso sangue. Desidero una transizione pacifica e tranquilla, ma se non sarà così vedremo tempi drammatici purtroppo. Saranno giorni tristi ma che dovevano accadere “.

E mentre gli autonominatisi rappresentanti della Comunità Eritrea Italiana protestano (il loro comunicato è qui accanto) perché i comunicato pro Isaiasmedia riportano i fatti purtroppo solo raccontati dalla diaspora e dai dissidenti e non frutto di testimonianze dirette (se il regime aprisse le porte e garantisse l’incolumità dei reporter i giornalisti ci andrebbero eccome!), le associazioni per la difesa dei diritti umani stanno organizzando in tutto il mondo manifestazioni di solidarietà e sostegno ai dimostranti.avviso manifestazione

L’Asper (Associazione per la tutela dei diritti umani del popolo eritreo) ne ha prevista una anche a Roma, mentre il gruppo Freedom Friday a Londra e Stoccolma.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzigmail.com
twitter @malberizzi

In Sudan per bloccare i migranti l’Europa continua a finanziare i criminali janjaweed

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 2 novembre 2017

L’Unione Europea ha stanziato centosei milioni di euro il 23 ottobre scorso per ulteriori aiuti al Sudan. Il finanziamento è stato deliberato dopo il rapporto di Christos Stylianides, commissario dell’UE, responsabile aiuti umanitari e gestione di crisi, sul Paese che ha visitato recentemente.

Quarantasei milioni di euro saranno devoluti in aiuti umanitari, mentre la restante somma è destinata allo sviluppo. Dalla relazione del commissario si evince che oltre 4,8 milioni di persone in Sudan necessitano di aiuti umanitari immediati. In particolare a rischio sono gli sfollati del Darfur e i sempre più numerosi profughi che provengono dal Sud Sudan, il più giovane Stato della terra, che vive un sanguinoso e atroce conflitto iniziato più di tre anni fa (http://www.africa-express.info/2017/07/06/catastrofe-umanitaria-sud-sudan-infuria-la-guerra-non-ce-cibo-la-gente-muore/).

L’UE ha precisato che questi fondi saranno gestiti da organizzazioni umanitarie e non dal governo sudanese. Dal 2011 ad oggi l’Unione ha devoluto al Sudan ben quattrocentoventidue milioni di euro per venire in aiuto alle popolazioni toccate da conflitti, catastrofi naturali, epidemie, insicurezza alimentare e malnutrizione.

UE stanzia fondi per aiuti umanitari e sviluppo in Sudan
UE stanzia fondi per aiuti umanitari e sviluppo in Sudan

Altri finanziamenti sono stati concessi tempo fa al governo di Omar al-Bashir, presidente dell’ex protettorato anglo-egiziano dal 1989 (prese il potere il 30 giugno con un colpo di Stato defenestrando Sadiq al Mahadi, regolarmente eletto), sul quale pende un mandato d’arresto, emesso dal procuratore generale della Corte Penale Internazionale, Luis Moreno Ocampo.

Ma il denaro era finito nelle tasche dei janjaweed, le milizie paramilitari sudanesi diventate famose per le atrocità commesse in Darfur: i “diavoli a cavallo” come erano soprannominati (questo significa janjaweed) bruciavano i villaggi, stupravano le donne, trucidavano gli uomini e rapivano i bambini per renderli schiavi.

Insomma banditi assassini che ora lavorano su mandato di Khartoum per arginare il flusso dei migranti per conto dell’UE, grazie al Memorandum of Understanding sul tema delle migrazioni, siglato a Roma, il 3 agosto 2016 tra il capo della Polizia italiana,  Franco Gabrielli, e il suo omologo sudanese, Hashim Osman Al Hussein in presenza di funzionari del ministero dell’Interno e del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Christos Stylianides, Commissario UE per aiuti umanitari e gestione crisi
Christos Stylianides, Commissario UE per aiuti umanitari e gestione crisi

Il MoU si inserisce in un quadro più ampio di cooperazione tra Sudan e l’UE sui flussi migratori – Processo di Khartoum, lanciato dall’allora sottosegretario agli Esteri Lapo Pistelli durante la presidenza italiana a Bruxelles – e il Fondo fiduciario d’emergenza dell’Unione europea per la stabilità, e la lotta contro le cause profonde della migrazione irregolare e del fenomeno degli sfollati in Africa, lanciato nel novembre 2015 al Summit de La Valletta.

I miliziani delle Rapid Support Forces sono ancora presenti nel Darfur e Radio Dabanga, un giornale online sempre molto ben informato sulle questione del Darfur/Sudan, ha riportato che lunedì scorso hanno aperto il fuoco su un’autovettura sulla quale viaggiavano un pastore della tribù dei Mahameed con la figlia di soli tredici anni.

I due non hanno riportato ferite gravi, hanno potuto proseguire il loro viaggio, ma i miliziani, una volta appreso che i due appartenevano alla tribù dei Mahameed, hanno rasato a zero la testa della ragazzina prima di farli ripartire.

Il capo di tale tribù è Musa Hilal,  accusato in passato di crimini di guerra da diverse organizzazioni per i diritti umani. Oggi l’ex janjaweed è in conflitto con il governo e si oppone alla fusione della sua milizia tribale con le RSF.

Janjaweed a cavallo fotografati in Darfur qualche anno fa
Janjaweed a cavallo fotografati in Darfur qualche anno fa

Le Rapid Support Forces (RSF, il nome ufficiale dei gruppi janjaweed), sono attivi anche nello Yemen. Al-Bashir sostiene infatti la coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita; e proprio nel mese di settembre il comandante delle RSF, Mohamed Hamdan Daglo aveva fatto sapere che ben quattrocendodici militari sudanesi sono morti in Yemen dal 2015.

Le forze dell’RSF sostengono le truppe saudite soprattutto nel controllo delle frontiere contro gli attacchi degli huti, in poche parole sono considerate una componente essenziale nelle operazioni militari terrestri della coalizione.

Dal marzo del 2015 nello Yemen si consuma un sanguinoso conflitto interno, che vede contrapposto due fazioni: gli huti, un movimento religioso e politico sciita, che appoggiano il presidente destituito Ali Abd Allah Ṣaleḥ da un lato e le forze del presidente Mansur Hadi, rovesciato dagli huti con un colpo di Stato nel gennaio 2015.  La coalizione saudita entra nel conflitto nel marzo 2015 a sostegno di Hadi, che a tutt’oggi è riconosciuto dalla comunità internazionale come capo di Stato.

Organizzazioni umanitarie internazionali avevano temuto che i miliziani delle RSF potessero macchiarsi nuovamente di terribili crimini come era successo in Darfur. Gli huti e i loro alleati avevano cercato di accusare gli (ex) janjaweed di avere partecipato allo spostamento di massa di centinaia di migliaia di civili verso Hajja, fatto che poi è risultato non corrispondere al vero.

Ma in Sudan non tutti i politici sono concordi sulla partecipazione alla guerra nello Yemen. Hassan Osman Rizq, parlamentare e uno dei leader del Reform Now Movement, ha chiesto il ritiro immediato delle truppe, proprio per le forti perdite subite. Due giorni fa l’ambasciata di Khartoum a Sanaa, la capitale dello Yemen, è stata attaccata per la terza volta dai ribelli huti.

Bombe-MK841 prodotte a Domusnovas, Sardegna, dalla RWM
Bombe-MK841 prodotte a Domusnovas, Sardegna, dalla RWM

Ieri sono morte ventinove persone, tra loro anche bambini, altre ventotto sono state ferite durante un attacco aereo nel nord del più povero Paese del mondo arabo. Sono state le bombe sganciate dai cacciabombardieri Eurofighter “Typhoon” che i sauditi hanno acquistato dal consorzio europeo composto dai colossi BAE, EADS e dall’italiana Alenia Aermacchi (Finmeccanica) a uccidere, bombe, che forse portano la firma “made in Italy”, prodotte dalla RWM di Domusnovas, Sardegna (http://www.africa-express.info/2016/12/11/bombe-italiane-partite-da-cagliari-allarabia-saudita-per-reprimere-la-rivolta-yemen/).

