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Uganda: Musseveni “president for ever” grazie ad una modifica della Costituzione

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 22 dicembre 2017

Mercoledì scorso il Parlamento di Kampala ha abolito la legge che poneva il limite di età a settantacinque anni del candidato alla presidenza del Paese. Yoweri Museveni, il settantatreenne presidente dell’Uganda, al potere dal 1986, era riuscito già nel 2005 a far apportare delle modifiche alla Costituzione; allora era stato rimosso il limite di due soli mandati presidenziali.

L’emendamento votato ieri a grande maggioranza (trecentoquindici voti a favore, contro sessantadue contrari e solo due astensioni) dopo tre giorni di accesi dibattiti in aula, permette ora alla vecchia volpe di presentarsi alla prossima tornata elettorale e forse anche ad un’altra ancora. E come nel 2005, Musseveni ha sottolineato più volte anche ora che il Parlamento è indipendente, rispetta assolutamente la volontà del popolo.

Yower Musseveni, presidente dell'Uganda
Yower Musseveni, presidente dell’Uganda

Mentre era ancora in atto la discussione nella Camera, ad alcuni deputati non è stato permesso di entrare. Due di loro sono stati fermati e portati via dalle forze dell’ordine. Entrambi, convinti oppositori di questa nuova legge, stavano per consegnare a Rebecca Kadaga, speaker del Parlamento ugandese, un ordine di comparizione in Tribunale per le 14.00 dello stesso pomeriggio, per la sospensione irregolare di sei deputati. Lunedì scorso la Kadaga aveva sospeso sei membri per cattiva condotta, tutti contrari all’abolizione del limite di età.

La proposta legislativa volta ad emendare la Costituzione, è stata sottoposta al Parlamento la prima volta il 4 ottobre scorso da un fedelissimo del presidente. Ne sono seguiti due giorni di accesi e scontrosi dibattiti. Il secondo giorno sono stati portati via con la forza almeno venticinque deputati, sospesi dalla speaker per cattiva condotta. Alcuni parlamentari sostengono che il personale addetto alla sicurezza che ha fatto irruzione nella Camera quel giorno, fossero militari di un corpo d’élite

Il progetto di legge adottato ieri, reintroduce il limite di due mandati presidenziali, ma questa clausola entrerà solamente in vigore dopo le prossime votazioni; grazie all’introduzione di questo paragrafo, Museveni potrà ricandidarsi altre due volte. Inoltre, l’incarico parlamentare dei deputati e dello stesso presidente prevede un estensione del mandato di due anni, vale a dire dai cinque di ora a sette anni. Dunque la prossima tornata elettorale è prevista per il 2023 e non più nel 2021 come stabilito precedentemente.

Rebecca Kadaga, speaker del Parlamento ugandese
Rebecca Kadaga, speaker del Parlamento ugandese

Rogers Mulindwa, portavoce del partito al potere, “Movimento per la resistenza nazionale” (NRM) ha precisato che la legge ha subito delle modifiche per le discriminazioni basate sull’età.

Mentre Nicholas Opiyo, avvocato e difensore dei diritti umani, ha puntualizzato: “Questo emendamento rappresenta un’inversione per quanto concerne il processo di democratizzazione dell’Uganda. Abolire il limite di età, significa dare ampio spazio ad un regime autocratico e dittatoriale. In un Paese, dove persino gli osservatori internazionali affermano che le elezioni non rispecchiano la libera volontà delle persone, il limite di età era l’unica ancora di salvezza rimasta per mandare a casa Museveni”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Amnesty accusa: il Kenya sta cacciando i rifugiati somali dal campo di Dadaab

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franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 21 dicembre 2017

Da quando, nel maggio dell’anno scorso, le autorità keniane hanno annunciato l’intenzione di chiudere il campo profughi, realizzato con il patrocinio dell’ONU a Dadaab, a poca distanza dai confini orientali con la Somalia, sono migliaia i rifugiati costretti a rientrare nel loro paese d’origine, dove li attendono siccità, violenze e carestia. Per ottenere lo sfollamento, gli stessi rifugiati hanno riferito che le autorità keniane sono ricorse a mezzi disumani: la sospensione nella fornitura di cibo e di servizi, oltre alle aperte minacce che costringevano i profughi a un rimpatrio forzato e senza alcuna assistenza logistica.

Da tempo il Kenya dichiara che la sua decisione è motivata dall’insufficiente supporto internazionale e dal fatto che nel campo si stavano creando focolai terroristici organizzati da Al-Shabaab. Ragioni, queste, sempre respinte dall’ONU che è stato il maggior finanziatore nella realizzazione del campo. “I rifugiati, un tempo fuggiti dalla siccità, dalla carestia e dalla violenza, sono obbligati a rientrare nel mezzo di una grave crisi umanitaria. Molti di loro non riescono ancora a tornare nei luoghi di origine e si trovano nella stessa disperata situazione da cui erano fuggiti” – ha detto Charmain Mohamed, direttore del programma “Diritti dei Rifugiati e dei Migranti di Amnesty International”.

Il campo profughi di Dadaab in Kenya
Il campo profughi di Dadaab in Kenya

In effetti, la maggior parte del territorio somalo è ancora afflitta da atroci violenze ed estrema povertà, per cui il Kenya, attuando questi rimpatri, sostiene Charmain Mohamed, “sta apertamente violando gli standard internazionali, secondo i quali i rifugiati possono essere rimpatriati solo quando la loro sicurezza e la loro dignità saranno garantite”. Situazione che, allo stato attuale, è ben lontano dell’essersi realizzata.

Il campo profughi di Dadaab ospita attualmente circa 240 mila persone, dopo che, dal maggio dello scorso, anno, vi è stata una brusca accelerazione nel flusso dei rimpatri. “Rimpatri – sostiene Amnesty International – che sono spesso spacciati per volontari, ma che sono invece ottenuti grazie a pressanti minacce rivolte dai funzionari del Kenya ai rifugiati”. E questo esodo pare continuare anche oggi, malgrado che, nel febbraio scorso, l’Alta Corte del Kenya, abbia dichiarato la chiusura del campo, un atto apertamente illegale.

La Somalia è prostrata da un conflitto interno che dura ormai da decenni. Dopo i “signori della guerra” è ora la volta del gruppo armato fondamentalista di Al-Shabaab che mantiene il proprio controllo su una gran parte del territorio nazionale, compiendo continui e indiscriminati attacchi contro la popolazione civile. “Solo dal gennaio 2016 all’ottobre 2017 – sostiene Amnesty International – vi sono state oltre 4,500 vittime civili”. Questo avviene anche a causa dell’inefficace azione di contrasto della forza multinazionale ONU, di cui il Kenya fa parte e che fino ad ora, non è riuscita a infliggere ad Al-Shabaab, significative sconfitte.

Drammatica sistemazione in territorio somalo di rifugiati espulsi dal Kenya
Drammatica sistemazione in territorio somalo di rifugiati espulsi dal Kenya

Oltre a questa situazione di estrema insicurezza, la Somalia sta anche attraversando un terribile periodo di siccità e carestia che, secondo stime delle Nazioni Unite, assoggettano oltre la metà dell’intera popolazione all’urgente bisogno di assistenza umanitaria. Nei sovraffollati centri urbani la costante carenza di acqua potabile ha fatto anche esplodere il colera che, tra luglio e gennaio di quest’anno, ha già provocato oltre 1,100 vittime. “Una tanica d’acqua sporca – ha detto ad Amnesty International uno dei rifugiati rientrato in Somalia dal campo keniano – può costare fino a 10 euro e non tutti i giorni possiamo permettercela”. La difficoltà a procurarsi il cibo può costringere intere famiglie a digiunare per tre giorni e più.

Come sempre, il tentativo di curare gli effetti, senza poter intervenire sulle cause, risulta fallimentare. L’Alto Commissariato ONU per i rifugiati è riuscito a coprire solo il 29% per cento del fabbisogno del campo rifugiati in Kenya e quasi tutte le agenzie dell’Organismo Internazionale sono in condizioni analoghe. Lo stesso Programma alimentare mondiale lamenta una grave mancanza di fondi ed è regolarmente costretto a ridurre i valor i energetici del cibo fornito ai rifugiati.

Tuttavia, pur presentando i fatti in modo lapidario, Amnesty International non attacca frontalmente il Kenya, ma imputa il fallimento delle operazioni umanitarie alla scarsa sensibilità che la comunità internazionale mostra verso questa emergenza. Rilievo certamente fondato, ma è anche vero che gli appelli alla solidarietà per situazioni di estremo bisogno, si levano da ogni parte del pianeta. E’ oggettivamente difficile attendere compiutamente a tutte, soprattutto per molti paesi europei, già alle prese con problemi di bilancio e che stanno dimostrando di non possedere neppure strumenti adeguati per fronteggiare il biblico fenomeno dell’immigrazione che sta interessando i loro territori.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.co
@Franco.Kronos1

Kenya: agenti FBI e britannici, liberano 95 bambini-schiavi in una madrassa a Likoni

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franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 20 dicembre 2017

I piccoli risultavano trattenuti in schiavitù presso una “madrassa”, cioè una scuola coranica, a Likoni, contea di Mombsa, nella costa sud del Kenya, dove erano assoggettati a varie forme di abusi e al traffico di esseri umani. La scoperta della disgustosa pratica, sarebbe il frutto delle investigazioni congiunte delle rispettive intelligence statunitense e britannica. Circa 20 dei 95 bimbi liberati erano stranieri, provenienti da Stati Uniti, Gran Bretagna, Zambia e Tanzania. Gli altri erano cittadini keniani, prevalentemente di origine somala.

Agenti dell’FBI all’azione in Kenya (foto d’archivio)
Agenti dell’FBI all’azione in Kenya (foto d’archivio)

Gli agenti dell’FBI e della Special Branch, non si sono limitati a passare le informazioni alla polizia keniana, ma nella mattinata di ieri, per essere certi che il blitz avesse successo, l’hanno effettuato loro stessi e con le proprie armi, probabilmente nel timore che omertà e connivenze, avrebbero potuto vanificarlo. E’ del resto abbastanza sorprendente che prima di questa azione, nulla fosse trapelato su ciò che stava avvenendo all’interno di quella scuola che in zona tutti conoscevano.

Il successo dell’operazione, che ha consentito la liberazione delle piccole vittime e l’arresto di due sospetti, ha probabilmente fatto passare in secondo piano la circostanza che ha visto agenti stranieri armati compiere un’incursione in un territorio sovrano qual è il Kenya, invece di affidarlo interamente alla polizia locale. Ma Grace Ndirangu del DCI, Direttorato per le Investigazioni Criminali, si è subito affrettata a riferire che l’azione era stata preventivamente concordata dalle autorità keniane con quelle dei due paesi occidentali coinvolti nella stessa.

L’aula di una madrassa, scuola islamica del Kenya
L’aula di una madrassa, scuola islamica del Kenya

Si procederà ora all’accurata identificazione dei bambini che, una volta accertata la loro identità, saranno riconsegnati ai rispettivi genitori che dovranno poter dimostrare di essere tali. L’interrogatorio dei piccoli, sia per accertarne l’identità che per venire conoscenza degli abusi subiti, dovranno essere condotti con estrema competenza e cautela in consideraione dei terribili traumi psicologici – e forse anche fisici – sofferti durante la prigionia.

Il blitz ha provocato l’immediata e furiosa reazione dello sceicco Hassan Omar, capo del CIPK, il Supremo Consiglio degli Imam del Kenya, che ha definito l’azione delle forze occidentali, come l’ennesimo tentativo di screditare l’islam attribuendogli colpe inesistenti, con il solo risultato di aver compromesso il sereno svolgimento dell’insegnamento scolare cui le madrasse sono esclusivamente dedicate. Insistenti voci di popolo su alcune strane e misteriose attività, svolte all’interno di alcune scuole islamiche, circolavano tuttavia in Kenya da tempo, pur non avendo mai dato origine a più approfondite investigazioni.

L’accaduto, infierisce anche un grave colpo alla popolarità del NASA e al suo leader Raila Odinga, in cui la quasi totalità della presenza islamica in Kenya, si riconosce. Per la prima volta, infatti, dopo l’adozione del sistema multipartitico, nel 1992, l’intera regione costiera, nelle cinque contee che la compongono, è diventata un assoluto feudo del capo dell’alleanza di opposizione.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Arrestato e scomparso in Camerun il giornalista e scrittore Patrice Nganang

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 16 dicembre 2017

Patrice Nganang, un famoso e apprezzato scrittore e giornalista camerunense, è stato arrestato lo scorso 6 dicembre all’aeroporto di Douala, la capitale economica del Camerun, mentre stava per imbarcarsi verso Harare, la capitale dello Zimbabwe, per raggiungere la moglie.

Venerdì, 15 dicembre era stata fissata la prima udienza al tribunale di prima istanza di Yaoundé, la capitale del Paese. Ma il processo è stato rinviato subito al 19 gennaio del prossimo anno. Nganang dovrà rispondere a ben tre capi d’accusa: “oltraggio agli organi costituzionali”, “minacce di morte nei confronti del presidente della Repubblica”, “minacce di morte e apologia del crimine”, per aver pubblicato un articolo il 5 dicembre scorso “Carnet de route en (zone) dite anglophone” sul sito del settimanale Jeune Afrique.

Il giornalista è soprattutto uno scrittore ben conosciuto, per il suo libro “Temps de chinea”. Ha ricevuto importanti riconoscimenti: è stato insignito del premio Marguerite Yourcenar e del Gran premio per la letteratura dell’Africa nera.

Patrice Nganang, scrittoe/giornalista arrestato in Camerun
Patrice Nganang, scrittoe/giornalista arrestato in Camerun

Emmanuel Simh, avvocato dello scrittore/giornalista ha fatto sapere di non aver avuto accesso agli atti degli inquirenti e di essere a conoscenza solamente dei capi d’accusa. “Dopo il suo arresto –  ha specificato Simh – per due giorni nessuno ha avuto più notizie del mio cliente e questo si può tranquillamente definirlo come sequestro di persona”. Secondo il legale  questo processo è irregolare, perché: “In base alla legge in vigore, bisogna comunicare all’indiziato le accuse a suo carico, non appena arrestato e questo è stato omesso. Dunque ci sono elementi a sufficienza per poter affermare la nullità del procedimento”.

Mentre la portavoce del governo di Yaoundé, Issa Tchiroma Bakary, ha spiegato che il 3 dicembre Nganang ha pubblicato su Facebook quanto segue: “Faites-moi confiance et je ne blague pas, je l’ai devant moi, lui Biya, et j’ai un fusil, je vais lui donner une balle exactement dans le front. Je le dis depuis Yaoundé où je suis” (Credetemi, non scherzo, ce l’ho davanti a me, Biya (il presidente n.d.r.) gli sparo una pallottola proprio in fronte. Lo sto dicendo da Yaoundé da dove mi trovo).

Il Camerun (e non solo) si sta mobilita per la liberazione dello scrittore/ giornalista. “La sua arma è la penna, non fucili o cannoni. Scrive in modo feroce, certo, ma le sue pallottole non uccidono”, hanno precisato i suo sostenitori e colleghi. L’arresto di Nganang ha fatto il giro del mondo e ovunque, specie negli Stati Uniti d’America, in Germania e Italia si stanno firmando petizioni per la sua liberazione immediata.

Lo scrittore/giornalista si è scagliato contro il suo governo per le violenze usate per sedare con la forza, le rivolte iniziate ormai oltre un anno fa nella zona anglofona del Camerun. https://www.africa-express.info/2016/11/23/camerun-proteste-degli-anglofoni-che-si-sentono-emarginati-rispetto-ai-francofoni/

Protesta nel Camerun
Protesta nel Camerun

Il Camerun ha dieci regioni autonome, otto delle quali sono francofone e solamente in due si parla l’inglese. All’inizio del ‘900 il Paese era una colonia tedesca. Dopo la prima guerra mondiale nel 1919, è stata divisa tra i francesi e gli inglesi, secondo il mandato della Lega delle Nazioni. La parte francese era molto più ampia e aveva come capitale Yaoundé, mentre quella inglese comprendeva la Nigeria e si estendeva fino al Lago Ciad, con capitale Lagos. Gli inglesi erano poco presenti in questa regione, perché la loro attenzione era concentrata sulla Nigeria.

Con l’indipendenza, ottenuta nel 1961, le due ex colonie inglesi e francesi sono state riunite per formare un unico Stato, l’attuale Camerun, ma le parti ex-francese e ex-britannica hanno sempre mantenuto un alto grado di indipendenza.

Con il passare dei mesi, gruppi di cittadini hanno chiesto “simbolicamente” l’indipendenza. Ovviamente le relative manifestazioni sono sfociate nella solita oppressione e ad ottobre ci sono stati anche molti morti (https://www.africa-express.info/2017/10/07/repressione-camerun-contro-gli-anglofoni-una-ventina-di-morti/), arresti extra giudiziali e quant’altro.

Da ottobre ad oggi decine di migliaia di persone, per sottrarsi alla violenta repressione della dittatura del presidente Paul Biya, sono fuggite dalle province anglofone del Camerun, per cercare protezione nella vicina Nigeria, soprattutto nel Cross River State, nel sud-est della ex colonia britannica.

Ma le proteste continuano, nelle ultime settimane si è scatenata una vera e propria guerra tra le truppe governative e frange secessioniste anglofone, in particolare nella regione di Manyu dove si parla inglese. Tutta l’area è stata dichiarata come “zona militare rossa” dall’inizio del mese e pochi giorni dopo il governo di Yaoundé ha inviato notevoli rinforzi, in risposta all’uccisione di alcuni militari nel capoluogo Mamfé.

Ovviamente si punta il dito sugli anglofoni, ma nessuno ha rivendicato finora questo atto di sangue. Un altro attacco, secondo fonti militari, si sarebbe verificato giovedì scorso a Dadi, villaggio che si trova nella stessa zona. L’esercito avrebbe sedato l’aggressione, uccidendo alcuni secessionisti. Inoltre i militari avrebbero sequestrato fucili e altre armi, cellulari e decine e decine di magliette con la scritta “Ambazonia Defence Force”, indossate dai separatisti.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Boko Haram attacca convoglio dell’ONU in Nigeria, quattro morti

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franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 19 dicembre 2017

In aggiunta alla discussa utilità degli aiuti internazionali all’Africa, che vengono spesso dirottati per saziare l’ingordigia dei suoi leader, è ora anche a rischio l’incolumità degli addetti che l’organizzazione World Food Program, delle Nazioni Unite, incarica del trasporto del cibo e di altri generi di rima necessità.

Miliziani Boko Haram
Miliziani Boko Haram

L’ultimo attacco, di cui si ha notizia solo ora, è avvenuto sabato scorso nei pressi della cittadina di Ngala, nello stato del Borno, in Nigeria e ha causato la morte di quattro persone: due autisti e i loro accompagnatori. Il convoglio, carico di aiuti umanitari, che transitava nella zona, scortato da militari nigeriani, è caduto in un’imboscata ad opera di un gruppo armato di terroristi di Boko Haram.

Le fonti ufficiali non hanno ancora fornito dettagli sulla dinamica dell’attacco né hanno saputo spiegare perché i militari di scorta non sono riusciti a reagire e a sventarlo. Lo stato del Borno è la zona più calda della Nigeria, epicentro del conflitto tra le truppe regolari e i Boko Haram che, dalla nascita del loro movimento, datata 2009, sono costati al aese oltre ventimila morti e 2 milioni e 600 mila sfollati.

Un camion della Fao, pronto a trasportare aiuti
Un camion della Fao, pronto a trasportare aiuti

La scarsa efficienza delle forze di sicurezza governative, nel contrastare l’attività dei terroristi islamici, è già stata oggetto di ripetute critiche, anche dalla stessa ONU che l’anno scorso aveva dovuto sospendere il programma di aiuti in quel territorio, in seguito di un analogo attacco in cui erano periti due addetti. Ora, oltre alla continua strage di civili, l’evento contro gli organismi internazionali di aiuto, si ripete nel grande imbarazzo delle autorità militari che solo all’inizio di questo mese avevano creduto di aver trovato la soluzione, sostituendo il comandante militare della regione, per nominarne un altro ritenuto più esperto. Questo stato di cose, fa apparire quasi grottesca la trionfale dichiarazione, rilasciata due anni fa dal governo nigeriano, secondo cui i Boko Haram erano stati “definitivamente sconfitti”.   

Per ora, i veri sconfitti, restano gli sventurati 9 milioni di abitanti della regione, privi di una protezione efficace e ridotti alla fame. Benché il governo abbia annunciato, la scorsa settimana, di aver creato un fondo di  1 miliardo di dollari per dare inizio a un’efficace e definitivo contrasto al sanguinario gruppo terroristico, lo scetticismo verso queste roboanti dichiarazioni, non si attenua. Del resto, i Boko Haram non erano già stati “definitivamente sconfitti” due anni fa? Perché, allora, sprecare inutilmente denaro pubblico?

Certo è che se i vuoti e reiterati proclami dei suoi leader, potessero per incanto trasformarsi in oro, l’Africa sarebbe il continente più ricco del mondo, sempre che le classi al potere e i loro altrettanto avidi entourage, non riescano a metterci le mani prima.

Franco Nofori
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Vacanze africane, affari africani: un libro racconta la corruzione, anche in Africa

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Alberto Pierobon (con A. Zardetto) è l’autore del libro (edito da Ponte alle Grazie”) “Ho visto cose: tutti i trucchi per rubare in Italia raccontati da un manager pubblico” un saggio che spiega come funzione la narrazione di come funziona la pubblica amministrazione nel nostro Paese. Nel libro si parla anche delle aziende private impegnate anch’esse a intascare senza troppa fatica denaro pubblico: appalti truccati mazzette incassate, dati di bilancio manipolati, connivenze generalizzate. E scava anche nel torbido universo dello smaltimento dei rifiuti. Il saggio contiene più di 50 storie ed è scritto con garbo ma anche con precisione, si divora per il suo carattere avvincente e leggendo una pagina si desidera arrivare alla successiva per capire meglio qualcosa di cui tutti parlano, di cui ci sono parecchie evidenze e indizi, ma di cui esistono poche prove: la corruzione. Si parla di truffe e ruberie (e tanto altro) relative alla gestione dei rifiuti e dell’acqua, al neocolonialismo del land grabbing, all’utilizzo improprio o creativo di contributi (es. del Protocollo di Kyoto), alla compravendita malandrina o all’affittanza di comodo degli immobili, al gioco delle tre carte nel turismo, all’inarrestabile riciclaggio di denaro, ai sempreverdi traffici internazionali  e molto ancora. Tutto riguarda l’Italia e gli italiani all’estero, anche in Africa.Una miniera di sapide storie, spesso non a lieto fine, proprio perché reali. Rimane però la speranza di capire e di cambiare, per consapevolizzarsi, prendere coscienzae quindi decidere di conseguenza. Alberto Pierobon ha scritto per Africa ExPress un capitolo inedito che riguarda il nostro continente in cui racconta un episodio che non è stato inserito nel volume.

 

alberto pierobonSpeciale per Africa ExPress
Alberto Pierobon
Verona, 18 dicembre 2017

Tra viaggi di piacere e lavoro, posso dire di aver girato molto. E se anche non posso dire di conoscere tutta l’Africa, posso tranquillamente affermare di conoscere come funzionano gli hotel e le logiche di gestione dei vari hotellier che ho incontrato in tanti anni. Molti sono partiti dall’Italia senza avere in mano nulla. Giacomo, ad esempio, è partito dal garage della casa dei genitori: vendeva biglietti aerei online senza averne e quando ne aveva venduti una certa quantità, li acquistava.

Dopo un po’ ha cominciato a vendere “pacchetti” vacanza: volo e soggiorno, specialmente in località esotiche. Si è dato da fare, non senza qualche scivolone, e alla fine ha trovato “sponde” con altri connazionali per costruire un hotel in un paese africano. Ma non tutti gli hotellier possono vantare una carriera intraprendente come la sua. Al giorno d’oggi, per gestire un hotel occorrono competenze da economista.

ho visto cose

C’è molta finanza insomma. Bisogna valutare – se non costruire – i flussi di cassa in entrata e in uscita, i costi che sono dinamici e vari, i rapporti in essere nei luoghi in cui si opera. Un tempo era facile addomesticare i notabili locali per ottenere qualche concessione; bastava una cena, un favore, una lauta mancia. Oggi la posta in gioco è più alta. Gestire un hotel in Africa comporta una serie di problemi che in altre parti del mondo sarebbe impensabile dover affrontare: continue interruzioni di energia elettrica, piscine che evaporano a vista d’occhio per il caldo e malattie tropicali. C’è anche chi ha trovato il modo di speculare su queste peculiarità, soprattutto per quanto riguarda le assicurazioni sanitarie.

Alcuni gestori non si fanno scrupoli a mettersi d’accordo con gli assicuratori locali per lucrare su ignari turisti vittime d’incidenti o malati. Lo stesso avviene anche con le cliniche private e i medici convenzionati.

Basta qualche linea di febbre o magari una brutta indigestione: il medico di turno arriva nella camera d’albergo a visitare l’ospite europeo o americano. La visita è accurata, il volto del medico accigliato. La diagnosi è quasi sempre la stessa: un cattivo virus se non la malaria. In alternativa si può scomodare qualche altra malattia africana, in ogni caso, il terrore del paziente è assicurato.

Passata la paura della malattia, la batosta. La fattura, che viene consegnata tramite l’hotel, è salatissima: si mettono in conto la visita domiciliare, le medicine, l’urgenza e altri cavilli. Per non parlare di quando è necessario il ricovero in clinica! Per una flebo si può arrivare a pagare 300 dollari, ma ho sentito casi di parcelle da oltre mille dollari, dove gran parte della spesa è per il cibo (riso in bianco o pizza) e per l’accomodamento di chi assiste il malato (solitamente su una sedia nella stessa stanza). Tutto precostituito e concordato. Anche gli hotellier hanno il loro “pacchetto” di viaggio occulto, dove si cerca di ritagliare ulteriori guadagni oltre a quelli già intascati per l’affitto della camera.

South-Africa-corruption-is-killingCi sono casi decisamente “pittoreschi” per truffare i clienti, uno di questi ho avuto occasione di vederlo con i miei occhi, senza per fortuna esserne coinvolto. Sono appena arrivato in hotel con mia moglie, devo trattenermi poco, giusto il tempo di posare le valigie, dopodiché ho un appuntamento di lavoro. Mi accorgo che nella hall c’è un confuso via vai di persone. I volti pallidi, le mani premute sulla pancia. Vado in camera e quando torno giù, nella hall c’è una muta di medici africani. Chiedo spiegazioni alla reception e, con un po’ d’imbarazzo, mi dicono che c’è un’emergenza. «Quale emergenza?» «Un’epidemia di diarrea». Chiedo se ci sia pericolo di contagio, ma mi rassicurano che i tecnici hanno già risolto il problema. «I tecnici?» «Si, la diarrea è stata provocata dagli impianti di condizionamento». La malattia del legionario.

Resto fuori tutto il giorno e anche nei giorni successivi non m’interesso più della faccenda, dopotutto, in Africa (ma oramai anche da noi) è molto facile cadere preda di certe cose: cibi avariati, utensili da cucina poco igienici, insomma, la cacarella è dietro l’angolo. Ma in questa occasione, la causa dell’epidemia è di origine dolosa e la verità viene fuori nell’ultimo giorno del mio pernottamento. Si scopre, con grande imbarazzo della struttura alberghiera, che a provocare l’epidemia sono stati i cuochi, in combutta con il dottore della clinica convenzionata, che riconosce loro delle mance sostanziose. Fiumi di… denaro assicurati.

sa-poverty

Ma al di là delle truffe più becere e pittoresche, c’è anche chi si dà da fare surfando in quel sottile limite che separa la legalità dall’illegalità, sfruttando le numerose occasioni che solo i paesi a blanda fiscalità e alto tasso di corruzione possono garantire.

Ho conosciuto Antonio un hotellier pugliese, in Africa. Ex barman, è arrivato a essere il direttore generale di numerosi alberghi all’estero. «Se non t’intendi di finanza sei fuori dal giro», mi ha detto. E difatti proprio cavalcando l’onda della finanza è riuscito a scalare la china. All’inizi della sua carriera, è riuscito a entrare come manager alberghiero in un fondo di Singapore, che investiva in hotel all’estero.

L’hanno spedito in Mozambico ad acquistare alberghi a buon mercato, sia come investimento, che come costi di gestione. Lui ha fiutato il business e si è messo in proprio, mettendo a frutto quanto appreso durante quel particolare apprendistato. Si è stabilito in Africa e ha aperto vari hotel in luoghi ad alto rendimento rispetto al normale (Mozambico, Madagascar, Tanzania, Zanzibar, ecc.).

soldi e mani

Per prima cosa, ha stretto relazioni di favore con molti politici locali, ha capito le regole non scritte dei luoghi e come manipolare a suo favore la fiscalità annacquata da troppi passaggi. Dopodiché è letteralmente decollato. Non solo hotel di lusso, ma anche appartamenti in affitto. Antonio mi ha fatto vedere la pila di contratti nel suo archivio privato, poi, facendomi l’occhiolino: «Non è sempre necessario che il turista arrivi…». Dicendo così mi ha dato la conferma che, proprio come quelli che vendono biglietti online senza averli in mano, anche molti hotellier considerano il loro mestiere pura finanza, affidandosi alla logica della statistica e al probabilismo, orientate alla truffa. Ci si inventa molto sulla carta, riciclando denaro, tesaurizzando frutti proibiti.

Nella villa africana di Antonio passa gran parte della crema della costa: direttori d’albergo tedeschi, inglesi, italiani e africani; possidenti e proprietari terrieri, ma anche faccendieri e personaggi più ambigui. L’obiettivo di feste, cene e ricevimenti è quello di stringere relazioni, cercare affari e scambiarsi informazioni, invitando anche turisti abbagliati dallo splendore di una vita apparentemente dorata e comoda, serviti e riveriti. Lo stesso hotellier mette in vetrina il suo lusso, senza disdegnare di “coccolare” gli ospiti di riguardo con alcuni privilegi su cui è meglio sorvolare.

Allegria, spensieratezza e infradito; ciascuno parla dei propri affari, si fanno paragoni, si decide di collaborare, spartirsi un qualche tipo di torta. Si allentano i freni inibitori, si manipolano psicologicamente i partecipanti… così, qualche volta, gli ospiti tornano a casa appesantiti dall’acquisto di un terreno, una casa o un’automobile. Poi, queste fancazzate organizzate, diventano sempre l’occasione per carpire le cose altrui, le debolezze, i segreti, addirittura i desideri nascosti, insomma tanto materiale da “archiviare” e su cui lavorare pensando – prima o poi – di trarne profitto, se necessario anche con forme subdole di ricatto.

Le transazioni, anche in Africa, possono avvenire infatti in molti modi, comunque sempre molto più velocemente che in Europa.

Alberto Pierobon

Lagos, banditi rubano bagagli su jet privato durante il rullaggio

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sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 19 dicembre 2017

Alcuni malviventi, durante il rullaggio all’hangar di un jet Bombardier Challanger 605 arrivato da Istanbul verso le 21.00 sono saliti a bordo e hanno portato via i bagagli del pilota e di una hostess.

Questa volta hanno preso di mira la linea aerea britannica Vistajet Ltd per clienti superlusso.  Nell’ex capitale nigeriana, Lagos, è successo la settimana scorsa al Murtala Muhammed international airport, il maggiore aeroporto della metropoli.

Bombardier Challanger 605 della VistaJet
Bombardier Challanger 605 della Vistajet

Il Challanger 605 della compagnia britannica è un business jet da 12 posti a sedere o 5 posti letto con un’autonomia di 7.400km. Oltre a Londra ha come scali Istanbul, Accra, Kuala Lumpur, Almaty e Dubai per far viaggiare una clientela alquanto ricca.

Probabilmente i malviventi pensavano di racimolare di più visto che l’aereo privato è tra quelli adibiti al trasporto di clienti executive ma il problema – più che il furto sulla pista di un aeroporto internazionale – è la sicurezza dello scalo nigeriano che a quanto pare ha parecchie falle.

Un'area di Lagos, metropoli di 8 milioni di abitanti
Un’area di Lagos, metropoli di oltre 8 milioni di abitanti

Secondo fonti locali, al Murtala, non è la prima volta che succede un fatto simile. A inizio 2017 alcuni banditi, durante il rullaggio di un piccolo jet hanno aperto il portellone del velivolo portando via i bagagli di alcuni passeggeri.

Altro fatto gravissimo che ha messo ancora in discussione la sicurezza dell’aeroporto è stato quando un uomo ha scavalcato la rete di recinzione dello scalo rimanendo poi nascosto alcuni giorni. È riuscito quindi a raggiungere un Boing 777, destinazione Londra, della compagnia nigeriana Med-View airlines e si è infilato nell’alloggiamento del carrello.

Murtala Muhammed international airport
Murtala Muhammed international airport

Un’inchiesta ha verificato che l’azienda responsabile della sicurezza dello scalo internazionale – l’Autorità federale nigeriana degli aeroporti – ha un solo veicolo operativo che scorta gli aeromobili durante il rullaggio e che a volte potrebbe non essere disponibile fino al piazzale d’arrivo.

Il Murtala Muhammed airport è stato inaugurato nel 1979 e solo nel settembre scorso gli è stata conferita la certificazione sulla sicurezza dalla Nigerian Civil Aviation Authority. Non sono mancate le polemiche perché secondo gli esperti non ha lo standard minimo dell’Organizzazione per l’aviazione civile internazionale (ICAO), che ogni aeroporto come il Murtala dovrebbe avere riguardo alla sicurezza e la manutenzione.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Crediti:
– Murtala Muhammed International Airport
By Kenneth Iwelumo (http://www.airliners.net/photo//1976092/L/) [GFDL 1.2 or GFDL 1.2], via Wikimedia Commons

– Challanger 605
Markus Eigenheer
Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)

I governatori della costa keniota: Kenyatta non è il presidente ha usurpato il potere

franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 18 dicembre 2017

Sembra senza fine, tra gli schieramenti avversi, il contenzioso sul risultato elettorale dell’ottobre scorso che ha riconfermato alla carica presidenziale Uhuru Kenyatta. Con un comunicato di ieri, “The Coast People Assembly”, cioè l’assemblea dei cittadini della regione costiera che si è riunita ieri presso l’Hotel Sun & San di Kikambala, nella contea di Kilifi, ha formalmente deliberato che le Contee di Lamu, Tana River, Kilifi, Mombasa, Kwale e Taweta; non riconoscono Uhuru come loro presidente, perché avrebbe scandalosamente usurpato il titolo a Raila Odinga, a loro dire “unico e legittimo” capo del governo keniano.

Questa risoluzione che, anche se non appare in grado di produrre effetti pratici sul piano formale, contiene però alcuni aspetti allarmanti perché i termini e le argomentazioni usate in suo sopporto, la fanno apparire come una proclamazione secessionista, non molto dissimile da quella recentemente verificatasi nella Catalogna spagnola nei confronti della capitale Madrid.

Le motivazioni di questa scelta sono le solite: nel manipolare il voto presidenziale per assicurarsi la vittoria, Uhuru Kenyatta, avrebbe di fatto instaurato un regime autocratico, demolendo in un colpo tutti i principi di legalità, diritto e democrazia che con l’accesso al sistema multipartitico, instaurato nel 1992, il paese aveva faticosamente raggiunto. There will be no business as usual until a democratically elected President assumes office” recita testualmente il verbale della delibera: “Non ci potrà essere ritorno alla normalità finché l’incarico non sarà assunto da un presidente democraticamente eletto”.

Raila Odinga a Kikambala (Kilifi) dove ha presieduto all’assemblea sull’autodeterminazione della costa
Raila Odinga a Kikambala (Kilifi) dove ha presieduto all’assemblea sull’autodeterminazione della costa

Il comunicato rivolge anche un severo monito al governo, circa la ventilata intenzione di accentrare a Nairobi la gestione del porto di Mombasa, sottraendo così alla capitale costiera il non indifferente gettito finanziario che ciò comporta. “Se questa decisione dovesse essere presa – ammoniscono gli estensori della delibera – il popolo della costa non starà certamente a guardare in modo inerte”. Se non si tratta di vera e propria minaccia, certo ci va molto vicino.

I cinque governatori della regione costiera, intendono anche fare appello alla Dichiarazione Internazionale dei Diritti dell’Uomo, nel cui articolo 1 si garantisce il diritto all’autodeterminazione dei popoli, posto che la Dichiarazione in argomento è stata incorporata nella stessa Costituzione del Kenya. “Con la massima urgenza – dice ancora il comunicato – sarà quindi indetta un’altra assemblea per ratificare ufficialmente tale autodeterminazione”.  

Insomma, pare proprio che il sofferto processo elettorale, abbia fornito un’altra motivazione alle pressioni separatiste – prevalentemente islamiche – del movimento indipendentista dell’MRC (Mombasa Republican Council) che è da anni attivo, anche in modo violento, nel perseguire questo traguardo, oltre ad essere fortemente sospettato dai servizi di intelligence – non solo keniani – di collusione con i terroristi di Al Shebab.

Questa costante crescita delle tensioni, che congelano investimenti e iniziative economiche, stanno portando anche alcuni sostenitori del presidente Kenyatta a chiedergli di scendere a patti con Raila per il superiore bene del paese, ma per l’ennesima volta, lui ha risposto picche, ricorrendo anche ad espressioni sdegnose come quella rivolta a Raila dopo la sua ultima proposta di un incontro. “Se Raila vuole parlare con il governo, parli con Ruto, non con me – ha detto Uhuru – e comunque non prima del 2022, quando scadrà il nostro secondo mandato”.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Gabon: accoltellati due giornalisti danesi da un cittadino nigerino

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Africa ExPress
Libreville, 17 dicembre 2017

Due reporter danesi di “National Geographic” di cui non è stato rivelato il nome, sono stati feriti gravemente ieri in Gabon,  accoltellati dal cinquantatreenne nigerino, Arouna Adamou, residente nel Paese da oltre diciannove anni. L’aggressore ha affermato che il suo atto rappresenta una vendetta nei confronti degli Stati Uniti d’America, rei di aver riconosciuto Gerusalemme come capitale d’Israele.

Etienne Kabinda Makaga, ministro della Difesa del governo di Libreville, ha confermato l’attentato, avvenuto in un mercato al centro della capitale, dove i reporter stavano comprando qualche souvenir. Uno dei due  è ricoverato in gravi condizioni nel reparto di rianimazione in una clinica della città.
Secondo una prima ricostruzione dei fatti e grazie alle testimonianze dei passanti, l’attentatore, ha urlato “Allah Akbar (Dio è grande), mentre assaliva i due danesi. L’uomo è stato arrestato dalle forze dell’ordine, intervenute immediatamente sul luogo del delitto.

Una strada al centro di Libreville, capitale del Gabon
Una strada al centro di Libreville, capitale del Gabon

La procura di Libreville ha aperto un fascicolo per indagare se si tratta di un fatto isolato o di una cospirazione. Nel Paese sono pochissimi i cittadini musulmani: rappresentano appena il cinque per cento della popolazione  e per la maggior parte si tratta di stranieri residenti.

Il governo di Copenhagen ha confermato il ferimento dei due giornalisti, ma il ministero degli Esteri non ha rilasciato ulteriori dettagli.

Africa ExPress

Una scalata sul Monte Kenya, la Repubblica, l’ambasciatore e gli assurdi sospetti di fascismo

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Massimo Alberizzi FrancobolloDal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 15 dicembre 2017

L’ambasciatore italiano a Nairobi è al centro di una polemica per essersi incontrato con un gruppo di escursionisti lombardi, che – si è scoperto in seguito – sono collegati a un gruppo di estrema destra.

Tre “Lupi delle vette”, Davide, Riccardo e Filippo (i cognomi non sono noti) sono arrivati a Nairobi a inizio dicembre per scalare il Monte Kanya e, subito dopo la scalata, si sono presentati in ambasciata per salutare il capo della legazione, Mauro Massoni.

Lupi delle vette
I tre “Lupi delle Vette” in cima al monte Kenya

L’ambasciatore, persona gentile e accogliente, in buona fede e senza sospettare i legami politici del gruppo escursionista, li ha ricevuti in residenza dove i “Lupi” gli hanno chiesto di posare per una foto ricordo con il gagliardetto del gruppo. I tre sono tornati in Italia e hanno postato l’istantanea su facebook. Si è scoperto così che i “Lupi” sono legati al gruppuscolo di estrema destra “Lealtà Azione”, a sua volta connesso con i neonazisti di CasaPound.

Ad imbattersi nel singolare post e a trarne personali conclusioni è stato il deputato del Partito Democratico Emanuele Fiano, che, insieme ad altri, ha presentato un’interrogazione parlamentare e ha avvisato la stampa. A quel punto è scoppiato il pandemonio. Il Corriere della Sera ha ripreso la vicenda con un articolo che ha cercato di scandagliare quello che è accaduto senza insinuazioni e allusioni.

Repubblica invece ha pubblicato un articolo che adombra sospetti sull’ambasciatore e getta discredito su un diplomatico che si è sempre mostrato collaborativo con la comunità italiana. Per altro nessuno dei due giornali si è peritato di sentire l’ambasciatore Massoni, che è stato sempre assai disponibile con la stampa, per conoscere il suo punto di vista.

Il Monte Kenya
Il Monte Kenya

Paolo Berizzi, l’autore dell’articolo di Repubblica, è un giornalista noto per aver ricevuto pesanti minacce da gruppi di estrema destra e per questo ha ricevuto vari attestati di solidarietà.

I diplomatici, non solo quelli italiani, non si schierano mai politicamente e i pochi che l’hanno fatto hanno pagato anche con la rimozione dall’incarico. Perché dunque un ambasciatore avrebbe dovuto posare con un gagliardetto di un gruppo fascista? Sarebbe stato assai sciocco. Insinuare quindi una possibile comunanza o, peggio, connivenza tra il nostro diplomatico e gli scalatori filonazisti è non solo improprio ma anche inesatto.

Tra l’altro chi vuol saperne di più sull’attività dei “Lupi delle vette”, va sul loro sito e apre la pagina “Chi siamo”. Non troverà però accenni particolari alla destra e anche la retorica fascista non è significativamente enfatica. Certo, c’è un po’ di esoterismo e un rifiuto della civiltà consumista, cose che potrebbero riportare agli albori del nazismo e alla fondazione della Società Thule, un’organizzazione tedesca antisemita. Una connessione che però salta agli occhi solo quando si conoscono le connessioni dei Lupi con i gruppi nazi. Nessun incitamento chiaro ed esplicito alla violenza e alla virilità di mussoliniana memoria. 

Così, a prima vista, è difficile scoprire i collegamenti tra i Lupi e le organizzazioni neonaziste e solo cercando in profondità emergono le relazioni politiche improprie e ci si può rendere conto di quanto sia stato subdolo e malandrino quell’incontro.

L’operazione fatta da Repubblica è stata quindi a mio parere superficiale e artificiosa. Per accusare qualcuno di fascismo – anche in maniera non esplicita, ma comunque ammiccante – sarebbe bene avere le prove. E’ anche se quelle lanciate dal quotidiano romano non sono accuse specifiche e precise, creano – quel che è peggio –un’atmosfera negativa e incutono nel lettore la sensazione e l’idea che l’ambasciatore italiano sia un simpatizzante dell’estrema destra. Suscitano infatti spontanea la domanda: “Come fa, quindi, a rappresentare l’Italia”?

Purtroppo assistiamo a un continuo degrado della professione giornalistica. I giornali sono diventati sempre più strumenti di lotta politica e hanno abbandonato la loro funzione primaria: informare. Il sensazionalismo è presente poi in continuazione e condiziona le scelte editoriali. 

Errori – è bene dirlo – li abbiamo commessi tutti e continueremo a commetterli. Basta riconoscerli: è qui che si misura l’onestà intellettuale.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi