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Un rapporto americano denuncia nuove prove contro i francesi sul genocidio in Ruanda

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francoDal nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 15 dicembre 2017

Sono passati 23 anni dal raccapricciante sterminio dei tutsi in Ruanda che provocò quasi un milione di morti in soli tre mesi. Neppure Hitler, Stalin e Pol Pot, erano arrivati a tanto, in un così breve periodo di tempo. E’ quindi naturale che l’eco di questa tragedia non sia ancora spento, soprattutto per la bestiale ferocia con cui la mattanza era stata compiuta. Questo spiega la ferma volontà dell’attuale governo ruandese di chiarire ogni aspetto dell’orribile vicenda.

Le accurate investigazioni, svolte per conto del governo di Kigali, dall’americana “Cunningham Levy Muse” con base a Washington, rivelerebbero una sconcertante verità: la Francia, già ampiamente criticata in passato, per il suo atteggiamento imbelle di fronte alla strage, oggi si vede oggetto di un’accusa ben più pesante. Non solo sarebbe rimasta indifferente, ma avrebbe addirittura sponsorizzato l’eccidio dotandolo di supporti materiali e logistici.

Genocidio del Ruanda
Genocidio del Ruanda

Per la verità, accuse di questo genere erano già state formulate circa tre anni fa dal presidente ruandese Paul Kagame, ma sempre sdegnosamente respinte dalla Francia. Oggi, però, è intervenuto un organismo terzo che ha fornito un rapporto preciso e minuzioso per contestare il quale non basterà più lo sdegno, ma una pragmatica esposizione degli eventuali elementi atti a smentirlo. La Francia sarà in grado di formularli?

http://www.africa-express.info/2014/04/05/ventanni-fa-il-genocidio-ruanda-kagame-accusa-la-francia-di-partecipazione-attiva-ai-massacri/    

“Le autorità francesi – scrive il rapportoerano perfettamente a conoscenza del piano di sterminio e non si limitarono a lasciare che fosse attuato, ma lo favorirono concretamente con l’ausilio di armi e consulenze operative”. Alcune di questi corsi formativi, svolti a beneficio degli assalitori, avrebbero addirittura avuto luogo presso l’ambasciata di Francia della capitale ruandese. “La Francia – prosegue il rapporto – svolse il suo ruolo di sostegno, prima, dopo e durante l’attuazione del genocidio. Fornì agli aggressori sicuri canali di comunicazione durante le sanguinose incursioni e, a stragi compiute, assicurò loro anche rifugi protetti”.

Rivelazioni scioccanti, queste, che, se confermate, getterebbero una luce davvero sinistra sul governo francese allora retto da Francois Mitterand che, all’indomani dell’eccidio, avrebbe anche tentato di interferire nei tentativi dell’ONU e del governo ruandese, di individuare i responsabili dell’atroce sterminio. Il rapporto del “Muse” è anche stato inviato all’Eliseo che, almeno fino ad ora, non ha rilasciato alcun  commento. La palese ambiguità della potenza europea, ha indotto Louise Mushikiwabo, ministro degli esteri ruandese, a richiamare in patria per consultazioni il suo ambasciatore a Parigi.

Louise Mushikiwabo, ministro degli esteri ruandese
Louise Mushikiwabo, ministro degli esteri ruandese

Davvero un brutto colpo per il giovane presidente francese Emmanuel Macron che, proprio in questi giorni, fa di tutto per auto-referenziarsi come strenuo difensore dei diritti dei migranti rinchiusi nell’inferno dei lager libici e che, sia in questa circostanza, sia nel recente simposio in Costa d’Avorio, tra Unione Araba e Unione Europea, non è riuscito mascherare interessi ben diversi da quelli umanitari, rivolti dal suo paese verso il continente africano. 

Il guaio per il mondo occidentale è che la Francia non è un’insignificante repubblichetta delle banane, ma è la prima potenza militare e la seconda economica, dell’Unione Europea. L’accertamento del rapporto “Muse” non nuocerà quindi soltanto all’antica Repubblica della Gallia Transalpina, ma farà perdere credibilità all’intera Europa che da troppo tempo, ormai, continua ad esibirsi in vani soliloqui di solidarietà, legalità e giustizia. 

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1 

Il Supremo Concilio Islamico del Kenya a Uhuru: “Interrompi relazioni con gli USA”

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francoDal nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 15 dicembre 2017

La decisione del presidente americano Donald Trump di spostare la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme – riconoscendo così implicitamente il diritto di Israele sulla contesa capitale di tre fedi religiose – ha infuriato lo sceicco Mohamed Khalifa, capo del CIPK (Council of Imams and preachers of Kenya) che ha perentoriamente chiesto a Uhuru Kenyatta di interrompere le relazioni con il potente alleato d’oltre oceano. “Trump parla di pace – ha detto l’alta autorità islamica – ma compie azioni che portano alla guerra. E’ meglio non aver più nulla a che fare sia con lui che con il suo Paese”.   

In effetti la decisione di Trump, presa in un momento già caratterizzato da forti tensioni internazionali per la follia del dittatore nord coreano, gli atti terroristici del fondamentalismo islamico che insanguinano una vasta parte del mondo ed il latente rischio di impeachment che si fa sempre più rigoglioso all’interno del paese, appare quantomeno azzardata per gli effetti destabilizzanti che rischia di creare in una delle aree più bollenti del pianeta. E’ vero che il riconoscimento di Gerusalemme come capitale ufficiale dello stato ebraico, era già stato deliberato fin dal 1995 dal Congresso americano, durante la presidenza di Bill Clinton, ma né lui né i suoi successori; George Bush, George Bush figlio e Barak Obama, avevano avuto il coraggio di implementarlo, ben consci delle drammatiche implicazioni che ciò avrebbe comportato. Posto che i due Bush, entrambi repubblicani, non si erano certo mostrati restii a dar vita ad azioni da Ramboo.

Il Segretario Generale del Supremo Consiglio Islamico del Kenya, Sceicco Mohamed Khalifa
Il Segretario Generale del Supremo Consiglio Islamico del Kenya, Sceicco Mohamed Khalifa

Donald Trump, questo coraggio – o questa irresponsabilità – ha mostrato di averli, incurante di essersi una volta di più inimicato la maggior parte degli alleati europei, insieme alle potenze russe e cinesi e ora anche la vasta presenza islamica del Kenya.  “La dichiarazione di Trump – ha osservato ancora lo sceicco Khalifa – mostra la sua vera e barbara natura che ama lo scontro e lo spargimento di sangue. La sua scelta scriteriata rischia di portare il mondo al terzo conflitto mondiale”.  Parole pesanti e previsioni forse esageratamente catastrofiche, ma che mostrano il forte risentimento del mondo islamico, largamente presente, non solo in Kenya, ma in tutto il continente africano.

E’ del tutto improbabile che il governo del Kenya prenda anche solo in esame l’imperiosa richiesta del battagliero sceicco. L’America è un alleato a cui il Paese non può rinunciare, ma dovrà tuttavia tener conto del fatto che gran parte dell’economia interna è proprio gestita da cittadini di fede islamica, credo religioso molto diffuso ed in costante incremento, grazie ad un efficace proselitismo. Il rischio è che gli ambienti di fede più ortodossa, finiscano di cedere alle teorie fondamentaliste di cui non mancano certo esponenti agguerriti: Isis, al Shabaab e lo stesso MRC (Mombasa Republican Council) il movimento indipendentista della costa.

L’incontro tra Uhuru Kenyatta e Donald Trump alla riunione del G7 di Taormina
L’incontro tra Uhuru Kenyatta e Donald Trump alla riunione del G7 di Taormina

Occorrerà quindi che il governo si impegni in un’opera di mediazione intelligente ed accurata per evitare conseguenze che potrebbero aprire voragini di instabilità in un paese già provato da una protratta anemia finanziaria. Fortunatamente, come si può leggere sui social forum, il Paese sembra aver reagito in modo molto tiepido all’invito dello sceicco Khalifa. “Abbandonare gli USA – scrive Wanjuru Warama in suo post – e come per un bambino di pochi anni, abbandonare i propri genitori. Non sarebbe una decisione saggia”.  

Njuguna Kamau è ancora più lapidario: “Gerusalemme è dichiarata capitale d’Israele. E allora? Non abbiamo abbastanza problemi in casa nostra per andare a ficcare il naso in quelli altrui?”    

Ovviamente la comunità islamica esprime opinioni ben diverse e dal tono più categorico, come quella di Abu Muskab Bin Sheikh: “Gerusalemme appartiene alla Palestina. Punto e basta!” E’ probabile che il Kenya, grazie al suo lungo e consolidato atteggiamento filo-occidentale, non sarà più di tanto toccato da queste reazioni. Lo stesso non può però dirsi per il resto dell’Africa, soprattutto per quanto riguarda i Paesi della costa atlantica e della fascia mediterranea, le cui eventuali azioni potrebbero produrre pericolose emulazioni nel resto del continente.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Sentenza dei giudici tedeschi: “La ONG che salva i migranti non è criminale”

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Africa ExPress
Berlino, 14 dicembre 2017

Un Tribunale di Dresda ha disposto che l’Organizzazione non governativa, “Mission Lifeline Search and Rescue” non può essere assolutamente essere definita  “organizzazione di trafficanti”.

La ONG tedesca aveva fatto richiesta di un decreto ingiuntivo alla Corte di Dresda contro la “Identitaere Bewegung” (movimento identitario di estrema destra), che aveva accusato la ONG di essere un’organizzazione di trafficanti, operante senza alcuna autorizzazione in acque libiche. Gli estremisti di destra avevano inoltre sostenuto che la ONG era in continuo contatto con mercanti di uomini per accordarsi sul punto di incontro per il trasbordo, mettendo così a rischio la vita dell’equipaggio e dei profughi stessi.

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L’Organizzazione tedesca aveva inoltrato una completa documentazione con relative prove al giudice, che, in base a queste, ha ritenuto inutile un dibattimento in aula, e ha accolto la richiesta di Mission Lifeline Search.

Africa ExPress ha raggiunto telefonicamente Axel Steier, portavoce della ONG tedesca. Steier ha sottolineato: “E’ un chiaro segnale che in uno Stato di diritto non vengono tollerate le campagne diffamatorie in rete. Ma – ha aggiunto il portavoce – queste esternazioni sono ovviamente rivolte verso gli stranieri, i profughi in particolare e queste propagazioni di odio influiscono molto sulle donazioni”.

In passato la ONG tedesca era stata indagata anche dalla Procura tedesca per “tentativo di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Gli inquirenti non hanno trovato prove sufficienti per tali accuse e l’indagine è stata archiviata. (https://www.africa-express.info/2017/06/27/ong-tedesca-indagata-per-immigrazione-clandestina-ancora-prima-di-iniziare-lattivita-sar-nel-mediterraneo/).

Africa ExPress

Al Bashir pronto a ritirare le truppe sudanesi dallo Yemen devastato dalla guerra

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 14 dicembre 2017

La morte dell’ex presidente dello Yemen, Abdullah Saleh, ammazzato da un cecchino ribelle sciita degli huti, mentre cercava di fuggire da Sanaa, la capitale yemenita, complica la già difficile situazione di questo Paese, conteso da Arabia Saudita e Iran. In poche parole, Saleh è stato eliminato dai ribelli houthi con i quali era alleato. Dunque ora si combatte una guerra civile dentro la guerra civile. E infatti due giorni prima della sua morte, Saleh aveva fatto sapere che l’alleanza era ormai disfatta e si era dichiarato pronto ad aprire un dialogo con Riad. Ovviamente tale annuncio era stato accolto favorevolmente dall’Arabia Saudita.

Ieri nuovi raid hanno colpito in particolare un campo della polizia militare vicino alla capitale Sanaa, controllata dagli huti. Decine i morti, moltissimi i feriti. E proprio a causa dell’insicurezza che vige da diverso tempo nella capitale yemenita, la Russia ha deciso di chiudere momentaneamente la propria ambasciata a Sanaa. Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri di Mosca, ha riferito ai repoter di TASS (agenzia stampa russa), che il personale ha già lasciato il Paese della penisola arabica.  

Saleh aveva ormai settantacinque anni, era una figura predominante nello Yemen che aveva guidato per ben oltre trent’anni, prima di essere deposto nel 2012. La sua alleanza con gli huti era fragile e i due gruppi condividevano ben poco dal punto di vista ideologico. La sua scomparsa non segnerà certamente la fine di questa orribile guerra, che ha seminato morte e distruzione in tutto il Paese.

Abdullah Saleh, l'ex presidente yemenita ucciso
Abdullah Saleh, l’ex presidente yemenita ucciso

Dal marzo del 2015 nello Yemen si consuma un sanguinoso conflitto interno, che vede contrapposto due fazioni: gli huti, un movimento religioso e politico sciita, che appoggiano il presidente destituito Ali Abd Allah Ṣaleḥ da un lato e le forze del presidente Mansur Hadi, rovesciato dagli huti con un colpo di Stato nel gennaio 2015.  La coalizione saudita entra nel conflitto nel marzo 2015 a sostegno di Hadi, che a tutt’oggi è riconosciuto dalla comunità internazionale come capo di Stato.

Tra i Paesi che sostenevano la coalizione saudita, c’era anche il Sudan con le Rapid Support Forces (RSF, il nome ufficiale dei gruppi janjaweed), attive anche nello Yemen. Nel mese di settembre il comandante delle RSF, Mohamed Hamdan Daglo aveva fatto sapere che ben quattrocendodici militari sudanesi erano morti nello Yemen dal 2015. Le forze dell’RSF sostengono le truppe saudite soprattutto nel controllo delle frontiere contro gli attacchi degli huti, in poche parole sono considerate una componente essenziale nelle operazioni militari terrestri della coalizione. Ma in Sudan non tutti i politici erano concordi sulla partecipazione alla guerra nello Yemen. Hassan Osman Rizq, parlamentare e uno dei leader del Reform Now Movement, aveva chiesto il ritiro immediato delle truppe, proprio per le forti perdite subite. Tempo fa l’ambasciata di Khartoum a Sanaa, la capitale dello Yemen, era stata attaccata per la terza volta dai ribelli huti.

Omar al Bashir, presidente del Sudan e Vladimir Putin, presidente russo
Omar al Bashir, presidente del Sudan e Vladimir Putin, presidente russo

Durante la visita del presidente sudanese Omar al Bashir  in Russia, dove ha avuto colloqui con Putin, la posizione del Sudan è cambiata nei confronti dell’Arabia saudita. Infatti Al Bashir ha espresso il suo sostegno nei confronti della politica di Putin in Medio oriente. Un messaggio di sfida rivolto a Wahington e Riad. Si vocifera persino che il Sudan potrebbe ritirare le sue truppe dallo Yemen. D’altronde Saleh, poco prima della sua morte, aveva chiesto ad Egitto e Sudan di ritirarsi dalla coalizione guidata dai sauditi.

Quando il dittatore sudanese si era recato in Sudafrica per un vertice dell’Unione Africana nel giugno del 2015, l’Alta corte di Pretoria aveva espresso il suo disappunto per suo mancato arresto. Su al Bashir pende un mandato d’arresto, spiccato dalla Corte Penale Internazionale nel 2009, per crimini di guerra e genocidio. (http://www.africa-express.info/2015/06/15/bashir-evade-dal-sudafrica-e-sfugge-alla-cattura-ordinata-dal-tribunale-internazionale/).
(http://www.africa-express.info/2016/03/18/alta-corte-sudafrica-contro-governo-illegale-e-vergognoso-non-arrestare-al-bashir-2/)

Pochi hanno parlato dell’incontro tra Putin e al Bashir a Mosca (il presidente russo ha mandato a Khartoum un aereo per assicurare al leader sudanese un tranquillo e sereno viaggio) e ancora meno hanno osato menzionare il mandato d’arresto internazionale, in quanto la Russia non è uno Stato membro del Tribunale dell’Aja.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Massacro sulle strade del Kenya: 64 morti e decine di feriti

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Dal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 13 dicembre 2017

Due terrificanti incidenti hanno insanguinato, tra lunedì e martedì, le strade del Kenya. Il primo si è verificato sul Kamukuywa bridge, sulla strada tra Kitale e Webuye, il secondo è avvenuto nella tarda mattinata di ieri a Sachangwan, sulla superstrada tra Eldoret e Nakuru. Le prime notizie parlavano di una trentina di vittime, ma dati più precisi forniti oggi dalla polizia, portano allo spaventoso totale di ben 64 morti. i feriti sono decine.

L’incidente di Kamukuywa ha coinvolto un trattore che trasportava canne da zucchero, un matatu (pulmino per trasporto di passeggeri) e tre vetture private. Secondo le prime ricostruzioni, il minibus stava tentando di superare il mezzo agricolo sullo stretto ponte ma il sorpasso azzardato non è riuscito. la collisione frontale con altre auto che sopraggiungevano in direzione contraria è stato inevitabile.  Lo scontro dovuto anche all’elevata velocità dei mezzi è stato inevitabile.

Il pauroso incidente di ieri sulla superstrada Eldoret-Nakuru
Il pauroso incidente di ieri sulla superstrada Eldoret-Nakuru

Lo scontro di Sachangwan, invece, ha coinvolto 15 veicoli, tra cui un grosso autobus passeggeri, un autocarro pesante, diversi matatu e auto private. Pare che la colonna di veicoli stesse rallentando a causa di un blocco stradale della polizia, quando l’autista dell’autocarro che sopraggiungeva in coda alla colonna non ha frenato, probabilmente per un guasto, e ha tamponato la lunga colonna di mezzi.

Il pedaggio che il Kenya paga annualmente in morti per incidenti stradali è tra i più alti del mondo. Nel 2016 le vittime sono state 3,240, praticamente le stesse che si sono registrate in Italia (3,283) con la differenza che in Italia circolano 37 milioni di veicoli, mentre quelli circolanti in Kenya, sono solo 1,600,000. Ciò significa un’incidenza dello 0.2 per cento sui veicoli circolanti, contro quella dello 0.009 per cento in Italia. Incidenza che ha peraltro recentemente sollevato serie preoccupazioni nelle nostre autorità preposte al controllo sulla circolazione stradale.

Le cause di questa mattanza sulle strade dell’ex colonia britannica sono molteplici. Il dissesto di molte arterie, anche di quelle pomposamente definite “Superstrade”; le cattive condizioni dei mezzi soggetti a scarsa se non nulla manutenzione; l’eccessiva presenza di curve e dossi che impediscono la visuale nei sorpassi; la quasi totale assenza di segnaletica adeguata e ben visibile.

A questo va aggiunto che molte strade, anche quelle di grande comunicazione sono tuttora provviste di una corsia unica per ogni senso di marcia e ciò costringe esasperati automobilisti ad accodarsi ad autocarri lentissimi che procedono a 20 e a volte anche 10 chilometri orari. I mezzi sono sovente sovraccarichi, con i pneumatici consumati e giù di compressione e con freni inadeguati. e’ capitato anche che non sono riusciti ad affrontare leggere salite e sono scivolati indietro travolgendo i mezzi che li seguono, cosa questa che induce spesso a sorpassi avventati con tragiche conseguenze.

Infine, sul tutto, primeggia la sempre presente corruzione. A fronte di una bustarella, la polizia del traffico permette la circolazione anche ai veicoli più fatiscenti. Mentre i funzionari del ministero dei trasporti, grazie allo stesso obolo, concedono spesso patenti di guida con estrema disinvoltura, in molti casi anche senza che il candidato abbia sostenuto alcun esame. Tutto questo non è certo attenuato dalla spericolatezza che pare rappresentare un punto di merito per i guidatori del Kenya, che vedono nella trasgressione, l’affermazione della propria personalità.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Al via la missione congiunta di 5 Paesi del Sahara contro il terrorismo

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 12 dicembre 2017

All’inizio dello scorso luglio i presidenti Ibrahim Boubacar Keïta (Mali), Idriss Déby Itno (Ciad), Mohamed Ould Abdelaziz (Mauritania), Roch Marc Christian Kaboré (Burkina Faso) e Mahamadou Issoufou (Niger) hanno annunciato la creazione di  Force G5 S, un nuovo contingente tutto africano, composto da truppe mauritane, nigeriane, maliane, burkinabé e ciadiane. Il compito della nuova forza alleata sarà quello di contrastare il terrorismo islamico nel Sahel. (http://www.africa-express.info/2017/07/04/il-g5-sahel-bamako-lancia-un-nuovo-contingente-africano-contro-jihadisti/).

Il 21 giugno scorso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato all’unanimità con risoluzione (la numero  2359) la creazione del nuovo corpo di sicurezza, Force conjointe du G5 Sahel (FC-G5S), forte di cinquemila militari e forze di polizia. Finalmente venerdì scorso il Palazzo di Vetro ha adottato all’unanimità un’altra risoluzione che autorizza alla Missione multidimensionale integrata delle Nazioni Unite in Mali (MINUSMA) di fornire supporto logistico e operativo alla nuova forza anti-jihadista.

I capi di Stato del G5 Sahel: Ibrahim Boubacar Keïta (Mali), Idriss Déby Itno (Ciad), Mohamed Ould Abdelaziz (Mauritania), Roch Marc Christian Kaboré (Burkina Faso) e Mahamadou Issoufou (Niger)
I capi di Stato del G5 Sahel: Ibrahim Boubacar Keïta (Mali), Idriss Déby Itno (Ciad), Mohamed Ould Abdelaziz (Mauritania), Roch Marc Christian Kaboré (Burkina Faso) e Mahamadou Issoufou (Niger)

Questa nuova risoluzione, redatta dalla Francia, è stata oggetto di ardue trattative con gli Stati Uniti, che inizialmente si sono opposti a qualsiasi coinvolgimento dell’ONU per quanto concerne la Force G5 Sahel.

Il G5 Sahel è un’operazione pilota e sin dalla sua nascita ha riscontrato parecchie difficoltà per quanto riguarda il suo finanziamento. Finora l’Unione europea ha stanziato cinquanta milioni di euro, mentre altri cinquanta milioni di dollari sono stati messi a disposizione dagli Stati che costituiscono il G5 Sahel, ossia un contributo di dieci milioni di euro per ciascun Paese. Dal canto suo la Francia partecipa con settanta vetture tattiche, materiale per le trasmissioni e protettivo, per un valore di otto milioni di euro. L’Arabia Saudita ha promesso cento milioni di dollari, mentre gli USA sosteranno il contingente con sessanta milioni di dollari. Dunque ci si avvicina piano piano alla cifra prevista di quattrocentoventitre milioni di dollari per rendere pienamente operativo il corpo anti-jihadista africano e si spera che ciò possa tradursi in fatti nel primo semestre del 2018. Il contributo dell’UE sarà finanziato grazie al Fondo fiduciario per l’Africa.

L’UE è un attore chiave nel settore della sicurezza nel Mali e in tutta la regione del Sahel con la presenza di ben tre missioni: “Politica per la sicurezza e difesa comune” (PSDC): EUCAP Sahel Niger (formazione e consigli alle forze di sicurezza del Niger per la lotta contro il terrorismo e il crimine organizzato); EUCAP (European union external action) Sahel Mali (formazione e consigli alle forze di sicurezza maliane per garantire l’ordine democratico) e la missione di formazione dell’UE nel Mali (EUTM) (sostegno e addestramento del personale di comando dell’esercito maliano). Un processo di regionalizzazione delle tre missioni è in corso.

Quartier generale della Force G5 Sahel a Sévaré, Mali
Quartier generale della Force G5 Sahel a Sévaré, Mali

Didier Dacko, capo di Stato maggiore delle forze armate maliane è stato nominato comandante della nuova forza congiunta, il cui quartier generale è a Sévaré, vicino alla città di Mopti, nel centro del Mali. E il 31 ottobre scorso, soldati maliani, burkinabè e nigerini hanno fatto il primo pattugliamento congiunto ai confini del Mali, Burkina Faso e Niger, zone divenute da anni instabili, perchè “frequentate” da gruppi terroristi. Le truppe del G5 Sahel sono state sostenute da un centinaio di uomini del contingente francese Barkhane, che è operativo in tutto il Sahel con quasi quattromila uomini con base a N’Djamena, la capitale del Ciad. Millesettecento uomini sono dispiegati a Gao, nel nord del Mali.

Pur di contrastare il flusso migratorio verso l’Occidente, l’UE e i singoli Stati membri sono ben disposti a mettere le mani in tasca: non si bada a spese per militarizzare i confini. Le persone scapperanno comunque, cercheranno vie sempre più pericolose pur di raggiungere altre mete; le fughe dai Paesi d’origine non sono solamente dovute al terrorismo galoppante che imperversa in tutto il Sahel, sono dovute anche ai cambiamenti climatici, al riscaldamento del globo terrestre e alla conseguente siccità, responsabile di raccolti fallimentari e che sta decimando le mandrie.  Il ricco Occidente inquina, i poveri dell’Africa ne subiscono le conseguenze, un particolare che viene spesso dimenticato quando si parla di migranti.      

Ora la Francia è disposta anche ad aumentare il suo budget per lo sviluppo nel Sahel del trentatré per cento. Finora tale finanziamento era nell’ordine di seicento milioni. Lo ha fatto sapere Jean-Marc Châtaigner, il nuovo inviato speciale della Francia nella regione. “Ci assicureremo che gli aiuti arriveranno direttamente alle popolazioni e dovranno essere utilizzati per l’agricoltura, l’energia elettrica, governance, sostegno all’accesso dei servizi essenziali, educazione, formazione e impiego”.

forum-invest-maliSenza capitali stranieri il Sahel non potrà risorgere. Ne è ben consapevole anche il governo del Mali, che ha organizzato la scorsa settimana un forum “Investi in Mali” per promuovere le potenzialità del Paese. Ovviamente per motivi di sicurezza molti investitori stranieri procedono con estrema cautela prima di impiantare aziende in un territorio tanto fragile. Ma forse la nuova “Force G5 Sahel” ha convinto il governo di Bamako di presentare proposte allettanti ad eventuali nuovi potenziali investitori. Peccato solo che appena terminato il meeting, sabato mattina sono stati trovati i corpi di cinque impiegati di una compagnia cinese di telecomunicazioni sul bordo di una strada vicino a Niafunke, una cittadina al centro della ex colonia francese. Secondo alcuni testimoni sarebbero stati rapiti il giorno precedente. Finora nessuno ha rivendicato questa ennesima barbaria. Potrebbe essere opera di criminali comuni o di uno dei tanti gruppi terroristi attivi nell’area. Le indagini sono ancora in corso.

Altre sei persone sono state uccise a Timbuctu durante un attacco, si presume sia opera di membri del gruppo jihadista al-Qaeda nel Maghreb islamico (AQMI). Diverse altre sono state ferite. Secondo una fonte militare maliana, con questo ennesimo assalto l’AQMI ha intenzione di rallentare il processo di pace (http://www.africa-express.info/2015/06/24/firmato-laccordo-di-pace-mali-anche-dai-ribelli-maggioranza-tuareg/), trattato firmato nel 2015, ma che stenta a decollare. Inoltre, ha aggiunto la stessa fonte, i jihadisti stavano cercando un membro di spicco di Congrès pour la justice dans l’Azawad (CJA), movimento della tribù touareg di Kel Ansar, favorevole all’accordo.   

E nel cuore di Bamako è stato praticamente raso al suolo il mercato lunedì notte da un violento incendio. Fortunatamente non si sono registrate vittime. Le indagini sulle cause sono ancora in corso, ma dai primi accertamenti sembra che il fuoco sia divampato contemporaneamente in tre punti diversi. Un duro colpo per i commercianti al dettaglio e all’economia della capitale.

La crisi del Sahel è ben lontana da poter essere risolta a breve termine. La crisi umanitaria si aggrava costantemente. Gli sfollati sono oltre cinque milioni e ventiquattro milioni necessitano di aiuti umanitari. Il tasso di natalità è tra i più elevati al mondo. Una ricchezza per un Paese, ma una domande sorge spontanea: cosa possono offrire i governi del Sahel a questi piccoli, futuri cittadini? Buona parte delle scuole sono chiuse per i continui attacchi dei sanguinari jihadisti. Il terrorismo non uccide solo le persone, mira alla desertificazione delle menti.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

In Ghana i progetti finanziati dall’Europa per creare posti di lavoro e speranze

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Massimo Alberizzi FrancobolloDal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Kusunya (Ghana), dicembre 2017

Bloccare l’esodo dei migranti, fare in modo che nei loro Paesi trovino lavoro e abbiano dignità di vita e non nutrano più desiderio e bisogno di partire. Sono luoghi comuni espressi e sentiti in Europa negli ultimi mesi. Ma la politica dei singoli Paesi sembra paralizzata e, al di là delle dichiarazioni di principio, si aggrappa a soluzioni all’apparenza interessanti ma che alla fine si rivelano irrealizzabili e anche disumane. I tentativi del governo italiano per cercare accordi con i governi libico e sudanese per impedire l’esodo verso il Mediterraneo, non sono che utopie assurde e goffe che nascondono l’incapacità di affrontare alla radice il problema.

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Diverso invece l’approccio dell’Unione Europea e in particolare del commissario per la Cooperazione Internazionale e lo sviluppo, il croato Neven Mimica, che ha cercato di applicare concretamente il principio “aiutiamoli a casa loro”, cercando di creare opportunità di lavoro e occasioni per sviluppare speranza e fiducia in un futuro migliore.

La Golden Exotic Limited è una compagnia che opera in Ghana e si occupa dalla produzione e esportazione delle banane. E’ legata alla francese Compagnie Frutière, che detiene la quota di maggioranza e, soprattutto, ne cura le gestione. A un centinaio di chilometri da Accra, capitale dell’ex colonia britannica, a Kusunya ha desinato alla coltivazione di banane 1104 ettari e ne ha riservati a coltura biologica 400. in totale si tratta di 17 milioni di piante. Il terreno è di proprietà pubblica – appartiene allo Stato o alle comunità locali – ed è preso in affitto. Una piccola parte di esso è dedicata alle piantagioni di ananas. Gli impianti di lavorazione impiegano 2.500 persone.

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“Siamo passati da una produzione totale di 3400 tonnellate nel 2008 a 13 mila del 2017. Un incremento notevole. Per le piantagioni organiche – spiega il general manager Olivier Chassang – abbiamo la certificazione di alcune società private. Usiamo pesticidi e fertilizzanti assolutamente naturali, anche se i costi sono nettamente superiori. L’81 per cento della produzione finisce in Europa, il resto invece viene esportato in Africa occidentale”. 

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Le banane che si producono qui sono di tipo cavendish: grosse, arcuate, dure e consistenti. La pianta della banana si può considerare un’erba, il suo tronco, infatti, non ha nessuna consistenza lignea. Dal momento della messa a dimora nel terreno alla nascita dei primi fiori, passano cinque mesi, dal fiore al frutto e alla sua raccolta altri tre mesi. Il porto di imbarco si trova a 60 chilometri dalla piantagione. Da qui i frutti partono per l’Europa dove saranno sbarcati in Francia e in Spagna.

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Le banane che arrivano nell’Unione Europea dalla zona ACP (Africa, Caraibi, Pacifico) godono di tassazioni agevolate. Questo ha permesso di sbaragliare i concorrenti americani, soprattutto la United Fruit (nota in Italia con il marchio Chiquita) e la Dole, le quali avevano una produzione in Ghana ma da qualche anno hanno abbandonato il Paese, preferendo concentrare la loro attività nelle loro piantagione tradizionali in America Latina. 

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Il business delle banane è assai consistente e qualche anno fa la Dole aveva cercato di penetrare nel campo della produzione africana utilizzando metodi non del tutto ortodossi. Raccontano le cronache che in Somalia la società americana avesse comprato un quantitativo enorme di banane. Ma quelle prodotte nell’ex colonia italiana sono piccole, brutte (ma per altro buonissime) e non adatte a essere vendute al pubblico in Europa. Caricate sulle navi della Dole erano state gettate in mare e sostituite con banane del Centro America che a questo punto erano state marchiate come provenienti dalla Somalia ed erano potute entrare in Europa con le tassazioni agevolate. Il business era durato poco: travolto dalla devastante guerra nell’ex colonia italiana.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter malberizzi

(1 – continua)

I veterani di guerra Usa anti-bracconaggio in Tanzania. E nasce il serial tv Blood Ivory

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 10 dicembre 2017

Si chiamano VETPAW, acronimo di Veterans Empowered To Protect African Wildlife (Veterani autorizzati alla protezione della fauna selvatica africana). Si tratta di una ong fondata nel 2012 da Ryan Tate, un ex marine.

Veterano di guerra trentenne post 11 settembre, Tate ha visto lo sterminio di elefanti, rinoceronti, leoni della fauna in via di estinzione a causa del bracconaggio e ha deciso di fare qualcosa di utile attraverso ciò che sa fare meglio: la guerra.

https://youtu.be/Kf7dOlMuyZM

Come lui, i veterani statunitensi addestrati sui campi di battaglia di Iraq e Afghanistan, attraverso il loro training sono in grado di utilizzare le tecniche di guerra e di battaglia per salvare le specie africane che stanno scomparendo per sempre.

“Ho lasciato il mio lavoro – ha spiegato l’ex soldato – e in Tanzania ho messo a disposizione le mie abilità di marine per fermare i criminali che pilotano il commercio illecito di avorio”.

Tate e il suo team in Tanzania lavorano in collaborazione con la task force per i crimini contro la fauna selvatica. Con successo hanno dato aiutato nelle indagini utilizzando strategie militari che hanno portato all’arresto di oltre 25 persone sospettate di bracconaggio e alla distruzione di una rete responsabile della morte di grande numero di elefanti.

La pagina web di Blood Ivory
La pagina web di Blood Ivory

I veterani americani di VETPAW oggi hanno anche una base operativa in Sudafrica dove proteggono i rinoceronti in pericolo di estinzione dal bracconaggio e fino ad ora hanno addestrato u migliaio di ranger anti bracconaggio.

Dall’esperienza di questo gruppo di ex soldati che provengono da tutte le forze armate americane e dal corpo speciale dei Berretti verdi, è nato il serial docufilm “Blood Ivory” (Avorio di sangue). Un viaggio nell’Africa selvaggia che ha cambiato la loro vita (alcuni di loro non erano mai stati nel continente nero).

La prima stagione ha già prodotto quattro episodi che si possono vedere sul Sky Animal planet (canale 416) oppure online sul sito di Animal planet (in inglese) .

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
twitter: @sand_pin

What one of the deadliest ever attacks on UN peacekeepers means for Congo

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Samuel Oakford
Freelance journalist based in New York, and regular IRIN contributor 

At least 14 UN peacekeepers were killed and more than 50 wounded when armed men attacked their base in eastern Democratic Republic of Congo, the UN mission, known as MONUSCO, said on Friday.

At least 12 of the peacekeepers killed were Tanzanian soldiers. Five Congolese soldiers were also killed, and the Congolese army put the number of rebel deaths at 72. UN officials said the toll could still rise as some peacekeepers were still missing and others gravely injured.

UN officials said it was likely that the attack was perpetrated by members of the shadowy Allied Democratic Forces, which has been active in the area for years. The ADF, which originated in Uganda, has not claimed responsibility.

Peacekeeping chief Jean-Pierre Lacroix said the UN would “get to the bottom of this”.

MONUSCO troops in support of Congolese army conducting operations to neutralize armed groups and ensure protection of civilians in Beni region
MONUSCO troops in support of Congolese army conducting operations to neutralize armed groups and ensure protection of civilians in Beni region

The Tanzanian troops were part of the UN’s Force Intervention Brigade – the specialised contingent authorised in 2013 by the Security Council to target and disarm rebel groups in the country.

Lacroix said the incident was a response “to our increasingly robust posture in that region”. The Tanzanian unit is believed to be among the UN’s most effective troops in the region.

Ian Sinclair, director of the United Nations Operations and Crisis Centre, said the attack was the third aimed at Tanzanian soldiers in the same area over the past several months.

Who did it?

Sinclair said the base is situated on the “fringes” of the forest and positioned to obstruct routes used by groups, including the ADF, into the Beni area.

But analyst Christoph Vogel believes it is too early to draw firm conclusions that the ADF, an Islamist rebel group, was responsible for this attack.

Over the past 15 years, the ADF’s main military camps have been in the Rwenzori Mountains and in the Semuliki Valley. It is a highly secretive organisation with strong historical ties to other armed groups in the area and local customary chiefs.

They are known to cooperate with other local militia and there is also enough evidence to suggest that some attacks attributed to the ADF in the past were in fact conducted by the Congolese army.

“It’s quite possible that the ADF is involved but there is no proof,” concluded Vogel. “It’s absolutely possible that the ADF teamed up with other militia or more mysterious actors.”

Attacks in the region are often attributed to “suspected ADF rebels” with little in the way of proof.

Recent incidents include the killing of 26 civilians a few weeks ago, which led to the closure of the main road back to the city of Beni. In late October, the Congolese commander in Beni survived an ambush when a rocket hit his jeep, killing another soldier.

The shock of this attack, though, is the scale of it, involving scores of heavily armed attackers and lasting several hours.

It will have significant humanitarian repercussions in a region where mounting violence involving several armed groups and the Congolese army has displaced a million people in the first half of this year, on top of 922,000 in 2016.

As a result of the ongoing fighting, Congo was declared a Level 3 emergency by the UN in October, its highest level of crisis.

“The immediate impact [of this attack] is that MONUSCO will turn inwards,” said Vogel. “There will be less patrolling, and less armed escorts available to humanitarians who rely on them to help provide access.”

The attack is likely the second deadliest ever on UN blue helmets — the highest toll since 26 Pakistani peacekeepers were killed in Somalia in 1993. Last year, that many peacekeepers were killed across all UN operations.

“This is the worst attack on UN peacekeepers in the organisation’s recent history,” said UN Secretary-General António Guterres. “These deliberate attacks against UN peacekeepers are unacceptable and constitute a war crime.”

There is a perception that the changing nature of peacekeeping, epitomised by the offensive-minded Force Intervention Brigade, has increased the risks for blue helmets.

They are increasingly deployed in situations where there is no peace to keep, serving in areas where violent extremist groups operate, and where they are expected to “take sides”. UN peacekeepers are also mandated to execute more ambitious tasks, including the protection of civilians.

Are operations becoming deadlier?

But the evidence suggests that overall UN fatalities are not substantively on the rise.

Between 1948 and 2015, 3,561 peacekeepers lost their lives – although combat accounted for just 923 of those fatalities: accident and illness both being the more likely cause of death.

Before this incident, since the beginning of this year, 67 peacekeepers had died.

Historically, the heaviest death tolls as a result of combat action had been the 1960 UN Operation in Congo, the UN’s mission in Somalia, and the 39-year-long UN’s deployment in Lebanon.

But in recent times, Mali stands out. There have been 140 deaths since the United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali, MINUSMA, was established in 2013 – by far the UN’s riskiest current deployment.

MONUSCO, however, is the UN’s largest peacekeeping mission, both in terms of personnel and cost. In March, the Security Council voted to drop the mission’s troop ceiling from 19,815 to 16,215 soldiers.

Addditional reporting by IRIN Africa Editor Obi Anyadike in Nairobi

 

Kenya: Uhuru e Ruto accusati di gestione non trasparente dei fondi pubblici

francoDal nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 10 dicembre 2017

Inquietante accusa in Kenya lanciata dal capo della pubblica amministrazione, Edward Ouko, verso i neo-rieletti  Uhuru Kenyatta e William Ruto alle rispettive cariche di presidente e vice presidente dell’ex colonia britannica. Si tratterebbe di una gestione quantomeno disinvolta dei fondi assegnati alla “State House” (equivalente del nostro Quirinale) per le sue attività diplomatiche da svolgersi nell’ambito di un budget che non viene reso pubblico, così come non vengono rese pubbliche le varie voci di spesa, proprio a garanzia dell’assoluta discrezionalità delle due massime autorità dello stato.

Tuttavia, benché la legge garantisca tale discrezionalità e segretezza, queste spese devono essere documentate e risultare plausibili all’esame del capo della pubblica amministrazione il quale ha dichiarato che negli ultimi tre anni, Uhuru ed il suo vice, hanno prelevato dal fondo in questione, la non indifferente somma di oltre 22 milioni di euro, producendo una documentazione insufficiente a giustificarle e addirittura avendo effettuato spese totalmente prive di documentazione. “Ci sono grossi prelievi del tutto ingiustificati – ha detto Ouko – ai quali io non posso dare ratifica”.  

L’AuditorGeneral del Kenya, Edward Ouko
L’Auditor General del Kenya, Edward Ouko

A titolo di esempio, Edward Ouko, ha citato un prelievo di circa un milione e 400 mila euro, sotto la voce “acquisto veicoli” non meglio identificati, spesa questa che, a giudizio dell’Auditor General, sembra non solo esageratamente eccessiva, ma anche scarsamente attinente alle “attività diplomatiche” svolte dalla presidenza.  

Questi sospetti, qualora non esaurientemente chiariti, gettano indubbiamente una luce un po’ fosca sull’attività dell’attuale leadership del Paese che si dibatte in una situazione drammatica, molto vicina al dissesto finanziario.  A questo proposito occorre ricordare che l’estenuante processo elettorale, appena concluso, è già costato al paese 700 milioni di euro seguiti da altri 2 milioni e cinquecentomila euro per la cerimonia di insediamento alla presidenza. Cifre astronomiche per una nazione che conta 15 milioni di cittadini sotto la soglia di povertà (un terzo dell’intera popolazione) e che, al momento, non sembra avere significative prospettive di miglioramento.

Il presidente del Kenya Uhuru Kenyatta (destra) e il suo vice William Ruto
Il presidente del Kenya Uhuru Kenyatta (destra) e il suo vice William Ruto

Finora non sono state ancora rese note reazioni da parte dei due accusati alle affermazioni di Ouko, ma essendo quest’ultimo di etnia luo – la stessa a cui appartiene il leader dell’opposizione Raila Odinga – non è azzardato ritenere che, nei prossimi giorni, si parlerà forse di tentativi denigratori messi in atto dagli avversari per screditare l’alleanza al governo. Resta il fatto che trasparenza e correttezza della pubblica gestione, restano ancora traguardi ben lontani dal realizzarsi.   

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1