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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Franco Esposito, italiano, colonnello, candidato deputato in Kenya

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francoDal nostro Corrispondente
Franco Nofori
Malindi, 1° novembre 2017

Franco Esposito, è nato a Napoli e porta magnificamente i suoi 75 anni grazie alla verve partenopea e alla sobrietà del militare di rango. Sì, perchè Franco è un colonello dell’Areonautica Militare Italiana in congedo dal 1988 quando, essendo assegnato al comando della base San Marco di Ngomeni, fondata dal dottor Broglio, l’Università La Sapienza di Roma ne condivise la conduzione con l’ASI, l’Agenzia Spaziale Italiana. Il personale militare fu richiamato in patria, ma Esposito, che si trovava stabilmente in Kenya sin dal 1966, non se la sentì di abbandonare il Paese dove aveva messo su casa e famiglia e quindi optò per il congedo.

Quando, nel lontano 1966 l’ufficiale, appena ventiquattrenne, approdò a Ngomeni, fu colpito dalle infime condizioni di vita dei locali e negli anni in cui operò presso la base, si adoperò per portare loro i benefici essenziali. Si fece anche carico della mai risolta questione sui diritti di proprietà. “Fu tutt’altro che facile – confessa Esposito – ma non mi diedi per vinto e dopo ripetuti viaggi presso il ministero a Nairobi, tornai infine con i titoli ufficiali.”

Un brillante risultato, ma cosa la ha spinto a candidarsi per il parlamento del Kenya? “Non è stata una mia decisione – risponde Esposito – i locali rimasero impressionati da ciò che ero riuscito a fare e vollero adottarmi come un membro della comunità. Organizzarono una cerimonia rituale, nella quale mi fu attribuito il nome giriama di ‘Kasoso wa baya’ e poiché ci stavamo avvicinando alle elezioni politiche del 2007, mi chiesero se volevo essere il loro candidato ed io, dopo molte perplessità, finii per accettare. Ciò che mi convinse a farlo fu una visita nel territorio interno, dove vidi condizioni di vita indicibili.”

Cosa significa “Kasoso”? Esposito sorride: “Il Kasoso è un piccolo uccello molto astuto che sfugge alla cattura alzandosi in volo quasi verticalmente. Quell’appellativo mi fu dato a causa della mia statura non molto alta, mentre ‘baya’ è il nome della comunità che mi adottò”. Così accettò di candidarsi, e poi? “Nel 2003, avevo ottenuto la cittadinanza keniana. Mi candidai e vinsi, ma a causa di vari brogli che riuscimmo a provare, i conteggi finali mi diedero sconfitto per soli 61 voti! Potrei dire che nel mattino successivo ero di fatto un membro del parlamento, ma in quello stesso pomeriggio ne uscii sconfitto. Facemmo ricorso, ma a causa di vari aspetti tecnici e dell’imperante corruzione, non ne venni a capo. Nel 2013 non potei candidarmi perché una norma della nuova costituzione stabiliva che per ottenere la nomina occorreva essere cittadini keniani da almeno 10 anni. A me mancavano solo due mesi, ma tanto bastò per escludermi dalla corsa.”

Così ci ha riprovato in questa occasione, ma è stato sconfitto. Perché ha deciso di ricorre al tribunale? “Anche questa è stata una decisione della comunità di Magarini che ha raccolto numerose prove sul fatto che i miei avversari hanno comprato i voti. Ora non resta che aspettare serenamente l’esito di questo ricorso. Quel che è certo è che io non intendo usare del denaro per assicurarmi un seggio in parlamento. Questa è una disdicevole pratica che specula sulla povertà della gente. Quei pochi scellini possono sfamarli per un giorno o forse due, ma poi si troveranno nella stessa miseria di prima mentre coloro che hanno eletto si dimenticheranno presto delle promesse fatte.”

Scorcio dell’Orrido di Marafa nel Magarini Costituency
Scorcio dell’Orrido di Marafa nel Magarini Costituency
Franco Esposito
Franco Esposito

La “Costituency” di Magarini comprende un territorio che inizia da circa la metà di Malindi e si spinge fino ai bordi del Tana River. Conta circa 200 mila anime e include anche Marafa, il suggestivo “Orrido” chiamato “Hell’s Kitchen” (La cucina del diavolo) che con un po’ di giusta promozione non avrebbe difficoltà a  diventare un’attrazione turistica di primo livello. Parlava di “condizioni  di vita indicibili” nelle zone dell’interno. Cosa intendeva esattamente?  Esposito scuote il capo: “Guardi, non si può credere che esseri umani vivano in un simile degrado. Pensi che le donne vanno a prendere l’acqua nelle pozze in cui guazzano vacche e capre ed è facile immaginare le malattie che ne derivano. Alcune scuole, poi, sono utilizzate di notte come stalle e gli allievi, al mattino, dopo aver atteso che gli animali siano portati al pascolo, devono rimuovere tutta la sporcizia prima di poter seguire le lezioni. Non ci sono né sedie né panche e loro sono costretti a sedere a terra, in mezzo al liquame.”   

Lei si è presentato con il Kadi Asili, un partito che simpatizza per l’alleanza Jubilee, vero? “Sì, il Kadi Asili è orientato verso Uhuru Kenyatta, ma a me interessano solo migliori condizioni di vita per la comunità che rappresento e sono pronto a collaborare con chiunque sia in grado di favorire questo obbiettivo. Purtroppo, la corruzione in Kenya è estesa in tutto il settore pubblico e non è facile contrastare il potere. Pensi che alcuni esponenti della mia comunità sono perfino stati minacciati di morte perché desistessero dal ricorso per l’annullamento e la ripetizione del voto.”

E malgrado questo lei non desiste. Non teme i rischi che può correre? “Beh, sarebbe da incosciente sottovalutarli. Mia moglie vorrebbe che mi ritirassi e lasciassi perdere tutto, ma ho preso degli impegni con la comunità e non me la sento di deluderla. Purtroppo ‘tutti’ i leader politici, in questo paese, non pensano che a se stessi, mentre alla gente cavano il sangue. Io non ho di queste mire. Voglio solo aiutare chi mi ha dato fiducia. Se poi dovrò dichiararmi sconfitto, pazienza. Abbandonerò la politica e farò il pensionato, ma almeno, in coscienza, saprò di aver tentato tutto il possibile.” 

Un’ultima domanda: qual è la sua opinione sulla comunità italiana in Kenya e sulle nostre istituzioni che la rappresentano? “Devo dire che la gran parte degli italiani che vivono in Kenya sono persone per bene che hanno dato un grande sviluppo al paese. Sulla costa, c’è il problema del ‘sex tourism’ che fornisce immagini poco edificanti, soprattutto da parte di persone anziane, sia uomini che donne. Solo qualche giorno fa sono andato a prendere una pizza da portare a casa e ho visto una signora italiana, molto anziana, che davanti a tutti, si sbaciucchiava senza vergogna con un giovane africano. Prima che una questione morale è un fatto di buon gusto. Per quanto riguarda l’ambasciata e le sue rappresentanze, devo dire che non hanno mai fatto molto per assistere e tenere unita la comunità, ma queste, ovviamente sono solo mie impressioni.”

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
twittter@Franco.Kronos.1

Disordini per i vampiri in Mozambico, il presidente smentisce la loro esistenza

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 31 ottobre 2017

Dopo il Malawi i vampiri sono arrivati anche in Mozambico. Almeno è questo che crede la popolazione delle provincie della Zambezia e di Nampula, aree del centro Nord del Paese.

Paura dei vampiri in Mozambico
Paura dei vampiri in Mozambico

Anche il presidente della repubblica, Filipe Nyusi, è dovuto intervenire nella città di Nampula per negare la presenza dei “succhia-sangue” e calmare la popolazione che crede ai “boatos” dovuti al passaparola sui vampiri.

Nampula e Zambezia sono le province dell’ex colonia portoghese vicine al Malawi dove, anche lì, il presidente della repubblica Peter Mutharika è intervenuto per “arginare la caccia ai vampiri”.

“Finora nessuno si è presentato nelle strutture sanitarie per farsi medicare a causa di questo fenomeno – ha detto il capo dello stato mozambicano in un comizio – chi mette in giro queste voci mira a incoraggiare una nuova forma di guerra e intende seminare discordia tra la popolazione”

Veduta della città di Nampula, Mozambico
Veduta della città di Nampula, Mozambico

La supposta presenza dei vampiri – e non si tratta dei pipistrelli ma di quelle creature demoniache che si nutrono di sangue umano – ha creato disordini tra la popolazione.

La settimana scorsa nella provincia di Nampula, a Muralelo, è stata assaltata una caserma della polizia per liberare delle coloro che erano accusati di aver diffuso voci sull’esistenza dei vampiri: bilancio: un morto e tre feriti. Invece in Zambezia, a Gile, negli scontri causati da voci che accusavano le autorità di proteggere i vampiri hanno perso la vita due persone.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin